ICE Acting Director Todd Lyons to Resign

Federal officials announced the Immigration and Customs Enforcement (ICE) acting director, Todd Lyons, is set to resign at the end of May. 

Homeland Security Secretary Markwayne Mullin revealed Lyons’ impending resignation, stating, “We wish him luck on his next opportunity in the private sector.”  

A reason behind the resignation was not given. His departure coincides with new DHS leadership after former Secretary Kristi Noem was fired by President Trump. 

At this time, it is unclear who will replace Lyons. 

https://www.securitymagazine.com/articles/102238-ice-acting-director-todd-lyons-to-resign




L’acquisizione di Globalstar un business rischioso per Amazon. Apple il vero vincitore?

Acquisendo Globalstar, Amazon ottiene il controllo di una serie di satelliti, preziose frequenze radio e licenze globali, elementi essenziali per entrare nel nascente mercato della telefonia mobile satellitare. Ma il vero vincitore di questo accordo da 11,6 miliardi di dollari potrebbe essere Apple. Lo scrive l’agenzia di stampa francese Agefi.

Amazon sta accelerando la sua battaglia satellitare, puntando a dominare il mercato strategico della telefonia mobile satellitare “direct-to-cell”, ma non senza rischi. Il gigante dell’e-commerce ha annunciato martedì 14 aprile la firma di un “accordo di fusione definitivo” per acquisire l’operatore satellitare americano Globalstar, valutandolo 11,57 miliardi di dollari (9,81 miliardi di euro). Amazon offre fino a 90 dollari per azione dell’operatore, in contanti o in azioni. La transazione dovrebbe concludersi nel 2027, subordinatamente al verificarsi di determinate condizioni sospensive.

Frequenze radio e licenze globali

Con questa acquisizione, Amazon si assicura l’accesso alle preziose risorse di Globalstar:

  • le sue ambite frequenze radio in banda L e S,
  • le licenze globali e una costellazione esistente di 24 satelliti in orbita terrestre bassa (LEO) e una rete di stazioni di terra.
  • Questa acquisizione consente ad Amazon di accelerare l’implementazione della sua rete, evitando al contempo le lunghe procedure normative associate all’assegnazione delle frequenze.

Integrando le risorse di Globalstar con le future generazioni di satelliti LEO di Amazon, l’azienda fondata da Jeff Bezos sarà in grado di estendere i suoi servizi internet satellitari, ancora in fase embrionale, alla connettività mobile. Questa connessione “direct to cell” consente di collegare direttamente i satelliti agli smartphone senza utilizzare un’antenna terrestre. Finora limitato agli usi di emergenza, questo approccio sta diventando uno standard per la connettività che integra le tradizionali reti mobili.

Globalstar fornitore del servizio SOS Emergenza di Apple

Questa è la specialità di Globalstar: l’azienda è nota per aver fornito la tecnologia alla base della funzione “SOS Emergenza” di Apple, con i suoi 24 satelliti in orbita terrestre bassa. Verso la fine dello scorso anno, l’azienda ha annunciato che una nuova rete in fase di sviluppo, supportata da Apple, avrebbe portato tale numero a 54 satelliti, inclusi alcuni satelliti di emergenza.

Amazon è davvero la vera vincitrice di questo accordo?

Ma non è privo di rischi. Amazon scommette sulla crescita del mercato della telefonia mobile satellitare, il che è tutt’altro che scontato.

Inoltre, Jeff Bezos è rimasto indietro rispetto al suo rivale dichiarato, Starlink, fondata da Elon Musk, leader nel settore dell’accesso a Internet via satellite. Dopo aver lanciato i primi satelliti di prova nell’ottobre 2023, Amazon ha iniziato il dispiegamento della sua costellazione nell’aprile 2025. Il lancio è per ora modesto: attualmente ha solo 200 satelliti in orbita, su un obiettivo totale di 3.200 dispositivi in ​​orbita terrestre bassa entro il 2029. Il suo futuro servizio, chiamato Amazon Leo non è ancora stato implementato su larga scala e non ha una data di lancio annunciata.

Oltre alla rete Globalstar, Amazon Leo prevede di implementare anche il proprio sistema satellitare D2D di nuova generazione “a partire dal 2028” per fornire servizi voce, dati e messaggistica. Amazon Leo intende inoltre stringere partnership “con operatori di rete mobile” per sfruttare alcune delle loro frequenze.

Rimane quindi ancora molto indietro rispetto a Starlink, che gestisce una rete di oltre 10mila satelliti e vanta più di 9 milioni di utenti (internet e direct-to-cell) in tutto il mondo. L’azienda di Elon Musk possiede già 800 satelliti interamente dedicati al direct-to-cell e ha già siglato accordi con operatori su entrambe le sponde dell’Atlantico. Inoltre, nel settembre 2025 Starlink ha acquisito bande di frequenza negli Stati Uniti per 17 miliardi di dollari.

Apple nell’ombra

In realtà, il vero vincitore di questo accordo potrebbe essere proprio Apple, che attualmente si affida a Globalstar per il servizio satellitare offerto sui suoi iPhone. Apple non voleva acquisire Globalstar per intero, ma aveva bisogno che il servizio continuasse a funzionare. A tal fine, nel 2024 Apple ha investito circa 1,5 miliardi di dollari in Globalstar, acquisendo all’epoca una quota del 20% della società.

Lasciando questo accordo ad Amazon, Apple le lascia la pesante responsabilità di effettuare investimenti rischiosi. E questo va benissimo. Amazon ha chiarito nel suo comunicato stampa di martedì che continuerà la sua partnership con il produttore di iPhone per fornire il servizio satellitare su iPhone 14 e modelli successivi, nonché su Apple Watch Ultra 3.

“Ciò significa che i nostri utenti continueranno ad avere accesso alle funzionalità satellitari essenziali di cui hanno bisogno, come le chiamate di emergenza, la messaggistica, Dov’è e l’assistenza stradale, per rimanere al sicuro e connessi anche offline”, ha detto Greg Joswiak, vicepresidente senior del marketing globale dei prodotti di Apple. Questo accordo ha creato un altro perdente: la società di telecomunicazioni satellitari AST SpaceMobile, il cui prezzo delle azioni è crollato dell’11% martedì. Secondo The Information, AST SpaceMobile aveva anche in programma di lanciare un servizio di comunicazione diretta con i telefoni cellulari entro la fine dell’anno, in concorrenza con Starlink Mobile. Tuttavia, a differenza di Amazon tramite Globalstar e presto anche SpaceX, non possiede un proprio spettro di frequenze mobili. AST dipenderà quindi dall’utilizzo di frequenze prese in prestito dai suoi partner operatori di telefonia mobile statunitensi, come Verizon, AT&T e Vodafone.

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L’italiano dei social network

L’italiano dei social network
  • Pubblicato: aprile 2026
  • Pagine: 128
  • ISBN: 9788829035281
  • prezzo: 13,50 euro
  • Carocci editore

Come si scrive sui social network? E come si parla online? Quanto è cambiato il nostro modo di comunicare sul web, dagli albori a oggi? Internet e i social hanno inciso profondamente sull’italiano contemporaneo, introducendo nuovi usi, registri e strategie comunicative.

Dopo un inquadramento del rapporto fra rete e lingua, il volume mette in luce – anche attraverso l’analisi di casi concreti – le principali caratteristiche dell’italiano dei social, le sue dinamiche evolutive e le risorse linguistiche da cui attinge.

Rivolto a studenti, specialisti e appassionati di linguistica e sociolinguistica, offre strumenti efficaci per capire come scriviamo, parliamo e comunichiamo sui social.

Ilaria Fiorentini, insegna Sociolinguistica e Pragmatica e linguistica del testo all’Università degli Studi di Pavia. Si occupa di lingue online, lingue minoritarie, segnali discorsivi e contatto linguistico.

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Stipendio colf e badanti: ecco chi guadagna di più

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Badanti specializzate per la notte: lo stipendio può arrivare a 1.695,99 euro

Ogni anno quanto devono essere pagate colf e badanti non viene deciso “a occhio” o “a sentimento”, ma nasce da un passaggio preciso: associazioni dei datori di lavoro, sindacati e Ministero del Lavoro si siedono allo stesso tavolo e aggiornano i minimi. È quello che è successo anche per il 2026, con una riunione della Commissione nazionale che ha fissato le nuove retribuzioni in vigore dal 1° gennaio 2026, adeguando stipendi e valori di vitto e alloggio all’andamento dei prezzi. In pratica, tutte le cifre di stipendi, paghe orarie e indennità non sono casuali: derivano da un accordo tra le parti e rappresentano i minimi da rispettare nei rapporti di lavoro regolari.

Colf e badanti rientrano nello stesso contratto, ma svolgono funzioni diverse: la colf si occupa soprattutto della gestione della casa, dalle pulizie alla cucina, mentre la badante è dedicata all’assistenza della persona, spesso anziana, con un livello di responsabilità che cresce in base all’autonomia dell’assistito.

Quanto costa una badante convivente nel 2026?

Quando una famiglia decide di affidare le chiavi del proprio quotidiano a un collaboratore – spesso per seguire un genitore anziano o garantire una presenza stabile in casa – la prima bussola per orientarsi è quella tabella dei minimi salariali che dà un prezzo al tempo e alla cura. Si parte dai 908,10 € per un aiuto generico (livello A), una cifra che sale a 958,55 € se si cerca un profilo con un minimo di esperienza (AS). Man mano che le mansioni si fanno più articolate, il valore del supporto cresce: per un collaboratore qualificato (livello B) la base è di 983,16 €, arrivando a 1.053,39 € se l’assistenza è dedicata a una persona autosufficiente (BS).

Il passaggio più evidente arriva quando la cura diventa centrale: per un collaboratore con competenze specifiche (livello C) il minimo è 1.123,63 €, mentre per la figura più diffusa, la badante che assiste una persona non autosufficiente (CS), si sale a 1.193,84 €. Se poi si cercano profili ancora più esperti o con responsabilità elevate, i minimi arrivano a 1.404,51 € (livello D) e 1.474,73 € (DS). Nel complesso, tra la soglia più bassa e quella più alta ci sono 566,63 € di differenza.

Stipendio colf e badanti non conviventi

Non tutte le famiglie hanno bisogno di una persona che viva in casa: in molti casi il rapporto è organizzato su più ore al giorno, ma senza convivenza. Una formula che bilancia supporto e autonomia, regolata da soglie economiche precise che danno valore al lavoro svolto. Si parte dai 702,25 € per un collaboratore qualificato (livello B), cioè una figura che lavora con continuità nelle attività domestiche ma rientra a casa propria a fine giornata.

Se il compito si fa più delicato e si sposta sull’assistenza a una persona autosufficiente (BS), il minimo sale a 737,39 €, mentre per chi mette a disposizione competenze tecniche e specifiche (livello C) la cifra arriva a 814,60 €. In questo scenario, la distanza tra il primo e l’ultimo gradino è di appena 112,35 € al mese: un divario decisamente più sottile rispetto a chi vive sotto lo stesso tetto. È la prova numerica di un patto diverso, dove il costo non riflette la disponibilità totale e notturna, ma la qualità di un intervento mirato, capace di sostenere la famiglia senza però occuparne gli spazi più intimi.

Paga oraria colf e badanti 2026

Quando il supporto in casa non è continuativo ma limitato a poche ore, magari solo in alcuni giorni della settimana, cambia anche il modo in cui viene pagato: non più uno stipendio mensile, ma una tariffa oraria. In questi casi si parte da 6,51 € all’ora per un collaboratore generico (livello A), impegnato nelle attività più semplici, e si sale a 6,76 € se il lavoratore ha già una minima esperienza (AS).

Se si cerca una figura qualificata (livello B), il minimo orario è 7,01 €, che sale a 7,45 € quando l’attività riguarda l’assistenza a una persona autosufficiente (BS). Quando però il lavoro richiede competenze più specifiche, le cifre aumentano: 7,86 € per un collaboratore con abilità particolari (livello C) e 8,30 € per una badante che assiste una persona non autosufficiente (CS). I livelli più alti, legati a profili con maggiore esperienza e responsabilità, arrivano a 9,57 € (livello D) e 9,97 € per un assistente qualificato che segue situazioni più complesse (DS).

Tra la prestazione più semplice e quella più complessa la differenza è di 3,46 € all’ora. Su una giornata di 8 ore significa 27,68 € in più: una distanza che riflette il diverso livello di competenze richieste e la maggiore responsabilità legata all’assistenza.

Quanto costa una badante di notte nel 2026?

È nel silenzio delle ore piccole della notte che l’assistenza si trasforma in un impegno totale, spesso legato a necessità sanitarie o alla sicurezza di chi non può restare solo. Proprio per questo, la soglia del compenso si alza, riflettendo la delicatezza di un compito che non conosce riposo.

Si parte da un minimo di 1.211,38 € al mese per il supporto a una persona autosufficiente (livello BS), ovvero quando la presenza è richiesta ma l’intervento non è costante. Tuttavia, se l’assistito non è autosufficiente (CS), la responsabilità si fa più densa e il minimo sale a 1.372,91 €, prevedendo la necessità di una vigilanza vigile e intermittente. Al vertice della scala retributiva si colloca l’assistente altamente qualificato per persone non autosufficienti, che raggiunge i 1.695,99 € al mese: è la cifra più alta tra quelle previste e segna il livello massimo di responsabilità nel lavoro domestico. Come si vede anche nel grafico, qui non si tratta più solo di garantire una presenza, ma di intervenire con competenze tecniche in contesti complessi e spesso delicati, dove l’assistenza diventa continua e altamente specializzata.

In questo scenario notturno, il divario tra il livello base e quello di massima specializzazione raggiunge i 484,61 € mensili. È una differenza che dà una misura economica al valore del sonno sacrificato e della competenza professionale, perché vegliare su chi è fragile non è solo un lavoro, ma un presidio di sicurezza che merita il giusto riconoscimento.

Quali sono i minimi ufficiali per la notte?

Non sempre di notte serve un’assistenza continua: spesso è sufficiente una presenza in casa, pronta a intervenire solo se necessario. In questi casi si parla di “presenza notturna”, una formula diversa dal lavoro attivo e retribuita con un importo fisso. Il minimo mensile è 811,09 €, uguale per tutti i livelli, proprio perché si tratta di disponibilità e non di attività costante. È la situazione tipica di un anziano autosufficiente che vive da solo e ha bisogno di un punto di riferimento nelle ore notturne: non un’assistenza continua, ma qualcuno che garantisca sicurezza.

Vitto e alloggio colf conviventi

Quando il lavoratore vive in casa, vitto e alloggio sono normalmente inclusi nel rapporto; se però non vengono garantiti, devono essere pagati a parte. Il riferimento sono le indennità giornaliere: 2,33 € per pranzo o colazione, 2,33 € per la cena e 2,00 € per l’alloggio, per un totale di 6,66 € al giorno. Su un mese di 30 giorni fanno 199,80 € (6,66 € × 30). Una cifra contenuta, ma che serve a quantificare in modo preciso costi che, nella convivenza, di solito restano impliciti.

Colf e badanti: tariffe prestazioni particolari

Ci sono casi in cui il lavoro domestico non è continuativo, ma legato a interventi mirati, concentrati in poche ore e spesso più impegnativi. In queste situazioni si applicano tariffe dedicate, più alte rispetto a quelle standard. Per l’assistenza a una persona autosufficiente (BS) il minimo è 8,91 € all’ora, che sale a 10,75 € quando si tratta di un assistente qualificato per una persona non autosufficiente (DS). La differenza è di 1,84 € all’ora: su un intervento di 5 ore significa 9,20 € in più (da 44,55 € a 53,75 €), a riflettere il maggiore livello di competenze richiesto.

Indennità aggiuntive e aumenti

Oltre alla retribuzione base, sono previste maggiorazioni legate a situazioni di lavoro più complesse. Per l’assistenza a persone non autosufficienti si aggiungono 138,54 € al mese per i conviventi, 97,06 € per i non conviventi oppure 0,84 € all’ora nei rapporti a prestazione. Se il ruolo comporta responsabilità particolari o condizioni operative specifiche, si sommano ulteriori 119,66 € mensili o 0,70 € all’ora. A queste si aggiunge una quota fissa di 30,27 € al mese prevista dal contratto. Quando tutte queste condizioni si verificano insieme, l’integrazione complessiva raggiunge 288,47 € al mese (138,54 € + 119,66 € + 30,27 €), incidendo direttamente sul costo finale del rapporto.

I dati si riferiscono al 2026

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Euro digitale, il cloud affidato alle francesi OVHcloud e Scaleway (del gruppo iliad)

Euro digitale, la Bce accelera sull’infrastruttura: il ruolo chiave del cloud sovrano europeo

In un momento in cui l’Europa è chiamata a rafforzare la propria autonomia tecnologica e finanziaria, il progetto dell’euro digitale assume un valore che va ben oltre l’innovazione nei pagamenti. Al centro del dibattito ci sono tre temi chiave: sovranità, resilienza e competitività. In questo scenario, costruire un’infrastruttura digitale basata su tecnologie e operatori europei diventa un passaggio cruciale per il futuro economico e strategico del continente.

Oggi siamo entrati in una fase sempre più concreta e operativa del progetto e si parte proprio da un elemento spesso poco visibile al grande pubblico, ma fondamentale: l’infrastruttura tecnologica. In questo contesto si inserisce la scelta della Banca centrale europea (Bce) di coinvolgere fornitori di servizi cloud europei come OVHcloud e Scaleway (gruppo iliad).

Non si tratta di attori che “gestiranno” direttamente l’euro digitale, né di fornitori di wallet o interfacce per i cittadini. Il loro ruolo è più profondo e forse ‘invisibile’: costruire e gestire l’ossatura cloud su cui poggerà una parte rilevante dell’infrastruttura tecnica dell’euro digitale.

Il loro compito è fornire capacità computazionale e storage distribuiti in data center europei, ambienti cloud certificati e conformi alle normative dell’Unione europea, infrastrutture resilienti e scalabili per sostenere volumi elevati di transazioni, garanzie di sovranità dei dati, con gestione interamente all’interno dell’Unione.

Il cuore tecnico dell’euro digitale: il sistema SEPI

Dal punto di vista tecnico, l’architettura dell’euro digitale sfrutterà il protocollo SEPI (Secure Exchange of Payment Information) e, attraverso la procedura di gara della Bce, Senacor Technologies è stata selezionata per sviluppare questa componente chiave.

Il sistema SEPI è progettato per consentire lo scambio sicuro di informazioni di pagamento tra le organizzazioni coinvolte nel futuro sistema digitale dell’euro.

È qui che entrano in gioco OVHcloud e Scaleway. Il loro compito è fornire capacità computazionale e storage distribuiti in data center europei, ambienti cloud certificati e conformi alle normative UE, infrastrutture resilienti e scalabili per sostenere volumi elevati di transazioni, e garanzie di sovranità dei dati, con gestione interamente all’interno dell’Unione.

In altre parole, non gestiscono i pagamenti, ma rendono possibile che questi avvengano in modo sicuro, continuo e conforme alle regole europee.

Perché il cloud è così centrale

La scelta della BCE di puntare su cloud provider europei risponde a una logica precisa: costruire un’infrastruttura critica e strategica sotto controllo europeo.

Negli ultimi anni, il tema della dipendenza tecnologica da operatori extra-UE – in particolare statunitensi – è diventato sempre più rilevante. Nel caso dell’euro digitale, questa dipendenza sarebbe difficilmente accettabile, considerando che si tratta di una infrastruttura monetaria pubblica, un sistema destinato a gestire dati sensibili su pagamenti e comportamenti economici, un pilastro della futura autonomia strategica europea nel digitale.

Il cloud, quindi, non è solo una scelta tecnica, ma una decisione geopolitica e industriale.

OVHcloud e Scaleway rappresentano, in questo senso, due esempi di cloud sovrano europeo: data center localizzati nell’Ue, governance europea, compliance con il quadro normativo comunitario (inclusi GDPR e future regolamentazioni sui dati).

Le italiane Almaviva e Fabrick per un euro digitale facile e sicuro da usare

Almaviva e Fabrick rappresentano l’unico raggruppamento italiano che si è aggiudicato una gara per la realizzazione dell’euro digitale, regolata dal principio della sovranità europea. In questo contesto l’app e il kit di sviluppo software sono cruciali sia perché delineano il cuore operativo del futuro euro digitale, sia perché supporteranno l’indipendenza nei pagamenti della UE.

L’applicazione consentirà ai cittadini e alle imprese di utilizzare in modo semplice e sicuro la nuova forma digitale della moneta europea, affiancando banconote e monete tradizionali

Ogni componente dell’infrastruttura sarà progettato con criteri di “security by design” e “privacy by design”, per garantire la massima protezione delle informazioni personali e finanziarie degli utenti.

Tempistiche: dal pilota al possibile lancio dell’euro digitale

Dal 1° novembre 2025, il progetto è entrato in una nuova fase operativa successiva alla preparazione. Il calendario indicativo prevede a metà 2027 il possibile avvio di un pilota, se il quadro legislativo sarà completato, mentre entro il 2029 è attesa la potenziale emissione dell’euro digitale.

Tuttavia, la decisione finale resta nelle mani del Consiglio direttivo della BCE e dipenderà dall’adozione del regolamento europeo.

Il nodo politico e regolatorio

Il vero punto critico oggi non è tecnologico, ma politico. Nel 2026 sono ancora in corso i negoziati tra Commissione, Parlamento e Consiglio su aspetti chiave come i i limiti di detenzione per i cittadini, i meccanismi di compensazione per le banche, il modello di distribuzione attraverso gli intermediari.

Senza un accordo su questi temi, lo sviluppo tecnico non potrà tradursi in un lancio effettivo.

Parallelamente, l’Eurosistema sta lavorando anche su aspetti meno visibili ma altrettanto cruciali, come l’accessibilità dell’app dell’euro digitale, l’inclusione di anziani e persone con disabilità, l’usabilità del sistema per tutta la popolazione.

Questo segnala che il progetto non è solo un’infrastruttura finanziaria, ma un servizio pubblico digitale su larga scala.

Un’infrastruttura per l’autonomia monetaria europea (e nei servizi digitali)

La selezione dei fornitori di servizi digitali per il progetto dell’euro digitale non è un dettaglio tecnico, ma un tassello di una strategia più ampia: costruire un’infrastruttura dei pagamenti europea indipendente, resiliente e sotto controllo pubblico.

In un contesto globale dominato da circuiti internazionali e piattaforme private, l’euro digitale rappresenta per l’Europa uno strumento di autonomia monetaria nel digitale, ma anche un modo per rafforzare la competitività del sistema finanziario europeo e un passo verso una sovranità tecnologica concreta.

Il cloud, in questo scenario, diventa la base invisibile ma essenziale su cui poggia l’intero progetto. Senza un’infrastruttura sicura, scalabile e europea, l’euro digitale resterebbe un’idea. Con essa, inizia a prendere forma come una reale alternativa nel futuro dei pagamenti.

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Bruxelles verso regole meno severe sui merger per creare dei Campioni Europei del digitale. Ma basterà?

Una delle principali raccomandazioni di Mario Draghi nel suo report per il rilancio competitivo dell’Europa affidato a Ursula von der Leyen a inizio mandato riguarda la necessità di allentare le regole su fusioni e acquisizioni. L’obiettivo dichiarato è la nascita di Campioni Europei in grado di competere sul palcoscenico globale con i grandi player americani e cinesi, superando la frammentazione e il nanismo delle nostre aziende. Insomma, piccolo non è più considerato belle e la Commissione Ue si sta muovendo in questa direzione.

Merger, in arrivo regole più soft

E così le nuove regole sui merger allo studio in Europa hanno lo scopo di allentare i criteri con cui la Commissione Ue decide se dare disco verde o meno alle fusioni aziendali. Lo scrive il Financial Times, secondo cui la riforma delle norme antitrust allo studio a Bruxelles è una delle più significative dal 2000, epoca in cui le decisioni relative ai merger aziendali erano più focalizzate sulle esigenze dei consumatori che delle stesse aziende.

Uno dei pillar del rapporto Draghi è quello di migliorare la competitività industriale della Ue per tenere il passo di Usa e Cina. Per farlo l’ex premier italiano propone di rendere meno cogenti le regolazioni in materia antitrust.

Troppa frammentazione penalizza la Ue

Draghi sottolinea nel suo report che un ampio numero di aziende a livello nazionale non è in grado di competere contro i pochi, ma grandi conglomerati americani e cinesi. Ed è per questo motivo che Draghi spinge per la nascita in Europa di un nuovo quadro per la promozione di acquisizioni soprattutto un settori come le telecomunicazioni e l’energia.

Secondo la bozza di riforma antitrust citata dal Financial Times, Bruxelles vuole dare maggior peso all’innovazione, agli investimenti, alla resilienza e all’auto sostenibilità del mercato unico europeo nella valutazione delle transazioni di business e delle acquisizioni. Le nuove regole hanno lo scopo di rompere con il passato e di intraprendere una profonda e ambiziosa trasformazione per adattare il tessuto economico europeo alla feroce concorrenza globale.

Crescere peer diventare attori globali

Questo cambio di prospettiva verrà attuato ponendo maggiore enfasi sulla crescita (espansione) delle imprese nei mercati globali. Sebbene le nuove norme mirino a preservare i fondamenti della concorrenza a livello europeo, danno priorità alla possibilità per le imprese europee di crescere ed espandersi per diventare attori globali.

La Commissione europea ritiene che questa situazione possa avere un impatto positivo sull’economia europea. Tuttavia, non mancano voci scettiche su questo ottimismo. Non solo all’interno dell’UE, ma anche negli stessi Stati membri, si teme che questo allentamento possa avere un impatto negativo sull’innovazione e, in ultima analisi, sui consumatori, che potrebbero trovarsi a dover affrontare costi più elevati per gli stessi beni e servizi.

Anche il DNA spinge verso maggior flessibilità nei merger

Anche il Digital networks Act spinge nella direzione di una maggior flessibilità sul fronte delle fusioni, anche se la nascita di grandi player paneuropei nel mondo delle Tlc sembra comunque difficile. Troppo importante il controllo nazionale delle reti e delle frequenze per i singoli governi, che non sembrano ancora pronti a cedere sovranità su questo fronte.

Settore Spazio diverso da Tlc

Diverso il discorso nel settore dello Spazio, dove l’accordo fra Airbus, Thales e Leonardo (noto come il progetto BROMO) per sfidare Starlink con la creazione di un maxi gruppo satellitare europeo è stato siglato a ottobre dello scorso anno. Fissati 18 mesi di tempo per vedere se si riuscirà a chiudere con successo un’operazione davvero molto ambiziosa.

Vedremo se la stessa cosa potrà realizzarsi nel mondo dell’AI, con il venture capita europeo che soffre un gap enorme rispetto a quello made in Usa.

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WIRED Italia perché chiude?

L’editore Condé Nast ha annunciato la chiusura di WIRED Italia. La decisione è stata annunciata ieri emerge dal CEO Roger Lynch, in cui il gruppo editoriale annuncia una serie di interventi sul proprio portafoglio globale per sostenere la crescita e riallocare risorse verso attività più redditizie. La notizia è arrivata proprio durante lo sciopero dei giornalisti in Italia per il rinnovo del contratto giornalistico, una doccia fredda per i colleghi italiani.

Wired Italia e l’uscita dal publishing

Nell’annuncio firmato da Lynch si parla esplicitamente di una “transizione fuori dal publishing” per l’edizione italiana di WIRED. Una formulazione che indica l’uscita dal mercato editoriale nel nostro Paese per la testata internazionale.

Secondo quanto comunicato da Lynch, WIRED Italia, insieme ad altri asset come SELF e alcune edizioni internazionali di Glamour, pesa per poco più dell’1% dei ricavi complessivi del gruppo e resta non profittevole. Una condizione che, nelle parole del CEO, limita la capacità di investire in aree considerate strategiche per la crescita futura.

Gli eventi live rimarranno

Per WIRED i risultati migliori si registrano in Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Medio Oriente, Giappone e Messico. L’edizione italiana, invece, “non ha tenuto il passo con questa crescita”, ha scritto il CEO.

Non si tratta però di un’uscita totale del marchio WIRED dall’Europa. Rimarranno attive le attività di WIRED Consulting e gli eventi live, che saranno gestiti principalmente dal team britannico. Un segnale che il valore del brand viene mantenuto, ma spostato su modelli di business diversi dall’editoria tradizionale.

La decisione arriva in una fase di profonda trasformazione per il settore dei media digitali, sempre più influenzato dall’evoluzione dell’AI e dai cambiamenti nei comportamenti delle audience. Lo stesso Lynch, nella nota, evidenzia come l’azienda stia riorganizzando anche la propria struttura tecnologica proprio per accelerare innovazione e sviluppo di nuovi prodotti.

Nel Regno Unito anche la BBC licenzierà 2mila persone a fronte di spese sempre più elevate per la produzione dei contenuti, diminuiscono le entrate pubblicitarie e soprattutto quelle derivanti dal canone televisivo che copre solo il 65% dei costi.

Citynews licenzia 21 giornalisti

In Italia anche il Gruppo Citynews, uno dei principali editori nativi online con 57 edizioni locali e testate nazionali come Today.it, ha licenziato 21 giornalisti. Lo scorso 23 marzo il Comitato di Redazione e il sindacato Figec-Cisal hanno proclamato 48 ore di astensione dal lavoro dopo la decisione dell’azienda di procedere a licenziamenti e rimodulazioni di rapporti di lavoro, contestate dai lavoratori anche per l’assenza di un confronto preventivo previsto dal contratto.

Dal canto suo, l’azienda ha motivato gli interventi con la necessità di garantire la sostenibilità economica, indicando una crescita dei ricavi pubblicitari non sufficiente a compensare l’aumento dei costi, in particolare quelli legati al personale giornalistico, raddoppiati negli ultimi quattro anni.

In Italia il web diventa la prima fonte di informazione, ma i giornali online non vivono di sole notizie

Eppure, proprio mentre gli editori riducono o ripensano la loro presenza, l’informazione in Italia passa sempre più dal web. I dati dell’Osservatorio Agcom lo certificano: nel primo semestre del 2025 internet è diventato il primo canale informativo per il 55,8% degli italiani, superando la televisione, ferma al 43,2%.

All’interno di questo ecosistema, social network e motori di ricerca giocano un ruolo determinante nell’accesso alle notizie, mentre resta significativa la quota di utenti che si informa attraverso siti e app di brand editoriali.

Appello al Governo per l’editoria online

Se l’informazione oggi passa in larga parte dal web, come certificano i dati Agcom, allora diventa inevitabile aprire una riflessione seria anche sul piano delle politiche pubbliche.

Il Governo non può continuare a sostenere un sistema di incentivi costruito su un modello editoriale tradizionale, mentre le testate digitali – che intercettano la maggioranza dell’audience – restano esposte a una crisi strutturale di sostenibilità.

Non si tratta solo di risorse, ma di riconoscere che il presidio informativo si è spostato online e che lì va sostenuto il livello occupazionale. Senza un intervento mirato, il rischio è quello di assistere a un progressivo impoverimento dell’informazione proprio nel luogo in cui oggi si forma l’opinione pubblica.

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La Giornata Parlamentare. L’Italia alla conferenza su Hormuz. Reggerà il cessate il fuoco in Libano?

La Giornata Parlamentare è curata da Nomos, il Centro studi parlamentari, e traccia i temi principali del giorno. Ogni mattina per i lettori di Key4biz. Per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca qui. 

Iran: è stallo sui negoziati, ma Trump annuncia la tregua in Libano

Mentre a Teheran il capo dell’esercito pakistano Asim Munir ha incontrato funzionari iraniani nel tentativo di estendere il cessate il fuoco in scadenza il 21 aprile che ha interrotto quasi sette settimane di guerra tra IsraeleStati Uniti e Iran, permane l’incertezza sul fatto che l’intensa attività diplomatica possa portare a un accordo. La Casa Bianca si è detta ottimista sulla possibilità di raggiungere un’intesa e ha manifestato la volontà di riprendere presto i colloqui anche se non ci sono ancora informazioni sul luogo o sulla data del secondo round. Sul fronte libanese, invece, dopo una giornata di scambi telefonici con i due leader, Donald Trump ha annunciato il cessate il fuoco anche tra Beirut e Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “hanno concordato che, al fine di raggiungere la pace tra i loro Paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di 10 giorni alle 17.00” (le 23.00 italiane), ha scritto il presidente americano sul suo social Truth

Secondo quanto riportato da un funzionario della sicurezza israeliana, Israele non ha comunque intenzione di ritirare le proprie truppe dal Libano meridionale durante il cessate il fuoco. Martedì, i due Paesi si sono incontrati per la prima volta in 34 anni a Washington con il Segretario di Stato, Marco Rubio ma l’incontro non aveva portato a nulla di fatto. In mattinata, lo stesso Aoun si era rifiutato di parlare direttamente con Netanyahu. Decisivo è stato l’intervento di Trump. “È stato un onore per me risolvere 9 guerre in tutto il mondo, e questa sarà la mia decima, quindi, diamoci da fare e portiamo a termine questa opera”, ha ricordato annunciando di voler invitare Netanyahu e Aoun alla Casa Bianca “per i primi colloqui significativi tra Israele e Libano dal 1983, un periodo ormai lontanissimo. Entrambe le parti desiderano la PACE, e credo che ciò avverrà rapidamente”, ha scritto. 

Intanto l’impatto della guerra inizia a preoccupare seriamente e l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha lanciato l’allarme carburanti: l’Europa ha “forse carburante per aerei sufficiente per circa sei settimane” ha detto il direttore esecutivo dell’Aie Fatih Birol, dipingendo un quadro allarmante delle ripercussioni globali di quella che ha definito “la più grande crisi energetica che abbiamo mai affrontato”, derivante dal blocco del flusso di petrolio, gas e altre forniture vitali attraverso lo Stretto di Hormuz. “Ora ci troviamo in una situazione critica, che avrà gravi ripercussioni sull’economia globale. E più a lungo durerà, peggiori saranno le conseguenze per la crescita economica e l’inflazione in tutto il mondo”, ha poi aggiunto, spiegando che le ripercussioni economiche saranno disomogenee, con alcuni Paesi “più colpiti di altri”, tra cui GiapponeCoreaIndiaCinaPakistan e Bangladesh

“I Paesi che soffriranno di più non saranno quelli la cui voce viene ascoltata di più. Saranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo, i Paesi più poveri dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina”, ha affermato. L’impatto si tradurrà in “prezzi più alti della benzina, prezzi più alti del gas, prezzi più alti dell’elettricità”. Intanto, da Washington il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth in conferenza stampa al Pentagono ha precisato che la Marina degli Stati Uniti “controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di mezzi concreti e di capacità reali”. “Stiamo attuando questo blocco utilizzando meno del 10% della potenza navale americana”, ha spiegato avvertendo Teheran che le truppe in Medio Oriente si stanno “riarmando” e sono pronte a riprendere i combattimenti in caso di fallimento dei negoziati. “Mentre voi scavate tra le macerie delle strutture colpite dai bombardamenti, noi diventiamo solo più forti”. Rivolgendosi direttamente al regime iraniano, ha detto che possono “spostare le cose”, ma così facendo si espongono “all’occhio vigile” americano. 

Oggi c’è la riunione dei volenterosi su Hormuz

Giorgia Meloni vola a Parigi e partecipa alla conferenza sul blocco a Hormuz organizzata da Emmanuel Macron con Keir Starmer e Friedrich Merz. Al centro, c’è una possibile spedizione europea nello Stretto per le attività di sminamento. La presenza a Parigi consente alla Meloni di riaffermare un posizionamento attivo dell’Italia con la coalizione dei volenterosi e di ribilanciare le tensioni con gli Stati Uniti, dopo giorni di attacchi continui del presidente americano Donald Trump contro l’Italia e contro il Papa; l’impegno dei leader europei nello Stretto avverrebbe comunque solo con un cessate il fuoco solido. Un’azione dell’Europa per difendere la navigazione è richiesta urgentemente dagli Stati Uniti tanto che il capo del Pentagono Pete Hegseth fa riferimento ai molti alleati che “parlano molto e non fanno nulla”: “Questa è una via navigabile che il commercio americano non utilizza poi così tanto. Noi non dipendiamo dall’energia proveniente dallo Stretto di Hormuz, ma l’Asia sì, e l’Europa sì, e gran parte del resto del mondo sì”, sottolinea, ricordando che “sentiamo e vediamo i discorsi al riguardo, ma quando quei Paesi erano necessari non erano al nostro fianco”. 

Se la situazione dovesse concludersi, “cosa che crediamo accadrà, allora accoglieremmo con favore l’intervento di altri Paesi a posteriori”, ammette, avvertendo però che “non si può vivere in un mondo in cui ci si affida semplicemente all’America per fare continuamente il lavoro pesante”. Che gli alleati si impegnino attivamente per liberare lo Stretto sin da subito è una richiesta esplicita: “Non ci contiamo, ma sarebbe meraviglioso se mai si concretizzasse”, scandisce Hegseth. In missione a Pechino, il ministro degli Esteri Antonio Tajani si appella alla Cina in un lungo faccia a faccia con l’omologo Wang Yi: “Gli ho chiesto che sostenga con forza le iniziative per portare pace e stabilità in Medioriente e Ucraina, per mettere fine alle guerre, alle troppe morti di poveri civili innocenti e alla crisi energetica ed economica mondiale”. 

Mercoledì, dopo l’incontro con il presidente ucraino Volodomyr Zelensky, la premier Giorgia Meloni è tornata ad appellarsi all’unità non solo dell’Europa ma anche delle due sponde dell’Atlantico, ha ribadito l’importanza che l’Iran non possegga un’arma nucleare e ha lanciato un messaggio tra le righe a Trump: “L’instabilità sta diventando pian piano la nostra nuova normalità ed è in momenti questi che si comprenda come l’amicizia tra popoli fratelli che si sono dati una mano nei momenti più difficili della propria storia faccia la differenza”. Intanto, le opposizioni deplorano un posizionamento “sbagliato” della premier negli anni sullo scacchiere internazionale. Ai microfoni della Cnn, Matteo Renzi sostiene che la Meloni “ha scelto di non rafforzare troppo l’alleanza con Trump, anche perché il rapporto con Trump è stato problematico per l’Ungheria”. E prima ancora, sottolinea il leader di IV, “in tutti i Paesi in cui Trump ha cercato di influenzare la politica, CanadaAustraliaGroenlandia, hanno vinto le forze di sinistra, anche grazie all’effetto Trump. In questo mondo caotico, credo che Meloni sia molto indebolita. E la rottura del rapporto con Trump sarà probabilmente uno dei problemi nei prossimi mesi”. 

Per Elly Schlein, la scelta della premier di smarcarsi da Trump è stata “molto tardiva” e la critica del Pd resta durissima: “Il Governo ha fatto gravi errori in politica estera e i nodi stanno venendo al pettine”, accusa la segretaria, parlando di atteggiamento remissivo nei confronti dell’amministrazione americana. “Meloni ha minimizzato i dazi che danneggiano imprese e lavoratori. Ha legittimato il blitz in Venezuela. Ha impiegato 14 giorni per dire che l’attacco all’Iran era fuori dal diritto internazionale. Siamo l’unico Paese europeo a partecipare come osservatori al Board of peace. E soprattutto non è mai riuscita a scegliere fino in fondo l’Europa, finendo per sabotarla”. E ancora: “Si è detta contraria a superare l’unanimità, mentre si dovrebbe partire subito con le cooperazioni rafforzate. Contraria alla difesa comune. Rallenta sulle rinnovabili che consentirebbero di ridurre le bollette e il ricorso alle fonti fossili, per comprare più gas americano. Scelte che ci rendono dipendenti da Trump. Non è un caso”. 

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Pagare mentre ci si muove. Il digitale e la mobilità italiana

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Il mercato della mobilità in Italia vale decine di miliardi di euro e anche nel 2025 ha continuato a crescere, per quanto non tutti i comparti viaggino, è il caso di dirlo, alla stessa velocità. Questo almeno è quanto emerge dalla ricerca Il mercato della mobilità in Italia nel 2025: strumenti e canali di pagamento digitali condotta dagli Osservatori Innovative Payments e Travel Innovation del Politecnico di Milano con UnipolMove come partner principale. Lo studio analizza ogni anno l’evoluzione del mercato della mobilità nelle sue diverse componenti, con attenzione particolare ai canali di acquisto e agli strumenti di pagamento adottati dagli italiani.

Iniziamo da un costo particolarmente odiato dagli italiani: il pedaggio autostradale, seconda voce per peso economico dell’intero settore, che ha raggiunto i 9,9 miliardi di euro, con una crescita più contenuta rispetto al rimbalzo post-pandemia. Un andamento che è destinato a consolidarsi nei prossimi anni, anche per ragioni normative: il meccanismo di aggiornamento tariffario è sempre più legato agli investimenti effettivamente realizzati dai concessionari, il che dovrebbe limitare aumenti improvvisi, ma anche – è il rovescio della medaglia – rallentare la crescita del mercato.

Prima del pedaggio per dimensioni c’è poi il trasporto aereo, cresciuto del 5% con 230 milioni di passeggeri, trainati soprattutto dai voli internazionali; naturalmente, i recenti eventi geopolitici impatteranno non poco sul 2026, come sappiamo dalle notizie di ogni giorno sui quotidiani. Il trasporto ferroviario segna poi un +3%, con prezzi stabili e una domanda orientata in prevalenza al tempo libero; gli autobus a lungo raggio aumentano del 6%, un ritmo tra i più sostenuti dell’intero settore. Crescono anche i traghetti, anche se più lentamente rispetto agli anni precedenti, e prosegue il trend positivo dell’autonoleggio, legato soprattutto alla mobilità turistica e ai noleggi in prossimità degli aeroporti.

Il Trasporto Pubblico Locale – TPL, e cioè metropolitane, tram e autobus urbani – vale complessivamente 4,1 miliardi di euro. A sostenerlo in questi ultimi mesi sono stati gli aumenti tariffari introdotti in alcune città, oltre ai flussi turistici e alla domanda legata ai grandi eventi. A penalizzarlo, invece, è lo smart working, visto che la riduzione strutturale dei pendolari ha colpito in modo diretto gli abbonamenti mensili e annuali, spostando una parte degli utenti verso un utilizzo più occasionale del servizio. Il mercato dei taxi ha raggiunto 1,53 miliardi di euro, in un contesto in cui la domanda resta in parte insoddisfatta e potrebbe beneficiare di un ampliamento e dell’offerta e di una maggiore efficienza del settore. Per il 2026 le previsioni restano positive: i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina hanno aumentato in modo cospicuo i flussi di passeggeri e la domanda di servizi di trasporto integrato nelle aree coinvolte.

Parcheggi e pedaggi: dove il digitale ha già vinto

Sul fronte della mobilità privata, i segnali più chiari arrivano dai parcheggi e dall’autostrada. La cosiddetta sosta in struttura, cioè i garage tradizionali vicino a stazioni e aeroporti, ha superato 1,3 miliardi di euro con una crescita del 7%, sostenuta dai flussi di passeggeri e turisti. Le strisce blu – i parcheggi a pagamento su strada che chiunque conosce per il fastidio di cercare monete in fondo alla borsa – hanno raggiunto i 795 milioni di euro con un più 2%. Qui la svolta digitale è evidente, visto che la quota di pagamenti non in contanti è passata dall’8% del 2019 al 41% del 2025, grazie alla diffusione delle app dedicate come EasyPark, MyCicero e Telepass e alla sostituzione progressiva dei vecchi parcometri con modelli dotati di POS. Un cambiamento che nei prossimi anni potrebbe accelerare ulteriormente, se le amministrazioni comunali decideranno di ridurre o eliminare le agevolazioni tariffarie per i veicoli elettrici e ibridi, riportando al pagamento una fascia di utenti che fino ad oggi è stata di fatto esentata.

Il telepedaggio, cioè quei dispositivi come Telepass che riconoscono il veicolo al casello e addebitano il costo automaticamente senza fermarsi, rappresenta oggi l’88% di tutto il transato nel settore: è il comparto più maturo dell’intera mobilità italiana, quello che ha completato prima degli altri la transizione verso il pagamento automatico e che funziona ormai da anni.

Sul fronte dei pagamenti in struttura e su strada, vale la pena ricordare che alcune piattaforme consentono oggi di gestire pedaggi, parcheggi e persino rifornimenti di carburante attraverso un unico account. È un modello che si chiama MaaS, Mobility as a Service, e che punta a unificare in una sola app la pianificazione e il pagamento di tutti gli spostamenti, dal parcheggio al treno. Siamo ancora in una fase iniziale, ma la direzione è quella.

Mobilità: Bus, metro e taxi, il digitale avanza (ma il contante resiste)

Nel trasporto urbano e nei taxi il quadro è più sfumato rispetto ai parcheggi e all’autostrada, ma la direzione sembra essere la stessa, in materia di digitalizzazione. I pagamenti digitali nel Trasporto Pubblico Locale sono cresciuti dall’11% del 2019 al 44% del 2025, una progressione non da poco in sei anni. A guidarla è stata soprattutto la diffusione del contactless e dei sistemi Tap&Go, grazie al quale si avvicina la carta di credito o lo smartphone al lettore al tornello o sull’autobus e il sistema addebita direttamente la tariffa corretta. Il sistema è già attivo da tempo in città come Milano, Roma, Napoli e Genova, ma la copertura sul territorio nazionale resta disomogenea e in molte città medie e piccole il biglietto cartaceo o la tessera ricaricabile restano, ancora, le uniche opzioni disponibili.

Nei taxi la quota di pagamenti digitali è salita dal 15% del 2019 al 39% del 2025. Un cambiamento tutt’altro che scontato, accelerato dalla pandemia e dalla pressione delle piattaforme come ItTaxi e Uber che per definizione richiedono il pagamento elettronico. Restano però ancora molte corse pagate in contanti, specie fuori dalle grandi città e tra gli utenti meno abituati agli strumenti digitali. Tutto questo ecosistema di app per pagare, navigare, prenotare e confrontare tariffe gira sullo smartphone: chi si muove molto in città conviene che verifichi di avere un piano dati adeguato. Sul comparatore di offerte mobili di SOStariffe.it è possibile confrontare in pochi minuti i piani tariffari disponibili per trovare quello più conveniente in base al proprio profilo di utilizzo di telefonia mobile.

Anche il canale online per acquistare biglietti TPL e prenotare corse taxi è in crescita, ma rimane distante dai livelli raggiunti dai trasporti a lungo raggio: treni, aerei e autobus a lunga percorrenza hanno ormai una penetrazione online tra il 72% e il 73%, mentre il TPL sconta la natura stessa degli acquisti. Un biglietto del treno si pianifica; un biglietto dell’autobus urbano quasi mai.

Sharing mobility: più noleggi, meno mezzi e operatori in fuga

La sharing mobility, termine che indica tutti i servizi di mobilità condivisa come biciclette, monopattini, scooter e auto a noleggio breve, attraversa una fase che i dati fanno sempre paradossale: la domanda cresce ma l’offerta si contrae. Nel 2024 si sono superati i 50 milioni di noleggi in Italia, con una previsione di 60 milioni per il 2025; nello stesso periodo, però, il numero di operatori attivi è sceso del 24% in tre anni e la flotta complessiva si è ridotta del 15%, arrivando a circa 96.000 veicoli. Sedici capoluoghi di provincia, tra cui Catanzaro, Reggio Calabria, Pesaro e Prato, sono usciti dalla mappa della mobilità condivisa. Il 90% dei noleggi si concentra in dieci città; le uniche cinque che offrono contemporaneamente auto, bici, scooter e monopattini in sharing sono Milano, Roma, Firenze, Bergamo e Torino.

Il comparto più in difficoltà è il car sharing, cioè le auto disponibili a noleggio breve senza conducente, prenotabili via app per pochi minuti o qualche ora, e che fino a qualche anno fa sembravano, per tutti, la mobilità del futuro. Le cose sono andate diversamente. Secondo i dati di Assosharing, ogni veicolo in flotta genera in media una perdita di circa 400 euro al mese tra costi assicurativi, manutenzione e danni da vandalismi. Le flotte di auto si sono ridotte del 17% nei primi mesi del 2025 e diversi operatori hanno abbandonato il mercato o ridimensionato la presenza.

La micromobilità, bici e scooter in sharing, mostra invece segnali più positivi: i monopattini restano il servizio più diffuso con circa il 50% dei noleggi totali, ma anche qui le nuove norme introdotte dalla legge 177 del novembre 2024, che ha reso obbligatori casco, targa e assicurazione, stanno creando problemi applicativi seri agli operatori.

Firenze ha già deciso: dal 1° aprile 2026 niente più monopattini in sharing in città, per la prima amministrazione italiana a fare questo passo. Il bike sharing vola invece in controtendenza, con un più 26% dal 2022, e Bologna è oggi la città italiana con più noleggi per abitante, dato significativo considerando che i monopattini non sono nemmeno presenti.

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Energia, aumenti record per luce e gas dal 2022: i dati ENEA

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

I prezzi dell’energia sono aumentati sensibilmente negli ultimi anni: i dati ENEA mettono nero su bianco l’impennata subita da luce e gas dal 2022 a oggi, con incrementi che arrivano al 100%. Alle conseguenze della prima crisi energetica dovuta al conflitto tra Russia e Ucraina si affiancano oggi quelle della crisi in Medio Oriente, con un effetto a cascata che porta maggiori spese per le famiglie italiane. Il report di ENEA, oltre a certificare gli aumenti, osserva anche come i prezzi all’ingrosso dell’energia in Italia siano tra i più alti in Europa, con forti divari con Paesi vicini come Francia, Germania o Spagna.

In un contesto del genere, risparmiare sulle bollette diventa una priorità: per riuscirci si possono mettere a confronto le offerte luce e le offerte gasdei fornitori sul mercato libero. Con il comparatore di SOStariffe.it è possibile analizzare le offerte di numerose compagnie partner del servizio e individuare le più convenienti.

I dati ENEA: Gas +70% e luce +100% dal 2022

Che le bollette negli ultimi anni siano aumentate parecchio non è solo un’impressione: come dimostrano i dati contenuti nell’analisi sul mercato energetico italiano di ENEA, dal 2022 a oggi i prezzi all’ingrosso dell’energia sono lievitati.

Rispetto al periodo precedente alla crisi energetica del 2022, il gas a livello europeo ha subito un rincaro del 70% e l’energia elettrica del 100%, con percentuali ancora maggiori in Italia e Germania.

La situazione dei prezzi in Italia fa registrare un record negativo: nel nostro Paese l’energia costa di più rispetto alle principali borse europee. Nel caso dell’elettricità, ad esempio, nel 2025 il prezzo medio italiano è stato di 116 €/MWh, quello tedesco di 90 €/MWh, quello spagnolo di 65 €/MWh e quello francese di 61 €/MWh.

Anche sul fronte del gas, i prezzi italiani sono più alti rispetto a quelli europei. La forbice tra il PSV, il prezzo all’ingrosso italiano, e il TTF, il prezzo all’ingrosso della Borsa di Amsterdam usato come riferimento a livello UE, si sta allargando.

Nel 2025 il TTF si è attestato poco sotto ai 37 €/MWh, quasi il doppio rispetto al periodo pre-crisi 2022 e circa 2,3 €/MWh in meno rispetto al PSV italiano.

Consumi ed emissioni stabili, ma cresce la vulnerabilità agli shock geopolitici

L’analisi del mercato italiano ed europeo fatta da ENEA ci dice che nel 2025 sia i consumi sia le emissioni sono stati stabili rispetto all’anno precedente.

Negli ultimi vent’anni i consumi di energia primaria risultano in calo, ma ancora lontani rispetto agli obiettivi fissati dall’UE per il 2030. Per riuscire a centrare l’obiettivo servirebbe una riduzione annua dei consumi di circa il 4%. L’ENEA registra anche forti ritardi nel processo di decarbonizzazione, con una crescita delle rinnovabili inferiore rispetto alle aspettative.

L’insieme di tutti questi fattori rende i mercati europei molto esposti agli shock energetici e agli effetti delle tensioni geopolitiche. A dimostrarlo sono gli aumenti di gas ed elettricità registrati dopo l’inizio del conflitto in Iran e il blocco dei trasporti nello stretto di Hormuz. Solo nel mese di marzo, l’Italia ha dovuto sostenere extracosti pari a 1 miliardo di euro per l’import dell’energia.

Confronto delle tariffe luce e gas contro il caro prezzi

L’attuale crisi energetica è caratterizzata da prezzi di luce e gas particolarmente instabili e sensibili ai cambiamenti del quadro geopolitico. Le incertezze sulla durata e sull’evoluzione del conflitto in Iran si riflettono anche sulle bollette e confrontare regolarmente le offerte dei fornitori di luce e gas sul mercato libero è l’arma più efficace a disposizione delle famiglie italiane per contenere gli aumenti.

Sul mercato sono disponibili sia tariffe a prezzo fisso, da preferire se si desidera adottare un approccio prudente e mantenere stabile il costo della componente energia, sia tariffe a prezzo indicizzato, in base alle quali si paga una cifra variabile ogni mese e legata all’andamento del PUN o del PSV.

Le migliori offerte luce a prezzo fisso disponibili su SOStariffe.it partono da 0,125 €/kWh, con costo della componente energia bloccato per 36 mesi. Per chi preferisce un’offerta a prezzo indicizzato, invece, si parte da 0,145 €/kWh, con adeguamento mensile che segue l’evoluzione del PUN.

Per quanto riguarda il gas, le migliori offerte a prezzo fisso partono da 0,529 €/Smc, con il corrispettivo per la materia prima bloccato per 24 mesi, e le migliori offerte indicizzate partono da 0,527 €/Smc.

Attraverso la comparazione delle offerte di più fornitori si può capire quali sono quelle più convenienti e quelle che fanno risparmiare di più in bolletta. Grazie al comparatore di SOStariffe.it non solo si possono mettere a confronto le soluzioni tariffarie di numerosi fornitori partner, ma si può anche fare una stima dei costi da sostenere per ogni offerta, in base ai propri consumi.

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