Reset password: una misura di sicurezza che diventa minaccia


Vi ricordate il vecchio adagio “cambia la password almeno ogni sei mesi”? Ecco, da tempo ormai questa prassi e diventata tra quelle sconsigliate da molti esperti, ma resta ancora in auge in alcuni ambienti, tanto che, secondo le analisi di Forrester, ogni reset di password può costare fino a 70 dollari all’azienda del dipendente che deve effettuarlo. Un dato che, da solo, racconta quanto questa attività sia diffusa e strutturalmente rilevante nei processi IT aziendali. Non sorprende quindi che molte organizzazioni abbiano introdotto strumenti di self-service password reset (SSPR), nel tentativo di alleggerire il carico sugli helpdesk. Purtroppo, il numero di richieste gestite manualmente resta elevato, tra onboarding agli strumenti self-service ed eccezioni operative. Inoltre, questa apparente banalità operativa nasconde però un problema molto più profondo: il reset password è uno dei punti di ingresso più sfruttati dagli attaccanti, perché consente di aggirare controlli anche avanzati come la multi-factor authentication.

Quando un reset apre la porta all’attacco

Il motivo è semplice: se un attaccante riesce a convincere un operatore a resettare una password, ottiene credenziali legittime. A quel punto, non è più necessario sfruttare vulnerabilità tecniche, perché l’accesso avviene attraverso canali perfettamente validi.

Un esempio concreto arriva dall’attacco del 2025 contro il retailer britannico Marks & Spencer. L’incidente ha avuto un impatto devastante, con la sospensione delle vendite online per cinque giorni e perdite stimate in circa 3,8 milioni di sterline al giorno.

Secondo le ricostruzioni, il gruppo Scattered Spider avrebbe ottenuto l’accesso iniziale impersonando un dipendente e contattando un service desk esterno. Un semplice reset di password ha fornito agli attaccanti credenziali valide, eliminando la necessità di qualsiasi exploit.

Dal primo accesso al dominio completo

Una volta entrati, gli attaccanti hanno sfruttato Active Directory per estrarre il file NTDS.dit, che contiene gli hash delle password di tutti gli utenti di dominio. Attraverso tecniche di cracking offline, è stato possibile recuperare ulteriori credenziali.

A quel punto, l’attacco si è trasformato in un’escalation silenziosa: movimenti laterali, utilizzo di strumenti legittimi e accessi apparentemente normali hanno consentito di espandere progressivamente il perimetro compromesso.

Quando il livello di accesso è diventato sufficiente, è entrato in gioco il ransomware, con la cifratura dei sistemi critici per pagamenti, e-commerce e logistica. Il risultato è stato un blocco operativo su larga scala, con impatti diretti su clienti e transazioni.

Il service desk come superficie d’attacco

Gli attacchi di social engineering di questo tipo sono particolarmente insidiosi perché non presentano indicatori evidenti di compromissione. Dal punto di vista dell’helpdesk, si tratta semplicemente di una richiesta di supporto come tante altre.

Ed è proprio questa normalità a rappresentare il problema: il service desk diventa un punto di accesso privilegiato per gli attaccanti, soprattutto quando i processi di verifica dell’identità si basano su informazioni facilmente reperibili o aggirabili. In assenza di controlli robusti, una richiesta apparentemente innocua può trasformarsi in un incidente critico.

Per ridurre il rischio, è necessario introdurre meccanismi di verifica che non possano essere facilmente replicati o simulati. L’operatore non deve basarsi su dati dichiarativi, ma deve attivare codici temporanei su dispositivi registrati o integrare sistemi di identità esistenti.

Il punto chiave è la standardizzazione: ogni richiesta deve seguire lo stesso processo, senza eccezioni o discrezionalità, eliminando una delle principali leve sfruttate dagli attaccant.

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