Poste sale all’87% di Tim. Ma per il 90% non c’è fretta, il delisting può attendere

Poste Italiane è salita all’86,952% di TIM avvicinandosi ancora 90% necessario per il delisting (uscita dalla Borsa di Tim). Ma un rastrellamento in tempi stretti del titolo in Borsa non sembra probabile. Poste non ha alcuna fretta di delistare Tim, avendo già il controllo totale della compagnia Tlc.

Ieri la società guidata da Matteo del Fante ha acquistato sul mercato un ulteriore 1% del gruppo di telefonia con un esborso totale di oltre 159 milioni di euro, portando la sua partecipazione complessiva all’86,9%; si avvicina quindi la fatidica soglia del 90% che permetterebbe di accelerare verso il delisting da Piazza Affari di Tim.

I forti ribassi di ieri, quanto mai estemporanei e a carattere eccezionale, (l’ex monopolista ha ceduto in Borsa l’1,5% a 6,57 euro) hanno portato il titolo sotto la soglia del valore implicito dell’offerta pubblica di acquisto e scambio di Poste che era a quota 6,65 euro. Per questo Poste ha colto la palla al balzo e ha avviato un’operazione opportunistica di rastrellamento sul mercato, le cui condizioni però non saranno facilmente replicabili nei prossimi mesi, quando è probabile che il titolo Tim veleggi sopra quota 6,65 euro.

Poste e la best price rule per i prossimi 6 mesi

Ma difficilmente il titolo di Tim scenderà di nuovo sotto quota 6,65 euro nei prossimi mesi. E questo fatto non è secondario, perché per i prossimi sei mesi Poste non potrà acquistare titoli Tim sopra quota 6,65 euro, secondo il principio della best price rule, principio normativo previsto dall’articolo 42 del Regolamento Emittenti CONSOB a tutela della parità di trattamento degli azionisti in caso di Opas.

In sintesi, la regola impone che l’offerente (Poste Italiane) effettua acquisti di azioni della società bersaglio (TIM) a un prezzo superiore rispetto al corrispettivo fissato originariamente nell’offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS), il corrispettivo dell’offerta deve essere automaticamente adeguato al prezzo più alto pagato.

Passati sei mesi, Poste potrà acquistare titoli Tim anche a prezzi superiori.

Fusione per incorporazione troppo onerosa

L’altra via per raggiungere il 90% sarebbe quella della fusione per incorporazione in un veicolo già controllato, ad esempio Poste Mobile. Ma in quel caso Poste dovrebbe riconoscere un diritto di recesso cash agli azionisti dissenzienti, con un prezzo che potrebbe schizzare in alto in maniera esorbitante e assolutamente non conveniente per delistare Tim. Il delisting peraltro porterebbe risparmi di per sé piuttosto esigui. A complicare le cose, in caso di fusione, il cambio di controllo in Tim Brasil con il rischio di un’Opa a cascata sull’operatore carioca. Insomma, meglio lasciare le cose come stanno e aspettare sei mesi.  

Tanto più che con una quota che ormai sfiora l’87% le sinergie fra le due aziende sono già potenzialmente in essere.

Integrazione avviata

Nel frattempo, dopo la presa di controllo annunciata il 30 settembre (senza modifiche del Cda) Poste punta sull’integrazione operativa e funzionale di Tim, in attesa di conoscere nel dettaglio le sinergie industriali fra i due gruppi, che secondo Matteo Del Fante porteranno a risparmi per 700 milioni all’anno. Il nuovo gruppo dovrebbe raggiungere un fatturato congiunto di 27 miliardi di euro.

Resta da capire quali saranno le sinergie industriali, che saranno annunciate nel primo semestre del 2027. Resta poi da capire in che modo cambierà, se cambierà, la strategia della nuova Tim a trazione Poste sui dossier più caldi che sono il rinnovo frequenze (lunedì è atteso l’esito della consultazione Agcom con la proposta dell’Autorità), il contenzioso con INWIT sull’MSA per l’uso delle torri (sarà conciliante o proseguirà lo scontro?) e l’MSA con FiberCop in relazione al nuovo listino prezzi. Tre temi di grande attualità, che daranno un’idea della nuova linea di Matteo Del Fante per il futuro delle telecomunicazioni e del digitale.  

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