Svolta a Damasco: gli USA prendono in mano il petrolio siriano per riaccendere il Paese

Dopo oltre un decennio di guerra devastante, buio pesto nelle città e sterminate code ai distributori, la Siria tenta una mossa disperata per rialzarsi: riattivare i propri pozzi di petrolio. Ma la vera sorpresa è chi c’è oggi al tavolo delle trattative. La bandiera americana ora sventola accanto a quella siriana sugli impianti di Rmeilan, segnando un ribaltamento drammatico e imprevisto degli equilibri in tutto il Medio Oriente.

L’accordo venticinquennale sui pozzi del Nord-Est

La Syrian Petroleum Company (SPC) ha siglato un’intesa della durata di 25 anni con la società statunitense HKN Energy un operatore americano specializzato nelle operazioni in Kurdistan. Il piano prevede la riabilitazione e la gestione dei giacimenti di Rmeilan, situati nella provincia orientale di Hasakah, vicino al triplo confine tra Siria, Turchia e Iraq.

I numeri mostrano tutta l’urgenza di questo intervento. Durante gli anni di guerra, l’estrazione nel complesso di Rmeilan era crollata di oltre l’85%, lasciando le famiglie al freddo e l’economia nazionale senza la sua prima fonte di entrate.

Oggi i giacimenti producono solo 80.000 barili al giorno. L’obiettivo fissato dall’intesa è di salire a 250.000 barili al giorno entro il 2027-2028. Raggiungere questo traguardo significherebbe superare i livelli precedenti al 2011 e restituire al Paese la capacità di soddisfare il proprio fabbisogno interno.

Ieri nemici giurati, oggi partner: come cambia il rapporto con Washington

Per capire la portata di questa svolta bisogna ricordare il recente passato. Sotto il regime di Bashar al-Assad, il rapporto tra gli Stati Uniti e la Siria era dominato da sanzioni durissime, embargo economico e ostilità aperta.

La presenza militare americana nell’est della Siria serviva a combattere l’ISIS e a proteggere le risorse energetiche insieme alle forze curde (SDF). Per il regime di Assad si trattava di un’occupazione abusiva; per Washington, Damasco era uno Stato canaglia legato a doppio filo con l’Iran.

La caduta di Assad ha cancellato questo muro di incomunicabilità. Il nuovo governo siriano e le autorità americane non si guardano più attraverso il mirino. Si siedono invece attorno a un tavolo per firmare intese commerciali e attrarre capitale privato.

Resta un’evidente ironia della storia: proprio gli Stati Uniti, che con il sistema sanzionatorio avevano isolato il settore energetico siriano, inviano oggi ingegneri e tecnici per ricostruire la spina dorsale economica del Paese.

Petrolio nella zona orientale della Siria

Impatto economico pratico: cosa cambia per i cittadini

Lasciando da parte i massimi sistemi geopolitici, questa collaborazione ha conseguenze immediate e concrete sulla vita di tutti i giorni:

  • Stop al razionamento del carburante: l’aumento dell’estrazione permette di rifornire i distributori e di far ripartire la rete dei trasporti.
  • Meno spese in valuta estera: la Siria non deve più prosciugare le casse dello Stato per acquistare petrolio dall’estero a prezzi stellari.
  • Lavoro e formazione sul campo: l’arrivo della società americana porta occupazione diretta per tecnici e ingegneri locali, sostenendo l’economia dell’area di Hasakah.

Inoltre, il piano della SPC include la manutenzione della raffinaria di Baniyas per portarne la capacità a 130.000 barili al giorno e il progetto per realizzare una nuova raffineria nazionale.

I numeri del rilancio energetico

Indicatore Periodo Pre-Guerra (Ante 2011) Fase di Crollo e Conflitto Obiettivo Piano HKN Energy
Produzione Rmeilan ~180.000 – 200.000 barili/giorno ~70.000 – 80.000 barili/giorno 250.000 barili/giorno
Condizioni Impianti Operativi e strutturati Oltre 1.300 pozzi fermi o danneggiati Ripristino e nuove trivellazioni
Ruolo degli USA Sanzioni e isolamento Presenza di contrasto ad Assad Accordo operativo di 25 anni

L’intesa assicura alla Siria la maggioranza dei proventi generati dal greggio, offrendo riserve fondamentali per finanziare la ricostruzione delle infrastrutture nazionali. Lo sfruttamento di questi giacimenti potrebbe dare finalmente alla Siria la spinta finanziaria di cui necessita per dare una spinta alla propria crescita economica.

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Colpo di scena a Ormuz: l’Iran apre ai cacciamine europei. L’Italia finisce in prima linea?

Quancosa potrebbe cambiare per l’Europa nello stretto di Ormuz, con conseguenze particolari, soprattutto per l’Italia. Secondo quanto riporta Bloomberg, l’Iran sta valutando la possibilità di consentire ai paesi europei di rimuovere le mine dallo Stretto di Hormuz, una potenziale marcia indietro che potrebbe rientrare in un accordo volto a normalizzare il traffico marittimo in quella via navigabile e a facilitare i negoziati di pace con gli Stati Uniti.

In pubblico, l’Iran ha ripetutamente affermato che non permetterà a paesi stranieri di partecipare alle operazioni di sminamento in questo punto di transito cruciale per il petrolio e il gas naturale liquefatto. Tuttavia, secondo diplomatici informati sulla questione, che hanno parlato in forma anonima per discutere di informazioni sensibili, nelle riunioni private delle ultime settimane Teheran ha ammorbidito tale posizione.

Questa mossa fornirebbe ai settori della navigazione e delle assicurazioni una garanzia da parte di terzi, di cui c’è grande bisogno, circa la sicurezza dello stretto dopo oltre cinque mesi di conflitto militare, e potrebbe contribuire a dare slancio a più ampi sforzi diplomatici volti a porre fine alla guerra. Nello stesso tempo lo sminamento non è la scorta armata, quindi non implica un’azione militare diretta per una o l’altra parte, ma semplicemente una bonifica della rotta.

Sia il Qatar che il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent hanno affermato martedì che è imminente un accordo di qualche tipo, probabilmente relativo allo Stretto di Ormuz. La via navigabile è emersa come il punto di partenza effettivo per qualsiasi ulteriore negoziazione, con una disputa sulla sua gestione in fase di stallo da mesi.

Qualsiasi missione europea di sminamento dipenderebbe dalla fornitura, da parte dell’Iran, di garanzie di sicurezza per le navi coinvolte e dalla sostenibilità di un eventuale cessate il fuoco, hanno affermato le fonti, aggiungendo che non vi è alcuna garanzia che il piano vada in porto. Richiederebbe inoltre l’assenso del potente Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) iraniano, il ramo delle forze armate che ha guidato gli attacchi contro il traffico marittimo attraverso lo stretto.

C’è ancora disaccordo tra i leader iraniani, ha affermato una delle fonti. Alcuni membri del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche insistono sul fatto che sia la Repubblica Islamica, piuttosto che altri paesi, a doversi occupare della bonifica delle mine marine, hanno spiegato.

Anche la questione della governance dello stretto nel dopoguerra rimarrebbe un punto critico. L’Iran chiede il controllo sulla via navigabile e la riscossione dei diritti per il suo utilizzo — cosa a cui gli Stati Uniti si oppongono fermamente.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato lunedì che l’Iran ha un’«ultima possibilità» per raggiungere un accordo, minacciando di riprendere i raid aerei se non si giungesse a un’intesa. Un accordo dipende probabilmente dall’esito dei colloqui tra l’Iran e l’Oman, che controlla la costa meridionale dello stretto.

Un potenziale accordo per riavviare i colloqui tra Washington e Teheran è stato redatto e fatto circolare tra le parti, ha annunciato martedì il mediatore Qatar, in quella che potrebbe essere una soluzione a breve termine per allentare le tensioni. Bessent ha affermato che un accordo su Hormuz potrebbe arrivare già martedì.

I colloqui tra Iran e Oman si sono concentrati sulla creazione di un nuovo canale centrale attraverso lo stretto, ma secondo alcune fonti la rotta sarebbe minata, il che significa che il successo dell’iniziativa dipenderebbe dai successivi lavori di sminamento dell’area. Qui viene a subentrare l’attività dei paesi europei e, ricordiamo, in primis, dell’Italia, che opera la maggior flotta di cacciamine della NATO.

Cacciamine italiano classe Gaeta

La nostra flotta ha in servizio ben otto navi del genere, per cui sarebbe semplice, ed è stato già discusso, collocarne un paio al servizio della sicurezza dell’area.  Il problema è che in passato l’Iran si era opposto alla presenza di navi di paesi terzi anche europei. Sarebbe curioso che l’Italia, a sua volta ostile all’attività delle proprie navi nel Golfo, vi intervenisse su invito dell’Iran.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sollecitato il Regno Unito e la Francia a ospitare una conferenza internazionale sulla navigazione nello Stretto di Hormuz, ma ora non si prevede che questa abbia luogo finché non sarà in vigore un altro cessate il fuoco e non si sarà dimostrato che può reggere, ha affermato un alto funzionario. Gli europei hanno respinto la richiesta per il timore di poter essere percepiti come sostenitori dell’azione offensiva statunitense, ha aggiunto il funzionario. Il sostegno degli Stati Uniti alla missione di sminamento rappresenta inoltre un cambiamento di rotta, poiché in precedenza Trump si era mostrato scettico nei confronti del sostegno europeo.

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Il Mare delle Filippine diventa una polveriera: così Pechino vuole blindare l’accesso agli Stati Uniti prima dello scontro per Taiwan

Le acque a est di Taiwan si stanno trasformando nel vero incubo tattico della Marina americana.

mentre nel Mar Cinese Meridionale volano cannoni ad acqua e insulti diplomatici tra Pechino e Manila, i vertici militari cinesi stanno preparando una manovra a lungo raggio molto più ambiziosa.

Non si tratta solo di controllare un paio di atolli disabitati. L’obiettivo vero è sbarrare la strada agli Stati Uniti prima ancora che una sola nave da guerra americana possa avvicinarsi a Taipei.

Lo scontro con le Filippine è solo l’inizio

Negli ultimi giorni la tensione attorno allo Scarborough Shoal – chiamato Huangyan Dao dai cinesi – ha toccato livelli mai visti.

Manila ha approvato il Maritime Zones Act per definire i propri confini marittimi in modo chiaro e rigido. In questa mappa i confini internazionali e quelli reclamati dai diversi contendenti

Aree contese nel Mar Cinese Meridionale

La reazione di Pechino è stata immediata e rabbiosa: ha dichiarato la legge del tutto illegale, ha riaffermato la sovranità sull’atollo e ha mandato la Guardia Costiera a sparare con i cannoni ad acqua contro le imbarcazioni filippine per due giorni di seguito.

Per chi osserva la regione con occhio strategico, non si tratta dell’ennesimo battibecco locale per i diritti di pesca.

Questo duello di superficie è la dimostrazione pratica di come la Cina intenda allargare la sua presenza navale verso il Pacifico aperto, oltre le due catene di isole.

Blindare il corridoio a est di Taiwan

Per lunghi decenni il Mare delle Filippine è stato considerato il corridoio naturale attraverso cui la flotta americana e i suoi alleati sarebbero arrivati in soccorso di Taiwan in caso di attacco della Cina continentale.

Ora quel corridoio rischia di chiudersi. Pechino sa benissimo che tentare uno sbarco su Taiwan rimanendo schiacciata nello Stretto la esporrebbe al tiro incrociato delle forze americane e giapponesi.

Per evitare questo scenario, la Marina della Repubblica Popolare vuole posizionare le sue portaerei direttamente a est di Taiwan, in pieno Mare delle Filippine.

In questo modo Pechino punta a costruire una barriera difensiva avanzata. Un vero e proprio cuscinetto marittimo che servirebbe a bloccare o rallentare le navi americane prima ancora che possano affacciarsi sul teatro principale del conflitto.

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La vera funzione delle portaerei cinesi

A differenza di quanto si possa pensare, le portaerei cinesi non servono a lanciare attacchi devastanti sulle città di Taiwan. Per quello scopo Pechino dispone già di una quantità spaventosa di missili balistici e caccia dislocati sulla terraferma.

L’ingresso in servizio della portaerei Fujian, equipaggiata con moderne catapulte elettromagnetiche, risponde a una logica del tutto diversa.

La Fujian è in grado di far decollare aerei radar pesanti come il KJ-600. La nave non agirà quindi come semplice piattaforma d’attacco in stile americano, ma come un grande centro di comando e intelligence galleggiante.

In sostanza, il suo compito principale sarà coprire i movimenti della flotta cinese, disturbare i radar nemici e guidare i missili a lungo raggio lanciati dal continente contro le navi statunitensi.

Il KJ 600

Il fattore americano e i rischi per la flotta di Pechino

Tutta questa architettura ha un unico grande destinatario: Washington.

Se la Cina riesce a presidiare il Mare delle Filippine, la capacità d’intervento diretto degli Stati Uniti viene ridimensionata pesantemente. I comandanti americani si troverebbero costretti a combattere una battaglia sanguinosa in mare aperto solo per tentare di avvicinarsi all’isola.

Tuttavia, il piano di Pechino nasconde parecchie insidie. Uscire oltre la cosiddetta “Prima Catena di Isole” significa allontanarsi dall’ombrello protettivo delle batterie missilistiche montate sulla costa cinese.

Lì davanti, i sottomarini d’attacco americani e i nuovi missili a lungo raggio che il Giappone sta installando sulle sue isole meridionali potrebbero trasformare le portaerei di Pechino in bersagli fin troppo facili.

Attore Strategico Obiettivo Principale nel Mare delle Filippine Mezzi e Tattiche Utilizzati
Cina (PLA Navy) Creare un muro difensivo e bloccare l’arrivo degli USA Portaerei Fujian, aerei radar KJ-600 e difesa integrata
Filippine Difendere i propri confini e scogli territoriali Maritime Zones Act, pattugliamenti e trattato di difesa con gli USA
Stati Uniti e Giappone Mantenere aperte le rotte di soccorso per Taiwan Sottomarini d’attacco, missili antinave e basi avanzate

Spostare il baricentro delle operazioni a est dimostra che la Cina non guarda più soltanto alla conquista dell’isola, ma punta a neutralizzare la superiorità navale degli Stati Uniti nel Pacifico.

Se la guerra per Taiwan dovesse scoppiare, il suo destino si deciderà probabilmente lontano dalle sue spiagge, in mezzo alle acque profonde del Mare delle Filippine e negli accessi la Pacifico. Tutto questo verrà ad essere solo un capitolo di un più ampio scontro che interesserà il controllo di tutto l’enorme Oceano.

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Medio Oriente, la resa dei conti: gli USA smantellano i missili Patriot da Erbil e si ritirano dall’Iraq

Il cielo sopra Erbil, nel Kurdistan iracheno, è diventato improvvisamente più nudo e vulnerabile. Le forze armate degli Stati Uniti hanno iniziato a rimuovere i sistemi di difesa anti-missile Patriot dal complesso militare dell’aeroporto. Si tratta degli scudi usati finora per fermare i droni e i missili dell’Iran e delle sue milizie.

La decisione rientra nel piano di ritirata completo dalle basi irachene fissato per la fine di settembre. Tuttavia, i tempi e la rapidità dello smantellamento inviano un segnale chiarissimo a tutta la regione.

Negli ultimi mesi le batterie Patriot stazionate a Erbil hanno abbattuto oltre il 95% degli attacchi diretti contro l’area. Senza questo scudo, il Kurdistan si ritrova del tutto esposto alla pressione di Teheran. Ma la vera motivazione di questo passo indietro non è solo una scadenza diplomatica. È una precisa scelta di prioritizzazione strategica ed economica.

Scorte al lumicino e scelte dolorose

Negli arsenali americani le risorse iniziano a scarseggiare. Secondo i dati del Center for Strategic and International Studies (CSIS), le scorte di intercettori Patriot si sono ridotte di un ulteriore 10% nell’ultimo periodo, dopo aver già perso oltre la metà delle riserve nelle fasi precedenti del conflitto.

La produzione industriale degli Stati Uniti, stimata dal Foreign Policy Research Institute in circa 600 vettori all’anno, è fortemente provata dalle forniture inviate in Ucraina. Con scorte così limitate, Washington deve decidere chi proteggere. E la scelta è ricaduta su altri alleati.

La logica americana è spietata. Chi non partecipa direttamente all’azione militare o non garantisce una copertura strategica immediata passa in secondo piano. I Curdi, avendo scelto una posizione prudente e non di scontro diretto con Teheran, vengono ora considerati un’area secondaria.

Al contrario, Paesi come la Giordania o gli Emirati Arabi Uniti, e in prima fila l’Arabia Saudita, hanno sostenuto attivamente l’azione americana nel Golfo. Di conseguenza, meritano la massima priorità di copertura militare.

Erbil, capitale del Kurdistan iracheno

Le conseguenze pratiche sull’economia locale

Questa decisione ha ricadute economiche immediate ed estremamente pesanti. La perdita della protezione aerea mina la stabilità del Kurdistan iracheno, una regione ricca di pozzi petroliferi, l’unica dell’Iraq ancora in grado di esportare, che finora aveva attirato capitali esteri grazie a una relativa sicurezza.

Senza la garanzia dello scudo statunitense, il rischio  aumenta vertiginosamente. I costi delle polizze assicurative per gli impianti energetici e per il trasporto merci saliranno alle stelle. Questo rischia di paralizzare l’estrazione e l’esportazione di greggio locale, riducendo l’entrata di valuta pregiata nelle casse di Erbil.

L’amministrazione di Baghdad, guidata dal nuovo premier Ali al-Zaidi, non è riuscita a disarmare le milizie filoirachene. Le recenti incursioni contro i pozzi sauditi hanno spinto Riad a coordinare attacchi di risposta in territorio iracheno insieme agli americani, isolando ancora di più la posizione neutra curda, che all’inizio del conflitto fra Iran e USA aveva rifiutato di intervenire nello scontro.

Il messaggio della Casa Bianca è trasparente. In un contesto di risorse militari limitate, l’ombrello protettivo va garantito solo alle infrastrutture critiche del Golfo Persico. I punti snodo del commercio globale di idrocarburi mantengono la priorità assoluta per la stabilità finanziaria mondiale.

Per Erbil il prezzo della neutralità si traduce in un conto salato. Rimanere fuori dalle alleanze offensive significa dover provvedere da soli alla propria difesa, con un bilancio pubblico locale incapace di sostenere tali costi. L’Iraq non può fornire, neppure da lontano, le garanzie che può dare Washington, anche nei confronti delle milizie sciite irachene. La situazione diventa ancora più complicata nella regione.

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OpenAi: un miliardo di utenti per ChatGpt, è record ma con 7 mesi di ritardo

(Adnkronos) – “I nostri modelli raggiungono ora più di un miliardo di utenti attivi e oltre due milioni di aziende”. Lo ha scritto OpenAi sul suo sito a proposito di ChatGpt, comunicando così ufficialmente un traguardo che poche aziende al mondo possono dire di aver tagliato. Eppure, le stime dell’azienda prevedevano di raggiungere la cifra tonda del miliardo già a inizio anno. The Information sottolinea che il target viene raggiunto con sette mesi di ritardo rispetto alle stime della stessa startup, ma è comunque un record, e il numero di utenti per OpenAI è fondamentale: può essere alla base della valutazione di OpenAI in vista della sua Ipo.  

ChatGpt ha raggiunto un miliardo di utenti in meno di quattro anni, aggiungendone ottocento milioni negli ultimi due. Nessuno aveva mai fatto altrettanto. Nel post di OpenAi si legge che intanto gli utenti usano ChatGpt in modo “più approfondito. Sei mesi dopo l’iscrizione, gli utenti inviano circa il 50% di messaggi in più al giorno e utilizzano ChatGpt per circa il doppio delle tipologie di lavoro”. 

Secondo l’azienda questi dati miglioreranno insieme ai modelli Ai, che saranno in grado di completare “progetti più lunghi” e gestire meglio il lavoro che passa “tra un’idea e il risultato finale”. 

“Il nostro obiettivo non è semplicemente avere più potenza di calcolo, modelli più grandi o prezzi più bassi”, ha detto l’azienda, ma è esattamente quello che ha fatto recentemente rispondendo alle preoccupazioni dei clienti sul costo dei servizi di matrice americana a fronte della concorrenza cinese. OpenAI ha annunciato un taglio dei prezzi su due dei suoi tre modelli più recenti, delal famiglia GPT-5.6. OpenAI ha ridotto dell’80% i prezzi delle Api per Luna, la versione entry-level, portandoli a 0,20 dollari per milione di token in ingresso e a 1,20 dollari per milione di token in uscita. 

Il prezzo delle Api per Terra, il modello di fascia media, scende del 20% a 2 dollari per milione di token in ingresso e 12 dollari per milione di token in uscita. Sol, il modello GPT-5.6 più avanzato, rimane a prezzi invariati.Intanto, il presidente americano Donald Trump ha detto che l’incidente di sicurezza avvenuto in un test di OpenAi (con un network di agenti Ai che ha attaccato la piattaforma Hugging Face tramite Internet) potrebbe spingere la Casa Bianca a nuovi controlli sulla startup. (di Alessandro Pulcini) 

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Digitale, Nobile (Agid): “Con It-Wallet rinnovo patente, Rc auto e tessera elettorale”

(Adnkronos) – Rinnovare la patente di guida, acquistare una polizza RC auto, andare al seggio elettorale con una tessera digitale invece della tradizionale cartacea saranno 3 possibilità aperte dall’IT-Wallet: lo ha annunciato a Key4Biz Mario Nobile, direttore generale di Agid, l’Agenzia per l’Italia digitale. “La sperimentazione è partita formalmente con l’approvazione delle linee guida del sistema IT-Wallet e delle regole pubblicate nella gazzetta ufficiale del 23 luglio scorso: l’emanazione dei regolamenti e delle linee guida pongono le basi per l’avvio della sperimentazione in quanto definiscono il quadro delle regole tecniche, operative e di sicurezza per l’intero ecosistema”, ha dichiarato. 

Nobile ha spiegato che attraverso il wallet pubblico si potrà “richiedere il rinnovo della patente di guida”, mentre attraverso wallet privati si potrà “acquistare una polizza RC auto”. Sulle verifiche degli scrutatori su una tessera elettorale digitale il dg ha detto che “stiamo approfondendo con il ministero dell’Interno le modalità operative, ma la verifica sarà simile a quella oggi operata dalle forze dell’ordine in caso di controllo di una patente di guida sull’app IO”. 

Nobile ha anche specificato che “il ruolo di Agid in questo processo non è quello di sviluppare tecnologie, ma di stimolare l’innovazione, fungendo da facilitatore di un dialogo costruttivo tra il pubblico e il privato. L’approccio adottato in Italia punta, infatti, a fare leva sul settore privato per l’adozione del sistema IT Wallet”. 

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Netflix perde un film da 45 milioni su una scrivania: ora rischia una causa da 105 milioni di dollari

Una copia master digitale senza alcuna crittografia lasciato incustodito su una scrivania e sparito nel nulla. Sembra la trama di una commedia sui furti maldestri, ma è la pura realtà accaduta negli uffici hollywoodiani di Netflix. In gioco c’è “Fortitude”, un kolossal sulla Seconda Guerra Mondiale costato 45 milioni di dollari e interpretato da star del calibro di Nicolas Cage, Ben Kingsley e Ron Perlman. Oggi il gigante dello streaming si ritrova con una richiesta di risarcimento da ben 105 milioni di dollari, abbastanza da rendere il film un discreto successo economico.

Una figuraccia da 45 milioni lasciata sul tavolo

Il produttore svizzero Simon Afram ha impiegato ben sette anni e 45 milioni di dollari di capitale privato per realizzare la pellicola. Il 15 giugno 2026, la sua società consegna un disco rigido contenente il film a Netflix per una visione privata, cioè riservata a pochi critici del colosso dello streaming.

La richiesta inviata allo staff era semplice e chiara: guardare il lavoro, cancellare i file dal sistema di proiezione e restituire il supporto fisico, in modo che nessun altro potesse vedere il film prima dell’uscita ufficiale. Il giorno dopo la proiezione, però, il disco rigido sparisce nel nulla.

Niente attacchi informatici sofisticati o spie industriali degne di una saga di spionaggio. Il file è stato semplicemente dimenticato sopra un tavolo degli uffici di Los Angeles. Per oltre una settimana Netflix rimanda la restituzione del supporto.

Infine, il 25 giugno, un dirigente della piattaforma ammette la clamorosa leggerezza via email: “Purtroppo qualcuno ha rubato parecchi dischi rigidi dalle nostre scrivanie questa settimana”. Magari pensavano di cavarsela così.

Una scena del Film

In un settore economico basato sull’esclusiva temporale e sul controllo rigoroso dei diritti d’autore, perdere la custodia di un’opera non ancora distribuita rappresenta un disastro finanziario. Il rischio continuo che il film finisca da un momento all’altro sui siti di pirateria rende quasi impossibile venderlo ai distributori internazionali.

Le proiezioni di prova con il pubblico avevano registrato un livello di gradimento dell’82%, più che discreto in questo momento. Gli investitori contavano di incassare almeno due volte e mezzo la somma spesa per la produzione. Ora però nessun acquirente intende rischiare decine di milioni per acquistare e pubblicizzare un titolo che potrebbe apparire gratuitamente in rete da un giorno all’altro.

La difesa di Netflix tra scaricabarile e accuse di estorsione

La replica del colosso dello streaming oscilla tra la cavillosa tutela legale e il paradosso procedurale. Netflix sostiene infatti che la responsabilità principale sia dei produttori, colpevoli di aver consegnato un file privo di password o protezioni standard dell’industria cinematografica.

La società ha persino accusato i legali del produttore di tentata estorsione, citando una richiesta danni iniziale di 165 milioni di dollari. Come rimedio, Netflix si è offerta di rimborsare soltanto il valore materiale del disco rigido e di monitorare il web per segnalare eventuali copie pirata. Una risposta che sembra una presa in giro.

Inoltre, la piattaforma ha rifiutato di collaborare con la polizia di Los Angeles dopo la denuncia dei produttori. Per la cordata di investitori si tratta di una risposta inaccettabile che azzera il valore del lavoro svolto.

Altra scena del film

Il paradosso economico: la sbadataggine che crea valore

L’aspetto più curioso riguarda la trama stessa del film. La pellicola narra la vera storia dell‘Operazione Fortitude, il piano di disinformazione con cui gli Alleati ingannarono la Germania nazista prima dello sbarco in Normandia tramite finti carri armati e comunicazioni civetta. Per ironia della sorte, l’opera che celebra la grande inganno bellico è caduta nella trappola della superficialità di un ufficio.

Però, nel bene o nel male, un film storico che magari sarebbe passato non notato ora è sotto le luci della ribalta a livello mondiale proprio a causa di un pasticcio combinato da Netflix. Non tutto il male, apparentemente, viene per nuocere.

Se i file non dovessero finire in rete e la vertenza giudiziaria si risolvesse con un accordo, questo incredibile polverone potrebbe trasformare il film in un enorme successo commerciale. Se invece venisse distribuito illegamente avremmo il primo caso in cui la disattenzione di Netflix distrugge un’opera cinematografica.

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Endesa, +41% di utili nonostante i prezzi bassi dell’energia elettrica in Spagna

(Adnkronos) – Nonostante il prezzo medio del mercato elettrico all’ingrosso in Spagna sia sceso dell’8% su base annua con un valore di appena 73 euro/MWh nel primo semestre, Endesa (gruppo Enel) ha riportato un utile netto in aumento del 41% e ha alzato le stime per il 2026. 

L’Ebitda ha raggiunto circa 3,2 miliardi di euro (+20% rispetto al primo semestre del 2025) con un utile netto ordinario cresciuto a circa 1,5 miliardi di euro (+41% anno su anno). 

La controllata spagnola del Gruppo guidato da Flavio Cattaneo ha rivisto al rialzo il target di utile netto ordinario per il 2026, sulla scia degli ottimi risultati del primo semestre del 2026.  

Aumentano i Capex dei primi 6 mesi del 14% a circa 1.100 milioni di euro, di cui più del 50% nelle reti (in crescita del 38% anno su anno). 

Endesa mantiene una solida struttura finanziaria, con un rapporto Debito Netto/EBITDA pari a circa 1,6x, tra i più solidi del settore. 

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Il grande travaso del risparmio: gli italiani lasciano i conti correnti e tornano sui mercati

Controllo degli investimenti

A fine 2025 la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ha raggiunto 6.487 miliardi di euro, 446 in più in dodici mesi (+7%), secondo le elaborazioni FABI su dati Banca d’Italia. La cifra da sola dice poco: il vero cambiamento sta nella composizione. La liquidità cresce appena, mentre fondi, azioni ed ETF corrono. Dopo un decennio di conti correnti gonfi e fermi, il risparmio italiano ha ripreso a muoversi.

La liquidità cresce poco, i fondi corrono

I numeri del travaso sono netti. Conti correnti e depositi valgono 1.603 miliardi, in aumento di appena l’1,5% sull’anno. I fondi comuni sono saliti a 901,9 miliardi, con una crescita del 6,9% e una raccolta netta che nel 2025 ha quasi triplicato quella dell’anno precedente. L’inflazione degli ultimi anni ha presentato il conto a chi ha tenuto i soldi fermi, e la lezione sembra recepita: il denaro parcheggiato perde valore in silenzio, mese dopo mese.

C’è anche un fattore di contesto che spinge nella stessa direzione. I vecchi porti sicuri non offrono più le certezze di un tempo: come abbiamo raccontato analizzando la fine dei “beni rifugio” nella perma-crisi globale, oro e titoli di Stato hanno smesso di proteggere i portafogli nei momenti di tensione. Se la protezione assoluta non esiste più, tanto vale cercare rendimento: è il ragionamento, pragmatico, che molti risparmiatori stanno facendo.

ETF e fai-da-te: il retail è tornato

Il fenomeno più interessante riguarda gli strumenti scelti. Gli ETF detenuti dai risparmiatori italiani hanno raddoppiato i capitali in cinque anni, superando i 39 miliardi: quote basse in assoluto, ma con il tasso di crescita più alto di tutto il risparmio gestito. In parallelo si allarga la platea di chi investe in autonomia: secondo il Rapporto Consob sulle scelte di investimento delle famiglie, il 67% degli investitori si informa sul web prima di decidere, mentre la partecipazione azionaria diretta resta sotto il 10% del portafoglio complessivo. Margini di crescita enormi, che spiegano perché ogni piattaforma di investimento stia corteggiando il retail italiano.

La generazione entrata sui mercati durante la pandemia, insomma, non è uscita. Ha cambiato strumenti: meno speculazione giornaliera, più piani di accumulo, ETF ed esposizione ai grandi listini.

La piattaforma è la prima decisione di portafoglio

Il travaso passa quasi sempre da un conto di trading online, e qui la scelta dell’intermediario è diventata essa stessa una decisione finanziaria. I confronti editoriali tra i migliori broker online valutano ormai gli operatori su sei parametri (regolamentazione, struttura commissionale, qualità della piattaforma, gamma di asset, assistenza e accessibilità) e riportano un’avvertenza che vale più di ogni classifica: tra il 74% e l’80% dei clienti retail perde denaro con i CFD, gli strumenti a leva più diffusi sulle piattaforme. Commissioni zero non significa rischio zero, e la differenza tra comprare un ETF reale e negoziare un derivato a leva resta la distinzione più importante per chi inizia.

Il ritorno degli italiani sui mercati è, nel complesso, una notizia positiva per un Paese che per anni ha lasciato la propria ricchezza a erodersi sui conti correnti. Ma la velocità con cui il retail si sta esponendo al capitale di rischio richiede una consapevolezza che i dati Consob sulla cultura finanziaria ancora non fotografano. Come sempre, questo è solo un nostro pensiero e non un consiglio di investimento: ognuno usi la propria testa.

 

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Johnson & Johnson offre 5,5 miliardi di dollari per risolvere le cause sul talco

(Adnkronos) – Il colosso farmaceutico statunitense Johnson & Johnson ha offerto 5,5 miliardi di dollari per risolvere decine di migliaia di cause legali che sostengono che i suoi prodotti a base di talco abbiano causato il cancro alle ovaie, ha annunciato l’azienda oggi. L’accordo proposto mira a porre fine a una lunga battaglia legale che ha gravato sull’azienda con sede nel New Jersey per anni. J&J ha affermato che l’accordo copre circa 76.000 cause, rappresentando quasi tutte le cause ancora in corso relative al talco. 

L’azienda nega che i suoi prodotti a base di talco abbiano causato il cancro, ma ha interrotto la vendita del suo borotalco per bambini a base di talco negli Stati Uniti e in Canada nel 2020. Il vicepresidente per il contenzioso ha affermato che le accuse “sono prive di fondamento scientifico”. “Questa risoluzione consente all’azienda di lasciarsi alle spalle questa vicenda e di rimanere concentrata sulla sua missione di sviluppare farmaci e dispositivi che salvano vite umane”, ha dichiarato in un comunicato. 

L’azienda ha già raggiunto un accordo nella maggior parte delle cause in cui si sosteneva che il suo talco contenesse tracce di amianto, ritenuto responsabile del cancro. Deve inoltre affrontare una causa nel Regno Unito per accuse simili, presentata nel 2025. Secondo lo studio legale che rappresenta circa 3.000 querelanti, la richiesta di risarcimento “è stimata in oltre 1 miliardo di sterline” (1,3 miliardi di dollari). I querelanti affermano che loro stessi o un membro della loro famiglia hanno sviluppato forme di cancro ovarico o mesotelioma dopo aver utilizzato il talco per bambini della J&J. 

economia

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