La corsa nucleare dell’intelligenza artificiale e il nodo elettrico italiano
Meta ha firmato accordi per l’acquisto di oltre 6,6 gigawatt di energia nucleare destinata ad alimentare la propria rete di data center per l’intelligenza artificiale: una quantità di elettricità sufficiente, secondo le stime di Bloomberg, per una città di circa cinque milioni di abitazioni.
L’operazione rende Meta uno dei maggiori acquirenti corporate di energia nucleare nella storia degli Stati Uniti, e arriva mentre l’intero settore tecnologico affronta lo stesso problema, e cioè dove trovare l’elettricità necessaria a far girare i modelli di AI.
L’accordo si aggiunge a una serie di operazioni analoghe firmate negli ultimi mesi da altri hyperscaler (i grandi fornitori di servizi cloud e di calcolo distribuito che gestiscono enormi data center in grado di espandersi in modo rapido ed efficiente) e conferma quanto la questione energetica sia diventata centrale nelle strategie di espansione dell’AI, almeno tanto quanto la disponibilità di semiconduttori o di capitali.
Una scala senza precedenti
Il caso Meta fa parte di una tendenza più ampia che riguarda l’intero settore: secondo una ricerca di Epoch AI, cinque data center da almeno un gigawatt ciascuno entreranno in funzione nel 2026, ognuno gestito da un hyperscaler diverso; il Colossus 2 di xAI a Memphis punta a raggiungere quella soglia in appena dodici mesi. Un gigawatt equivale alla produzione di una grande centrale nucleare, e questi progetti sono già cantieri attivi. Mark Zuckerberg ha parlato di un piano per costruire «decine di gigawatt in questo decennio, centinaia o più nel tempo», e il progetto Hyperion di Meta in Louisiana è concepito per arrivare a cinque gigawatt di capacità, con una prima fase da due gigawatt prevista entro il 2030. Negli Stati Uniti la fotografia più chiara della situazione arriva dai dati EPRI: in Virginia, lo stato con la maggiore concentrazione di data center, l’incidenza sui consumi elettrici totali è già al 25,59%, e potrebbe salire fino al 57% entro il 2030; altri sette stati, tra cui Arizona, Nevada e Oregon, supereranno il 20% nello stesso periodo.
Le stime indicano oltre 20 gigawatt di nuova capacità in arrivo solo nel 2026 a livello globale, una scala priva di precedenti storici secondo gli operatori delle reti elettriche. La differenza dei tempi resta il punto critico: costruire una linea di trasmissione richiede in media un decennio, mentre un campus da un gigawatt può arrivare a piena capacità in poco più di un anno. Il Bulletin of the Atomic Scientists ha calcolato che la capacità di potenza per i data center AI ha raggiunto circa 29,6 gigawatt entro la fine del 2025 negli Stati Uniti, l’equivalente del fabbisogno di picco dell’intero stato di New York, e ha documentato aumenti già misurabili nelle bollette delle aree vicine a questi impianti: in alcune zone della Virginia i costi dell’elettricità sono saliti fino al 267% in cinque anni.
Le richieste a Terna
Anche l’Italia attraversa la stessa fase di corsa alla capacità, su una scala diversa ma con una traiettoria di crescita paragonabile. Le richieste di connessione alla rete ad alta tensione presentate a Terna da parte di data center hanno raggiunto, alla fine di giugno 2026, quota 520, per una potenza complessiva di 96 gigawatt: centosessanta volte la potenza oggi effettivamente installata dal settore, che secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano si attesta a 609 megawatt dopo una crescita del 19% in un anno. I data center rappresentano ormai l’88% di tutta la nuova potenza richiesta per l’allaccio alla rete ad alta tensione, la stessa utilizzata dai grandi consumatori industriali.
Buona parte di queste richieste resta per ora teorica. A presentarle spesso è uno sviluppatore immobiliare piuttosto che l’azienda che gestirà l’impianto: il primo individua un terreno, avvia la procedura di connessione e cerca poi un operatore disposto a rilevare il progetto, un modo per prenotare potenza elettrica e rivendere il terreno a un valore più alto. Per legge Terna deve comunque valutare e conteggiare ogni domanda, quale che sia il suo esito finale, e anche solo una parte di queste richieste, se diventasse consumo reale, aggiungerebbe alla rete elettrica nazionale, in pochi anni, un carico enorme, concentrato soprattutto in Lombardia, dove ricade più di un terzo della potenza complessiva richiesta secondo i dati del portale Econnextion. Per chi comincia già a chiedersi come tutto questo si rifletterà sulla bolletta di casa, resta sempre utile un confronto diretto tra le offerte: su SOSTariffe.it si possono mettere a paragone i piani di energia elettrica disponibili sul mercato italiano.
Il collo di bottiglia della rete
In Italia come negli Stati Uniti, il problema riguarda la potenza istantanea e la capacità della rete di trasportarla dove serve, più che la disponibilità teorica di energia complessiva. L’Italia disponeva a fine 2024 di 137,6 gigawatt di potenza installata, un margine che sulla carta sembrerebbe ampio, ma la potenza installata non è mai tutta disponibile nello stesso momento: una centrale nucleare da un gigawatt produce energia per l’80% del tempo, un parco eolico della stessa taglia arriva appena al 25%, perché le turbine generano elettricità solo quando soffia il vento. A complicare il quadro c’è la geografia: Milano concentra il 68% della potenza installata a livello nazionale, mentre gran parte della nuova produzione rinnovabile nasce al Sud, e il piano di sviluppo decennale di Terna, che prevede oltre 23 miliardi di euro di investimenti per rafforzare gli scambi tra le zone di mercato, procede su tempi più lunghi di quelli dei cantieri dei data center.
Uno studio della Banca d’Italia pubblicato a giugno 2026, infine, ha rilevato che nelle regioni statunitensi con maggiore capacità di data center i prezzi pagati dai consumatori tendono a essere più alti, anche se gli autori parlano di correlazione: sui prezzi incidono anche le fonti disponibili, il costo del gas e la struttura della rete locale. Una ricerca condotta dalle università di Bergamo e Milano-Bicocca su 722 aree statunitensi tra il 2002 e il 2022 ha collegato la maggiore diffusione di data center a una quota più alta di elettricità prodotta da fonti fossili nelle zone circostanti agli impianti. In Sicilia, intanto, Amazon ha avviato sette impianti fotovoltaici in collaborazione con società energetiche locali, un’elettricità che entra nella rete nazionale come compensazione, dato che mancano ancora i collegamenti diretti verso i data center del Nord.
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