L’indipendenza digitale europea secondo Franco Bernabè

L’Europa ha imparato a regolamentare l’intelligenza artificiale, ma non ancora a produrla. È il punto centrale del documento strategico La sovranità tecnologica europea nell’era dell’intelligenza artificiale”, curato da Franco Bernabè, presidente di TechVisory, in collaborazione con Rivista.AI.

Secondo il documento, la sovranità sull’AI non si ottiene addestrando un modello nazionale. Richiede infrastrutture computazionali, dati, energia, talenti, governance e capacità industriale dentro un disegno strategico coerente.

Il rischio è che l’Europa continui a fare ciò che ha fatto finora: fissare regole avanzate, dal GDPR all’AI Act, su tecnologie che non controlla. Regola modelli sviluppati altrove, su infrastrutture possedute da altri, con strumenti di sviluppo decisi fuori dal continente.

La dipendenza non è solo dai chip

Il dibattito europeo sulla sovranità AI si concentra spesso sui processori. È un tema reale: senza GPU e capacità di calcolo avanzata non è possibile addestrare modelli competitivi.

Ma, secondo Bernabè, questa è solo la punta dell’iceberg. La dipendenza riguarda l’intera catena produttiva dell’AI: processori, strumenti di programmazione, framework di sviluppo, cloud, piattaforme di gestione e modelli linguistici.

Le GPU sono prodotte soprattutto da NVIDIA. Anche gli strumenti con cui gli sviluppatori fanno funzionare quei processori sono controllati dalla stessa NVIDIA, dopo vent’anni di ottimizzazioni difficili da sostituire.

Il risultato è una sovranità solo geografica. L’Europa può costruire data center sul proprio territorio e tenere i dati dentro i confini europei. Ma se software, strumenti di sviluppo e piattaforme operative restano controllati da aziende americane, la sovranità resta incompleta.

Il precedente della telefonia mobile: il GSM

Bernabè richiama il precedente della telefonia mobile. Negli anni Novanta l’Europa guidava il mondo con il GSM: uno standard comune, aperto, capace di creare un mercato continentale e un ecosistema industriale con Nokia, Ericsson, Siemens e Alcatel.

Poi arrivò il passaggio al 3G. L’Europa scelse il WCDMA, tecnologia difendibile sul piano tecnico, ma costruita su elementi brevettuali controllati da Qualcomm. L’azienda americana non produceva telefoni, ma deteneva diritti di proprietà intellettuale su componenti fondamentali dello standard.

Il risultato fu che per ogni telefono 3G venduto nel mondo, inclusi quelli prodotti dai campioni europei, una parte dei ricavi finiva a Qualcomm. La società americana raccoglieva pedaggi sugli standard altrui.

Per Bernabè, il parallelo con l’AI è evidente. Nel mobile l’Europa aveva ancora produttori, infrastrutture e dispositivi. Nell’intelligenza artificiale, invece, parte da una posizione più debole: non controlla processori di frontiera, strumenti software fondamentali e modelli linguistici competitivi su scala globale.

Il mondo verso due stack: Usa e Cina

Il documento descrive uno scenario in cui, entro la fine del decennio, l’AI potrebbe organizzarsi intorno a due grandi stack tecnologici: uno americano e uno cinese.

Gli Stati Uniti controllano oggi gran parte dell’infrastruttura AI globale: chip, cloud, framework, piattaforme e modelli frontier. La Cina, colpita dalle restrizioni americane sull’export di processori avanzati, ha risposto con una strategia sistematica di sostituzione tecnologica perché dispone di una domanda interna garantita. Le grandi aziende tecnologiche cinesi sono state spinte a migrare dal contesto geopolitico e dalle restrizioni americane.

L’Europa non può copiare quel modello. Non ha la stessa capacità di coordinamento centralizzato, non può imporre allo stesso modo alle imprese l’uso di tecnologie europee e non può affidarsi allo stack cinese per ragioni di sicurezza, diritto e posizionamento geopolitico.

La trappola europea è quindi chiara: non può dipendere dagli Stati Uniti, ma non può nemmeno sostituire quella dipendenza con una dipendenza dalla Cina.

Il pacchetto Ue del 3 giugno

Il documento dedica una parte centrale al pacchetto presentato dalla Commissione europea il 3 giugno 2026, definito da Bernabè un cambio di paradigma. Per la prima volta Bruxelles non si limita a regolamentare l’AI sviluppata altrove, ma prova a usare strumenti di politica industriale: infrastruttura pubblica, domanda pubblica, sostegno ai produttori europei.

È un passaggio importante, ma restano tre nodi aperti.

Il primo è il software. Le AI Gigafactories possono risolvere il problema della capacità di calcolo localizzata in Europa. Ma se usano processori NVIDIA e strumenti americani, produrranno solo accesso europeo a tecnologia altrui.

Il secondo nodo è la domanda pubblica. Il Buy European Mandate può creare domanda garantita per alternative europee. Ma senza sanzioni e controlli effettivi rischia di restare una raccomandazione.

Il terzo nodo è la scala. Gli investimenti europei restano spesso sottodimensionati rispetto alla competizione con Stati Uniti e Cina. In mercati dove il vincitore tende a prendere tutto, alternative troppo piccole diventano marginali.

Uno stack europeo aperto

La parte più operativa del documento riguarda gli strumenti di sviluppo. Secondo Bernabè, il controllo dell’hardware non basta se l’Europa non controlla anche il software che permette di usarlo.

La proposta non è costruire una copia europea di CUDA, il sistema NVIDIA, ma creare un’infrastruttura aperta e indipendente dall’hardware. Un sistema capace di abbassare il costo di migrazione verso processori non NVIDIA e rendere più competitivo il mercato.

Per realizzare questa strategia, il documento propone la creazione del Sovereign European AI Lab, SEAL: non un centro di ricerca accademico e non un’agenzia regolatoria, ma un laboratorio operativo europeo incaricato di produrre codice, standard e certificazioni.

Il modello evocato è il CERN: un’organizzazione europea con contributi nazionali, governance tecnica autonoma, capacità di assumere ingegneri ai livelli del settore privato e mandato di lungo periodo.

Il SEAL dovrebbe sviluppare e mantenere i componenti software europei, rappresentare l’Europa nei processi internazionali di standardizzazione e certificare le infrastrutture pubbliche attraverso uno standard EuroStack.

Il punto è evitare che gli obblighi di portabilità restino dichiarazioni di principio. Le Gigafactories finanziate con fondi europei dovrebbero dimostrare che il codice gira anche su processori non NVIDIA, che i modelli sono esportabili su infrastrutture alternative e che i contratti non contengono clausole di lock-in.

La domanda pubblica come leva industriale

Un altro asse centrale è la domanda pubblica. L’Europa dispone di un enorme mercato pubblico: amministrazioni nazionali, enti locali, sanità, ricerca, università, difesa. Questa domanda oggi va spesso verso fornitori americani per inerzia istituzionale, non per impossibilità tecnica.

Bernabè propone di trasformarla in leva industriale. Il Buy European dovrebbe avere controlli reali e deroghe motivate tecnicamente. Le pubbliche amministrazioni dovrebbero impegnarsi in acquisti anticipati di chip europei. I finanziamenti alla ricerca dovrebbero imporre l’uso prioritario delle infrastrutture EuroHPC prima del ricorso ai cloud americani.

Senza domanda reale, anche la migliore tecnologia alternativa resta un prototipo. Con domanda garantita, può maturare.

La sovranità come offerta geopolitica

La parte finale del documento allarga il quadro. L’Europa potrebbe offrire un’alternativa basata su standard aperti, interoperabilità, governance trasparente e assenza di agenda imperiale.

È una proposta che potrebbe interessare Paesi come India, Brasile, Indonesia e molti Stati africani, alla ricerca di un’infrastruttura digitale non subordinata né a Washington né a Pechino.

EuroStack potrebbe diventare così non solo una strategia interna, ma uno standard di cooperazione digitale internazionale.

Per Bernabè, l’indipendenza digitale europea non nasce da un annuncio, da una legge o da un singolo modello AI nazionale. Nasce dal controllo dell’intero stack tecnologico. Senza questo controllo, l’Europa rischia di diventare ancora una volta il continente che stabilisce le regole di un gioco giocato da altri.

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