AI e chiusura dello stretto di Hormuz, perché le conseguenze non sono solo energetiche

La guerra che coinvolge l’Iran e lo Stretto di Hormuz non è solo una crisi energetica. È anche un test strutturale per l’intelligenza artificiale. Una lunga analisi del World Economi Forum evidenzia come la chiusura dello Stretto sta mettendo in difficoltà anche l’economia dell’AI.

Il conflitto sta infatti interrompendo non solo i flussi di petrolio, ma anche gas naturale, trasporti marittimi, assicurazioni, gas industriali e persino la sicurezza dei data center. In questo scenario, il futuro dell’AI non dipenderà solo dagli algoritmi, ma dalla capacità dei Paesi di garantire elettricità affidabile, accesso ai materiali e infrastrutture protette anche in condizioni di instabilità geopolitica.

L‘AI non è solo chip, ma infrastrutture

L’intelligenza artificiale si basa sui chip, ma per funzionare ha bisogno di molto altro: navi, reti elettriche, gas, metalli e proprio questa dimensione è oggi sotto pressione.

L’analisi del WEF spiega anche che con un cessate il fuoco, gli effetti della crisi potrebbero durare anni: aumento dei costi assicurativi, tensioni sulle materie prime e una rivalutazione permanente del rischio geopolitico.

Il primo impatto diretto riguarda l’elettricità. Oggi è il principale fattore limitante per l’espansione dell’AI.

In questo contesto, il gas naturale è ancora più rilevante del petrolio, perché è alla base di gran parte della produzione elettrica globale. Prima della crisi, circa il 20% del gas mondiale transitava proprio dallo Stretto di Hormuz sotto forma di GNL.

Gli Stati Uniti partono da una posizione relativamente vantaggiosa grazie alle risorse interne, ma anche qui la pressione sui mercati globali potrebbe tradursi in un aumento dei costi energetici e quindi dell’AI. La Cina, secondo il WEF, appare ancora più solida sul fronte energetico. Negli ultimi dieci anni ha investito massicciamente in rinnovabili, nucleare e infrastrutture di trasmissione, costruendo un vantaggio sistemico rispetto agli Stati Uniti.

I punti deboli: semiconduttori e dipendenza energetica

Più vulnerabili sono invece i grandi hub asiatici dei semiconduttori, come Taiwan e Corea del Sud. Taiwan, dopo l’uscita dal nucleare, dipende per circa il 50% dal GNL e dispone di riserve limitate. Allo stesso tempo, TSMC – il principale produttore mondiale di chip avanzati – consuma da sola circa il 10% dell’elettricità nazionale.

La Corea del Sud rappresenta invece un nodo critico per le memorie, con Samsung e SK Hynix che controllano gran parte del mercato globale. Ma anche Seoul è fortemente dipendente dalle importazioni energetiche dal Medio Oriente, rendendola esposta agli shock della regione.

Dai chip alle molecole: la fragilità delle materie prime

Oltre all’energia, la crisi colpisce anche le materie prime. Tre esempi sono emblematici: elio, bromo e zolfo.

Il Qatar produce circa un terzo dell’elio mondiale, fondamentale per il raffreddamento nei processi industriali e nella produzione di semiconduttori. Dopo attacchi a infrastrutture energetiche, i prezzi sono aumentati.

Il bromo, essenziale per l’elettronica, arriva in gran parte da Israele, mentre lo zolfo – cruciale per la produzione di rame – transita per circa il 50% attraverso Hormuz. Il rame, a sua volta, è la base di tutta l’infrastruttura elettrica necessaria all’AI.

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