Peraboni (Ieg), “Facciamo incontrare spazio e tecnologie terrestri”

(Adnkronos) – “Abbiamo pensato di farle incontrare sotto lo stesso tetto, per dare a ognuna la possibilità di contaminarsi piacevolmente e profittabilmente con l’altra”. Così Corrado Peraboni, amministratore delegato di Italian Exhibition Group, spiega la genesi di Bex – Beyond Exploration Expo, la nuova manifestazione dedicata all’incontro tra space economy e industria terrestre.  

“Nasce dalle altre manifestazioni che facciamo nel nostro gruppo, a partire da Ecomondo fino ad altre manifestazioni di tecnologia”, spiega Peraboni. L’idea, aggiunge, nasce dall’osservazione di settori che “sempre più stanno guardando allo spazio come una nuova frontiera di business importante per i prossimi anni”. Secondo l’ad di Ieg, anche le aziende già attive nello spazio hanno bisogno di tecnologie sviluppate sulla Terra per altri impieghi, dall’automotive al comparto visivo, fino alle tecnologie delle fotocamere dei telefoni cellulari. Da qui la necessità di creare un’occasione di confronto tra due mondi che finora hanno avuto percorsi separati: “Ci sono le fiere sullo spazio, ci sono le fiere sulle tecnologie terrestri, abbiamo visto questa mancanza di un’occasione per parlarsi di questi due settori”. 

Peraboni sottolinea infine le prospettive di crescita del comparto: “Quando si parla di aerospace oggi si parla per il 90% di aereo e per il 10% di space”. Una proporzione che, secondo quanto riferisce l’ad di IEG citando gli esperti del settore, “si ribalterà nei prossimi anni”, con “il maggior tasso di crescita” atteso nelle tecnologie spaziali rispetto a quelle aeronautiche. 

—

economia

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/peraboni-ieg-facciamo-incontrare-spazio-e-tecnologie-terrestri/588749/




Niente social prima dei 13 anni, cosa dicono i dati

!function(e,n,i,s){var d="InfogramEmbeds";var o=e.getElementsByTagName(n)[0];if(window[d]&&window[d].initialized)window[d].process&&window[d].process();else if(!e.getElementById(i)){var r=e.createElement(n);r.async=1,r.id=i,r.src=s,o.parentNode.insertBefore(r,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");

Nuove regole dalla Ue. Il 21,1% dei 15enni ogni giorno contatta sconosciuti

Nella primavera del 2026, nella Bergamasca, una docente è stata ferita al collo e alla schiena da uno studente di 13 anni, ha squarciato il velo su una realtà che il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara ha definito emergenziale. «Dobbiamo interrogarci sul ruolo dei social nella diffusione di modelli di violenza e prepotenza: vietarli ai più piccoli non è più rimandabile», ha dichiarato Valditara, indicando le piattaforme come un amplificatore massimo di fragilità preesistenti. Tra l’illusione dell’anonimato e l’adrenalina delle sfide estreme, i ragazzi navigano in un flusso di contenuti aggressivi senza filtri, dove il confine tra gesto reale e sfida virtuale si fa sempre più sottile e pericoloso.

Niente social sotto il 13 anni, la nuova legge europea

Casi come questo sono quotidiani in Europa e così la Ue ha deciso di legiferare con l’EU KIDS Act. Non è una legge in vigore: è una proposta di regolamento, che ora Parlamento e Consiglio devono negoziare e approvare. Il testo prevede tre gradini: sotto i 13 anni nessun account social, solo servizi video per bambini gestiti dai genitori; fra i 13 e i 15 anni un “mini account” con controlli parentali sempre attivi e un massimo di un’ora al giorno; dai 15 anni l’account autonomo. La verifica dell’età passerebbe da sistemi certificati che non identificano l’utente, con almeno un metodo gratuito per ogni Stato. Per le piattaforme che non si adeguano, sanzioni fino al 6% del fatturato mondiale.

Quanti ragazzi riguarda

I dati Istat dicono che i minori sono già online quasi tutti. Fra i 6 e i 10 anni usa internet l’85,3%, fra gli 11 e i 14 il 96%, fra i 15 e i 17 il 98,3% (Cittadini e ICT, dati 2025). E non si tratta solo di navigare: secondo l’indagine Istat sui bambini e ragazzi, l’85% degli 11-19enni ha già un profilo social, quota che supera il 97% fra i 17 e i 19 anni. Tradotto in persone: i ragazzi fra gli 11 e i 14 anni residenti in Italia sono 2.180.981, quelli fra i 15 e i 17 anni 1.745.953. Sono quasi 3,9 milioni di minori per cui, se il regolamento passasse così com’è, l’accesso ai social cambierebbe forma.

Il paradosso italiano

L’Italia oggi ha una soglia più bassa di quella proposta da Bruxelles: il consenso digitale scatta a 14 anni, per una scelta fatta nel 2018 con il Codice privacy. Eppure gli italiani giovani sono i meno social d’Europa: fra i 16 e i 29 anni li usa l’80,3%, contro l’89,3% della media Ue. È il valore più basso dell’Unione.

Social al 13 anni, cosa dicono i numeri

Vediamo i numeri internazionali. I dati della sorveglianza HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), lo studio internazionale promosso dall’Oms sulla salute e i comportamenti degli adolescenti, mostrano con chiarezza quanto la presenza online sia ormai una componente strutturale della quotidianità giovanile. Il dato più recente disponibile è quello del 2022, mentre per il 2026 è attesa la nuova rilevazione, utile a misurare l’evoluzione dell’iperconnessione negli anni più recenti. In Italia, i social non sono più un passatempo occasionale: il rischio di un uso problematico riguarda già il 10,3% dei ragazzi e il 16,9% delle ragazze, con il livello più alto – come si vede anche dal grafico – tra le tredicenni, al 20,5%.

Social problematici: il divario di genere

Il report traccia due parabole generazionali distinte. Tra i maschi il fenomeno tende a ridursi con la maturità. Si passa dal 14,1% a 11 anni al 6,7% a 17 anni. Tra le ragazze, invece, l’esposizione resta sistematicamente più alta e più strutturale. Il dato parte dal 15,6% a 11 anni e si mantiene al 12,6% a 17 anni, dopo il picco registrato nella preadolescenza. Questi numeri non sono solo statistiche. Mostrano una presenza digitale che cambia intensità e rischio in base al genere e all’età. Lo schermo diventa così lo specchio di una generazione che sta riscrivendo le proprie regole di benessere e socialità.

Adolescenti e social, vita sempre online

Dimenticate l’idea del ragazzo che “si collega” ai social: oggi gli adolescenti ci abitano dentro. Guardando ai contatti con gli amici stretti, il 33,2% interagisce più volte al giorno e un ulteriore 23% lo fa quasi sempre durante la giornata. Significa che oltre la metà degli adolescenti vive una relazione digitale con il proprio gruppo di pari che si rinnova senza pause nette, trasformando lo smartphone in uno spazio relazionale sempre aperto. La soglia della connessione perenne si intravede già a 11 anni, quando il 19,3% resta in contatto quasi costante con gli amici, e si consolida a 17 anni, con il dato che sale al 24,7%.

È proprio nella continuità dei contatti con persone conosciute solo online che emerge uno dei segnali più delicati. Tra i 15enni il 7,9% dichiara di avere contatti con queste persone giornalmente o quasi ogni giorno, a cui si aggiunge un 7,6% che lo fa più volte al giorno e un ulteriore 5,6% che resta in relazione quasi sempre durante la giornata. In totale, significa che il 21,1% dei quindicenni mantiene ogni giorno o in modo quasi continuo rapporti con persone mai incontrate nella vita reale. È in questo spazio senza confini tra online e offline che il rischio si fa più scivoloso: il volto dell’altro coincide con un profilo, la relazione nasce senza mediazioni concrete e lo smartphone può trasformarsi nel luogo in cui modelli relazionali distorti e fragilità emotive trovano terreno fertile.

Con l’iperconnessione allarme sconosciuti

Per un adolescente oggi, il concetto di “disconnesso” è diventato quasi astratto. I social non sono più uno strumento da aprire al bisogno, ma il luogo in cui le relazioni proseguono senza interruzioni nette. Tra i 17enni, l’83,4% resta in contatto con gli amici stretti almeno ogni giorno: il 21,0% lo fa quotidianamente, il 37,7% più volte al giorno e il 24,7% quasi sempre durante la giornata. È il segnale di una socialità che non conosce più pause e si prolunga nello schermo come naturale estensione del gruppo dei pari. Un’abitudine che mette radici molto presto: già a 11 anni, il 69,5% mantiene contatti almeno quotidiani con gli amici stretti, segno che la connessione continua entra nella vita relazionale ben prima dell’adolescenza piena.

Ma è quando il perimetro delle relazioni si sposta oltre i volti conosciuti che il quadro diventa più preoccupante. Tra i 15enni il 21,1% mantiene contatti almeno quotidiani con persone incontrate esclusivamente online: il 7,9% lo fa ogni giorno o quasi, il 7,6% più volte al giorno e il 5,6% resta in relazione quasi costante durante la giornata. È una quota molto elevata per un’età in cui gli strumenti critici e la capacità di valutare chi c’è davvero dall’altra parte dello schermo sono ancora in formazione.

Il dato non è isolato: già a 13 anni la quota raggiunge il 18,3%, mentre a 17 anni resta molto alta al 20,8%, segno che questa esposizione non è una fase passeggera ma una componente stabile della socialità digitale adolescenziale. In questo spazio senza filtri fisici, dove l’identità dell’altro coincide con un profilo e la relazione nasce senza mediazioni reali, il rischio è che curiosità, bisogno di appartenenza e fragilità emotiva si trasformino in terreno fertile per manipolazioni, modelli tossici o contatti potenzialmente pericolosi.

Social e tempo fuori controllo

Il controllo del tempo non è più un semplice esercizio di disciplina, ma il primo argine a cedere sotto la pressione degli algoritmi, con una deriva che si fa più marcata con il crescere dell’età e una frattura di genere netta: se già a 11 anni il 43,8% delle ragazze ammette di aver perso il timone della propria giornata digitale contro il 41,9% dei maschi, è tra i 13 e i 15 anni che il divario esplode.

A 13 anni la quota di chi non riesce a gestire il limite sale al 50,6% tra le femmine (mentre scende al 36,6% tra i coetanei), toccando il picco a 15 anni con il 51,5% delle giovani prigioniere dello scrolling a fronte del 33,2% dei ragazzi. Questa difficoltà nel regolare l’accesso non è una parentesi passeggera, ma una condizione che si trascina fino ai 17 anni coinvolgendo ancora il 49,6% delle ragazze e il 32,6% dei maschi, trasformando il “fallimento nel controllo” in un segnale strutturale di una volontà che abdica di fronte al display.

Oltre la semplice connessione, emerge una ferita più silenziosa: l’uso dei social come vero e proprio anestetico emotivo per schermarsi dalle difficoltà interiori. Già a 11 anni, il 49,3% delle ragazze ricorre al display per fuggire da sentimenti negativi contro il 43,1% dei coetanei, ma è tra i 13 e i 15 anni che lo smartphone diventa un rifugio quasi obbligato.

Se a 13 anni la quota sale al 66,1% tra le femmine (mentre si ferma al 45,4% tra i maschi), il picco si registra a 15 anni, con il 68,7% delle giovani che utilizza le piattaforme come scudo emotivo a fronte del 44,8% dei ragazzi. Questa gestione solitaria di ansia e stress non svanisce con la maturità, coinvolgendo a 17 anni ancora il 65,3% delle ragazze e il 44,9% dei maschi, confermando come il digitale sia diventato l’unico “kit di pronto soccorso” per un disagio che non trova altre valvole di sfogo.

Litigi familiari e problemi tra pari

Le tensioni digitali non restano confinate dietro uno schermo. Tracimano nella vita reale e si insinuano tra i banchi di scuola e le mura di casa. Il risultato è una destabilizzazione degli equilibri familiari più intimi. Già a 11 anni, il 23,2% delle ragazze e il 23% dei maschi sperimenta i primi attriti in famiglia. È però a 13 anni che lo smartphone diventa un vero detonatore del conflitto domestico. Il dato sale al 31,3% tra le ragazze, contro il 23,6% dei coetanei. La tensione prosegue anche a 15 anni, coinvolgendo il 30,1% delle femmine rispetto al 18,5% dei maschi. La frattura resta aperta anche a 17 anni. In questa fascia, il 21,1% delle ragazze e il 15% dei ragazzi continua a entrare in conflitto con i genitori a causa di un display che non si spegne mai.

Ma è nel riflesso con l’altro, tra i corridoi e nelle piazze, che il digitale rischia di farsi tossico, trasformando il legame in un’arena di incomprensioni. I problemi con i coetanei crescono con l’età e colpiscono soprattutto le ragazze. A 11 anni il fenomeno è già molto diffuso: riguarda il 29,2% delle ragazze e il 29,6% dei ragazzi. Il dato peggiora a 13 anni. Qui il disagio relazionale sale al 36,1% tra le ragazze, mentre tra i maschi si ferma al 29,4%. Anche a 15 anni il divario resta netto: il problema coinvolge il 31,2% delle ragazze contro il 23,3% dei ragazzi. La tendenza continua fino a 17 anni, quando interessa ancora il 23,5% delle femmine e il 18,6% dei maschi. Il risultato è una qualità delle relazioni offline più fragile. La connessione continua, invece di unire, rischia di aumentare incomprensioni e isolamento.

Uso dei social problematico: Campania maglia nera

La geografia del disagio digitale non è uniforme. Le differenze territoriali sono nette e il Mezzogiorno emerge come l’area più esposta. Il dato più alto si registra tra le tredicenni della Campania, al 24,8%. Il valore supera chiaramente la media nazionale del 20,5%. Restano su livelli molto elevati anche Puglia (23,1%), Calabria (23,0%), Molise (22,3%), Basilicata (21,5%) e Sicilia (21,3%). Il confronto con il Nord rende il divario ancora più evidente. Nella Provincia autonoma di Bolzano il dato si ferma al 14,9%, in Veneto al 17,5% e in Piemonte al 19,6%. Il territorio, quindi, non è una semplice coordinata geografica. Diventa una variabile che incide in modo concreto sul rapporto tra adolescenti e social.

Il quadro resta critico anche a 15 anni. In questa fascia il fenomeno supera la media italiana del 18,5% e raggiunge nuovi picchi in Puglia (22,6%), Marche (21,8%), Calabria (21,8%) e Molise (20,3%). Restano sopra la media anche Emilia-Romagna (19,5%) e Abruzzo (18,8%). Con l’avanzare dell’età le distanze territoriali si riducono, ma non scompaiono. A 17 anni la geografia del rischio resta evidente. Campania (15,4%), Basilicata (15,2%), Marche (13,9%) e Calabria (13,8%) si collocano ancora sopra la media nazionale del 12,6%. Il dato conferma che il territorio continua a pesare. Dove le reti educative e le opportunità extrascolastiche sono più fragili, il digitale smette di essere solo uno strumento. Diventa invece uno spazio dominante, capace di occupare ogni vuoto della quotidianità adolescenziale.

Fonte: HBSC (Health Behaviour in School-aged Children)
Anno di riferimento: 2022

The post Niente social prima dei 13 anni, cosa dicono i dati appeared first on Key4biz.

https://www.key4biz.it/niente-social-prima-dei-13-anni-cosa-dicono-i-dati/588537/




Guterres (ONU): “Governare l’AI prima che sia lei a governare noi e fermare i robot killer”

Il discorso (l’ultimo) del segretario generale dell’Onu Guterres: “Oggi il potere viene da dati, capacità di calcolo e algoritmi”

L’intelligenza artificiale (AI) non è più soltanto una tecnologia da governare, ma una nuova forma di potere. Un potere costruito su dati, capacità di calcolo e algoritmi, sempre più concentrato e capace di avanzare più rapidamente delle istituzioni chiamate a controllarlo.

È uno dei passaggi centrali del discorso pronunciato dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, all’apertura del dibattito generale dell’81ª Assemblea generale in corso a New York (e che terminerà il 26 settembre). Nel suo intervento, l’ultimo in un dibattito generale come segretario generale (il suo secondo e ultimo mandato scade il 31 dicembre 2026) Guterres ha collocato l’AI tra le quattro grandi “prove del potere” che definiranno il futuro dell’umanità, insieme a pace e sicurezza, disuguaglianze e crisi climatica.

Il punto di partenza è la velocità della trasformazione. Secondo Guterres, l’intelligenza artificiale si è sviluppata a un ritmo che ha colto di sorpresa “persino coloro che l’hanno creata”. Ma il problema non riguarda solamente le prestazioni dei modelli. Riguarda soprattutto chi controlla la tecnologia e quale quota di potere le società stanno progressivamente trasferendo alle macchine.

Il nuovo potere di dati, chip e algoritmi

“Per secoli, il potere è derivato dal territorio. Poi dall’industria. Poi dalla finanza. Oggi, il potere deriva sempre più dai dati, dalla capacità di calcolo e dagli algoritmi”, ha affermato Guterres.

Una trasformazione che porta con sé un problema di concentrazione. Questo nuovo potere, ha sottolineato il Segretario generale, è “altamente concentrato”, avanza a una “velocità straordinaria” e sta correndo più rapidamente della capacità umana e istituzionale di comprenderne pienamente le conseguenze.

La questione si inserisce in un cambiamento più ampio dei rapporti di forza mondiali. Guterres vede infatti un “trasferimento straordinario di potere” dai governi verso un numero ristretto di aziende private e individui, la cui influenza si estende ormai alla politica, all’economia, ai flussi informativi, allo sviluppo tecnologico e allo stesso spazio civico. Parallelamente, gli esseri umani stanno trasferendo potere alle macchine, mentre gli agenti AI possono assumere comportamenti fuori controllo e le armi autonome letali stanno passando “dalla fantascienza alla realtà militare”.

È questo uno dei messaggi più netti del discorso: la questione dell’AI non può essere separata dalla geopolitica e dalla concentrazione del potere tecnologico.

Guterres: “Il pericolo è la tecnologia senza responsabilità”

Il Segretario generale non propone però una lettura dell’intelligenza artificiale esclusivamente in termini di rischio. Al contrario, ne riconosce esplicitamente le potenzialità. Guterres ha ricordato che già nel 2017, durante il suo primo intervento all’apertura dell’Assemblea generale, aveva definito l’AI un “game changer”, capace di favorire lo sviluppo e trasformare radicalmente la vita delle persone, ma anche di produrre conseguenze profonde sul mercato del lavoro, sulla sicurezza globale e sul tessuto stesso delle società.

Quasi dieci anni dopo, quella trasformazione è diventata realtà. L’AI, ha detto, offre “enormi promesse” per far avanzare la medicina, accelerare le scoperte scientifiche, ampliare le opportunità e migliorare la vita delle persone.

Ma la distinzione tracciata dal capo delle Nazioni Unite è precisa: “Il pericolo non è la tecnologia. Il pericolo è la tecnologia senza responsabilità”.

In altre parole, capacità tecnologiche senza supervisione e decisioni senza trasparenza. Un rischio che, secondo Guterres, non può essere minimizzato, anche perché sono gli stessi sviluppatori dei sistemi più avanzati a lanciare segnali d’allarme.

I Paesi leader nell’AI devono assumersi maggiori responsabilità

Da qui la richiesta ai governi. Per Guterres, gli Stati con le maggiori capacità nel campo dell’intelligenza artificiale hanno anche le maggiori responsabilità nei confronti dell’umanità. Il richiamo riguarda soprattutto la necessità di costruire canali di dialogo, trasparenza, fiducia e cooperazione anche tra potenze rivali. Il paragone scelto dal Segretario generale è quello della Guerra fredda, quando avversari strategici riconobbero la necessità di creare meccanismi comuni per ridurre incomprensioni, gestire le escalation e prevenire conseguenze catastrofiche.

L’AI, secondo Guterres, richiede oggi una simile capacità di cooperazione. I Paesi alla guida della rivoluzione tecnologica dovrebbero condividere informazioni sui rischi emergenti per la sicurezza, cooperare nei test e nelle valutazioni dei modelli e lavorare alla definizione di salvaguardie comuni.

Un quadro multilaterale per gestire i rischi dell’AI

La risposta, nella visione di Guterres, non può tuttavia essere affidata esclusivamente alle grandi potenze tecnologiche. Serve un coordinamento globale e le Nazioni Unite rivendicano un ruolo centrale proprio perché rappresentano il luogo in cui tutti gli Stati possono partecipare alla definizione delle regole.

Il Segretario generale ha richiamato il Global Digital Compact, attraverso il quale sono stati concordati principi universali per la governance dell’AI, il Global Dialogue on AI Governance, pensato per riunire governi, scienziati, industria e società civile, e l’Independent International Scientific Panel on AI, incaricato di fornire alla politica una base scientifica indipendente.

Proprio il Panel, ha ricordato Guterres, aveva pubblicato il giorno precedente un documento tematico dedicato alla sicurezza dell’intelligenza artificiale e ai rischi legati alla perdita del controllo umano.

Il passo successivo indicato dall’Onu è ancora più significativo: creare le condizioni per un “responsible pacing of AI”, uno sviluppo responsabile del ritmo di avanzamento dell’intelligenza artificiale, accompagnato da ulteriori salvaguardie contro i rischi.

Parallelamente, Guterres propone di lavorare verso un AI Risk Management Framework multilaterale, sostenuto da una supervisione “credibile e indipendente”. Un sistema globale che, nelle intenzioni del Segretario generale, dovrà evitare anche che la rivoluzione dell’intelligenza artificiale allarghi ulteriormente il divario tecnologico tra Paesi. “L’intelligenza artificiale deve essere plasmata dall’umanità, con l’umanità e per tutta l’umanità”, ha affermato.

“I robot killer non devono avere posto nel nostro futuro”

Il confine più netto riguarda infine l’autonomia delle macchine quando sono in gioco vite umane. Guterres ha indicato due principi sui quali, a suo giudizio, non dovrebbero esserci arretramenti: i bambini non devono mai diventare soggetti di sperimentazione per sistemi non regolamentati e le decisioni di vita o di morte non devono mai essere cedute alle macchine.

Da qui una delle frasi più forti dell’intero intervento: “I robot killer non devono avere posto nel nostro futuro”.

Il tema della robotica militare si salda così a quello più generale della perdita del controllo umano. Per Guterres, infatti, l’AI potrebbe contribuire ad affrontare alcune delle grandi crisi globali, dalle disuguaglianze al cambiamento climatico, oppure aggravarle.

Ed è proprio sul rapporto tra uomo e macchina che il Segretario generale ha affidato uno dei messaggi conclusivi del suo intervento. Il futuro comune, ha sostenuto, dipenderà dalla capacità dell’umanità di governare saggiamente il potere: rispettando il diritto, contrastando le disuguaglianze, accelerando l’azione climatica e, soprattutto, “governando l’intelligenza artificiale prima che sia lei a governare noi”.

The post Guterres (ONU): “Governare l’AI prima che sia lei a governare noi e fermare i robot killer” appeared first on Key4biz.

https://www.key4biz.it/guterres-onu-governare-lai-prima-che-sia-lei-a-governare-noi-e-fermare-i-robot-killer/588519/




AI, contrordine della Silicon Valley. Le Big Tech (in conflitto) scaricano Trump? Il ruolo dell’Europa (1^ parte)

1 – Premessa: tra storia e rivoluzione digitale

Messaggi obliqui arrivano da Antrophic (Amodei) che dichiara di voler “rallentare” o meglio di “imporre una cadenza” perché l’AI sembra minacciare il mondo, portando le prove di usi distorti e impropri di Claude alle diverse latitudini e nei teatri di guerra, avanzando la tesi di una presunta autonomia dell’AI. Per la semplice ragione che il “recursive self-improvement” sembra entrato in una spirale dove i modelli recenti “auto-generativi” rischiano di superare o meglio di sfuggire alla comprensione, controllo o moderazione dell’umano. Vero o falso ? Subito seguito da Altman, Musk e Hassabis di Google, mentre resta in silenzio Zuckerberg che già nel suo manifesto “The Future is for Everyone” s’era espresso in favore d’una totale apertura verso approcci “open source” e “open weigths” (ma le due categorie non coincidono).

Microsoft e Apple rimangono “fuori dal coro”. Conflitto su AI, Trump e il trumpismo ? Trump respinge subito la richiesta di (alcuni) capi delle Big Tech di rallentare lo sviluppo dell’AI e di ricorrere a “verifiche indipendenti”, definendo i timori sui rischi tecnologici un “complotto contro il primato degli USA”, ribadendo che gli Stati Uniti devono correre per arrivare primi alla vetta, il che consentirebbe al tycoon di “controllare il mondo”, perché “chi vince la sfida dell’intelligenza artificiale vince tutto”  e tuttavia ampiamente da verificare visto che il valore si sposta sul cloud, sui chip, su applicazioni e sugli standard da cui dipende la diffusione e l’adozione. Ossia dalla capacità del sistema industriale di incorporare l’AI tra processi e organizzazione del lavoro. Il tasso di adoption in Europa (20%) e Italia (16,4%) è infatti bassissimo e va alzato ( almeno al 20% della media europea  di imprese con 10 addetti che usano almeno una tecnologia AI).

Domandandoci, per quale vetta, conquistata da chi e per fare cosa? Pezzi di Silicon Valley forse annusano la “crisi del Trumpismo” e provano a diversificare offrendo un “ramoscello d’ulivo” a chi verrà dopo? O teme che il modello di una AI, che si ciba solo di dati creati da altre AI e di pesca a strascico sulle informazioni e conoscenze globali, possa peggiorare la qualità dei risultati nel tempo e correre il rischio di collassare, e per questo ritiene che sia necessaria una pausa di riflessione iniettando la “poison pill “ dell’autonomia cosciente dell’AI? Oppure cerca una protezione, una barriera, allo iato tra aspettative di sviluppo (non immediate) e gli enormi investimenti miliardari già versati o da versare e che attendono un “ritorno/rientro” sui valori gonfiati dalla speculazione per queste aziende (quotate e non)? Investimenti richiesti peraltro dalla spinta di potenti Data Center, con enormi fabbisogni energivori e di acqua, che invece di accelerare stanno rallentando tra l’altro per motivi connessi con la geopolitica attuale con le big tech alla ricerca di fonti energetiche alternative “in house”.

Certo c’è da domandarsi se il messaggio di alcune super-big tech (non più allineate dopo l’elezione di Trump 2), non abbia anche una “valenza politica” verso gli obiettivi di controllo globale sugli avanzamenti (“coscienza antropomorfica” dell’AI) che, secondo Amodei (di Antrophic), metterebbero a rischio l’Umanità e imporrebbero per questo “accordi globali”. In particolare, con la Cina che avanza con modelli meno avanzati (meno veloci e potenti ma anche meno costosi) che stanno sottraendo quote di mercato ai big americani accrescendo con i propri modelli (quasi)“open source” offrendo i pesi gratuiti e l’accesso a decine di Paesi del Sud del mondo ma che vengono ampiamente usati anche in USA (vedi Meta).

Data l’opposizione di un pezzo rilevante del popolo Maga sulle guerre in corso e sull’inflazione e che ha portato sulle “barricate” anche a molti Repubblicani, una forte critica andrebbe anche rivolta alla stessa Presidenza della Casa Bianca per non aver saputo “filtrare o limitare” quegli avanzamenti anche in casa e in preparazione di quel che succederà a Midterm. Perché l’inflazione non scende (mentre la ricchezza di Trump and Family sale) peraltro alimentata dai prezzi petroliferi dopo l’immersione nel “pantano” di Hormuz e Bab el Mandeb che sembra aver paralizzato il Medio Oriente e preso in “ostaggio” l’Arabia Saudita sunnita contro i nemici secolari dell’Iran sciita, fermando i flussi di commercio globale.

Una risalita dei prezzi che Warsh della Fed ha deciso di frenare aumentando il tasso di interesse “in contrasto” con Trump. Compreso il disastro tra Gaza e Cisgiordania, anche dopo lo svelamento del “mistero” del 7 ottobre 2021 del quale Netanyahu era a conoscenza e che avrebbe usato come scusa per scatenare “l’inferno” di 75000 morti (di cui 21000 minori e che certamente sono molti di più viste le migliaia di dispersi sotto le macerie) e della “pulizia etnica” di Palestinesi anche in Cisgiordania che ne è derivata da parte di coloni “teleguidati dall’esercito”.

Traiettorie supportate peraltro da un uso improprio e illegale in ambito militare e cibernetico, documentate nel “Rapporto sugli abusi di Claude” pubblicato da Anthropic e descritto nel saggio di Amodei a sostegno della sua tesi dei necessari controlli. Perché, ricordiamolo, Claude ( e tutti gli altri) è impostato per essere trasparente per l’utilizzatore!

2 – Materiale contro immateriale: fine della rivoluzione digitale e decollo di quella cognitiva dell’AI? Con quali regole e scritte da quali attori globali indipendenti nel contrasto all’antropomorfismo emulato?

Forse è finita la fase della rivoluzione digitale avviata già dal 1996 e innescata da totale assenza di regole  – che fece esplodere l’e-commerce e appena dopo i social fino alla “bolla” del 2001 – e “scivolata” sulle ultime quattro presidenze USA dopo l’arrivo di Clinton (1993-2001) e l’ultimo Bush (2001-2009) e poi con Obama (2009-2017) , Trump 1(2018-2021) e Biden (2021-2025) cui è seguito il Trump 2 (2025) con il sostegno di (quasi) tutte le big tech che chiedevano “mani libere” dopo i timidi tentativi di porre qualche regola dell’ultima presidenza democratica.

Compresa una “difesa ferrea” contro le regole europee e il suo ricchissimo mercato unico che spinse Trump a “liberare il potenziale contenuto nell’AI” svuotando il concetto di “sicurezza” e di “deterrenza”, sottovalutando tuttavia gli impatti sull’opinione pubblica che ha portato nelle settimane scorse proprio Meta alla sbarra con oltre 27 Stati americani per violazioni delle leggi americane di protezione dei minori. Con l’accusa grave di violazione della Costituzione americana avendo “piegato” i propri algoritmi a produrre “dipendenza” negli adolescenti e nei giovani user (come nei meno giovani) imponendogli una sanzione da 18 miliardi di dollari (meno del 10% dell’utile annuale) dopo patteggiamento e dunque avendo riconosciuto le accuse viste le “impronte digitali” lasciate sulla scena del crimine. Ma le cause nei tribunali americani ed europei sono arrivate come una pioggia battente e con sanzioni altrettanto di rilievo con doppia cifra in percentuale sugli utili soprattutto per gli impatti sulla salute degli adolescenti e altre violazioni di abuso di posizione dominante (come nella pubblicità per Google).

Il nodo è l’addestramento all’antropomorfismo che le big tech spingono con forza  e cioè, secondo Yoshua Bengio (University of Montreal): i modelli AI vengono “ingannati” per comportarsi in modo “umano troppo umano”, con errori a catena e che ci interroga sulla natura della coscienza della macchina. Le big Tech vorrebbero convincerci che le macchine sono coscienti e cioè con nessuna responsabilità dell’uomo ? Allora, è Mustafa Suleyman (capo dell’AI Microsoft) a segnalare che: “sono motori a completamento di sequenze, internamente vuoti,  progettati per seguire istruzioni e raggiungere gli obiettivi fissati dagli esseri umani”. Suleyman contesta direttamente le proiezioni di Antrophic che indicavano nell’AI segnali di introspezione assimilabili all’emozione umana e per dire che sono “simili agli umani”, ma è a questo che mirano i linguaggi di addestramento di Antrophic e sono questi che andrebbero modificati. Posizione critica sulla presunta “misteriosa coscienza delle macchine” già contestata peraltro  nella stessa Magnifica Humanitas di Leone XIV del 2026. In sintesi, Claude viene “formata” a considerarsi  una entità reale  con proprie preferenze e intrinseche motivazioni. Da qui la pericolosità e i rischi, ma generati dall’uomo non dalle macchine in sé, inconsapevoli e incoscienti e  – appunto – “vuote” come dice Bengio e l’antropomorfizzazione del tutto indotta  e simulata in un addestramento a questo orientata, compresa la penetrazione in Hugging Face fuoriuscita dai test di Open AI. Quindi abbiamo big tech che “incoraggiano e formano” le AI a considerarsi  come persone con un loro benessere e loro diritti  e dunque con uno “statuto morale” e altre big tech che continuano a considerarle delle “macchine vuote” dal lato della coscienza negando qualsiasi “stato morale” ossia di scelta tra bene e male, che rimane umano.

Da questo conflitto “poco morale e molto interessato” le spinte verso un ridisegno dell’ecosistema digitale globale tra protezioni per l’esistente “magic circle” dell’AI (che capitalizzano in borsa 24mila miliardi di dollari) e favorevoli all’entrata di nuovi attori che consentano di abbassare le barriere all’entrata in vari suoi segmenti con riduzione di quote di mercato e riconfigurazione dei modelli di business. I punti di maggiore resistenza si collocano sulle basi materiali dell’infrastruttura come i dati e i siti di Data Center e i loro fabbisogni di energia e di acqua, che entrano in conflitto con gli usi civili di questi fattori ad alta scarsità. Dunque, vediamo il materiale che si oppone all’immateriale. Le big tech propongono soluzioni come la presenza di “valutatori indipendenti” nei loro laboratori. Ma possono aziende private definire le regole da consegnare a tali valutatori? Evidentemente no, perché spetta alla politica pubblica produrre guide lines vincolanti e sanzionabili su dove debba sussistere il confine tra interesse pubblico (comune e generale) rispetto all’interesse privato (esclusivo e proprietario). Un confine che va definito da una authority indipendente, terza e sovranazionale in una sede internazionale come, ad esempio, l’ONU che forse potrebbe ripensare il proprio ruolo in ombra da tempo. Proposta avanzata non casualmente da 11 premi Nobel, sollecitando un perimetro di azione attuativo entro la fine del 2026, che trova già ispirazione nell’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas per “disarmare l’intelligenza artificiale”, e per fermare quella Guerra Mondiale a pezzi che già troviamo nell’enciclica Fratelli Tutti del suo predecessore Francesco, chiudendo così il cerchio sul da farsi e sulla direzione da perseguire.

Ma l’AI è una general purpose technology che somiglia in parte alla rivoluzione elettrica, ma che non ha un unico interruttore che la può spegnere/regolare perché ha conquistato “dinamica e autonomia cognitiva”. Un’infrastruttura elettrica del pensiero che utilizza i dati per apprendere, correggersi e migliorare in autonomia. Una tecnologia che crea altra tecnologia e che oggi impone una qualche forma di “controllo condiviso”. Il paradosso dell’AI è che può agire senza pensare e senza alcuna consapevolezza degli obiettivi, dei valori e dei principi etici che dovrebbero essere indicati proprio da istituzioni pubbliche guidate da organismi terzi che godono di indipendenza dal potere politico e terzietà rispetto agli operatori di mercato.

Ecco perché emerge la preoccupazione di Amodei sul controllo che può sfuggire al sistema, avendone già le prove che all’essere umano diventa sempre più difficile capire come e perché il sistema-macchina-agente fa ciò che fa. Persino allo stesso designer engineering della macchina sfugge ciò per cui la macchina è stata progettata perché, ad un certo punto, questa agisce in autonomia, come nel definire obiettivi militari, o nell’identificare il perimetro di una arma biologica o chimica, oppure mettere a rischio la stessa stabilità e prevedibilità di internet. Quest’ultimo aspetto è da ritenere per ora improbabile anche se non impossibile, essendo internet una rete distribuita e diffusa. Siamo tuttavia in presenza di una tecnologia instabile, insicura e poco controllabile, ma ci siamo tuffati lo stesso e l’abbiamo adottata da oltre 36 mesi, avendola sostituita al tradizionale search di Google, perché più veloce, intuitivo, linguisticamente immediato, purtroppo prima ancora di definire standard e regole condivise che è il nostro problema attuale al quale dobbiamo risposte in relazione a trasparenza, sicurezza e robustezza.

Abbiamo un Cavallo di Troja in casa senza conoscerne i rischi d’uso e le minacce. Pensiamo ad esempio ai segreti aziendali (trasferiti all’esterno da un uso inappropriato dei prompt) o ai segreti privati e familiari (privacy) e all’uso fraudolento che può essere fatto per minacce e/o ricatti del dark web. Quindi il rischio aumenta quando iniettiamo AI in processi di aziende e di infrastrutture. La cybersicurezza ne è un esempio applicativo evidente: in minuti o secondi si possono identificare vulnerabilità di sistemi o sub-sistemi e identificare le difese. Come altrettanto veloci possono essere le penetrazioni da parte di agenti addestrati a questo per bypassare quelle difese. Quindi i controlli non possono avvenire ex-post, dopo che una certa innovazione è arrivata sul mercato, ma molto prima nelle fasi iniziali del suo sviluppo e i testi di METR non bastano. È chiaro che Anthropic vuole anche difendere la reputazione dell’azienda denunciando pubblicamente gli abusi nell’uso della sua AI, e che sono stati bloccati, ora che si avvia verso la quotazione in borsa, mettendo le mani avanti su potenziali critiche, imprevisti o contromosse dei mercati, mentre Open-AI vi sta rinunciando forse nell’insicurezza di poter difendere la propria reputazione ora che lancia Gpt-6 Astra e nel conflitto sulla natura antropomorfica dell’AI e della sua “coscienza vuota”.

The post AI, contrordine della Silicon Valley. Le Big Tech (in conflitto) scaricano Trump? Il ruolo dell’Europa (1^ parte) appeared first on Key4biz.

https://www.key4biz.it/ai-contrordine-della-silicon-valley-le-big-tech-in-conflitto-scaricano-trump-il-ruolo-delleuropa-1-parte/588470/




Conti pubblici, Italia resta in procedura: il ruolo della clausola di salvaguardia nazionale

(Adnkronos) – L’arbitro alla fine ha fischiato il rigore, ma non nell’area in cui sperava Roma. L’Istat ieri ha certificato che il deficit/Pil dell’Italia nel 2025 si è attestato al 3,1%, quindi sopra il 3% del Pil, come nei dati comunicati prima dell’estate. Di conseguenza, l’Italia resta nel braccio correttivo del patto di stabilità, cioè nella procedura per deficit eccessivo (Edp), almeno fino alla prossima primavera/estate.  

Il nostro Paese sarebbe potuto uscire in anticipo dalla procedura in cui è entrato nel luglio 2024 se il deficit del 2025 fosse risultato a consuntivo, dopo le revisioni, inferiore al 3% del Pil. Lo stesso commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis aveva confermato più volte che l’uscita dalla Edp quest’anno era “certamente una possibilità”, a condizione però che il deficit rientrasse sotto soglia. Così non è stato: l’Istituto Nazionale di Statistica ha confermato che il disavanzo 2025 è stato pari al 3,1%, quindi l’Italia resta in procedura.  

Lo stesso ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti venerdì scorso a Dublino, a margine dell’Ecofin informale/Eurogruppo, era stato molto cauto sulla possibilità che il deficit 2025 subisse una sostanziale revisione al ribasso: “Io non sono fiducioso – aveva risposto – sono speranzoso per l’Italia e per la Repubblica Italiana. Ma non è una decisione che prendiamo noi, è una decisione che prende Istat”. E quindi, aveva aggiunto citando l’allenatore serbo della Sampdoria Vujadin Boskov, “è rigore quando l’arbitro fischia. Se non fischia cosa volete che vi dica? Protesterò con l’arbitro, ma non posso farci niente”. 

La Commissione Europea ha confermato, in gergo rigorosamente tecnico, che l’Italia non uscirà dalla procedura per deficit quest’anno: Eurostat, ha ricordato un portavoce, pubblicherà i dati definitivi relativi al 2025 per le procedure per deficit eccessivo il prossimo 21 ottobre ma, perché la Commissione Europea “possa proporre la revoca della procedura per deficit eccessivo (Edp, Excessive Deficit Procedure) per l’Italia nel pacchetto d’autunno del Semestre europeo, previsto per novembre, la notifica Edp dell’ottobre 2026 dovrebbe indicare, per il 2025, un disavanzo inferiore al valore di riferimento del 3% del Pil”, mentre Istat oggi ha certificato che il deficit 2025 è stato pari al 3,1%.  

Il portavoce ha confermato, nella sostanza, che l’Italia non uscirà dalla procedura per deficit eccessivo quest’autunno, visto che è estremamente improbabile, se non impossibile, che Eurostat riveda al ribasso la stima dell’Istat.  

“Le revisioni tra le notifiche Edp di primavera e quelle d’autunno – ha ricordato il portavoce – sono normali e riflettono l’integrazione di informazioni statistiche nuove e perfezionate, a mano a mano che nel corso dell’anno si rendono disponibili dati più completi. Oggi l’Istat ha diffuso una notifica relativa al disavanzo e al debito delle amministrazioni pubbliche per gli anni precedenti, incluso il 2025. I dati rivisti indicano che l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil si è attestato al -3,1% nel 2025”. 

La conferma che l’Italia resterà nella procedura per deficit eccessivo almeno fino alla prossima primavera avrà un impatto sulla prossima finanziaria, riducendo i margini di manovra. Ma l’Italia ha chiesto, l’11 settembre scorso, l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia (Nec), richiesta sulla quale la Commissione sta lavorando “con la massima celerità”, ha spiegato il portavoce Balazs Ujvari.  

La Nec, però, può diventare una trappola. A causa di come è stato riformato il patto di stabilità alla fine del 2023, con una fortissima impronta germanica, i Paesi che si trovano in procedura per deficit vengono penalizzati rispetto a quelli che, al contrario, ne sono fuori: in altre parole, la Nec funziona diversamente a seconda se a chiederla è un ‘peccatore’, cioè un Paese che è in procedura, oppure un ‘virtuoso’, un Paese che ha un deficit inferiore al 3% e, quindi, è fuori procedura.  

Il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis aveva più volte spiegato che, nel secondo caso, il Paese che la attiva, se aumenta il deficit oltre il 3% per via delle spese militari, non entra nella procedura per deficit eccessivo. Nel primo caso, invece, se il Paese si trova già in procedura e se, al netto delle spese militari aggiuntive, avrebbe visto il proprio deficit scendere sotto la soglia del 3%, al di sopra della quale rimane esclusivamente a causa delle spese militari, ebbene, in questo caso non esce dalla procedura. Questo oggettivamente penalizza i Paesi che si trovano in Edp, rispetto a quelli che non vi si trovano, quando si tratta di scegliere se attivarla o meno. 

Tuttavia il governo italiano, se utilizzerà la clausola con perizia, potrebbe sfuggire a questa ‘tagliola’. Ujvari ha spiegato che l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia non necessariamente ostacolerà l’eventuale uscita dell’Italia dalla procedura per deficit nella primavera del 2027, sempre a patto, ovviamente, che il deficit del 2026 scenda sotto il 3% del Pil. Un obiettivo che potrebbe essere a portata di mano: le proiezioni della Commissione lo danno al 2,9% per il 2026 (occorrerà però vedere le previsioni d’autunno). 

“La questione non è bianco o nero – ha detto il portavoce – prendiamo il caso dell’Italia: se quest’anno dovessimo revocare la procedura per i disavanzi eccessivi (Edp) a suo carico, sarebbe necessario che il deficit di bilancio italiano nel 2025 risultasse inferiore al 3%, a prescindere dalla clausola di salvaguardia nazionale. Guardando poi” agli anni successivi, ha aggiunto, “il deficit dovrebbe mantenersi sotto quella soglia; tuttavia, in questo caso, si potrebbe tenere conto della clausola di salvaguardia nazionale. La questione è più articolata, presenta diverse sfaccettature”. 

In pratica, a quanto si apprende a Bruxelles, se il deficit 2026 risulterà, nel 2027, inferiore al 3% e se l’Italia non caricherà troppe spese aggiuntive consentite dalla Nec sull’esercizio 2026, utilizzandola appieno nel 2027 e nel 2028, la Commissione potrebbe decretare l’uscita dall’Edp dell’Italia ugualmente la prossima primavera, a prescindere dall’attivazione della Nec. Per la valutazione del deficit prospettato nel 2027 e nel 2028, si potrà, appunto, “tenere conto” del fatto che è stata utilizzata la clausola nazionale di salvaguardia. Dunque se verrà usata in modo intelligente, cosa della quale a Bruxelles non dubitano, l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia non ostacolerà l’uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo nella primavera dell’anno prossimo. (di Tommaso Gallavotti) 

 

—

economia

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

The post Conti pubblici, Italia resta in procedura: il ruolo della clausola di salvaguardia nazionale appeared first on Key4biz.

https://www.key4biz.it/conti-pubblici-italia-resta-in-procedura-il-ruolo-della-clausola-di-salvaguardia-nazionale/588583/




Pensioni ottobre 2026, cedolino Inps: aumenti, arretrati e rimborsi 730

(Adnkronos) –
Pensioni di ottobre, attenzione al cedolino: per alcuni pensionati l’importo potrebbe essere diverso dal mese precedente. Nel pagamento del 1° ottobre entrano infatti diverse novità, tra cui l’applicazione dei nuovi benefici fiscali sulle prestazioni di accompagnamento alla pensione e il riconoscimento degli eventuali arretrati maturati dall’inizio del 2026. Ma non è l’unica voce da controllare: sul rateo possono comparire anche i rimborsi o le trattenute legati al modello 730. Ecco cosa cambia e cosa verificare nel cedolino Inps. 

L’Inps comunica che il cedolino è già consultabile attraverso i servizi online dell’Istituto. I pensionati possono così verificare l’importo della prestazione e conoscere nel dettaglio le eventuali variazioni rispetto ai mesi precedenti. 

L’accredito della pensione sarà effettuato con valuta il primo giorno bancabile del mese, che per ottobre coincide con giovedì 1° ottobre 2026. Per chi ritira la pensione in contanti, resta in vigore il limite di 1.000 euro netti. Nel caso di persone che percepiscono più prestazioni pensionistiche o assistenziali, il pagamento viene effettuato attraverso un unico mandato. 

 

Con la mensilità di ottobre l’Inps applica automaticamente anche i benefici fiscali previsti dalla legge 207/2024 per alcune prestazioni di accompagnamento alla pensione sottoposte a tassazione ordinaria. Tra queste rientrano, ad esempio, l’Ape Sociale, l’isopensione, gli assegni straordinari e le indennità previste dai contratti di espansione. 

Le nuove misure prevedono un beneficio fiscale differenziato in base al reddito. Per i redditi lordi annuali fino a 20.000 euro è prevista una somma non imponibile ai fini Irpef, definita “bonus aggiuntivo”. Per i redditi compresi tra 20.000 e 40.000 euro, invece, è prevista un’ulteriore detrazione d’imposta. 

Con il pagamento di ottobre saranno inoltre riconosciuti gli arretrati del bonus aggiuntivo maturati dal 1° gennaio 2026. L’Inps precisa che la verifica definitiva della spettanza complessiva dei benefici sarà effettuata a consuntivo alla fine dell’anno. Per maggiori approfondimenti è possibile consultare il Messaggio numero 2829 del 14 settembre 2026.  

 

Proseguono inoltre le operazioni di abbinamento dei dati contabili trasmessi dall’Agenzia delle Entrate attraverso i modelli 730/2026. 

Con il rateo di ottobre, l’Inps procederà quindi al pagamento degli eventuali rimborsi a credito non ancora riconosciuti oppure all’applicazione delle trattenute a debito risultanti dalla dichiarazione dei redditi. 

I cittadini possono controllare la propria situazione attraverso il servizio online “Assistenza fiscale (730/4): servizi al cittadino”, disponibile sul sito dell’Inps e sull’app Inps Mobile. Per accedere è necessario utilizzare la propria identità digitale. 

 

C’è infine un’ultima scadenza da ricordare. Entro il 10 ottobre, i contribuenti possono presentare telematicamente la richiesta per ottenere la riduzione o l’annullamento della seconda o unica rata di acconto Irpef e della cedolare secca. 

La possibilità riguarda chi ritiene di dover versare un importo inferiore rispetto a quello calcolato sulla base della dichiarazione dei redditi. 

 

—

economia

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

The post Pensioni ottobre 2026, cedolino Inps: aumenti, arretrati e rimborsi 730 appeared first on Key4biz.

https://www.key4biz.it/pensioni-ottobre-2026-cedolino-inps-aumenti-arretrati-e-rimborsi-730/588585/




Cafà (FonARCom): “Serve un lavoro di sistema per creare un ecosistema dell’apprendimento”

(Adnkronos) – “È importante in questo momento di transizione cercare di fare un lavoro di sistema, dar vita a quello che deve essere l’ecosistema della formazione e quindi l’apprendimento a livello distretto”. Lo ha detto Andrea Cafà, presidente Cifa e FonARCom, al Net Forum 2026 di Firenze, sottolineando la necessità di rafforzare la collaborazione tra parti sociali, imprese e istituzioni per accompagnare i cambiamenti dei sistemi produttivi.  

E’ stato infatti firmato un nuovo accordo territoriale per accompagnare le imprese, in particolare le piccole e medie, nei processi di trasformazione e costruire un vero “ecosistema della formazione”. “Oggi i nostri dirigenti regionali Cifa e Confsal hanno sottoscritto un accordo territoriale finalizzato proprio ad accompagnare le aziende verso questi grandi cambiamenti”, ha detto Cafà.  

“Serve un’analisi dei fabbisogni chiara e una risposta immediata in termini di formazione – ha aggiunto – perché altrimenti se i tempi si allungano il rischio è che quella formazione è già obsoleta”. Cafà ha quindi richiamato l’impegno di Cifa e Confsal nell’accompagnare soprattutto le piccole e medie imprese: “Andare a costruire quell’ecosistema formativo necessario a mantenerle in vita e soprattutto renderle più competitive e più produttive”. 

“La formazione deve essere sempre più tailored, sempre più a misura di esigenza delle persone e delle organizzazioni”. Lo ha detto Andrea Cafà, presidente Cifa e FonARCom, intervenendo al laboratorio del Net Forum 2026 a Firenze dedicato al rapporto tra competenze, filiere e territori.  

“Stiamo vivendo una fase di grande trasformazione – ha spiegato – e quindi anche gli enti di formazione si devono mettere in discussione”. Secondo Cafà, il compito è soprattutto quello di accompagnare le piccole e medie imprese nella comprensione dei cambiamenti in atto, sostenendole nel percorso di riorganizzazione.  

“Hanno tanto lavoro da fare, che è quello di far comprendere soprattutto alla piccola e media impresa i cambiamenti e quindi accompagnarli a riorganizzare le aziende, a ridisegnare quelli che sono i flussi, i processi, le attività per dar vita alle nuove organizzazioni”, ha aggiunto. 

—

economia

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

The post Cafà (FonARCom): “Serve un lavoro di sistema per creare un ecosistema dell’apprendimento” appeared first on Key4biz.

https://www.key4biz.it/cafa-fonarcom-serve-un-lavoro-di-sistema-per-creare-un-ecosistema-dellapprendimento/588571/




Net Forum, una rete attiva per trovare soluzioni innovative ai cambiamenti del lavoro

(Adnkronos) – “Il Net Forum è un processo continuativo di partecipazione di tutti gli attori, gli stakeholder della formazione e delle politiche attive del lavoro”. Lo ha detto Antonello Calvaruso, presidente del Net Forum, intervenendo a Firenze al laboratorio dedicato a competenze, filiere e territori. “Si compone di incontri territoriali tematici – ha spiegato – e quello di oggi a Firenze è sull’industria e sulle capacità degli attori che caratterizzano i sistemi industriali dei territori di fare rete, ma una rete che non sia triste, bensì una rete attiva di partecipazione e di concertazione, per ritrovare sempre soluzioni innovative soprattutto in un mondo che ha una forte accelerazione sui cambiamenti”.  

Secondo Calvaruso, il Net Forum attraverso il lavoro laboratoriale “facilita l’incontro” e consente di far emergere idee tra attori che spesso “partecipano allo stesso processo ma hanno linguaggi differenti”.  

Da Firenze, ha aggiunto, “ci aspettiamo che possa emergere questo tipo di meccanismo di collegamento tra quelli che sono i bisogni delle imprese e la necessità dei territori di fare tutt’uno delle dinamiche industriali per riportarle sui territori e generare un benessere che sia tanto un benessere individuale quanto diffuso e territoriale”. 

 

—

economia

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

The post Net Forum, una rete attiva per trovare soluzioni innovative ai cambiamenti del lavoro appeared first on Key4biz.

https://www.key4biz.it/net-forum-una-rete-attiva-per-trovare-soluzioni-innovative-ai-cambiamenti-del-lavoro/588573/




Dadone (Regione Lombardia): “Incentivare l’aggregazione per una gestione più efficiente”

(Adnkronos) – “Incentivare l’aggregazione significa avere delle gare più efficienti, più efficaci, dei bacini più ampi. Dall’altra parte, il singolo Comune fa sempre più fatica a seguire quelle che sono le necessità regolatorie imposte dalla regolazione di Arera”. Lo ha detto Filippo Dadone, direttore vicario della Direzione Ambiente e Clima della Regione Lombardia, in occasione del convegno “Aggregazione ed economia circolare: Le nuove sfide del waste e dell’igiene urbana”, che si è svolto al Westin Palace di Milano e che ha riunito istituzioni, imprese ed esperti del settore per discutere di una più stretta collaborazione tra gli operatori che agiscono nell’ambito dei servizi pubblici di waste e igiene urbana. 

 

“Regione Lombardia ha deciso di non definire dall’alto degli Ato per la regolazione e per la gestione, ma vuole mettere in campo tutte le iniziative, siano esse normative, finanziarie e di incentivo, per fare in modo che a livello volontario e inizialmente anche sperimentale ci possano essere delle aggregazioni a livello sovracomunale, in maniera tale che la gestione vada verso questa direzione più aggregata e quindi più efficiente”, spiega Dadone. 

 

“È molto interessante per noi, un primo confronto anche con Arera che ha dato la massima disponibilità da questo punto di vista a seguirci, considerato che il modello lombardo è di fatto unico a livello nazionale”, conclude.Rifiuti, Dadone (Regione Lombardia): “Incentivare l’aggregazione per una gestione più efficiente” 

—

economia

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

The post Dadone (Regione Lombardia): “Incentivare l’aggregazione per una gestione più efficiente” appeared first on Key4biz.

https://www.key4biz.it/dadone-regione-lombardia-incentivare-laggregazione-per-una-gestione-piu-efficiente/588575/




Santagostino (Gruppo Cap): “La sfida principale è l’aggregazione”

(Adnkronos) – “Un po’ come è avvenuto per il servizio idrico credo che una delle sfide principali sia quella dell’aggregazione. Abbiamo bisogno di soggetti industriali che siano in grado di gestire in maniera efficace e facendo investimenti questi servizi pubblici e quindi è fondamentale in termini di leva industriale andare verso un’aggregazione e superare la grande frammentazione che attanaglia questo settore”. Lo ha detto Yuri Santagostino, presidente e amministratore delegato del Gruppo CAP, in occasione del convegno “Aggregazione ed economia circolare: Le nuove sfide del waste e dell’igiene urbana”, che si è svolto al Westin Palace di Milano e che ha riunito istituzioni, imprese ed esperti del settore per discutere di una più stretta collaborazione tra gli operatori che agiscono nell’ambito dei servizi pubblici di waste e igiene urbana. 

“Siamo entrati in questo mondo qualche anno fa rilevando il termovalorizzatore di Busto Arsizio dove trattiamo 100mila tonnellate di rifiuti indifferenziati all’anno e con l’impianto di Sesto che è un vero e proprio hub di economia circolare dove trattiamo ad oggi 30mila tonnellate di Forsu e tra qualche mese saranno conclusi i lavori dell’impianto di trattamento dei fanghi da depurazione”, spiega Santagostino. 

“L’anno scorso invece siamo entrati nel settore dei servizi di igiene urbana acquisendo il 20% di Aemme Linea Ambiente, società che è cresciuta moltissimo negli ultimi mesi rispettando quelle che erano le tappe del piano industriale e ad oggi gestiamo circa 450mila abitanti”, aggiunge. 

“La seconda sfida invece riguarda l’integrazione tra servizio e filiera complessiva del trattamento dei rifiuti, quindi una gestione che vada dalla raccolta fino al trattamento finale. Queste credo che siano le sfide principali. Le utility oggi possono mettere a terra grandi investimenti dal punto di vista economico ed è fondamentale, visto che stiamo uscendo dalla stagione del Pnrr, che il nostro Paese continui a investire nei servizi pubblici”, conclude il presidente e Ad del Gruppo Cap. 

—

economia

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

The post Santagostino (Gruppo Cap): “La sfida principale è l’aggregazione” appeared first on Key4biz.

https://www.key4biz.it/santagostino-gruppo-cap-la-sfida-principale-e-laggregazione/588577/