Social vietati ai minori, in Australia è un flop per la falla nell’age verification. Italia capofila Ue con modello Agcom e app IO?

Il divieto di accesso ai social media in vigore in Australia dal dicembre del 2025 non funziona come sperato. Sette ragazzi con meno di 16 anni su 10 riescono a collegarsi alle piattaforme social nonostante il divieto. E’ quanto emerso dal primo report realizzato dalla società di analisi eSafety dopo tre mesi dall’entrata in vigore del provvedimento.  

In sintesi, trattare i social media per i minori in modo analogo al fumo e agli alcolici rischia di essere una modalità inefficace, che non funziona.

In Italia il tema è di grande attualità, con l’avvio della discussione sulle varie proposte di legge di legge in discussione in Commissione Ambiente al Senato già oggi.

Il dibattito a livello internazionale è in corso. L’esperienza australiana, però, scrive un’analisi alquanto approfondita del britannico Guardian, dovrebbe essere tenuta in grande considerazione visto che si tratta del primo bando reale che un Governo mette in atto per i minori.

E a quanto pare, non sembra semplicemente una questione di compliance, vale a dire di conformità e applicazione delle regole. In generale, le grandi piattaforme non sembrano particolarmente propense a mettere in atto ogni modalità per verificare l’età degli utenti.

Modello australiano, perché non ha funzionato

La falla tecnica più evidente è legata al comportamento delle piattaforme stesse (come TikTok, Meta e Snapchat). Molti servizi non hanno inserito un blocco rigido di verifica dell’età al momento dell’iscrizione (account set-up). Di conseguenza, ai ragazzi è bastato creare nuovi profili dichiarando semplicemente una data di nascita falsa.

Sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale per analizzare i volti tramite selfie (come i software di Yoti o k-ID) si sono rivelati facilmente aggirabili e imprecisi:

Escamotage tecnici standard (VPN e browser)

Anche se le indagini più recenti mostrano che solo una minoranza ha dovuto effettivamente ricorrere a strumenti avanzati, l’uso di VPN (Virtual Private Network) ha permesso ai ragazzi più tecnologicamente avanzati di geolocalizzarsi fuori dall’Australia, bypassando istantaneamente qualsiasi restrizione federale. Inoltre, la legge richiede restrizioni solo per l’uso delle app tramite account, lasciando aperta la possibilità di visualizzare i contenuti direttamente tramite browser web in modalità ospite.

Mancano inoltre sistemi di riverifica dell’età da parte delle piattaforme.

Riconoscimento facciale impreciso. Rischio boomerang?

Per assurdo, non soltanto il divieto rischia di rivelarsi inefficace e facilmente aggirabile dai ragazzi, ma in realtà rischia di rendere le persone online addirittura meno sicure.

I software di stima dell’età tramite riconoscimento facciale sono tristemente imprecisi, scrive il Guardian, si legge nel report di eSafety, ma approcci più rigidi al controllo dell’età creano nuove opportunità di vulnerabilità per la privacy e la sicurezza digitale: si pensi, ad esempio, all’esposizione di circa 70mila foto di documenti d’identità governativi quando il fornitore di verifica dell’età di Discord è stato hackerato lo scorso anno.

Il Social Media Minimum Age Act australiano (in vigore da fine 2025) si è scontrato con enormi falle di applicazione e privacy:

  • Facilità di elusione: I minori hanno aggirato facilmente i controlli inserendo date di nascita false, condividendo gli account dei genitori o usando semplici VPN.
  • Privacy e rischi di hackeraggio: I metodi usati dai social – come la scansione dei documenti d’identità (ID) o il riconoscimento facciale basato sull’AI – hanno suscitato enormi polemiche per la privacy e la conservazione centralizzata di dati sensibili.

Age verification fa a pugni con modelli di business delle piattaforme

In definitiva, il problema fondamentale del controllo dell’età è che non affronta nessuno dei problemi di fondo del nostro attuale panorama online, ovvero i modelli di business estrattivi e le caratteristiche di progettazione dannose delle principali aziende tecnologiche.

L’obiettivo delle piattaforme è raccogliere informazioni sugli utenti, per poi commercializzare i nostri dati in chiave pubblicitaria. Si tratta di un modello legale, pienamente legale, che tuttavia coinvolge anche i minorenni.  

Quali alternative più efficaci avrebbe potuto perseguire il governo australiano, dopo aver speso quasi due anni a inseguire questa falsa pista?

Vietare ai bambini l’accesso ai social media, in poche parole, rischia di essere una modalità rozza che rischia di compromettere l’obiettivo stesso di minimizzazione del danno a cui la politica dichiara di aspirare. E l’esempio australiano sembra darne prova. Resta da capire se i Governo di Canberra tornerà sui suoi passi.

Detto questo, non più tardi della scorsa settimana anche il Regno Unito ha optato per l’introduzione di un divieto di accesso ai social media per gli under 16.

Funzionerà?

Presto per dirlo.

In cosa il sistema AGCOM è migliore: Doppio anonimato e App IO

L’approccio dell’AGCOM (qui i 10 requisiti necessari) mira a superare i limiti strutturali di quello australiano attraverso alcuni pilastri fondamentali:

  • Logica di “doppio anonimato”: Il fornitore della verifica dell’età non sa per quale servizio (es. un sito di contenuti per adulti) l’utente stia chiedendo la verifica; allo stesso tempo, la piattaforma web riceve solo la conferma “maggiorenne” ma ignora l’identità o i dati personali del cittadino.
  • Minimizzazione dei dati: Evita la raccolta di informazioni sensibili da parte delle piattaforme online, limitando drasticamente i rischi di data breach ed esposizione di documenti (che sono costati cari ad altri sistemi di verifica).
  • Nessun obbligo di SPID per i siti: Lo SPID (identità digitale) è stato escluso per l’accesso ai singoli siti perché trasmetterebbe troppi dati (come il nome) all’atto dell’autenticazione, preferendo un approccio incentrato su “app terze” certificate che gestiscono i dati in locale o su wallet digitali.

Age verification, Capitanio (Agcom): “Doppio anonimato per l’accesso e App IO”

Già un anno fa il commissario Agcom Massimiliano Capitanio esponeva il funzionamento dello strumento di age verification per minori in un’intervista a Key4biz.

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Italia capofila del progetto Ue di age verificaton

L’Italia non si muove da sola. In parallelo, partecipa a un progetto pilota europeo insieme a Francia, Spagna, Grecia e Danimarca per sviluppare un sistema di verifica dell’età valido per i social network.

L’idea è quella di un’app interoperabile, integrata nel futuro portafoglio digitale europeo, atteso entro la fine del 2026. L’obiettivo è ambizioso: consentire alle piattaforme di sapere se un utente è maggiorenne o meno, senza conoscere la sua identità, in linea con GDPR e Digital Services Act.

Il Sottosegretario alla Trasformazione Digitale Alessio Butti ha recentemente detto che per la “verifica età minori sul social con l’App IO sarebbe già possibile, ma serve una norma”. Insomma, in Italia sarebbe già fattibile.

ALESSIO BUTTI, SOTTOSEGRETARI ALL’INNOVAZIONE

Paesi nordici e baltici scettici sull’age verification

Gli Stati membri che hanno annunciato una legislazione in materia sono Francia, Spagna, Austria, Grecia, Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi. Anche l’Italia sembra essere favorevole. Tuttavia, diversi Paesi, in particolare alcuni nordici e baltici, si oppongono fermamente. A loro avviso, il livello di alfabetizzazione digitale di genitori e figli è tale da consentire loro di riconoscere e affrontare i pericoli posti dai social media. Impedire ai bambini di accedere a queste piattaforme li priverebbe di informazioni e conoscenze, scoraggiando le loro future capacità innovative. Non a caso, la vicepresidente della Commissione responsabile per gli affari digitali, la finlandese Henna Virkkunen, si mostra scettica sull’introduzione di un’età minima per l’accesso ai social media.

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