Anthropic e OpenAI, il marketing dietro l’allarmismo
Anthropic, il potere dell’AI resta ai fondatori: chi governerà davvero le tecnologie di frontiera?
Anthropic vuole quotarsi in Borsa, aprire il capitale agli investitori e raccogliere le enormi risorse necessarie alla corsa all’intelligenza artificiale (AI), ma il controllo della società dovrebbe restare saldamente nelle mani dei suoi sette fondatori.
Secondo quanto pubblicato dalla testata The Information, ripreso da Reuters e TechCrunch, la società guidata da Dario Amodei starebbe chiedendo agli azionisti di approvare una nuova classe di azioni che garantirebbe ai cofondatori complessivamente il 50,1% dei diritti di voto sulle principali decisioni societarie.
Anthropic non ha ancora commentato pubblicamente il progetto, ma a quanto si apprende, la struttura rimarrebbe valida finché almeno tre dei sette conserveranno una partecipazione minima.
Il dato più interessante, si precisa negli articoli, è che ciascun fondatore possiederebbe circa il 2% dell’azienda. Le nuove azioni non attribuirebbero maggiori diritti economici: servirebbero essenzialmente a conservare il controllo. Un qualcosa di già visto in altre società tecnologiche di grande peso come Palantir, Meta, Alphabet, Snap, Reddit, Coinbase.
La questione, quindi, va molto oltre una IPO: riguarda chi avrà il potere di decidere sullo sviluppo di tecnologie, che le stesse aziende produttrici descrivono come potenzialmente capace di provocare conseguenze economiche, sociali e geopolitiche enormi.
Il paradosso Anthropic
La posizione di Anthropic presenta una tensione difficile da ignorare. L’azienda sostiene da anni che l’intelligenza artificiale avanzata è in grado di creare rischi sistemici e che le decisioni sulla sua evoluzione devono quindi essere prese con particolare prudenza. Anthropic definisce infatti la propria missione come lo sviluppo responsabile dell’AI avanzata “per il beneficio di lungo periodo dell’umanità” e si è costituita come Public Benefit Corporation.
Ora, però, una parte consistente del potere necessario a prendere quelle decisioni potrebbe essere concentrata proprio nelle mani dei fondatori.
La spiegazione più semplice è la seguente: proteggere la missione originaria dell’azienda dalle pressioni dei mercati finanziari. Una società quotata deve rispondere anche ad azionisti che potrebbero chiedere crescita, profitti e accelerazione commerciale. Una struttura multi-voto consentirebbe invece ai fondatori di privilegiare investimenti nella sicurezza anche quando penalizzassero i risultati finanziari di breve periodo.
Ma esiste anche un serio problema di democrazia: come controllare chi controlla la tecnologia?
Quando la sicurezza diventa potere
Il caso Anthropic evidenzia una trasformazione più ampia, perché le aziende dell’AI di frontiera non vendono più soltanto software: controllano modelli capaci di scrivere codice, utilizzare strumenti, analizzare grandi quantità di informazioni e svolgere attività sempre più autonome. Governi, amministrazioni, imprese e infrastrutture critiche possono progressivamente dipendere da questi sistemi.
Il potere che ne deriva non è soltanto economico, è anche informativo e negoziale. Più una tecnologia viene considerata contemporaneamente indispensabile e pericolosa, maggiore diventa il peso di chi possiede le competenze necessarie per svilupparla, valutarla e limitarla.
Qui emerge una domanda scomoda: la narrativa della sicurezza può trasformarsi anche in uno strumento di consolidamento del mercato? Ovviamente non stiamo dicendo che i rischi denunciati da Anthropic siano inventati, ma proponiamo una riflessione molto seria sul rischio che sicurezza e interesse industriale possono convergere. Regole molto severe possono ridurre questi rischi, ma possono anche favorire chi possiede già miliardi di capitale, data center, ricercatori e infrastrutture necessarie per rispettarle.
L’azienda che costruisce la tecnologia può così diventare contemporaneamente quella che descrive il pericolo, propone le modalità per controllarlo e offre gli strumenti necessari a farlo. Su questo è stato chiaro Volker Türk, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani: “Nessun Paese può governare questa tecnologia da solo. Nessuna azienda dovrebbe poter decidere autonomamente quali rischi il mondo debba accettare“.
Il caso OpenAI: una governance diversa, lo stesso problema di accountability
Il problema non riguarda soltanto Anthropic. OpenAI presenta una struttura societaria formalmente molto diversa, ma pone interrogativi simili sul rapporto tra potere tecnologico e interesse pubblico. Dopo la ricapitalizzazione completata nel 2025, OpenAI Group è una Public Benefit Corporation controllata dalla OpenAI Foundation, organizzazione non profit che possiede diritti speciali di governance: la Foundation nomina tutti i componenti del board di OpenAI Group e può sostituirli. Detiene inoltre il 26% del capitale della società. Non siamo quindi davanti al modello Anthropic, nel quale i fondatori starebbero cercando di garantirsi direttamente la maggioranza dei voti, ma una governance definita mission-driven non equivale automaticamente a un controllo pubblico o democratico.
È infatti OpenAI a costruire buona parte dell’architettura attraverso cui vengono individuati e misurati i rischi dei propri modelli. Il suo Preparedness Framework stabilisce categorie di rischio, soglie, valutazioni e salvaguardie; il Safety Advisory Group valuta il rischio residuo e formula raccomandazioni alla leadership sull’adeguatezza delle protezioni e sulle decisioni di distribuzione. A un livello superiore interviene il Safety and Security Committee della Foundation, che esercita la supervisione sulle pratiche di sicurezza dell’intero gruppo.
È qui che nasce la questione dell’accountability: chi sviluppa la tecnologia contribuisce anche a definire il pericolo, misurarlo e stabilire quali salvaguardie siano sufficienti per immetterla sul mercato.
OpenAI ha inoltre formalizzato nel 2026 un Frontier Governance Framework che affronta rischi cyber, CBRN, manipolazione e perdita di controllo e collega le proprie procedure interne anche agli obblighi emergenti dell’AI Act europeo e della normativa californiana. È un passo verso maggiore trasparenza, ma non risolve una questione fondamentale: quale parte della valutazione del rischio debba rimanere nelle mani delle aziende e quale debba invece spettare ad autorità ed evaluator realmente indipendenti.
L’enfasi sui rischi estremi può aumentare l’influenza politica delle Big Tech?
Da qui emerge una seconda domanda. Quando OpenAI e Anthropic avvertono che sistemi sempre più potenti potrebbero produrre conseguenze catastrofiche, non abbiamo elementi per concludere quanto questi allarmi siano ‘reali’ o quanto frutto di ben costruite operazioni di marketing. Entrambe le aziende hanno investito concretamente nella costruzione di framework di sicurezza e valutazione, ma la narrativa del rischio produce inevitabilmente anche conseguenze economiche e politiche.
Un’inchiesta dell’Associated Press pubblicata dal Los Angeles Times ha raccolto le critiche di ex funzionari e ricercatori secondo cui l’enfasi sui rischi estremi può aumentare l’influenza politica dei grandi laboratori e contemporaneamente spostare l’attenzione da problemi già osservabili: cybersecurity, sorveglianza, utilizzi militari e impatto dei data center in chiave energetica, ambientale e sociale.
Il punto, allora, non è stabilire se l’allarme sia vero o falso, è chiedersi chi debba avere l’autorità per stabilire quanto una tecnologia sia pericolosa e quale livello di rischio la società debba accettare o meno. Perché più l’AI viene rappresentata contemporaneamente come indispensabile e potenzialmente incontrollabile, maggiore diventa il peso politico delle poche aziende che possiedono capitale, chip, data center, modelli e competenze necessarie per svilupparla.
Standard di sicurezza complessi possono essere indispensabili, ma hanno anche costi elevati che i grandi laboratori sono molto più attrezzati a sostenere rispetto a startup, università e concorrenti più piccoli. La sicurezza rischia così di produrre un paradosso: proteggere la società dall’AI e, nello stesso tempo, rafforzare la concentrazione del mercato dell’AI.
OpenAI e Anthropic diventano allora qualcosa di più di imprese tecnologiche: diventano interlocutori di governi, autorità di sicurezza e regolatori nella definizione delle regole applicabili alla stessa tecnologia che stanno costruendo.
I due giganti, in compagnia di Google e SpaceXAI, sono state citati in una causa depositata presso la Corte distrettuale federale del Northern District of California, con l’accusa di aver costruito un ‘cartello della sicurezza’: le società avrebbero raggiunto un’intesa per rallentare congiuntamente lo sviluppo dei rispettivi sistemi di intelligenza artificiale, violando le norme antitrust statunitensi.
Se l’AI diventa infrastruttura, dove sono gli Stati?
La questione non è stabilire se Dario Amodei o gli altri fondatori siano affidabili, perché un sistema destinato ad avere “conseguenze pubbliche” non dovrebbe dipendere dalla fiducia personale nei suoi amministratori. Per questo servono istituzioni capaci di verificare dall’esterno ciò che accade.
In Europa l’AI Act rappresenta il principale tentativo di costruire questo livello di controllo. Per i modelli di intelligenza artificiale general purpose impone obblighi di documentazione e trasparenza; per quelli classificati a rischio sistemico aggiunge valutazioni dei modelli, mitigazione dei rischi, comunicazione degli incidenti e misure di cybersecurity.
C’è da mettere in chiaro, in soldoni, che in caso di danni o reati commessi dagli agenti AI (di cui la stampa ci informa ormai quotidianamente), sono i fornitori di queste tecnologie che dovrebbero essere ritenuti legalmente responsabili di quanto accaduto.
C’è poi da valutare l’effettiva capacità delle autorità pubbliche di controllare aziende tecnologicamente e finanziariamente potentissime. Il caso Anthropic mostra quindi qualcosa di più grande di una particolare architettura azionaria. Mentre discutiamo di agenti AI sempre più autonomi, potrebbe essere in corso anche un vero e proprio trasferimento di potere: non dalle persone alle macchine, ma dagli Stati e dalle istituzioni verso le organizzazioni private, che quelle macchine progettano, possiedono e controllano.
Probabilmente è su questo che i decisori politici e le istituzioni democratiche dovranno iniziare a misurare la propria capacità di intervento. Come ci ha spiegato il Professore Giuseppe Italiano in un’intervista rilasciata a Key4Biz: “l’autonomia pericolosa non comincia quando la macchina è “abbastanza intelligente”. Comincia quando le diamo margini d’azione più ampi di quanto siamo in grado di sorvegliare. E la responsabilità, di conseguenza, non va cercata nell’agente AI, ma in chi ha progettato, o non ha progettato, quei margini”.
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