Extraprofitti energetici, dalla crisi mediorientale una rendita da 81 milioni di euro al giorno in Europa
Extraprofitti energetici in Europa: la nuova rendita della crisi geopolitica che a marzo ha generato 2,5 miliardi di euro secondo l’analisi T&E
L’impennata dei prezzi energetici seguita al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran sta generando una nuova ondata di extra-profitti lungo la filiera petrolifera europea, riaprendo il dibattito su una possibile tassazione straordinaria.
Secondo un’analisi commissionata da Greenpeace Germania all’esperto energetico Steffen Bukold, le compagnie petrolifere attive nell’Unione europea stanno registrando circa 81,4 milioni di euro al giorno di profitti extra, pari a 2,5 miliardi di euro nel solo mese di marzo 2026. Il dato riflette un fenomeno già osservato durante precedenti crisi: l’aumento dei prezzi alla pompa risulta significativamente superiore rispetto alla crescita del costo del greggio, segnalando un’espansione dei margini lungo tutta la catena del valore.
Al 23 marzo, il prezzo medio dei carburanti nell’UE ha raggiunto 2,06 euro al litro per il diesel e 1,89 euro per la benzina, con incrementi rispettivamente di 49 e 27 centesimi al litro rispetto al periodo precedente al conflitto (gennaio–febbraio 2026). Per i consumatori, ciò si traduce in un aggravio di circa 27 euro per un pieno di diesel da 55 litri.
La lettera di Italia, Spagna, Germania, Austria e Portogallo per una nuova tassa sugli extraprofitti energetici
A riguardo, l’Italia si muove con altri quattro grandi Paesi Ue proprio per chiedere una nuova tassa europea sugli extraprofitti energetici, nel pieno della fiammata del petrolio legata alla guerra in Medio Oriente.
L’iniziativa, guidata dai ministri dell’Economia Giancarlo Giorgetti con i colleghi di Spagna, Germania, Austria e Portogallo, punta a ottenere dalla Commissione europea una risposta comune per contenere l’impatto del caro energia su famiglie e imprese.
Nella lettera, inviata al commissario Ue all’Economia Wopke Hoekstra, i cinque chiedono un intervento coordinato Ue per tassare i profitti straordinari delle compagnie energetiche, con l’obiettivo di evitare che il costo della crisi ricada interamente sui consumatori e sui bilanci pubblici. Il riferimento è esplicito all’impennata dei prezzi del petrolio dopo l’escalation con l’Iran e alle distorsioni di mercato generate dalle tensioni geopolitiche.
“Una soluzione europea di questo tipo invierebbe un segnale chiaro ai cittadini e all’economia, dimostrando unità e capacità di azione“, si legge nel documento: “chi beneficia delle conseguenze della guerra deve contribuire ad alleviare il peso sul pubblico“.
“Abbiamo ricevuto la lettera – ha replicato un portavoce della Commissione – la stiamo attualmente valutando e risponderemo a tempo debito“. L’esecutivo europeo, si legge in un’Ansa, è “al lavoro a stretto contatto con gli Stati membri su possibili misure politiche mirate in risposta all’attuale crisi energetica“.
A Bruxelles da quanto trapela si ragiona comunque anche sul fatto che un’eventuale tassa Ue sugli extraprofitti non garantirebbe necessariamente risorse rapide agli Stati per affrontare alla crisi. Inoltre il precedente del 2022 resta un riferimento ma anche un monito: la misura europea, affiancata da interventi nazionali, ebbe applicazione disomogenea e tempi non immediati, con entrate variabili tra Paesi e difficoltà di attuazione che ne limitarono l’impatto nel breve periodo. Nel nostro paese il gettito si fermò a 2,8 miliardi contro i 10 preventivati ad esempio.

Margini in espansione oltre il costo del greggio
Il punto centrale evidenziato in un nuovo studio di T&E è la divergenza tra l’andamento delle quotazioni petrolifere e i prezzi finali. Non si tratta quindi di un semplice trasferimento dei maggiori costi di approvvigionamento, ma di una dinamica di espansione dei margini di raffinazione e distribuzione, che genera rendite straordinarie in un contesto di forte tensione geopolitica.
Una dinamica analoga era emersa nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando i consumatori europei avevano sostenuto un costo aggiuntivo stimato in circa 55 miliardi di euro nell’arco dell’anno, mentre i profitti della raffinazione nell’UE erano triplicati tra il 2021 e il 2022.
Le stime aggiornate di T&E indicano che, qualora le attuali condizioni di mercato dovessero protrarsi fino alla fine del 2026, si potrebbero generare circa 79 miliardi di euro di extra-profitti complessivi lungo la filiera dei carburanti stradali:
- 28 miliardi nelle attività downstream (raffinazione e distribuzione), in gran parte all’interno dell’UE
- 51 miliardi nelle attività upstream (estrazione), prevalentemente a beneficio di paesi produttori e compagnie internazionali
I maggiori extraprofitti su diesel e benzina in Germania, Francia, Spagna e Italia
L’analisi evidenzia inoltre una distribuzione disomogenea degli extra-profitti tra i paesi membri. In termini assoluti, i maggiori guadagni si concentrano nei principali mercati: Germania, Francia, Spagna e Italia. La Germania, in particolare, registra un’espansione superiore alla media dei margini sia sul diesel sia sulla benzina.
Guardando invece ai margini per litro, gli incrementi più marcati sul diesel si osservano nei Paesi Bassi, in Svezia, Danimarca e Austria, mentre per la benzina emergono Germania, Austria, Spagna e Danimarca. Il dato suggerisce una correlazione con il potere d’acquisto: nei paesi più ricchi, la capacità di assorbire prezzi più elevati consente una maggiore espansione dei margini. Al contrario, in alcune economie dell’Europa centrale e orientale — come Slovacchia e Slovenia — i margini risultano stabili o in contrazione.
Il nodo della tassazione degli extra-profitti, reinvestire in fonti pulite e sostegno alle comunità colpite dalla crisi
In questo contesto, torna centrale il tema di una tassazione degli extra-profitti. Greenpeace propone l’introduzione di un prelievo strutturale sui profitti delle compagnie fossili, destinando le risorse a tre obiettivi: riduzione delle bollette energetiche, accelerazione della transizione verso rinnovabili ed efficienza, sostegno alle comunità colpite dalla crisi climatica.
L’Unione europea dispone già di un precedente operativo. La “solidarity contribution”, applicata durante la crisi energetica del 2022, prevedeva un’aliquota del 33% sugli utili eccedenti il 20% della media 2018–2021, generando circa 28 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023.
Dal punto di vista economico, l’argomento a favore di questo tipo di intervento si fonda sulla natura stessa delle rendite: si tratta di profitti non derivanti da investimenti o innovazione, ma da shock esogeni e temporanei. In tali condizioni, una tassazione mirata consente di redistribuire risorse senza compromettere gli incentivi industriali di lungo periodo.

Limiti e implicazioni strategiche
Resta tuttavia un limite strutturale: una quota rilevante degli extra-profitti (in particolare quelli upstream) sfugge alla giurisdizione europea. Inoltre, circa il 20% del diesel consumato nell’UE è importato, il che implica che parte delle rendite continuerà a beneficiare operatori extraeuropei, riducendo l’efficacia complessiva di un eventuale prelievo.
Nonostante ciò, l’intervento sui segmenti downstream, dove si concentrano almeno 28 miliardi di euro stimati, rappresenta uno spazio di azione concreto per le politiche europee.
Tassazione, una leva per la stabilità economica
L’aumento dei prezzi dei carburanti agisce come un’imposta regressiva su famiglie e imprese, comprimendo i consumi e rallentando la crescita. In questo quadro, la tassazione degli extra-profitti può assumere una funzione anticiclica, contribuendo a sostenere il reddito disponibile e a finanziare investimenti strategici.
La questione non riguarda solo l’equità, ma anche l’efficienza del sistema economico. Quando siamo di fronte a shock geopolitici di questo livello, lasciare che le rendite si concentrino lungo la filiera energetica rischia di amplificare le distorsioni macroeconomiche. Un intervento mirato, al contrario, può attenuarne gli effetti e rafforzare la resilienza dell’economia europea.

Il prezzo economico e sociale della guerra
Secondo uno studio della Confederazione europea dei sindacati, le famiglie europee potrebbero dover affrontare quasi 1.900 euro di costi energetici aggiuntivi all’anno a causa del conflitto con l’Iran.
“Questa ricerca mette a nudo le conseguenze devastanti per i lavoratori e le loro famiglie derivanti dal mancato intervento sulla dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili altamente instabili”, ha dichiarato Esther Lynch, segretaria generale della CES, la cui organizzazione rappresenta 45 milioni di lavoratori europei.
Un ulteriore costo della crisi si manifesta nell’aumento delle spese di trasporto di gas e petrolio verso l’Europa, in particolare dalle rotte del Golfo e lungo il Mar Rosso, diventate più rischiose e onerose. Questi rincari si trasmettono rapidamente lungo l’intera catena economica: incidono sulle bollette di elettricità e riscaldamento, sui prezzi dei carburanti e sui costi industriali (dalla logistica alle materie prime) con effetti diretti sul potere d’acquisto delle famiglie e sui margini delle imprese. In questo contesto, gli extraprofitti delle società energetiche amplificano la dinamica redistributiva: gli operatori che dispongono di approvvigionamenti o capacità produttiva a costi storicamente bassi beneficiano di margini significativamente più elevati, mentre consumatori e sistema produttivo sostengono prezzi crescenti non sempre giustificati da un analogo aumento dei costi.
Orientarsi con decisione verso le rinnovabili per uscire dalla crisi parmanente
In Europa, e in Italia in particolare, è tornato così al centro del dibattito il tema della tassazione degli extraprofitti energetici, con l’obiettivo di recuperare parte di queste rendite per attenuare l’impatto sulle bollette e sostenere famiglie e imprese. Parallelamente si discute di una revisione del modello di formazione dei prezzi dell’elettricità, ad esempio riducendo il legame tra il costo del gas e quello delle rinnovabili, per limitare la trasmissione automatica dei rincari ai consumatori finali.
Resta però una questione strutturale: la persistente dipendenza europea dalle fonti fossili continua a esporre l’economia a shock esterni, con implicazioni non solo economiche ma anche sociali e politiche. Dalla crisi energetica degli anni Settanta fino agli eventi più recenti, il tema della transizione verso fonti energetiche rinnovabili è rimasto centrale ma incompiuto. Senza un’accelerazione decisa verso un mix energetico più sostenibile e autonomo, il rischio è quello di una crescente frequenza delle crisi energetiche, con effetti sempre più ravvicinati e difficili da gestire per l’economia europea.
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