Digital Networks Act, CEO di 20 ex incumbent (fra cui Labriola e Sarmi) scrivono alla Ue: ‘Via la regolazione ex ante nell’accesso all’ingrosso’

I Ceo dei 20 maggiori ex incumbent europei delle Tlc rappresentati da ConnectEurope (ex Etno) – fra cui Pietro Labriola di Tim e Massimo Sarmi di Fibercop – scrivono una lettera aperta ai vertici della Commissione Ue – la presidente Ursula von der Leyen, la commissaria alla Sovranità Digitale Henna Vrkkunen e la Commissaria alla Concorrenza  Teresa Ribera – per sollecitare un “forte cambio di policy in ottica pro-innovazione e pro-investimento per la Ue”, allo scopo di diventare davvero competitiva e prendere così “il posto che merita nella corsa globale alla tecnologia”.

La richiesta nero su bianco è di procedere ad una profonda “revisione delle attuali regole delle telecomunicazioni, mettendo in atto totalmente le raccomandazioni di Mario Draghi e di Enrico Letta per il nostro settore mantenendo il loro livello di ambizione per la riforma”.

La lettera e l’annesso sono, di fatto, la risposta di ConnectEurope alla consultazione pubblica sul Digital Networks Act.  

Non abbassare l’asticella

Insomma, l’appello è non abbassare l’asticella. Tanto più che l’ecosistema della connettività, rivendicano gli ex incumbent, rappresenta il 4,7% del Pil europeo, ed è considerato fondamentale per diversi altri settori: dall’energia ai trasporti, dal manufacturing all’agricoltura. ConnectEurope rivendica il fatto che il 70% degli investimenti del settore con più di 50 miliardi di euro all’anno per il roll out delle reti.

“Dobbiamo fare di più”, si legge nella missiva. Investimenti aggiuntivi sono necessari come emerge dalla recente dichiarazione finale dell’ultimo summit della NATO, che ha richiesto di iniettare “fino all’1,5% del Pil annuale per proteggere le infrastrutture critiche, difendere le reti, assicurare la nostra resilienza civile, sviluppare l’innovazione e rafforzare la nostra base industriale di difesa”.  

E poi l’elenco delle (vecchie e nuove) richieste:

creare un ambiente favorevole agli investimenti in

  • FTTH,
  • 5G standalone,
  • Cloud sovrano
  • Edge cloud
  • Cavi sottomarini

C’è poi la richiesta di favorire l’innovazione Ue in

  • AI,
  • Quantum encryption  
  • 6G

“Il Digital Networks Act in arrivo dovrebbe dare delle risposte concrete a queste sfide”, senza che venga annacquata l’ambizione di inizio mandato della Commissione attuale, chiedono i Ceo.

Va superata la frammentazione, per arrivare ad un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni. Il che riguarda sia il regime della concorrenza, per arrivare ad un numero minore di operatori, “in grado di competere in modo più serrato sugli investimenti e sull’innovazione rispetto a molti operatori, ma più deboli”, si legge.

Questa è un’opportunità, altrimenti si perpetuerà una condizione di “nuove dipendenze tecnologiche”, che danneggiano la competitività del Continente.    

Annessa alla lettera dei Ceo una serie di proposte concrete per riformare la policy

Via la normativa ex ante

Quadro pro-investimenti e deregolamentazione. Considerando che la fibra ottica è un obiettivo strategico, le attuali norme ex ante concepite per le vecchie reti non riflettono più la realtà del mercato e ci stanno frenando: senza modifiche, le stime indicano che raggiungeremo l’obiettivo di diffusione della fibra ottica dell’UE solo nel 2051. Sosteniamo un passaggio generale dal controllo ex ante a quello ex post nell’accesso all’ingrosso, in cui il diritto della concorrenza e il Gigabit Infrastructure Act sarebbero le norme standard. Ciò rispecchierebbe le proposte contenute nella relazione di Mario Draghi, per riflettere le nuove realtà del mercato e promuovere un modello orientato agli investimenti. Invece dell’attuale regime di “significativo potere di mercato”, riteniamo che gli obblighi ex ante dovrebbero rimanere solo come rete di sicurezza in caso di colli di bottiglia nell’accesso locale.

Eliminare la frammentazione

Scala. Dalla creazione di un cloud sovrano all’aumento degli investimenti in intelligenza artificiale, sicurezza informatica o virtualizzazione delle reti, non possiamo aspettarci che le aziende nei mercati frammentati dell’Europa siano in grado di competere efficacemente con una manciata di potenti giganti della tecnologia che operano sulla base di modelli di business globali. La scala guidata dal mercato è una questione esistenziale per la competitività dell’Europa e per il suo mercato unico. Temiamo che l’attuale livello di ambizione – e il ritmo – della revisione degli orientamenti UE sulle concentrazioni non contribuiranno a migliorare la competitività europea.

Level playing field

Parità di condizioni. Le asimmetrie normative con gli operatori tecnologici globali devono essere affrontate, poiché esacerbano la nostra debolezza competitiva nei mercati digitali globali. Dovremmo attuare la raccomandazione di Draghi di introdurre un sistema di arbitrato obbligatorio per garantire accordi commerciali equi per i servizi di trasporto dati. Le asimmetrie strutturali nell’ecosistema di Internet sono un problema di potere contrattuale che richiede interventi legislativi e non possono essere risolte da quadri di collaborazione flessibili. Come regola generale, dovremmo vivere secondo il principio “stessi servizi, stesse regole”.

Frequenze, allungare le licenze e regole armonizzate

Armonizzazione dello spettro. Politiche nazionali divergenti, tariffe elevate e licenze di breve durata ostacolano gli investimenti nelle reti 5G e 6G. Sono urgentemente necessarie regole prevedibili e armonizzate per lo spettro e licenze di durata più lunga per migliorare il contesto di investimento per l’implementazione delle reti mobili.

Via la burocrazia

Semplificazione. Oggi, il percorso del cliente nell’UE è influenzato da oltre 34 serie di obblighi e la burocrazia per le aziende di telecomunicazioni è estremamente elevata. Chiediamo pertanto una profonda semplificazione delle norme, sostituendo gli obblighi sovrapposti o obsoleti e armonizzandone con decisione l’applicazione in tutta l’UE.

Troppe Authority in Europa

Miglioramento della governance. Oggi, il numero di autorità di regolamentazione attive nelle reti digitali in tutti gli Stati membri supera i 270 e il sistema attuale non è riuscito a garantire un’armonizzazione significativa. Questo problema dovrebbe essere risolto garantendo una reale armonizzazione a livello dell’Unione, in linea con l’ambizione di creare un mercato unico delle telecomunicazioni.

La lettera è stata sottoscritta dai seguenti CEO:
• Allison Kirkby, CEO, BT Group
• Ana Figueiredo, Presidente e CEO, MEO
• Andreas Neocleous, CEO, Cyprus Telecommunications Authority (Cyta)
• Benedicte Schilbred Fasmer, Presidente e CEO, Telenor Group
• Boštjan Košak, Presidente del Consiglio di Amministrazione, Telekom Slovenije
• Christel Heydemann, Amministratore delegato, Orange Group
• Harald Rösch, Amministratore delegato, Melita Limited
• Jan Van Acoleyen, Amministratore delegato ad interim, Proximus Group
• Joost Farwerck, Amministratore delegato e Presidente del Consiglio di amministrazione, KPN
• Goran Markovic, Amministratore delegato, Makedonski Telekom
• Marc Murtra, Presidente e Amministratore delegato, Telefónica S.A.
• Massimo Sarmi, Presidente e Amministratore delegato, FiberCop
• Michel Jumeau, CEO, TDC NET
• Mike Fries, CEO, Liberty Global
• Nikhil Patil, CEO, GO p.l.c.
• Pietro Labriola, CEO, TIM
• Patrik Hofbauer, Presidente e CEO, Telia Company
• Timotheus Höttges, CEO, Deutsche Telekom AG
• Thomas Arnoldner, Vice CEO, A1 Group
• Vladimir Lučić, Amministratore delegato, Telekom Srbija

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Italia digitale promossa da Virkkunen. Nessun rilievo su PNRR e Italia 1 Giga

Italia digitale promossa a pieni voti dalla Commissione Europea. E’ questo l’esito della visita della Vicepresidente e Commissaria alla Sovranità Digitale Henna Virkkunen a Roma, dove in poche ore ha incontrato tutto l’arco costituzionale, a partire dai ministri del Mimit Adolfo Urso e del MIM Anna Maria Bernini e dopo un’audizione in Parlamento il Sottosegretario con delega all’Innovazione Alessio Butti.

Risultato non scontato

Questo risultato non era scontato e fa bene il Sottosegretario Butti a esultare, sottolineando quanto di buono si sta facendo nel nostro paese per la digitalizzazione della PA e dei servizi al cittadino, mettendo in fila i diversi progetti che il Dipartimento per la Trasformazione Digitale sta portando avanti in modo positivo, a partire dall’IT Wallet e dalla capillare diffusione dell’identità digitale, leggasi CIE, e di tutti i servizi digitali connessi oggetto della mappa dei Comuni Digitali appena pubblicata dall’ANCI.

Certo, dopo la sbornia di fondi del PNRR, un’iniezione irripetibile di liquidità nella nostra PA, si porrà il problema della spesa corrente e del mantenimento della nuova macchina tecnologica del nostro paese. Ma questa è un’altra storia, che diventerà attuale dopo la scadenza del piano a giugno 2026.

Virkkunen loda l’Italia sull’ultrabroadband

Ma c’è un aspetto che salta ancor più all’occhio nell’incontro con Henna Virkkunen, vale a dire l’apprezzamento di Bruxelles per i risultati e i progressi raggiunti dall’Italia in tema di copertura ultrabroadband del Paese. Un apprezzamento che tiene conto, ovviamente, delle difficoltà (orografiche, ambientali, burocratiche, politiche e culturali) e dei ritardi (soprattutto nelle aree nere e grigie, queste ultime oggetto dei fondi del PNRR) ben evidenziate anche nella relazione annuale dell’Agcom di due giorni fa.

La Vicepresidente Virkkunen ha espresso grande apprezzamento per il lavoro svolto dal governo italiano: “i risultati italiani nello sviluppo di nuove soluzioni tecnologiche e in particolare nell’ambito del IT wallet, sono notevoli per velocità, concretezza e impatto reale sulla vita dei cittadini”. Inoltre, ha sottolineato anche il ruolo leader del nostro Paese nel campo del quantum computing ed evidenziato i progressi sulla connettività certificati nell’ultimo Digital Decade Report.

Nessuna osservazione sul PNRR

Quel che salta all’occhio, però, è che al netto dei problemi (che ci sono) anche per quanto riguarda i fondi del PNRR non ci sia stata alcuna osservazione da parte di Virkkunen. Anzi.  

Ed è su questo attestato di fiducia che deve riprendere con ancor più slancio l’opera di intermediazione del Dipartimento di Butti nei confronti di Open Fiber e Fibercop per proseguire nei tempi e modi previsti dal piano Italia 1 Giga l’avanzamento dei lavori con i fondi del PNRR nelle aree grigie.

I margini per una revisione (una proroga? Un taglio dei civici?) sembrano esserci. E’ quindi tempo di rimboccarsi le maniche e cercare una soluzione che possa andare bene a tutti, mettendo al primo posto il diritto di tutti ad una connessione ultrabroadband che contribuisca al ripopolamento dei nostri splendidi borghi e consenta a tutti, anche coloro che vivono nei comuni più sperduti, di godere della connettività migliore.

Tanto più che anche l’utilizzo, quanto meno temporaneo, della tecnologia FWA e satellitare per raggiungere gli obiettivi del piano potrebbe in qualche modo essere accettata da Bruxelles.

PNRR, il rischio di tagli non è scongiurato

E’ pur vero che in caso contrario, se gli obiettivi non saranno rispettati, il taglio dei fondi potrebbe arrivare più avanti. Non a caso, è toccato alla Spagna vedersi togliere un miliardo del PNRR dal budget per il digitale per il mancato raggiungimento degli obiettivi. E questo deve essere un monito anche per noi, al netto della buona performance che stiamo mostrando.

Il Sottosegretario Butti ha illustrato alcune delle priorità digitali e tecnologiche dell’Italia, presentando le strategie adottate, i risultati conseguiti e gli obiettivi futuri.

  1. Mercato Unico Europeo delle Telecomunicazioni          
    Si evidenzia la necessità di un mercato unico paneuropeo per le comunicazioni elettroniche (Telecomunicazioni) superando la frammentazione attuale. L’Italia sostiene la flessibilità normativa per considerare le diverse realtà infrastrutturali nazionali, puntando su un modello di business sostenibile, riduzione dei costi di roaming e separazione tra proprietà delle reti e fornitura di servizi. 
  2. Legge italiana sull’Intelligenza Artificiale          
    L’Italia si presenta come il primo Paese europeo ad aver elaborato e approvato una legge nazionale sull’Intelligenza Artificiale, coerente con l’AI Act europeo. La legge presta particolare attenzione a settori sensibili come la sanità, il lavoro, la giustizia e la pubblica amministrazione, includendo anche misure di trasparenza, privacy e responsabilità penale per abusi. È stato inoltre previsto un fondo pubblico da 1 miliardo di euro per startup e PMI attive nell’IA. 
  3.  Infrastruttura cloud sovrana ed EDIC per cloud federato europeo   
    Si sottolinea l’importanza di un’infrastruttura cloud europea sicura e sovrana, vista la mancata riuscita di GAIA-X. L’Italia ha promosso la costituzione di un European Digital Infrastructure Consortium (EDIC) per l’attuazione di una piattaforma cloud federata che mira a rafforzare la sovranità digitale europea, ridurre la dipendenza da fornitori extra-europei e supportare PA, sanità, industria e PMI attraverso tecnologie avanzate come il Federated Learning.
  4. Cavi Sottomarini

L’Italia intende rafforzare il suo ruolo strategico nell’industria dei cavi sottomarini, sfruttando la sua posizione geografica nel Mediterraneo con progetti come BlueRaman, GreenMed e Medusa. Il Dipartimento per la Trasformazione Digitale coordina le strategie digitali critiche, promuovendo l’interoperabilità, la mappatura e la cooperazione europea. Grandi player tecnologici internazionali hanno mostrato interesse per investimenti in Italia, a conferma del valore e delle opportunità offerte dal mercato nazionale. 

  1. Sicurezza Digitale Post-Quantum

L’Italia ha varato una Strategia Nazionale per tecnologie quantistiche, presentata dal Sottosegretario Butti nell’ultimo Comitato Interministeriale per la Transizione Digitale (CITD). Il Paese guida, con partner europei, la creazione di protocolli post-quantistici per ridurre la dipendenza estera e rafforzare la sovranità digitale, sostenendo ricerca avanzata, sviluppo di competenze e resilienza delle informazioni.

  1.  IT Wallet e CIE      
    È stato illustrato l’avanzamento del progetto IT Wallet, che consente ai cittadini di accedere digitalmente a documenti chiave come patente, tessera sanitaria e carta europea disabilità, con 5.6 milioni di utenti attivi. Il sistema sarà pienamente operativo nel 2025 e nel 2026 diventerà interoperabile a livello europeo come EUDI-Wallet. Parallelamente, è in corso l’aggiornamento della CIE e delle sue funzionalità digitali.
  2. Edge Cloud Computing (ECC)     
    L’ECC è identificato come tecnologia abilitante fondamentale, soprattutto integrata con il 5G e l’IA. L’Italia si propone come leader nello sviluppo di un ecosistema europeo federato e competitivo di Edge Cloud, attraverso una strategia nazionale e un bando pubblico per testare questa tecnologia sulle reti di telecomunicazione, rafforzando così l’infrastruttura digitale nazionale e la competitività europea.
  3. Connettività e copertura ultra-broadband          

Nonostante la complessità geografica italiana, sono stati compiuti importanti progressi grazie al PNRR nell’espansione della connettività veloce, con una forte spinta verso il collegamento di aree remote tramite tecnologie satellitari e fibre ottiche FTTH. Un progetto pilota in Lombardia sperimenterà reti ibride satellite-terrestre, in linea con la normativa europea e complementare ai progetti di connettività tradizionale.

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Data center, boom da 37 miliardi. L’Italia si candida a hub dell’AI nel Mediterraneo. Ma a quale costo?

L’Italia inizia ad avere i numeri per candidarsi a diventare hub del Mediterraneo per l’Intelligenza Artificiale. A confermarlo è l’ultimo report realizzato dal Rina Prime value service in collaborazione con il Centro Europa Ricerche. Negli ultimi anni, il Belpaese ha, infatti, abbracciato con forza la rivoluzione digitale, posizionandosi sempre più come snodo strategico per l’infrastruttura tecnologica europea. È dunque in questo contesto che il settore dei data center, un tempo dominio quasi esclusivo di giganti come Londra, Francoforte e Amsterdam, trova oggi molto spazio sul territorio nostrano. 

L’Italia punta al ruolo di hub AI del Mediterraneo

Il fabbisogno energetico crescente a supporto di tecnologie emergenti come cloud computing, AI, IoT e 5G, ha intensificato l’espansione nello Stivale di questi cuori pulsanti della tecnologia moderna, sebbene non siano poche le sfide che i players di settore devono affrontare.Tra tutte quella energetica. 

La fotografia offerta dal Report è quella di un Paese in piena corsa verso la leadership digitale del Mediterraneo, ma non senza ostacoli. Milano si afferma come hub di livello europeo, Roma scala le classifiche come polo emergente e il Sud Italia entra finalmente in gioco come snodo strategico intercontinentale.

Una crescita che corre a 513 MW IT

Nel 2025, l’Italia ha segnato un incremento del 17% nella capacità installata di data center, raggiungendo i 513 MW IT. Un ritmo di crescita che ha permesso al nostro Paese di superare Madrid e Varsavia, consolidando il suo ruolo di mercato emergente Tier-1 nel panorama europeo.

Il motore principale? La domanda esplosiva di potenza computazionale, trainata dall’adozione massiccia di cloud computing, intelligenza artificiale, 5G e IoT. In parallelo, l’arrivo di nuovi cavi sottomarini, come BlueMed, 2Africa, SeaMed e Quantum Cable, sta trasformando le coste italiane nei nuovi porti digitali del continente.

Milano regina dei data center italiani

Con 238 MW IT installati nel 2024 (e l’obiettivo di superare i 300 MW entro il 2026), Milano è ormai il cuore pulsante dell’infrastruttura digitale nazionale. La presenza del MIX, il più grande punto di interscambio Internet italiano, unita a una solida rete in fibra ottica e a progetti colossali da parte di AWS, Microsoft e Google, conferma il capoluogo lombardo come hub per il sud Europa.

Tra i progetti più innovativi, spicca quello di Retelit, che punta al recupero di calore dal data center Avalon 3 per alimentare la rete di teleriscaldamento. Un segnale importante verso l’efficienza energetica e la sostenibilità ambientale. Tra le operazioni recenti a Milano, va inoltre segnalata la vendita di un terreno di oltre 70.000 m² destinato allo sviluppo di data center.

Roma e il Sud Italia, le nuove frontiere digitali

Roma si sta rapidamente trasformando in un secondo polo infrastrutturale, grazie a investimenti come quello di Telecom Italia (130 milioni di euro per un data center da 25 MW IT) e al nuovo Hyper Cloud Data Center di Aruba nel Tecnopolo Tiburtino (30 MW IT a regime). Sempre nella Capitale, Mediterra DataCenters ha acquisito il data center Cloud Europe nel Tecnopolo Tiburtino, prevedendo un investimento fino a 80 milioni di euro per espandere e aggiornare la struttura.

Oltre a Milano e Roma, altre città e regioni italiane stanno attirando investimenti e sono considerate importanti per lo sviluppo futuro dei data center, tra cui Torino, Bologna, Trento, Verona.

Anche Genova è destinata a diventare uno snodo secondario, simile a Marsiglia, grazie a nuove reti transcontinentali. Ma la vera sorpresa arriva dal Sud Italia, con regioni come Sicilia e Puglia pronte a diventare gateway digitali tra Europa, Africa e Asia

In particolare, Palermo, Bari e Napoli, sedi di approdi per i più moderni cavi sottomarini, stanno attirando l’interesse di investitori nazionali e internazionali. I costi di suolo e manodopera inferiori e i nuovi incentivi statali fanno del Sud una nuova frontiera dell’hyperscale.

Investimenti da record, oltre 37 miliardi annunciati

Secondo quanto riportato dagli analisti, nel 2024, sono stati annunciati oltre 37 miliardi di euro in nuovi investimenti nel settore, con 10,1 miliardi già destinati al biennio 2025–2026. Attori globali come Microsoft (4,3 miliardi), AWS (1,2 miliardi) e Data4 (2 miliardi) stanno guidando questa corsa, mentre un colosso internazionale non meglio identificato ha promesso 30 miliardi di euro per nuovi data center in Italia.

Si stima che questi investimenti porteranno:

  • +800 milioni di euro al PIL
  • Fino a 5.500 nuovi posti di lavoro, tra costruzione, manutenzione e telecomunicazioni

Gli investitori istituzionali a livello globale, come Digital Realty, Blackstone e Compass Datacenters, stanno contribuendo all’espansione, con Blackstone che ha annunciato un investimento di 7,5 miliardi di euro per data center in Spagna, indicando una tendenza di interesse in Europa.

Gli investimenti si orientano verso diverse tipologie, tra cui la conversione di immobili industriali dismessi in data center e la creazione di joint venture e partnership tra operatori tecnologici e investitori immobiliari. Questi approcci consentono di sfruttare edifici esistenti, riducendo i tempi di sviluppo e i costi.

Il mercato della collocation in Italia

Nel 2024, il mercato italiano della colocation, ossia la fornitura, tramite vendita o affitto, di spazi e infrastrutture necessari per ospitare i server e i dati delle organizzazioni all’interno di data center di terze parti,  ha raggiunto un valore di 765 milioni di euro, registrando una crescita significativa del 17% rispetto ai 654 milioni di euro del 2023. Questo incremento riflette una crescente domanda di infrastrutture affidabili per la gestione dei dati nel paese. Infatti, le aziende che optano per questo modello beneficiano di ambienti sicuri, connessi e dotati di alimentazione elettrica e sistemi di raffreddamento adeguati, pur mantenendo la proprietà delle proprie apparecchiature IT.

Il mercato della colocation in Italia si suddivide principalmente in tre segmenti:

Colocation retail: Offre porzioni limitate di spazio all’interno dei data center, tipicamente destinate a piccole realtà della filiera digitale attive sul territorio.

Colocation wholesale: Fornisce intere sale dati a supporto di grandi attori della filiera digitale e/o grandi realtà italiane.

Colocation building hyperscale: In questo caso, i cloud provider prendono in affitto interi edifici per posizionare la propria offerta nel mercato italiano.

Nel 2024, il segmento wholesale detiene la quota maggiore del mercato italiano della colocation, rappresentando il 58% con un valore di 444 milioni di euro. La componente retail segue con il 23%. Nonostante il segmento building hyperscale rappresenti attualmente solo il 19%, si prevede una sua crescita significativa nei prossimi anni, con la possibilità che il mercato della colocation in questo segmento possa più che raddoppiare entro il 2026, spinto dai piani di sviluppo dei cloud provider sul territorio.

Il confronto con i mercati europei

Analizzando, poi, la distribuzione della colocation nei mercati europei, si osservano differenze tra gli hub consolidati (FLAP-D) e i mercati emergenti. Mentre Londra e Francoforte mostrano una forte componente wholesale e una significativa presenza retail, con una quota minore di hyperscale, Dublino è fortemente sbilanciata sul modello hyperscale (60%). Nei mercati emergenti, si nota una progressiva convergenza verso i modelli dei FLAP-D, ma con eterogeneità. Milano, in particolare, mostra una chiara prevalenza della componente wholesale (50%) e si distingue anche per una quota significativa di hyperscale (25%), a differenza di altre città emergenti come Varsavia o Lisbona, dove domina la colocation retail.

Ma a quale costo?

I costi di locazione nello spazio colocation variano in base a diversi fattori, tra cui localizzazione, capacità IT, durata del contratto e servizi inclusi (energia, raffreddamento, manutenzione, sicurezza).

Indicativamente, per data center di livello Tier III o superiore, il costo per metro quadro può variare tra 200 e 400 euro all’anno, mentre un rack standard (42U) può costare 6.000-12.000 euro all’anno. Il prezzo medio per rack in colocation, escluse le spese energetiche, varia da 400 a 1.000 euro al mese. È importante sottolineare che l’energia può rappresentare fino al 50-70% del costo totale della colocation.

Sostenibilità e burocrazia

È indubbio che in Italia il settore sia in forte crescita, con una composizione del mercato che si sta allineando ai modelli più maturi, ed il segmento hyperscale destinato a un’espansione significativa nei prossimi anni.

Tuttavia, non vanno sottovalutate alcune sfide, come i costi energetici elevati (133,5 €/MWh in Italia nei primi quattro mesi del 2025, molto più alti rispetto a Spagna, Francia e Germania), la complessità burocratica e le lunghe tempistiche per i permessi di costruzione, e la disponibilità limitata di potenza elettrica in alcune aree metropolitane. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e l’iniziativa “Italia Digitale 2026” mirano a superare questi limiti, ma sarà necessaria una forte sinergia pubblico-privato per accelerare la transizione.

Uno sguardo all’Europa

Nel confronto europeo, l’Italia è ancora lontana dai colossi, ma Milano è già davanti a Madrid, Stoccolma e Varsavia, con un potenziale di espansione molto più ampio grazie alla sua posizione geografica e alla nuova rete di cavi digitali.

Londra (Regno Unito):

    ◦ Potenza installata 2024: 1.141 MW IT.

    ◦ Posizione: Storicamente il mercato più grande in Europa per la colocation, nonostante l’incertezza post-Brexit. Insieme a Francoforte, concentrava circa 1.000 MW ciascuna nel 2023 per capacità colocation installata.

    ◦ Distribuzione Colocation: 50% wholesale, 30% retail, 20% building hyperscale.

Francoforte (Germania):

    ◦ Potenza installata 2024: 713 MW IT.

    ◦ Posizione: Principale nodo di interconnessione per la Germania e l’Europa centrale, sede di DE-CIX, uno degli Internet Exchange Point più grandi al mondo.

    ◦ Distribuzione Colocation: 45% wholesale, 25% retail, 30% building hyperscale.

Amsterdam (Paesi Bassi):

    ◦ Potenza installata 2024: 761 MW IT.

    ◦ Posizione: Piattaforma strategica per l’accesso ai mercati del Nord Europa e ai cavi sottomarini transatlantici.

    ◦ Distribuzione Colocation: Maggiore incidenza del modello retail (35%), 45% wholesale, 20% building hyperscale.

Parigi (Francia):

    ◦ Potenza installata 2024: 526 MW IT.

    ◦ Posizione: In forte espansione, grazie a politiche nazionali di digitalizzazione e al ruolo di hub per l’Europa sud-occidentale.

    ◦ Distribuzione Colocation: Maggiore incidenza del modello retail (40%), 40% wholesale, 20% building hyperscale.

Dublino (Irlanda):

    ◦ Potenza installata 2024: 1.116 MW IT.

    ◦ Posizione: Polo attrattivo per i giganti del cloud (Microsoft, Amazon, Google), grazie a un regime fiscale favorevole e alla posizione geografica strategica per i cavi transatlantici.

    ◦ Distribuzione Colocation: Fortemente sbilanciata sul modello hyperscale (60%), 30% wholesale, 10% retail.

Prospettive

Secondo i dati riportati, l’Italia ha quindi l’opportunità concreta di trasformarsi da fanalino di coda digitale a protagonista della nuova economia dei dati. Il treno è partito. La sfida ora è accorciare il divario con i big player europei, ma anche e soprattutto investire in energia pulita, semplificando la burocrazia.

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Rame alle stelle con i dazi di Trump. AI, data center e 5G pompano la domanda mondiale dell’oro rosso, quali le conseguenze?

La nuova geopolitica del rame: “America First” nell’oro rosso

I future sul rame negli Stati Uniti hanno toccato quota 5,6 dollari per libbra sul CME, dopo un’impennata di oltre il 13% che ha spinto il metallo ai massimi storici. La causa di questa brusca impennata? L’annuncio a sorpresa del presidente Donald Trump di voler imporre dazi del 50% sulle importazioni del cosiddetto “oro rosso”. Un incremento che porta il rame a un impressionante +37% da inizio anno, ridisegnando gli scenari economici globali con implicazioni profonde per il settore tecnologico.

La mossa dell’amministrazione USA è chiara: rafforzare la produzione interna di rame e ridurre la dipendenza dalle importazioni estere. Attualmente, gli Stati Uniti importano quasi la metà del loro fabbisogno di rame raffinato (circa 810.000 tonnellate lo scorso anno), con il Cile che detiene il ruolo di principale fornitore, seguito dal Canada.
Il dazio del 50% mira a modificare radicalmente questo equilibrio, rendendo l’importazione significativamente più costosa e, di conseguenza, incentivando l’estrazione e la lavorazione del rame sul suolo americano.

Il Segretario al Commercio degli Stati Uniti, Howard Lutnick, ha dichiarato che i dazi dovrebbero entrare in vigore già entro la fine di luglio o il 1° agosto, evidenziando la rapidità con cui Washington intende procedere. Questa decisione fa seguito a un’indagine avviata a febbraio da Trump, basata su una legge che consente al Presidente di imporre dazi per motivi di sicurezza nazionale.

Mentre Goldman Sachs prevede un’accelerazione delle spedizioni di rame verso gli Stati Uniti nelle prossime settimane in previsione dei dazi, la banca mantiene la sua previsione sul prezzo del rame al London Metal Exchange (LME) per dicembre 2025 a 9.700 dollari (attualmente 9.625 dollari), ma ora vede un rischio ridotto che il prezzo superi i 10.000 dollari nel terzo trimestre, suggerendo un potenziale riassestamento.

L’onda d’urto del rame sull’industria tecnologica mondiale

Il rame, il terzo metallo più utilizzato al mondo, è un componente cruciale in un’ampia varietà di beni tecnologici: dall’elettronica ai macchinari, dalle automobili alle infrastrutture digitali. L’imposizione di dazi così elevati negli Stati Uniti avrà effetti a cascata sull’intera supply chain tecnologica globale e la domanda globale è destinata a crescere di oltre il 40% entro il 2040, ma l’offerta è in calo.

AI e data center

Il rame è fondamentale per le interconnessioni all’interno dei microprocessori, delle GPU e dei chip dedicati all’intelligenza artificiale (AI). Maggiore il costo del rame, maggiore sarà il costo di produzione di questi componenti vitali.
Le aziende che progettano e producono chip, spesso con filiere globali, dovranno ricalibrare i loro costi, il che potrebbe tradursi in prezzi più elevati per i sistemi AI, rallentando potenzialmente l’adozione o aumentando la barriera d’ingresso per le start-up.
L’innovazione nel campo dell’AI, che dipende da hardware sempre più potente, potrebbe vedere un rallentamento o una focalizzazione su soluzioni che ottimizzano l’uso del rame.

I data center, cuore pulsante dell’era digitale, hanno un ruolo chiave nell‘aumento della domanda mondiale di rame. Dai cablaggi di rete ad alta velocità ai sistemi di distribuzione dell’energia, fino ai cruciali dissipatori di calore che mantengono freschi i server e le GPU.
Un aumento del costo del rame si tradurrà in costi di costruzione e gestione più elevati per i data center. Questo potrebbe portare a diversi problemi, tra cui: un rallentamento degli Investimenti, con le aziende che potrebbero ridurre l’espansione dei data center per contenere i costi; favorire la ricerca di alternative, si potrebbe assistere a una maggiore spinta verso l’ottimizzazione dell’uso del rame o la ricerca di materiali alternativi, seppur con le attuali limitazioni tecnologiche; prezzi più alti per i servizi cloud, i fornitori di servizi cloud (Cloud Service Providers) potrebbero trasferire parte dei maggiori costi sui loro clienti, con ripercussioni per ogni azienda che si affida al cloud.

Reti terrestri e sottomarine

La connettività globale, dalle reti in fibra ottica ai cavi sottomarini, si affida in larga misura al rame per le sue interconnessioni e per l’alimentazione. L’implementazione di nuove infrastrutture di rete (come il 5G e le future evoluzioni del 6G) o l’aggiornamento di quelle esistenti vedrà un aumento dei costi.
Questo potrebbe avere un impatto sulla velocità di diffusione della connettività ad alta velocità, specialmente nelle aree meno sviluppate o rurali.

Un nuovo scenario geopolitico e tecnologico

La decisione di Trump non è solo una mossa economica, ma un segnale forte di una tendenza crescente al protezionismo che potrebbe ridisegnare le catene di approvvigionamento globali.
Il Cile, che detiene oltre un terzo dell’estrazione mondiale di rame, insieme ad altri giganti come la Repubblica Democratica del Congo e il Perù, si troveranno di fronte a nuove sfide e opportunità. La diversificazione delle fonti e la resilienza delle supply chain diventeranno priorità assolute per le aziende tecnologiche.

In definitiva, l’impennata del prezzo del rame causata dai dazi USA si preannuncia come un test significativo per la capacità di adattamento dell’industria tecnologica globale.
Sarà interessante osservare come le aziende risponderanno a questo nuovo scenario, bilanciando la necessità di innovare con la crescente pressione sui costi.
Il futuro dell’oro rosso, e con esso quello di gran parte dell’innovazione tecnologica, si preannuncia più incerto e instabile che mai.

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Tar Lombardia dà ragione a INWIT: Torri Tlc hanno valenza costituzionale. Tar Puglia: Piano Italia 5G con fondi PNRR di interesse pubblico

I giudici amministrativi in diverse regioni del Paese – in questo caso specifico in Lombardia e Puglia – si pronunciano al fianco di INWIT e della digitalizzazione del Paese, per promuovere la realizzazione del Piano Italia 5G, superando i numerosi dinieghi che rischiano di sabotare gli obiettivi di copertura del progetto finanziato con fondi del PNRR che scade nel giugno del 2026. Il 38% del piano è stato già realizzato, i lavori sono in linea con le stringenti milestones previste. Ma ben fanno i diversi Tar regionali a ribadire il superiore ruolo delle infrastrutture Tlc per l’interesse pubblico e il superamento del digital divide. Di seguito due diverse sentenze che ribadiscono questi concetti, facendo scuola.

Tar Lombardia e il caso del Comune di Ponteranica (BG)

Le torri di telecomunicazioni hanno valenza costituzionale, nel senso che sono fondamentali per l’attuazione del principio di inclusione, e per questo vanno realizzate ovunque sia necessario portare la copertura. Senza esclusioni. E’ questo in sintesi il principio insito nella sentenza n. 610/2025, con cui il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia – Sezione di Brescia ha accolto il ricorso presentato da INWIT contro il provvedimento che negava l’autorizzazione all’installazione di un’infrastruttura digitale di telecomunicazione in un’area del Parco regionale dei Colli di Bergamo, nel Comune di Ponteranica (BG). Di fatto, la sentenza ribadisce che le infrastrutture di telecomunicazione devono essere assimilate alle opere di urbanizzazione primaria e hanno un ruolo fondamentale nell’attuazione del principio costituzionale di inclusione sociale.

Torre di Ponteranica nel quadro del Piano Italia 5G

La torre di Ponteranica è prevista in esecuzione dal Piano Italia 5G del PNRR, di cui INWIT è capofila e che ha come obiettivo lo sviluppo della connettività ultrabroadband nelle aree a fallimento di mercato, quelle non incluse nei normali piani di investimento degli operatori di telecomunicazioni perché considerate anti economiche. In particolare, nonostante la presentazione da parte di INWIT di misure mitigative dell’impatto visivo della torre, nel rispetto delle normative ambientali, la Commissione per il Paesaggio del Parco aveva espresso parere contrario, seguito da un diniego formale emesso dal Parco dei Colli di Bergamo.

Torri Tlc vanno assimilate a opere di urbanizzazione primaria

Alla luce del contesto e del bilanciamento di interessi pubblici e privati, la sentenza del TAR ha confermato che nonostante il Piano Territoriale di Coordinamento del Parco non consenta la realizzazione di infrastrutture di telecomunicazione ai sensi dell’art. 43 comma 4 d. lgs. n. 259 del 2003 (già art. 86, comma 3), queste devono essere assimilate alle opere di urbanizzazione primaria – alla stregua di strade, rete idrica ed elettrica -pur restando di proprietà dei rispettivi operatori; e in linea con la giurisprudenza consolidata, le infrastrutture di telecomunicazione sono da ritenersi compatibili con qualsiasi destinazione urbanistica in quanto la loro presenza capillare è necessaria per assicurare i livelli delle prestazioni che, in ottica di inclusione sociale, l’Amministrazione è tenuta a garantire su tutto il territorio nazionale.

Il ruolo di inclusione sociale delle reti

La sentenza dei giudici amministrativi riconosce quindi il valore sociale delle opere di infrastrutturazione di rete, a sua volta basato su principi costituzionali, e aggiunge che, in ottica di bilanciamento degli interessi pubblici e privati, si deve tener conto della funzione servente che queste hanno per lo sviluppo di un’ampia serie di servizi pubblici (per es. nel settore della sanità, della sicurezza e della giustizia) sempre più dipendenti dalla velocità e dall’efficienza dei servizi di rete. Infine, in continuità con questo orientamento, i giudici aggiungono che la valutazione di impatto paesistico deve considerare sì la componente paesaggistica, ma non può prescindere da un’ineliminabile dimensione sociale.

In altre parole, la copertura di aree in digital divide del Piano Italia 5G prevale sui vincoli paesaggistici se di mezzo ci sono dei fondi pubblici.

Sulla stessa linea il Tar Puglia, il caso del comune di Aradeo (Le): Torri Tlc in ambito Pnrr sono di interesse pubblico

A conferma del fatto che i tribunali cominciano a svegliarsi c’è anche un’altra sentenza, in questo caso del Tar Puglia, che pochi giorni fa ha accolto un altro ricorso di INWIT, dando disco verde alla realizzazione della nuova torre di telecomunicazione nel comune di Aradeo (Le), avendo riconosciuto la superiore finalità di interesse pubblico delle infrastrutture digitali realizzate nell’ambito del Pnrr per la copertura delle aree bianche in digital divide.

Comuni non possono opporsi a infrastrutture del PNRR in aree bianche

In questo caso, i giudici amministrativi precisano che nel caso in cuiINWIT agisca nell’ambito del PNRR non può essere paragonata a un qualsiasi operatore economico, mosso da finalità di natura puramente imprenditoriale, ma deve esser considerata come attuatore di un progetto pubblico per il perseguimento dell’interesse generale. In questa veste, INWIT abilita infatti la connettività dei cittadini, che altrimenti resterebbero privi del servizio di connettività. Ed è proprio questa finalità superiore di interesse pubblico, da conseguire con la massima celerità, che secondo il TAR giustifica la natura eccezionale e derogatoria delle disposizioni, non solo rispetto alla pianificazione comunale, ma anche rispetto a precedenti piani di sviluppo proposti dagli stessi operatori.

In altre parole, i Comuni non possono opporre dinieghi alla realizzazione di nuove torri nell’ambito di un progetto finanziato con fondi del PNRR per il superamento del digital divide nelle aree bianche.

Leggi anche: Nel Baianese tre Comuni senza 5G e Internet: ‘Per colpa dei sindaci si perdono anche i fondi del PNRR’. La denuncia di un cittadino

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5G e FWA, nuovo metodo di mappatura allo studio della Ue. Inciderà anche su PNRR e Aiuti di Stato?

La Commissione Ue ha da poco concluso la consultazione pubblica sulla nuova metodologia allo studio per mappare la qualità del servizio del 5G e dell’FWA. L’obiettivo è raggiungere un metodo standard per valutare la performance delle reti 5G e delle reti di accesso wireless fisso che sia valido e comparabile e unico per tutti i paesi della Ue. L’obiettivo è altresì di avere un metodo di comparazione della performance che vada al di là della banda di frequenza utilizzata.

La consultazione pubblica si è conclusa il 27 giungo scorso.

La metodologia

La metodologia è progettata per orientare l’elaborazione delle politiche, incluso il monitoraggio degli obiettivi del Decennio Digitale, l’allocazione dei finanziamenti UE e le future valutazioni degli aiuti di Stato. È stata sviluppata con il contributo di autorità di regolamentazione nazionali, esperti accademici, stakeholder del settore e organismi internazionali come BEREC e GSMA.

Andando oltre le tradizionali metriche di copertura, l’approccio stima la qualità teorica del servizio in condizioni di picco, inclusi l’intensità del segnale, il carico di rete e le velocità di trasmissione dati previste per utente. Mira a consentire un confronto più accurato e armonizzato delle prestazioni del 5G tra paesi, operatori e bande di spettro.

5G, la bozza guarda anche alla performance in periodi di picco di traffico

Nella bozza del regolamento, si legge in particolare che il parametro della copertura non è sufficiente e che è quindi necessari verificare la qualità del servizio e la velocità di connessione anche nei momenti di picco di traffico, ad esempio. Il che potrebbe impattare non poco sui parametri di misurazione e mappatura usati fino ad oggi. Di seguito un passaggio significativo della bozza.

“Per quanto riguarda il monitoraggio degli obiettivi del Decennio Digitale stabiliti nel Programma Politico del Decennio Digitale dell’UE 2030, questa metodologia è di particolare importanza. In particolare, il Decennio Digitale stabilisce il seguente obiettivo: “tutte le aree popolate sono coperte da reti wireless ad alta velocità di nuova generazione con prestazioni almeno equivalenti a quelle del 5G”.

L’attuale definizione del KPI per il monitoraggio degli obiettivi del 5G è “copertura 5G, misurata come percentuale di aree popolate coperte da almeno una rete 5G indipendentemente dalla banda di spettro utilizzata”.

La copertura non basta

Tuttavia, non tenere conto della QoS fornita in condizioni di picco rende questo KPI inadeguato per monitorare adeguatamente l’obiettivo del 5G. Questo è già stato individuato nel rapporto sull’Indice Digitale dell’Economia e della Società 2022 e ribadito nel Rapporto Finale sulla Copertura della Banda Larga in Europa 20228 a seguito di un esercizio a livello UE sul monitoraggio degli obiettivi del Decennio Digitale. In particolare, non è sufficiente considerare semplicemente la copertura del segnale radio delle reti 5G: è di vitale importanza stimare le prestazioni delle reti 5G in termini di QoS in condizioni di picco. Le attuali Linee Guida BEREC non affrontano completamente la mappatura dei KPI QoS 5G, poiché rendono solo “obbligatoria la mappatura della disponibilità del servizio a banda larga mobile per tecnologia (3G/4G/5G)”.

L’Allegato Mappatura delle Linee Guida sugli Aiuti di Stato, al contrario, rende obbligatoria la mappatura delle prestazioni del servizio mobile e FWA in termini di velocità di picco previste per l’utente finale, ma offre indicazioni insufficientemente dettagliate su come calcolare tali stime di velocità per garantire una mappatura dei KPI QoS 5G affidabile, armonizzata e comparabile tra MNO e SM. Per colmare queste lacune, questa metodologia si propone di essere una guida prescrittiva e dettagliata per quantificare sia (i) la copertura radio teorica 5G, che riflette la disponibilità del servizio corrispondente a una soglia di potenza del segnale ricevuto (RSS), sia (ii) la copertura QoS 5G, in termini di velocità di picco stimate per l’utente finale in downlink (DL) e uplink (UL). Questa metodologia si concentra esclusivamente sugli indicatori QoS-1 10 per caratterizzare le prestazioni teoriche delle reti 5G. Per calcolare una stima teorica delle velocità finali QoS-1 5G, adotta un approccio di modellazione trasparente e a bassa complessità e si basa, ove appropriato, su valori di parametri nominali, anziché su configurazioni operative dettagliate specifiche della rete”.

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5G a 2,4 miliardi di connessioni globali, entro il 2029 attesa una crescita del 200%

Il 5G accelera su scala globale: attese 8 miliardi di connessioni entro fine decade

Il settore delle telecomunicazioni wireless sta entrando in una fase di accelerazione su scala mondiale. Secondo i dati diffusi da 5G Americas e dalla società di analisi Omdia, alla fine del primo trimestre 2025, le connessioni 5G globali hanno raggiunto quota 2,4 miliardi.

Secondo le stime, entro il 2029 si raggiungeranno 8 miliardi di connessioni 5G, con una crescita attesa del 233% e una copertura pari a oltre il 94% della popolazione mondiale stimata in 8,5 miliardi.
Non più solamente un’evoluzione tecnologica, ma un’infrastruttura digitale globale.

Raggiungere 2,4 miliardi di connessioni 5G nel mondo dimostra che non si tratta di un’onda regionale, ma un cambiamento epocale. Sta trasformando le industrie, il comportamento dei consumatori e il tessuto stesso della connettività su scala planetaria”, ha dichiarato Kristin Paulin, Principal Analyst di Omdia.

Nord America capofila in termini di connessioni attivate

In questo scenario, è il Nord America a guidare la carica. Alla fine del primo trimestre del 2025, la regione contava 314 milioni di connessioni 5G, pari a una penetrazione dell’83% della popolazione.

Il ritmo non accenna a rallentare. Entro il 2029, le connessioni dovrebbero salire a 772 milioni, con un tasso di penetrazione del 197%, includendo dispositivi multipli per utente, sia in ambito consumer che aziendale.

Anche il traffico dati testimonia questa maturità: negli Stati Uniti, sono stati generati 40 milioni di terabyte di traffico mobile, equivalenti a 104,6 GB per persona—fino a 15 volte in più rispetto ad altre aree del pianeta.

Questo livello di saturazione non riflette solo l’uso da parte dei consumatori, ma una crescita significativa dell’IoT e delle applicazioni industriali. Il Nord America non sta solo adottando questa tecnologia: sta dettando il ritmo della trasformazione industriale e del futuro della connettività” ha spiegato Viet Nguyen, Presidente di 5G Americas.

IoT e 5G, l’accoppiata che cambia tutto

Una delle spinte principali alla crescita del 5G arriva dall’espansione dell’Internet of Things (IoT). A livello globale, si contano oggi 3,7 miliardi di connessioni IoT, destinate a salire a 4,9 miliardi entro il 2029.

Il 5G si configura sempre più come l’infrastruttura portante dell’IoT, abilitando casi d’uso mission-critical come fabbriche intelligenti, logistica autonoma, distribuzione energetica avanzata e sanità connessa.

Il tutto basato su comunicazioni ultra-affidabili e a bassa latenza, indispensabili per il funzionamento di un’economia digitale in tempo reale.

Una rete globale in continua espansione: 5G come fondamento della nuova economia

Oggi nel mondo sono attive più di 366 reti commerciali 5G, di cui 18 solo in Nord America. La tendenza si sta spostando sempre più verso il 5G standalone, una configurazione che svincola la rete dalla tecnologia 4G e sblocca il pieno potenziale del 5G: dal network slicing al mobile edge computing.

A livello tecnico, la banda media (mid-band) si sta affermando come la scelta ottimale, offrendo un equilibrio tra capacità e copertura. La rapida diffusione di dispositivi compatibili rafforza ulteriormente l’ecosistema.

Attualmente, il tasso di penetrazione globale del 5G è del 30%, ma ci si aspetta una rapida crescita nei prossimi anni, specialmente nei mercati emergenti di America Latina, Asia e Africa, dove gli investimenti infrastrutturali e la maggiore accessibilità dei dispositivi stanno facendo da motore alla diffusione.

Quello a cui stiamo assistendo non è semplicemente l’introduzione di un nuovo standard mobile. La crescita del 5G, per volume e impatto, rappresenta una trasformazione strutturale nel modo in cui comunichiamo, produciamo e viviamo.

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AI solo per il 18% delle imprese UE. I ritardi del Decennio Digitale europeo tra reti e competenze

Lo Stato del Digital Decade, troppi i ritardi accumulati su AI, reti di nuova generazione e competenze digitali

Nel 2020, l’Unione europea (Ue) ha tracciato un percorso ambizioso per il proprio futuro digitale. Incardinata nel Programma Politico del Decennio Digitale, questa visione si articola in obiettivi audaci da raggiungere entro il 2030: connettività universale, adozione diffusa dell’intelligenza artificiale, cybersicurezza rafforzata e una società digitale inclusiva. Ma come rivela il recente rapporto State of the Digital Decade 2025, siamo solo a metà strada — e i segnali di squilibrio sono evidenti.

Il documento mostra infatti che, nonostante alcuni progressi, l’implementazione delle infrastrutture di connettività, come la fibra ottica e le reti 5G stand-alone, è ancora in netto ritardo. Un numero sempre maggiore di aziende sta adottando l’intelligenza Artificiale (AI), il cloud e i big data, ma l’adozione deve accelerare.

Poco più della metà degli europei (55,6%) possiede un livello base di competenze digitali, mentre la disponibilità di specialisti ICT con competenze avanzate rimane bassa e con un netto divario di genere, ostacolando il progresso in settori chiave, come la sicurezza informatica e l’AI.

Nel 2024, l’UE ha compiuto progressi costanti nella digitalizzazione dei servizi pubblici essenziali, ma una parte sostanziale dell’infrastruttura digitale della pubblica amministrazione continua a dipendere da fornitori di servizi esterni all’UE.

Critica la situazione per chip, edge computing e 5G ad alta capacità

L’UE ha compiuto progressi significativi sul fronte delle infrastrutture digitali. Al 2025, la copertura 5G complessiva ha raggiunto il 94%, mentre la fibra fino ai locali (FTTP) si attesta al 69%. Tuttavia, questi numeri nascondono un divario importante: il 5G ad alta capacità (banda 3,4–3,8 GHz), fondamentale per applicazioni industriali e latenza minima, è fermo al 67,7%.

Ancora più urgente è la situazione nei semiconduttori e nel computing periferico (edge computing).

L’Europa ha raggiunto solo metà del traguardo per contribuire al 20% della produzione globale di chip e solo il 23% dell’obiettivo di installare 10.000 nodi edge è stato completato. In un mondo sempre più definito da dati in tempo reale e intelligenza distribuita, si tratta di una vulnerabilità strategica.

Il grande assente: l’intelligenza artificiale

Ma la rivelazione più allarmante riguarda la trasformazione digitale delle imprese. Se l’adozione del cloud e dell’analisi dati progredisce, l’adozione dell’IA si ferma appena al 18% delle aziende europee—lontanissima dal target del 75%.

Nello specifico, solo l’8% delle imprese italiane utilizza l’intelligenza artificiale, un dato significativamente inferiore rispetto alla Germania (20%) e anche rispetto a Francia e Spagna, durante il 2024. Questo indica una bassa intensità digitale nel settore produttivo italiano.

Non si tratta solo di un ritardo tecnologico: è una frattura competitiva. Mentre Stati Uniti e Cina avanzano nell’intelligenza artificiale generativa e nei sistemi autonomi, l’esitazione europea rischia di cristallizzare una dipendenza strutturale dall’esterno.

Le sfide e i colli di bottiglia della trasformazione digitale

Le ambizioni digitali dell’UE sono ostacolate anche da una grave carenza di competenze. Solo il 70% dei cittadini possiede competenze digitali di base e l’obiettivo di impiegare 20 milioni di specialisti ICT appare ancora lontano.

Questo deficit limita non solo l’innovazione, ma mina l’obiettivo centrale dell’UE di raggiungere una sovranità tecnologica. Senza capitale umano qualificato, la trasformazione digitale non è possibile.

I punti di forza non mancano: servizi pubblici digitali e fiducia dei cittadini

Uno degli ambiti più promettenti è la digitalizzazione dei servizi pubblici. I servizi per cittadini e imprese sono prossimi alla piena digitalizzazione (tra l’82% e l’86%), mentre l’eID (identità digitale) ha raggiunto l’89% degli Stati membri.

Inoltre, secondo Eurobarometro:

  • il 90% dei cittadini chiede maggiore protezione dei minori online.
  • l’85% vuole che le autorità pubbliche supportino le aziende digitali europee.
  • l’89% chiede maggiori investimenti in ricerca e tecnologie sicure.
  • il 75% ritiene che i servizi digitali migliorino la vita quotidiana.

Un mandato pubblico chiaro, che va sfruttato con coraggio politico.

La strategia UE va verso la giusta direzione?

Tra le iniziative già attuate:

  • Digital Markets Act e Digital Services Act: per mercati equi e sicurezza online.
  • AI Continent Action Plan: per valorizzare l’intelligenza artificiale a beneficio dell’economia e della società.
  • Strategia e Atto Quantistico: per posizionare l’UE come leader globale nel quantum computing.

In cantiere:

  • Cloud & AI Development Act: per espandere i data center a basso impatto ambientale.
  • Passaporto Digitale dei Prodotti ICT: per garantire trasparenza ambientale lungo tutta la filiera.

Il cambio di passo è evidente: da legislatore a costruttore di ecosistemi, l’UE mobilita oltre 288,6 miliardi di euro (di cui 205,1 miliardi da fondi pubblici) e promuove strumenti come il Business Wallet europeo e l’Unione per il Risparmio e gli Investimenti per attrarre capitale privato.

Le priorità per il 2025–2030

  1. Colmare il divario dell’innovazione: accelerare l’adozione dell’IA, specie nelle PMI, tramite incentivi, test bed regolamentati e semplificazioni normative.
  2. Investire nel capitale umano: alfabetizzazione digitale e formazione professionale devono essere priorità nazionali.
  3. Unificare il mercato: la frammentazione giuridica va superata con regole armonizzate per agevolare la scalabilità.
  4. Rendere sicura l’intera filiera tecnologica: semiconduttori, cloud, AI e cybersecurity devono essere pienamente europei.

Decisivi i prossimi cinque anni

Il rapporto State of the Digital Decade 2025 è al tempo stesso un campanello d’allarme e una bussola strategica. L’Europa ha posto basi solide—soprattutto nelle infrastrutture e nei servizi pubblici digitali—ma i ritardi in intelligenza artificiale, competenze e armonizzazione del mercato potrebbero compromettere l’intero disegno.

Per diventare una potenza digitale globale entro il 2030, l’UE deve ora puntare su esecuzione rapida, regolazione agile e un’attenzione costante all’innovazione. Il Decennio Digitale vuole definire il ruolo di leadership dell’Europa nel XXI secolo, ma la competizione è forte e i risultati al momento mancano di certezze.

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AI, startup, unicorni: Italia in ritardo nella Ue (Francia e Germania dominano) 

L’Italia nell’ultimo ha fatto buoni progressi in tema di connettività e servizi pubblici digitali, ma permangono grossi ritardi rispetto alla media Ue in altri ambiti della digitalizzazione, in primis nell’adozione e nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, nello sviluppo delle startup e di unicorni, nei semiconduttori e nelle digital skill di base. E’ quanto emerge dal Rapporto sul Decennio Digitale della Commissione Ue, pubblicato oggi, che analizza i progressi dei 27 stati membri in relazione agli obiettivi strategici fissati al 2030.

Ecosistema startup fa fatica

“L‘ecosistema delle start-up resta poco sviluppato e non riflette le dimensioni dell’economia italiana“, la terza dell’eurozona, lamenta l’esecutivo comunitario. Da qui la raccomandazione al governo di “promuovere l’innovazione nelle tecnologie digitali supportando l’ecosistema nazionale” in tutta la sua filiera, dal mondo universitario e della ricerca ai centri di trasferimento tecnologico, passando per le start-up e le scale-up, “valutando incentivi per i settori strategici chiave“.

5G standalone in ritardo

C’è da dire che per quanto riguarda il 5G standalone, per il momento la Commissione Ue non è ancora in grado di fornire dati comparabili fra diversi paesi, e che pertanto i dati diffusi riguardano il 5G non standalone.

Entro quella data il 100% dei cittadini europei dovrà essere coperto in fibra e 5G, e su questo fronte l’Italia non sfigura, tanto che su 5G (non standalone) e fibra la copertura è in crescita. Resta purtroppo il problema del take up della fibra, che non supera il 27% nel nostro paese. Un tema ben noto quello del take up carente. Possiamo consolarci con il fatto che anche nel resto della Ue le cose non vanno poi troppo meglio.

Servizi pubblici digitali

Bene anche l’adozione dei servizi pubblici digitali, con fascicolo digitale elettronico e identità digitale (Spid e CIE, più l’IT Wallet) che stanno andando bene. Meno bene la diffusione dell’Edge computing ed altre aree dove il progresso è insufficiente, secondo quanto riferito da un funzionario europeo.

L’Italia resta indietro sull’adozione di tecnologie avanzate: solo l’8,2% delle imprese utilizza soluzioni di IA, ben al di sotto della media Ue (13,5%), e anche l’obiettivo di penetrazione al 2030 (60%) è più basso di quello europeo (75%).

Specialisti digitali latitano

Il piatto piange anche per quanto riguarda gli “specialisti digitali”, che in Italia sono più unici che rari. Difficile senza persone specializzate sviluppare nuove startup e men che meno unicorni: sono soltanto 9 gli unicorni presenti nel nostro paese nel 2024, a fronte dei 67 della Germania e ai 43 della Francia.

Per quanto riguarda il Quantum Computing, a febbraio l’Italia ha presentato una sua strategia nazionale in materia. Peccato che la mancanza di fondi soprattutto dall’estero sia endemica.

Per quanto riguarda la copertura in fibra, il dato è in aumento del 18,6% nel 2024 ma resta basso nelle aree rurali.

In tema di cybersecurity, il nostro Paese registra un numero stabile di attacchi però cresce la percezione del rischio, con l’82% dei cittadini che considera la minaccia cyber un pericolo grave.

Soltanto il 45,8% della popolazione ha competenze digitali di base, mentre gli specialisti digitali sono soltanto un esiguo 4% della popolazione lavorativa, con un misero 17% di rappresentanza femminile.

La Commissione ci sprona a fare meglio e di più, anche perché il 90% dei cittadini europei considera importante fare in modo che l’Europa possa produrre degli “European Champions” in grado di competere con i Big americani e cinesi, anche se per il momento sembra un’utopia.

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Cavi sottomarini, l’UE vuole far fuori Huawei

Una nuova frontiera della sicurezza digitale

La Commissione europea sta progressivamente cercando di escludere il colosso cinese Huawei dalla partecipazione allo sviluppo e alla manutenzione dei cavi sottomarini che collegano l’Unione europea ai paesi terzi.

Questa iniziativa, secondo quanto riportato da Théophane Hartmann in un articolo pubblicato su euractiv.com, si inserisce in un contesto più ampio di crescente attenzione alla sicurezza delle infrastrutture digitali critiche e rappresenta un’evoluzione della Strategia europea in materia di cybersicurezza e sovranità tecnologica delineata oggi a Bruxelles.

Già bandita de facto dalle reti mobili 4G e 5G, in diversi Stati membri, Huawei si trova ora nel mirino anche per quanto riguarda le dorsali fisiche delle telecomunicazioni: i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 98% del traffico internet globale.

Un settore strategico, che poco tempo fa ha visto un gruppo di importanti operatori del settore delle telecomunicazioni e delle infrastrutture digitali lanciare un appello all’Unione europea (Ue), al Regno Unito e alla NATO: proteggere i cavi sottomarini, la spina dorsale invisibile della nostra economia e comunicazione digitale.

Un’infrastruttura critica di estrema rilevanza geopolitica, che conta ormai 552 distinti cavi per 1,4 milioni di km di lunghezza complessiva, tale da registrare un incremento del 12% di data center sottomarini.

Il ruolo strategico dei cavi sottomarini

Spesso trascurati dall’opinione pubblica, i cavi sottomarini sono l’ossatura invisibile dell’economia digitale globale. Collegano continenti e alimentano le comunicazioni intercontinentali, la finanza, il cloud computing, e persino la trasmissione dei dati militari e diplomatici.

La loro sicurezza è diventata una priorità assoluta dopo diversi episodi di sabotaggio nel Mar Baltico, che hanno riacceso i timori di attacchi ibridi contro le infrastrutture critiche europee.

Il tema è stato anche ripreso all’interno della Strategia presentata oggi a Bruxelles in cui si chiede una più stretta collaborazione con i partner internazionali, storici e nuovi, per plasmare l’ecosistema digitale “occidentale” e rendere più forti, protette e resilienti le infrastrutture digitali strategiche, essenziali per consentire sviluppi in settori critici quali l’energia, i trasporti, la finanza e la sanità.

Tra queste, ovviamente le tecnologie emergenti, come l’IA, il 5G/6G, ma anche i semiconduttori e le tecnologie quantistiche.

Lo ha sottolineato in una nota Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione: “Le tecnologie digitali sono fondamentali anche per la difesa. Lo vediamo ovunque, dall’intelligenza artificiale sul campo di battaglia in Ucraina agli attacchi informatici sponsorizzati dallo Stato contro gli Stati membri dell’UE. La nostra nuova strategia chiede di rafforzare la capacità dell’Europa di difendersi dalle minacce digitali”.

Lo ha ribadito Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia: “I paesi che padroneggiano l’IA e le tecnologie avanzate non solo ottengono un vantaggio economico decisivo, ma rafforzano anche la difesa e la sicurezza nazionali. Sebbene l’UE non risparmierà sforzi per rafforzare la sua competitività in questi settori, collaboreremo anche con i partner per sostenere le loro transizioni digitali. In effetti, nessun paese o regione può guidare la rivoluzione tecnologica da solo. E l’IA è troppo fondamentale perché il futuro dell’umanità possa essere ridotto a una ricerca di supremazia tra le potenze avanzate dell’IA. Nell’UE abbiamo molte competenze e soluzioni da offrire e una forte volontà politica di promuovere l’innovazione tecnologica e la sicurezza nell’UE e per i nostri alleati e partner. Oggi stiamo compiendo un passo decisivo nel rafforzare le nostre attuali collaborazioni e nella ricerca di nuovi partner”.

Nei documenti pubblicati oggi si fa riferimento direttamente alle partnership geostrategiche che l’Europa potrebbe portare avanti (2025-2030) con gli alleati USA, Giappone, Canada e Groenlandia nel quadrante artico: “La connettività artica riveste un’importanza strategica per l’Unione Europea.
Essa contribuirà a ridurre la latenza dei dati e a facilitare flussi informativi affidabili tra l’UE, la Groenlandia, il Canada, gli Stati Uniti e il Giappone, offrendo una rotta alternativa per i cavi sottomarini e rafforzando la sicurezza e la resilienza delle infrastrutture di comunicazione tra l’UE e i suoi partner.
L’Unione Europea collaborerà con i propri partner per sostenere progetti che promuovano lo sviluppo di nuove rotte di cavi sottomarini nella regione artica, sfruttando il meccanismo per collegare l’Europa (Connecting Europe Facility) al fine di catalizzare investimenti pubblici e privati
”.

È in questo contesto che, secondo Euractiv, la Commissaria ha rilanciato e rafforzato una proposta originariamente avanzata dal suo predecessore Thierry Breton: ridurre drasticamente la dipendenza dell’Europa da fornitori “ad alto rischio” — espressione che nella retorica UE è ormai sinonimo di Huawei e ZTE.

Huawei (sempre) nel mirino di Bruxelles

Stando all’articolo, la nuova “Strategia Digitale Internazionale” adottata dalla Commissione prevede l’estensione del bando attualmente in vigore per le reti mobili anche all’infrastruttura sottomarina. A differenza di ZTE, che non è attiva in questo segmento, Huawei è un player globale tramite la sua controllata Huawei Marine Networks, oggi ribrandizzata come HMN Tech dopo la cessione parziale a Hengtong Group. Ciò rende l’azienda cinese il principale bersaglio del provvedimento europeo.

Per rendere operativa questa esclusione, Bruxelles propone la creazione di una conferenza annuale europea per il coordinamento dei percorsi dei cavi, la valutazione dei partner industriali e l’analisi dei modelli di finanziamento, con l’obiettivo di garantire “autonomia strategica e diversificazione dei fornitori”.

Una mossa geopolitica

La proposta arriva in un clima di forti tensioni geopolitiche. Le relazioni tra l’Ue e Huawei sono già compromesse da un recente scandalo di corruzione che coinvolge alcuni europarlamentari, mentre la Cina continua a rafforzare la propria presenza nelle infrastrutture digitali a livello globale come parte del progetto geopolitico della “Digital Silk Road”.

Nel mercato mondiale dei cavi sottomarini, quattro grandi operatori dominano la scena (che vede ormai altri Big cercare un posto al sole): la francese ASN (Alcatel Submarine Networks), la statunitense SubCom, la giapponese NEC e, appunto, la cinese HMN Tech. Una eventuale esclusione di Huawei dall’Europa aprirebbe nuove opportunità per gli operatori occidentali e asiatici non cinesi, ma potrebbe anche inasprire le tensioni con Pechino.

La svolta di Bruxelles segna un chiaro allineamento con le preoccupazioni espresse da Stati Uniti e alleati del G7 sul controllo delle infrastrutture critiche da parte di attori non affidabili.
Tuttavia, resta da vedere quale sarà la reazione della Cina e se l’Unione riuscirà a bilanciare l’imperativo della sicurezza con le esigenze industriali e diplomatiche.
Una cosa è certa: la geopolitica delle reti non è più solo una questione tecnica, ma una partita strategica in cui si decide l’autonomia, la resilienza e il futuro digitale dell’Europa.

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