Ecco il GitHub per fare di Claude un operatore OSINT avanzato


L’intelligenza artificiale sta, ovviamente e progressivamente, cambiando anche il modo in cui vengono condotte attività di reconnaissance, threat intelligence e analisi offensiva. Accanto ai tradizionali strumenti OSINT, stanno emergendo nuovi progetti che vanno oltre la pura automazione e puntano sulla capacità di guidare i Large Language Model attraverso metodologie operative strutturate. Uno degli esempi più interessanti è Claude-OSINT, progetto pubblicato su GitHub dallo sviluppatore “ElementalSoul” e pensato per trasformare Claude Code in una piattaforma di supporto avanzata per analisti di sicurezza, red teamer e bug bounty hunter.

Il progetto non introduce un nuovo scanner o un motore di intelligence autonomo. La sua forza risiede invece nella capacità di modificare il comportamento operativo del modello AI, fornendogli workflow, metodologie investigative, tecniche di enumerazione e processi di analisi tipici di un professionista della sicurezza offensiva.

Un nuovo approccio all’OSINT basato sugli LLM

A differenza dei framework OSINT tradizionali, Claude-OSINT non si presenta come un insieme di utility standalone. Il progetto sfrutta infatti il sistema di “skill” di Claude Code per estendere il contesto cognitivo del modello.

In pratica, il sistema inserisce all’interno dell’ambiente operativo di Claude una serie di istruzioni strutturate che insegnano al modello come affrontare attività di reconnaissance. Questo significa che Claude non si limita più a rispondere genericamente alle richieste dell’utente, ma inizia a seguire processi logici, sequenze investigative e metodologie di analisi coerenti con le pratiche del mondo offensive security.

Il repository contiene principalmente due aree operative: osint-methodology e offensive-osint. La prima definisce il modo in cui il modello deve ragionare durante la raccolta delle informazioni, mentre la seconda include template operativi, query, pattern regex, strategie di enumerazione e workflow tattici.

Uno strumento per risparmiare tempo in maniera sensata

Per chi lavora nella cybersecurity offensiva, la fase di reconnaissance rappresenta spesso una delle attività più lunghe e dispersive. Identificare asset, correlare informazioni, individuare superfici di attacco e classificare le priorità richiede tempo e competenze avanzate.

Claude-OSINT prova a intervenire proprio su questo punto, aiutando il modello AI a organizzare metodicamente le attività di raccolta delle informazioni. Secondo la documentazione del progetto, il framework include decine di moduli dedicati all’asset discovery, numerosi pattern regex per l’identificazione di secret leakage e una vasta raccolta di query e dork utilizzabili durante le indagini OSINT.

L’obiettivo è trasformare Claude in una sorta di “copilota cognitivo” capace di assistere il professionista nella costruzione di mappe relazionali, nella ricerca di endpoint interessanti e nell’identificazione di possibili punti di esposizione.

Come funziona il sistema di skill

Dal punto di vista tecnico, Claude-OSINT si basa sul sistema di skill supportato da Claude Code. Le skill sono file markdown strutturati, generalmente denominati SKILL.md, che vengono caricati all’interno dell’ambiente del modello per modificarne il comportamento operativo.

Questo significa che il framework non altera direttamente il modello AI, ma agisce tramite prompt engineering avanzato e knowledge injection contestuale. Una volta installate le skill, Claude acquisisce nuove capacità procedurali e metodologiche, imparando a seguire workflow specifici durante le attività di analisi.

Il progetto include procedure per la gestione del tempo investigativo, classificazione degli asset, prioritizzazione delle attività, correlazione delle informazioni e costruzione di report operativi. Sono presenti, inoltre, workflow dedicati all’enumerazione di domini, sottodomini, endpoint e possibili esposizioni di credenziali.

Dal punto di vista architetturale, questo approccio rappresenta un esempio molto interessante di “augmentation layer”: invece di creare un nuovo motore AI, il progetto costruisce uno strato specialistico sopra un modello generalista già esistente.

Installazione e avvio dell’ambiente

Per utilizzare Claude-OSINT è necessario avere accesso a Claude Code, l’ambiente CLI sviluppato da Anthropic per interagire con i modelli Claude.

L’installazione può essere eseguita tramite script ufficiali disponibili per Linux, macOS e Windows. Una volta configurato l’ambiente, il repository GitHub va clonato localmente e le directory contenenti le skill devono essere copiate nella cartella dedicata di Claude.

Dopo il caricamento delle skill, il modello può iniziare a utilizzare i workflow OSINT definiti dal framework. In pratica, l’utente interagisce normalmente con Claude, ma il comportamento del modello viene guidato dalle metodologie e dai processi introdotti dal progetto.

I limiti e i rischi di uno strumento del genere

Gli stessi autori del progetto sottolineano come Claude-OSINT debba essere utilizzato esclusivamente in contesti autorizzati di red teaming, penetration testing e bug bounty.

Ed è un punto cruciale, perché sistemi di questo tipo possono ridurre significativamente la barriera di accesso ad attività OSINT avanzate. Automatizzare parte del processo investigativo significa infatti aumentare velocità, capacità di correlazione e profondità dell’analisi anche per operatori meno esperti.

Questo apre inevitabilmente interrogativi più ampi sull’evoluzione dell’AI applicata alla cybersecurity offensiva. L’impressione è che il settore stia entrando in una nuova fase, in cui i modelli linguistici non saranno più semplici assistenti conversazionali, ma veri e propri “analisti aumentati” capaci di supportare operazioni complesse di intelligence e reconnaissance.

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Euro digitale, il rischio silenzioso di una moneta trasformata in strumento di controllo

Nell’antica Roma l’imperatore Vespasiano liquidò le critiche sulla tassa imposta ai bagni pubblici con una frase rimasta celebre nei secoli: pecunia non olet. Il denaro non ha odore. Vale a dire: la moneta è neutrale, non giudica chi la utilizza, non discrimina, non osserva, non seleziona comportamenti compatibili o incompatibili con il potere politico del momento. È esattamente questo principio, fondamento stesso della libertà economica moderna, che rischia di essere incrinato dal progetto dell’euro digitale promosso dalla Banca centrale europea.

Dietro la narrativa rassicurante dell’innovazione tecnologica, della modernizzazione dei pagamenti e della “sovranità monetaria europea”, si nasconde infatti una trasformazione molto più profonda: il passaggio dalla moneta come strumento neutrale alla moneta come infrastruttura controllabile. E la differenza è enorme. Perché una moneta digitale emessa direttamente dalla banca centrale non rappresenta semplicemente un’evoluzione tecnica dei sistemi di pagamento, ma introduce per la prima volta nella storia europea la possibilità concreta di centralizzare il controllo dei flussi monetari individuali all’interno di un’unica architettura gestita dall’autorità monetaria.

È qui che il dibattito pubblico diventa volutamente ambiguo. Si cerca di ridurre l’euro digitale a una questione di efficienza tecnologica, quasi fosse soltanto una carta di credito più moderna o un pagamento elettronico più rapido. Ma il punto reale è un altro. Pagare con lo smartphone esiste già. L’euro digitale introduce invece un salto qualitativo completamente diverso: la progressiva trasformazione del denaro in una piattaforma programmabile.

Ed è proprio il concetto di programmabilità della moneta a rappresentare il vero spartiacque storico.

Una valuta integralmente digitale consente infatti, almeno sul piano tecnico, ciò che il contante rende impossibile: tracciabilità totale delle transazioni, monitoraggio in tempo reale dei flussi finanziari, profilazione economica dei cittadini e potenziale condizionamento dell’utilizzo stesso del denaro. Oggi la BCE assicura che non esisteranno forme invasive di controllo. Ma il problema non riguarda le intenzioni dichiarate nel presente. Riguarda i poteri che vengono costruiti per il futuro. Nella storia economica ogni strumento disponibile viene inevitabilmente utilizzato oltre le finalità originarie con cui era stato introdotto.

Una volta realizzata un’infrastruttura monetaria centralizzata, nulla impedirebbe domani di applicare automaticamente tassi negativi direttamente sui saldi digitali, imporre limiti a determinate categorie di acquisto, introdurre scadenze artificiali del denaro per incentivare i consumi o subordinare l’accesso alla piena operatività finanziaria a requisiti normativi, fiscali o ambientali. Tutto questo viene oggi liquidato come distopia. Ma è esattamente la possibilità tecnica di renderlo attuabile a costituire il cuore del problema.

Il contante, al contrario, conserva una caratteristica che nessuna valuta digitale potrà mai garantire integralmente: la libertà. Una banconota non necessita autorizzazioni, non raccoglie dati, non lascia tracce permanenti e soprattutto non può essere disattivata da un’autorità centrale. È questa autonomia materiale della moneta fisica che il progetto europeo considera implicitamente un’anomalia da superare. Non è casuale che negli ultimi anni si sia assistito a una progressiva marginalizzazione del contante attraverso limiti normativi ai pagamenti cash, chiusura degli sportelli bancari, compressione dell’utilizzo delle banconote e crescente pressione verso la digitalizzazione totale delle transazioni.

Formalmente Bruxelles continua a ripetere che il contante non verrà abolito. Ma è evidente che l’euro digitale acquista piena efficacia soltanto in una società nella quale il denaro fisico sia diventato residuale. Ed è qui che il tema assume una dimensione apertamente politica. Una società senza contante è una società nella quale ogni attività economica può essere teoricamente osservata, registrata, analizzata e potenzialmente condizionata. Il passaggio dalla libertà economica alla sorveglianza finanziaria diventa allora molto più breve di quanto si voglia ammettere.

Chi considera eccessive queste preoccupazioni sembra ignorare quanto accaduto negli ultimi anni. La crisi greca dimostrò come la gestione della liquidità bancaria potesse trasformarsi in un potente strumento di pressione politica nei confronti di governi democraticamente eletti. Il congelamento delle riserve russe ha certificato che il sistema monetario internazionale viene ormai utilizzato apertamente come leva geopolitica. Le sanzioni finanziarie, l’esclusione dai circuiti di pagamento e il controllo dell’accesso monetario sono diventati strumenti ordinari di esercizio del potere. L’euro digitale rischia di compiere il salto definitivo: trasferire questa capacità di intervento direttamente sul cittadino.

Il nodo centrale non è quindi tecnologico ma democratico. La BCE è un organismo formalmente indipendente, sottratto a un autentico controllo popolare diretto. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha progressivamente ampliato il proprio spazio di intervento nella politica economica, fiscale e finanziaria degli Stati membri, consolidando un modello sempre più centralizzato di governance tecnocratica. L’euro digitale rischia di diventare il tassello finale di questa architettura: una moneta non più neutrale ma integrata in un sistema di supervisione permanente.

Ed è qui che il principio romano rischia di capovolgersi definitivamente. Pecunia non olet apparteneva a una civiltà nella quale il denaro era strumento di libertà. Nell’Europa dell’euro digitale la moneta potrebbe invece cominciare ad avere un odore molto preciso: quello del controllo.

Antonio Maria Rinaldi

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WPP Shareholders Approve CEO Cindy Rose’s Potential $14.8M Pay Package

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WPP shareholders have approved a proposal to pay CEO Cindy Rose a maximum of $14.8 million (£11.1 million) a year.

The pay package sets Rose’s base salary at $1.7 million (£1.25 million) with total compensation rising substantially if short- and long-term bonuses are paid in full.

This marks a significant increase on the maximum $10.8 million (£8.6 million) payout earmarked for Rose’s predecessor, Mark Read, before his exit in September 2025.

The vote took place during WPP’s annual general meeting, hosted in London. 75% of shareholders voted in favor of changes to the company’s executive director pay structure.

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https://www.adweek.com/agencies/wpp-shareholders-approve-ceo-cindy-roses-potential-148m-pay-package/




Adcolor Marks 20 Years With a New Program for a Changed DEI Landscape


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Cannes Lions is where the biggest ideas take center stage. Join ADWEEK for must-see conversations, top industry leaders, and the moments everyone will be talking about.

As Adcolor celebrates its 20th anniversary, founder Tiffany R. Warren acknowledges there have been “setbacks” in the fight for representation across the industry. That’s why reaching its two-decade milestone is a moment worth celebrating.

The organization focused on diversity, equity, and inclusion (DEI) in advertising has unveiled an expanded slate of programming for 2026 that addresses the shifting landscape and evolving needs of its community. 

Since its launch two decades ago, Adcolor has built its community around an annual flagship conference and awards hosted in LA. Now, the organization is shifting to year-long event programming and making changes to its awards and mentorship initiatives.

“It can’t just be another year that we celebrate, particularly during these times when we have to remind not only our community, but the world how important and how beautiful it is to build and support a diverse community,” Warren said.

The activities will kick off at Adcolor’s annual networking event at Cannes Lions in June, followed by gatherings in New York in August and LA in October. The program will culminate with the Adcolor Awards and conference in LA in early 2027, pushed out from its usual early November date.

The format of the annual Adcolor Awards has also been updated. Instead of a traditional nomination process, winners will be selected by a jury of alumni. Warren positioned the shift as both a way to thank the community that has supported it over the past 20 years and to spotlight its own alumni. 

The nomination process will return in 2027. 

“We’re turning 20, and for a good 19 of the 20 years we have been going, going, going, and I’ve not realized how much of a milestone 20 years is,” Warren said. “We needed to take a step back and look at what we created and celebrate that in the way that it deserves.”

There will also be changes to the Adcolor Futures (early career) and Leaders (mid to senior-level career) programs. Instead of running within the main conference, both will have dedicated, immersive programming in LA in 2026. Applications for both are already open.

The goal is to create a more focused environment for mentorship, professional development, and community-building among the industry’s next generation of diverse leaders, Warren said.

Changing winds

When ADCOLOR was established in 2006, DEI conversations were “nascent,” Warren told ADWEEK. “Multiculturalism was growing, but it was still very unique, and you didn’t see it in various places within the industry. It was very much marginalized and siloed,” she said.

Reflecting on the current pull back on corporate DEI initiatives, Warren said the past two years have been “tough” but that her “dream” back in 2006 of a more diverse creative industry, particularly at senior level, has surpassed her expectations.

She said the current moment makes her “a little sad” because of the “swiftness of the change in temperature” of how people feel about “providing opportunities for underrepresented communities.” While she described her outlook as “melancholy,” she added that she has hope this moment is temporary. 

“I hope to look back and say that that was a moment in time and that joy returns again and support returns again,” she said.

For Adcolor’s part, Ana Leen, vice president of partnerships, said the community is only growing stronger. 

“What we’re seeing with these community groups is there is such a hunger to connect to learn from each other to support each other. The networks that the Adcolor community builds are really strong and supportive,” she said. 

People are also becoming more vulnerable, Leen added, pointing to individuals asking for help on LinkedIn amid layoffs and job uncertainty. “We are seeing people very willingly help out a stranger just because they’re part of this community,” she said. 

This sense of mutual support will sustain Adcolor through challenging periods, she said. 

“This is a true community of people who believe in the mission in a way that they’re not just talking about it, they are acting on it,” Leen added. 

https://www.adweek.com/agencies/adcolor-marks-20-years-with-a-new-program-for-a-changed-dei-landscape/




‘PCPJack’ Worm Removes TeamPCP Infections, Steals Credentials

A threat actor has launched a campaign to clean up environments infected by the infamous TeamPCP hacking group and deploy its own malicious tools, SentinelOne reports.

Active since late April, the campaign relies on a malware framework targeting credentials across multiple cloud environments and capable of propagating itself.

SentinelOne has named the framework PCPJack, due to its focus on removing from the infected systems any tools and artifacts associated with TeamPCP, the hacking group behind a recent flurry of supply chain attacks targeting multiple open source software ecosystems.

“Many of the services targeted by the PCPJack framework are similar to the early TeamPCP/PCPCat campaigns from December 2025, before the high-visibility campaigns of early 2026 brought significant attention to TeamPCP and purportedly led to changes in group membership. We believe this could be a former operator who is deeply familiar with the group’s tooling,” SentinelOne says.

A PCPJack infection, the cybersecurity company says, begins with a Linux shell script that sets up the environment and fetches additional payloads. Before that, it searches the system for processes and artifacts matching known TeamPCP infections and removes them.

Next, the script creates a Python virtual environment, downloads six modules from an AWS S3 bucket, renames them, establishes persistence, launches the first module, which serves as the main framework orchestrator, and then deletes itself.

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The remaining modules, which are imported by the orchestrator, were designed for specific purposes, including credential parsing, lateral movement, command-and-control (C&C) message encryption, cloud IP range lookups, and cloud scanning.

From the local system, PCPJack can steal .env and configuration files, environment variables, SSH keys, cryptocurrency wallets, credentials, and tokens for various web apps and cloud services, including AWS, Kubernetes, Docker, Gmail, GitHub, Office 365/Outlook, RayML, Slack, and WordPress.

“The types of credentials collected by the framework suggest PCPJack’s targeting motivations are primarily to conduct spam campaigns and financial fraud, or to simply monetize stolen credentials to actors with these focuses. The inclusion of enterprise productivity software like Slack and business database services expands the focus to extortion attacks,” SentinelOne says.

PCPJack performs system reconnaissance to identify assets the machine connects to, attempts lateral movement, and downloads Parquet files from Common Crawl to identify additional targets over the internet and attempt to infect them.

The spreading module targets known vulnerabilities in web applications, including CVE-2025-29927 (Next.js), CVE-2025-55182 (React2Shell), CVE-2026-1357 (WPVivid Backup plugin for WordPress), CVE-2025-9501 (W3 Total Cache plugin for WordPress), and CVE-2025-48703 (CentOS Web Panel).

PCPJack also attempts to use the extracted credentials to propagate across Kubernetes, Docker, Redis, RayML, and MongoDB deployments, and leverages SSH keys to execute the initial script on remote machines. The framework uses Telegram for C&C and encrypts the data sent to its channel.

During its investigation into the framework, SentinelOne identified a second toolset associated with the threat actor, which includes Sliver implants and credential theft across dozens of cloud services, including Anthropic, Digital Ocean, Discord, Google API, and others, as well as those targeted by PCPJack.

“Overall, the two toolsets are well developed and indicate that the owner values making code as a modular framework, despite some redundancies in behavior. The occasional operational security lapses were interesting, particularly their choice to encrypt everything except for Telegram credentials and their own alleged infrastructure,” SentinelOne notes.

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La Giornata Parlamentare. Rubio a Palazzo Chigi. Lunedì vertice di maggioranza sulla legge elettorale

La Giornata Parlamentare è curata da Nomos, il Centro studi parlamentari, e traccia i temi principali del giorno. Ogni mattina per i lettori di Key4biz. Per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca qui. 

Meloni oggi incontrerà Rubio: focus su Hormuz e Libano

Ad accogliere Marco Rubio nel cortile d’onore di Palazzo Chigi sarà Fabrizio Saggio, il consigliere diplomatico di Giorgia Meloni, che poi riceverà l’ospite nel suo studio dopo un breve saluto davanti a giornalisti e fotografi nella Sala dei Galeoni. Sin dal cerimoniale, l’incontro con il segretario di Stato viene inquadrato come una “visita di cortesia”. È facile immaginare che si parli dell’incontro tra Rubio e Leone XIV, che è il cuore della missione del Ministro di Donald Trump, e su questo tema la premier non potrà che sottolineare come sia impossibile per un capo di Governo italiano non esprimere il sostegno del governo “a ogni azione e parola” del Papa. Ma il clou del confronto diplomatico Italia-Usa è atteso nell’incontro previsto alla Farnesina tra segretario di Stato e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, suo omologo. Alla vigilia Meloni è stata impegnata in tre bilaterali, uno dopo l’altro: con il successore di Viktor OrbanPeter Magyar (si insedierà sabato come primo ministro), ha “confermato la solidità delle relazioni Italia-Ungheria”; con il premier libico Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh per un’ora e mezza ha discusso di progetti comuni sul gas e contrasto all’immigrazione irregolare (anche di cooperazione in materia di espulsioni e rimpatri volontari, dicono da Tripoli); e con Donald Tusk ha messo le basi per un nuovo Accordo di Amicizia con la Polonia. 

Ora il focus è sulla visita di Rubio, preceduta nelle scorse settimane dagli attacchi di Trump a Meloni che hanno fatto calare il gelo tra Roma e Washington. Dall’Ucraina all’Iran, passando per l’Africa, non mancano i dossier di politica internazionale che saranno approfonditi con Tajani (all’incontro potrebbe esserci anche il Ministro della Difesa Guido Crosetto) e potrebbero comunque essere affrontati anche a Palazzo Chigi. Sulla crisi nello Stretto di Hormuz l’Italia ribadirà la disponibilità a partecipare con due navi cacciamine a una missione internazionale dopo un cessate il fuoco stabile e con il via libera del Parlamento. Non potrà, però, bastare l’informativa “su tutta la situazione politico militare nell’area” che Tajani e Crosetto dovrebbero tenere mercoledì prossimo alle 8.30 davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato riunite.  

Per dare il via libera all’operazione, per cui le due navi hanno condotto esercitazioni (hanno tempi di percorrenza di circa venti giorni fino ad Hormuz), serve una risoluzione votata in Aula su comunicazioni, e ancora questo passaggio non è previsto. I dettagli operativi potrebbero essere approfonditi anche nei confronti che Crosetto avrà in una missione negli Usa, dove al Pentagonodovrebbe incontrare il suo omologo Pete Hegseth. Sul tavolo c’è anche il dossier Libano: gli americani sono consapevoli del radicamento nell’area dell’Italia, che punta a essere protagonista al di là della scadenza della missione Unifil, colpita ancora da un missile caduto nella base di Shama, sede del contingente italiano. In questo scenario d’instabilità geopolitica, l’Italia finalmente si prepara ad adottare una “Strategia di sicurezza nazionale”, come fanno molti Paesi G7, a partire dagli Usa, con la “National Security Strategy”, che ciascun presidente rinnova, come fece a novembre Trump con le 33 pagine in cui di fatto scaricava l’Europa. 

Meloni ha infatti varato un Dpcm in cui si prevede che verrà adottata dal presidente del Consiglio su proposta del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr): indicherà gli interessi fondamentali da salvaguardare da crisi sistemiche e minacce ibride, gli obiettivi strategici, le politiche e gli strumenti per la prevenzione e il contrasto dei fattori di minaccia e di rischio, un modo, si legge nel Dpcm, per garantire “la più efficace capacità di risposta dell’apparato pubblico, eliminando possibili incertezze, ovvero sovrapposizioni o duplicazioni di attività”. 

Meloni spinge sulla legge elettorale. Lunedì un nuovo vertice di maggioranza

La volontà di andare avanti c’è tutta ma sul come ancora non c’è chiarezza, tanto che la maggioranza si siederà di nuovo attorno a un tavolo, probabilmente già lunedì, per fare un punto sulle “autocorrezioni” da apportare alla legge elettorale. E stavolta non ci saranno solo Giorgia MeloniAntonio TajaniMatteo Salvini e Maurizio Lupi, ma i leader saranno accompagnati dagli esperti dei rispettivi partiti e da chi, in Parlamento, sta portando avanti la riforma e pure il tentativo, per ora ufficialmente respinto, di aprire un dialogo con le opposizioni. Dopo averli visti a Palazzo Chigi, peraltro, la premier avrebbe risentito gli alleati anche ieri e consegnato loro il messaggio che “è ora di trovare una soluzione comune anche con le opposizioni”, con la consapevolezza che lo scoglio da superare è soprattutto quello del premio di maggioranza. Al momento per le minoranze il testo del centrodestra rimane “irricevibile”, come continua a ribadire il Pd. Ma gli accordi “si fanno in due”, osserva il ministro Tommaso Foti

Avanzino proposte e si può discutere, insistono dal suo partito, mentre il presidente della Commissione Affari costituzionali, l’azzurro Nazario Pagano, apre a un “comitato ristretto” per stabilire insieme le modifiche. “Le regole del gioco devono essere sempre il più condivise possibile”, è l’auspicio del presidente della Camera Lorenzo Fontana che ricorda il precedente virtuoso della riforma del regolamento interno di Montecitorio. Certo, la legge elettorale è tutt’altra partita e le difficoltà non stanno solo nella riuscita o meno di un coinvolgimento delle opposizioni. Se l’intesa di massima è stata confermata nell’ultimo vertice dei leader, sui dettagli ancora non c’è piena sintonia tra alleati; restano giorni complicati per la maggioranza, che ancora deve assorbire del tutto il colpo del referendum sulla giustizia. Al caos delle ultime settimane c’è chi attribuisce sia gli incidenti in Parlamento come quello sulla nomina di un componente dell’ispettorato sul nucleare sia il battibecco continuo tra Matteo Salvini e il collega della Cultura Alessandro Giuli, che creerebbe non poca irritazione a Palazzo Chigi. 

Sulla riforma, però, punti fermi comuni restano, a partire da una legge che garantisca “sia la rappresentanza sia la governabilità”, puntualizza Lupi, ribadendo l’apertura al “dialogo con le opposizioni”. Ma ad esempio la battaglia per le preferenze la sposano FdI e Nm, che dovrebbero presentare un emendamento; Lega e pure Forza Italia sul punto sono fredde assai. Ma il partito di Salvini e quello di Tajani sono distanti anche sulla proposta messa a verbale dagli azzurri e ribadita sempre da Pagano: attribuire il premio in modo proporzionale dopo il voto, togliendo il listino. C’è poi il nodo del “coordinamento tra Camera e Senato” oltre a quello dell’entità del premio di maggioranza, uno dei punti più contestati dalle opposizioni. “Ridurre i 70 deputati e i 35 senatori” è “un’ipotesi su cui la maggioranza potrebbe confrontarsi” dice ancora Pagano, ospite con il collega di FdI Giovanni DonzelliDario Parrini del Pd e Alfonso Colucci del M5S ed Ettore Rosato di Azione di un dibattito moderato dal professor Roberto D’Alimonte in cui non sono mancate le scintille. La Lega era assente, pure se “era stata invitata”. Ma Salvini, ha spiegato D’Alimonte, “ha detto di no perché la Lega si deve occupare di altro”. Da lunedì però dovrà tornare ad occuparsene.

Caso Biennale, Giuli attacca Buttafuoco: “Inopportuno citare Mattarella”

È un fuoco che non smette di essere alimentato il caso Russia alla Biennale d’Arte di Venezia. Proteste e manifestazioni si sono accese nei giorni di preapertura su invito dei Padiglioni ai Giardini e all’Arsenale di Venezia. Ieri è arrivato anche nuovo affondo dal Ministro della Cultura Alessandro Giuli che mercoledì il presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco aveva ringraziato nella conferenza stampa di presentazione della 61/a Esposizione. L’Ue annuncia che “nessun euro è stato versato finora alla Biennale” e ribadisce che la Commissione “è pronta a rescindere il contratto”. “Inopportuno portare fino Venezia” le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Segio Mattarella in occasione della presentazione dei David di Donatello al Quirinale, dice Giuli pungendo Buttafuoco, che aveva citato nella conferenza del 6 maggio le raccomandazioni del capo dello Stato, “andare avanti, avere audacia, sviluppare in libertà i progetti”. 

Resta, aggiunge il Ministro della Cultura, che “la Russia putinista è presente a Venezia grazie ad un accordo fatto alle spalle del Governo aggirando le sanzioni”. Disertata l’apertura della Biennale al pubblico del 9 maggio, saltata la cerimonia di premiazione, Giuli annuncia anche che entro maggio visiterà il Padiglione Italia per “rendere onore all’arte italiana e all’Italia. Non so se ci sarà Buttafuoco, magari avrà altro da fare”. Peraltro, “io gli ho scritto il mio dissenso rispettoso e non ho ricevuto risposta”. Il presidente della Fondazione al momento tace come ha fatto in tutti questi mesi. Scendono invece in campo gli esponenti M5S in commissione Cultura: “Giuli alimenta il caos sulla Biennale, venga in Parlamento” dicono. “Il Ministro della Cultura non è un passante, il Governo si assuma responsabilità” incalza Piero De Luca, capogruppo Pd in commissione Affari europei della Camera. È “inaccettabile la presenza di Mosca alla Biennale” per la Ministra della Cultura ucraina Tetyana Berezhna che ieri ha inaugurato il Padiglione di Kiev con l’artista Zhanna Kadyrova che ha realizzato “un cervo di origami sospeso che rappresenta il suo Paese alla Biennale, simbolo dello stato d’insicurezza e del futuro ignoto del popolo ucraino”. 

Per rispondere alla Ue la Biennale ha tempo fino a domenica 10 maggio. E mentre a Ca’ Giustinianci sono tante grane da risolvere c’è un’affluenza record di pubblico al vernissage su invito, dal 5 all’8 maggio, con lunghe code che possono raggiungere anche l’ora e mezza di attesa in alcuni momenti, soprattutto per entrare all’Arsenale dove ieri si è visto anche il direttore della creatività contemporanea del ministero della Cultura, Angelo Piero Cappello, che ha coordinato da Roma la squadra di ispettori arrivati in laguna il 29 aprile. Gli appelli ai boicottaggi contro la presenza di Russia e Israele non hanno dunque fermato gli accreditati. Finora non sono stati forniti dati ufficiali, ma l’aumento di affluenza sembra piuttosto significativo e le stime che circolano parlano già di 16mila ingressi. Intanto un corteo di Pussy Riot guidate da Nadya Tolokonnikova ha sfilato nuovamente a Venezia, da San Moisè all’altezza di Ca’ Giustinian, brandendo bandiere dell’Ucraina e lanciando slogan contro la Russia, Putin e la presenza del padiglione di Mosca alla Biennale. Oggi l’attenzione si sposterà su Israele che inaugura il Padiglione all’Arsenale ed è pronta una mobilitazione Pro Pal. È atteso anche l’arrivo del vicepremier Matteo Salvini che nei giorni scorsi aveva annunciato: “Visiterò tutti i padiglioni”. 

Schlein punta alla leadership, dopo Sanchez e Lula vede Obama

Mentre è in gioco la leadership del centrosinistra, primo passo per puntare a Palazzo Chigi, Elly Schlein fa scalo in mezzo mondo. Risalgono a poche settimane fa, a metà aprile, le foto della segretaria Pd col presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e poi col premier spagnolo Pedro Sanchez al summit progressista di Barcellona. Il prossimo appuntamento delle forze socialiste è previsto domani e sabato a Toronto: là Schlein ha in programma un incontro con l’ex presidente americano Barack Obama. “La tappa in Canada” ha detto la Schlein “è un altro tassello di costruzione di questa rete globale di forze progressiste e democratiche che si oppongono a chi sta cercando di delegittimare le sedi multilaterali, dove prevale il dialogo e la cooperazione anziché l’uso della forza e delle armi”. 

Per la segretaria Pd, Obama è sempre stato un riferimento. Alle elezioni americane del 2008 e 2012, Schlein partecipò come volontaria alla campagna elettorale dell’allora candidato democratico; “Sarà il nostro primo incontro, non ci ho mai parlato”. L’intervento di Obama a Toronto è previsto per le 12.00 di oggi: l’ex presidente americano parlerà del “concetto di patriottismo positivo” ed è a margine di quel panel che ci sarà l’incontro con la Schlein. La segretaria Pd, invece, parlerà sabato mattina, poco prima della chiusura del “padrone di casa”, con il premier canadese Mark Carney. È proprio citando una sua frase che Schlein ha inquadrato il senso del summit: “È mia ferma convinzione” sono le parole del premier canadese “che l’ordine internazionale verrà ricostruito e verrà ricostruito a partire dall’Europa”. 

Insomma, Schlein si muove fra i leader progressisti mondiali seminando segni per la corsa alla leadership del centrosinistra italiano. Come verrà scelto lo sfidante di Giorgia Meloni per Palazzo Chigi ancora non si sa. Però Angelo Bonelli di Avs ha un’idea che restringe il campo dei papabili: “Io non penso che il centrosinistra abbia bisogno di federatori. Come Avs abbiamo una grande fiducia in Conte e Schlein, come Conte e Schlein hanno grande fiducia in noi. Sarà una scelta collettiva, non siamo abituati a fughe in avanti di stampo personalistico”.

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Parigi apre un’indagine penale a carico di Elon Musk e la sua X per deepfake e interferenze politiche

Su Elon Musk e X la procura di Parigi apre un’indagine penale, violato il DSA

La Francia alza il livello dello scontro con Elon Musk e trasforma l’inchiesta su X in un procedimento penale. La procura di Parigi ha confermato l’apertura di un’indagine criminale nei confronti del proprietario della piattaforma social, della ex amministratrice delegata Linda Yaccarino e delle società che controllano il social network e il sistema di intelligenza artificiale Grok (X.AI Holdings Corp, X Corp e xAI).

Questa mossa si basa sul Digital Services Act (DSA) UE, che X è accusata di violare per rischi sistemici su disinformazione e intelligenza artificiale (AI). Una svolta che segna un salto di qualità giuridico e politico: non più soltanto verifiche amministrative o accertamenti preliminari sulle attività della piattaforma, ma un’indagine penale vera e propria, affidata ai giudici istruttori e potenzialmente destinata a portare a incriminazioni formali.

Musk non si è presentato in tribunale il 20 aprile, ora scatta l’indagine giudiziaria

La decisione arriva dopo il mancato rispetto di una convocazione ufficiale da parte di Musk e di Yaccarino. Entrambi erano stati chiamati a comparire il 20 aprile davanti alle autorità francesi per un’audizione volontaria nell’ambito dell’inchiesta aperta nei mesi scorsi. Nessuno dei due si è presentato. Secondo quanto riferito dalla procura parigina, anche diversi dirigenti della società americana erano stati convocati senza però fornire collaborazione sufficiente agli investigatori.

È proprio questo passaggio a spiegare perché il fascicolo abbia assunto ora natura penale. In Francia, quando emergono indizi ritenuti sufficientemente gravi o quando le autorità ritengono che vi sia il rischio di ostacoli all’accertamento dei fatti, l’indagine può essere trasferita dal piano preliminare a quello giudiziario penale. Significa che i magistrati non si limitano più a raccogliere informazioni, ma possono contestare reati, emettere mandati, disporre sequestri, ordinare perquisizioni e chiedere misure coercitive.
La procura ha infatti annunciato di aver chiesto ai giudici istruttori di procedere formalmente contro X.AI Holdings Corp, X Corp, X AI, Musk e Yaccarino, anche attraverso strumenti equivalenti a un’incriminazione qualora continuasse la mancata collaborazione.

Diverse le accuse: manipolazioni algoritmiche per influenzare il dibattito politico, nudi deepfake, disinformazione

Le accuse sono pesanti e riguardano il cuore del funzionamento della piattaforma. L’indagine nasce da una denuncia presentata all’inizio del 2025 dal deputato francese Éric Bothorel e si concentra su presunte manipolazioni algoritmiche operate da X per influenzare il dibattito politico francese. Secondo gli investigatori, la piattaforma avrebbe alterato la visibilità dei contenuti in modo da favorire determinate narrative politiche e amplificare campagne di disinformazione.

Ma non è questo l’unico fronte. Al centro dell’inchiesta vi sono anche le attività di Grok, il chatbot sviluppato dalla società xAI di Musk e integrato all’interno dell’ecosistema di X. Le autorità francesi sospettano che il sistema sia stato utilizzato per creare e diffondere contenuti illegali, tra cui negazioni dell’Olocausto e immagini pornografiche deepfake generate senza il consenso delle persone coinvolte.
In alcuni casi, secondo le accuse, sarebbero stati prodotti anche materiali assimilabili ad abusi sessuali su minori creati artificialmente attraverso l’intelligenza artificiale.

Musk sapeva e non ha fatto niente?

È questo il punto più delicato dell’intera vicenda. Non si tratta soltanto di responsabilità editoriale o moderazione insufficiente dei contenuti, ma della possibile contestazione di una tolleranza consapevole verso la produzione e la diffusione di materiale criminale.
Le procure europee stanno infatti iniziando a considerare le piattaforme non più come intermediari neutrali, ma come soggetti che possono rispondere penalmente se i loro strumenti tecnologici facilitano reati gravi o se non intervengono pur essendo a conoscenza dei rischi.

La Francia, in questo senso, sta tentando di costruire un precedente giuridico di grande portata. Il passaggio all’indagine penale segnala che le autorità ritengono di avere elementi sufficienti per ipotizzare responsabilità dirette da parte del management della società. Una linea molto più aggressiva rispetto agli approcci tradizionali adottati finora nei confronti delle grandi piattaforme digitali.

Musk aveva già definito l’inchiesta “un attacco politico dopo la perquisizione degli uffici parigini di X avvenuta nei mesi scorsi e il 7 maggio ha twittato di un assalto alla libertà di parola, annunciando ricorsi. xAI ha negato responsabilità, insistendo che Grok è un tool per utenti non un generatore illegale. Anche il Dipartimento di Giustizia americano, secondo indiscrezioni emerse ad aprile, avrebbe rifiutato di collaborare con le autorità francesi, accusando Parigi di interferire impropriamente con un’azienda statunitense.

Dalla Francia all’Italia, al resto d’Europa, l’indagine su X potrebbe aprire un’inchiesta sull’AI molto più ampia

La vicenda però va ben oltre il conflitto diplomatico tra Francia e Stati Uniti. In Italia, l’Agcom vigila su X per analoghi rischi pre-elezioni, mentre l’Unione europea potrebbe estendere le indagini su Meta AI, per il suo chatbot Llama integrato in WhatsApp/Instagram, sospettato di amplificare propaganda politica e deepfake non consensuali durante le elezioni europee.

L’indagine su X rappresenta uno dei primi casi in cui un grande ecosistema basato sull’intelligenza artificiale e sui social network viene affrontato sul piano del diritto penale per presunti effetti sistemici sulla democrazia, sull’informazione e sulla sicurezza digitale. E potrebbe diventare un precedente destinato a ridefinire le responsabilità delle piattaforme tecnologiche nell’era dell’AI generativa.

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Hollywood e la resistenza contro l’AI. Ma fino a quando?

Pochi giorni fa, il 21 aprile 2026 YouTube ha reso disponibile a chiunque ne faccia richiesta il proprio strumento proprietario di rilevamento dei deepfake, fino a quel momento accessibile solo a un gruppo ristretto di agenzie e figure pubbliche selezionate.

Una mossa arrivata in un momento in cui Hollywood deve fare i conti con una tecnologia sempre più minacciosa per chi teme di essere sostituito dall’intelligenza artificiale: a febbraio, ad esempio, dei, video generati da Seedance 2.0 raffiguranti Brad Pitt e Tom Cruise che se le davano di santa ragione su un grattacielo hanno fatto il giro del web in poche ore, e il presidente dell’MPA (Motion Picture Association), Charles Rivkin, ha parlato apertamente di uso non autorizzato di opere protette su scala massiccia.

Tutto questo pochi mesi dopo il lancio di Sora da parte di OpenAI, nell’autunno 2025, che aveva prodotto una vera inondazione di contenuti che vedevano come protagonisti personaggi di film e serie televisive, oltre a varie ricostruzioni della voce di figure storiche (come Martin Luther King) prima che la piattaforma venisse chiusa, a marzo 2026.

Il meccanismo del tool riconoscimento dei deepfake è concettualmente semplice: chi si iscrive carica il proprio volto nel sistema, che scansiona la piattaforma e segnala i contenuti potenzialmente contraffatti, lasciando al titolare la scelta se richiederne la rimozione oppure lasciarli lì.

La piattaforma continua a garantire degli spazi per la parodia e la satira, ma i contenuti che replicano in modo realistico l’attività professionale di un interprete sono tra quelli rimovibili su richiesta. Intanto, a gennaio, Taylor Swift ha depositato la domanda di registrazione del marchio per due clip audio della propria voce e per un’immagine di scena, percorrendo una strada già aperta in precedenza da Matthew McConaughey, cioè un utilizzo del diritto dei marchi ancora privo di precedenti giudiziari, pensato per coprire il vuoto che il diritto d’autore lascia aperto quando un modello genera un’imitazione ex novo, senza copiare alcuna registrazione esistente.

Hollywood: resistenza contro l’AI, ma fino a quando?

La resistenza organizzata dell’industria creativa all’intelligenza artificiale si è fatta sentire particolarmente lo scorso gennaio, con il lancio della campagna “Stealing Isn’t Innovation” promossa dalla Human Artistry Campaign, una coalizione che riunisce sindacati, associazioni di categoria e gruppi per i diritti degli artisti. Oltre settecento firmatari – tra cui Scarlett Johansson, Cate Blanchett e Joseph Gordon-Levitt – hanno sottoscritto un appello che chiedeva alle aziende tecnologiche di smettere di addestrare i propri modelli su opere protette dal diritto d’autore senza autorizzazione esplicita, e di introdurre meccanismi di opt-out per i creatori, con tanto di pagina acquistata sul New York Times.

Eppure il fronte della resistenza, a guardarlo con attenzione, è più sfaccettatao di quanto le firme in calce lascino intendere. Justine Bateman, un’attrice e filmmaker che aveva affiancato SAG-AFTRA durante lo sciopero del 2023 e aveva fondato Credo23, un’organizzazione che certifica le produzioni realizzate senza AI generativa, continua a sostenere che la tecnologia sia strutturalmente incompatibile con la creatività umana. Natasha Lyonne, invece, dopo aver annunciato il proprio debutto alla regia con Uncanny Valley, un film che fa uso di strumenti AI addestrati esclusivamente su materiale privo di vincoli di copyright per operazioni di post-produzione, si era ritrovata subito al centro di una bufera online (alimentata, a suo dire, dalla scarsa propensione a leggere i comunicati stampa per intero).

Sandra Bullock, interpellata a margine di una conferenza di settore, aveva sintetizzato con un certo pragmatismo la situazione sull’AI in questi casi: «È qui. Dobbiamo osservarla, capirla, starle vicino», aggiungendo che la cautela resta necessaria, perché c’è chi la userà in malafede.

La Creative Artists Agency, nel frattempo, ha investito in due aziende attive nel campo dei deepfake creativi (Metaphysic e Deep Voodoo) e avviato un prodotto interno chiamato CAA Vault per archiviare le sembianze dei propri assistiti, in vista di future opportunità di monetizzazione: un segnale piuttosto chiaro che la distinzione tra tutela e sfruttamento commerciale della propria immagine digitale è destinata a diventare uno dei principali nodi contrattuali del prossimo futuro, in un contesto sempre più dominato dai servizi casalinghi di fruizione dei contenuti, che macinano serie nuove quasi ogni giorno (Su SOSTariffe.it è possibile confrontare le offerte di streaming disponibili sul mercato italiano)

Il rinnovo WGA guarda altrove

Eppure, al momento, il contratto quadriennale ratificato dalla Writers Guild of America nell’aprile 2026 dice molto sullo stato reale della partita tra i sindacati del settore creativo e le major. Il tema dell’intelligenza artificiale, che aveva dominato la retorica dello sciopero del 2023, è scivolato in secondo piano: le major si sono impegnate a continuare a tenere incontri con il sindacato sull’argomento e a notificare alla WGA eventuali accordi di licenza che coinvolgano opere degli sceneggiatori per l’addestramento di modelli, ma hanno respinto la richiesta di remunerare gli autori per questo utilizzo. E la WGA ha rinunciato a questa rivendicazione.

Il centro di gravità della trattativa si è spostato altrove, visto che il fondo sanitario del sindacato accusa un deficit accumulato di circa 200 milioni di dollari negli ultimi quattro anni, e senza un intervento strutturale le riserve si sarebbero esaurite nel giro di altri tre. Le major hanno versato 321 milioni di dollari, cifra record, alzando al contempo la propria quota contributiva dal 13% al 16,75% della retribuzione lorda degli sceneggiatori. In cambio, gli iscritti pagheranno premi mensili più alti, franchigie aumentate e massimali di spesa out-of-pocket più elevati.

Il risultato è un accordo in cui l’AI è formalmente presente ma, di fatto, marginale, mentre la questione della sanità ha assorbito le energie negoziali di entrambe le parti. Una scelta che mostra come siane cambiate le priorità concrete di chi lavora nell’industria, al di là delle campagne e delle dichiarazioni pubbliche. Quando si tratta di scegliere su cosa concentrare la pressione contrattuale, anche i diritti digitali cedono il passo alle spese mediche.

Ben Affleck, Netflix e il riassetto dell’industria

A marzo 2026 Ben Affleck ha venduto a Netflix la propria società di intelligenza artificiale, InterPositive, fondata in segreto nel 2022. La notizia ha suscitato almeno due reazioni: da un lato la sorpresa per la notevole riservatezza con cui l’attore era riuscito a condurre l’operazione, dall’altro l’immediato dibattito sul significato industriale dell’acquisizione. InterPositive non produce video da prompt testuali e non si occupa di generazione di contenuti, ma ha sviluppato modelli addestrati a ragionare sulla logica visiva e sulla coerenza editoriale, con applicazioni in post-produzione, dalla correzione di inquadrature mancanti alla gestione delle incongruenze di illuminazione. Netflix ha inquadrato l’acquisto come un “ampliamento della libertà creativa”, presentando gli strumenti di InterPositive come soluzioni a problemi tecnici e non come sostituti del lavoro umano.

L’operazione si inserisce in un contesto di riassetto industriale di proporzioni storiche, visto che il 23 aprile gli azionisti di Warner Bros. Discovery hanno approvato la fusione da 110 miliardi di dollari con Paramount Skydance, con un’offerta da 31 dollari per azione che rappresenta un premio del 147% rispetto al prezzo di riferimento pre-operazione.

La chiusura dell’accordo è attesa per il terzo trimestre del 2026, salvo ostacoli regolatori: il Dipartimento di Giustizia americano ha già emesso citazioni istruttorie a fine marzo per esaminare gli effetti della fusione sulla concorrenza nelle sale cinematografiche, sulle piattaforme di streaming e sui diritti di distribuzione dei contenuti.

Nel frattempo Paramount si è accollata anche i 2,8 miliardi che Warner Bros. Discovery doveva a Netflix in seguito allo scioglimento dell’altro precedente e chiacchieratissimo accordo di acquisizione.

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Luce e gas: i prezzi all’ingrosso in leggero calo ad aprile

Rubrica settimanale Sos Energia, frutto della collaborazione fra Key4biz e SosTariffe. Una guida per il consumatore con la comparazione dei prezzi dell’elettricità, del gas e dell’acqua. Per consultare tutti gli articoli, clicca qui.

Le tensioni geopolitiche continuano a far sentire i propri effetti sui mercati energetici. Ad aprile i prezzi all’ingrosso di luce e gas in Italia si sono mantenuti sopra al livello di inizio anno, anche se in discesa rispetto al picco di marzo.

Le quotazioni mantengono un andamento altalenante e volatile, a causa delle incertezze legate alla durata del conflitto in Iran e alla ripresa dei traffici nello stretto di Hormuz. In questo contesto di imprevedibilità e di rapidi cambiamenti, è importante monitorare il mercato libero e controllare quali sono le condizioni contrattuali proposte dalle migliori offerte luce e le migliori offerte gas.

Il comparatore di SOStariffe.it consente di confrontare le tariffe dei fornitori partner e permette di stimare il risparmio che si può ottenere passando a un’offerta diversa.

PSV in calo, ma i prezzi del gas si mantengono alti

A seguito dello scoppio della guerra in Iran e del blocco dello stretto di Hormuz, l’Europa è stata investita da una crisi energetica che sta spingendo all’insù i prezzi del gas e del petrolio. Anche sul mercato italiano sono evidenti i riflessi delle tensioni internazionali: il PSV (Punto di Scambio Virtuale), il prezzo all’ingrosso usato come riferimento dalla maggior parte dei fornitori, ha iniziato a salire subito dopo l’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele in Iran.

Dopo mesi di relativa stabilità, le quotazioni sono salite rapidamente: se a febbraio il valore medio mensile del PSV è stato di 0,377 €/Smc, a marzo si è arrivati a 0,558 €/Smc. Durante il mese di aprile si è registrato un lieve calo, con un valore medio di 0,492 €/Smc, ma i prezzi continuano a variare rapidamente.

Osservando l’andamento del PSV nelle ultime settimane si nota una riduzione dei prezzi nella prima metà del mese di aprile, con una ripresa della salita nella seconda metà del mese. L’incertezza riguardo alla riapertura dello stretto di Hormuz tiene ancora alta la tensione sui mercati e rende difficile prevedere la durata della crisi.

PUN in calo, con prezzi molto volatili

La composizione del mix energetico italiano e il meccanismo del prezzo marginale fanno sì che le quotazioni del gas influenzino direttamente anche il prezzo dell’elettricità. La crisi in corso, quindi, ha comportato un immediato aumento anche del prezzo della luce.

Il PUN, il Prezzo Unico Nazionale, ha avuto un andamento simile rispetto a quello del PSV, passando da valori inferiori a 110 €/MWh a febbraio a circa 140 €/MWh a marzo, per poi scendere attorno ai 120 €/MWh ad aprile.

Nonostante il prezzo all’ingrosso di aprile abbia fatto segnare un lieve calo su base mensile, i prezzi risultano molto volatili. Su base giornaliera, durante il mese ci sono state variazioni in aumento e in diminuzione che hanno superato anche il 20% e la forbice tra il valore più alto e quello più basso del mese di aprile è di circa 50 €/MWh (il minimo è stato di 101 €/MWh il 12 aprile e il massimo di 160 €/MWh il 1° del mese).

Confrontare le migliori offerte per abbassare la spesa per le bollette

Grazie al confronto delle offerte luce e gas disponibili sul mercato libero, si possono trovare buone occasioni per ridurre la spesa per le bollette.

Per individuare le tariffe che fanno risparmiare di più rispetto a quella attivata con il proprio fornitore si può fare affidamento sul comparatore di SOStariffe.it. Basta inserire una stima dei propri consumi o chiedere un’analisi gratuita della bolletta per ricevere un’indicazione personalizzata delle soluzioni più convenienti proposte dai fornitori partner.

Quando si valutano offerte alternative è importante considerare di che tipo di tariffa si tratta: la scelta è tra offerte a prezzo bloccato, che fissano il prezzo della componente energia (nel caso dell’elettricità) o della materia prima (nel caso del gas) per un periodo minimo di 12 mesi, e offerte a prezzo indicizzato, nelle quali il costo di luce o gas si adegua mensilmente in base all’andamento dei prezzi all’ingrosso.

Scegliendo un’offerta a prezzo fisso si conosce in anticipo il prezzo che verrà pagato per l’energia elettrica e per il gas. Le migliori offerte dei fornitori partner di SOStariffe.it al momento partono da 0,10 €/kWh per l’elettricità e da 0,43 €/Smc per il gas. Optando per un’offerta a prezzo indicizzato, invece, si accetta che il prezzo vari mese per mese a seconda dell’evoluzione delle quotazioni: le migliori offerte del momento a prezzo variabile partono da 0,129 €/kWh per l’elettricità e da 0,447 €/Smc per il gas.  

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L’algoritmo AI che cambierà il mondo? La recensione del libro di Luciano Pilotti

L’algoritmo AI che cambierà il mondo? L’AI tra tecno-ibridazione di lavoro-capacità,

competenze condivise, funzioni predittive e regolatorie e di Agency. Note di policy

tra tecnica, contaminazione di saperi ed algoretica

McGraw Hill Education 2026, pagg, 530, € 37,00

L’intelligenza artificiale è entrata nel dibattito pubblico (e nelle pratiche quotidiane) con un’accelerazione che non si era mai riscontrata in altre tecnologie visto il raggiungimento dei 100 milioni di utenti che si è realizzata in meno di 1 anno e per i social ci erano voluti 5 anni  e per i PC 8, mentre per il motore a scoppio 40 anni e per il libro a stampa 400 anni. In meno di tre anni, si è trasformata in un’infrastruttura cognitiva pervasiva, capace di incidere simultaneamente su produzione, lavoro, organizzazione delle imprese e relazioni sociali entrando nell’uso comune di centinaia di milioni di persone. Un processo certo facilitato dal search precedente, ma lento e faticoso dato che portava ad elenchi di siti da aprire, indagare e rielaborare avendone certificato selettivamente la fonte. Questo libro denso di Luciano Pilotti ne indaga i processi emergenti e la trasversalità diffusiva, con una spinta “bottom up” che non ha eguali nella storia delle innovazioni umane e di quelle tecnologiche in particolare visto che la diffusione tra i “produttori”(imprese) e i “consumatori” è differenziata e  a favore dei secondi con un 35% contro il 25% mediamente. Ma perché le aziende necessitano di una “orchestrazione” (integrazionista)  e dunque impiegano più tempo nell’adozione  e che il singolo user non ha.

Traiettoria che ne evidenzia la natura linguistica e cognitiva al di là dei suoi misteri di black box che connotano l’architettura dell’algoritmo e che possiamo sintetizzare in quattro key words: chatbot (crasi per definirel’automa e le sue funzioni – intese come “chiacchiera con il robot), prompt (l’interrogazione), rete neurale (il motore di elaborazione statistico-comparativo per catene di words assimilabili con logiche di “attenzione” via transformer) e addestramento (la funzione “digestiva” dei dati che nella robotic AI diventano teleoperazioni per i modelli VLA-visione/linguaggio/azione). Una “macchina” che non agisce più su leve, muscoli o movimenti né sulle chimiche dei materiali, ma sulle decisioni e dunque che possiamo ermeticamente definire “cognitiva”. Non solo agisce su scrittura e lettura, sostituiti da voice control ma su attenzione, intenzione e decisione. Un cambio paradigmatico da indagare e che il libro di Pilotti prova a fare con attenzione e uno sguardo trasversale alle applicazioni intersettoriali (dalla medicina alla manifattura, dalla logistica alla guerra, dall’arte e all’informatica)  per potere comprendere più a fondo gli impatti di breve  e lungo termine.

Qui risiede allora il primo grande nodo che è nella logica architetturale di questa innovazione tecno-linguistica e di fatto antropologica dato che incide sul noto “cogito ergo sum” sottoponendolo a una mutazione: il salto da una logica simbolica (lineare e sequenziale) ad una semantica (non lineare e non sequenziale ma di attenzione). Seppure , potremmo dire, una semantica simulata che mostra di avvicinare l’intelligenza naturale senza alcuna assimilazione, accoppiandovisi per parallelismi e con una memoria “trans-locale”, ossia a-contestuale.  Per la semplice ragione che l’AI/automa manca di un corpo sensibile e dunque manca di “veicoli” dell’esperienza, ossia non può avere alcuna consapevolezza, nessuna coscienza, alcun contatto con la realtà dei fatti,  dunque non potendone avere alcun giudizio (di bene o male, di bello o brutto, di giusto o sbagliato), ma funziona ed è utile purché guidata e canalizzata nelle sue applicazioni e impieghi, privati o del singolo individuo oppure pubblici e collettivi e/o organizzativi in imprese e istituzioni velocizzando, efficientando, replicando in tempi impossibili per l’umano. Facendo bene e velocissimamente ciò che l’uomo non può fare (come replicare, comparare, integrare enormi volumi di dati), ma non sapendo fare bene ciò che l’uomo fa velocemente e intuitivamente come contestualizzare e/o scegliere in ranking di opzioni ordinate per giustizia e senso, per significato, per solidarietà, per bontà ed estetica, per dolore e sofferenza, oppure per amicizia, affetto o amore. L’automa AI stenta a trattare il mondo dei sentimenti connessi all’esperienza sensibile e dei fatti, della corporeità.

Il secondo grande nodo che l’AI pone riguarda allora suoi effetti su organizzazione e  occupazione. La storia economica mostra che l’innovazione tecnologica non elimina in senso stretto il lavoro, ma lo sostituisce in un processo trasformazionale nella sua natura, nel contenuto e nell’organizzazione. Ciò che distingue l’AI dalle rivoluzioni del passato è la sua capacità di incidere non solo sul lavoro manuale o routinario, ma anche su ampie porzioni del lavoro cognitivo, amministrativo e professionale. Non ci troviamo di fronte a una semplice sostituzione di mansioni, bensì a una riorganizzazione profonda delle catene del valore e delle competenze richieste.

Gli effetti sull’occupazione non dipenderanno quindi tanto dalla tecnologia in sé quanto molto di più dalle scelte organizzative e istituzionali che ne accompagneranno la diffusione  e dalla convergenza tra orchestrazione organizzativa e di competenza  e capacitazione del  lavoro accrescendo le remunerazioni e incentivando l’auto-organizzazione, ossia la responsabilità. L’AI, infatti, può essere impiegata per ridurre la domanda di lavoro e comprimere i salari, oppure per aumentare la produttività del lavoro esistente e generare nuove funzioni ibride come architetti del lavoro e tutor di competenza. Favorendo la scelta più adatta del mix dinamico ( e quotidiano) tra le quattro attività da svolgere con l’AI al crescere del coinvolgimento umano e del potenziale relazionale: chiedere, esplorare, delegare e collaborare. Senza politiche attive efficaci, formazione continua e una contrattazione capace di intercettare il cambiamento, il rischio è quello di una polarizzazione ancora più accentuata tra nicchie di lavoratori altamente qualificati (che stanno nel quadrante in alto a destra) e una vasta area di lavoro povero (che può isolarsi nel quadrante in basso a sinistra),  e che può ulteriormente frammentarsi e precarizzarsi e che magari riscopriamo anche nelle forme diffuse e differenziate di gig economy con basse garanzie e diritti. Processi che ci introducono all’emergente tema “agentico” con squadre di agenti da accoppiare alle persone non per sostituirle e non tanto per accrescere velocità e produttività ma per far crescere le qualità del lavoro come un eco-sistema di abilitazione di competenze e virtù insieme. Se con un miliardo di agenti entro il 2029 secondo alcune stime lo vedremo presto. Ossia dipenderà dalla mobilitazione della capacitazione delle persone, dei loro potenziali allargandone le competenze (spesso integrate, condivise, interfunzionali e anche transdisciplinari) governate dalla condivisione di virtù accrescendo la loro soddisfazione in un più equilibrato work life balance e che deve spingere verso “ruoli aperti” e che cambierà anche le forme di remunerazione. Favorendo in questo modo la riduzione dei processi di burnout o stress lavorativi sempre più diffusi. Dunque, l’AI avrà successo se spingerà le imprese  alla governance attiva del cambiamento come chiave competitiva del futuro con piani sistematici di formazione del capitale umano in collaborazione con istituzioni pubbliche e con la scuola.

Il tema dei salari è strettamente connesso a quello dell’occupazione ed è uno degli indicatori principali per valutare se l’AI stia migliorando o peggiorando il benessere sociale. L’esperienza degli ultimi decenni mostra che, in contesti caratterizzati da debole potere contrattuale del lavoro e da mercati concentrati, la produttività può crescere senza che i salari seguano la stessa traiettoria. Una tendenza che l’AI rischia di amplificare soprattutto nei Paesi in cui la contrattazione collettiva è fragile e la rappresentanza del lavoro frammentata. E’ il rischio che si corre in Italia con la proliferazione di contratti non rappresentativi e giustamente “respinti” sia dai sindacati dei lavoratori e sia dalle associazioni imprenditoriali più diffuse.

Accanto a occupazione e salari, l’intelligenza artificiale solleva interrogativi più ampi sulla struttura della società. L’uso di algoritmi nei processi di selezione, valutazione e allocazione delle risorse, la crescente delega a sistemi opachi di scelte che incidono sulla vita delle persone pongono problemi di responsabilità, trasparenza e democrazia oltre che di compatibilità organizzativa. Non si tratta solo di evitare bias o discriminazioni, ma di preservare spazi di deliberazione umana in contesti sempre più guidati da modelli statistici, apparentemente neutrali. Modelli di recruiting che sembrano discriminare per esempio l’accesso dei/delle giovani entry level in contesti ad alta replicazione e routinarie.

Un elemento centrale, che questo volume contribuisce a mettere a fuoco, è la forte concentrazione del mercato dell’intelligenza artificiale. Pochissime grandi imprese, prevalentemente statunitensi (con poche altre cinesi), controllano le infrastrutture critiche: potenza di calcolo, dati, modelli fondamentali, piattaforme cloud. Ora alla rincorsa di fonti energetiche utili a sostenere l’enorme consumo energetico che questa intelligenza computazionale impone.  Una concentrazione che non è un esito accidentale, ma il risultato di economie di scala, effetti di rete e barriere all’ingresso che tendono a rafforzarsi nel tempo, cumulativamente con un duplice rischio: da un lato, una dipendenza tecnologica strutturale; dall’altro, un modello di innovazione che privilegia rendite e controllo più che diffusione e uso produttivo e contendibilità. Qui assistiamo alla “convergenza” paradossale tra USA e Cina per governare quel processo di concentrazione in entrambi i casi con la compenetrazione tra potere politico e business svuotando la democrazia nel caso USA. Mentre nel caso Cina vediamo Xi JingPing abbandonare il linguaggio dell’innovazione  “guidata dal mercato”  a favore di una “leadership unificata” guidata dal Partito Comunista per definire le priorità tecnologiche. Di fatto ciò che fanno i Thiel , Musk e Andriessen condizionando i poteri del Presidente per una sorta di “statalizzazione del potere tecnologico” (difesa, satelliti, droni, energia, commerci) in conflitto  sia con lo Stato di Diritto e la Democrazia che con le regole di mercato e della contendibilità come le conosciamo e che ci ha consegnato il Secolo Breve. Il controllo sull’AI vede allora la convergenza tra USA e Cina con strumenti dissimili ma con gli stessi obiettivi di controllo politico.

Qui, allora evidente il ruolo dell’Europa, e in particolare per potenze medie (nel linguaggio di Mark Carey, Presidente del Canada).  Paesi caratterizzati da un tessuto produttivo di piccole e medie imprese come l’Italia, la sfida è particolarmente delicata. Una via possibile per il nostro continente è quella di puntare su un’intelligenza artificiale affidabile, integrata nei processi produttivi, complementare al lavoro umano e coerente con un modello sociale che non separi efficienza e inclusione, sostenibilità e responsabilità. Senza una strategia industriale e del lavoro, l’AI può restare confinata in poche grandi imprese, con la conseguenza che il resto dell’economia la subisca, anziché utilizzarla per una crescita che si faccia sviluppo. Ma per questo servono Riforme che riducano le diseguaglianze e accrescano la coesione sociale.

Il volume offre strumenti concettuali preziosi per evitare le derive che si affacciano sulla frontiera tecno-sociale, antropologica e politica dell’AI. Da cui emerge con chiarezza che l’intelligenza artificiale è un campo di scelte – tecnologiche certamente -, ma soprattutto economiche, sociali, organizzative e politiche e geo-strategiche. Su questo terreno si misurerà la capacità delle nostre società di trasformare l’innovazione in progresso condiviso e inclusivo.

Il testo è suddiviso in sette capitoli.

Il primo capitolo sviluppa il significato di LLM – Large Language Model – e la sua natura linguistica che sono alla base dell’AI e delle reti neurali che connettono per logiche associative input e output sulla base di specifici prompt. Vengono evidenziate le differenze tra linguaggi macchina e linguaggio naturale e i limiti semantici nelle probabilità associative ricorrenti.

Il secondo capitolo descrive e analizza gli scenari tecnologici emergenti e i loro impatti economici, tecnico-organizzativi e sociali, con una focalizzazione sull’AI, a partire dagli effetti su investimenti, modelli di business e processi decisionali nell’evoluzione della loro automazione cognitiva e con i maggiori impatti sui modelli organizzativi delle imprese.

Il terzo capitolo prende in esame i concetti di organizzazione dinamica nelle compatibilità con vari modelli di AI e di reasoning model, guardando agli impatti interfunzionali (e trans-disciplinari) verso una Artificial Super Intelligence (ASI) e versioni successive con l’accesso a oltre 150 miliardi di parametri dopo che nel 2018 eravamo partiti con solo 120 milioni di parametri.

Il quarto capitolo sviluppa i nuovi concetti di lavoro nella trasformazione digitale, tra emergente capacitazione, esperienza, culture e formazione. Introduce il concetto di poiesi e la sua utilità esplorativa. Rilegge i modelli standard connessi alla forma delle funzioni Cobb-Douglas e gli impatti agentici in termini occupazionali.

Il quinto capitolo si occupa dei processi diffusivi e di penetrazione dell’AI in settori di servizio e manifatturieri, dalla salute alla produzione, alla life science. In particolare, nei processi e nei contesti di cura, e dunque tanto nella realtà ospedaliera quanto all’interno delle Terapie Intensive, l’AI sta trasformando la pratica clinica introducendo innovazioni che migliorano l’efficienza del lavoro e la cura dei pazienti. Vengono, inoltre, affrontati in modo trasversale settori “ibridi” (logistica, industria della guerra, informatica, turismo e arti creative-digitali). Dalla divergenza e/o convergenza di queste molteplici esperienze applicative sarà possibile capire meglio la natura profonda dell’AI e il suo impatto sui fattori di trasferibilità e contaminazione intersettoriale nell’adozione di strumenti e modelli applicativi e nel contributo alla creazione di valore. Per poi valutarne l’influenza su produttività fisica e cognitiva, innovazione (aperta e sociale), lavoro capacitato e crescita di una prosperità diffusa e se tutto questo ci potrà condurre verso uno sviluppo condiviso oltre i rischi formulati da Yoshua Bengio per il “dilemma dell’evidenza” (“le capacità dei sistemi crescono rapidamente, mentre le prove di efficacia delle misure di mitigazione emergono lentamente”) che si insinuano nelle capacità frastagliate dell’AI tra genialità e fragilità e dunque per i tassi di fallimento, soprattutto in condizioni critiche e dove sembra crescere l’autonomia di questi sistemi rispetto al nostra capacità di controllo, seppure non in modo ancora evidente.

Il sesto capitolo analizza i concetti di cultura d’impresa in relazione ai temi e le caratteristiche dell’AI, rapportandoli alla natura della coscienza e della consapevolezza rilette attraverso l’algoretica. Che viene definita come un insieme di regole condivise in grado di aiutare a canalizzare lo sviluppo e la diffusione dell’AI e la sua adozione nei diversi contesti, con un percorso che sollecita la costruzione di un capitalismo più umano, democratico e responsabile per consolidare la sua sostenibilità ed espandere gli spazi della libertà tra pluralismo, competitività e creatività compatibili con la società aperta e con modelli di welfare occidentali ed europei in particolare.

Il settimo capitolo presenta alcune prime conclusioni politiche  e geopolitiche sul ruolo dell’Europa nella regolazione dell’AI, esplorando il significato di sovranità digitale e di ciò che intendiamo per digital commons per comprendere a fondo le risposte possibili ai dilemmi della crescita nella società della conoscenza e ai conflitti tra utenti e autore-editore da una parte e provider di servizi-piattaforma dall’altra. In altre parole, come risolvere il dilemma tra crescita (debole), produttività cognitiva (espansa), profitti (calanti), investimenti AI (gonfiati) e occupazione (scarsa)?

Il testo si conclude con la presentazione di quattro scenari – dal più pessimistico al più ottimistico – che abbiamo di fronte e nei quali provare a districare almeno alcuni dei tanti dilemmi in cui siamo immersi con la diffusione dell’AI.

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