L’Università Federico II ottiene il finanziamento per DAS@FedII, premiato fra i 12 progetti DAS 5D del DTD

L’iniziativa si inserisce nella più ampia strategia di trasformazione digitale dell’Ateneo e mira a potenziare in modo significativo la connettività nei principali poli universitari, tra cui Via Claudio, Palazzo Gravina e San Giovanni a Teduccio, per una superficie complessiva di oltre 45.000 metri quadrati. Il progetto prevede la realizzazione di un sistema DAS (Distributed Antenna System) di seconda generazione, in grado di integrare le infrastrutture esistenti ed estendere la copertura 5G in aree strategiche per la didattica e la ricerca.

“Questo finanziamento rappresenta un passaggio fondamentale nel percorso di innovazione digitale dell’Ateneo. La realizzazione di un’infrastruttura 5G avanzata consentirà di abilitare nuovi modelli di didattica e ricerca, rafforzando il ruolo dell’Ateneo come hub tecnologico e scientifico di riferimento nel Mezzogiorno”, spiega il professore Nicola Pasquino, responsabile scientifico del progetto.

L’obiettivo è quello di garantire una copertura radiomobile 5G multi-operatore ad alte prestazioni, in grado di sostenere l’evoluzione delle attività accademiche. La nuova infrastruttura consentirà, infatti, di supportare modalità didattiche innovative e immersive, favorendo allo stesso tempo lo sviluppo di attività di ricerca avanzata su tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale distribuita, l’Internet of Things e l’edge computing.

“DAS@FedII non è soltanto un intervento infrastrutturale, ma una piattaforma abilitante per l’intero ecosistema universitario, capace di sostenere la sperimentazione, il trasferimento tecnologico e la collaborazione con il sistema produttivo regionale e nazionale”, prosegue Pasquino.

In questo contesto, l’Ateneo potrà configurarsi come un vero e proprio laboratorio aperto, in cui sperimentare applicazioni e servizi innovativi a beneficio dell’intera comunità accademica.

“Sono certo che tutte le componenti della Federico II contribuiranno allo sviluppo di servizi innovativi. In questo senso sarà determinante la collaborazione con la 5G Academy, fiore all’occhiello dell’Ateneo, che negli anni ha maturato un’esperienza riconosciuta a livello nazionale nell’integrazione tra infrastrutture, formazione avanzata, ricerca e sperimentazione sulle reti di nuova generazione”, conclude Pasquino.

L’investimento complessivo ammonta a circa 2 milioni di euro e rappresenta un passo significativo nel rafforzamento delle infrastrutture digitali dell’Ateneo. I benefici attesi riguardano non solo il miglioramento della qualità e dell’affidabilità della connettività per una comunità composta da oltre 80.000 studenti, ma anche il consolidamento del ruolo della Federico II come centro di eccellenza per la ricerca e l’innovazione tecnologica.

Con questo intervento, l’Università Federico II conferma il proprio impegno nel promuovere un modello di sviluppo basato su innovazione, inclusione e qualità dei servizi, rafforzando il proprio posizionamento come protagonista nei processi di trasformazione digitale dell’istruzione superiore.

Per approfondimenti:

https://www.linkedin.com/posts/dipartimentotrasformazionedigitale_graduatoria-progetti-das-5g-approvata-per-activity-7441840110104367104-8dfG

https://innovazione.gov.it/notizie/articoli/graduatoria-progetti-das-5g-approvata-per-lo-sviluppo-di-infrastrutture-in-aree-pubbliche/

Graduatoria progetti DAS 5G approvata per lo sviluppo di infrastrutture in aree pubbliche

Butti: “Un lavoro condiviso che vede il Governo sostenere con risorse concrete la connettività di università, sanità e porti.”

Il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri ha approvato la graduatoria di merito relativa all’Avviso per lo sviluppo di infrastrutture Distributed Antenna System (DAS) 5G in aree di primario interesse pubblico, selezionando 12 progetti, risultati idonei al finanziamento.

L’iniziativa si inserisce nell’ambito della Strategia italiana per la Banda Ultra Larga 2023–2026, che punta ad accelerare la diffusione di infrastrutture digitali di nuova generazione, attraverso l’adozione di servizi applicativi avanzati. Le reti DAS rappresentano uno strumento fondamentale per garantire connettività mobile ad alte prestazioni in contesti a elevata concentrazione di utenti e per promuovere la realizzazione di reti private 5G da parte degli enti pubblici, nonché favorire l’adozione di nuovi servizi innovativi.

Con l’approvazione di questa graduatoria il Governo conferma il proprio impegno a sostenere, con investimenti concreti, la diffusione di infrastrutture digitali avanzate in luoghi strategici” ha dichiarato il Sottosegretario Alessio Butti. “Il finanziamento di 12 progetti è il risultato di un lavoro condiviso con università, strutture sanitarie e autorità portuali, che dimostra quanto la collaborazione istituzionale sia decisiva per accelerare l’innovazione. Rafforziamo così la presenza del 5G in contesti ad alto valore pubblico, contribuendo a rendere più efficienti i servizi essenziali per cittadini e imprese.

L’Avviso, rivolto a soggetti quali Università, Centri di ricerca, Strutture sanitarie e Autorità di Sistema Portuale, prevedeva una dotazione iniziale di 20 milioni di euro. L’ampia partecipazione e la qualità delle proposte presentate hanno portato il Dipartimento alla decisione di estendere il finanziamento, per un totale di 25,6 milioni di euro, mediante le risorse disponibili sul Fondo per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione.

I progetti ammessi al finanziamento, che saranno avviati e completati entro un massimo di 24 mesi dall’aggiudicazione, sono in totale 12 e sono stati presentati da tre Università, quattro strutture sanitarie e cinque Autorità di Sistema Portuale, nello specifico:

1)Università pubbliche

  • Università degli Studi di Napoli “Federico II”;
  • Università degli Studi di Catania;
  • Politecnico di Bari

2)Strutture sanitarie

  • Azienda Unità Sanitaria Locale Toscana Centro;
  • Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana;
  • Azienda Sanitaria Locale di Taranto;
  • Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer.

3)Autorità di Sistema Portuale

  • Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale;
  • Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio;
  • Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale – ADSPMAM;
  • Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale;
  • Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centro Settentrionale.

I progetti presentati dalle Università mirano a sviluppare e potenziare infrastrutture DAS di nuova generazione, basate su tecnologia 5G. L’obiettivo è garantire una copertura radio capillare in contesti complessi e ad alta densità, migliorando l’esperienza digitale di studenti, ricercatori e personale di Ateneo. Le infrastrutture DAS assicurano una connettività stabile e ad alta capacità, migliorando l’esperienza formativa e abilitando scenari applicativi, quali la didattica immersiva – Augmented Reality, Virtual Reality e la telepresenza olografica, la ricerca avanzata in campi come la robotica e la mobilità autonoma, nonché i living lab per la sperimentazione e la certificazione di nuove tecnologie.

Le Strutture sanitarie implementeranno infrastrutture DAS per migliorare la qualità e la continuità dei servizi di connettività mobile all’interno dei presidi ospedalieri. Grazie all’adozione di reti 5G affidabili e ad alte prestazioni, sarà possibile potenziare la digitalizzazione dei servizi clinici e organizzativi e sviluppare modelli di Smart Hospital, basati su control room multiservizio. In tale contesto, si inseriscono scenari applicativi, quali il monitoraggio remoto dei pazienti, tramite IoMT (Internet of Medical Things), sistemi di supporto decisionale basati su Big Data e soluzioni per l’ottimizzazione dei flussi ospedalieri e dei percorsi di cura.

Le Autorità di Sistema Portuale realizzeranno infrastrutture DAS – in alcuni casi basate su reti 5G Stand Alone private – progettate per assicurare una copertura uniforme e resiliente in contesti strategici di rilevanza nazionale e internazionale. Tali interventi sostengono la digitalizzazione dei processi logistici, abilitando servizi avanzati di operatività in tempo reale. L’adozione di reti 5G consente, inoltre, la transizione verso modelli evoluti di Smart Port, favorendo applicazioni a supporto della sicurezza e della gestione operativa, tra cui comunicazioni mission-critical, monitoraggio perimetrale tramite IoT e soluzioni di realtà aumentata per il supporto remoto agli operatori.

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Trump vuole subito il 6G per le Olimpiadi di Los Angeles 2028

Arrivare al 6G prima di tutti: la scommessa di Trump per le Olimpiadi di Los Angeles 2028

Portare il 6G negli Stati Uniti prima di tutti e anche prima che questa tecnologia arrivi sul mercato. È questa la scommessa, tanto ambiziosa quanto controversa, su cui sta puntando l’amministrazione Trump, che aveva già annunciato le sue intenzioni prima di Natale e che ora chiede all’industria americana di accelerare drasticamente i tempi di sviluppo della prossima generazione mobile. L’obiettivo è chiaro: arrivare alle Olimpiadi di Los Angeles del 2028 con applicazioni 6G già funzionanti, pronte a essere mostrate al mondo come simbolo della leadership tecnologica statunitense.

La richiesta, confermata dal senior vicepresidente di Qualcomm, Nate Tibbit, segna un cambio di passo netto rispetto ai normali cicli di innovazione delle telecomunicazioni. In un’intervista, il manager ha spiegato che il governo americano è “molto interessato ad accelerare la timeline del 6G” e ha chiesto all’azienda di lavorare affinché sistemi pre-commerciali siano pronti già per il 2028, anticipando di fatto un lancio che l’industria colloca più realisticamente attorno al 2030.

La timeline sta accelerando in modo significativo”, ha ammesso Tibbit, sottolineando però che per rispettarla sarà necessario disporre di spettro radio adeguato e di un quadro regolatorio coerente.

Le guerre però rallentano e limitano lo sviluppo di nuove tecnologie, come il 6G

La corsa al 6G non è per niente facile, soprattutto in questo momento, nel contesto geopolitico del 2026, segnato dalla guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran e nello stretto di Hormuz (che ha già coinvolto direttamente tutti gli altri Paesi del Golfo, ampliando drammaticamente la portata di questo conflitto pericolosissimo su scala mondiale), dal conflitto tra Russia e Ucraina e dai rischi di tensioni crescenti con la Cina per Taiwan.

Questi fattori possono rallentare in modo significativo lo sviluppo delle nuove reti, soprattutto per le possibili interruzioni nelle supply chain di chip ed energia. Il blocco di Hormuz, in particolare, mette a rischio forniture strategiche come gas naturale liquefatto ed elio, fondamentali per la produzione di semiconduttori, mentre Taiwan (snodo cruciale per l’industria tecnologica mondiale) dispone di riserve energetiche limitate.

Allo stesso tempo, la crescente “guerra fredda tecnologica” tra Stati Uniti, Europa e Cina rischia di frammentare il processo di standardizzazione del 6G, con Pechino orientata ad accelerare anche per applicazioni militari e l’Occidente impegnato a costruire alternative aperte a Huawei.
 In questo scenario, anche le tempistiche per test e definizione degli standard, già molto ambiziose, potrebbero subire ulteriori ritardi.

Per gli USA il 6G è un’infrastruttura critica e strategica, utile alla supremazia geopolitica

Dietro questa spinta non c’è soltanto l’ambizione tecnologica, ma una visione strategica ben più ampia. Washington considera il 6G un’infrastruttura critica, destinata a ridefinire equilibri economici e politici globali. La convinzione è che chi guiderà gli standard e controllerà le reti del futuro avrà un vantaggio decisivo non solo sul piano industriale, ma anche su quello della sicurezza nazionale e dell’influenza geopolitica.

In questo senso, la partita del 6G si inserisce nel solco della competizione tecnologica con la Cina e con gli altri grandi attori globali, e le Olimpiadi del 2028 diventano l’occasione perfetta per mettere in scena questa leadership.

Missione Los Angeles 2028, dimostrazione di potenza del 6G e della superiorità USA (soprattutto sulla Cina)

È proprio in questo contesto che nasce “Mission LA 2028”, l’iniziativa lanciata dalla National Telecommunications and Information Administration (NTIA), l’agenzia che consiglia la Casa Bianca sulle politiche di comunicazione e banda larga. Il progetto punta a trasformare i Giochi olimpici in una vetrina delle tecnologie 6G emergenti. Non si tratta di un programma finanziato direttamente dal governo, ma di un’iniziativa guidata dall’industria, in cui aziende e operatori sono chiamati a sviluppare e presentare dimostrazioni concrete delle potenzialità del 6G.

Il ruolo della NTIA è quello di facilitare il processo, riducendo gli ostacoli regolatori, coordinando gli stakeholder e favorendo la disponibilità dello spettro necessario, ma dietro c’è sempre l’amministrazione Trump.

Resta però aperta la domanda cruciale: è davvero possibile avere il 6G entro il 2028?
Difficile dare una risposta certa o definitiva, almeno per ora. Gli ostacoli sono molti. Il principale riguarda gli standard. Il 3GPP, l’organismo internazionale che definisce le specifiche delle tecnologie mobili, prevede di completare il quadro normativo del 6G solo intorno al 2030.
Anticipare i tempi significa quindi lavorare su tecnologie ancora non standardizzate, con il rischio di sviluppare soluzioni che potrebbero non essere pienamente compatibili in futuro.

Un ecosistema ancora immaturo

A questo si aggiunge un ecosistema tecnologico ancora immaturo. Il 6G promette di operare su nuove bande di frequenza, probabilmente nelle gamme sub-terahertz e di integrare in modo nativo intelligenza artificiale e architetture cloud. Non è una cosa facile da fare, ci vuole tempo e sperimentazione (sena contare gli standard di sicurezza su più livelli).
Anche il coordinamento internazionale e gli investimenti necessari rappresentano una sfida significativa, perché lo sviluppo di una nuova generazione mobile richiede una convergenza globale tra governi, operatori e fornitori.

Per questo motivo, lo scenario più realistico è che nel 2028 si possano vedere dimostrazioni tecnologiche avanzate, meno che mai una vera e propria rete commerciale diffusa. Dal punto di vista politico e simbolico, però, potrebbe essere sufficiente per rivendicare una leadership.
Anticipare il 6G significa provare a orientarne lo sviluppo, dettare le regole del gioco e rafforzare la propria posizione in un settore chiave per il futuro. Le Olimpiadi del 2028, in questo senso, non sono solo un evento sportivo, ma il palcoscenico di una competizione globale in cui la tecnologia diventa strumento di potere.

La mossa USA per evitare che la corsa al 6G finisca come con il 5G

In questa corsa, bisogna fare i conti con la realtà, la Cina parte oggi con un vantaggio strutturale difficilmente ignorabile. Pechino concentra un’ampia fetta delle pubblicazioni scientifiche sul 6G e guida già la competizione sui brevetti 6G, con una quota che ha raggiunto il 40,3%, davanti agli Stati Uniti (35,2%), al Giappone (9,9%), all’Europa (8,9%) e alla Corea del Sud (4,2%).
Secondo dati del Ministero dell’Industria e dell’Informatica, a gennaio 2026 la Cina ha completato la prima fase di sperimentazione della tecnologia 6G e ha accumulato una riserva di oltre 300 applicazioni chiave, annunciando l’avvio della seconda fase sperimentale di questa tecnologia, con l’ovvio obiettivo di sviluppare rapidamente un ecosistema industriale orientato alle prime applicazioni commerciali.

Un primato costruito attraverso una strategia industriale coordinata: oltre 1,4 trilioni di dollari di investimenti pubblici per lo sviluppo di tecnologie che spaziano dalle reti wireless di nuova generazione all’intelligenza artificiale, programmi statali come IMT-2030, il lancio del primo satellite sperimentale 6G già nel 2023 e il ruolo trainante di colossi come Huawei, ZTE e China Mobile.

L’obiettivo è chiaro: arrivare a definire standard propri tra il 2026 e il 2029, replicando (ma addirittura in anticipo) quanto già avvenuto con il 5G, dove la Cina è arrivata a controllare circa il 60% del mercato globale.

Dall’altra parte, Stati Uniti ed Europa appaiono più frammentati, tra iniziative come la NextG Alliance e il progetto europeo Hexa-X (25 milioni di euro), mentre la Corea del Sud investe circa 220 milioni puntando a reti pilota entro il 2028 con Samsung in prima linea.

In gioco non c’è solo una tecnologia, ma un mercato potenziale da oltre 10 trilioni di dollari e la capacità di determinare le regole delle comunicazioni per i prossimi vent’anni: chi guiderà gli standard del 6G controllerà infrastrutture, export e direzione dell’innovazione globale. E, come già insegnato dal 5G, arrivare primi in questa partita può fare tutta la differenza.

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5G privato agli inizi, ma il modello di business ancora non va

Nel 2019, un’indagine di dimensionamento del mercato dell’Università di Harvard, commissionata da Nokia, ha calcolato che esistevano 14,58 milioni di potenziali sedi per l’LTE privato e, in seguito, per il 5G privato. La realtà, a dicembre 2025, è che ci sono meno di 2mila referenze di clienti di reti mobili private in tutto il mondo, secondo la Global Mobile Suppliers Association (GSA).

È necessario fare attenzione a questi numeri: il 5G privato (P5G) è diversificato e le numerose variabili evidenziano diverse valutazioni delle dimensioni del mercato, del valore e così via. Nel settore manifatturiero, ad esempio, il P5G è in genere un’implementazione altamente localizzata che si concentra sulla connettività ultra-affidabile all’interno di una singola struttura.

I droni autonomi che effettuano consegne devono essere costantemente connessi in un’area metropolitana. In entrambi i casi, e in tutti gli altri, la sicurezza è fondamentale.

Molte nicchie

Fino a poco tempo fa, molti analisti consideravano il P5G privato un mercato di nicchia, sebbene la situazione stia cambiando. “Penso che forse un modo migliore per descriverlo sia dire che si tratta di nicchie multiple”, dice Joe Madden, fondatore e analista capo di Mobile Experts, una società di ricerca e consulenza con sede negli Stati Uniti. “Quando parliamo del mercato privato del 5G, dobbiamo parlare di ogni mercato verticale separatamente”.

Mobile Experts monitora 13 diversi mercati verticali e Madden li considera tutti unici. Il P5G potrebbe rimanere una nicchia in alcuni di questi mercati verticali, mentre l’adozione sta accelerando in altri.

Il business case delle telecomunicazioni

Anche l’ecosistema degli operatori del P5G si sta evolvendo. Inizialmente, le compagnie di telecomunicazioni si aspettavano di guidare il mercato del P5G e credevano che sarebbe stata un’importante fonte di nuove entrate, ma presto è diventato chiaro che mancavano delle competenze necessarie.

I fornitori di apparecchiature di rete come Ericsson e Nokia hanno colto l’occasione per fornire soluzioni complete, ma il mercato si è rivelato impegnativo anche per loro. Nokia gestisce circa la metà delle reti private mondiali, ma a novembre 2025 ha rivelato che la sua attività di reti private aveva perso 100 milioni di euro (115 milioni di dollari) su un fatturato di 900 milioni di euro (1,04 miliardi di dollari) dell’anno precedente.

I numeri non tornano

Sebastian Barros, amministratore delegato di Circles e commentatore del settore, riassume il problema: “per infrastrutture che proteggono decine di milioni di valore industriale, la connettività delle telecomunicazioni non cattura quasi nulla. Le reti private funzionano chiaramente. I modelli di business delle telecomunicazioni no”.

Questo rapporto, “Risolvere il puzzle dei profitti del P5G”, esamina il mercato dei servizi P5G e i suoi progressi con approfondimenti di operatori tra cui China Mobile International, Proximus Global, Telefónica Tech, Verizon Business e Vodafone Business, oltre a Deutsche Bahn. Risalire la catena del valore come fornitore di piattaforme con responsabilità è la chiave: fornire semplicemente l’infrastruttura non è un modello di business sostenibile.

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Comunicazioni illecite in carcere: perché i jammer non funzionano e cosa fare davvero

I jammer nelle carceri sono davvero la soluzione al problema dei telefoni cellulari non autorizzati? I dispositivi mobili rappresentano oggi una delle minacce più gravi alla sicurezza penitenziaria. Attraverso questi dispositivi, i detenuti coordinano traffici illeciti, impartiscono ordini a complici esterni, organizzano estorsioni e minacce a testimoni. Il fenomeno è in crescita esponenziale: i sequestri sono più che raddoppiati tra il 2022 e il 2024, passando da 1.084 a oltre 2.250 unità, mentre le modalità di introduzione si sono evolute con l’uso di droni, pacchi postali sofisticati e dispositivi miniaturizzati impossibili da individuare con i metal detector tradizionali.

In questo primo approfondimento a cura di Stefano Cangiano si ricostruisce la genesi della scelta dei jammer, analizzando il contesto storico, politico e operativo che portò all’adozione di questa tecnologia. Vengono esaminati i fattori che resero apparentemente ragionevole tale decisione: le pressioni mediatiche e sindacali, la necessità di una risposta rapida, i costi iniziali contenuti e la visibilità politica dell’intervento. Attraverso una cronologia dettagliata degli eventi dal 2018 al 2025, emerge però un quadro critico: investimenti largamente improduttivi, apparati che giacciono ancora imballati nei magazzini, e un sistema che si sta rivelando tecnicamente inadeguato di fronte all’evoluzione delle reti 4G e 5G.

Dati sui telefoni cellulari sequestrati in carcere: numeri, trend e reti criminali

Il fenomeno dei telefoni cellulari non autorizzati all’interno degli istituti penitenziari italiani è in costante e preoccupante crescita, e rappresenta oggi una delle sfide più complesse per l’amministrazione penitenziaria e per l’intero sistema della sicurezza nazionale. Dati interni del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) mostrano che i sequestri di dispositivi mobili sono passati da circa 1.084 unità nel 2022 a oltre 2.250 nel 2024, con un aumento superiore al 100% in soli due anni. Questo trend esponenziale, oltre a indicare l’efficacia e la capillarità delle reti criminali nel far entrare telefonini occultati attraverso canali sempre più sofisticati, mette in luce l’impossibilità strutturale di contenere il fenomeno con semplici controlli manuali o perquisizioni periodiche.

Le modalità di introduzione dei dispositivi si sono evolute nel tempo, passando dai tradizionali metodi di occultamento durante i colloqui con i familiari a tecniche sempre più ingegnose: droni che sorvolano i cortili di passeggio, pacchi postali con doppi fondi, corruzione del personale, e persino il lancio di piccoli involucri oltre le mura perimetrali. La miniaturizzazione dei dispositivi ha ulteriormente complicato le operazioni di contrasto: oggi esistono telefoni delle dimensioni di un accendino, perfettamente funzionanti e dotati di connettività 4G, praticamente impossibili da individuare con i metal detector tradizionali.

L’impiego di telefoni di contrabbando consente ai detenuti di coordinare traffici illeciti con una facilità impensabile fino a pochi anni fa. Attraverso questi dispositivi vengono impartiti ordini a complici all’esterno, organizzate estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori, gestite piazze di spaccio e persino pianificate intimidazioni a testimoni e magistrati. L’interazione con i social network ha aggiunto una dimensione ulteriore al problema: sono documentati casi di boss mafiosi che continuavano a gestire i propri profili Facebook dal carcere, inviando messaggi minacciosi e mantenendo viva la propria presenza simbolica nel territorio di riferimento.

In molti casi, le chiamate vengono effettuate in piena notte o in momenti di massima distrazione del personale, rendendo quasi impossibile l’intervento tempestivo. La carenza cronica di organico che affligge il sistema penitenziario italiano – con rapporti agente-detenuto tra i più sfavorevoli d’Europa – contribuisce a creare finestre di opportunità che i detenuti più scaltri sanno sfruttare con precisione quasi scientifica. Il problema assume inoltre rilievo di sicurezza nazionale quando cellule criminali o terroristiche cercano di contattare vittime o pianificare azioni esterne sfruttando la paradossale “libertà comunicativa” garantita dal carcere.

Jammer nelle carceri: cosa sono e perché sono stati adottati

Per arginare questo rischio, molte amministrazioni hanno valutato o implementato dispositivi di jamming, ossia disturbatori di segnale radio in grado di inibire le comunicazioni GSM, LTE e Wi-Fi. La promessa di questi apparati è apparentemente semplice: creare una “bolla” elettromagnetica attorno all’istituto penitenziario che renda impossibile qualsiasi comunicazione cellulare. Tuttavia, come emergerà nei capitoli successivi, queste soluzioni presentano criticità significative su più fronti, tali da renderle non solo inefficaci ma potenzialmente dannose.

Sul piano dell’inefficacia tecnica, i jammer non coprono in modo omogeneo tutte le bande di frequenza, lasciano inevitabili “zone d’ombra” dovute alla conformazione architettonica degli edifici, e richiedono costosi aggiornamenti per seguire l’evoluzione delle reti 4G/5G. I rischi operativi sono altrettanto rilevanti: questi dispositivi bloccano indiscriminatamente anche le linee di emergenza (112/118), le comunicazioni istituzionali del personale di polizia penitenziaria, e possono interferire con dispositivi medici salvavita come pacemaker e defibrillatori impiantabili. Non meno importanti sono i vincoli legali: in Italia i jammer sono vietati fuori da ambiti strettamente autorizzati e possono configurare i reati di “interruzione di pubblico servizio” (art. 340 c.p.) e di “installazione di apparecchiature per impedire comunicazioni altrui” (art. 617-bis c.p.).

Di fronte a queste criticità, emerge con forza la necessità di soluzioni alternative che superino la logica del disturbo indiscriminato in favore di un approccio più intelligente e mirato. I rilevatori di attività radio cellulare basati su analisi passiva dello spettro rappresentano oggi la frontiera più promettente. Tali sistemi non emettono segnali di disturbo, monitorano costantemente tutte le bande in uplink, catalogano ogni burst di traffico dati o voce, e permettono di localizzare con precisione il punto di trasmissione, consentendo interventi mirati e tempestivi.

Nel seguito di questo articolo esploreremo in dettaglio perché i jammer sono una risposta sbagliata, analizzando i loro limiti tecnici, operativi e normativi; i vantaggi dei rilevatori SDR passivi, con particolare attenzione a come funzionano, come interpretano i segnali e come si integrano nel complesso ecosistema della sicurezza penitenziaria; e infine un case study di un progetto sperimentale condotto in ambiente isolato, che dimostra concretamente l’efficacia del rilevamento passivo in condizioni analoghe a quelle di un vero istituto di pena.

Breve storia dei jammer nelle carceri

Le ragioni della scelta iniziale

Nel contesto temporale in cui maturò la decisione (2018), la scelta del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di ricorrere ai jammer rispondeva a una combinazione di fattori concreti e contingenti che meritano di essere analizzati con attenzione per comprendere come si sia giunti alla situazione attuale. L’utilizzo di disturbatori di segnale appariva, in quel momento storico, come la soluzione più rapida da implementare per fronteggiare un fenomeno percepito come emergenziale, caratterizzato da un incremento costante dei sequestri di telefoni cellulari e da una crescente attenzione mediatica sul tema delle comunicazioni illecite dal carcere.

I jammer offrivano un approccio apparentemente “chiavi in mano”, con tempi di installazione relativamente brevi, costi iniziali contenuti e una promessa di efficacia immediata sulle tecnologie allora prevalenti, in particolare GSM e prime reti LTE. In un quadro segnato da forte pressione politica e sindacale – con i sindacati di polizia penitenziaria che denunciavano quotidianamente l’impossibilità di garantire la sicurezza con gli strumenti disponibili – tale scelta consentiva inoltre all’amministrazione di dimostrare un intervento visibile, facilmente comunicabile all’opinione pubblica e coerente con una linea di fermezza nei confronti della criminalità organizzata.

Il contesto politico dell’epoca non può essere sottovalutato. La questione delle comunicazioni illecite dal carcere era diventata un tema caldo nel dibattito pubblico, alimentato da inchieste giornalistiche che documentavano come boss mafiosi continuassero a gestire i propri affari criminali dalle celle di massima sicurezza. La pressione per una risposta immediata e visibile era fortissima, e i jammer sembravano offrire esattamente questo: una soluzione tecnologica tangibile, un investimento dimostrabile, un’azione concreta da poter esibire di fronte alle critiche.

A ciò si aggiungeva la limitata maturità, in quegli anni, di soluzioni alternative basate su analisi passiva dello spettro radio e sistemi di rilevazione selettiva. Queste tecnologie, pur esistendo già in ambito militare e di intelligence, richiedevano competenze altamente specialistiche raramente disponibili nel contesto dell’amministrazione penitenziaria, infrastrutture dedicate con costi di implementazione significativi, e soprattutto un cambio di paradigma operativo non immediato per un’organizzazione tradizionalmente orientata a soluzioni hardware piuttosto che a sistemi di analisi e intelligence.

In questo quadro si collocano anche le posizioni espresse pubblicamente dal Procuratore Nicola Gratteri, figura di riferimento nel contrasto alla ‘ndrangheta e voce autorevole nel dibattito sulla sicurezza penitenziaria. Gratteri, pur denunciando più volte l’inefficacia complessiva delle misure adottate e i ritardi strutturali dello Stato nel contrasto alle comunicazioni illecite dal carcere, ha in diverse occasioni riconosciuto l’utilità dei jammer almeno come strumento temporaneo nei reparti di alta sicurezza. In interviste e audizioni pubbliche, il Procuratore ha infatti sottolineato come, in assenza di soluzioni tecnologicamente più avanzate e strutturate, i jammer potessero rappresentare una risposta transitoria per limitare le comunicazioni dei detenuti più pericolosi, in attesa di un approccio più organico e duraturo.

Tali posizioni contribuiscono a chiarire come il tema dell’impiego dei jammer non sia riconducibile a una contrapposizione ideologica tra “falchi” e “colombe”, ma vada letto come il risultato di scelte contingenti, maturate in un contesto emergenziale e sotto la spinta di pressioni multiple. Oggi quel contesto appare superato dall’evoluzione tecnologica e dalla disponibilità di strumenti più efficaci, selettivi e sostenibili nel lungo periodo.

Cronologia dei jammer nelle carceri italiane: investimenti e fallimenti

La storia dell’adozione dei jammer nelle carceri italiane si snoda attraverso alcune tappe fondamentali che meritano di essere ricostruite con precisione documentale, anche per comprendere l’entità degli investimenti pubblici che rischiano oggi di rivelarsi largamente improduttivi.

Il 17 ottobre 2018 segna l’avvio formale della gara d’appalto per l’acquisto dei primi apparati jammer, con la firma del decreto da parte del Direttore generale Buffa e un ordinativo iniziale di circa 47 unità destinate agli istituti di massima sicurezza. La scelta di partire dai reparti ad alta sicurezza rispondeva a una logica di priorità: era lì che si concentravano i detenuti più pericolosi, i boss mafiosi e i terroristi per i quali l’isolamento comunicativo rappresentava un obiettivo strategico primario.

La documentazione di riferimento, non più accessibile attraverso l’archivio online del Ministero della Giustizia (che rende consultabili solo gli atti pubblicati a partire dal 2020), è ricostruita attraverso fonti DAP e Il Sole 24 Ore nel documento disponibile presso POLPENUIL – Blocco telefoni carcere jammer.

Nel maggio 2019 si procede alla consegna e installazione dei dispositivi in vari istituti ad alta sicurezza, accompagnata da un programma di formazione per gli operatori. Questa fase ha rivelato immediatamente alcune criticità: la complessità degli apparati richiedeva competenze tecniche che il personale penitenziario non possedeva, e l’integrazione con le infrastrutture esistenti si rivelava più problematica del previsto. Sono stati necessari interventi di adeguamento impiantistico, con costi aggiuntivi non previsti nel budget iniziale (Circolare acquisizione sistemi jammer).

Tra agosto e settembre 2023 vengono condotte prove pilota in 20 strutture, mirate a verificare l’efficacia dei sistemi su reti 4G e a condurre test preliminari su bande 5G, ormai in fase di diffusione capillare sul territorio nazionale. Da queste sperimentazioni emergono zone d’ombra significative e criticità tecniche che mettono in discussione l’intera strategia: i jammer, progettati per tecnologie ormai superate, faticano a contrastare le nuove frequenze, mentre la conformazione architettonica degli istituti – spesso edifici storici con muri spessi e strutture metalliche – crea sacche di copertura irregolare (Resoconto Camera dei Deputati).

Nel gennaio 2025 prende avvio la sperimentazione di un sistema alternativo di filtraggio passivo, volto a superare i problemi sanitari e di interferenza non selettiva che avevano caratterizzato l’esperienza con i jammer. L’abbandono di fatto del sistema jammer, dopo anni di investimenti largamente inutilizzati e con apparati che giacciono in molti casi ancora imballati nei magazzini degli istituti, è documentato da diverse fonti giornalistiche che parlano esplicitamente di “rottamazione” di un sistema mai realmente entrato in funzione (HuffPost e Ristretti Orizzonti).

Le ragioni dell’adozione

Le motivazioni che portarono alla scelta dei jammer possono essere ricondotte a quattro fattori principali, che vale la pena analizzare nel dettaglio per comprendere la razionalità (sia pure limitata) di quella decisione.

In primo luogo, le pressioni mediatiche e sindacali. Le segnalazioni frequenti di contatti illeciti tra detenuti e organizzazioni criminali esterne avevano creato un clima di urgenza che richiedeva risposte immediate. I media riportavano con cadenza quasi quotidiana episodi di boss che continuavano a impartire ordini dal carcere, di estorsioni coordinate via cellulare, di minacce a pentiti e testimoni. I sindacati di polizia penitenziaria denunciavano l’impossibilità di svolgere efficacemente il proprio lavoro senza strumenti tecnologici adeguati. La pressione convergente di questi attori rendeva politicamente insostenibile l’inazione.

In secondo luogo, la rapidità di implementazione. I jammer costituivano una soluzione apparentemente pronta all’uso, con tempi di installazione contenuti rispetto a sistemi passivi o reti di sorveglianza RF più sofisticate. In un contesto di emergenza percepita, la possibilità di “fare qualcosa subito” aveva un valore politico e comunicativo che superava considerazioni più ponderate sull’efficacia di lungo periodo.

Il costo iniziale contenuto rappresentava un terzo elemento di attrattiva. L’investimento per singolo apparato risultava inferiore a quello richiesto per infrastrutture di monitoring e analisi dati, che avrebbero comportato non solo l’acquisto di hardware sofisticato ma anche la formazione di personale specializzato, la creazione di sale operative dedicate, e costi di manutenzione e aggiornamento continuativi.

Infine, la visibilità politica. L’adozione dei jammer veniva percepita come un intervento risolutivo e “intransigente” contro l’illegalità nel carcere, facilmente comunicabile all’opinione pubblica. Un annuncio del tipo “abbiamo installato sistemi di disturbo in tutti i penitenziari di massima sicurezza” aveva un impatto mediatico immediato, molto più di discorsi complessi su sistemi di analisi dello spettro e algoritmi di rilevazione.

Cosa sono i jammer

Prima di procedere all’analisi delle criticità, è opportuno chiarire con precisione cosa siano i jammer e come funzionino dal punto di vista tecnico. I jammer sono dispositivi di disturbo radio progettati per emettere segnali nelle bande di frequenza utilizzate dai telefoni cellulari, creando un “rumore” elettromagnetico che impedisce la connessione tra il terminale e le celle di rete.

Le frequenze interessate includono tipicamente la banda 900 MHz (GSM), 1800 MHz (DCS), 2100 MHz (UMTS/3G), e nelle versioni più recenti anche le bande 800 MHz, 1800 MHz e 2600 MHz del 4G/LTE, fino ai 3,5 GHz necessari per disturbare le comunicazioni 5G. Il principio di funzionamento è relativamente semplice: il jammer emette un segnale di potenza superiore a quello della cella telefonica legittima sulla stessa frequenza, “sovrastando” il segnale utile e rendendo impossibile al telefono stabilire o mantenere una connessione.

Questa semplicità concettuale nasconde però una complessità operativa significativa. Per essere efficace, un jammer deve coprire tutte le bande utilizzate dagli operatori attivi sul territorio, deve emettere con potenza sufficiente a superare il segnale delle celle (che può variare significativamente in funzione della posizione geografica dell’istituto), e deve farlo in modo uniforme su tutta l’area da proteggere. Ognuno di questi requisiti presenta sfide tecniche non banali, come vedremo nel capitolo successivo.

L’aspetto più critico è che i jammer agiscono in modo totalmente indiscriminato: bloccano qualsiasi tipo di comunicazione RF nell’area di copertura, senza possibilità di distinguere fra traffico legale (comunicazioni del personale, sistemi di emergenza, dispositivi medici) e traffico illegale (telefoni dei detenuti). Questa caratteristica intrinseca rappresenta il limite fondamentale della tecnologia e la ragione principale per cui essa si sta rivelando inadeguata.

Questo primo approfondimento ha ricostruito la storia dell’adozione dei jammer nelle carceri italiane, dalla gara d’appalto del 2018 fino alla loro sostanziale dismissione nel 2025. Abbiamo visto come la scelta di questi dispositivi rispondesse a pressioni contingenti e a una logica emergenziale, offrendo una soluzione apparentemente rapida ed efficace per contrastare le comunicazioni illecite dei detenuti.
Tuttavia, come emerso dall’analisi cronologica e dalle evidenze documentali, i jammer si sono rivelati una risposta inadeguata: apparati progettati per tecnologie ormai superate, zone d’ombra significative nella copertura, costi aggiuntivi non previsti e criticità operative che hanno portato di fatto all’abbandono del sistema.

Nel prossimo articolo della serie approfondiremo in dettaglio i limiti tecnici, operativi e normativi dei jammer. Per una trattazione completa e approfondita del tema, Stefano Cangiano dal titolo “Jammer nelle carceri: limiti, rischi e alternative”.

Profilo Autore

Titolare delle licenze EJPT e ECPPT (Professional Penetration Tester) della società eLearnSecurity. Svolge attività di Network Security in particolare Penetration Test & VA – Vulnerability Assessment.
Nel 2019 fonda la società ISK (www.isksecurity.it), partner strategico ed esterno per attività di Security specializzata. Svolge attività di bonifiche ambientali da microspie, attività di Security Assessment e Mobile Security.

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6G grande assente al Mobile World Congress di Barcellona (surclassato da AI e satellite)

L’AI ha fatto la parte del leone al MWC26, ma la cosa più interessante di questa edizione della kermesse globale del mobile appena chiusa a Barcellona è la pressoché totale assenza del 6G. E così mentre AI, GPU e reti edge sono sulla bocca di tutti fra gli stand della fiera catalana, fa ancora più rumore la quasi totale assenza di novità ri qualche rilievo sul fronte del 6G.

L’analisi di ABI Research

A farlo notare il Senior Research Director di ABI Research Dimitris Mavrakis che punta il dito su questa assenza significativa.

Anche se mancano ancora anni alla prima specifica normativa 6G, atteso sul mercato non prima del 2030,  il settore sta iniziando a gettare le basi attraverso alleanze iniziali, strategie concorrenti e investimenti tecnologici fondamentali.

• Le prime iniziative 6G annunciate da aziende come NVIDIA, Qualcomm e AMD

• Il divario emergente tra strategie 6G basate sui dispositivi e sulle infrastrutture

Perché tecnologie fondamentali come Integrated Sensing and Communication (ISAC) e reti native basate sull’intelligenza artificiale stanno diventando centrali per la prossima generazione di telecomunicazioni.

Pochi annunci 6G al MWC26

Al MWC26 sono stati fatti alcuni annunci sugli sviluppi del 6G, ma nessuno era definitivo o indicava un consenso di mercato sulla forma finale della nuova generazione. NVIDIA ha annunciato una nuova iniziativa 6G, Qualcomm ha annunciato una nuova coalizione 6G e AMD sta guidando una nuova alleanza per sviluppare sistemi di intelligenza artificiale Open Telco che saranno sicuramente utilizzati per il 6G.

Siamo ora nel 2026, 3 anni prima che il 3rd Generation Partnership Project (3GPP) pubblichi la sua prima specifica normativa nella Release 21. Alcuni potrebbero dire che il ciclo di aggiornamento decennale delle generazioni cellulari sia interrotto, ma possiamo facilmente controbattere osservando il ciclo di sviluppo del 5G e gli eventi del MWC. Nello specifico, il 2015 è stato 3 anni prima della pubblicazione del primo standard 5G e i temi del MWC15 sono stati Long Term Evolution-Unlicensed (LTE-U), nuovi smartphone e Realtà Virtuale (VR). Al MWC di quest’anno si è parlato poco del 5G, e ancor meno delle novità sul 6G. E il fattore più importante è che le aziende che hanno dominato il 5G non erano le stesse che hanno fatto da headliner al MWC15. Lo stesso si può dire anche del 6G.

Eppure la portata e l’ambizione del 6G è superiore al 5G

Ciò nonostante, la portata e l’ambizione del 6G sono molto più grandi del 5G, nonostante il comportamento moderato degli operatori di telefonia mobile e la loro riluttanza – per ora – a impegnare budget ingenti per la nuova generazione. Gli studi sul 6G includono argomenti innovativi che ampliano le funzionalità principali della rete di telecomunicazioni, piuttosto che cercare di applicarne le capacità a mercati adiacenti (ad esempio, il network slicing 5G per la chirurgia a distanza). Alcune di queste funzionalità includono:

Integrated Sensing and Communication (ISAC), che mira a consentire alla rete di rilevare l’ambiente senza alcun input dal dispositivo.

Higher-order Multiple Input, Multiple Output (MIMO), che include antenne con apertura molto più ampia che consentono la comunicazione in prossimità, consentendo così un controllo spaziale molto più preciso della capacità nelle aree trafficate.

Interfaccia aerea AI/Machine Learning (ML), automazione a circuito chiuso e convergenza delle capacità di telecomunicazione e di elaborazione in una piattaforma convergente.

Esistono anche molti altri studi e proposte tecniche, molti dei quali non troveranno posto nelle specifiche ufficiali, e ancora meno troveranno applicazione nelle implementazioni commerciali. C’è anche l’urgenza di investire immediatamente nello sviluppo di questi pilastri fondamentali per preparare la rete a gestire la prossima generazione di carichi di lavoro, che sarà probabilmente dominata dal traffico AI Agentic e Physical, non soltanto dalla banda larga mobile. 

Dispositivi 6G vs capacità di rete

Sembra inoltre che ci sia una certa competizione tra infrastruttura di rete e capacità dei dispositivi nell’ambito della standardizzazione, come previsto. Qualcomm è stata la più accanita sostenitrice del 6G in fiera, segnalando il suo impegno verso la nuova generazione, poiché ha bisogno del 6G per mantenere il suo slancio di mercato e la sua redditività.

Ericsson ha assunto una posizione notevolmente diversa, annunciando il proprio silicio appositamente progettato con acceleratori di rete neurale integrati, anziché affidarsi alle GPU NVIDIA. Questo presenta una spaccatura filosofica: Qualcomm ha bisogno di dispositivi 6G, Ericsson ha bisogno di infrastrutture 6G, e nessuna delle due dipende completamente dalla stessa coalizione. Queste due aziende incarnano la frattura tra dispositivi e reti, ma probabilmente raggiungeranno un compromesso nel 3GPP.

 6G, la discussione giusta al momento giusto

Allargando lo sguardo, il 6G è stato probabilmente trascurato al MWC26, ma sono state sottolineate altre innovazioni e progressi del settore. Ad esempio, l’automazione a circuito chiuso senza intervento umano sta iniziando ad affermarsi nel settore, mentre il cloud sta diventando l’infrastruttura di base più efficiente per le reti mobili. Queste piattaforme indicano un’evoluzione a lungo termine che costituirà sicuramente il sottostato del 6G, su cui verranno implementate nuove innovazioni, inclusi i servizi ISAC e AI. Gli sviluppi del 6G stanno affrontando sfide tecniche e fondamentali davvero impegnative, e questo potrebbe essere il motivo del debole entusiasmo degli operatori. ABI Research prevede che il MWC27 ospiterà una pletora di attività e annunci sul 6G, con l’inizio del ciclo di hype per il 6G.

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MWC 2026: Tlc, AI, sovranità, satelliti cosa aspettarsi dalla kermesse di Barcellona

Il MWC di Barcellona è alle porte, cosa aspettarsi dalla più grande fiera mondiale delle telecomunicazioni che parte lunedì? Dibattiti su AI e le sue applicazioni in un settore che si deve reinventare.  

Saranno circa 109mila i partecipanti al Mobile World Congress che si apre lunedì a Barcellona, che si terrà dal 2 al 5 marzo. Sono queste le stime della GSMA, che dal 2006 organizza questo appuntamento imperdibile per il settore nel capoluogo della Catalogna.

Secondo un’analisi della AFP, i dati della GSMA parlano di 2.900 espositori e una sessantina di ministri da tutto il mondo.

MWC 2026, Telco e Big Tech

Accanto ai giganti delle Tlc come Samsung, Huawei, Nokia, Orange, Xiaomi, Honor si mescoleranno i Big Tech globali come Google, Microsoft, Meta e Amazon. Non ci sarà Apple, da sempre assente, che mercoledì presenterà una serie di nuovi prodotti in diversi avvenimenti organizzati un po’ ovunque.

SpaceX presente

Tra i relatori annunciati per Barcellona figurano i vertici dei principali gruppi di telecomunicazioni globali, così come Gwynne Shotwell, presidente di SpaceX, l’azienda spaziale fondata dal miliardario Elon Musk.

Al MWC 2026 il robot phone di Honor

Tra le innovazioni che saranno presentate a Barcellona, ​​si prevede che il primo “telefono robot” lanciato dal gruppo cinese Honor farà scalpore. Anche altri produttori e operatori hanno già promesso annunci in fiera.

Sovranità, un “tema importante”

“La sovranità dell’AI (applicata al settore) sarà un tema importante di discussione”, così come la completa “rivoluzione” delle telecomunicazioni nell’era dell’“AI professionale”, prevedono gli analisti della GSMA.

Le telecomunicazioni svolgono un ruolo cruciale nell’ascesa dell’intelligenza artificiale perché l’AI dipende da enormi quantità di dati che devono circolare in modo rapido, affidabile e sicuro, cosa che l’infrastruttura di questi operatori consente.

Connettività fra reti satellitari

La connettività all’interno delle reti satellitari sarà un altro elemento centrale delle discussioni tra i professionisti del settore, secondo gli analisti, nel contesto del dibattito in corso in Europa sulla necessità per l’UE di rafforzare la propria autonomia strategica, in particolare nell’ambito digitale.

5G e 6G sempre all’ordine del giorno

Infine, l’implementazione del 5G e le “basi” da gettare per un mondo futuro con il 6G saranno “certamente” all’ordine del giorno della fiera, aggiunge Paolo Pescatore, esperto di telecomunicazioni.

MWC 2026, “Una notevole resilienza”

Questa 20a edizione del MWC di Barcellona arriva in un momento in cui il mercato globale degli smartphone sta vivendo una rinascita, principalmente grazie a una strategia commerciale dinamica guidata dal lancio di nuovi prodotti innovativi, in particolare da parte dei principali produttori cinesi.

Secondo la società di ricerca IDC, nel 2025 sono stati venduti 1,26 miliardi di dispositivi in ​​tutto il mondo, con un aumento dell’1,9% rispetto al 2024.

“Nonostante un anno difficile, caratterizzato da dazi doganali volatili, interruzioni della catena di approvvigionamento e persistenti difficoltà macroeconomiche in diversi mercati, il mercato globale degli smartphone ha dimostrato una notevole resilienza”, osserva Nabila Popal, Direttore della Ricerca di IDC.

In un contesto globale indebolito dalle turbolenze causate dalle politiche diplomatiche ed economiche di Donald Trump, anche i prezzi dei chip di memoria (RAM) sono aumentati, trainati dalla domanda per soddisfare le esigenze dell’intelligenza artificiale.

A livello globale, Apple ha rappresentato il 19,7% delle vendite di smartphone lo scorso anno, seguito da vicino dal suo principale rivale sudcoreano Samsung (19,1%), in una gara molto serrata. L’azienda cinese Xiaomi completa il podio (13,1%).

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Italia-Cina: dal Golden Power all’intelligence economica per la sicurezza degli asset nazionali

Questo approfondimento conclude la nostra serie dedicata alla sicurezza economica italiana e alle sfide geopolitiche contemporanee. Il pezzo esamina l’evoluzione del golden power italiano, dalle origini del golden share fino alle attuali applicazioni, approfondendo il ruolo dell’intelligence economica nella tutela del know-how nazionale. Particolare attenzione viene dedicata agli investimenti cinesi in Italia, al caso emblematico del porto di Trieste e al recente riallineamento della politica estera italiana verso Washington. Un’analisi che offre una visione d’insieme delle strategie di sicurezza economica in un contesto di crescente competizione globale.

L’economia italiana tra crisi e opportunità: scenario post-Covid e tensioni internazionali

L’economia italiana è passata dall’essere una delle economie più deboli in Europa dopo la Seconda guerra mondiale ad una delle più industrializzate al mondo Il sistema italiano comprende un nord industrializzato e sviluppato e un sud largamente agricolo, altamente sovvenzionato, contraddistinto da una forte disoccupazione e scarso sviluppo industriale. Spesso pensiamo all’Italia come a un Paese poco competitivo, con un debito elevato e una burocrazia inefficiente.

Questo è in parte vero, ma bisogna anche ricordare che l’Italia è uno dei Paesi più ricchi dell’Unione Europea e del mondo. Secondo i dati del 2021 è l’ottava economia più grande al mondo[1] e l’ottavo esportatore mondiale[2]. L’economia è trainata in gran parte dalla produzione di beni di consumo di alta qualità. L’imprenditoria è caratterizzata da un numero molto elevato di PMI, che rappresentano circa il 99,9% del totale delle attività[3], con una predominanza di microimprese e una quota relativamente bassa di medie imprese.

Anche in questa delicata fase, l’Italia può contare su alcuni punti di forza che rendono più solida la sua economia nonostante le tensioni internazionali, l’impennata dell’inflazione e la stretta monetaria avviata dalle banche centrali.

Il mercato italiano conta circa 60 milioni di abitanti e un PIL pro capite, nel 2021, di 30 mila e 213 euro[4]. L’Italia è un grande produttore ed esportatore di una notevole varietà di prodotti tra cui: macchinari, veicoli, prodotti farmaceutici e chimici, metalli, mobili, cibo, pelletteria e abbigliamento[5]. Il settore manifatturiero è altamente competitivo e rinomato, in grado di affrontare la concorrenza della Cina e di altre economie asiatiche emergenti basate su un costo del lavoro più basso, con prodotti di qualità superiore e dal design creativo.

L’Italia è leader mondiale nella produzione di beni di lusso, in termini di numero di imprese[6]. Ad affermarlo è la nona edizione del rapporto Global Powers of Luxury pubblicato da Deloitte, che ha preso in esame le 100 principali aziende del lusso globale, classificate sulla base delle vendite consolidate nell’anno fiscale 2021. I pilastri portanti di questo settore sono rappresentati dalle 3F (Fashion, Food, Furniture), alle quali si aggiungono Ceramica, Cosmetica, Nautica e Industria automobilistica.

Nonostante questi importanti risultati, l’economia del Paese soffre oggi di problemi strutturali e non. Sulla scia della pandemia di Covid-19, l’Italia e l’Europa hanno dovuto far fronte a livelli di inflazione senza precedenti, insieme all’incredibile aumento delle spese mensili fisse per bollette energetiche, carburante e alimentari.

La recessione innescata dal Covid-19 ha rappresentato il primo shock economico, dopo la crisi petrolifera del 1979, che ha coinvolto sia la domanda sia l’offerta, introducendo un circolo vizioso sul sistema finanziario e produttivo nazionale e globale[7]. Le catene globali del valore sono state interrotte e centinaia di migliaia di persone hanno perso il lavoro[8], almeno temporaneamente. La recessione economica, unita all’elevata disoccupazione, alle gravi perdite di reddito, ai problemi di liquidità e alla chiusura obbligatoria di negozi, hotel, ristoranti e alla cessazione del trasporto aereo, hanno portato a una caduta libera della domanda, soprattutto nel settore turistico.

Questa combinazione ha provocato interruzioni in quasi tutti i settori dell’economia, con il settore alimentare ed energetico particolarmente colpiti. In Italia, i dati Istat del 2020 hanno attestato una diminuzione dell’attività economica pari all’8,9% e l’aumento del debito al 155,6% del Pil[9].

In seguito, la forte crescita del 2021, con un aumento del PIL del 6,7%[10] e il debito pubblico in calo del 7,2%[11], hanno permesso all’economia italiana di riprendersi in gran parte dalle perdite legate alla pandemia da Covid-19, raggiungendo quasi il livello pre-crisi nel 4° trimestre 2021 (-0,3% nel 4° trimestre 2019). La fine dell’anno è stata comunque segnata da un evidente rallentamento dovuto soprattutto all’aumento dei costi delle materie prime, in particolare dell’energia, che ha penalizzato imprese e famiglie.

Nel terzo trimestre del 2021, l’IPCA[12] complessivo ha accelerato, passando su base annua dall’1,3% di giugno al 2,9% di settembre e al 4,2% di dicembre 2021 (Grafico 23). Come accennato tale aumento è stato trainato in gran parte dall’energia e dall’alimentare, la cui percentuale è compresa tra il 65 e il 75%. A dicembre 2022, secondo le stime provvisorie, l’IPCA generale ha raggiunto un tasso di crescita mensile dello 0,3% e dell’11,6% su base annua, metà del quale attribuibile alle componenti core[13]. Nonostante ciò, secondo l’Istat, il PIL italiano dovrebbe crescere a ritmi ancora sostenuti nel 2022 (+3,9%) per poi rallentare significativamente nel 2023 (+0,4%) [14].

Fonte: Rivaluta.it, “Grafici inflazione Italia (NIC, FOI e IPCA), Area euro e Us”

Mai come oggi, infatti, il vento sembra soffiare a sfavore. Lo scenario globale odierno è dominato dalle tensioni estreme e dalle incertezze generate dall’invasione russa dell’Ucraina. Economicamente, per l’Italia, questo conflitto non poteva arrivare in un momento peggiore. La crisi militare si è aggiunta a un quadro già reso difficile dalla pandemia ancora in corso, dalle pressioni al rialzo sui prezzi di diverse materie prime e dalle strozzature produttive in alcune catene di approvvigionamento globali, creando una situazione insostenibile sia per le imprese sia per i consumatori.

Tuttavia, gli effetti della crisi sono fortemente eterogenei tra aree e settori, in base alla vicinanza al conflitto, alla dipendenza da petrolio, gas e altre materie prime e, soprattutto, ai legami produttivi e finanziari con i Paesi direttamente coinvolti nel conflitto (Russia e Ucraina). Questi aumenti sono stati in parte assorbiti dalle aziende nei loro margini, in alcuni casi addirittura annullandoli, invece di trasferirli alle fasi successive della produzione[15].

Tuttavia, questo andamento dei prezzi e dei margini non è sostenibile nel lungo periodo. Per questo motivo, diverse aziende stanno interrompendo la produzione o hanno intenzione di farlo nei prossimi mesi. D’altra parte, l’aumento dei prezzi dell’energia (la bolletta elettrica in Italia si stima sarà di circa 95 miliardi di euro nel 2022 a fronte dei 44 miliardi spesi nel 2019[16]) sta riducendo il potere d’acquisto delle famiglie e inciderà sull’entità e sul ritmo di crescita dei consumi, la cui ripresa è stata ostacolata prima dall’aumento dei contagi e ora anche dalla maggiore incertezza generale che grava sulla fiducia dei consumatori.

L’Italia e la Germania sono i Paesi europei più dipendenti dalle materie prime russe (petrolio e gas) per soddisfare il proprio consumo energetico. L’Italia ha reagito riducendo la sua dipendenza dalle importazioni di energia dalla Russia. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, la fornitura di gas naturale russo è diminuita dal 43,8% totale nel 2020 a circa il 25% di oggi[17].

A differenza di altri Paesi europei, l’Italia ha una maggiore possibilità di diversificare i propri fornitori, grazie alla molteplicità di punti di ingresso del gas sul proprio territorio. Il nostro Paese è collegato ad Algeria, Libia e Azerbaigian grazie ai gasdotti Transmed, GreenStream e Tap Growth. Tuttavia, consapevole della difficoltà di compensare le forniture provenienti dalla Russia, il governo Draghi ha agito su due fronti.

Il primo ha riguardato l’ottimizzazione delle infrastrutture esistenti, aumentando le importazioni di gas da altri partner come l’Algeria. Il secondo fronte si è concentrato sia sulla ridistribuzione geografica delle forniture verso il Nord Africa, il Medio Oriente e gli Stati Uniti, sia sulla varietà, puntando sul gas naturale liquefatto.

Tra le strade esplorate, la principale consisterebbe nell’acquisizione di due nuovi depositi galleggianti di rigassificazione, uno a Ravenna e uno a Piombino, con una capacità produttiva di 5-6 miliardi di m3 all’anno. Tuttavia, la principale debolezza di questo piano risiede nella sua tempistica, che rimane molto ambiziosa e risponde solo parzialmente all’emergenza di breve termine.

Al fine di attutire l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, nel 2022 l’Italia ha adottato un pacchetto di misure a sostegno di imprese e consumatori del valore di 49,5 miliardi di euro [18], cui si è aggiunto un pacchetto di 14 miliardi[19] e un ulteriore da 9 miliardi. Successivamente, nella nuova legge di bilancio, il governo Meloni ha stanziato ulteriori 21 miliardi di euro [20] per calmierare i prezzi di luce e gas.

Mentre la crisi energetica prende piede e la crescita economica nazionale rallenta via via, secondo le stime della Banca centrale europea l’inflazione media si dovrebbe attestare intorno al 6,3% nel 2023 per poi raggiungere una media del 3,4% nel 2024 e del 2,3% nel 2025[21]. L’aumento dei tassi di interesse stabilito dalla BCE avrà un impatto sul debito pubblico italiano: nel biennio 2023-25 la spesa per interessi del Paese sarà di 270,2 miliardi di euro contro i 186 miliardi calcolati nel Documento di economia e finanza dell’Aprile scorso[22].

Il 5 agosto 2022 l’agenzia di rating Moody’s ha abbassato l’outlook sul debito sovrano italiano da stabile a negativo, pur mantenendo il rating a Baa3, citando il rallentamento della crescita, l’aumento degli oneri finanziari e, a livello politico, il rischio che si ostacoli l’attuazione delle riforme strutturali, comprese quelle contenute nel piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR)[23].

Le incertezze sull’approvvigionamento energetico hanno fatto salire i rendimenti obbligazionari in tutta l’UE. Al 24 di Febbraio 2023 lo spread decennale tra il Btp italiano e il Bund tedesco risulta in lievissima risalita, raggiungendo i 186 punti base rispetto ai 185,68 punti di inizio seduta[24]. Tuttavia, se il conflitto in atto dovesse perdurare i suoi effetti potrebbero ampliarsi, annullando la crescita economica nel 2023.

La sfida del PNRR, il cui ammontare è di 191,5 miliardi di euro, è quella di modernizzare l’Italia attraverso riforme strutturali (burocrazia, concorrenza, giustizia, semplificazione amministrativa, digitalizzazione, ecc.) combinate con investimenti per rilanciare la crescita e la produttività. Il Recovery Fund rappresenta la maggiore opportunità per affrontare le debolezze strutturali dell’economia italiana e invertire la rotta del declino. Per quanto il Sistema Paese si sia dimostrato in grado di rispondere rapidamente all’emergenza pandemica, l’Italia paga lo scotto di problemi strutturali che la attanagliano da decenni.

Diversi fattori hanno contribuito a questa situazione, tra cui un tessuto produttivo costituito da un numero elevato di PMI familiari e un livello insufficiente di investimenti pubblici e privati, un’amministrazione complessa, i ritardi della giustizia e un mercato del lavoro poco efficiente[25].

In questo contesto di vulnerabilità, si comprende come sussista la preoccupazione relativa all’acquisizione di imprese nazionali, soprattutto in settori strategici, da parte di attori europei ed extraeuropei. La grave situazione debitoria in cui versano numerose imprese italiane, rese più fragili dalle conseguenze economiche della pandemia e della guerra, potrebbe incentivare l’acquisto di comparti considerati strategici per l’interesse nazionale.

Come noto, l’Italia soffre soprattutto di un insufficiente dimensionamento delle imprese, per cui va incoraggiata e sostenuta la crescita di potenziali imprese strategiche di taglia maggiore per poter meglio competere a livello internazionale[26]. Alla luce di questi avvenimenti, il governo ha optato per un rafforzamento del “golden power”, cioè l’intervento autoritativo dello Stato nelle transazioni tra privati, al fine di assicurare un’adeguata tutela delle aziende nazionali che operano in settori critici.

Dal Golden Share al Golden Power: evoluzione della normativa italiana per i settori strategici

Allo scopo di salvaguardare gli assetti di società operanti in settori considerati strategici e di interesse nazionale, il legislatore italiano ha regolamentato e modificato nel tempo la disciplina inerente all’esercizio dei poteri speciali da parte del governo. Originariamente, il primo strumento ideato era rappresentato dalla normativa in materia di golden share[27], introdotta dall’art.2 del Decreto Legge 31 Maggio 1994 n.332 convertito in legge n.474 del 30 Luglio 1994.

La normativa prevedeva l’attribuzione al Ministero dell’Economia e delle Finanze la titolarità di uno o più poteri speciali in grado di influenzare le decisioni delle imprese interessate, come per esempio: opposizione all’acquisizione di partecipazioni rilevanti o di un veto su alcune delibere societarie, nonché l’esercizio del diritto di nomina dei membri degli organi amministrativi. Tale disciplina è parsa necessaria a seguito del processo di privatizzazione delle imprese, avvenuto sia in Italia sia in altri Paesi europei, in vista della creazione di un mercato concorrenziale.

Tale meccanismo di tutela fu tuttavia fortemente criticato, soprattutto in ambito comunitario, perché incompatibile con i principi di libera circolazione dei capitali sanciti dai trattati comunitari. Inoltre, questo strumento si poneva in contrasto anche con il progetto di un mercato unico europeo propugnato dall’Ue, il quale richiede di sottoporre le imprese pubbliche e private alle medesime regole in materia di concorrenza[28].

L’Italia venne quindi sanzionata dalla Corte di Giustizia europea[29] per le modalità di intervento prescelte, essendo venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza degli art. 43 CE e 56 CE. A fronte quindi di tale ammonimento, il legislatore è intervenuto per correggere la normativa con il Decreto Legge n.21 del 15 Marzo 2012 convertito in legge n.56 dell’11 Maggio 2012, recante “Norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni”[30]. Tale intervento normativo ha segnato il passaggio dal golden share al golden power.

Qualora sussista “un’effettiva minaccia di grave pregiudizio”[31] per gli interessi nazionali, il governo può intervenire alla luce di criteri oggettivi e non discriminatori secondo i canoni del buon agire amministrativo, applicando i principi di proporzionalità e ragionevolezza. L’intervento governativo può espletarsi sulla base di tre modalità diverse:

  1. Opponendosi all’acquisto di partecipazioni in quelle società che svolgono attività di rilevanza strategica per il sistema difesa e sicurezza nazionale da parte di soggetti esteri.
  2. Ponendo il veto all’adozione di determinate delibere assembleari.
  3. Imponendo prescrizioni e condizioni relative alla sicurezza degli approvvigionamenti, alla sicurezza delle informazioni, ai trasferimenti tecnologici e al controllo delle esportazioni.

Lo strumento ideato deve tenere conto di due esigenze contrapposte: da un lato, la necessità di salvaguardare i settori strategici del Paese, dall’altro, il rispetto della concorrenza nel libero mercato. Per capire se fare ricorso o meno ai poteri speciali, il governo dovrà valutare la capacità economica, finanziaria, tecnica e organizzativa dell’acquirente nonché del progetto industriale che intende perseguire, il rispetto dei principi costituzionali, la sicurezza dei rapporti e la prosecuzione degli obblighi contrattuali assunti con la pubblica amministrazione.

Per meglio districarsi e comprendere la materia, è opportuno ripercorrere i principali provvedimenti normativi, nazionali ed europei, che si sono susseguiti negli anni. Come detto, la prima disciplina in materia di poteri speciali è stata introdotta dal governo Monti con il decreto legislativo n.21 del 15 marzo 2012, per poi svilupparsi attraverso una serie di leggi e regolamenti[32] man mano che si palesava l’urgenza di difendere la portata strategica del patrimonio detenuto dal sistema economico nazionale.

Con i decreti legge: n.148 del 16 ottobre 2017, art 14, (convertito in legge n.172 del 4 dicembre 2017)[33] e n.105 del 21 settembre 2019 (convertito in legge n.133 del 18 novembre 2019)[34], l’ambito di applicazione del golden power è stato esteso ai settori ad alta intensità tecnologica come: le reti di telecomunicazione a banda larga, tecnologia 5G; le infrastrutture finanziarie; l’immagazzinamento e la gestione dei dati; l’intelligenza artificiale; la robotica; i semiconduttori; le tecnologie con potenziali applicazioni a doppio uso; la sicurezza in rete e la tecnologia spaziale e nucleare[35].

Il contesto normativo nazionale si è ulteriormente arricchito, con l’approvazione del Regolamento (UE) 2019/452 del 19 marzo 2019, che istituisce un quadro di cooperazione europeo per il controllo degli investimenti esteri diretti nell’Unione, il quale entrerà pienamente in vigore in Italia nell’ottobre 2020. In seguito, in risposta all’emergenza Covid-19 e a seguito delle linee guida della Commissione UE emanate il 25 marzo 2020 in materia di tutela degli asset e delle tecnologie strategiche europee, il governo italiano ha emanato il Decreto Legge n.23 dell’8 aprile 2020[36] (il c.d. “Decreto Liquidità”), recante misure speciali per la tutela del patrimonio italiano.

Il nuovo decreto ha esteso ulteriormente l’ambito di applicazione dei poteri speciali a settori[37] che fino a quel momento ne erano stati esclusi al fine di evitare che settori strategici nazionali fossero preda di speculazioni dettate dal periodo di grave crisi economica.

Originariamente, la normativa entrata in vigore il 9 aprile aveva una durata limitata fino al 31 dicembre 2020. Tuttavia, a seguito del perdurare della crisi pandemica ed economica, il governo ha optato per una proroga della norma fino al 30 giugno 2021[38]. Successivamente, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha emanato due decreti attuativi, rispettivamente il DPCM n.179 del 18 dicembre 2020[39] e il DPCM n.180 del 23 dicembre 2020[40].

A livello comunitario inoltre, nel giugno del 2021 la Commissione ha emanato il nuovo regolamento in materia di “controllo delle esportazioni, dell’intermediazione, dell’assistenza tecnica, del transito e del trasferimento di prodotti a duplice uso”[41] che ha abrogato di fatto il precedente regolamento UE n. 428/2009.

La nuova normativa ha ampliato la nozione di prodotti a duplice uso, introducendo un nuovo elenco e, al contempo, modificato le regole su tali prodotti, prevedendo anche strumenti di sorveglianza informatica. In ultimo, si segnalano due provvedimenti nazionali. Il primo è il decreto legge n.21 del 21 marzo 2022 (il c.d. Decreto energia) convertito in legge con modificazioni n.51 del 20 maggio 2022[42], recante “Misure urgenti per contrastare gli effetti economici e umanitari della crisi ucraina”. Tale norma ha rafforzato la disciplina del golden power mediante le seguenti modifiche:

  1. L’ampliamento dei settori ritenuti strategici per l’economia, in particolare in relazione ai settori del 5G e dei servizi cloud
  2. La modifica delle procedure di notifica del golden power
  3. La conferma del regime introdotto nel 2020 col Decreto Liquidità che sarebbe dovuto scadere il 31 dicembre 2022

Il secondo provvedimento concerne il DPCM 133/2022 recante la semplificazione della disciplina del golden power, volto a snellirne il procedimento. La novità introdotta dal regolamento riguarda la definizione della procedura di prenotifica, attraverso una valutazione sull’applicabilità della normativa, in riferimento a un caso specifico. La procedura serve ad ovviare al crescente numero di notifiche arrivate al governo negli ultimi anni. L’impresa impegnata nella definizione di acquisizioni, delibere o altri atti, potrà notificare mediante informative la Presidenza del Consiglio in merito all’iniziativa intrapresa al fine di ricevere, entro 30 giorni, una delle seguenti decisioni[43]:

  1. Inapplicabilità della normativa e non sussistenza dell’obbligo di notifica
  2. Applicabilità della normativa e presentazione di una notifica formale
  • Applicabilità della normativa e non sussistenza dell’obbligo di notifica per mancanza degli estremi per l’esercizio dei poteri speciali

In questi ultimi due casi, le decisioni prese potranno essere accompagnate da raccomandazioni non vincolanti. Secondo la relazione annuale del Copasir[44], le operazioni sottoposte a notifica sono passate dalle 342 del 2020 alle 465 del 2021. I settori coinvolti sono soprattutto difesa, tecnologia 5G, energia e trasporti. Il trend in crescita rappresentate una delle “rivelanti trasformazioni” registrate e sottolineate dal sottosegretario nell’introduzione[45] (Tabella 8).

Tabella 8. Relazione al Parlamento in materia di esercizio dei poteri speciali
SETTORE 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021
Difesa e Sicurezza nazionale 4 7 8 19 26 31 37 51
Tecnologia 5G 0 0 0 0 0 14 19 20
Energia, Trasporti, Comunicazioni, Settori reg. Ue 2019/452 (art.2) 4 11 6 11 20 38 286 425
Totale 8 18 14 30 46 83 342 496
Fonte: Gabriele Carrer, “Allarme Cina. I numeri della relazione 2021 sul golden power”, Formiche.net, 12 luglio 2022. (https://formiche.net/2022/07/allarme-cina-i-numeri-della-relazione-2021-sul-golden-power/)

Nella Relazione, il Copasir caldeggia l’ipotesi che la normativa sul golden power possa essere estesa anche alla fase di due diligence preliminare[46]. L’ex presidente del Copasir, il senatore Adolfo Urso, che è anche il relatore del documento, dichiara: “Il sistema di protezione potrebbe essere ulteriormente migliorato valutando l’opportunità di disciplinare anche quelle fasi che precedono l’eventuale manifestazione di interesse da parte di un soggetto straniero nei confronti di una realtà produttiva strategica italiana.

Si pensi ad esempio alla fase della cosiddetta due diligence, nella quale molte delle informazioni sensibili e dei segreti industriali, se pur a fronte della sottoscrizione di accordi di confidenzialità, vengono già condivisi col soggetto straniero che ha manifestato interesse nei confronti della azienda italiana”[47]. In conclusione, ricordiamo che in virtù dello scenario politico ed economico che l’Italia (e il mondo) stanno affrontando negli anni, il governo ha profondamente riconsiderato la strategicità di alcuni settori e asset, decidendo di estendere i poteri speciali ad altri settori al fine di evitare scalate ostili.

Intelligence economica italiana: il ruolo del DIS nella tutela del know-how nazionale

In un contesto economico globalizzato il controllo sugli investimenti è diventato un fattore determinante nella competizione globale. Come conseguenza di ciò, lo stesso concetto di “sicurezza economica” va aggiornato sulla base della complessità e della mutevolezza dei fenomeni in atto, richiedendo pertanto un approccio strutturato e organizzato per identificare possibili minacce o al contrario rilevare opportunità.

L’intelligence economica, le cui prime testimonianze risalgono al Medioevo, è apparsa come una delle soluzioni in mano ai governi nazionali. Secondo Alain Juillet “l’intelligence economica consiste nel controllo delle informazioni strategiche per qualsiasi attore economico. Il suo triplice scopo è la competitività del tessuto industriale, la sicurezza economica delle imprese e il rafforzamento dell’influenza del nostro Paese” [48].

Pertanto, l’obbiettivo delle agenzie di intelligence è fornire un “valore aggiunto al processo decisionale governativo, rafforzando il vantaggio comparato nazionale”[49]. In Italia, gli organismi preposti ai servizi di intelligence e sicurezza, disciplinati dalla legge n.124 del 3 agosto 2007[50], sono il DIS (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) e le due agenzie operative riguardanti le operazioni interne (AISI) ed esterne (AISE). L’attività informativa nel campo economico-finanziario trova riscontro nel ruolo ricoperto dal DIS, a sostegno delle politiche per migliorare la competitività economica italiana nel contesto internazionale.

In un rapporto del 2017[51], l’ex direttore generale del DIS Alessandro Pansa identifica il ruolo dell’intelligence in campo economico come un complesso di interventi che si articolano su tre livelli di complessità crescente. In primo luogo, fornisce all’autorità politica informazioni e valutazioni utili al decisore per: salvaguardare gli assetti strategici e le filiere della sicurezza, tutelare il sistema creditizio e finanziario, perseguire condotte economiche illegali e individuare quegli investimenti esteri motivati da “intenti di spoliazione o di depauperamento del nostro patrimonio di conoscenze e di know-how tecnologico”[52].

Un secondo livello si riferisce alle misure sia difensive sia offensive, per contrastare attività clandestine, riconducibili anche ad attori non statali, volte a carpire segreti industriali e proprietà intellettuale. Il terzo livello di intervento si configura nelle azioni d’intelligence, sulla base di scenari interni e globali, mirate a “potenziare le condizioni strutturali di competitività dell’economia italiana”[53].

Va sottolineato come il ruolo e gli strumenti a disposizione dell’intelligence economica siano anche influenzati dalle caratteristiche del sistema economico e finanziario nazionale, specialmente per un Paese quale l’Italia, duramente colpita dalla crisi economica e da un tessuto industriale caratterizzato dalla presenza di piccole e medie imprese.

Il nostro Paese, infatti, si trova a fronteggiare “il perdurante interesse da parte di attori esteri nei confronti del comparto produttivo nazionale, specialmente delle PMI, colpite dal prolungato stato di crisi”[54]. In particolare, il monitoraggio di settori economici strategici, individuati dal CISR (Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica) conferma il perdurare degli interessi stranieri sul nostro comparto produttivo, concretizzatosi in acquisizioni totalitarie oppure mediante forme di partenariato di diversa natura. Il Comitato si adopera al fine di individuare e definire periodicamente il fabbisogno informativo e operativo a cui l’intelligence nazionale deve provvedere. Ad oggi, risulterebbero prioritari due obiettivi[55]:

  1. la tutela della solidità del mercato creditizio e finanziario dai rischi della tecnofinanza e da strategie ostili adottate da grandi fondi di investimento o da istituzioni finanziarie estere
  2. la difesa del patrimonio industriale: la ricerca informativa deve essere finalizzata alla tutela degli asset nazionali da interessi stranieri in settori considerati strategici dalla normativa sul golden power

Da quando ha avuto inizio la pandemia, si è consumato non solo un dramma sanitario ma anche economico e sociale. Ciò ha posto in evidenza il ruolo fondamentale svolto dalle agenzie di intelligence economica, servendosi di strumenti come il golden Power sum menzionato.

L’emergenza pandemica ha infatti fornito il pretesto per un rafforzamento permanente dell’architettura istituzionale e normativa del comparto di intelligence economico-finanziaria. Il golden power rappresenta un prezioso strumento nell’attuale quadro di competizione economica. Tuttavia, un’impostazione basata principalmente sul controllo ex-post degli accordi non evita che nel corso delle trattative gli attori stranieri possano venire a conoscenza di capacità, segreti, tecnologie e know-how nonostante il mancato acquisto per via dell’utilizzo dei poteri speciali.

Il supporto dell’intelligence ai fini dell’esercizio del golden power è al momento l’espressione più evidente del nuovo ruolo dei servizi a protezione degli interessi industriali, scientifici e tecnologici. In questo contesto, come già sottolineato nella Relazione del DIS al Parlamento del 2012, “l’attenzione dell’intelligence si è prevalentemente appuntata sulla natura dei singoli investimenti per verificare se gli stessi siano dettati da meri intenti speculativi o da strategie di sottrazione di know-how e di svuotamento tecnologico delle imprese, con effetti depressivi sul tessuto produttivo e sui livelli occupazionali”[56].

Negli ultimi anni, le nostre agenzie d’informazione hanno lavorato attivamente per mettere a disposizione del governo un patrimonio informativo più ricco possibile riguardo alle operazioni notificate, agli attori coinvolti, alle loro capacità finanziarie e alle loro intenzioni. Inoltre, i dirigenti di DIS, AISE e AISI partecipano al procedimento amministrativo, presenziando al tavolo di coordinamento per l’esercizio dei poteri speciali[57]. Sebbene tale presenza non sia in realtà prevista dalla legge, si è tuttavia affermata nella prassi.

Il Prefetto Pansa ha riassunto il contributo dell’intelligence all’esercizio del golden power in “un triplice ruolo: concorso informativo, presenza nelle fasi procedimentali attuative della normativa vigente e partecipazione al dibattito, anche internazionale, sui profili evolutivi dei pertinenti istituti giuridici”[58].

Tale ruolo è significativo della perdurante “forza propulsiva dell’architettura normativa del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, che si pone, per l’appunto, sempre al passo con il cambiamento del contesto e dei conseguenti profili di rischio”[59]. In conclusione, in relazione alla nuova disciplina del golden Power, è lecito supporre che il ruolo dei servizi ne uscirà rafforzato. L’aumento dei casi da valutare accrescerà a sua volta il fabbisogno informativo del governo[60]. Il maggiore impegno a cui le agenzie d’intelligence dovranno provvedere è da intendersi sia in termini quantitativi sia qualitativi, di conoscenza di nuovi settori economici nonché di supervisione sulle operazioni economico-finanziarie.

Il caso Alpi Aviation

Nel 2018 la società Mars Information Technology, registrata a Hong Kong e presumibilmente controllata dal governo cinese, aveva acquisito l’impresa italiana, Alpi Aviation Srl, produttrice di velivoli leggeri e droni militari. Il principale prodotto realizzato dall’azienda di Pordenone è l’UAV Strix, un drone con un peso di circa 10 kg e un’apertura alare di 3 metri, in grado di trasmettere immagini e video a infrarossi in tempo reale.

Il drone, in uso all’Aeronautica Militare Italiana, fa sì che l’impresa produttrice rientri a pieno diritto nella disciplina del golden Power, che limita le proprietà straniera in determinati settori considerati strategici. Il caso suscitò fin da subito un grande eco mediatico, sia in Italia[61] sia all’estero[62], in quanto illustrò bene l’importanza, ma anche i limiti, dei meccanismi di controllo sugli investimenti esteri.

Nel luglio 2018 l’azienda Mars aveva acquistato una partecipazione del 75% dell’impresa italiana per 3,9 milioni di euro, ossia, secondo i calcoli degli inquirenti, 90 volte il valore nominale dell’azienda[63]. Dalle indagini portate avanti dalla Guardia di Finanza emerse che l’acquisto risultava “perfezionato con modalità opache tese a non farne emergere la riconducibilità del nuovo socio straniero”[64], mediante complesse partecipazioni societarie (Figura 5).

Gli inquirenti conclusero che Mars era una società di facciata al cui interno figuravano la China Railway Rolling Stock Corp e China Corporate United Investment Holding, un fondo di investimento controllato dal governo municipale di Wuxi, una città vicino a Shanghai. Inoltre, passarono ben due anni prima che l’azienda cinese comunicasse l’acquisto e in seguito, su sollecito dei funzionari ministeriali, la variazione della compagine societaria al ministero della Difesa. Pertanto, la proprietà cinese ha omesso di comunicare preventivamente alla presidenza del Consiglio dei Ministri l’acquisizione del 75% del capitale sociale dell’impresa italiana, in violazione della vigente normativa sul golden power.

Fonte: Gabriele Carrer, “Droni italiani in mani cinesi? Dopo le indagini della finanza, golden power a palazzo Chigi”, Formiche.net, 2 settembre 2021.

È importante notare che, sempre secondo gli inquirenti, l’acquisto non rientrava in alcuna forma di investimento ma piuttosto è stato mosso “esclusivamente per l’acquisizione del suo know-how tecnologico e militare”[65], attraverso il trasferimento della struttura produttiva nel polo tecnologico di Wuxi, ritenuta la città laboratorio dell’intelligenza artificiale cinese.

A seguito dei fatti emersi, il Consiglio dei Ministri ha imposto alla compagnia cinese l’obbligo di cedere le quote di Alpi Aviation entro un anno, interdicendo la stessa dall’esercizio dei diritti di voto[66]. La natura delicata della transazione ha evidenziato l’utilità di meccanismi di screening per evitare il trasferimento transfrontaliero di conoscenze a duplice uso. Il caso ha dimostrato quanto sia facile che i trasferimenti di proprietà passino inosservati, in un momento in cui negli Stati Uniti e in Europa sta aumentando la pressione per monitorare i potenziali rischi per la sicurezza nazionale derivanti dagli investitori cinesi. Da sola, quest’operazione ha attestato la vulnerabilità del nostro apparato di intelligence nel settore economico.

Le relazioni tra Italia e Repubblica Popolare Cinese e la firma del Memorandum of Understanding per la BRI

Storicamente, per l’Italia la Cina non è mai stata una priorità di politica estera. In linea con il tradizionale atteggiamento di una media potenza che cerca di resistere a pressioni esterne e di ottenere il massimo dall’impegno bilaterale con le altre grandi potenze, la neonata Repubblica italiana del secondo dopoguerra cercò di bilanciare il solido atlantismo con una certa apertura verso partner esterni al contesto europeo e americano.

Con la sua posizione geografica unica al centro del Mar Mediterraneo, l’Italia ricoprì un ruolo geopolitico privilegiato durante la Guerra Fredda, permettendo a Roma di beneficiare del continuo interesse e sostegno degli Stati Uniti, pur mantenendo o instaurando ex novo rapporti rispettivamente con l’Unione Sovietica e la Cina Popolare. Attratti dalle opportunità economiche offerte dalla Cina, anche se tale interesse si è spesso basato su una comprensione piuttosto limitata delle reali condizioni del mercato cinese, il governo italiano ha periodicamente considerato i rapporti italo-cinesi come uno strumento per dimostrare il ruolo internazionale dell’Italia[67].

Pertanto, pur non essendo certo una priorità, negli anni la Cina ha rappresentato un obbiettivo ricorrente per le ambizioni italiane, spinte da un mix di motivazioni economiche e politiche. A partire dal 1958, con il sostegno del Presidente della Repubblica Gronchi e del Presidente del Consiglio Fanfani, l’ENI guidata da Enrico Mattei svolse un ruolo di primo piano nella costruzione della presenza italiana in Cina. Nel 1963, la SNAM firmò il primo contratto per la costruzione di un nuovo impianto di idrocarburi in Cina[68].

Tuttavia, fu solo dagli anni Ottanta che le relazioni commerciali italo-cinesi conobbero un periodo d’oro, quando il governo italiano, su iniziativa del ministro degli Esteri De Michelis, stanziò 600 miliardi di lire per progetti di sviluppo in Cina[69].

A livello politico, il governo italiano riconobbe ufficialmente la RPC nel 1970, ben otto anni prima degli Stati Uniti. Tuttavia, oggi come allora, Roma incontrò una notevole resistenza alle sue iniziative da parte di Washington, per lo più attribuita al timore dell’influenza del Partito Comunista sulla politica estera italiana.

A tre decenni di distanza questo orientamento regionale continua a caratterizzare la politica estera italiana, pur in un contesto completamente alterato dalla crisi economica, dallo scontro economico-politico tra Cina e Stati Uniti e dall’instabilità europea, a seguito del conflitto russo-ucraino.

A partire dagli anni ’90 del Ventesimo secolo, Pechino ha iniziato a costruire una rete di partnership strategiche in tutto il mondo, ampliando efficacemente il suo spazio strategico di manovra. Attualmente, la strategia cinese si è focalizzata sulla creazione di una solida rete di partenariati al fine di contribuire a realizzare un ambiente internazionale favorevole al suo sviluppo interno[70]. Come ha affermato il presidente Xi Jinping, “giunti a un crocevia della storia, dobbiamo continuare ad approfondire la partnership e unire le mani per affrontare le sfide comuni”[71].

Col passare degli anni, l’Italia ha smesso di considerare la Cina solo come un’opportunità, in quanto potenziale fonte di investimenti, ma anche come un concorrente nel settore manifatturiero. Di conseguenza, la riduzione del deficit commerciale e l’attrazione di investimenti cinesi sono diventati due obiettivi chiave della politica italiana.

Pertanto, sotto la presidenza di Silvio Berlusconi nel 2004, l’Italia ha sancito un partenariato strategico globale con la Cina, ampliando non solo i legami politici ed economici bilaterali, ma anche la cooperazione su questioni multilaterali, le relazioni Ue-Cina e tematiche inerenti allo sviluppo sostenibile e di pace[72]. Successivamente, durante la visita del premier Matteo Renzi a Pechino nel giugno 2014, le due parti hanno firmato il Piano d’azione 2014-2016 per la cooperazione economica tra Italia e Cina e un Memorandum d’intesa sulla cooperazione in cinque settori principali: protezione dell’ambiente e dell’energia, sicurezza alimentare, prodotti agricoli, urbanizzazione, medicina e aviazione[73].

Entrambi i Presidenti del Consiglio, Matteo Renzi prima e Paolo Gentiloni dopo, hanno espresso interesse per la BRI, lanciata da Pechino nel 2013. Renzi ha visto la BRI come un’opportunità per lo sviluppo dei porti italiani[74], mentre Gentiloni è stato l’unico leader del G-7 a partecipare al Belt and Road Forum for International Cooperation a Pechino nel maggio 2017.

Più recentemente, nel marzo 2019 Italia e Cina hanno firmato il Memorandum of Understanding (Mou) sulla BRI, che ha visto la partecipazione di numerose personalità sia pubbliche sia della società civile. La firma del MoU sulla BRI è stata tra le priorità del Ministero dello Sviluppo Economico italiano, e in particolare del Sottosegretario di Stato Michele Geraci, che nell’agosto 2018 ha istituito una China Task Force sotto il suo ministero per promuovere più stretti legami economici e politici con Pechino.

Le motivazioni addotte alla firma furono almeno tre. In primo luogo, l’obiettivo primario consisteva nel ridurre il disavanzo commerciale italiano con la Cina[75]. In particolare, il mercato cinese attualmente assorbe solo una quota residua dei beni di consumo italiani mentre gli investimenti cinesi nell’economia reale rimangono esigui, nonostante il trend in crescita[76]. In secondo luogo, l’intento del governo italiano era quello di attrarre maggiormente gli investimenti cinesi in Italia al fine di rafforzare il tessuto industriale e migliorare la competitività economica del Paese nel medio e lungo periodo. Infine, alcuni membri della maggioranza dell’epoca, avevano individuato nei rapporti con la Cina un elemento cruciale per una politica estera più propositiva[77], in contrapposizione al presunto servilismo dei governi precedenti agli Stati Uniti e alle istituzioni europee[78].

Dal punto di vista italiano, Roma avrebbe molto da guadagnare dalla sua partecipazione alla BRI. In primo luogo, l’Italia si colloca in una posizione geograficamente vantaggiosa al centro del Mar Mediterraneo, configurandosi come un ponte tra due contesti regionali di particolare rilevanza per gli interessi cinesi: l’Europa continentale e l’area mediterranea del Nord Africa e del Medio Oriente. Essendo il trasporto marittimo la parte più rilevante della BRI, dato che il 93% dei traffici commerciali tra Cina ed Europa viaggia su navi[79], l’accresciuta centralità del Mar Mediterraneo è un’enorme opportunità per un Paese costiero come il nostro.

Pertanto, l’Italia si trova nella posizione ideale per diventare il terminale della BRI per l’Europa del sud e quindi una destinazione naturale per gli investimenti cinesi, nonostante l’investimento compiuto nel Porto del Pireo in Grecia. In secondo luogo, poiché sia l’Italia sia la Cina condividono dei crescenti interessi nelle regioni dell’Europa centro-orientale, del Nord Africa e dell’Asia centrale, ciò crea le condizioni per una proficua cooperazione bilaterale nei Paesi terzi[80].

Dal punto di vista cinese, Pechino vede l’Italia prima di tutto come un Paese membro dell’Ue; la sua politica verso l’Italia fa quindi parte di una più ampia politica verso l’Unione europea e l’Europa nel suo insieme. Dal punto di vista economico, Bruxelles è un interlocutore chiave per Pechino, essendo il principale partner commerciale della Cina[81]. Inoltre, in quanto seconda potenza manifatturiera dell’UE[82], l’Italia è una destinazione interessante per gli investimenti cinesi. In particolare, l’Italia possiede un variegato tessuto industriale e un know-how tecnologico e asset strategici come tecnologie, processi produttivi e capitale umano che la maggior parte dei partner BRI della Cina non possiede.

Per questo motivo, l’approvazione della BRI da parte dell’Italia ha provocato una certa inquietudine non solo negli Stati Uniti ma anche tra i principali leader dell’Unione Europea, che hanno espresso preoccupazione per il crescente peso politico cinese in Europa e del suo uso del commercio come strumento di coercizione.

Gli Stati Uniti sono stati critici nei confronti del progetto e hanno messo in guardia Roma sui rischi legati alla Belt and Road Initiative, in particolare sugli investimenti diretti esteri[83]. I Paesi membri dell’UE temono a loro volta che la firma del MoU possa provocare disunione in un contesto già teso[84]. Inoltre, il crescente consolidamento dei finanziatori cinesi in Italia potrebbe a sua volta facilitare gli investimenti in attività strategiche nel nostro Paese, conferendo a Pechino un certo grado di influenza o addirittura un controllo su tali attività. Tuttavia, come visto precedentemente, l’Italia dispone di una disciplina normativa che mitiga in parte tali rischi.

Per la Cina, d’altro canto, il protocollo d’intesa è stato un grande colpo diplomatico. Prima di tale accordo, 22 Paesi europei avevano aderito al progetto della BRI, ma erano Paesi di piccole dimensioni. Il più grande tra loro, la Polonia, ha un’economia grande quasi un quarto di quella italiana[85]. Al contrario, l’Italia è la terza economia dell’Unione Europea.

In definitiva però, nonostante il valore politico altamente simbolico, il protocollo d’intesa firmato non ha portato finora a risultati economici significativi, né ha posto rischi strategici a breve termine per l’Italia. Casomai, ha potuto solo fornire alla cooperazione economica tra Italia e Cina una vaga direzione, lasciando poco chiara la questione dell’appartenenza alla BRI in sé e come tale cooperazione potrà essere ulteriormente attuata in futuro[86].

Gli investimenti cinesi in Italia e le implicazioni securitarie per il Sistema Paese

Dall’inizio della crisi globale nel 2008, il mondo si è reso conto di quanto la crescita mondiale dipenda dal destino dell’economia cinese. La Cina non è solo un grande esportatore di prodotti a basso prezzo, quindi un formidabile competitor industriale, ma anche un importante Paese importatore. A partire dalla crisi dell’euro, l’Italia ha guardato alla Cina come fonte di capitale per la propria economia, in un contesto di stagnazione economica con elevati livelli di debito pubblico e di disoccupazione giovanile[87].

Per anni, quindi, l’Italia ha offerto alla Cina un ambiente accogliente per i suoi investimenti. I governi italiani susseguitesi negli anni, schiacciati dal debito nazionale e da una crescita anemica, sono stati partner entusiasti per gli investitori cinesi colmi di liquidità. Pertanto, date le circostanze, le acquisizioni e gli investimenti cinesi, in particolare dal 2014, sono apparsi non solo come una “opportunità” per le merci italiane di accedere al gigantesco mercato cinese ma anche come l’unica alternativa al fallimento delle imprese. Questo è per esempio il caso del marchio di moda Krizia, acquistato dalla stilista cinese Zhu Chongyun; del produttore di motociclette Benelli, acquisito dal gruppo Qianjiang e dell’azienda di yacht di lusso Ferretti, acquisita dalla cinese Weichai[88].

Negli anni, la presenza cinese e con essa la sua influenza si è espansa in diversi settori nazionali. Nel 2014 le SOE cinesi Shanghai Electric e State Grid Corporation of China hanno acquisito rispettivamente il 40% di Ansaldo Energia e il 35% di CDP Reti, che a sua volta gestisce le partecipazioni in Snam (costruzione e gestione integrata delle infrastrutture del gas naturale), Italgas e Terna (rete di trasmissione elettrica)[89].

La People’s Bank of China ha acquistato partecipazioni di minoranza di otto grandi società italiane come: Eni, Enel, Prysmian, Fca, Telecom Italia, Generali, Mediobanca e Saipem, mentre la SOE ChemChina ha acquisito la maggioranza delle quote di Pirelli[90]. Gli interessi imprenditoriali cinesi si sono concentrati inoltre su alcuni asset più visibili al grande pubblico come le squadre di calcio Internazionale Milano e AC Milan.

L’espansionismo economico cinese ha riguardato anche il settore immobiliare italiano, mediante la costruzione di appartamenti di lusso a Milano da parte della China Construction Group nonché attraverso importanti acquisizioni come la ex zecca dello Stato a Roma e il palazzo Brogi di Milano, ex sede della borsa italiana. Inoltre, durante la fiera dell’alimentazione e della nutrizione EXPO tenutasi a Milano nel 2015, la Cina era l’unico Paese presente con tre padiglioni: uno per sé, uno per la città di Shanghai e un terzo sponsorizzato dal più grande gruppo immobiliare cinese, la Vanke[91].

Dal canto loro, le aziende italiane sembrano apprezzare il modo cinese di condurre gli affari in quanto sia la progettazione sia la produzione sono rimaste in Italia, utilizzando le risorse cinesi per sostenere lo sviluppo industriale e ottenere al contempo l’accesso al ricco mercato asiatico e, in ultima analisi, aumentando la propria competitività sul mercato globale[92]. A questo proposito, l’acquisizione da parte di Chem China nel 2015 delle quote di maggioranza della Pirelli, leader mondiale nella produzione di pneumatici, fornisce un buon esempio di sinergie industriali italo-cinesi. In cambio del know-how tecnologico sviluppato da Pirelli, l’azienda ha ottenuto l’accesso al crescente mercato cinese degli pneumatici agricoli, incrementando l’export e il giro d’affari[93].

Per quanto riguarda la diffusione territoriale, a fine 2017 risultavano presenti in Italia, attraverso almeno un’impresa partecipata, circa 300 gruppi cinesi (di cui 84 con sede a Hong Kong), concentrate perlopiù nelle regioni settentrionali. La prima regione è la Lombardia con 214 imprese, seguono Lazio con 71 imprese, Emilia Romagna con 46, Piemonte con 40 e Veneto con 36[94].

Tuttavia, si tratta di una tendenza in costante aumento, come registrato anche dal Copasir nella sua relazione annuale sulla tutela degli asset strategici nazionali nei settori bancario e assicurativo[95], da cui si evince che, a fine 2019, le imprese italiane partecipate da gruppi cinesi abbiano raggiunto un totale di 760, con un’occupazione di poco superiore a 43.700 unità e un giro d’affari di oltre 25,2 miliardi di euro. L’aumento del volume degli investimenti e della presenza cinese in Italia può essere meglio compreso se messo in prospettiva con il più ampio contesto degli investimenti cinesi in Europa, dove l’Italia si posiziona terza dietro a economie come la Germania o il Regno Unito (grafico 24).

Fonte: C:Textor, “Cumulative value of completed foreign direct investment (FDI) transactions from China in EU-27 and UK between 2000 and 2021, by country”, Statista, 2022.

I target ricercati hanno riguardato perlopiù imprese europee con consolidate e riconosciute competenze in tema di gestione, produzione e innovazione. Gli investimenti cinesi si estendono a un’ampia varietà di settori in Italia, tra cui componentistica, metallurgia, robotica, oltre al settore calzaturiero e life science. Con i suoi quasi 260 milioni di euro, l’affare con il valore economico più elevato del 2021 è stato l’acquisizione della holding italiana Camfin da parte di Niu Family. Camfin è controllata da Marco Tronchetti Provera e detiene una partecipazione del 14% in Pirelli[96]. Sempre nello stesso anno, si è poi concluso l’ingresso nella società di pagamenti digitali Satispay del colosso del tech Tencent[97], avvenuto in concomitanza con l’ingresso della statunitense Square.

Dapprima visti con favore, con il passare degli anni e in seguito al loro aumento, gli investimenti cinesi hanno generato una crescente preoccupazione sotto il profilo della sicurezza nazionale. Nel solo biennio 2020-21, la maggior parte dei casi pubblicamente noti di investimenti cinesi esaminati si è concentrata sulle infrastrutture critiche e sulle tecnologie strategiche a duplice uso (Tabella 9). La metà delle verifiche ha inoltre riguardato acquisizioni di produttori di semiconduttori, un settore in cui la Cina vuole rendersi indipendente dai fornitori stranieri.

Tabella 9. Esercizio del golden power sugli investimenti cinesi in Italia nel biennio 2020-2021
Investitore cinese Società italiana Settore Misura adottata
Syngenta Verisem Agricoltura Veto sulla vendita
Shenzhen Investment Holdings LPE Semiconduttori Veto sulla vendita
CRRC Alpi Aviation Droni militari Veto sulla vendita
Zhejiang Jingsheng Mechanical Applied Materials Semiconduttori Veto sulla vendita
Fonte: Agatha Kratz , Max Zenglein, Gregor Sebastian & Mark Witzke, “Chinese FDI in Europe 2021 update”, Merics, April 2022. (https://rhg.com/wp-content/uploads/2022/04/MERICS-Rhodium-Group-COFDI-Update-2022-2.pdf )

La natura delicata di queste transazioni evidenzia l’utilità dei meccanismi di screening per evitare il trasferimento transfrontaliero di know-how, competenze specifiche e informazioni sensibili. Tuttavia, i meccanismi di screening potrebbero non essere sempre efficaci, come nel caso Alpi, potendo anche sfuggire al controllo normativo.

La relazione del Copasir[98] sull’attività svolta, ha delineato un quadro aggiornato degli asset strategici nazionali a rischio acquisizione straniera. In particolare, il rapporto avverte: “la Cina rappresenta un avversario strategico la cui presenza viene registrata a livello nazionale nel mondo accademico e delle start-up nazionali. Si tratta di una precisa strategia di lungo periodo che ha come obiettivo mercati strategici come quello dell’innovazione tecnologica che punta a penetrare sia il tessuto imprenditoriale sia ad avvantaggiarsi degli incentivi alla cooperazione scientifica internazionale con il fine ultimo di guadagnare posizioni di grande vantaggio in un ambito così cruciale”[99].

Pertanto, la tutela degli interessi economici nazionali appare fondamentale. L’impulso del Copasir in merito a un rinnovato slancio verso uno sviluppo più proattivo dell’intelligence economica nazionale si inquadra proprio in questo contesto. Attraverso il concetto di intelligence economica, il comitato estende il perimetro della sicurezza nazionale oltre i suoi confini tradizionali, verso una comprensione che includa al suo interno anche la protezione degli interessi economici strategici. Una sicurezza che “non è più sicurezza dello Stato-apparato, ma sicurezza della Nazione, ovvero del benessere dei suoi cittadini”[100].

La presenza cinese nel Mediterraneo: il caso del porto di Trieste

Il Mar Mediterraneo è una delle più importanti arterie marittime delle rotte commerciali internazionali. Tra il 1995 e il 2018, i porti del Mediterraneo hanno registrato un aumento del 477% nella quantità di merci movimentate; in particolare, la regione mediterranea serve attualmente il 20% del trasporto marittimo globale[101] e il 27% del traffico container[102].

Data la sua posizione strategica, col passare degli anni, la Cina ha intensificato la sua presenza nella regione acquisendo, costruendo, ammodernando, ampliando e gestendo importanti porti e terminal logistici nella regione. Questi investimenti rientrano nel più ampio contesto della BRI. L’intento cinese è quello di integrare al meglio le reti ferroviarie e marittime, al fine di creare nuovi collegamenti commerciali tra la Cina e la zona eurasiatica-africana, con il potenziale di rivoluzionare le attuali rotte commerciali.

La tabella 10 mostra in modo dettagliato quanto sia alto l’interesse di Pechino per i terminal portuali europei nel Mediterraneo. La ramificazione cinese nei porti passa sia dalle sue aziende statali come: COSCO e China Merchant Port, sia da quelle non statali come: Hutchinson Port Holding, Shanghai International Port Group e la Qingdao Port International CO Ltd.

Tabella 10. Le partecipazioni cinesi nei porti del Mediterraneo
Porto Asset Acquirente Partecipazione
Pireo (Grecia) Terminal container COSCO 100%
Valencia (Spagna) Terminal container COSCO 51%
Vado Ligure (Italia) Terminal container COSCO & Qingdao Port International CO ldt 40% COSCO &

9,9% Qingdao Port International

Tanger Med (Marocco) Terminal Link China Merchant Port 49%
Marsiglia (Francia) Terminal Link China Merchant Port 49%
Marsaxlokk (Malta) Terminal Link China Merchant Port 49%
Salonicco (Grecia) Terminal Link China Merchant Port 49%
Ambarli (Turchia) Kumport COSCO 26%
Port Said (Egitto) Suez Canal Container Terminal COSCO 20%
Haifa & Ashdod (Israele) Terminal container Shanghai International Port Group & China Harbour Engineering Corporation N.A.
Barcellona (Spagna) Terminal container Hutchinson Port Holding N.A.
Cherchell & El Hamdaina (Algeria) Terminal construction China Harbour Engineering Corporation & China State Construction Engineering Corporation N.A.
Fonte: elaborazione a cura dell’autore su dati: Olaf Merk, Revue internationale et stratégique (2017), China Merchants Port Holdings e COSCO Shipping Ports

Questa tabella ci mostra solo una parte delle numerose partecipazioni cinesi in Europa[103]. Tale dinamismo è frutto di un’oculata strategia da parte di Pechino al fine di inserirsi, attraverso ingenti investimenti, nella logistica e nelle infrastrutture europee, consolidando la sua posizione come principale partner europeo e nord africano. Tuttavia, la regione del Mediterraneo è ampia e diversificata, composta da 23 Paesi che differiscono in termini di popolazione, lingue, dimensioni economiche, livello di sviluppo e status politico. Di conseguenza, la Cina non possiede una strategia comune nei confronti della regione, ma intrattiene rapporti bilaterali con ciascun Paese, soprattutto in tema di investimenti e commercio.

I due grafici di seguito indicano chiaramente l’importanza della regione per la strategia cinese. Da un lato, quasi la metà del petrolio e del gas naturale che la Cina importa continua ad essere fornita dai Paesi del Medio Oriente e, in misura minore, dal Nord Africa, nonostante la strategia di diversificazione energetica perseguita da Pechino. Questo dato ci mostra l’importanza della regione per la sicurezza energetica cinese. D’altra parte, la conquista dei mercati esteri è di vitale importanza per l’economia cinese[104]. Pertanto, gli investimenti cinesi in infrastrutture sono proporzionali all’importanza del mercato euro-mediterraneo per la Cina.

Fonte: elaborazione a cura del Progetto ChinaMed su dati UNCTAD.
Fonte: elaborazione a cura del Progetto ChinaMed su dati UNCTAD.

L’impatto di questo sviluppo sulle economie dei Paesi mediterranei e dei loro vicini regionali è notevole. La dimensione della connettività delle infrastrutture di trasporto costruite e finanziate dalla Cina è ben progredita nella regione. I porti, le tratte ferroviarie e le autostrade costruite dalle imprese cinesi hanno stabilito delle profonde radici nei Paesi interessati. Pertanto, mentre la crescente presenza cinese nei collegamenti logistici eurasiatici accresce la centralità del Mediterraneo, i Paesi coinvolti diventano sempre più ricettivi all’influenza cinese e disposti ad assecondarne gli interessi.

Ciò solleva anche nuove questioni in termini di indipendenza strategica. Alcune società cinesi hanno ora la possibilità di limitare l’accesso ad alcuni porti del Mediterraneo o potrebbero svolgere altre attività come ospitare forze navali o raccogliere informazioni. Se non vi è sufficiente attenzione, la Cina potrebbe presto prendere decisioni strategiche in Europa, in termini di flussi commerciali, attraverso rotte marittime su cui gli europei non hanno alcun controllo.

Queste preoccupazioni sono di per sé amplificate dal fatto che una grande quota di investimenti cinesi è effettuata da aziende statali, nel cui processo decisionale vengono presi in considerazione non solo gli interessi commerciali ma anche gli interessi strategici e politici di Pechino. Per prevenire le manipolazioni cinesi è necessaria una solida politica europea. Gli Stati membri dell’UE devono agire insieme, parlare con una sola voce e non lasciare che la Cina li divida.

Nella stessa Cina, si applicano condizioni rigorose agli investitori stranieri[105], che rendono impensabile per un’azienda europea acquisire in Cina un controllo equivalente a quello cinese nel porto del Pireo. Nel frattempo, indisturbata, la Cina ha potuto acquistare aziende in settori di importanza strategica come quello tecnologico, dei trasporti e dell’energia.

In merito alla questione, l’ex presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, nel 2017 lanciò un fervido appello per un maggiore controllo sugli investimenti. “Non siamo ingenui liberisti. L’Europa deve difendere i suoi interessi strategici. Se una società straniera vuole acquistare un porto europeo, una parte delle nostre infrastrutture energetiche o un’azienda di tecnologia della difesa, ciò deve avvenire solo in trasparenza, con un controllo e un dibattito. È una responsabilità politica sapere cosa succede nel nostro cortile, in modo da poter proteggere la nostra sicurezza collettiva, se necessario”[106]. Pertanto, gli strumenti di controllo sugli investimenti esteri potrebbero dare i loro frutti se attuati: la vicenda del Porto di Trieste ne è un esempio.

A marzo 2019 il Porto di Trieste è stato tra i firmatari del Memorandum of Understanding (MoU) tra l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese nell’ambito della Belt and Road Initiative[107]. L’accordo ha gettato le basi per partnership generali in diverse aree di sviluppo infrastrutturale del porto, mediante un secondo accordo firmato a Shanghai nel novembre 2019. Tuttavia, il timore che si ripetesse qualcosa di simile a quanto accaduto al porto del Pireo in Grecia era forte, portando all’espansione dell’influenza cinese nell’area.

Situati nel cuore del trafficato Mar Mediterraneo, i terminal marittimi italiani possono facilmente configurarsi come sbocchi strategici per collegare il commercio marittimo dall’Estremo Oriente attraverso il Canale di Suez con Svizzera, Austria, Germania, Slovenia e Ungheria, rendendo tutti i suoi porti una valida alternativa ai terminal del Nord Europa. Essendo i porti delle infrastrutture critiche, alle istituzioni governative non è sembrato saggio consentire a una potenza straniera sempre più ostile, che usa regolarmente le dipendenze economiche come strumento di coercizione politica, il controllo parziale o totale di qualsiasi elemento di una sua infrastruttura considerata strategica.

Sin dalla sua firma, l’accordo tra l’Autorità portuale di Trieste e CCCC ha ricevuto la forte contrarietà internazionale dell’Unione Europea e degli Stati Uniti[108]. I successivi sviluppi hanno poi posto fine al progetto pianificato. In primo luogo, nel settembre del 2019, il nuovo governo italiano è stato più propenso del precedente governo ad ascoltare le preoccupazioni europee e americane. Sia il governo sia il Copasir hanno peraltro evidenziato i rischi derivanti dalla presenza cinese nelle infrastrutture portuali, tecnologie comunicative e universitarie italiane[109].

In secondo luogo, dopo un anno, la compagnia cinese CCCC non aveva ancora presentato una bozza di proposta per il progetto, necessaria all’autorità portuale per avviare la procedura di gara pubblica. Infine, le considerazioni tecniche sopra menzionate hanno sollevato seri dubbi sulla fattibilità del progetto. Pertanto, in seguito a una rapida trattativa con la piattaforma logistica triestina PLT, la società tedesca di trasporti, HHLA, è diventata il primo azionista del terminal italiano, con una partecipazione del 50,1%[110].

Come abbiamo visto, in questa vicenda lo Stato ha potuto opporsi all’acquisizione di un’infrastruttura sensibile da parte di investitori stranieri pur non facendo ricorso ai poteri speciali. La riflessione su che cosa dovrebbe o non dovrebbe essere un asset strategico deve quindi essere seriamente considerata e, pertanto, devono essere messe in atto efficaci misure di protezione economica da parte delle autorità pubbliche per evitare dei subentri che potrebbero mettere in pericolo l’attività.

In conclusione, gli investimenti esteri comportano sempre un rischio e, innegabilmente, ci sono stati casi in cui gli investimenti cinesi hanno portato a un’eccessiva concentrazione di assetti strategici da parte della controparte cinese[111]. L’Europa non ha saputo elaborare finora una risposta strategica organica alla crescente presenza cinese nel Mediterraneo. Servirebbe una strategia ad ampio spettro che affronti sia la dimensione economico-commerciale sia quella di sicurezza: l’Italia è nella posizione ideale per farsene promotrice grazie al suo ruolo centrale, sia politico sia economico nell’area.

Il riallineamento italiano con Washington

I numerosi cambi di governo susseguitesi negli ultimi anni hanno notevolmente influito sullo sviluppo della politica estera italiana. Quando è stato firmato il protocollo d’intesa per la BRI nel 2019, l’Italia era governata da una coalizione formata dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega. Tuttavia, nel settembre 2019, il governo è stato sostituito da una nuova coalizione, formata dal M5S e dal Partito Democratico. Il premier, Giuseppe Conte, è rimasto lo stesso ma la nuova coalizione ha seguito un differente approccio in politica estera, adottando un approccio più europeista.

L’Italia ha continuato a mantenere un rapporto piuttosto positivo con la Cina, unendosi però agli altri Paesi europei in occasionali critiche a Pechino. All’inizio del 2021, l’Italia ha subito un ulteriore cambio di governo, con Mario Draghi come Presidente del Consiglio. Rispetto al governo precedente, il nuovo governo di “unità nazionale” ha strettamente allineato l’Italia con le posizioni espresse dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti nei confronti della Cina.

Tenendo presente quanto fin qui detto, appare evidente il cambiamento intercorso nella politica estera italiana. La Diciottesima legislatura, tra marzo 2018 e agosto 2021, offre pertanto un caso studio particolarmente utile nel comprendere le posizioni politiche italiane relative alla Cina. Non solo perché è quella in carica durante i negoziati del MoU, sotto il primo governo Conte (giugno 2018 – settembre 2019), ma anche perché ha assistito alle conseguenze dell’accordo, consentendo la formazione di altri due governi fondamentalmente diversi tra loro. L’analisi condotta da Giovanni Andornino[112] ha infatti svelato che oltre l’80% di tutti gli atti non legislativi contenenti posizioni rilevanti sulla Cina presentava una connotazione negativa.

Come emerso dalla ricerca, l’unico partito italiano che ha mostrato, in media, un sentimento prevalentemente positivo è stato il Movimento 5Stelle. Pertanto, l’indagine ha evidenziato una prima fase costituita da atteggiamenti relativamente più positivi, che coincide con il primo governo Conte, successivamente, durante i 17 mesi del secondo governo Conte si è notato una netta riduzione delle prese di posizione positive, fino ad arrivare all’ultima fase politica con il governo Draghi, in cui sono state generate il maggior numero di prese di posizione negative nei confronti della Cina.

Dal suo insediamento nel febbraio 2021, il governo Draghi ha segnato una svolta nella politica italiana verso un riscoperto atlantismo ed europeismo[113], tenendo una linea dura ma pragmatica nei confronti della Repubblica popolare cinese. Oggi, l’attuale governo di Giorgia Meloni sembra intenzionato a continuare sul percorso tracciato dal precedente esecutivo[114]. Sebbene persistano degli interrogativi sull’unità della coalizione di governo su diverse tematiche chiave di politica estera, che vanno dall’entità del suo sostegno all’Ucraina al suo impegno nei confronti di varie istituzioni dell’Unione europea, sulla questione Cina, invece, il nuovo governo del premier Giorgia Meloni pare unito.

La linea critica della Meloni nei confronti della Cina si riflette nella composizione del suo governo, che ha espresso timori dalla dipendenza cinese. Il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, ha criticato il governo tedesco per aver consentito alla cinese COSCO di acquistare una partecipazione nel porto di Amburgo. Urso ha sostenuto che il suo governo si adopererà per evitare la dipendenza tecnologica o in una certa misura commerciale con la Cina.

I commenti del ministro sintetizzano bene l’atteggiamento del nuovo governo italiano. Significativo anche il suo rifiuto di consegnare “l’Italia nelle mani dei cinesi”[115]. Una delle questioni più importanti infatti nei rapporti Italia-Cina riguarda appunto le acquisizioni di aziende italiane da parte della controparte cinese. In quest’ambito, l’attuale governo ha dichiarato, attraverso il ministro Urso, di voler rafforzare il meccanismo di screening sugli investimenti diretti esteri[116] in continuità con quanto fatto dai governi Conte II e Draghi.

Nonostante la popolarità di un tale approccio, sorgono tuttavia delle preoccupazioni legate alle conseguenze indesiderate che questo tipo di misure protezionistiche potrebbe avere sulle PMI italiane e sulle capacità di ricerca e sviluppo, che sono attualmente sottofinanziate. Ciò è particolarmente vero per il contesto nazionale, in cui una confluenza di venti geopolitici e macroeconomici contrari sta affossando la ripresa economica.

Tuttavia, nel corso del 2022, il clima politico tra Italia e Cina non ha inciso negativamente sul livello degli scambi commerciali. In particolare, sono stati registrati scambi per 77,8 miliardi di dollari, con un incremento del 5,4 per cento annuo, meglio di Germania (-3.1 per cento) e Francia (-4,4 per cento)[117].

Più di recente è emersa la controversa questione delle presunte “stazioni di polizia cinese” sul territorio italiano, scoppiata a seguito della pubblicazione di un rapporto redatto dall’organizzazione non governativa spagnola Safeguard Defenders che denunciava la presenza di tali stazioni in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, accusate di svolgere attività di monitoraggio e repressione di dissidenti cinesi all’estero[118]. Il rapporto ha richiamato l’attenzione sul fatto che dal maggio 2016, grazie a un accordo firmato dall’allora governo Renzi, le principali città italiane avevano visto pattugliamenti congiunti tra polizia cinese e italiana per garantire la sicurezza dei turisti dalla Repubblica popolare nel nostro Paese[119].

Secondo il rapporto, l’accordo voluto dal governo Renzi avrebbe condotto all’istituzione di stazioni segrete di polizia cinese. Si segnala, tuttavia, che i centri a cui si riferisce il rapporto sono “centri di servizi” legati a governi provinciali della RPC (Nantong, Wenzhou, Qingtian e Fuzhou) e incaricati di svolgere attività burocratiche, ma che non hanno alcuna autorità in materia di sicurezza, né hanno alcuna attinenza con gli accordi per i pattugliamenti di polizia congiunti[120]. Attualmente, tali “centri di servizi” sono oggetto d’indagine da parte delle autorità giudiziaria italiana al fine di accertare che non vi siano delle irregolarità, sebbene ad oggi non ne siano ancora state rilevate[121].

Consapevole del modo in cui l’energia, il commercio e la tecnologia possono essere usati come leva politica, il nuovo governo italiano, in linea con l’Unione Europea, sta adottando un approccio cauto nei confronti della Cina. Da un lato, la RPC ha un mercato enorme ed è anche una potenziale fonte di capitali, tuttavia, al contempo, Pechino ha dimostrato di poter utilizzare il commercio e le connessioni commerciali come leva strategica[122].

La recente controversia su Taiwan e le successive sanzioni economiche contro la Lituania forniscono una valida dimostrazione di come la Cina sia disposta a sfruttare il suo peso economico come strumento politico[123]. Sebbene sia stata in precedenza critica nei confronti di Bruxelles, il governo Meloni rimane fedele ai valori europei, esprimendo anche un forte e fermo sostegno alle relazioni transatlantiche. Questo, nel breve termine, segnala che la politica estera italiana è destinata a prendere le distanze dalla Cina e a riaffermare la propria posizione al centro dell’Europa e dell’alleanza atlantica.

Conclusioni

In questo lavoro sono stati descritti alcuni dei fatti più rilevanti collegati alla proiezione internazionale della Cina. A differenza del passato, quando abbiamo assistito all’ascesa di potenze globali che hanno imposto la propria supremazia militare prima di quella economica, l’affermazione cinese nel mondo ha avuto inizio mediante la tessitura capillare di relazioni commerciali e finanziarie bilaterali. Certamente, la Cina non rappresenta sempre un’opportunità per i Paesi occidentali, tuttavia, credo anche che per discriminarla laddove c’è rischio, si debba conoscere il Paese e, in questo senso, non la conosciamo abbastanza.

Pertanto, in un contesto mondiale profondamente interconnesso e globalizzato, comprenderne le motivazioni è un utile strumento per cogliere l’entità dell’espansionismo cinese sulla base di un approccio cooperativo e non conflittuale[124].

In quest’ottica, la disinformazione relativa all’iniziativa cinese della Belt and Road Initiative non aiuta di certo. Come analizzato brevemente, la nozione di “diplomazia della trappola del debito” vede la Cina come un creditore pericoloso e Paesi come lo Sri Lanka delle vittime ingenue. A ben vedere, però, la situazione è molto più complessa.

Come accaduto per il suo sviluppo interno, la proiezione esterna della Cina è sperimentale, attraverso un processo di apprendimento segnato da frequenti aggiustamenti. Coloro che accusano la RPC di esercitare la trappola del debito ignorano deliberatamente il fatto che molti dei prestiti cinesi avvengono sotto forma di sovvenzioni o prestiti agevolati. La narrativa occidentale ha deliberatamente eluso i vantaggi economici che il miglioramento delle infrastrutture ha creato come sviluppo economico, promozione dell’industrializzazione e posti di lavoro [125].

In questo senso, l’approccio europeo appare piuttosto limitato agli occhi dei Paesi in via di sviluppo. I motivi storici per cui questi ultimi preferiscano rivolgersi alla Cina emergono dalle dichiarazioni rilasciate dall’ex presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta negli anni?? Del Ventesimo secolo: “Non abbiamo bisogno che vengano a darci lezioni su quello che serve al nostro Paese, abbiamo bisogno di partner che ci aiutino a ottenere quello che chiediamo e la nostra partnership con la Cina (..) è una relazione tra amici che lavorano insieme per lo sviluppo del Kenya”[126].

Il bilancio che si può trarre da questo lavoro e da queste affermazioni dà luogo ad alcune considerazioni finali. Innanzitutto, bisogna tenere a mente che le varie partnership che si sono consolidate nel tempo con la potenza asiatica hanno non solo contribuito a risollevare il destino di Paesi destinati a soccombere per via del loro debito pubblico e dunque ad evitare, almeno per ora, una devastante crisi economica, ma ha anche favorito sia la creazione di un numero significativo di nuovi posti di lavoro, sia lo sviluppo di nuove infrastrutture, le quali, anche se finanziate dai cinesi, hanno permesso anche alla stessa Ue di valorizzare l’area strategica in cui è collocata[127].

Nonostante sia convinto che la risposta europea di ridurre la sua dipendenza dalla Cina, in un’ottica di diversificazione e rafforzamento della nostra sovranità nelle catene del valore strategiche[128], sia da intendersi positivamente, ritengo anche che non possiamo semplicemente pensare di poter “fare a meno” della Cina, considerando l’importanza strategica che entrambi gli attori rivestono, nonché gli ingenti investimenti fatti da ambo le parti[129].

Pertanto, in futuro, i Paesi europei dovranno valutare se e in che misura accogliere gli investimenti cinesi, ponderandone attentamente i costi e i benefici. Un’accorta valutazione delle implicazioni della strategia cinese può e deve condurre alla valorizzazione delle opportunità offerte dagli investimenti cinesi, preservando le imprese e le tecnologie critiche, essenziali per la nostra sicurezza e l’ordine pubblico.

Dal canto suo, l’Italia dovrà sviluppare una propria strategia politica sulla Cina, che si muova su due binari complementari, uno a livello nazionale e uno a livello europeo. Appare evidente, infatti, che solamente una strategia comune a livello europeo permetterà al nostro Paese di modellare le relazioni bilaterali con la Cina sulla base delle rispettive esigenze e specifici interessi nazionali. Sebbene, il posizionamento italiano all’interno delle alleanze transatlantiche non sia certamente in discussione, in futuro, l’Italia dovrà essere abile nell’evitare di trovarsi imprigionata dalla crescente competizione sino-americana[130].

A livello nazionale, l’agguerrita competizione tra Stati a cui stiamo assistendo tutt’oggi, anche all’interno dell’Unione Europea, per la conquista di nuovi mercati, maggiori risorse (soprattutto energetiche), conferma che la sicurezza dei cittadini passa attraverso la sicurezza economica del Paese, resa possibile anche grazie all’intelligence economica. Da ciò deriva la necessità per il nostro Paese di dotarsi di un sistema nazionale articolato di intelligence economica capace di coordinare, e valorizzare, la relazioni che intercorrono tra imprese e Stato con l’obiettivo di dar vita a scelte operative mirate, sulla falsariga di quanto avviene in altri contesti nazionali[131], si pensi al contesto francese.

Al contempo, sarà utile approfondire gli intelligence studies[132] che è bene diventino presto materia scolastica ed accademica[133], non per individuare improbabili sbocchi lavorativi ma per sviluppare una reale cultura di intelligence e di sicurezza, che “consideri le imprese non solo beneficiarie, ma anche raccoglitrici di informazioni da condividere per consolidare posizioni economiche”[134], accrescendo la sensazione generale di sicurezza. L’educazione è infatti il tempo del futuro: noi studiamo oggi per programmare quello che saremo domani.

L’analisi presentata ha delineato il complesso scenario della sicurezza economica italiana nell’era della competizione sino-americana. Dall’evoluzione normativa del golden power alla crescente presenza cinese nei settori strategici nazionali, emerge chiaramente come la protezione degli asset critici richieda strumenti sempre più sofisticati e coordinamento internazionale.

Il caso italiano dimostra che la sicurezza economica non può più limitarsi alla protezione ex-post delle acquisizioni straniere, ma deve svilupparsi attraverso un’intelligence economica proattiva, capace di anticipare le minacce e valorizzare le opportunità. Il riallineamento atlantico del Paese conferma l’importanza di bilanciare apertura economica e tutela della sovranità nazionale.

Per approfondire tutti gli aspetti della sicurezza economica italiana e accedere all’analisi completa delle strategie di intelligence economica, scarica il white paper La difesa dell’interesse nazionale e gli investimenti cinesi in Italia” scritto da Matteo Marras, che offre una panoramica dettagliata su strumenti, casi studio e prospettive future per la protezione degli interessi strategici nazionali.

Fonti:

[1] The World Bank, “GDP (current US$)”, 16 September 2022.

[2] Ludovico Guzzo, “Le più grandi nazioni esportatrici 2021”, Starting Finance, 12 ottobre 2021.

[3] Alessandra Gualtieri, “Le piccole e medie imprese in Italia”, Pmi.it, 12 novembre 2021.

[4] Altervista, “Prodotto interno lordo pro capite in Italia (1960-2021)”, 23 ottobre 2022.

[5] Osservatorio Economico MAECI, “Interscambio commerciale italiano con il resto del mondo”, 16 dicembre 2022.

[6] Roberta Maddalena, “L’Italia è il primo paese del lusso a livello mondiale con Prada, Moncler e Armani in testa”, Forbes, 30 novembre 2022.

[7] The European House – Ambrosetti e Fondazione Fiera Milano, “Il futuro dell’industria italiana tra resilienza, rilancio dopo la crisi sanitaria globale e competitività di lungo periodo”, 2020, pag. 6.

[8] L’ISTAT (Istituto italiano di statistica) ha rilevato che da febbraio a giugno 2020 sono stati persi -542 mila unità di lavoratori, in parte recuperata tra luglio e novembre con un bilancio complessivo di 300 mila occupati in meno rispetto a febbraio. Per un approfondimento si veda il rapporto: Istat, “Il mercato del lavoro 2020. Una lettura integrata”, 2020.

[9] Agi, “L’eccezionale caduta del Pil nel 2020 certificata dall’Istat”, 22 settembre 2021.

[10] Istat, “Conti economici nazionali – Anno 2021”, 23 settembre 2022.

[11] La Stampa, “Conti pubblici ISTAT: nel 2021 deficit/Pil al 7,2%”, 21 ottobre 2022.

[12] L’IPCA (l’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i paesi dell’Unione Europea), è un indicatore sviluppato dall’Eurostat per verificare la convergenza delle economie dei paesi membri dell’Unione Europea, ai fini dell’accesso e della permanenza nell’Unione monetaria.

[13] L’inflazione core è un particolare tipo di inflazione che viene calcolata senza tenere conto dei beni soggetti a forte volatilità: dalla misura dell’aumento medio dei prezzi sono esclusi infatti i generi alimentari, alcool, tabacco e i costi dell’energia.

[14] Istat, “Italy’s economic outlook – Years 2022-2023”, 7 June 2022.

[15] Il Foglio, “L’insostenibile prezzo di energia e materie prime per le imprese”, 17 gennaio 2022.

[16] Valentina Conte, “Bollette, nei primi tre mesi aumenti annui del 131% della luce e del 95% del gas”, La Repubblica, 14 febbraio 2022.

[17] La Repubblica “Da dove viene la nostra energia”, 14 marzo 2022.

[18] Marco dell’Aguzzo, “Caro energia, ecco quanto l’Italia e l’Europa stanno spendendo di più”, Start Magazine, 25 agosto 2022.

[19] Ministero delle Imprese e del Made in Italy, “Decreto aiuti, le misure per le imprese”, 3 maggio 2022.

[20] Francesco Ursino, “Caro bollette: 21 miliardi di aiuti nella legge di bilancio 2023 del governo Meloni”, Luce-gas.it, 23 novembre 2022.

[21] Alessandra Caparello, “La Bce alza i tassi di 50 punti base. Ulteriori rialzi nel 2023”, Wall Street Italia, 15 dicembre 2022.

[22] Gianni Trovati, “Stretta sui tassi e deficit costano 84 miliardi in tre anni”, Il Sole 24 Ore, 4 gennaio 2023.

[23] Moody’s, “Moody’s change the outlook on Italy to negative; affirms Baa3 ratings”, 5 August 2022.

[24] Borsa italiana, “Valore Spread Italia BTP-BUND 10 anni”, 24 febbraio 2023.

[25] Centro Studi Confindustria “Economia italiana ancora resiliente a incertezza e shock?”, autunno 2022, pp. 106.

[26] Aspen Institute Italia, “Le imprese nella ripresa economica: punti di forza e debolezze”, 19 maggio 2021.

[27] Il nome ha origine in Gran Bretagna ed indica la conservazione, da parte dello Stato, di una partecipazione azionaria mediante l’utilizzo di poteri speciali.

[28] Grazia D’Alpa, “La golden share e i golden powers nel diritto europeo”, Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, 1 dicembre 2017. https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2017/12/golden-share-e-golden-powers-DAlpa.pdf

[29] Per un approfondimento si rimanda alla causa C-326/07, “Inadempimento di uno Stato — Artt. 43 CE e 56 CE — Statuti di imprese privatizzate — Criteri di esercizio di taluni poteri speciali detenuti dallo Stato”, sentenza della Corte (Terza Sessione) del 26 marzo 2009.

[30] Decreto-Legge convertito con modificazioni dalla legge del 11 maggio 2012, n. 56 (in G.U. 14/05/2012, n. 111).

[31] Art 1 e 2 Decreto-Legge del 15 marzo 2012, n.21.

[32] Per un approfondimento si vedano i regolamenti: DPR n.35 del 19 febbraio 2014 recante l’introduzione del “Regolamento per l’individuazione delle procedure per l’attivazione dei poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, a norma dell’art 1, comma 8, del decreto legge 15 marzo 2012 n.21; il DPR n.85 del 25 marzo 2014 recante l’introduzione del “Regolamento per l’individuazione degli attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni a norma dell’art 2, comma 1, del decreto legge 15 marzo 2012 n.21; il DPR n.86 del 25 marzo 2014 recante l’introduzione del “Regolamento per l’individuazione delle procedure per l’attivazione dei poteri speciali nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni a norma dell’art 2, comma 9, del decreto legge 15 marzo 2012 n.21; il DPCM n.108 del 6 giugno 2014 recante l’introduzione del “Regolamento per l’individuazione delle attività di rilevanza strategica per il sistema difesa e sicurezza nazionale, a norma dell’art 1, comma 1, del decreto legge 15 marzo 2012 n.21, convertito, con modificazioni, dalla legge n.56 dell’11 maggio 2012; il DPCM del 6 agosto 2014 che ha introdotto “l’individuazione delle modalità organizzative e procedimentali per lo svolgimento delle attività propedeutiche all’esercizio dei poteri speciali”; il DPCM n.179 del 18 dicembre 2020 recante il “Regolamento per l’individuazione dei beni e dei rapporti di interesse nazionale nei settori di cui all’art 4, paragrafo 1, del regolamento UE 2019/452 del 19 marzo 2019 del Parlamento europeo e del Consiglio, a norma dell’art 2 comma 1-ter del decreto legge 15 marzo 2012 n.21, convertito, con modificazioni, dalla legge n.56 dell’11 maggio 2012.

[33] Decreto-Legge convertito con modificazioni dalla Legge del 4 dicembre 2017, n.172 (in G.U. 05/12/2017, n. 284).

[34] Decreto-Legge convertito con modificazioni dalla Legge del 18 novembre 2019, n.133 (in G.U. 20/11/2019, n. 272).

[35] Alessandro Gili, “5G e infrastrutture strategiche in Italia: ecco a cosa serve il golden power”, ISPI, 25 ottobre 2019.

[36] Decreto-Legge convertito con modificazioni dalla Legge del 5 giugno 2020, n.40 (in G.U. 06/06/2020, n.143).

[37] Il Decreto-Legge n.23 dell’8 aprile 2020 ha esteso l’operatività del Golden Power ai settori: agroalimentare, sanitario, farmaceutico e creditizio nonché alle piccole e medie imprese.

[38] Legge n.176 del 18 dicembre 2020, Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 ottobre 2020, n.137, recante ulteriori misure urgenti in materia di tutela della salute, sostegno ai lavoratori e alle imprese, giustizia e sicurezza, connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19 (in G.U. 24/12/2020 n.319).

[39] Regolamento per l’individuazione dei beni e dei rapporti di interesse nazionale nei settori di cui all’articolo 4, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2019/452 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 marzo 2019, a norma dell’articolo 2, comma 1-ter, del decreto-legge 15 marzo 2012, n.21, convertito, con modificazioni, dalla legge dell’11 maggio 2012, n.56 (in G.U. 30/12/2020 n.322). In particolare si segnalano: Art 14 comma 2 e comma 3.

[40] Regolamento per l’individuazione degli attivi di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni, a norma dell’articolo 2, comma 1, del decreto-legge 15 marzo 2012, n.21, convertito, con modificazioni, dalla legge dell’11 maggio 2012, n.56 (in G.U. 30/12/2020 n.322). In particolare, questo nuovo decreto attuativo sostituisce il precedente D.P.R. n.85 del 25 marzo 2014.

[41] Eur-lex, “Regolamento (UE) 2021/821 che istituisce un regime dell’Unione europea di controllo delle esportazioni, dell’intermediazione, dell’assistenza tecnica, del transito e del trasferimento di prodotti a duplice uso”, 13 maggio 2022.

[42] Decreto-Legge convertito con modificazioni dalla legge del 20 maggio 2022, n.51 (in G.U. 20/05/2022, n.117).

[43] Gabriella Quatraro, “Il golden power, evoluzione normativa”, Feder notizie, 5 ottobre 2022.

[44] Adolfo Urso, “Relazione sull’attività svolta dal 1 gennaio 2021 al 9 febbraio 2022”, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, 10 febbraio 2022, pag 30.

[45] Gabriele Carrer, “Allarme Cina. I numeri della relazione 2021 sul golden power”, Formiche.net, 12 luglio 2022.

[46] La due diligence aziendale consiste in un’indagine conoscitiva attraverso la quale sono raccolte informazioni su un’impresa, nell’ottica di accertarne lo stato di salute e per valutarne in modo più consapevole le opportunità e le criticità in relazione a differenti ambiti e possibili operazioni.

[47] Adolfo Urso, “Relazione sull’attività svolta dal 1 gennaio 2021 al 9 febbraio 2022”, op. cit. pag. 34.

[48] Definizione data da Alain Juillet, alto funzionario dell’intelligence economica francese ed ex direttore della Direction generale de la securite exterieure (DGSE), in occasione di una conferenza presso il Centre de Perfectionnement aux Affairs del maggio 2004.

[49] Istituto Italiano di Studi Strategici “Nicolò Macchiavelli”, “Intelligence economica e decisione politica”, 2012, pag. 5.

[50] Legge n.124 del 3 agosto 2007, Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto (in G.U. 13/08/2007 n.187).

[51] Alessandro Pansa, “Il sistema di informazione per la tutela degli interessi economici nazionali”, Dipartimento Informazioni per la Sicurezza, 2017, pp. 21.

[52] Ivi, pag. 10.

[53] Ivi, pag. 12.

[54] Adriano Soi, “I servizi di informazione e la tutela degli interessi economici nazionali. Il caso italiano alla luce dei più recenti documenti governativi e parlamentari”, in Intelligence e Interesse nazionale, a cura di Umberto Gori & Luigi Martino, (Ariccia: Aracne editrice, 2015), pag 387.

[55] Alessandro Pansa, “Il sistema di informazione per la tutela degli interessi economici nazionali”, op. cit. pag. 13-14.

[56] Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica, “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza”, 2012, pag 20.

[57] Luca Livadiotti, “Intelligence economica e nuovo Golden Power: il caso Molmed”, Analytica, Torino, dicembre 2020, pp. 17. https://www.analyticaintelligenceandsecurity.it/wp-content/uploads/Livadiotti-Caso-MolMed.pdf

[58] Alessandro Pansa, “Sintesi intervento del 20 novembre 2018 in materia di poteri speciali in Golden Powers”, GNOSIS, Sistema di informazione per la sicurezza della repubblica, 2019, pag 103. https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2020/01/GNOSIS-golden-power-intelligence.pdf.

[59] Ibidem.

[60] Luca Livadiotti, “Intelligence economica e nuovo Golden Power: il caso Molmed”, op. cit. pag. 12.

[61] Giuliano Foschini, “Il caso dei droni italiani comprati sotto copertura, Cina a rischio sanzioni”, La Repubblica, 6 settembre 2021.

[62] Giuseppe Fonte, Angelo Amante & Gavin Jones, “Italy annuls sale of military drones firm to Chinese investors, sources say”, Reuters, 10 March 2022.

[63] Gabriele Carrer, “La Cina fa shopping nella difesa italiana. Il caso Alpi aviation”, Formiche.net, 15 marzo 2021.

[64] Gabriele Carrer, “Droni italiani in mani cinesi? Dopo le indagini della finanza, golden power a palazzo Chigi”, Formiche.net, 2 settembre 2021.

[65] Ibidem.

[66] Atto n.1116 XVIII Legislatura, “Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 10 marzo 2022, recante l’esercizio dei poteri speciali, mediante l’esercizio del potere di veto, in relazione alla notifica della società Alpi Aviation S.r.l., avente ad oggetto l’acquisizione da parte della società cinese Mars (HK) Information Technology Co. Limited del 75% del capitale sociale di Alpi Aviation S.r.l.”, 11 marzo 2022.

[67] Simone Dossi, “Italy-China relations and Belt and Road Initiative. The need for a long term vision”, in Italian Political Sciences, vol. 15, no. 1, 2020, pag. 8.

[68] Mario Filippo Pini, Italia e Cina: 60 anni tra passato e futuro, (Roma: L’Asino d’oro edizioni, 2011), pag. 82.

[69] Giovanni Andornino, “Strategic ambition in times of transition: key patterns in contemporary Italy-China relations”, in Italy’s Encounters with Modern China, Imperial Dreams, Strategic Ambitions, a cura di Maurizio Marinelli e Giovanni Andornino, New York, Palgrave Macmillan, 2014, pag. 150.

[70] Quan Li & Min Ye, “China’s emerging partnership network: what, who, where, when and why”, in International Trade, Politics and Development, vol.3, no.2, 2019, pag. 66-81.

[71] Li Xiao, “Full Text of Xi’s remarks at 26th APEC Economic Leaders Meeting”, Xinhua News, 18 November 2018.

[72] Sofia Bernardi, “Italia e Cina: 50 anni di relazioni bilaterali diplomatiche”, Bridging China Group, 20 marzo 2020.

[73] Giovanni Andornino, “Le relazioni Italia-Cina: verso il rilancio del partenariato”, Orizzonte Cina, 2015, vol.6, no.1, pag. 6-10.

[74] Ansa, “Renzi, bene la Nuova Via della Seta, ma penso anche ai porti italiani”, 6 settembre 2016.

[75] Giuseppe Gabusi, “La Nuova via della seta porta anche in Italia”, Internazionale, 19 marzo 2019.

[76] Joseph Percy, “Chinese FDI in the Eu’s Top 4 economies”, China Briefing, 8 May 2019.

[77] Giampiero di Santo, “Grillo attacca Usa, Nato e Ue e difende Russia e Cina”, ItaliaOggi, 15 giugno 2021.

[78] Ilario Lombardo, “Patto con Mosca e addio Nato, ecco la politica estera dei grillini”, La Stampa, 6 aprile 2017.

[79] Patrizia Licata, “La Via della Seta cinese favorirà Germania e Grecia. Report di Prodi-Fardella”, Formiche.net, 04 novembre 2017.

[80] Simone Dossi, “Italy-China relations and Belt and Road Initiative. The need for a long term vision”, op. cit. pag 7.

[81] ISPI, “Ue: primo partner commerciale della Cina”, 20 marzo 2022.

[82] Alto Adige Innovazione, “Il manifatturiero traina l’economia italiana: in regione il settore vale il 20% del pil”, 23 agosto 2021.

[83] Ansa, “US warns Italy on China, Russia”, 3 April 2019.

[84] Femke Van Der Eijk & Angela Gunavardana, “The Road that divided the Eu: Italy joins China’s Belt and Road Initiative”, European Law Blog, 25 June 2019.

[85] Ragioneria Generale dello Stato “Economia e Finanza. Il prodotto interno lordo (PIL) dell’Unione Europea”.

[86] Nicola Bilotta, “China’s Belt and Road Initiative in Italy: An Analysis of Financial Cooperation”, Istituto Affari Internazionali, IAI Papers 21, 2021, pag.17-18.

[87] Giovanna de Maio, “Playing with fire: Italy, China and Europe”, Foreign Policy at Brookings Institute, May 2020, pag 4.

[88] Presadiretta “La Cina dentro”, 7 febbraio 2016.

[89] Nicola Casarini, “Chinese Investments in Italy: Changing the Game?”, in Chinese Investment in Europe: A Country-level Approach. A Report by the European Think-tank Network on China (ETNC), a cura di John Seaman, Mikko Huotari & Miguel Otero-Iglesias, Institute of International Relations, December 2017, pag. 81-86.

[90] Simone Dossi, “Italy-China relations and Belt and Road Initiative. The need for a long term vision”, op. cit. pag 8-9.

[91] Presadiretta, “La Cina dentro”.

[92] Giovanna de Maio, “Playing with fire: Italy, China and Europe” op. cit. pag. 4-5.

[93] Filippo Santelli, “Pirelli-ChemChina, dall’autunno riparte l’integrazione nel settore industriale”, La Repubblica, 8 maggio 2018.

[94] Fondazione Italia Cina, “IX rapporto annuale, Cina. Scenari e prospettive per le imprese”, Edizione 2018, pag 3.

[95] Enrico Borghi & Francesco Castiello, “Relazione annuale sulla tutela degli asset strategici nazionali nei settori bancario e assicurativo”, Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, Appendum 1: “La penetrazione dei capitali cinesi nel tessuto economico italiano”, 2019, pag. 37.

[96] Marigia Mangano, “Camfin, Niu entra a fianco di Tronchetti e porta la holding al 14,1% di Pirelli”, Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2021.

[97] Federica De Vincentis, “Satispay, il governo dice sì alla cinese Tencent. Draghi e le sfide fintech”, Formiche.net, 23 febbraio 2021.

[98] Adolfo Urso, “Relazione sull’attività svolta dal 1° gennaio 2021 al 9 febbraio 2022”, Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, 10 febbraio 2022.

[99] Ivi, pag. 50-51.

[100] Ivi, pag. 17.

[101] Laura Basagni, “The Mediterranean Sea and its port system: risk and opportunities in a globally connected World”, in Infrastructures and Power in the Middle East and North Africa a cura di Silvia Colombo & Eduard Soler Lecha, EuroMesco, 2020, pag 13.

[102] Alessandro Gili, “Mediterraneo di nuovo al centro”, ISPI, 11 novembre 2022. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/mediterraneo-di-nuovo-al-centro-36669

[103] Per un approfondimento si veda il Clingendael Report. Frans-Paul van der Putten, “European seaports and Chinese strategic influence”, Clingendael, Nerthelands Institute of International Relations, December 2019.

[104] Andrea Ghiselli & Maria Grazia Giuffrida, “Il Mediterraneo allargato e la Cina come “offshore balancer””, in TWAI, 6 novembre 2020.

[105] Studio Chiomenti, “Guida agli investimenti stranieri in Cina”, agosto 2021, pp. 105.

[106] European Commission, “State of the Union 2017 – Trade Package: European Commission proposes framework for screening of foreign direct investments”, 14 September 2017.

[107] Francesca Ghiretti, “L’iniziativa Belt and Road in Italia: i porti di Genova e Trieste”, Istituto Affari Internazionali, 3 maggio 2021.

[108] Giacomi Vincenti, “The port of Trieste into the Belt and Road: results of an international debate”, European Guanxi, 23 February 2022.

[109] Di Francesco Bechis, “Mire cinesi su porti, 5G e università. Allarme del Copasir”, Formiche.net, 10 febbraio 2022.

[110] Corriere Marittimo “Piattaforma logistica Trieste, l’adsp rilascia la concessione a HHLA Plt Italy per 31 anni”, 23 aprile 2021.

[111] Si veda il caso legato all’acquisto dell’azienda tedesca Kuka, leader nella robotica da remoto, da parte della società cinese Midea per 5 miliardi di euro. A seguito dell’acquisto, il governo tedesco ha approvato una nuova norma che autorizza lo Stato a bloccare l’acquisizione di aziende tedesche con un impatto infrastrutturale critico da parte di aziende non europee. Paola Jadeluca, “Il “nein” tedesco alle acquisizioni cinesi apre il fronte europeo dell’high tech, La Repubblica, 31 ottobre 2016.

[112] Giovanni Andornino, “China’s pursuit of international status through negotiated deference: An empirical analysis of Italy’s parliamentary attitude”, in Rivista Italiana Di Scienza Politica, vol. 52, issue 1, 2022, pag 1-19.

[113] Governo Italiano-Presidenza del Consiglio dei Ministri “Le dichiarazioni programmatiche del Presidente Draghi”, 17 febbraio 2021.

[114] Silvia Bosco, “Se l’Ucraina cade, vincono Putin e Xi. Meloni atlantista a Cernobbio”, Formiche.net, 4 settembre 2022.

[115] Ansa, “Urso, non ci consegneremo ai cinesi, a partire dal Porto di Trieste”, 27 ottobre 2022.

[116] Francesca Ghiretti, “Come il governo italiano potrebbe influenzare l’approccio europeo alla Cina”, European Council on Foreign Relations, 20 gennaio 2023.

[117] Lorenzo Riccardi, “Commercio Italia-Cina +5,4% nel 2022”, ChinaFiles, 16 gennaio 2023.

[118] Safeguard Defenders, “Patrol and persuade. A follow-up investigation to 110 overseas”, 2022.

[119] Ministero dell’Interno, “Poliziotti cinesi insieme a Polizia di Stato e Carabinieri per assistere i turisti”, 2 maggio 2016.

[120] Manuela D’Alessandro, “Ecco perché le stazioni di polizia cinesi sono una bufala”, Agi, 9 dicembre 2022.

[121] Giuliano Foschini, “Le stazioni di polizia cinesi in Italia sono fuori legge, Piantedosi: ‘Pronto a sanzionarli’”, La Repubblica, 7 dicembre 2022.

[122] Commissione Europea, “Comunicazione congiunta al Parlamento Europeo, al Consiglio Europeo e al Consiglio. Ue-Cina – Una prospettiva strategica”, Strasburgo, 12 marzo 2019.

[123] Asia news, “Scontro su Taiwan: Pechino quasi azzera export di Vilnius”, 21 gennaio 2022.

[124] Shaun Breslin, “Chinese economic statecraft. An illiberal actor in a (more) liberal global economy: who is changing who?”, op. cit. pag.8-9.

[125] Huang Meibo & Niu Dongfang, “How China lends: truth and reality”, Global Times, 25 July 2021.

[126] Presadiretta, “La Cina come via della pace?”, marzo 2022.

[127] Si pensi ad esempio al fatto che la maggioranza dei porti europei è a partecipazione cinese con il conseguente incremento dei flussi commerciali bilaterali.

[128] Andrew Small, “The meaning of systemic rivalry: Europe and China beyond the pandemic”, European Council of Foreign Relations, May 2020, pag. 10.

[129] L’UE è la prima destinazione delle esportazioni cinesi. La Cina è il terzo partner commerciale dell’UE e la terza destinazione delle esportazioni dell’UE (dopo Stati Uniti e Regno Unito). Tra il 2000 e il 2020, le aziende dell’UE hanno investito circa 148 miliardi di euro in Cina e le società cinesi circa 117 miliardi di euro nell’UE. Per un approfondimento si veda: Trade.ec, “Eu-China Comprehensive Agreement on Investment”.

[130] Giuseppe Gabusi & Giorgio Prodi, “Presa nel mezzo? Italia e Cina dopo il COVID-19”, in L’economia italiana dopo il covid-19. Come ricominciare a crescere, a cura di Giorgio Bellettini e Andrea Goldstein, Bonomia University Press, 2020, pag. 306.

[131] Laris Gaiser, “Intelligence economica: una proposta per l’Italia”, in Sicurezza, Terrorismo e Società, Milano, issue 1 – 2/2015, pag 70. https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2016/03/Gaiser_SicTerSoc_book-4.pdf

[132] Maria Luisa Maniscalco, “Gli Intelligence Studies in Italia. A proposito del volume Intelligence e scienze umane. Una disciplina accademica per il XXI secolo”, in Democrazia e Sicurezza – Democracy & Security Review a cura di Mario Caligiuri, (Soveria Mannelli: Rubbettino, 2016), pag. 164.

[133] Mario Caligiuri, Intelligence e scienze umane. Una disciplina accademica per il XXI secolo, (Soveria Mannelli: Rubbettino, 2016).

[134] Michele Lo Re, “The Economic Intelligence and the security culture”, GNOSIS, aprile 2011.

Profilo Autore

Ho iniziato il mio percorso accademico conseguendo una laurea triennale in Amministrazione e Organizzazione presso l’Università di Cagliari, periodo durante il quale ho sviluppato un particolare interesse per le dinamiche internazionali attraverso la redazione di una tesi incentrata sull’immigrazione irregolare via mare. Successivamente, ho proseguito gli studi con una laurea magistrale in Scienze Internazionali, curriculum China and Global Studies, presso l’Università di Torino con una votazione finale di 105 su 110. La mia passione per gli studi sulla sicurezza e per le relazioni internazionali rappresenta una delle principali motivazioni per cui ho intrapreso questo progetto di tesi intitolato: La difesa dell’interesse nazionale e gli investimenti cinesi in Italia. Il lavoro è risultato essere tra i vincitori della sesta edizione del premio “Una tesi per la sicurezza nazionale” indetto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Il percorso accademico si è sviluppato in un contesto multidisciplinare che ha integrato le relazioni internazionali, l’economia politica, la sicurezza e l’analisi dei rischi con una particolare attenzione ai rapporti tra Italia e Cina e alle nuove sfide inerenti alla sicurezza economica. Negli anni ho maturato competenze nel monitoraggio e nella valutazione delle dinamiche politico-economiche nazionali e internazionali, nella redazione di report e approfondimenti. Ho partecipato a tavoli di lavoro e progetti formativi che hanno rafforzato la mia attitudine al lavoro di squadra, all’organizzazione e nell’analisi geopolitica. In futuro ambisco a contribuire allo sviluppo di analisi, strategie e progetti che operino in contesti pubblici o privati, supportando le organizzazioni nella valutazione delle dinamiche globali e nella mitigazione dei rischi legati agli scenari geopolitici ed economici.

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Paradosso Tlc in Europa, sono strategiche ma investimenti in calo del 2% anche nel 2025

Paradosso Tlc in Europa. L’ecosistema delle comunicazioni digitali rappresenta circa il 5% del PIL nella Ue, a sostegno della competitività, della sicurezza e della sovranità tecnologica. Eppure gli investimenti totali nelle telecomunicazioni, pur rimanendo elevati a 64,6 miliardi di euro nel 2024, sono diminuiti del 2% nel 2025, per il secondo anno consecutivo, e i ricavi per utente della telefonia mobile sono inferiori rispetto a dieci anni fa. Lo scrive Connect Europe, l’associazione Ue che raccoglie i principali operatori, citando il nuovo report realizzato da Analysys Mason State of Digital Communications report.

Frammentazione e debolezze strutturali delle Tlc

Non si tratta di un rallentamento ciclico, sottolinea Connect Europe in una nota, ma del risultato di debolezze strutturali, con elevati livelli di regolamentazione e una persistente frammentazione del mercato che continuano a minare la capacità di investimento. Ciò avviene in un momento politico decisivo. Con i negoziati sul Digital Networks Act (DNA) attualmente in corso e la revisione degli orientamenti UE sulle concentrazioni in fase di completamento, i dati inviano un messaggio chiaro: il cambiamento delle politiche non può più essere rinviato.

Un ecosistema Tlc da 1,09 trilioni di euro

L’ecosistema delle comunicazioni digitali europee – che comprende servizi di telecomunicazioni, apparecchiature di rete, contenuti e applicazioni – ha raggiunto un valore di mercato totale di 1,09 trilioni di euro nel 2024, pari al 5% del PIL europeo. Ciò colloca saldamente le comunicazioni digitali tra le industrie più strategiche d’Europa, sostenendo la competitività, la sicurezza e la sovranità tecnologica. Gli operatori di telecomunicazioni continuano a investire in FTTH, reti Gigabit, implementazione del 5G, cavi satellitari e sottomarini internazionali, espandendosi progressivamente in nuove aree. Alla fine del 2025, gli operatori rappresentavano circa il 19% dei data center europei e circa 750 nodi edge di proprietà, rafforzando la resilienza digitale dell’Europa e la sua capacità di elaborare i dati più vicino agli utenti.

Innovazione Tlc

Allo stesso tempo, l’innovazione sta risalendo la catena del valore. Gli operatori europei rimangono leader in aree chiave, rappresentando 57 sperimentazioni e implementazioni di Open RAN nel 2025 e quasi il 40% degli annunci di API di rete globali, implementando al contempo soluzioni aziendali abilitate dall’intelligenza artificiale, offerte di cloud sovrano e preparando il terreno per la connettività satellitare diretta al dispositivo. La sicurezza informatica continua a essere un pilastro crescente di questo impegno, con ricavi che hanno raggiunto i 5,3 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 3,2 miliardi di euro del 2020.

Progressi nel 5G e nell’FTTH, ma la Ue resta in ritardo su 5G standalone

Progressi su 5G e FTTH, ma l’Europa è ancora indietro rispetto ai principali competitor globali in termini di parametri chiave.

La copertura di rete continua ad espandersi in tutta Europa, ma permangono divari di competitività. Entro la fine del 2025, la copertura 5G della popolazione ha raggiunto il 94,9%, in aumento rispetto all’87% del 2024. Nonostante questi progressi, l’Europa è ancora indietro rispetto a Corea del Sud (99,9%), Stati Uniti (98,4%), Giappone (97%) e Cina (96%). Il divario è ancora più pronunciato se si considerano l’adozione e le capacità avanzate. Nel 2025, il 5G rappresentava solo il 43% delle connessioni mobili in Europa, rispetto a oltre il 70% negli Stati Uniti e in Cina. Per quanto riguarda il 5G standalone, l’Europa rimane indietro rispetto alla maggior parte dei principali competitor, con una copertura della popolazione del 63%, contro il 93% della Cina e l’81% degli Stati Uniti.

FTTH ha raggiunto il 77% delle famiglie Ue nel 2025

Sulle reti fisse, la copertura FTTH ha raggiunto il 77,2% delle famiglie europee nel 2025, in aumento rispetto al 70,9% del 2024, mentre le reti Gigabit hanno coperto l’86,6%. L’Europa registra buone prestazioni in termini di FTTH rispetto agli Stati Uniti, ma è ancora indietro rispetto a Cina e Giappone. In termini di disponibilità complessiva di Gigabit e prestazioni di rete, l’Europa rimane indietro rispetto a tutti i concorrenti, con una velocità media di download fissa di 171 Mbps, rispetto ai 289 Mbps degli Stati Uniti.

Gli obiettivi del Decennio Digitale sono a rischio a causa del calo degli investimenti e del fatturato per utente invariato rispetto a dieci anni fa.

Obiettivi del Digital Compass, Tlc a rischio

Nonostante la continua implementazione, gli obiettivi del Decennio Digitale dell’Europa sono sempre più a rischio. Gli investimenti totali nel settore delle telecomunicazioni sono diminuiti del 2% nel 2024, scendendo a 64,6 miliardi di euro, principalmente a causa del rallentamento degli investimenti in FTTH. Al ritmo attuale, 41,8 milioni di europei saranno ancora senza accesso FTTH entro il 2030, ben al di sotto degli obiettivi dell’UE. Questo rallentamento si verifica in un contesto di ricavi strutturalmente deboli.

ARPU mobile Tlc in calo nel 2024

Nel 2024, l’ARPU mobile corretto per il PIL si è attestato a 14,9 euro in Europa, in calo del 2,4% su base annua in termini reali e inferiore a quello di dieci anni fa (era 15,3 euro nel 2015). Al contrario, l’ARPU ha raggiunto 26,1 euro negli Stati Uniti, 21,7 euro in Corea del Sud e 21,3 euro in Giappone. Anche quest’anno, l’investimento complessivo pro capite nelle telecomunicazioni in Europa è inferiore a quello dei concorrenti globali, con 118 euro a persona in Europa, 217 euro negli Stati Uniti, 173 euro in Giappone e 151 euro in Corea del Sud. I membri di Connect Europe continuano a svolgere un ruolo stabilizzante, rappresentando il 54% di tutti gli investimenti FTTH nel 2024 (17,2 miliardi di euro). Tuttavia, il persistente sottoinvestimento a livello di settore riflette una tendenza più ampia.

Frammentazione e scala: la sfida europea irrisolta

I mercati della connettività in Europa rimangono particolarmente frammentati. Nel 2025, l’Europa contava 44 operatori di rete mobile con oltre 500mila abbonati, rispetto agli 8 negli Stati Uniti, ai 4 in Cina e Giappone e ai 3 in Corea del Sud. La frammentazione è pronunciata anche nelle reti fisse, con oltre 70 grandi operatori di rete fissa in tutta Europa, contro i 28 negli Stati Uniti, i 6 in Giappone e i 5 in Corea del Sud. Questa mancanza di scala continua a pesare pesantemente sulla capacità di investimento, sull’innovazione e sulla competitività, una realtà sempre più riconosciuta nel più ampio dibattito industriale e sulla competitività in Europa.

Alessandro Gropelli, Direttore Generale di Connect Europe, ha detto: “Le aziende di telecomunicazioni si stanno impegnando a fondo per espandere lo stack tecnologico europeo e costruire solide reti digitali, ma siamo un settore regolamentato e non saremo in grado di raggiungere i nostri obiettivi senza una riforma radicale e un nuovo approccio alla politica in materia di concentrazioni”.

Rupert Wood, direttore della ricerca presso Analysys Mason, ha detto: “La spesa degli utenti finali e gli investimenti pro capite rimangono sostanzialmente inferiori rispetto a Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. I prezzi bassi possono essere percepiti come positivi per consumatori e aziende nel breve termine, ma non sono adatti a incoraggiare investimenti a lungo termine in servizi nuovi e innovativi, nell’evoluzione della rete o nella copertura di rete”.

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TLC, Consiglio Ue apre a meno lacci per le fusioni. Ma la strada è in salita

L’iniziativa politica dei 27 dovrà ora vincere la resistenza della Commissione, che si è mostrata restia ad un aggiornamento regolatorio pro-competitivo per una nuova ondata di consolidamento paneuropeo.

Ma ieri i leader dei 27 stati Ue hanno concordato per dare una scossa e sollecitare la Commissione verso una riforma delle regole sulle concentrazioni.

C’è l’accordo politico del Consiglio Ue per semplificare i merger delle telco

Un accordo siglato ieri ad Alden Biesen per facilitare i merger in determinati settori, fra cui le telecomunicazioni, per facilitare gli investimenti e lo sviluppo dell’innovazione, ha detto il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa.

E’ questo il frutto del summit dei leader europei che si è tenuto ieri, sul tavolo la necessità di spingere la competitività del Vecchio Continente, con la necessità di dare più peso alle nostre imprese per poter competere a livello globale nel nuovo contesto geopolitico.

Ma il Consiglio Ue non ha potere legislativo

Si ricorda che il Consiglio Ue non ha alcun potere legislativo, ma i suoi mandati politici sono sempre seguiti dalla Commissione Ue, che si incarica di dare sostanza alle proposte normative.

C’è da dire che in questo caso la Commissione Ue è già impegnata in un processo di modifica e riforma delle norme in materia di concentrazioni, anche se non era ancora ben chiaro che il processo riguardasse in particolare il settore Tlc, che da tempo lamenta l’eccesso di paletti e lacci normativi sul fronte della concorrenza.

Mercato europeo Tlc frammentato

Il mercato europeo delle Tlc è estremamente frammentato, il che ha portato inoltre a fenomeni estremi di guerra dei prezzi che hanno contribuito a minare la capacità di investire degli operatori.

Un fenomeno di iper competizione, a vantaggio immediato dei consumatori, che ha penalizzato però la capacità di spesa e quindi di rinnovamento e di qualità delle reti delle telco.

Un trend che ha frenato gli investimenti in nuove reti 5G e in fibra, con l’Europa che oggi paga lo scotto di un ritardo di diffusione di reti ultrabroadband fisse e mobili rispetto a Usa e Cina.

In Europa ci sono almeno una quarantina di grossi operatori, a fronte di tre grandi player che ci sono in Usa e Cina.

Cosa deciderà Teresa Ribera?

L’accordo politico raggiunto ieri dal Consiglio ue è soltanto il primo passo. Sono molte le resistenze che vanno superate per raggiungere un risultato concreto in termini normativi.

 La Commissaria alla Concorrenza Teresa Ribera non ha dato segnali particolarmente favorevoli in direzione di un allentamento delle norme sulle concentrazioni negli ultimi mesi.

Tanto più che in molti casi gli operatori sono partecipati in qualche misura dallo Stato, il che non aiuta operazioni di concentrazione soprattutto transfrontaliera. Presenza dello Stato, con potere di veto, si riscontrano negli ex incumbent in Spagna, Francia, Italia, Germania, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia. Difficile immaginare che questi operatori possano finire in mani straniere.

D’altro canto, i leader dei 27 stati Ue vogliono spingere perché nascano dei veri campioni europei in settori strategici, comprese le telecomunicazioni.   

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Nokia ed Ericsson, la loro “americanizzazione” è un rischio per l’Europa digitale?

Essenziali per le reti mobili, le antenne di Nokia (ma anche quelle dell’altro campione europeo Ericsson) sono fondamentali sulle due sponde dell’Atlantico. Quali sono i rischi di una progressiva “americanizzazione” dei due campioni europei delle attrezzature di rete mobile, entrambi alquanto legati agli Usa?

Lo spunto arriva da una approfondita analisi del quotidiano Le Monde, che si concentra soprattutto sul caso di Nokia.

Tra l’altro, già nel 2020 l’allora cancelliera tedesca Angela Merkel aveva incontrato i vertici dei due campioni europei delle Tlc per preservarli dalle sirene di Donald Trump, che già durante il suo primo mandato faceva non poche avances alle due aziende considerate strategiche e alternative alle cinesi Huawei e ZTE.

Nokia, un americano al timone

Dall’inizio del 2025 con il ritorno del presidente Donald Trump alla Casa Bianca la storica azienda finlandese, specializzata in attrezzature di networking fondamentali per le reti mobili 5G e 6G, “ha gli occhi puntati sugli Strati Uniti e si sta americanizzando a tutta velocità”, scrive Le Monde.

A partire dalla governance, visto che è proprio un americano, Justin Hotard, che ne ha preso le redini dal primo aprile 2025, al posto del finlandese Pekka Lundmark.

Già dirigente di Intel, Hotard incarna la nuova strategia di Nokia, indirizzata in primo luogo verso il business dei data center e il superciclo dell’Intelligenza Artificiale.

La svolta di Nokia verso data center e AI

Fra le mosse che evidenziano questa scelta strategica, l’acquisizione di Infinera, fornitore statunitense di soluzioni di rete ottica, per 1,9 miliardi di euro, finalizzata all’inizio del 2025. Un’operazione che mira a rafforzare la leadership di Nokia nelle tecnologie ottiche, espandere la presenza nel mercato nordamericano – per meglio approfittare dello sviluppo del cloud e dei data center dei big americani come Amazon, Google e Microsoft – e aumentare l’esposizione verso i clienti “webscale” e cloud. 

Nvidia al 2,9% del capitale di Nokia

Per accelerare sull’AI, Nokia si è poi alleata con Nvidia, che a sua volta il 28 ottobre 2025 ha annunciato di aver acquisito una quota del 2,9% nel gruppo Nokia per un miliardo di dollari. E non si tratta di una quota piccola sottolinea Le Monde, visto che il primo azionista è il fondo statale Solidium Oy che detiene appena il 5,7% del capitale.

Con questa nuova direzione, Nokia spera di invertire il trend e tornare a crescere, in un contesto di sofferenza per le mancate promesse commerciali del 5G e una concorrenza cinese da parte di Huawei e ZTE sempre forte.

Nel 2025 le vendite di Nokia in Nord America, in aumento del 6,2% a 6,2 miliardi di euro, hanno superato quelle dell’Europa, pari a 6,16 miliardi, in calo del 3%.

Timori di presa di controllo americana

Alcuni analisti temono una progressiva presa di controllo di Nokia da parte degli Stati Uniti, tanto più che l’interesse della Casa Bianca è di controllare direttamente attività considerate strategiche per la sicurezza nazionale, e le reti mobili sono quanto di più delicato dal punto di vista geopolitico e della sicurezza interna. Lo testimonia il bando totale delle tecnologie cinesi di Huawei e ZTE dalle reti mobili americane. C’è però un ma: gli Usa non hanno un campione nazionale delle attrezzature di rete, ed è per questo che americanizzare, ancorare il più possibile le attività di Nokia (ma anche di Ericsson) al business che si sviluppa negli Usa potrebbe rivelarsi una strategia anche più sottile di una acquisizione diretta.  

Le reti mobili americane sono largamente dipendenti dalle attrezzature di Nokia ed Ericsson

Gli Stati Uniti non possono accettare di non essere sovrani nel campo delle reti mobili, secondo alcuni analisti, a maggior ragione in relazione all’attuale contesto geopolitico con le minacce alla sicurezza in un quadro di guerra ibrida sempre più aperta a conflitti nel cyberspazio.

Non pochi i timori che alla fine le avances e la longa manus statunitensi possano quindi allungarsi ulteriormente sui nostri campioni europei delle reti Tlc. Per questo da molte parti si chiede un intervento deciso di Bruxelles per tutelare la matrice europea delle due aziende scandinave.

I numeri di Ericsson negli Usa

La presenza di Ericsson negli Usa è testimoniata dai numeri.  

  • Il 60% del traffico wireless totale negli Usa è trasportato su reti con tecnologie della casa svedese.
  • L’azienda è presente negli Usa dal 1902.
  • Ci sono 6200 dipendenti in 30 sedi diverse.
  • Ericsson è il primo fornitore di tecnologie 5G, a fronte di un investimento di 150 milioni di dollari.
  • Ericsson: Domina il mercato RAN (Radio Access Network) negli Stati Uniti con una quota vicina al 40%. Il Nord America rappresenta circa il 29% del suo fatturato totale annuo.
  • Il perno di questa crescita è il mega-contratto con AT&T, ma non è l’unico fattore: 
  • Accordo AT&T da 14 miliardi di dollari: Firmato a fine 2023, questo contratto quinquennale mira a trasformare la rete di AT&T in una rete Open RAN. Nel 2024, questo accordo ha permesso a Ericsson di guadagnare 1,4 punti percentuali di quota nel mercato globale RAN, portandola al 25,7%, mettendo a segno una crescita del 54% sul mercato nordamericano.
  • Modernizzazione 5G: Oltre ad AT&T, Ericsson beneficia della domanda di hardware 5G e soluzioni software da parte di altri grandi operatori (come Verizon e T-Mobile), che nel 2024 ha portato a un aumento del 70% nelle vendite di reti in Nord America.

Un connubio ribadito dal Ceo di Ericsson Italia Andrea Missori in occasione dell’evento organizzato a gennaio dalla Fondazione RESTART, in cui ha ribadito il legame stretto con gli Stati Uniti, senza dimenticare le parole del Presidente e Ceo del gruppo Börje Ekholm, che ha fatto esplicitamente appello agli Usa per una rafforzata collaborazione per contrastare la Cina.

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