Musk è trilionario. Lo dovrebbe essere anche lo Stato che lo ha reso possibile
Con l’IPO di SpaceX dello scorso 12 giugno, Elon Musk è diventato il primo trilionario della storia. Una ricchezza che un italiano medio potrebbe acquisire solo lavorando per oltre 3 milioni di anni.
Musk era già l’uomo più ricco del mondo con più di un quarto di quella fortuna derivante dalle azioni Tesla, l’azienda che nel 2010 era una startup pre-revenue sull’orlo del fallimento, salvata da un prestito di 465 milioni di dollari del Dipartimento dell’Energia americano, quando nessuna banca privata era disposta a finanziarla. Quel prestito è stato restituito nove anni prima della scadenza: lo Stato ha incassato 26 milioni di dollari in interessi. Gli azionisti, nel frattempo però, hanno visto la propria ricchezza crescere di centinaia di miliardi.
Questa storia è al centro del nostro nuovo paper per il Mossavar-Rahmani Center for Business and Government della Harvard Kennedy School, scritto insieme a John Haigh, Direttore del Centro, Edoardo Campanella, Direttore dell’UniCredit Investment Institute e Cameron Davis, Ricercatore. La domanda di fondo è semplice: se è il pubblico ad assumersi il rischio iniziale — finanziando la ricerca, garantendo prestiti, creando domanda quando il capitale privato si tira indietro nelle fasi iniziali di un’azienda — perché poi non partecipa, almeno in parte, ai profitti quando la scommessa si rivela vincente?
Tesla e Moderna, due storie diverse
Nel paper investighiamo questa domanda con due casi. Per Tesla, abbiamo dapprima messo su una bilancia i benefici sociali indirettamente generati dal 2010, anno del prestito ricevuto, al 2024 — salari, imposte versate, emissioni di CO2 evitate: circa 61 miliardi di dollari. Sull’altro piatto, i benefici privati incassati dall’azienda – i lauti incentivi a livello federale e statale – e dall’azionista di riferimento, Musk: oltre 263 miliardi. Ci siamo poi chiesti quanti soldi lo Stato abbia lasciato sul tavolo: se quel prestito pubblico fosse stato convertito in una quota azionaria simbolica dell’1%, oggi varrebbe 14 miliardi — 540x dei soli 26 milioni di interessi effettivamente incassati.
Moderna racconta una storia più equilibrata: il vaccino mRNA nasce da decenni di ricerca pubblica (NIH, DARPA) e viene portato su scala industriale con i 10,8 miliardi di Operation Warp Speed. Qui i benefici pubblici (circa 10 miliardi diretti, più centinaia di miliardi in vite salvate) sono molto più vicini ai 25 miliardi di benefici privati. Eppure, anche in questo caso, lo Stato americano ha dovuto attendere anni di cause legali per ottenere un accordo da 400 milioni sull’uso di un brevetto sviluppato dai suoi stessi ricercatori. Una semplice royalty concordata all’inizio avrebbe dato lo stesso risultato, senza il braccio di ferro in tribunale.
Cosa significa, in concreto, che lo Stato entra nel capitale
Qui arriviamo al punto che più interessa guardando al futuro: cosa vuol dire, davvero, partecipazione pubblica diretta nel capitale di grandi aziende come, ad esempio, le future Big Tech che sono in una fase di crescita ma non ancora di maturità? È bene sgombrare subito il campo da un equivoco. Non si parla di nazionalizzare Tesla o di mettere un funzionario pubblico a dirigere OpenAI. Si parla di qualcosa di molto più sobrio e già ampiamente collaudato nei mercati finanziari: quando lo Stato supporta un’impresa privata ad alto rischio, può farlo ottenendo in cambio non solo la restituzione del prestito, ma anche una piccola fetta del valore che quell’impresa creerà se avrà successo.
Gli strumenti a disposizione variano. All’estremo più conservativo c’è il sussidio a fondo perduto: lo Stato dà i soldi e non chiede nulla indietro, strumento dominante in Europa. Poi il prestito da restituire, che recupera capitale e interessi ma non partecipa al successo: è il caso Tesla. Più in là le royalties, una percentuale minima sui ricavi di un prodotto nato da ricerca pubblica, già norma negli accordi di licenza dei National Institutes of Health americani. E infine l’equity convertibile: un prestito che, al raggiungimento di un traguardo (per esempio la quotazione in borsa) o all’attivazione di una clausola, si trasforma automaticamente in una piccola quota azionaria di minoranza, magari senza diritto di voto, e con l’uscita già programmata una volta recuperato l’investimento.
Non è teoria. I grandi fondi sovrani — dalla Norvegia ai Paesi del Golfo — sono di fatto azionisti pubblici di mezza Silicon Valley. E la stessa amministrazione Trump, negli ultimi mesi, ha acquisito quote dirette in Intel e in società minerarie strategiche. La differenza tra fare tutto questo in modo improvvisato, caso per caso, e farlo in modo sistematico, scrivendolo nei contratti prima che il denaro esca dalle casse pubbliche, è enorme: nel primo caso lo Stato rincorre, nel secondo pianifica.
Una questione di giustizia, non solo di contabilità
In un’epoca segnata da disuguaglianze crescenti, continuare a finanziare l’innovazione privata senza alcun ritorno per la collettività non è solo un errore contabile ma anche politico. Rischia di alimentare proprio quella frattura tra chi vince e chi resta indietro che la politica industriale dovrebbe contribuire a ricucire. Non si tratta di punire il successo o di scoraggiare chi fa impresa — Musk e gli altri hanno costruito cose straordinarie — ma di riconoscere che, quando il successo è reso possibile da decenni di soldi e ricerca pubblica, una parte del frutto spetta legittimamente anche a chi quel rischio lo ha pagato con le proprie tasse.
Il tema è destinato a esplodere nell’era dell’AI. I colossi che oggi guidano la corsa vivono di un sostegno pubblico enorme: ricerca di base finanziata dallo Stato, energia e terreni agevolati per i data center, garanzie sul credito. È lo stesso schema di Tesla, su scala incomparabilmente più grande e con rischio similare: che i guadagni si concentrino in pochissime mani mentre i costi e i rischi restino socializzati.
Un cambiamento nell’approccio europeo e italiano
Negli Stati Uniti questo dibattito è già molto concreto, e attraversa entrambi i partiti. In Europa, e in particolare in Italia, resta marginale perché investiamo in ricerca e sviluppo molto meno di americani e cinesi e sembriamo aver perso la capacità di creare nuovi leader di settore. Ma diventerà inevitabilmente centrale nel momento in cui l’Europa dichiara di voler fare sul serio sulla sovranità tecnologica.
Si potrebbe obiettare che l’Europa lo faccia già – CDP Venture Capital in Italia, il Fondo Europeo per gli Investimenti. Ma il problema che solleviamo è diverso. Questi strumenti coprono una porzione minima del denaro pubblico che alimenta l’innovazione, e proprio quella dove il problema non si pone perché lì lo Stato la sua quota azionaria ce l’ha già. Il grosso degli aiuti passa altrove: crediti d’imposta, sussidi del PNRR a fondo perduto, garanzie, energia e terreni agevolati per gigafactory e data center. È lì, dove lo Stato finanzia il privato senza ottenere nulla in cambio del successo, che si annida l’asimmetria di Tesla e dove l’Europa rischia di ripeterla su scala più grande con i miliardi della sovranità tecnologica.
La proposta, vale la pena chiarirlo, non è un nuovo fondo, una nuova agenzia o un’altra regola in più in un continente che di burocrazia ne ha già a sufficienza. È l’opposto: una clausola, scritta una volta sola nel contratto di finanziamento, prima che il denaro esca dalle casse pubbliche nella forma di royalty minima o conversione in equity al raggiungimento di un traguardo. Nessun funzionario in consiglio d’amministrazione, nessun rallentamento per l’impresa. Solo il principio, oggi assente, che quando il rischio è pubblico anche una parte del premio lo sia.
Fare politica industriale costa cifre enormi, e quei soldi escono dalle tasche dei contribuenti. Per essere sostenibile nel tempo, politicamente prima ancora che finanziariamente, bisogna poter garantire loro che si tratta di investimenti per la collettività, e non di regali a privati che ne raccolgono quasi per intero i benefici. Lo Stato non deve diventare imprenditore al posto del mercato. Deve solo smettere di essere quel socio che mette tanti soldi e vede pochi utili.
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