TLC, Zorzoni (AIIP): “Basta assistenzialismo regolatorio. Il rilancio passa da concorrenza, Cloud e reti vere”

Una parte dell’industria italiana delle telecomunicazioni continua a fare i conti con investimenti difficili, reti da completare, PNRR agli sgoccioli, nuove regole europee e un mercato che rischia di essere raccontato sempre dalla stessa prospettiva: quella dei grandi operatori.

Ne abbiamo parlato con Giovanni Zorzoni, vicepresidente AIIP, per fare il punto su Piano Italia 1 Giga, Fondo Nazionale Connettività, 5G standalone, Digital Networks Act, Cloud, concorrenza e ruolo degli operatori territoriali.

Key4biz. I fondi del PNRR sono agli sgoccioli. Come è andata dal suo punto di vista con Italia 1 Giga e Piano Italia 5G?

Giovanni Zorzoni. L’esito era largamente prevedibile e, purtroppo, su questo siamo stati facili profeti. Il tempo a disposizione era pochissimo, gli obiettivi molto ambiziosi e, in queste condizioni, l’unico soggetto con un vantaggio operativo reale era la società dell’ex rete TIM, oggi FiberCop. Non per superiorità metafisica, ma per una ragione molto concreta: dispone della rete storica di infrastrutture fisiche già presenti sul territorio, compresa una rete capillare di pali in legno o vetroresina nelle aree periferiche, cioè proprio quelle più difficili da coprire.

Key4biz. Perché la rete di pali è così importante?

Giovanni Zorzoni. Il tema dei pali è centrale e troppo spesso viene trattato come un dettaglio tecnico. Non lo è affatto. Portare fibra in case sparse, frazioni, strade secondarie e civici lontani, potendo appendere i cavi su infrastrutture già esistenti, cambia completamente l’economia dell’intervento. Scavare costa, richiede permessi, cantieri, ripristini e coordinamento con gli enti locali. Usare una palificata già esistente costa molto meno e consente tempi più rapidi.

Key4biz. Cambia qualcosa in termini di copertura?

Giovanni Zorzoni. Sì perché questo non significa che la rete aerea sia la soluzione migliore: una rete scavata bene, ordinata e manutenibile è in generale superiore a una rete costruita inseguendo una scadenza. Ma se si impongono tempi quasi impossibili da rispettare, si finisce per premiare chi può riutilizzare infrastrutture storiche e già ammortizzate, non necessariamente chi avrebbe progettato la rete migliore per i prossimi vent’anni. La lezione è semplice: la spesa pubblica deve generare infrastrutture robuste, non soltanto rendicontazioni ordinate.

Key4biz. Avete criticato il bando con i 733 milioni di euro del Fondo Nazionale Connettività per la copertura dei civici rimanenti rimasti fuori da Italia 1 Giga dopo la rinuncia di Open Fiber. Perché?

Giovanni Zorzoni. Perché era formalmente aperto, ma sostanzialmente accessibile solo a chi aveva già un’infrastruttura nazionale capillare. Il risultato non ha sorpreso nessuno: FiberCop è stata l’unico operatore su tutti i lotti. Quando una gara pubblica produce un solo concorrente reale, il problema non è il mercato, ma come è stata costruita la gara.

Key4biz. In che senso?

Giovanni Zorzoni. Il vantaggio decisivo è sempre lo stesso: le infrastrutture storiche dell’ex monopolista. FiberCop usa i suoi pali. Gli altri, per competere, devono scavare ex novo o affittare quelle infrastrutture dal concorrente. Uno parte con la strada pronta, gli altri devono chiedere il permesso di costruirla, pagando il pedaggio. Non è così che si costruisce un mercato plurale.

Key4biz. È necessario un decreto Telecomunicazioni, come richiesto dall’industria?

Giovanni Zorzoni. Dipende da cosa si intende. Se “decreto Telecomunicazioni” significa l’ennesimo pacchetto di vantaggi selettivi per pochi grandi operatori, la risposta è no. Sconti, proroghe, frequenze gratuite, regole più comode e interventi presentati come politica industriale ma pensati per alleggerire singoli bilanci:  sono misure che possono mascherare alcuni problemi nel breve termine, a costo di aggravarli già nel medio. Non rafforzano la competitività, ma distorcono il mercato e sussidiano inefficienze.

Key4biz. Cosa serve invece per l’AIIP?

Giovanni Zorzoni. Altra cosa sono gli strumenti che stimolano davvero la domanda e producono benefici per tutto il comparto. Da tempo attendiamo voucher cloud e cybersecurity, che aiuterebbero le imprese italiane, soprattutto PMI, a svecchiare infrastrutture ICT, sicurezza, gestione dei dati e servizi digitali. Quella è domanda buona: crea mercato, fa crescere competenze, rafforza il tessuto produttivo.

Lo stesso vale per i voucher destinati agli allacci delle famiglie, in particolare quelli onerosi. In molti casi il problema non è la mancanza astratta di tecnologia, ma il costo concreto dell’ultimo tratto. Se poi questo strumento accelera il passaggio dal rame alla fibra, dovrebbe essere una buona notizia, non un disturbo da gestire con prudenza.

C’è poi un settore molto importante per il digitale, l’agricoltura italiana. Masserie, aziende agricole, filiere rurali: lì servono connettività reale, cloud, sensoristica, controllo remoto, sicurezza, gestione affidabile e sicura dei processi già automatizzata. Un euro pubblico messo lì genera valore, molto più che quello destinato a ennesimi interventi “ad hoc” che beneficiano pochi grandi.

Key4biz. Il 5G standalone è indietro in Italia. Come incentivarlo? La richiesta delle telco di un’allocazione non onerosa dello spettro in cambio di impegni di investimento è una soluzione adeguata per accelerare la copertura?

Giovanni Zorzoni. No. Il 5G standalone non si incentiva regalando spettro. È la solita scorciatoia: si prende un bene pubblico scarso, le frequenze, e lo si trasforma in sostegno indiretto ai bilanci degli operatori mobili. Dietro obiettivi nobili quanto generici – innovazione, competitività e transizione digitale – si rischia di invalidare, a vantaggio ancora di pochi grandi attori, consolidati principi di corretta gestione del patrimonio pubblico.

Il 5G standalone è indietro per un motivo semplice: gli operatori radiomobili non hanno voluto investirvi. I casi d’uso sono stati raccontati con troppa enfasi, ma la realtà è che il 5G è stato sovrastimato e oltremodo spinto, anche finanziariamente, dall’UE, con risultati gravemente insoddisfacenti. Prima doveva cambiare tutto, poi è arrivato il standalone, domani sarà il 6G. Intanto il mercato mobile, dopo la telefonia, ha prodotto solo Internet mobile. Utile, ma non è la rivoluzione permanente raccontata nei convegni.

Key4biz. Cosa bisognerebbe fare allora per incentivare il 5G?

Giovanni Zorzoni. Se lo Stato vuole davvero incentivare il 5G, deve permettere a più soggetti di usarlo, non solo agli operatori radiomobili. Parlo del 5G privato su bande gratuite all’interno di sedime privato, come già si fa in Germania. Solo così vedremmo un proliferare di usi reali nei distretti produttivi, nei porti, nella logistica, in agricoltura, nella sanità. Non regalando spettro a chi ha già dimostrato di non saperlo sfruttare.

Quanto agli impegni di investimento in cambio di frequenze non onerose: le promesse costano poco. Se si discutono rinnovi o proroghe, servono obblighi misurabili, verificabili, territorialmente puntuali, con penali vere e decadenza dei diritti in caso di mancato rispetto. Altrimenti non è politica industriale, è credito regolatorio senza garanzie: solo una totale regolamentazione di un pieno servizio bistream wholesale sul 5G potrebbe avere come contropartita equilibrata uno sconto sui rinnovi delle frequenze.


Key4biz. Il Digital Networks Act è in discussione a Bruxelles: quali sono le principali criticità dal punto di vista di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La prima è il cambio di filosofia: DNA non è una manutenzione tecnica, è un tentativo di spostare poteri dalle autorità nazionali alla Commissione Europea, un organo non eletto e non sfiduciabile. Si passa da un modello in cui AGCOM analizza i mercati e definisce rimedi, a uno più accentrato, rigido, insensibile alle differenze tra Paesi e territori.

Per noi è un punto enorme. Le reti non sono tutte uguali. L’Italia non è la Germania, la Lombardia non è la Calabria, un operatore territoriale non è un ex monopolista. Governare tutto da Bruxelles con un modello uniforme significa scrivere regole eleganti sulla carta e dannose nella pratica.

Key4biz. Qual è la seconda criticità?

Giovanni Zorzoni. La seconda criticità è il consolidamento: per decenni l’Europa ha messo al centro la concorrenza. Nel DNA emergono parole ambigue: competitività europea, campioni continentali, semplificazione. Tradotto: meno operatori, più grandi, più vicini al potere politico e finanziario. Una prospettiva che ci preoccupa.

Poi ci sono spettro, switch-off del rame, net neutrality. Le frequenze non sono rendite a vita da prorogare. Il rame va spento, ma con tempi realistici, non date calate dirigisticamente da Bruxelles, e compatibilmente con le capacità di assorbimento del sistema paese, del delivery e della realizzazione degli impianti nell’unità di tempo. La sicurezza delle catene di fornitura deve essere pura cybersecurity, non geopolitica contro l’interesse degli Stati Membri: i rapporti internazionali, e ancor più la sicurezza nazionale, sono riconosciuti dagli stessi trattati come ambiti di competenza primaria degli Stati membri! E la neutralità della rete va difesa, senza reintrodurre il “fair share” che è solo una tassa sulle piattaforme per ripianare i bilanci degli ex monopolisti, ma pretendendo che finalmente il GDPR non sia rispettato solo dalle aziende Europee.

Key4biz. Il mercato fisso rischia di restare bloccato tra rame, prezzi wholesale e migrazione alla fibra?

Giovanni Zorzoni. Il mercato non rischia di restare fermo, anzi. La direzione di questo movimento, tuttavia, dipenderà dal senso che daremo a obiettivi in realtà tutt’altro che univoci.

Da sempre, per noi “fibra ottica” significa “vera” fibra ottica, fino a dentro casa, ma altri soggetti vi ricomprendevano invece reti in misto rame. Analogamente, lo “switch-off” per noi significa passaggio alla fibra ottica, ma già abbiamo sentito letture del termine più ambigue, funzionali a far rimanere i clienti sul rame, riducendo i costi, dismettendo solo i POP, le centrali, con un enfatico -65% come si apprende dal memo Fibercop “NetBook”.

Key4biz. Cosa pensate della nuova politica di prezzo di FiberCop per l’accesso alla rete?

Giovanni Zorzoni. E’ un’altra novità dirompente, non soltanto per gli operatori al dettaglio, ma per le imprese e le famiglie italiane. Con i nuovi listini FiberCop, oggetto della Comunicazione AGCOM del 23 aprile 2026 e relativo “avvio della verifica delle proposte di FiberCop per i servizi wholesale dei Mercati 1B e 2B”, ai sensi della delibera 58/26/CONS. Dopo la qualifica di FiberCop come operatore wholesale-only – qualifica che per AIIP è erronea – vediamo proposte di aumento su servizi essenziali: componenti passive, costi di cessazione, kit, colocazione, servizi accessori. Non è una questione marginale. Sono i costi su cui gli operatori costruiscono offerte retail, investimenti e migrazioni dei clienti verso la fibra.

Key4biz. Per FiberCop si tratta della logica conseguenza del passaggio al nuovo status di operatore wholesale only, con l’adeguamento graduale dei prezzi alla media europea.

Giovanni Zorzoni. Il rischio è che il passaggio da prezzi orientati al costo a prezzi “equi e ragionevoli” diventi una deregulation di fatto. Per noi “equo e ragionevole” significa ancora dimostrabile, trasparente, coerente con i costi sottostanti. Ci sono costi di disattivazione (!) che sono aumentati dell’440% sulla vecchia rete in rame… parliamo di 50€ di disattivazione per eseguire uno shutdown di una porta su un cabinet stradale con un prezzo precedente di 10€ già esoso? Se il servizio diventa talmente caro da impedire l’uscita di un contratto o rispettare i costi del contratto già in essere con il cliente finale la libertà di scelta degli operatori diventa solo teorica. Questo si chiama lock-in economico. Punto.

Se le cosiddette fibre primarie diventano più costose perché le centrali vengono accorpate e le tratte si allungano, non siamo davanti a una maggiore prestazione richiesta dagli operatori. Siamo davanti a una scelta di rete di FiberCop scaricata sul mercato. Sono profili fortemente tecnici che difficilmente arrivano nel dibattito pubblico, ma se AGCOM non interverrà in modo deciso, a fine anno si scaricheranno sugli italiani aumenti finora impensabili nelle telecomunicazioni.

A questo si aggiunge il tema CUP (Canone Unico Patrimoniale), che profila rischi esistenziali per moltissimi operatori territoriali: alcune interpretazioni rischiano di produrre richieste sproporzionate verso aziende che non controllano grandi infrastrutture fisiche, ma rivendono o integrano servizi di accesso di terzi. Si stanno producendo esiti manifestamente irragionevoli, e e sono quasi esauriti i margini temporali per un intervento legislativo che riconduca il CUP nei parametri della proporzionalità e della non distorsività. Confidiamo che il Governo possa intervenire con un emendamento entro l’inizio di settembre, prima che si producano conseguenze occupazionali irreparabili.

Insomma, il mercato non è fermo, siamo anzi in una fase di transizione, in cui si prospettano però direzioni non necessariamente positive per il sistema paese.

Key4biz. Nel memo “NetBook” di FiberCop c’è un dato che secondo voi merita particolare attenzione?

Giovanni Zorzoni. Sì, il dato più interessante è quello sul traffico medio per linea attiva. Va letto bene, perché FiberCop precisa che si tratta delle linee che terminano sui propri apparati, escludendo quindi quelle servite da infrastrutture di altri operatori. Non è il traffico complessivo di una regione, ma il traffico che resta dentro il perimetro tecnico di FiberCop. Ed è proprio qui che il dato diventa interessante (tra l’altro questo memo fa capire perché il CUP lo devono pagare gli operatori infrastrutturali e non gli operatori retail: dimostra chi “accende i cavi”, e non ne è solo proprietario).

In diverse regioni del Nord, cioè nelle aree economicamente più forti del Paese, il traffico medio per linea risulta inferiore alla media nazionale: Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Liguria e Valle d’Aosta sono sotto il dato medio italiano. La Lombardia, che è il motore economico dello Stivale, è appena sopra. Al contrario, alcune regioni del Centro-Sud e delle isole, come Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, risultano sopra media.

La lettura industriale, a mio avviso, è abbastanza chiara. Dove esiste più concorrenza infrastrutturale, quindi reti territoriali realizzate da operatori di AIIP, oltre a Open Fiber e Fastweb, una parte della clientela più evoluta e più esigente potrebbe essere uscita dal perimetro FiberCop. Dove invece la concorrenza infrastrutturale è più debole, o dove storicamente la rete dell’ex monopolista è rimasta dominante anche grazie a importanti piani pubblici sulla FTTC, il traffico continua a concentrarsi maggiormente su quella rete.

Non è una prova contabile di perdita di clientela, per quello servono altri indicatori: ricavi, abbandoni, ARPU, nuove attivazioni. Ma è un segnale industriale da non sottovalutare. Se nelle aree più ricche e più competitive il traffico medio sulle linee FiberCop non cresce in modo proporzionale, la domanda è inevitabile: FiberCop sta trattenendo davvero la clientela più avanzata, o sta soprattutto conservando quella ancora legata alla sua infrastruttura storica?

Key4biz. TIM e Fastweb + Vodafone hanno avviato un percorso di RAN sharing sul mobile. Che ne pensate?

Giovanni Zorzoni. Dipende dalle condizioni. La condivisione di infrastrutture mobili può avere senso nelle aree meno dense: riduce duplicazioni, accelera coperture, permette di usare meglio energia, siti e apparati. Nessuno qui vuole la religione dello spreco, con tre tralicci accanto soltanto per dimostrare che il mercato esiste. Ma il punto è un altro: quando la condivisione riguarda soggetti molto rilevanti e porzioni importanti del mercato, non può essere trattata come una semplice ottimizzazione tecnica.

Se due grandi blocchi industriali condividono porzioni significative della rete di accesso radio, allora bisogna parlare seriamente di vero wholesale mobile, non quello che abbiamo visto sinora: offerte commerciali complicate, fragili, negoziate caso per caso, che rendono la vita difficile agli operatori mobili virtuali e agli operatori territoriali. Parliamo del bistream dati su rete mobile: rinnovi di frequenze a prezzi calmierati e/o accordi di RAN sharing devono avere come imposizione il vero wholesale bistream dati della rete mobile e non certo su “slicing” a bassa velocità, bensì sulla stessa slice che i grandi operatori mettono i propri clienti.

Altrimenti il rischio è sempre lo stesso: si chiama efficienza ciò che nella pratica diventa consolidamento. Si dice che si vogliono ridurre costi per investire, poi però il mercato a valle resta chiuso o semi-chiuso. AIIP non è contraria alla cooperazione infrastrutturale quando serve. È contraria alle cooperazioni chiuse che privatizzano il controllo del mercato. Se la rete mobile diventa più condivisa, l’accesso deve diventare più aperto. Le due cose devono stare insieme, altrimenti manca metà del ragionamento.

Key4biz. Il tema dei vendor cinesi e della cybersecurity è diventato centrale. Qual è la posizione di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La sicurezza è una cosa seria e non va trasformata, come si sta facendo da anni, in propaganda. La cybersecurity deve basarsi su criteri tecnici, oggettivi, verificabili: codice, processi, vulnerabilità, aggiornamenti, gestione delle chiavi, audit, supply chain, risposta agli incidenti. In AIIP sappiamo di cosa parliamo, perché molti di noi nel weekend fanno glitching su CPU di sistemi embedded, invece di andare a farsi una passeggiata. Se invece il criterio principale diventa la provenienza geografica del fornitore, allora siamo in un altro campo: geopolitica e sicurezza nazionale.

Sono temi legittimi, ma vanno chiamati con il loro nome, e sono temi che non possono essere accentrati nella Commissione Europea, dovendosi rispettare il principio di attribuzione sancito dai Trattati. Uno Stato membro potrebbe decidere, per ragioni geopolitiche, che certi fornitori devono essere esclusi o limitati, assumendosene la responsabilità di fronte ai propri cittadini, ma l’Unione Europea non può arrogarsi questo potere, che non le compete. Non si può scaricare tutto sugli operatori, magari piccoli e medi, che hanno comprato apparati legittimamente, li hanno installati, li gestiscono, e poi si trovano davanti a obblighi di sostituzione costosi e spesso poco proporzionati.

Inoltre la filiera tecnologica globale è molto più intrecciata di quanto piaccia raccontare. Un apparato può essere assemblato in Cina, contenere componenti americane, software europeo, chip asiatici e pezzi di supply chain sparsi in mezzo mondo. Fare finta che la sicurezza si risolva con una bandierina sul passaporto del vendor costituisce una drammatica semplificazione. La Cina è la fabbrica del mondo e non è un caso che governo americano, imprenditoria della filiera del complesso militare-tecnologico e il massimo esponente della finanza americana siano andati di persona dal presidente cinese. Noi dovremmo chiudere con l’oriente quando il paese che si suppone più industrializzato va a chiedere aiuto alla Cina? C’è un cortocircuito in termini.

AIIP chiede un approccio oggettivo e responsabile: sicurezza tecnica vera, criteri trasparenti, proporzionalità, tempi sostenibili e, quando la scelta è geopolitica, copertura pubblica dei costi. Altrimenti si usa la cybersecurity come etichetta elegante per fare politica industriale a spese degli operatori.

Key4biz. Che ruolo possono avere gli operatori territoriali e indipendenti nel futuro delle Tlc italiane?

Giovanni Zorzoni. Un ruolo da assoluti protagonisti. E non lo dico per orgoglio associativo, ma perché i numeri raccontano una storia molto più chiara di tante presentazioni patinate.

In un mercato delle telecomunicazioni che da anni fatica a trovare una traiettoria credibile, gli operatori indipendenti rappresentati da AIIP sono una delle poche componenti industriali che continua a crescere, investire, assumere e innovare. Parliamo di circa settanta imprese, attive su tutto il territorio nazionale, con un fatturato aggregato di circa 1,7 miliardi di euro: più del dieci per cento del mercato italiano di riferimento. Non è una nicchia, non è folklore territoriale, non è il “piccolo operatore” da trattare con paternalismo. È un pezzo fondamentale dell’industria digitale italiana.

Gli associati AIIP sono imprese che costruiscono fibra, gestiscono reti, realizzano data center, offrono servizi cloud, cybersecurity, connettività business, soluzioni per pubbliche amministrazioni, distretti industriali, aree artigianali, territori turistici e case sparse. Sono aziende che hanno portato Internet dove i grandi operatori non arrivavano o arrivavano soltanto quando c’erano soldi pubblici, obblighi regolatori o convenienza immediata. Noi abbiamo fatto quello che in Italia viene sempre invocato e quasi mai premiato: investimenti privati, competenze tecniche, presidio del territorio, rischio d’impresa e infrastrutture vere.

Per questo credo che gli operatori AIIP siano oggi il vero Made in Italy digitale. Non perché usiamo una bella etichetta da convegno, ma perché siamo italiani nella proprietà, nelle competenze, negli investimenti, nel personale, nei territori serviti e nella responsabilità verso i clienti. Nel momento in cui tutti parlano di sovranità digitale, cloud nazionale, sicurezza delle infrastrutture e riduzione delle dipendenze da piattaforme extraeuropee, bisognerebbe avere il coraggio di guardare dove queste cose esistono già: nelle imprese indipendenti che da trent’anni fanno rete, fibra, cloud e servizi digitali senza aspettare che qualcuno disegni per loro un grande piano salvifico.

A Bruxelles, purtroppo, si continua spesso a misurare il valore industriale in base alla dimensione del logo, alla presenza di una rete mobile o alla capacità di sedersi ai tavoli giusti. È un errore enorme. Il futuro delle Tlc italiane non sarà salvato da un campione unico, né da tre super-operatori continentali costruiti a tavolino, ma da una pluralità di reti, imprese e competenze capaci di competere, innovare e stare vicino ai clienti. La qualità non nasce dalla concentrazione; nasce dalla concorrenza vera, dalla responsabilità diretta e dalla capacità di rispondere ai territori.

La regolazione europea sembra ancora innamorata dell’economia di scala, ma continua a sottovalutare l’economia di densità, di prossimità e di specializzazione. Gli operatori indipendenti conoscono i territori, conoscono le imprese, sanno dove passa una dorsale, dove serve un collegamento ridondato, dove un distretto produttivo non può permettersi mezza giornata di fermo, dove un data center deve essere raggiungibile con fibra vera e non con promesse in formato PowerPoint, quella grande invenzione umana per trasformare il nulla in slide.

Quindi il nostro ruolo non è difensivo. Non chiediamo di essere protetti perché piccoli. Chiediamo che venga riconosciuto ciò che siamo già: una componente industriale solida, in crescita, italiana, indipendente e strategica. Se l’Italia vuole davvero avere un futuro digitale autonomo, competitivo e meno dipendente da soggetti esteri, deve partire da chi quel futuro lo sta già costruendo. E gli associati AIIP lo stanno facendo da anni, metro dopo metro di fibra, cliente dopo cliente, data center dopo data center.

Con questa intervista Key4Biz vuole continuare il dibattito sul rilancio delle Telecomunicazioni in Italia e in Europa, per cui benvengano altri contributi di autorevoli esperti e stakeholder.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/tlc-zorzoni-aiip-basta-assistenzialismo-regolatorio-il-rilancio-passa-da-concorrenza-cloud-e-reti-vere/573662/




Sicurezza delle reti 5G private: opportunità industriali e rischi sottovalutati

C’è un momento preciso in cui un impianto produttivo cessa di essere un ambiente fisicamente delimitato e diventa, di fatto, un operatore di telecomunicazioni. Accade quando l’azienda installa una rete 5G privata, un campus network autonomo, per connettere robot industriali, sistemi AGV (Automated Guided Vehicle), sensori IoT e stazioni operative. È un salto tecnologico che porta con sé una promessa concreta: latenza submillisecondo, banda garantita, isolamento logico dal 5G pubblico, controllo totale sullo spettro assegnato. Ma è anche un salto in un territorio di rischio che molte organizzazioni non hanno ancora imparato a cartografare con rigore.

La diffusione delle reti 5G private negli ambienti industriali è uno dei fenomeni più rilevanti del ciclo attuale di trasformazione digitale. Le stime di mercato variano significativamente a seconda del perimetro di analisi: tra i 5 e gli 11 miliardi di dollari nel 2025 secondo le principali società di ricerca, con proiezioni convergenti verso i 22-28 miliardi entro il 2029-2030 (Research and Markets, 2025; Grand View Research, 2025). Il dato che più impressiona, però, non è il valore di mercato: è il divario tra la velocità di adozione e la maturità dei modelli di sicurezza che accompagnano questa adozione.

La domanda che le imprese si pongono raramente con la giusta profondità non è “come connettere meglio i nostri asset”, ma “cosa cambia nella nostra superficie d’attacco quando introduciamo una rete 5G privata in un ambiente che ospita sistemi SCADA, PLC e HMI”. La risposta è scomoda: cambia tutto, e in una direzione che la maggior parte dei responsabili della sicurezza OT non ha ancora del tutto esplorato.

La convergenza IT/OT: un problema noto con una forma radicalmente nuova

Il tema della convergenza IT/OT non è nuovo. Da anni si discute dei rischi derivanti dalla connessione tra reti informatiche tradizionali e sistemi di controllo industriale; le vulnerabilità strutturali dei sistemi SCADA e ICS sono ben documentate, anche in questa sede.

Ma il 5G privato introduce una dimensione inedita: una rete di comunicazione mobile, con la propria architettura di core, i propri protocolli di segnalazione e la propria logica di gestione degli accessi, si inserisce fisicamente e logicamente all’interno dell’ambiente OT. Non si tratta più di un confine tra IT e OT mediato da un firewall perimetrale. Si tratta di una rete progettata per connettere tutto, che porta con sé gli stessi vettori di attacco propri delle infrastrutture di telecomunicazione.

Il rapporto PwC Global Digital Trust Insights 2026, condotto tra maggio e luglio 2025 su 3.887 executive in 72 paesi, fotografa con precisione questa criticità strutturale: il 41% delle organizzazioni intervistate identifica come principale ostacolo alla sicurezza OT/IIoT la mancanza di segmentazione di rete tra ambienti OT/IIoT e IT. Il 47% cita la carenza di competenze specialistiche OT, e il 39% denuncia assenza di governance e responsabilità chiare. Non sono problemi tecnici irrisolvibili: sono ritardi culturali e organizzativi nell’affrontare la convergenza con gli strumenti appropriati.

A dare la misura finanziaria del problema contribuisce il 2025 OT Security Financial Risk Report pubblicato da Dragos in collaborazione con il Cyber Risk Intelligence Center di Marsh McLennan (agosto 2025): in uno scenario estremo ma statisticamente plausibile (evento 1-su-250-anni), il rischio finanziario globale derivante da incidenti OT potrebbe raggiungere i 329,5 miliardi di dollari, con 172,4 miliardi attribuibili alla sola interruzione d’esercizio. Anche in anni ordinari, il rischio medio annuo stimato supera i 31 miliardi di dollari. Il dato più significativo del report, basato su un decennio di dati assicurativi e di breach, è che le perdite indirette, spesso escluse dai modelli tradizionali, rappresentano fino al 70% dell’impatto reale di un’intrusione OT.

Il 5G privato non risolve questa frammentazione: la amplifica. Introduce un layer supplementare, quello della rete mobile, che dialoga con entrambe le dimensioni, IT e OT, e che risponde a logiche di sicurezza proprie del mondo delle telecomunicazioni, non del mondo industriale. Il personale che gestisce i sistemi SCADA raramente ha familiarità con protocolli come GTP o NAS. I team di network security aziendale conoscono scarsamente le architetture del 5G core. Il risultato è uno spazio interstiziale dove nessuno guarda con sufficiente attenzione.

Robert M. Lee, CEO di Dragos, ha sintetizzato questa discrasia in modo diretto: “circa il 95% di tutti i budget destinati alla cybersecurity va al lato IT, non al lato OT. Eppure è sul lato OT che si genera tutta la capacità di fatturato, tutto l’impatto sulla sicurezza fisica e sulla sicurezza nazionale” (The Chemical Show, maggio 2025). Sono parole che descrivono con precisione l’asimmetria in cui si trovano le organizzazioni industriali che adottano il 5G privato: il nuovo vettore di attacco appartiene al dominio telco-IT, ma il danno si materializza nel dominio OT.

Specificità di sicurezza del 5G privato rispetto al 5G pubblico

Comprendere perché il 5G privato presenta sfide di sicurezza distinte rispetto alle reti pubbliche è essenziale per impostare correttamente la valutazione del rischio.

In una rete 5G pubblica, l’operatore assume la responsabilità primaria della sicurezza del core network: aggiornamenti software, gestione dell’autenticazione, integrità della segnalazione. L’impresa è sostanzialmente un utilizzatore finale, con visibilità limitata su ciò che accade al di là dell’interfaccia radio. In un campus network privato, questa responsabilità si sposta interamente sull’organizzazione che lo gestisce. Il 5G core, composto da funzioni virtualizzate come AMF (Access and Mobility Management Function), SMF (Session Management Function) e UPF (User Plane Function), è deployato in sede o in un cloud privato aziendale. La sua sicurezza dipende dalle competenze interne o da quelle di un system integrator terzo, spesso senza che i requisiti di sicurezza telco siano stati esplicitamente negoziati nel contratto.

Questa redistribuzione della responsabilità ha implicazioni dirette. La superficie d’attacco aumenta perché l’azienda gestisce ora componenti telco che in precedenza erano fuori dal proprio perimetro. Le architetture cloud-native delle funzioni 5G core introducono rischi legati a misconfigurazioni dei container, a vulnerabilità nelle interfacce Service-Based Interfaces (SBI) e a possibili movimenti laterali attraverso l’infrastruttura cloud condivisa. Il network slicing, presentato come la soluzione tecnologica per isolare logicamente i servizi, garantisce separazione a livello logico, ma non necessariamente a livello protocollare di basso livello, come si vedrà nel prossimo paragrafo.

Esistono poi vulnerabilità specifiche legate alle deployment Non-Standalone (NSA), le più diffuse negli ambienti industriali attualmente in fase di adozione. In queste architetture ibride, il core network LTE coesiste con la radio 5G, creando un paesaggio di sicurezza che eredita le debolezze di entrambe le generazioni e introduce complessità di correlazione degli indicatori di compromissione tra domini eterogenei. Come documenta ABI Research (settembre 2025), per le reti 5G Non-Standalone “il modello ibrido crea un panorama di sicurezza di complessità significativa, con la correlazione incrociata degli indicatori di minaccia come fattore critico per fronteggiare gli attacchi.”

Il problema GTP: un protocollo progettato senza avversari

Il GPRS Tunneling Protocol (GTP) è il protocollo che trasporta il traffico dati degli utenti nelle reti mobili, incapsulandolo in tunnel tra il nodo radio (gNB) e le funzioni di core. Nella variante GTP-U gestisce il piano utente; nella variante GTP-C gestisce i messaggi di controllo tra le funzioni di core nelle architetture NSA.

Il problema fondamentale di GTP è di natura storica: come molti protocolli di telecomunicazione, è stato progettato in un’epoca in cui le reti mobili erano ambienti fisicamente chiusi e l’autenticazione reciproca tra i nodi era considerata secondaria rispetto all’affidabilità della connessione. Il risultato è che GTP-C può essere abusato per manipolare i bearer path, i percorsi attraverso cui fluiscono i dati degli utenti, iniettando traffico non autorizzato nel piano utente (GTP-U) o causando interruzioni di sessione attraverso messaggi di controllo falsificati. Come documenta P1 Security nel febbraio 2026, “gli attaccanti che guadagnano accesso alla funzione di controllo possono creare messaggi che istanziano o modificano tunnel GTP, pur senza avere accesso diretto al protocollo GTP.”

Un attaccante che accede a un nodo interno alla rete 5G privata può usare messaggi GTP-C per terminare sessioni attive di dispositivi connessi, con effetti immediati sulle operazioni: un AGV che perde connettività nel mezzo di un ciclo produttivo, un sensore di sicurezza che smette di trasmettere, un sistema di monitoraggio remoto che diventa cieco. In contesti industriali dove il costo del downtime supera i 260.000 dollari per ora nei grandi stabilimenti manifatturieri e raggiunge i 2,3 milioni di dollari per ora nel comparto automotive (Siemens, True Cost of Downtime 2024), questi scenari non sono esercizi teorici.

La ricerca più recente ha chiarito un punto critico che riguarda anche il network slicing. Come analizzato in dettaglio su Cyber Defense Magazine (novembre 2025): “protocolli come GTP-U e PFCP (Packet Forwarding Control Protocol) operano a un livello inferiore rispetto alla separazione logica tra slice, all’interno dell’infrastruttura condivisa della User Plane Function (UPF). Un exploit su questi protocolli non rispetta i confini logici delle slice perché colpisce la risorsa fisica condivisa.” La promessa di isolamento offerta dal network slicing è, in assenza di controlli di sicurezza specifici aggiuntivi, una garanzia solo parziale.

Per le reti 5G Standalone (SA), l’architettura Service-Based ha sostituito GTP-C con interfacce HTTP/2 per la comunicazione tra le funzioni di core. Questo riduce alcune delle vulnerabilità di segnalazione ereditate da GTP-C, ma apre nuove superfici di attacco: le SBI sono esposte ad API fuzzing, a vulnerabilità di validazione degli input e a possibili escalation di privilegio attraverso la logica di orchestrazione condivisa. GTP-U rimane in uso anche nelle architetture SA per il piano dati.

Vulnerabilità NAS e il piano di segnalazione come vettore d’attacco

Il Non-Access Stratum (NAS) è il protocollo che gestisce la mobilità e la gestione della sessione tra il dispositivo (UE) e il core network, attraverso le funzioni AMF e SMF. È il livello dove avvengono autenticazione, cifratura e negoziazione degli algoritmi di sicurezza.

In architetture 5G NSA, i messaggi NAS vengono scambiati in chiaro durante la fase di attach iniziale, prima che la cifratura sia negoziata. Questa finestra espone informazioni sulla configurazione del dispositivo e sull’identità temporanea dell’utente (TMSI). Un attaccante può iniettare messaggi RRC falsificati a livello di base station per causare denial-of-service sul singolo terminale, sfruttando il fatto che il messaggio RRC Connection Request viene trasmesso in chiaro e contiene il TMSI dell’utente.

I cosiddetti downgrade attack, che forzano il dispositivo a retrocedere verso 4G o 3G perdendo le protezioni aggiuntive del 5G Standalone, rappresentano un rischio concreto nelle deployment industriali ibride. Quando la copertura 5G non è disponibile, il terminale effettua automaticamente il fallback verso la rete LTE, perdendo funzionalità di sicurezza come SUCI (Subscription Concealed Identifier) e l’autenticazione estesa. “Gli attaccanti possono sfruttare questa vulnerabilità attraverso downgrade attack che forzano o ingannano i dispositivi 5G a usare reti 4G, con conseguente perdita prevedibile di protezione” (TechTarget, 2025).

Nel contesto industriale, i dispositivi connessi alla rete 5G privata includono sensori, PLC con moduli cellulari, telecamere di supervisione e HMI mobili. Molti di questi dispositivi non sono soggetti allo stesso ciclo di aggiornamento del firmware riservato agli endpoint IT tradizionali, e i loro stack di comunicazione cellulare possono presentare vulnerabilità note non patchate. La superficie di attacco via NAS si estende quindi ben oltre la rete mobile in senso stretto: un dispositivo OT compromesso attraverso il vettore cellulare diventa un punto di accesso all’interno del segmento di controllo industriale.

Le analisi cross-protocollari di P1 Security (febbraio 2026) hanno evidenziato come gli attaccanti che guadagnano accesso alle funzioni AMF o SMF del core possano manipolare messaggi NAS per alterare la gestione della mobilità, triggerare drop di sessione, o ottenere informazioni sull’identità e la posizione dei dispositivi connessi. In ambienti dove la posizione di un AGV o di una macchina a controllo numerico è un dato operativo critico, la compromissione del piano di segnalazione ha implicazioni che vanno oltre la sicurezza informatica per toccare la safety fisica.

Il rischio di lateral movement verso sistemi SCADA

L’architettura di un campus network 5G privato crea, per sua natura, ponti tra domini che in precedenza erano separati. Il core 5G è tipicamente deployato su infrastruttura server in sede o cloud privato aziendale, che condivide risorse di rete con i sistemi IT aziendali. La UPF, la funzione che instrada il traffico degli utenti, è configurata per inviare i pacchetti verso le destinazioni appropriate, che possono includere sia server cloud sia sistemi OT locali.

Il rischio di lateral movement si concretizza quando un attaccante che ha compromesso un nodo della rete 5G, o un dispositivo connesso, riesce a raggiungere sistemi SCADA, DCS (Distributed Control System) o PLC che non erano direttamente esposti sulla rete IT. Il percorso tipico sfrutta la fiducia implicita che l’architettura ripone nel traffico proveniente dalla UPF: una volta dentro il tunnel GTP, il traffico è considerato legittimo dalla rete di destinazione, e la sua instradazione dipende dalla configurazione delle route. Se la segmentazione tra il segmento 5G e il segmento OT non è implementata con rigore (con firewall industriali, VLAN separate, deep packet inspection del traffico applicativo), il tunnel GTP diventa una via diretta verso i sistemi di controllo.

In questo scenario, i protocolli industriali legacy come Modbus, DNP3, IEC 104 e BACnet, che per definizione non includono autenticazione né cifratura, diventano il target terminale di un attacco che ha percorso un tragitto attraverso un vettore di telecomunicazione moderno. Un’azienda può aver investito considerevoli risorse nella sicurezza perimetrale della propria rete SCADA, ma aver lasciato aperto un accesso laterale attraverso l’infrastruttura 5G introdotta nell’impianto nell’ultimo anno.

La ricerca condotta nell’ambito del framework SWICS (Lenz et al., arXiv aprile 2026), il primo testbed virtuale per sistemi di controllo industriale che interconnette componenti ICS attraverso 5G in un ambiente di simulazione a eventi discreti, ha confermato che in condizioni di canale degradato o sotto attacco di jamming, i sistemi ICS connessi via 5G mostrano una suscettibilità agli attacchi significativamente superiore rispetto a quelli su rete cablata. In particolare, la variabilità del canale radio rende inaffidabile il rilevamento di anomalie basato su pattern di comunicazione: i modelli addestrati su dati 5G in condizioni ottimali falliscono nel rilevamento quando il canale si degrada, aprendo finestre di invisibilità che un attaccante può sfruttare deliberatamente tramite tecniche di jamming selettivo.

Quando un’infrastruttura cloud ospita il core 5G virtualizzato, si aggiunge un ulteriore vettore: le vulnerabilità dell’infrastruttura cloud stessa possono diventare punti di accesso per movimenti laterali che, attraverso la UPF, raggiungono la rete OT. Come evidenziato nel white paper di OneLayer dedicato alle reti cellulari private, “quando il core cellulare è eseguito nel cloud, qualsiasi vulnerabilità sfruttabile dell’infrastruttura cloud può esporre la rete ospitata a lateral movement.”

NIS2 e la governance delle reti 5G private industriali

In questo contesto di rischio emergente, il quadro normativo europeo e italiano offre strumenti di risposta, ma anche interrogativi aperti sulla loro applicazione concreta alle reti 5G private.

La Direttiva NIS2 (UE 2022/2555), recepita in Italia con il D.Lgs. 138/2024 entrato in vigore il 16 ottobre 2024, estende gli obblighi di sicurezza informatica a 18 settori critici, inclusi manifattura strategica, infrastrutture digitali, energia e trasporti.

L’Italia ha proceduto all’attuazione per fasi: dopo la registrazione obbligatoria dei soggetti NIS entro febbraio 2025 e la pubblicazione degli obblighi di base con la Determinazione ACN 164179/2025 (aprile 2025), il quadro operativo è stato consolidato a fine dicembre 2025 con due ulteriori determinazioni del Direttore Generale dell’ACN, la 379887/2025 (che disciplina il Portale NIS) e la 379907/2025 (che definisce le misure di sicurezza di base e gli incidenti significativi di base), applicabile dal 15 gennaio 2026. Come abbiamo analizzato in dettaglio sugli adempimenti NIS2, la mappa delle scadenze è ora precisa e non lascia spazio a rinvii.

Dal gennaio 2026 è pertanto operativo l’obbligo di notifica degli incidenti significativi allo CSIRT Italia, con pre-notifica entro 24 ore dalla rilevazione. Entro ottobre 2026, i soggetti NIS dovranno aver adottato le misure di sicurezza definite dalla Determinazione ACN 164179/2025: 37 misure per i soggetti importanti (87 requisiti complessivi) e 43 misure per i soggetti essenziali (116 requisiti). Entro aprile 2026, l’ACN dovrà adottare il modello di categorizzazione delle attività e dei servizi e gli obblighi a lungo termine, ulteriore evoluzione rispetto agli obblighi di base già operativi.

Calate in un contesto 5G privato, le prescrizioni NIS2 richiedono una traduzione tecnica non banale. La segmentazione di rete deve ora includere il piano di controllo 5G e il piano dati GTP-U, non solo le tradizionali VLAN IT/OT. La gestione delle vulnerabilità deve estendersi ai componenti software delle funzioni virtualizzate del core (AMF, SMF, UPF), ai firmware dei dispositivi UE industriali e alle dipendenze software della piattaforma cloud su cui il core può essere ospitato. Il monitoraggio continuo deve saper interpretare il traffico di segnalazione NAS e GTP, protocolli che i SIEM aziendali tradizionali non analizzano senza strumenti specializzati.

Sul versante della supply chain, la NIS2 impone mappatura e classificazione dei fornitori ICT rilevanti, con clausole contrattuali esplicite su gestione degli incidenti, obblighi di notifica e diritto di audit. Nel caso delle reti 5G private, questa catena include i vendor del core network (Ericsson, Nokia e altri), i fornitori di hardware radio (gNB), i system integrator che hanno realizzato la deployment e i fornitori cloud su cui è eventualmente ospitato il core virtualizzato. Ogni anello è potenzialmente un punto di ingresso.

Una questione normativa aperta riguarda la qualificazione della rete 5G privata industriale all’interno del perimetro NIS2 di un’organizzazione: la rete stessa è infrastruttura digitale soggetta agli obblighi, o è semplicemente un componente dell’infrastruttura produttiva? La risposta dipenderà dal settore di appartenenza dell’organizzazione e dalla classificazione come soggetto essenziale o importante, ma in ogni caso il rischio cyber derivante dalla rete 5G privata deve essere incluso nella valutazione del rischio complessiva che la NIS2 richiede.

Verso un modello di sicurezza integrato per il campus 5G

La soluzione non risiede in un singolo strumento tecnologico, ma in un cambio di prospettiva sull’architettura di rischio. Un campus network 5G industriale deve essere governato con un modello che integri tre livelli di competenza oggi troppo spesso separati: sicurezza delle telecomunicazioni (con conoscenza dei protocolli 5G), sicurezza IT (con capacità di network security, SIEM, identity management) e sicurezza OT (con comprensione dei sistemi industriali e delle loro specificità operative).

Il principio Zero Trust, applicato all’accesso dei dispositivi UE alla rete 5G privata, richiede che ogni dispositivo sia autenticato individualmente prima di ottenere accesso alle risorse OT, indipendentemente dalla posizione fisica nell’impianto. L’identità del SIM e del dispositivo deve essere verificata continuamente, non solo al momento dell’attach iniziale. L’uso di SUCI (Subscription Concealed Identifier) al posto del SUPI non cifrato riduce il rischio di tracking e intercettazione dell’identità durante la fase di attach.

La microsegmentazione del piano dati, implementata a livello di UPF tramite policy PFCP, consente di isolare il traffico tra gruppi di dispositivi anche all’interno dello stesso slice, limitando la propagazione di un eventuale lateral movement. Questa segmentazione deve essere progettata esplicitamente, non affidata alla configurazione di default del vendor.

Il monitoraggio del piano di segnalazione, attraverso strumenti capaci di analizzare messaggi NAS e GTP-C, è indispensabile per rilevare anomalie non visibili a un tradizionale IDS/IPS. La letteratura recente (MDPI Future Internet, ottobre 2025) indica come strategie raccomandate “cifratura avanzata, autenticazione a più fattori, sistemi di intrusion detection e audit di sicurezza periodici per mitigare rischi emergenti ed evolutivi.”

La gestione del rischio di downgrade, ovvero la ricaduta automatica su 4G o 3G in assenza di copertura 5G, deve essere valutata esplicitamente per ogni categoria di dispositivo. Per i dispositivi che accedono a sistemi OT critici, la policy preferibile può essere l’interdizione della connessione in assenza di 5G, piuttosto che la tolleranza di un fallback che degrada le protezioni di autenticazione.

Il rischio di jamming selettivo dell’interfaccia radio, documentato dal testbed SWICS (2026) come vettore per rendere inefficaci i sistemi di rilevamento anomalie, va infine incluso esplicitamente nei modelli di minaccia delle reti 5G private industriali, al pari degli attacchi protocollari sul core.

Conclusioni: la falsa sicurezza dell’isolamento privato

Il termine “privato” nel contesto delle reti 5G private porta con sé una connotazione di isolamento e controllo che rischia di diventare una trappola cognitiva. Una rete è privata nel senso che è dedicata a un singolo operatore, ma non è immune per natura dagli attacchi, né da quelli che provengono dall’esterno attraverso i dispositivi connessi, né da quelli interni che sfruttano le vulnerabilità protocollari del core.

Le industrie manifatturiere, energetiche e logistiche che stanno adottando campus network 5G si trovano a gestire una superficie d’attacco ibrida di tipo nuovo, dove la convergenza IT/OT si arricchisce di una terza dimensione, quella telco, per la quale non sempre esistono competenze interne, standard di riferimento condivisi o strumenti di difesa già consolidati. Il report PwC 2026 conferma che solo il 25% delle organizzazioni manifatturiere spende significativamente di più in misure di sicurezza proattive rispetto a quelle reattive: uno squilibrio che, nell’era dei campus network 5G, diventa ancora più pericoloso.

Ignorare questa specificità, o trattare il 5G privato come una semplice evoluzione del Wi-Fi industriale, è un errore che le organizzazioni critiche non possono permettersi. La NIS2, con gli obblighi ora operativi in Italia, offre una cornice normativa che spinge verso un approccio strutturato, ma la compliance non è sinonimo di sicurezza.

Il vero lavoro consiste nell’adattare il modello di gestione del rischio alla specificità tecnica di un’infrastruttura che parla simultaneamente i linguaggi del 3GPP, dell’IEC 62443 e dell’ISO/IEC 27001, e nel farlo prima che un attaccante trovi nel campus network il percorso verso il sistema SCADA che controlla la produzione.

Condividi sui Social Network:

https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/reti-5g-private/




Fastweb porta il 5G a bordo di Luna Rossa all’America’s Cup. Rete dedicata nel Golfo di Cagliari

Fastweb è Official Sponsor e Technical Partner del team italiano Luna Rossa in vista della 38esima edizione di America’s Cup, la più prestigiosa competizione velica al mondo che – per la prima volta nei suoi 176 anni di storia – si disputerà in Italia, a Napoli, nel 2027.

5G, Rete dedicata nel Golfo di Aranci

In qualità di Technical Sponsor, Fastweb realizzerà una copertura 5G dedicata nell’area del Golfo di Cagliari e in quella del Golfo di Napoli utilizzando la tecnologia 5G “slicing”, una delle caratteristiche principali del 5G Standalone (5G SA), che consente di fornire copertura e prestazioni personalizzate, adattandosi con efficacia a contesti operativi articolati. Il capoluogo sardo, infatti, ospita il quartier generale del team ed è sede della prima regata preliminare, mentre Napoli sarà la venue ufficiale della 38^ America’s Cup.

Luna Rossa, dati di bordo trasmessi in sede a terra in real time

La copertura permetterà a Luna Rossa di trasmettere agli uffici a terra informazioni preziose in tempo quasi reale: i dati telemetrici durante le regate e i video durante gli allenamenti. In questo modo si velocizzeranno ulteriormente le operazioni a bordo, contribuendo a fornire un vantaggio aggiuntivo a tutto l’equipaggio. La tecnologia garantirà bassa latenza e alta capacità della trasmissione per tutta l’area interessata.

Luna Rossa, rete dedicata nel Golfo di Cagliari

Il progetto verrà implementato nel Golfo di Cagliari entro maggio 2026 per la prima regata preliminare, mentre entro l’estate, la rete verrà realizzata anche nell’area relativa al Golfo di Napoli che verrà utilizzata durante la 38esima edizione dell’America’s Cup.

Siamo molto contenti di avere Fastweb come technical partner per la 38^ America’s Cup – ha detto Gilberto Nobili, Technology and Operations Manager di Luna Rossa – Si tratta di un’azienda italiana leader nel settore delle telecomunicazioni e averla a fianco ci permetterà di ottimizzare la trasmissione dei dati e le comunicazioni tra la barca e i nostri uffici tecnici. Sapere di poter contare su una rete affidabile e potente e sul know-how di un brand leader come Fastweb è di fondamentale importanza in una sfida complessa e altamente tecnologica come l’America’s Cup“.

La partecipazione a uno dei progetti sportivi più ambiziosi mai realizzati in Italia nasce da una visione condivisa: esprimere l’eccellenza mettendo a disposizione tecnologie di rete avanzate come il 5G dedicato e know-how – ha dichiarato Max Gasparroni, Chief Technology & Security Officer di Fastweb + Vodafone – Nell’ambito di questa collaborazione forniremo a Luna Rossa strumenti all’avanguardia per l’analisi delle performance, la comunicazione in tempo reale e l’ottimizzazione di ogni fase della navigazione, contribuendo a creare un ecosistema in cui tecnologia, sport e intelligenza umana si integrano per raggiungere nuovi livelli di prestazione. Una partnership che conferma il nostro impegno verso l’innovazione e la transizione digitale del Paese.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/fastweb-porta-il-5g-a-bordo-di-luna-rossa-allamericas-cup-rete-dedicata-nel-golfo-di-cagliari/570857/




Connettività globale, 1,3 trilioni di dollari di ricavi nel 2025. Accelera il 5G

Il mercato mondiale della connettività cresce del 5%, in aumento anche i ricavi del 4% su base annua

Il mercato globale della connettività, che comprende telefonia mobile, banda larga fissa e servizi di telefonia fissa, ha raggiunto i 333 miliardi di dollari nel quarto trimestre del 2025, registrando una crescita del 5% su base annua, si legge nel nuovo aggiornamento di Omdia.

I ricavi complessivi si attestano a 1.3 trilioni di dollari nel 2025, in aumento del 4% rispetto all’anno precedente. Numeri che confermano la solidità di un settore ancora centrale per l’economia digitale, ma che evidenziano al tempo stesso le difficoltà strutturali di “un’industria ancora fortemente dipendente da un core business a bassa crescita e impegnata nella ricerca di nuove fonti di ricavo”, si legge nel commento ai risultati.

Accelera il 5G, +34% di connessioni mondiali

Il principale motore di trasformazione della connettività resta il 5G, che continua a espandersi a ritmi sostenuti. Le connessioni globali hanno raggiunto i 3 miliardi, con un incremento del 34% anno su anno.

Sebbene il 4G resti dominante con 8,3 miliardi di connessioni, l’adozione del 5G sta accelerando rapidamente, trainata in particolare dall’Asia, che rappresenta il 69% delle connessioni globali, con l’Europa che però rischia seriamente di rimanere indietro in questa corsa.

Si tratta di una dinamica che conferma il ruolo strategico della regione nel guidare l’innovazione nelle infrastrutture di rete e nei servizi avanzati.

Banda larga: è boom di connessioni. Nel 5G FWA l’India supera gli USA e diventa primo mercato

Sul fronte della banda larga fissa, le connessioni hanno toccato quota 1,6 miliardi nel 2025. La tecnologia FTTx (Fiber to the x) si conferma leader indiscussa, superando 1,169 miliardi di connessioni e crescendo a un ritmo annuo del 7%.

Un segnale chiaro della crescente domanda di capacità e velocità, alimentata dall’espansione dei servizi digitali, dal cloud e dall’intelligenza artificiale.

Parallelamente, emerge con forza il segmento del 5G FWA (Fixed Wireless Access): nel quarto trimestre del 2025 l’India ha superato gli Stati Uniti diventando il primo mercato mondiale, con 14,5 milioni di connessioni contro i 13,9 milioni statunitensi.

È ancora supremazia degli operatori di tlc americani e cinesi

La geografia competitiva del settore resta concentrata: gli operatori di telecomunicazioni di Stati Uniti e Cina dominano la classifica globale per ricavi da connettività, occupando otto delle prime dieci posizioni, mentre le restanti due sono appannaggio di operatori giapponesi.
Una concentrazione che riflette non solo la scala dei mercati domestici, ma anche la capacità di investimento e innovazione di questi Paesi.

Proprio gli investimenti rappresentano uno degli snodi critici. Nel 2025 il CAPEX globale si è attestato a 303 miliardi di dollari, segnando una flessione del 2% su base annua, sebbene in miglioramento rispetto al calo del 3,5% registrato nel 2024.
Un dato che evidenzia come gli operatori stiano razionalizzando la spesa, dopo anni di forti investimenti nelle reti di nuova generazione, ma anche come il ritorno economico di queste infrastrutture non sia ancora pienamente consolidato.

Limiti e sfide di un settore ancora in transizione, tra necessità di innovare i modelli di business e capacità di monetizzare le reti del futuro

È qui che emergono le principali sfide del settore. Come sottolinea Ari Lopes, Practice Leader di Omdia per i mercati dei service provider, “i risultati del 2025 mostrano che il core business delle telecomunicazioni rimane altamente rilevante, ma affronta forti venti contrari, tra cui una crescita lenta, mentre il settore deve ancora realizzare ritorni significativi dagli investimenti nelle nuove tecnologie”. In altre parole, il 5G e la fibra rappresentano piattaforme abilitanti fondamentali, ma non bastano da sole a generare nuovi flussi di ricavi.

La vera partita si gioca quindi sulla capacità degli operatori di trasformare la connettività in servizi a valore aggiunto: edge computing, soluzioni per l’industria 4.0, applicazioni per smart city e Internet of Things. In questo contesto, il 5G assume un ruolo cruciale non solo come evoluzione tecnologica, ma come infrastruttura strategica per l’intero ecosistema digitale.

Il mercato della connettività globale resta dunque solido, ma in transizione. Tra crescita moderata, pressione sugli investimenti e necessità di innovare i modelli di business, il settore delle telecomunicazioni si trova di fronte a una fase decisiva, in cui la capacità di monetizzare le reti del futuro determinerà la competitività degli operatori su scala globale.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/connettivita-globale-13-trilioni-di-dollari-di-ricavi-nel-2025-accelera-il-5g/570407/




L’Università Federico II ottiene il finanziamento per DAS@FedII, premiato fra i 12 progetti DAS 5D del DTD

L’iniziativa si inserisce nella più ampia strategia di trasformazione digitale dell’Ateneo e mira a potenziare in modo significativo la connettività nei principali poli universitari, tra cui Via Claudio, Palazzo Gravina e San Giovanni a Teduccio, per una superficie complessiva di oltre 45.000 metri quadrati. Il progetto prevede la realizzazione di un sistema DAS (Distributed Antenna System) di seconda generazione, in grado di integrare le infrastrutture esistenti ed estendere la copertura 5G in aree strategiche per la didattica e la ricerca.

“Questo finanziamento rappresenta un passaggio fondamentale nel percorso di innovazione digitale dell’Ateneo. La realizzazione di un’infrastruttura 5G avanzata consentirà di abilitare nuovi modelli di didattica e ricerca, rafforzando il ruolo dell’Ateneo come hub tecnologico e scientifico di riferimento nel Mezzogiorno”, spiega il professore Nicola Pasquino, responsabile scientifico del progetto.

L’obiettivo è quello di garantire una copertura radiomobile 5G multi-operatore ad alte prestazioni, in grado di sostenere l’evoluzione delle attività accademiche. La nuova infrastruttura consentirà, infatti, di supportare modalità didattiche innovative e immersive, favorendo allo stesso tempo lo sviluppo di attività di ricerca avanzata su tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale distribuita, l’Internet of Things e l’edge computing.

“DAS@FedII non è soltanto un intervento infrastrutturale, ma una piattaforma abilitante per l’intero ecosistema universitario, capace di sostenere la sperimentazione, il trasferimento tecnologico e la collaborazione con il sistema produttivo regionale e nazionale”, prosegue Pasquino.

In questo contesto, l’Ateneo potrà configurarsi come un vero e proprio laboratorio aperto, in cui sperimentare applicazioni e servizi innovativi a beneficio dell’intera comunità accademica.

“Sono certo che tutte le componenti della Federico II contribuiranno allo sviluppo di servizi innovativi. In questo senso sarà determinante la collaborazione con la 5G Academy, fiore all’occhiello dell’Ateneo, che negli anni ha maturato un’esperienza riconosciuta a livello nazionale nell’integrazione tra infrastrutture, formazione avanzata, ricerca e sperimentazione sulle reti di nuova generazione”, conclude Pasquino.

L’investimento complessivo ammonta a circa 2 milioni di euro e rappresenta un passo significativo nel rafforzamento delle infrastrutture digitali dell’Ateneo. I benefici attesi riguardano non solo il miglioramento della qualità e dell’affidabilità della connettività per una comunità composta da oltre 80.000 studenti, ma anche il consolidamento del ruolo della Federico II come centro di eccellenza per la ricerca e l’innovazione tecnologica.

Con questo intervento, l’Università Federico II conferma il proprio impegno nel promuovere un modello di sviluppo basato su innovazione, inclusione e qualità dei servizi, rafforzando il proprio posizionamento come protagonista nei processi di trasformazione digitale dell’istruzione superiore.

Per approfondimenti:

https://www.linkedin.com/posts/dipartimentotrasformazionedigitale_graduatoria-progetti-das-5g-approvata-per-activity-7441840110104367104-8dfG

https://innovazione.gov.it/notizie/articoli/graduatoria-progetti-das-5g-approvata-per-lo-sviluppo-di-infrastrutture-in-aree-pubbliche/

Graduatoria progetti DAS 5G approvata per lo sviluppo di infrastrutture in aree pubbliche

Butti: “Un lavoro condiviso che vede il Governo sostenere con risorse concrete la connettività di università, sanità e porti.”

Il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri ha approvato la graduatoria di merito relativa all’Avviso per lo sviluppo di infrastrutture Distributed Antenna System (DAS) 5G in aree di primario interesse pubblico, selezionando 12 progetti, risultati idonei al finanziamento.

L’iniziativa si inserisce nell’ambito della Strategia italiana per la Banda Ultra Larga 2023–2026, che punta ad accelerare la diffusione di infrastrutture digitali di nuova generazione, attraverso l’adozione di servizi applicativi avanzati. Le reti DAS rappresentano uno strumento fondamentale per garantire connettività mobile ad alte prestazioni in contesti a elevata concentrazione di utenti e per promuovere la realizzazione di reti private 5G da parte degli enti pubblici, nonché favorire l’adozione di nuovi servizi innovativi.

Con l’approvazione di questa graduatoria il Governo conferma il proprio impegno a sostenere, con investimenti concreti, la diffusione di infrastrutture digitali avanzate in luoghi strategici” ha dichiarato il Sottosegretario Alessio Butti. “Il finanziamento di 12 progetti è il risultato di un lavoro condiviso con università, strutture sanitarie e autorità portuali, che dimostra quanto la collaborazione istituzionale sia decisiva per accelerare l’innovazione. Rafforziamo così la presenza del 5G in contesti ad alto valore pubblico, contribuendo a rendere più efficienti i servizi essenziali per cittadini e imprese.

L’Avviso, rivolto a soggetti quali Università, Centri di ricerca, Strutture sanitarie e Autorità di Sistema Portuale, prevedeva una dotazione iniziale di 20 milioni di euro. L’ampia partecipazione e la qualità delle proposte presentate hanno portato il Dipartimento alla decisione di estendere il finanziamento, per un totale di 25,6 milioni di euro, mediante le risorse disponibili sul Fondo per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione.

I progetti ammessi al finanziamento, che saranno avviati e completati entro un massimo di 24 mesi dall’aggiudicazione, sono in totale 12 e sono stati presentati da tre Università, quattro strutture sanitarie e cinque Autorità di Sistema Portuale, nello specifico:

1)Università pubbliche

  • Università degli Studi di Napoli “Federico II”;
  • Università degli Studi di Catania;
  • Politecnico di Bari

2)Strutture sanitarie

  • Azienda Unità Sanitaria Locale Toscana Centro;
  • Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana;
  • Azienda Sanitaria Locale di Taranto;
  • Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer.

3)Autorità di Sistema Portuale

  • Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale;
  • Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio;
  • Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale – ADSPMAM;
  • Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale;
  • Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centro Settentrionale.

I progetti presentati dalle Università mirano a sviluppare e potenziare infrastrutture DAS di nuova generazione, basate su tecnologia 5G. L’obiettivo è garantire una copertura radio capillare in contesti complessi e ad alta densità, migliorando l’esperienza digitale di studenti, ricercatori e personale di Ateneo. Le infrastrutture DAS assicurano una connettività stabile e ad alta capacità, migliorando l’esperienza formativa e abilitando scenari applicativi, quali la didattica immersiva – Augmented Reality, Virtual Reality e la telepresenza olografica, la ricerca avanzata in campi come la robotica e la mobilità autonoma, nonché i living lab per la sperimentazione e la certificazione di nuove tecnologie.

Le Strutture sanitarie implementeranno infrastrutture DAS per migliorare la qualità e la continuità dei servizi di connettività mobile all’interno dei presidi ospedalieri. Grazie all’adozione di reti 5G affidabili e ad alte prestazioni, sarà possibile potenziare la digitalizzazione dei servizi clinici e organizzativi e sviluppare modelli di Smart Hospital, basati su control room multiservizio. In tale contesto, si inseriscono scenari applicativi, quali il monitoraggio remoto dei pazienti, tramite IoMT (Internet of Medical Things), sistemi di supporto decisionale basati su Big Data e soluzioni per l’ottimizzazione dei flussi ospedalieri e dei percorsi di cura.

Le Autorità di Sistema Portuale realizzeranno infrastrutture DAS – in alcuni casi basate su reti 5G Stand Alone private – progettate per assicurare una copertura uniforme e resiliente in contesti strategici di rilevanza nazionale e internazionale. Tali interventi sostengono la digitalizzazione dei processi logistici, abilitando servizi avanzati di operatività in tempo reale. L’adozione di reti 5G consente, inoltre, la transizione verso modelli evoluti di Smart Port, favorendo applicazioni a supporto della sicurezza e della gestione operativa, tra cui comunicazioni mission-critical, monitoraggio perimetrale tramite IoT e soluzioni di realtà aumentata per il supporto remoto agli operatori.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/luniversita-federico-ii-ottiene-il-finanziamento-per-dasfedii-premiato-fra-i-12-progetti-das-5d-del-dtd/561311/




Trump vuole subito il 6G per le Olimpiadi di Los Angeles 2028

Arrivare al 6G prima di tutti: la scommessa di Trump per le Olimpiadi di Los Angeles 2028

Portare il 6G negli Stati Uniti prima di tutti e anche prima che questa tecnologia arrivi sul mercato. È questa la scommessa, tanto ambiziosa quanto controversa, su cui sta puntando l’amministrazione Trump, che aveva già annunciato le sue intenzioni prima di Natale e che ora chiede all’industria americana di accelerare drasticamente i tempi di sviluppo della prossima generazione mobile. L’obiettivo è chiaro: arrivare alle Olimpiadi di Los Angeles del 2028 con applicazioni 6G già funzionanti, pronte a essere mostrate al mondo come simbolo della leadership tecnologica statunitense.

La richiesta, confermata dal senior vicepresidente di Qualcomm, Nate Tibbit, segna un cambio di passo netto rispetto ai normali cicli di innovazione delle telecomunicazioni. In un’intervista, il manager ha spiegato che il governo americano è “molto interessato ad accelerare la timeline del 6G” e ha chiesto all’azienda di lavorare affinché sistemi pre-commerciali siano pronti già per il 2028, anticipando di fatto un lancio che l’industria colloca più realisticamente attorno al 2030.

La timeline sta accelerando in modo significativo”, ha ammesso Tibbit, sottolineando però che per rispettarla sarà necessario disporre di spettro radio adeguato e di un quadro regolatorio coerente.

Le guerre però rallentano e limitano lo sviluppo di nuove tecnologie, come il 6G

La corsa al 6G non è per niente facile, soprattutto in questo momento, nel contesto geopolitico del 2026, segnato dalla guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran e nello stretto di Hormuz (che ha già coinvolto direttamente tutti gli altri Paesi del Golfo, ampliando drammaticamente la portata di questo conflitto pericolosissimo su scala mondiale), dal conflitto tra Russia e Ucraina e dai rischi di tensioni crescenti con la Cina per Taiwan.

Questi fattori possono rallentare in modo significativo lo sviluppo delle nuove reti, soprattutto per le possibili interruzioni nelle supply chain di chip ed energia. Il blocco di Hormuz, in particolare, mette a rischio forniture strategiche come gas naturale liquefatto ed elio, fondamentali per la produzione di semiconduttori, mentre Taiwan (snodo cruciale per l’industria tecnologica mondiale) dispone di riserve energetiche limitate.

Allo stesso tempo, la crescente “guerra fredda tecnologica” tra Stati Uniti, Europa e Cina rischia di frammentare il processo di standardizzazione del 6G, con Pechino orientata ad accelerare anche per applicazioni militari e l’Occidente impegnato a costruire alternative aperte a Huawei.
 In questo scenario, anche le tempistiche per test e definizione degli standard, già molto ambiziose, potrebbero subire ulteriori ritardi.

Per gli USA il 6G è un’infrastruttura critica e strategica, utile alla supremazia geopolitica

Dietro questa spinta non c’è soltanto l’ambizione tecnologica, ma una visione strategica ben più ampia. Washington considera il 6G un’infrastruttura critica, destinata a ridefinire equilibri economici e politici globali. La convinzione è che chi guiderà gli standard e controllerà le reti del futuro avrà un vantaggio decisivo non solo sul piano industriale, ma anche su quello della sicurezza nazionale e dell’influenza geopolitica.

In questo senso, la partita del 6G si inserisce nel solco della competizione tecnologica con la Cina e con gli altri grandi attori globali, e le Olimpiadi del 2028 diventano l’occasione perfetta per mettere in scena questa leadership.

Missione Los Angeles 2028, dimostrazione di potenza del 6G e della superiorità USA (soprattutto sulla Cina)

È proprio in questo contesto che nasce “Mission LA 2028”, l’iniziativa lanciata dalla National Telecommunications and Information Administration (NTIA), l’agenzia che consiglia la Casa Bianca sulle politiche di comunicazione e banda larga. Il progetto punta a trasformare i Giochi olimpici in una vetrina delle tecnologie 6G emergenti. Non si tratta di un programma finanziato direttamente dal governo, ma di un’iniziativa guidata dall’industria, in cui aziende e operatori sono chiamati a sviluppare e presentare dimostrazioni concrete delle potenzialità del 6G.

Il ruolo della NTIA è quello di facilitare il processo, riducendo gli ostacoli regolatori, coordinando gli stakeholder e favorendo la disponibilità dello spettro necessario, ma dietro c’è sempre l’amministrazione Trump.

Resta però aperta la domanda cruciale: è davvero possibile avere il 6G entro il 2028?
Difficile dare una risposta certa o definitiva, almeno per ora. Gli ostacoli sono molti. Il principale riguarda gli standard. Il 3GPP, l’organismo internazionale che definisce le specifiche delle tecnologie mobili, prevede di completare il quadro normativo del 6G solo intorno al 2030.
Anticipare i tempi significa quindi lavorare su tecnologie ancora non standardizzate, con il rischio di sviluppare soluzioni che potrebbero non essere pienamente compatibili in futuro.

Un ecosistema ancora immaturo

A questo si aggiunge un ecosistema tecnologico ancora immaturo. Il 6G promette di operare su nuove bande di frequenza, probabilmente nelle gamme sub-terahertz e di integrare in modo nativo intelligenza artificiale e architetture cloud. Non è una cosa facile da fare, ci vuole tempo e sperimentazione (sena contare gli standard di sicurezza su più livelli).
Anche il coordinamento internazionale e gli investimenti necessari rappresentano una sfida significativa, perché lo sviluppo di una nuova generazione mobile richiede una convergenza globale tra governi, operatori e fornitori.

Per questo motivo, lo scenario più realistico è che nel 2028 si possano vedere dimostrazioni tecnologiche avanzate, meno che mai una vera e propria rete commerciale diffusa. Dal punto di vista politico e simbolico, però, potrebbe essere sufficiente per rivendicare una leadership.
Anticipare il 6G significa provare a orientarne lo sviluppo, dettare le regole del gioco e rafforzare la propria posizione in un settore chiave per il futuro. Le Olimpiadi del 2028, in questo senso, non sono solo un evento sportivo, ma il palcoscenico di una competizione globale in cui la tecnologia diventa strumento di potere.

La mossa USA per evitare che la corsa al 6G finisca come con il 5G

In questa corsa, bisogna fare i conti con la realtà, la Cina parte oggi con un vantaggio strutturale difficilmente ignorabile. Pechino concentra un’ampia fetta delle pubblicazioni scientifiche sul 6G e guida già la competizione sui brevetti 6G, con una quota che ha raggiunto il 40,3%, davanti agli Stati Uniti (35,2%), al Giappone (9,9%), all’Europa (8,9%) e alla Corea del Sud (4,2%).
Secondo dati del Ministero dell’Industria e dell’Informatica, a gennaio 2026 la Cina ha completato la prima fase di sperimentazione della tecnologia 6G e ha accumulato una riserva di oltre 300 applicazioni chiave, annunciando l’avvio della seconda fase sperimentale di questa tecnologia, con l’ovvio obiettivo di sviluppare rapidamente un ecosistema industriale orientato alle prime applicazioni commerciali.

Un primato costruito attraverso una strategia industriale coordinata: oltre 1,4 trilioni di dollari di investimenti pubblici per lo sviluppo di tecnologie che spaziano dalle reti wireless di nuova generazione all’intelligenza artificiale, programmi statali come IMT-2030, il lancio del primo satellite sperimentale 6G già nel 2023 e il ruolo trainante di colossi come Huawei, ZTE e China Mobile.

L’obiettivo è chiaro: arrivare a definire standard propri tra il 2026 e il 2029, replicando (ma addirittura in anticipo) quanto già avvenuto con il 5G, dove la Cina è arrivata a controllare circa il 60% del mercato globale.

Dall’altra parte, Stati Uniti ed Europa appaiono più frammentati, tra iniziative come la NextG Alliance e il progetto europeo Hexa-X (25 milioni di euro), mentre la Corea del Sud investe circa 220 milioni puntando a reti pilota entro il 2028 con Samsung in prima linea.

In gioco non c’è solo una tecnologia, ma un mercato potenziale da oltre 10 trilioni di dollari e la capacità di determinare le regole delle comunicazioni per i prossimi vent’anni: chi guiderà gli standard del 6G controllerà infrastrutture, export e direzione dell’innovazione globale. E, come già insegnato dal 5G, arrivare primi in questa partita può fare tutta la differenza.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/trump-vuole-subito-il-6g-per-le-olimpiadi-di-los-angeles-2028/569211/




5G privato agli inizi, ma il modello di business ancora non va

Nel 2019, un’indagine di dimensionamento del mercato dell’Università di Harvard, commissionata da Nokia, ha calcolato che esistevano 14,58 milioni di potenziali sedi per l’LTE privato e, in seguito, per il 5G privato. La realtà, a dicembre 2025, è che ci sono meno di 2mila referenze di clienti di reti mobili private in tutto il mondo, secondo la Global Mobile Suppliers Association (GSA).

È necessario fare attenzione a questi numeri: il 5G privato (P5G) è diversificato e le numerose variabili evidenziano diverse valutazioni delle dimensioni del mercato, del valore e così via. Nel settore manifatturiero, ad esempio, il P5G è in genere un’implementazione altamente localizzata che si concentra sulla connettività ultra-affidabile all’interno di una singola struttura.

I droni autonomi che effettuano consegne devono essere costantemente connessi in un’area metropolitana. In entrambi i casi, e in tutti gli altri, la sicurezza è fondamentale.

Molte nicchie

Fino a poco tempo fa, molti analisti consideravano il P5G privato un mercato di nicchia, sebbene la situazione stia cambiando. “Penso che forse un modo migliore per descriverlo sia dire che si tratta di nicchie multiple”, dice Joe Madden, fondatore e analista capo di Mobile Experts, una società di ricerca e consulenza con sede negli Stati Uniti. “Quando parliamo del mercato privato del 5G, dobbiamo parlare di ogni mercato verticale separatamente”.

Mobile Experts monitora 13 diversi mercati verticali e Madden li considera tutti unici. Il P5G potrebbe rimanere una nicchia in alcuni di questi mercati verticali, mentre l’adozione sta accelerando in altri.

Il business case delle telecomunicazioni

Anche l’ecosistema degli operatori del P5G si sta evolvendo. Inizialmente, le compagnie di telecomunicazioni si aspettavano di guidare il mercato del P5G e credevano che sarebbe stata un’importante fonte di nuove entrate, ma presto è diventato chiaro che mancavano delle competenze necessarie.

I fornitori di apparecchiature di rete come Ericsson e Nokia hanno colto l’occasione per fornire soluzioni complete, ma il mercato si è rivelato impegnativo anche per loro. Nokia gestisce circa la metà delle reti private mondiali, ma a novembre 2025 ha rivelato che la sua attività di reti private aveva perso 100 milioni di euro (115 milioni di dollari) su un fatturato di 900 milioni di euro (1,04 miliardi di dollari) dell’anno precedente.

I numeri non tornano

Sebastian Barros, amministratore delegato di Circles e commentatore del settore, riassume il problema: “per infrastrutture che proteggono decine di milioni di valore industriale, la connettività delle telecomunicazioni non cattura quasi nulla. Le reti private funzionano chiaramente. I modelli di business delle telecomunicazioni no”.

Questo rapporto, “Risolvere il puzzle dei profitti del P5G”, esamina il mercato dei servizi P5G e i suoi progressi con approfondimenti di operatori tra cui China Mobile International, Proximus Global, Telefónica Tech, Verizon Business e Vodafone Business, oltre a Deutsche Bahn. Risalire la catena del valore come fornitore di piattaforme con responsabilità è la chiave: fornire semplicemente l’infrastruttura non è un modello di business sostenibile.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/5g-privato-agli-inizi-ma-il-modello-di-business-ancora-non-va/568252/




Comunicazioni illecite in carcere: perché i jammer non funzionano e cosa fare davvero

I jammer nelle carceri sono davvero la soluzione al problema dei telefoni cellulari non autorizzati? I dispositivi mobili rappresentano oggi una delle minacce più gravi alla sicurezza penitenziaria. Attraverso questi dispositivi, i detenuti coordinano traffici illeciti, impartiscono ordini a complici esterni, organizzano estorsioni e minacce a testimoni. Il fenomeno è in crescita esponenziale: i sequestri sono più che raddoppiati tra il 2022 e il 2024, passando da 1.084 a oltre 2.250 unità, mentre le modalità di introduzione si sono evolute con l’uso di droni, pacchi postali sofisticati e dispositivi miniaturizzati impossibili da individuare con i metal detector tradizionali.

In questo primo approfondimento a cura di Stefano Cangiano si ricostruisce la genesi della scelta dei jammer, analizzando il contesto storico, politico e operativo che portò all’adozione di questa tecnologia. Vengono esaminati i fattori che resero apparentemente ragionevole tale decisione: le pressioni mediatiche e sindacali, la necessità di una risposta rapida, i costi iniziali contenuti e la visibilità politica dell’intervento. Attraverso una cronologia dettagliata degli eventi dal 2018 al 2025, emerge però un quadro critico: investimenti largamente improduttivi, apparati che giacciono ancora imballati nei magazzini, e un sistema che si sta rivelando tecnicamente inadeguato di fronte all’evoluzione delle reti 4G e 5G.

Dati sui telefoni cellulari sequestrati in carcere: numeri, trend e reti criminali

Il fenomeno dei telefoni cellulari non autorizzati all’interno degli istituti penitenziari italiani è in costante e preoccupante crescita, e rappresenta oggi una delle sfide più complesse per l’amministrazione penitenziaria e per l’intero sistema della sicurezza nazionale. Dati interni del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) mostrano che i sequestri di dispositivi mobili sono passati da circa 1.084 unità nel 2022 a oltre 2.250 nel 2024, con un aumento superiore al 100% in soli due anni. Questo trend esponenziale, oltre a indicare l’efficacia e la capillarità delle reti criminali nel far entrare telefonini occultati attraverso canali sempre più sofisticati, mette in luce l’impossibilità strutturale di contenere il fenomeno con semplici controlli manuali o perquisizioni periodiche.

Le modalità di introduzione dei dispositivi si sono evolute nel tempo, passando dai tradizionali metodi di occultamento durante i colloqui con i familiari a tecniche sempre più ingegnose: droni che sorvolano i cortili di passeggio, pacchi postali con doppi fondi, corruzione del personale, e persino il lancio di piccoli involucri oltre le mura perimetrali. La miniaturizzazione dei dispositivi ha ulteriormente complicato le operazioni di contrasto: oggi esistono telefoni delle dimensioni di un accendino, perfettamente funzionanti e dotati di connettività 4G, praticamente impossibili da individuare con i metal detector tradizionali.

L’impiego di telefoni di contrabbando consente ai detenuti di coordinare traffici illeciti con una facilità impensabile fino a pochi anni fa. Attraverso questi dispositivi vengono impartiti ordini a complici all’esterno, organizzate estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori, gestite piazze di spaccio e persino pianificate intimidazioni a testimoni e magistrati. L’interazione con i social network ha aggiunto una dimensione ulteriore al problema: sono documentati casi di boss mafiosi che continuavano a gestire i propri profili Facebook dal carcere, inviando messaggi minacciosi e mantenendo viva la propria presenza simbolica nel territorio di riferimento.

In molti casi, le chiamate vengono effettuate in piena notte o in momenti di massima distrazione del personale, rendendo quasi impossibile l’intervento tempestivo. La carenza cronica di organico che affligge il sistema penitenziario italiano – con rapporti agente-detenuto tra i più sfavorevoli d’Europa – contribuisce a creare finestre di opportunità che i detenuti più scaltri sanno sfruttare con precisione quasi scientifica. Il problema assume inoltre rilievo di sicurezza nazionale quando cellule criminali o terroristiche cercano di contattare vittime o pianificare azioni esterne sfruttando la paradossale “libertà comunicativa” garantita dal carcere.

Jammer nelle carceri: cosa sono e perché sono stati adottati

Per arginare questo rischio, molte amministrazioni hanno valutato o implementato dispositivi di jamming, ossia disturbatori di segnale radio in grado di inibire le comunicazioni GSM, LTE e Wi-Fi. La promessa di questi apparati è apparentemente semplice: creare una “bolla” elettromagnetica attorno all’istituto penitenziario che renda impossibile qualsiasi comunicazione cellulare. Tuttavia, come emergerà nei capitoli successivi, queste soluzioni presentano criticità significative su più fronti, tali da renderle non solo inefficaci ma potenzialmente dannose.

Sul piano dell’inefficacia tecnica, i jammer non coprono in modo omogeneo tutte le bande di frequenza, lasciano inevitabili “zone d’ombra” dovute alla conformazione architettonica degli edifici, e richiedono costosi aggiornamenti per seguire l’evoluzione delle reti 4G/5G. I rischi operativi sono altrettanto rilevanti: questi dispositivi bloccano indiscriminatamente anche le linee di emergenza (112/118), le comunicazioni istituzionali del personale di polizia penitenziaria, e possono interferire con dispositivi medici salvavita come pacemaker e defibrillatori impiantabili. Non meno importanti sono i vincoli legali: in Italia i jammer sono vietati fuori da ambiti strettamente autorizzati e possono configurare i reati di “interruzione di pubblico servizio” (art. 340 c.p.) e di “installazione di apparecchiature per impedire comunicazioni altrui” (art. 617-bis c.p.).

Di fronte a queste criticità, emerge con forza la necessità di soluzioni alternative che superino la logica del disturbo indiscriminato in favore di un approccio più intelligente e mirato. I rilevatori di attività radio cellulare basati su analisi passiva dello spettro rappresentano oggi la frontiera più promettente. Tali sistemi non emettono segnali di disturbo, monitorano costantemente tutte le bande in uplink, catalogano ogni burst di traffico dati o voce, e permettono di localizzare con precisione il punto di trasmissione, consentendo interventi mirati e tempestivi.

Nel seguito di questo articolo esploreremo in dettaglio perché i jammer sono una risposta sbagliata, analizzando i loro limiti tecnici, operativi e normativi; i vantaggi dei rilevatori SDR passivi, con particolare attenzione a come funzionano, come interpretano i segnali e come si integrano nel complesso ecosistema della sicurezza penitenziaria; e infine un case study di un progetto sperimentale condotto in ambiente isolato, che dimostra concretamente l’efficacia del rilevamento passivo in condizioni analoghe a quelle di un vero istituto di pena.

Breve storia dei jammer nelle carceri

Le ragioni della scelta iniziale

Nel contesto temporale in cui maturò la decisione (2018), la scelta del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di ricorrere ai jammer rispondeva a una combinazione di fattori concreti e contingenti che meritano di essere analizzati con attenzione per comprendere come si sia giunti alla situazione attuale. L’utilizzo di disturbatori di segnale appariva, in quel momento storico, come la soluzione più rapida da implementare per fronteggiare un fenomeno percepito come emergenziale, caratterizzato da un incremento costante dei sequestri di telefoni cellulari e da una crescente attenzione mediatica sul tema delle comunicazioni illecite dal carcere.

I jammer offrivano un approccio apparentemente “chiavi in mano”, con tempi di installazione relativamente brevi, costi iniziali contenuti e una promessa di efficacia immediata sulle tecnologie allora prevalenti, in particolare GSM e prime reti LTE. In un quadro segnato da forte pressione politica e sindacale – con i sindacati di polizia penitenziaria che denunciavano quotidianamente l’impossibilità di garantire la sicurezza con gli strumenti disponibili – tale scelta consentiva inoltre all’amministrazione di dimostrare un intervento visibile, facilmente comunicabile all’opinione pubblica e coerente con una linea di fermezza nei confronti della criminalità organizzata.

Il contesto politico dell’epoca non può essere sottovalutato. La questione delle comunicazioni illecite dal carcere era diventata un tema caldo nel dibattito pubblico, alimentato da inchieste giornalistiche che documentavano come boss mafiosi continuassero a gestire i propri affari criminali dalle celle di massima sicurezza. La pressione per una risposta immediata e visibile era fortissima, e i jammer sembravano offrire esattamente questo: una soluzione tecnologica tangibile, un investimento dimostrabile, un’azione concreta da poter esibire di fronte alle critiche.

A ciò si aggiungeva la limitata maturità, in quegli anni, di soluzioni alternative basate su analisi passiva dello spettro radio e sistemi di rilevazione selettiva. Queste tecnologie, pur esistendo già in ambito militare e di intelligence, richiedevano competenze altamente specialistiche raramente disponibili nel contesto dell’amministrazione penitenziaria, infrastrutture dedicate con costi di implementazione significativi, e soprattutto un cambio di paradigma operativo non immediato per un’organizzazione tradizionalmente orientata a soluzioni hardware piuttosto che a sistemi di analisi e intelligence.

In questo quadro si collocano anche le posizioni espresse pubblicamente dal Procuratore Nicola Gratteri, figura di riferimento nel contrasto alla ‘ndrangheta e voce autorevole nel dibattito sulla sicurezza penitenziaria. Gratteri, pur denunciando più volte l’inefficacia complessiva delle misure adottate e i ritardi strutturali dello Stato nel contrasto alle comunicazioni illecite dal carcere, ha in diverse occasioni riconosciuto l’utilità dei jammer almeno come strumento temporaneo nei reparti di alta sicurezza. In interviste e audizioni pubbliche, il Procuratore ha infatti sottolineato come, in assenza di soluzioni tecnologicamente più avanzate e strutturate, i jammer potessero rappresentare una risposta transitoria per limitare le comunicazioni dei detenuti più pericolosi, in attesa di un approccio più organico e duraturo.

Tali posizioni contribuiscono a chiarire come il tema dell’impiego dei jammer non sia riconducibile a una contrapposizione ideologica tra “falchi” e “colombe”, ma vada letto come il risultato di scelte contingenti, maturate in un contesto emergenziale e sotto la spinta di pressioni multiple. Oggi quel contesto appare superato dall’evoluzione tecnologica e dalla disponibilità di strumenti più efficaci, selettivi e sostenibili nel lungo periodo.

Cronologia dei jammer nelle carceri italiane: investimenti e fallimenti

La storia dell’adozione dei jammer nelle carceri italiane si snoda attraverso alcune tappe fondamentali che meritano di essere ricostruite con precisione documentale, anche per comprendere l’entità degli investimenti pubblici che rischiano oggi di rivelarsi largamente improduttivi.

Il 17 ottobre 2018 segna l’avvio formale della gara d’appalto per l’acquisto dei primi apparati jammer, con la firma del decreto da parte del Direttore generale Buffa e un ordinativo iniziale di circa 47 unità destinate agli istituti di massima sicurezza. La scelta di partire dai reparti ad alta sicurezza rispondeva a una logica di priorità: era lì che si concentravano i detenuti più pericolosi, i boss mafiosi e i terroristi per i quali l’isolamento comunicativo rappresentava un obiettivo strategico primario.

La documentazione di riferimento, non più accessibile attraverso l’archivio online del Ministero della Giustizia (che rende consultabili solo gli atti pubblicati a partire dal 2020), è ricostruita attraverso fonti DAP e Il Sole 24 Ore nel documento disponibile presso POLPENUIL – Blocco telefoni carcere jammer.

Nel maggio 2019 si procede alla consegna e installazione dei dispositivi in vari istituti ad alta sicurezza, accompagnata da un programma di formazione per gli operatori. Questa fase ha rivelato immediatamente alcune criticità: la complessità degli apparati richiedeva competenze tecniche che il personale penitenziario non possedeva, e l’integrazione con le infrastrutture esistenti si rivelava più problematica del previsto. Sono stati necessari interventi di adeguamento impiantistico, con costi aggiuntivi non previsti nel budget iniziale (Circolare acquisizione sistemi jammer).

Tra agosto e settembre 2023 vengono condotte prove pilota in 20 strutture, mirate a verificare l’efficacia dei sistemi su reti 4G e a condurre test preliminari su bande 5G, ormai in fase di diffusione capillare sul territorio nazionale. Da queste sperimentazioni emergono zone d’ombra significative e criticità tecniche che mettono in discussione l’intera strategia: i jammer, progettati per tecnologie ormai superate, faticano a contrastare le nuove frequenze, mentre la conformazione architettonica degli istituti – spesso edifici storici con muri spessi e strutture metalliche – crea sacche di copertura irregolare (Resoconto Camera dei Deputati).

Nel gennaio 2025 prende avvio la sperimentazione di un sistema alternativo di filtraggio passivo, volto a superare i problemi sanitari e di interferenza non selettiva che avevano caratterizzato l’esperienza con i jammer. L’abbandono di fatto del sistema jammer, dopo anni di investimenti largamente inutilizzati e con apparati che giacciono in molti casi ancora imballati nei magazzini degli istituti, è documentato da diverse fonti giornalistiche che parlano esplicitamente di “rottamazione” di un sistema mai realmente entrato in funzione (HuffPost e Ristretti Orizzonti).

Le ragioni dell’adozione

Le motivazioni che portarono alla scelta dei jammer possono essere ricondotte a quattro fattori principali, che vale la pena analizzare nel dettaglio per comprendere la razionalità (sia pure limitata) di quella decisione.

In primo luogo, le pressioni mediatiche e sindacali. Le segnalazioni frequenti di contatti illeciti tra detenuti e organizzazioni criminali esterne avevano creato un clima di urgenza che richiedeva risposte immediate. I media riportavano con cadenza quasi quotidiana episodi di boss che continuavano a impartire ordini dal carcere, di estorsioni coordinate via cellulare, di minacce a pentiti e testimoni. I sindacati di polizia penitenziaria denunciavano l’impossibilità di svolgere efficacemente il proprio lavoro senza strumenti tecnologici adeguati. La pressione convergente di questi attori rendeva politicamente insostenibile l’inazione.

In secondo luogo, la rapidità di implementazione. I jammer costituivano una soluzione apparentemente pronta all’uso, con tempi di installazione contenuti rispetto a sistemi passivi o reti di sorveglianza RF più sofisticate. In un contesto di emergenza percepita, la possibilità di “fare qualcosa subito” aveva un valore politico e comunicativo che superava considerazioni più ponderate sull’efficacia di lungo periodo.

Il costo iniziale contenuto rappresentava un terzo elemento di attrattiva. L’investimento per singolo apparato risultava inferiore a quello richiesto per infrastrutture di monitoring e analisi dati, che avrebbero comportato non solo l’acquisto di hardware sofisticato ma anche la formazione di personale specializzato, la creazione di sale operative dedicate, e costi di manutenzione e aggiornamento continuativi.

Infine, la visibilità politica. L’adozione dei jammer veniva percepita come un intervento risolutivo e “intransigente” contro l’illegalità nel carcere, facilmente comunicabile all’opinione pubblica. Un annuncio del tipo “abbiamo installato sistemi di disturbo in tutti i penitenziari di massima sicurezza” aveva un impatto mediatico immediato, molto più di discorsi complessi su sistemi di analisi dello spettro e algoritmi di rilevazione.

Cosa sono i jammer

Prima di procedere all’analisi delle criticità, è opportuno chiarire con precisione cosa siano i jammer e come funzionino dal punto di vista tecnico. I jammer sono dispositivi di disturbo radio progettati per emettere segnali nelle bande di frequenza utilizzate dai telefoni cellulari, creando un “rumore” elettromagnetico che impedisce la connessione tra il terminale e le celle di rete.

Le frequenze interessate includono tipicamente la banda 900 MHz (GSM), 1800 MHz (DCS), 2100 MHz (UMTS/3G), e nelle versioni più recenti anche le bande 800 MHz, 1800 MHz e 2600 MHz del 4G/LTE, fino ai 3,5 GHz necessari per disturbare le comunicazioni 5G. Il principio di funzionamento è relativamente semplice: il jammer emette un segnale di potenza superiore a quello della cella telefonica legittima sulla stessa frequenza, “sovrastando” il segnale utile e rendendo impossibile al telefono stabilire o mantenere una connessione.

Questa semplicità concettuale nasconde però una complessità operativa significativa. Per essere efficace, un jammer deve coprire tutte le bande utilizzate dagli operatori attivi sul territorio, deve emettere con potenza sufficiente a superare il segnale delle celle (che può variare significativamente in funzione della posizione geografica dell’istituto), e deve farlo in modo uniforme su tutta l’area da proteggere. Ognuno di questi requisiti presenta sfide tecniche non banali, come vedremo nel capitolo successivo.

L’aspetto più critico è che i jammer agiscono in modo totalmente indiscriminato: bloccano qualsiasi tipo di comunicazione RF nell’area di copertura, senza possibilità di distinguere fra traffico legale (comunicazioni del personale, sistemi di emergenza, dispositivi medici) e traffico illegale (telefoni dei detenuti). Questa caratteristica intrinseca rappresenta il limite fondamentale della tecnologia e la ragione principale per cui essa si sta rivelando inadeguata.

Questo primo approfondimento ha ricostruito la storia dell’adozione dei jammer nelle carceri italiane, dalla gara d’appalto del 2018 fino alla loro sostanziale dismissione nel 2025. Abbiamo visto come la scelta di questi dispositivi rispondesse a pressioni contingenti e a una logica emergenziale, offrendo una soluzione apparentemente rapida ed efficace per contrastare le comunicazioni illecite dei detenuti.
Tuttavia, come emerso dall’analisi cronologica e dalle evidenze documentali, i jammer si sono rivelati una risposta inadeguata: apparati progettati per tecnologie ormai superate, zone d’ombra significative nella copertura, costi aggiuntivi non previsti e criticità operative che hanno portato di fatto all’abbandono del sistema.

Nel prossimo articolo della serie approfondiremo in dettaglio i limiti tecnici, operativi e normativi dei jammer. Per una trattazione completa e approfondita del tema, Stefano Cangiano dal titolo “Jammer nelle carceri: limiti, rischi e alternative”.

Profilo Autore

Titolare delle licenze EJPT e ECPPT (Professional Penetration Tester) della società eLearnSecurity. Svolge attività di Network Security in particolare Penetration Test & VA – Vulnerability Assessment.
Nel 2019 fonda la società ISK (www.isksecurity.it), partner strategico ed esterno per attività di Security specializzata. Svolge attività di bonifiche ambientali da microspie, attività di Security Assessment e Mobile Security.

Condividi sui Social Network:

https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/jammer-comunicazioni/




6G grande assente al Mobile World Congress di Barcellona (surclassato da AI e satellite)

L’AI ha fatto la parte del leone al MWC26, ma la cosa più interessante di questa edizione della kermesse globale del mobile appena chiusa a Barcellona è la pressoché totale assenza del 6G. E così mentre AI, GPU e reti edge sono sulla bocca di tutti fra gli stand della fiera catalana, fa ancora più rumore la quasi totale assenza di novità ri qualche rilievo sul fronte del 6G.

L’analisi di ABI Research

A farlo notare il Senior Research Director di ABI Research Dimitris Mavrakis che punta il dito su questa assenza significativa.

Anche se mancano ancora anni alla prima specifica normativa 6G, atteso sul mercato non prima del 2030,  il settore sta iniziando a gettare le basi attraverso alleanze iniziali, strategie concorrenti e investimenti tecnologici fondamentali.

• Le prime iniziative 6G annunciate da aziende come NVIDIA, Qualcomm e AMD

• Il divario emergente tra strategie 6G basate sui dispositivi e sulle infrastrutture

Perché tecnologie fondamentali come Integrated Sensing and Communication (ISAC) e reti native basate sull’intelligenza artificiale stanno diventando centrali per la prossima generazione di telecomunicazioni.

Pochi annunci 6G al MWC26

Al MWC26 sono stati fatti alcuni annunci sugli sviluppi del 6G, ma nessuno era definitivo o indicava un consenso di mercato sulla forma finale della nuova generazione. NVIDIA ha annunciato una nuova iniziativa 6G, Qualcomm ha annunciato una nuova coalizione 6G e AMD sta guidando una nuova alleanza per sviluppare sistemi di intelligenza artificiale Open Telco che saranno sicuramente utilizzati per il 6G.

Siamo ora nel 2026, 3 anni prima che il 3rd Generation Partnership Project (3GPP) pubblichi la sua prima specifica normativa nella Release 21. Alcuni potrebbero dire che il ciclo di aggiornamento decennale delle generazioni cellulari sia interrotto, ma possiamo facilmente controbattere osservando il ciclo di sviluppo del 5G e gli eventi del MWC. Nello specifico, il 2015 è stato 3 anni prima della pubblicazione del primo standard 5G e i temi del MWC15 sono stati Long Term Evolution-Unlicensed (LTE-U), nuovi smartphone e Realtà Virtuale (VR). Al MWC di quest’anno si è parlato poco del 5G, e ancor meno delle novità sul 6G. E il fattore più importante è che le aziende che hanno dominato il 5G non erano le stesse che hanno fatto da headliner al MWC15. Lo stesso si può dire anche del 6G.

Eppure la portata e l’ambizione del 6G è superiore al 5G

Ciò nonostante, la portata e l’ambizione del 6G sono molto più grandi del 5G, nonostante il comportamento moderato degli operatori di telefonia mobile e la loro riluttanza – per ora – a impegnare budget ingenti per la nuova generazione. Gli studi sul 6G includono argomenti innovativi che ampliano le funzionalità principali della rete di telecomunicazioni, piuttosto che cercare di applicarne le capacità a mercati adiacenti (ad esempio, il network slicing 5G per la chirurgia a distanza). Alcune di queste funzionalità includono:

Integrated Sensing and Communication (ISAC), che mira a consentire alla rete di rilevare l’ambiente senza alcun input dal dispositivo.

Higher-order Multiple Input, Multiple Output (MIMO), che include antenne con apertura molto più ampia che consentono la comunicazione in prossimità, consentendo così un controllo spaziale molto più preciso della capacità nelle aree trafficate.

Interfaccia aerea AI/Machine Learning (ML), automazione a circuito chiuso e convergenza delle capacità di telecomunicazione e di elaborazione in una piattaforma convergente.

Esistono anche molti altri studi e proposte tecniche, molti dei quali non troveranno posto nelle specifiche ufficiali, e ancora meno troveranno applicazione nelle implementazioni commerciali. C’è anche l’urgenza di investire immediatamente nello sviluppo di questi pilastri fondamentali per preparare la rete a gestire la prossima generazione di carichi di lavoro, che sarà probabilmente dominata dal traffico AI Agentic e Physical, non soltanto dalla banda larga mobile. 

Dispositivi 6G vs capacità di rete

Sembra inoltre che ci sia una certa competizione tra infrastruttura di rete e capacità dei dispositivi nell’ambito della standardizzazione, come previsto. Qualcomm è stata la più accanita sostenitrice del 6G in fiera, segnalando il suo impegno verso la nuova generazione, poiché ha bisogno del 6G per mantenere il suo slancio di mercato e la sua redditività.

Ericsson ha assunto una posizione notevolmente diversa, annunciando il proprio silicio appositamente progettato con acceleratori di rete neurale integrati, anziché affidarsi alle GPU NVIDIA. Questo presenta una spaccatura filosofica: Qualcomm ha bisogno di dispositivi 6G, Ericsson ha bisogno di infrastrutture 6G, e nessuna delle due dipende completamente dalla stessa coalizione. Queste due aziende incarnano la frattura tra dispositivi e reti, ma probabilmente raggiungeranno un compromesso nel 3GPP.

 6G, la discussione giusta al momento giusto

Allargando lo sguardo, il 6G è stato probabilmente trascurato al MWC26, ma sono state sottolineate altre innovazioni e progressi del settore. Ad esempio, l’automazione a circuito chiuso senza intervento umano sta iniziando ad affermarsi nel settore, mentre il cloud sta diventando l’infrastruttura di base più efficiente per le reti mobili. Queste piattaforme indicano un’evoluzione a lungo termine che costituirà sicuramente il sottostato del 6G, su cui verranno implementate nuove innovazioni, inclusi i servizi ISAC e AI. Gli sviluppi del 6G stanno affrontando sfide tecniche e fondamentali davvero impegnative, e questo potrebbe essere il motivo del debole entusiasmo degli operatori. ABI Research prevede che il MWC27 ospiterà una pletora di attività e annunci sul 6G, con l’inizio del ciclo di hype per il 6G.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/6g-grande-assente-al-mobile-world-congress-di-barcellona-surclassato-da-ai-e-satellite/567424/




MWC 2026: Tlc, AI, sovranità, satelliti cosa aspettarsi dalla kermesse di Barcellona

Il MWC di Barcellona è alle porte, cosa aspettarsi dalla più grande fiera mondiale delle telecomunicazioni che parte lunedì? Dibattiti su AI e le sue applicazioni in un settore che si deve reinventare.  

Saranno circa 109mila i partecipanti al Mobile World Congress che si apre lunedì a Barcellona, che si terrà dal 2 al 5 marzo. Sono queste le stime della GSMA, che dal 2006 organizza questo appuntamento imperdibile per il settore nel capoluogo della Catalogna.

Secondo un’analisi della AFP, i dati della GSMA parlano di 2.900 espositori e una sessantina di ministri da tutto il mondo.

MWC 2026, Telco e Big Tech

Accanto ai giganti delle Tlc come Samsung, Huawei, Nokia, Orange, Xiaomi, Honor si mescoleranno i Big Tech globali come Google, Microsoft, Meta e Amazon. Non ci sarà Apple, da sempre assente, che mercoledì presenterà una serie di nuovi prodotti in diversi avvenimenti organizzati un po’ ovunque.

SpaceX presente

Tra i relatori annunciati per Barcellona figurano i vertici dei principali gruppi di telecomunicazioni globali, così come Gwynne Shotwell, presidente di SpaceX, l’azienda spaziale fondata dal miliardario Elon Musk.

Al MWC 2026 il robot phone di Honor

Tra le innovazioni che saranno presentate a Barcellona, ​​si prevede che il primo “telefono robot” lanciato dal gruppo cinese Honor farà scalpore. Anche altri produttori e operatori hanno già promesso annunci in fiera.

Sovranità, un “tema importante”

“La sovranità dell’AI (applicata al settore) sarà un tema importante di discussione”, così come la completa “rivoluzione” delle telecomunicazioni nell’era dell’“AI professionale”, prevedono gli analisti della GSMA.

Le telecomunicazioni svolgono un ruolo cruciale nell’ascesa dell’intelligenza artificiale perché l’AI dipende da enormi quantità di dati che devono circolare in modo rapido, affidabile e sicuro, cosa che l’infrastruttura di questi operatori consente.

Connettività fra reti satellitari

La connettività all’interno delle reti satellitari sarà un altro elemento centrale delle discussioni tra i professionisti del settore, secondo gli analisti, nel contesto del dibattito in corso in Europa sulla necessità per l’UE di rafforzare la propria autonomia strategica, in particolare nell’ambito digitale.

5G e 6G sempre all’ordine del giorno

Infine, l’implementazione del 5G e le “basi” da gettare per un mondo futuro con il 6G saranno “certamente” all’ordine del giorno della fiera, aggiunge Paolo Pescatore, esperto di telecomunicazioni.

MWC 2026, “Una notevole resilienza”

Questa 20a edizione del MWC di Barcellona arriva in un momento in cui il mercato globale degli smartphone sta vivendo una rinascita, principalmente grazie a una strategia commerciale dinamica guidata dal lancio di nuovi prodotti innovativi, in particolare da parte dei principali produttori cinesi.

Secondo la società di ricerca IDC, nel 2025 sono stati venduti 1,26 miliardi di dispositivi in ​​tutto il mondo, con un aumento dell’1,9% rispetto al 2024.

“Nonostante un anno difficile, caratterizzato da dazi doganali volatili, interruzioni della catena di approvvigionamento e persistenti difficoltà macroeconomiche in diversi mercati, il mercato globale degli smartphone ha dimostrato una notevole resilienza”, osserva Nabila Popal, Direttore della Ricerca di IDC.

In un contesto globale indebolito dalle turbolenze causate dalle politiche diplomatiche ed economiche di Donald Trump, anche i prezzi dei chip di memoria (RAM) sono aumentati, trainati dalla domanda per soddisfare le esigenze dell’intelligenza artificiale.

A livello globale, Apple ha rappresentato il 19,7% delle vendite di smartphone lo scorso anno, seguito da vicino dal suo principale rivale sudcoreano Samsung (19,1%), in una gara molto serrata. L’azienda cinese Xiaomi completa il podio (13,1%).

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/mwc-2026-tlc-ai-sovranita-satelliti-cosa-aspettarsi-dalla-kermesse-di-barcellona/566907/