AI, contrordine della Silicon Valley. Le Big Tech (in conflitto) scaricano Trump? Il ruolo dell’Europa (2^ parte)
3 – Liquidità di una tecnologia general purpose e regole per agenti che agiscono ma non pensano nel vuoto di coscienza o percezione della realtà e gli impatti sulla democrazia.
Ripartendo dal conflitto sulla (presunta) “coscienza morale” dell’AI (addestrata a simularla senza consapevolezza delle conseguenze), quali regole propone Amodei di Antrophic ? La prima, riguarda il libero accesso a valutatori esterni permanenti, come quelli in parte già noti per gli impianti nucleari e con diritto di monitoraggio e di pubblicazione dei risultati. La seconda, attiene al necessario coordinamento tra le aziende del settore nelle democrazie per definire deroghe antitrust e standard comuni su quanto, e come sia possibile, accelerare o frenare e perché. La terza riguarda l’intero pianeta, e in particolare i rapporti con la Cina, con l’obiettivo di stringere accordi di sicurezza per evitare l’uso di tecnologie dagli effetti catastrofici, stabilendo limiti invalicabili. Si tratterebbe di un trattato per limitare le nuove minacce strategiche, simile agli storici Accordi SALT usati per bloccare la proliferazione delle armi nucleari militari. Regole desiderabili la cui fattibilità è tutta da verificare. Inoltre, c’è da domandarsi quanto queste regole rappresentino una “barriera all’entrata” per nuovi potenziali entranti e per le scelte di direzione dell’innovazione, essendo espressione di una “ibridazione robusta” tra pubblico e privato senza una precisa distinzione tra interesse pubblico e interesse proprietario. Che rappresenta il problema essenziale per la democrazia e le sue fondamenta costitutive, ossia queste potranno “rallentare” alla sola condizione geostrategica che ciò non avvenga a scapito del vantaggio sulla Cina e cioè finché il primato tecnologico è mantenuto. Ma siamo certi che tale primato risieda solo nella velocità e potenza di calcolo, e non anche nella diffusione e accessibilità (quasi) “aperta” di queste tecnologie seppure con i modelli open weights?
Dobbiamo allora decidere chi potrà scrivere le regole che pongano argini reali ed effettivi a queste deviazioni potenziali peraltro esplose proprio nel 2026, che la stessa Anthropic ha suddiviso in sette aree (dalle armi biologiche alle interferenze politiche e alle campagne di influenza, alla sorveglianza di massa, ai furti di identità, fino agli attacchi russi ai servizi segreti dell’Ucraina, ecc.) e non potrà che essere una authority pubblica indipendente e globale, perché non avrebbe alcun senso a livello nazionale, e forse nemmeno a livello continentale. La soluzione di Amodei dovrebbe essere una entità terza che sovrintende al funzionamento della macchina nei laboratori – e in questo caso di Antrophic-Claude – e che ne renda trasparenti le funzionalità e direzioni: né regolatore, né mercato, né controllore, né controllato. Ma può funzionare questa sorta di “controllo ibrido” in-house di ogni big tech i cui risultati dovrebbero poi essere pubblicati e resi accessibili e con quali limiti?
Qui si gioca il futuro della democrazia oppure rischiamo la rottura delle sue fondamenta costitutive, e una pericolosa deriva verso l’autocrazia, se non verranno raggiunti accordi globali certo esplicitando la natura non antropomorfica ma umana dell’AI, capace di agire secondo un calcolo ma non consapevole di alcuna conseguenza. Il 24 settembre è previsto l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping e lo vedremo presto! Forse è proprio in vista di questo appuntamento – e per compensare la nota inaffidabilità del capo della Casa Bianca – che Dario Amodei di Anthropic ha voluto proporre una sorta di “agenda negoziale”. Resta da capire se questo contributo si rivelerà utile, sufficiente o appropriato.
4 – L’urgenza di un Fondo Sovrano Europeo e di ripoliticizzazione del diritto sovranazionale nella governance dell’AI e per l’auto-determinazione dei popoli. Per quale “sovranità digitale”?
Nel frattempo, l’Europa dovrebbe accelerare e mettere in campo tutti i suoi principali players per non perdere tutti i treni dell’AI, creando un Fondo Sovrano Europeo come prima gamba del tavolo che “sostituisca” i capitali americani ai quali per ora dobbiamo sempre ricorrere per finanziare le buone idee che abbiamo anche in Europa, ma che qui non trovano i capitali necessari, come è già stato spiegato a più riprese da Draghi e Letta già quasi 2 anni fa. Finanziando in questo modo le start up innovative europee, mantenendone la proprietà europea e distribuendo tra i cittadini europei il capitale di rischio necessario, che se fosse 100€ per 450 mil.ni di europei, avremmo un fondo da 45 miliardi di euro che in 3-5 anni salire a 200 miliardi di euro e triplicando con l’apporto di capitali privati fino a 6-800 miliardi di euro. Poco ma non pochissimo per cominciare, ma utile e vantaggioso se sarà realizzato presto.
Una seconda gamba del tavolo è connessa alla scienza e servirebbe a superare il cortocircuito tra produttore (privato) e regolatore (pubblico) non potendo affidare la regolazione alla “buona volontà” del primo, con l’apporto di un quadro normativo che si allarghi all’intero perimetro della conoscenza scientifica e tecnologica di base utile a valutare la sicurezza di un farmaco o di un derivato finanziario come per ogni modello di AI. Valutazione che non possiamo lasciare ai soli soggetti privati cointeressati alla sicurezza di quei “manufatti cognitivi” e che incassano dalla loro diffusione direttamente correlata ai diversi stati di quella sicurezza.
Una terza gamba riguarda poi la politica dotandola di capacità di valutare (connessa alla seconda) la dimensione pubblica di un bene e valutare gli eventuali vantaggi e danni prodotti dalla sua produzione-diffusione sull’ecosistema globale. La direzione intrapresa da Trump l’11 dicembre 2025, attribuendo ai laboratori privati la sola responsabilità della direzione di marcia e la traiettoria, non è sostenibile perché in contrasto con l’interesse pubblico quando si attribuisce ai “manufatti digitali dell’AI” un esclusivo status privatistico.
All’opposto, l’UE il 2 agosto 2027 con l’AI Act, impone invece che i contenuti prodotti dall’AI siano dichiarati e riconoscibili con obblighi e apparati di certificazione e di reclamo come il wistleblowing e l’impianto di specifiche sanzioni pecuniarie commisurate a utile/fatturato. Con limiti temporali già slittati sempre più in avanti, da luglio 2027 a dicembre 2027, per gli obblighi documentali e di conformità per i sistemi ad alto rischio, e con questo suddiviso tra molto alto, alto, medio o irrilevante, e lo spostamento al 2028 i vincoli per l’AI incorporata nei prodotti regolati, si offrono tempi di adattamento per l’adozione delle nuove regole. Vedremo quanto saremo capaci di “superare” il conflitto potenziale tra rischiosità individuale (consumatore e/o user finale), rischiosità sistemica, tra gli impatti dell’autoregolazione (dei produttori high tech) e tutele del consumatore/cittadino alla fine della catena.
Dobbiamo allora riconoscere almeno con l‘UE che la sola “morale endogena” delle big corporation non è sufficiente. Le prime sette aziende del settore valgono insieme 24 mila miliardi, una cifra superiore al PIL dell’intera Europa (23 mila miliardi di euro). Se poniamo l’attenzione sulla protezione dei diritti fondamentali, come la privacy e la dignità umana, che rappresenta un dovere da parte dei produttori che devono agire in regime di autotutela, vediamo che le regole attuali si basano ancora su una visione liberale e dunque sostanzialmente “individualistica, che mette al centro il libero mercato e dà per scontato che i player abbiano lo stesso peso, ma questo non è vero, visti gli enormi squilibri economici che abbiamo appena visto. Squilibri che vedono il 75% degli investimenti nell’AI globali in USA, il 20% in Cina e meno del 5% in Europa.
Per questo non possiamo limitarci a valutare le conseguenze sui singoli interessi di cittadini e consumatori, perché il bene di cui trattiamo ha una valenza collettiva, sistemica e sociale con tutti i suoi impatti di esternalità positive ma anche negative. Siamo infatti in un’“area grigia” di saperi e informazioni dove il singolo cittadino/consumatore ha debolissime capacità/opportunità di valutazione del danno ed è spesso costretto e inconsapevolmente a dare il proprio consenso a pratiche scorrette e dannose, per esempio per cessione dei propri dati di profilazione come concambio con “servizi gratuiti”.
Una “palude digitale” popolata da trappole e pratiche oblique di “hostages” inconsapevoli che può essere superata uscendo da logiche individualistiche di cessione del bene per accedere a contesti di “beni comuni e pubblici” ed equiparabile a beni come quelli ambientali, dell’acqua o dell’aria, oppure dello spazio. Per questa tipologia di beni, necessitiamo allora di apparati di controllo e regolazione condivisa con un perimetro collettivo trattando le infrastrutture di laboratorio dell’AI come infrastrutture essenziali e primarie e per questo soggette ad obblighi di governance, di gestione, di speciali poteri di azione e d’intervento pubblici, innervati sulla categoria di “rischio sistemico” (Croce, 2026).
Qui deve potere agire la seconda gamba, citata sopra, delle istituzioni scientifiche (università e centri di ricerca) indipendenti capaci di controllo e monitoraggio su quei laboratori privati senza “intaccarne” le valenze di proprietà intellettuale e/o di copyright, in grado di vigilare sui saperi prodotti da sottoporre a costante scrutinio scientifico-tecnologico con test e sperimentazioni permanenti, soprattutto in campi strategici come quello in ambito militare e della sicurezza e che forse l’Europa ha fin qui tardato a considerare, per miopia e debolezza, ma questo “ritardo” può e deve essere presto recuperato.
È allora del tutto evidente che una tale traiettoria di regolazione ci riporta ad una sostanziale “ripoliticizzazione del diritto sovranazionale” (e la necessaria alea di multilateralismo e diritti umani), che negli ultimi anni è stato trascurato se non “silenziato” per una “diplomazia del dialogo”, che deve essere invece recuperato urgentemente proprio in relazione alla complessità dell’iper-oggetto l’AI e suoi impatti (economici e sociali oltre che geostrategici e algoretici), ricostruendo una agenda globale condivisa (non soltanto tra i 27) di stampo pan-europeo (con il Canada per esempio) soprattutto dopo il disimpegno dichiarato (o abbandono) dell’alleato strategico storico degli ultimi 80 anni, nonostante i milioni di morti per la Liberazione dal Nazifascismo.
Una traiettoria utile a rinvigorire la politica infragilita dai conflitti globali e dalle spinte nazionaliste emergenti, e costretta alla riduzione di un “puro negoziato tra interessi di potere e/o privatistici” come semplice “mediazione”, per ritornare a mobilitare la capacità di autogoverno/autodeterminazione dei popoli e dei loro apparati democratici prima che sistemi di macchine e intelligenze eterodirette prendano il sopravvento. Inoltre, prima che la marginalizzazione dell’umano e dei i suoi diritti universalistici avanzi verso il buio macchinistico e il controllo nelle mani di pochi, anzi pochissimi, per scopi non proprio insondabili (anche lungo sentieri “trans-umanistici” o post umani) di potere, business e dominio sull’umanità all’insegna della pura forza e di una “democrazia dell’affidamento” (legame plebiscitario tra capo e popolo di scambio tra potere e protezione) (Galli, 2026).
Un dominio mascherato spesso da neutralità tecnologica o di “logiche superiori” rispetto a “logiche inferiori” (ossia “non logiche”) nell’epoca di un mercato politico della disintermediazione e di “clientelismi di massa” (dai 5000$ di Trump all’abolizione del Bollo di Meloni) per “regimi dell’elargizione occasionale”, alimentati da retorica e propaganda social di pura conservazione del potere, distribuendo briciole di panem et circenses invece che dare risposte adeguate o risolutive ai problemi reali e strutturali (istruzione, sanità, infrastrutture, povertà crescente, diseguaglianze, denatalità, giustizia sociale, crescita e sviluppo economico, equità fiscale e redistribuzione dei redditi…) di un paese sfibrato e sfiduciato mentre i prezzi salgono a cominciare dall’energia e salari e pensioni vengono sempre di più erosi dall’inflazione nonostante la capacità di adattamento delle imprese con una resilienza che tuttavia non è infinita tra costi energetici esplosi e costi di accesso al credito con tassi di interesse risaliti su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Un necessario primo atto di sovranità risiede nell’uso di queste tecnologie AI dentro i processi produttivi e nell’organizzazione perché un modello nazionale o continentale non è sufficiente. Un secondo atto è esserne consapevoli e sapere che ogni prompt o documento caricato con l’AI aziendale è una cessione gratuita di conoscenza aziendale che migra oltreoceano senza nessuna deliberazione aziendale.
Il terzo atto è allora riconoscere che per raggiungere l’indipendenza non potremo per ora sostituire i fornitori americani ma avere una capacità negoziale per condizionare le portaerei dell’AI sviluppando capacità di calcolo e infrastrutture con robuste competenze industriali distintive anche installando in house modelli open weights, avanzando nella cultura manageriali e delle politiche aziendali come ecosistemi integrati. Il quarto atto , allora, significa che non basta comprare licenze AI e avviare pilots, senza cambiare l’organizzazione e la sua orchestrazione, i suoi processi e per questo servono architetti del lavoro per piani ragionevoli di adoption connettendo uffici tecnici, flussi di produzione e magazzini, finanza e marketing. Figure per accompagnare la trasformazione e guidare una transizione compatibile dall’AI da costo ad investimento nella manifattura come nella sanità o nella PA dove necessita una riorganizzazione del lavoro e nuovi modelli partecipativi.
Con questa traiettoria che potremmo definire “ibrida” o sistemico-applicativa allora l’Europa può contribuire a “moderare” (o modellare?) il conflitto-convergenza dei due macrosistemi (USA e Cina) dell’AI che né il mercato (troppo concentrato e ristretto) né lo Stato (troppo burocratico) possono realizzare senza “correttivi” creativi e di intelligenza umana collettiva guadagnati sul campo nella resilienza e nelle applicazioni pratiche dalla manifattura alla sanità alla PA.
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