Il Miracolo americano, la Fabbrica tedesca e l’illusione della settimana corta: cosa muove davvero il PIL?
L’economia è fatta di numeri reali, non di sogni a occhi aperti. Un recente studio, intitolato “Differing Roles of Leisure and Productivity in GDP” e basato sull’analisi dei dati dal 1970 al 2020, ha messo a nudo le dinamiche profonde che muovono il Prodotto Interno Lordo (PIL) di Stati Uniti e Germania. Per farlo, i ricercatori hanno accantonato i vecchi modelli econometrici tradizionali, spesso troppo rigidi, e hanno utilizzato il Machine Learning – nello specifico un modello ad albero decisionale chiamato Random Forest – per misurare il peso reale di due ingredienti fondamentali dello sviluppo.
Questi due fattori sono le ore lavorate, che rappresentano le scelte sociali di una nazione in merito alla fatica fisica, e la Total Factor Productivity (TFP), un indicatore cruciale che misura l’efficienza con cui capitale e lavoro vengono impiegati. In parole molto semplici, la TFP è il progresso: rappresenta l’innovazione tecnologica, l’automazione, le infrastrutture e l’intelligenza aziendale.
I risultati, che confrontano la superpotenza americana e la locomotiva tedesca, sono netti e ci impongono una riflessione molto pragmatica.
Due mondi agli antipodi
Se guardiamo oltreoceano, gli Stati Uniti sembrano aver definitivamente sganciato la creazione di ricchezza dal sudore della fronte. L’analisi della cosiddetta “Gini importance” (un indice che valuta il peso delle variabili) mostra che negli USA la dinamica del PIL dipende per uno schiacciante 95,8% dalla produttività tecnologica (TFP). Le ore lavorate contano per un quasi invisibile 4,2%. In pratica, l’economia americana cresce a dismisura grazie a immensi investimenti in automazione, ricerca e sviluppo, e a un sistema che favorisce l’adozione rapidissima delle nuove tecnologie. Lì, a produrre valore, ci pensano sempre più i software e i capitali, non gli orari prolungati in fabbrica.
In Europa, rappresentata dal modello tedesco, il quadro è radicalmente diverso e, per certi versi, sorprendentemente “antico”. Nonostante la Germania sia famosa per la sua efficienza industriale, il suo PIL è ancora fortemente ancorato al lavoro fisico: lo studio rivela che la crescita tedesca è spiegata per il 72,7% dalle ore lavorate e solo per il 27,3% dai miglioramenti di produttività. È un’economia di stampo classico, orientata alla manifattura, che nonostante l’automazione continua a dipendere disperatamente dalla manodopera qualificata.
Ecco la scomposizione del peso dei fattori sul PIL, nero su bianco:
- Germania: 72,7% dipendente dalle ore lavorate, 27,3% dipendente dalla TFP (innovazione).
- USA: 4,2% dipendente dalle ore lavorate, 95,8% dipendente dalla TFP (innovazione).
Innovazione e l’illusione della “Settimana Corta”
Qui arriviamo al punto dolente, quello che smonta le facili promesse della politica. Sentiamo spesso esaltare l’idea della “settimana corta” o della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario. Lo studio ci dice che tutto questo è assolutamente possibile, ma solo a precise condizioni.
Negli Stati Uniti, i dati mostrano un fenomeno affascinante: una diminuzione delle ore lavorate si accompagna spesso a un aumento del PIL. Perché? Perché il sistema ha accumulato una produttività tecnologica tale da compensare abbondantemente la minor presenza fisica dei lavoratori. La macchina, l’algoritmo o l’infrastruttura coprono e superano il turno non lavorato.
In Germania, invece, la relazione è mista e molto più insidiosa. Ridurre le ore di lavoro non è sempre compensato da un aumento di produttività. Le rigidità strutturali, le regolamentazioni e una dipendenza vitale dai settori manifatturieri fanno sì che se il lavoratore non è in catena di montaggio, la produzione semplicemente cala.
Il messaggio per l’Europa è chiaro e inequivocabile: non si può distribuire il dividendo del “tempo libero” senza aver prima costruito le fondamenta dell’efficienza e senza aprire la strada all’innovazione e alla deregolamentazione. Invocare la riduzione degli orari di lavoro senza prima investire fiumi di denaro in tecnologia, intelligenza artificiale e infrastrutture avanzate è puro suicidio economico. Significa, banalmente, rassegnarsi a produrre di meno e a impoverirsi. La vera libertà dal lavoro non si ottiene per decreto legge, ma investendo sul progresso.
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