L’impresa corre con l’AI: la produttività sale del 5,2%

Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..

Efficienza e redditività in aumento, ma la diffusione resta ferma all’11,2%

Nelle imprese che adottano l’intelligenza artificiale, il valore aggiunto generato da ogni lavoratore aumenta del +5,2% e il margine operativo lordo (EBITDA) per addetto cresce dell’11,9%. È quanto emerge da un’analisi di Banca d’Italia sull’impatto economico dell’AI nelle imprese italiane. Non è fantascienza, non è propaganda tech: sono numeri, e vengono da una delle istituzioni più serie e prudenti del paese. In termini concreti, ogni dipendente contribuisce a produrre più valore e più margine per l’azienda — e no, non a scapito di nessuno: questo avviene senza variazioni significative nell’occupazione complessiva e senza un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto.

L’aumento della produttività dipende soprattutto da processi più efficienti. L’intelligenza artificiale viene utilizzata per automatizzare le attività ripetitive, ridurre i tempi e usare meglio le risorse. Questo libera tempo che viene spostato su compiti a maggiore valore aggiunto, con un effetto diretto sulla produttività media. Il risultato è semplice: le imprese riescono a produrre di più e a generare più margini con le stesse risorse, senza aumentare gli input. In questo senso, l’AI non sostituisce il lavoro, ma ne migliora l’efficacia.

AI, diffusione lenta tra le imprese italiane

In Italia la diffusione dell’intelligenza artificiale resta ancora contenuta. Sulla base di dati raccolti nel 2024 su imprese con almeno 50 addetti, l’11,2% utilizza già queste tecnologie, mentre il 28,4% prevede di adottarle entro i due anni successivi. Accanto a queste, il 33,4% le considera non rilevanti per la propria attività e il 26,9% non esprime una valutazione, segno di una diffusione ancora incerta e disomogenea. Il confronto europeo conferma il ritardo: secondo Eurostat, solo l’8,2% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizza l’AI, contro una media UE del 13,5%.

La tecnologia resta quindi concentrata in una parte limitata del sistema produttivo, soprattutto tra le imprese più grandi e nei settori a maggiore intensità di conoscenza. Questo limita, almeno in questa fase, l’impatto sull’economia nel suo complesso: i miglioramenti in termini di produttività e margini emergono già a livello aziendale, ma non sono ancora abbastanza diffusi da incidere in modo significativo sugli aggregati macroeconomici.

Con l’AI le imprese hanno più profitti

L’adozione dell’intelligenza artificiale si traduce in un miglioramento diretto dei margini. Nelle imprese che la utilizzano, il ROA aumenta di circa +0,5 punti percentuali, il rapporto tra EBITDA e ricavi cresce di +2,0 punti percentuali e il cash flow in rapporto agli attivi sale di +0,6 punti percentuali. In concreto, significa che le aziende non solo producono valore, ma riescono anche a trasformarne una quota maggiore in margine e liquidità. Il ROA misura il rendimento delle risorse impiegate, quindi quanto l’azienda è efficiente nell’utilizzare capitale e asset, mentre il cash flow indica la capacità di generare cassa dall’attività operativa.

Il punto centrale è proprio questo: l’AI non incide solo sui volumi, ma sulla qualità economica della produzione. Riducendo inefficienze, tempi e sprechi, consente alle imprese di trattenere una parte più ampia del valore generato. I ricavi diventano più “profittevoli” e l’attività operativa più solida dal punto di vista finanziario. È in questo senso che si parla di margini in aumento: non perché le imprese vendono necessariamente di più, ma perché guadagnano di più su ciò che producono.

AI, lavoro stabile ma più qualificato

L’introduzione dell’intelligenza artificiale non modifica in modo significativo il numero complessivo di occupati nelle imprese che la adottano: i dati non evidenziano variazioni rilevanti nei livelli totali di occupazione. Cambia però la composizione della forza lavoro. In particolare, aumenta la quota di lavoratori white collar – impiegati e figure con mansioni amministrative, tecniche o gestionali – di +0,7 punti percentuali, mentre diminuisce quella dei blue collar, legati ad attività manuali o ripetitive, di −1,1 punti percentuali. L’effetto principale è quindi una riallocazione interna del lavoro verso profili più qualificati, più che una riduzione o un aumento dell’occupazione complessiva.

Il cambiamento riguarda soprattutto la qualità del lavoro, più che la sua quantità. L’intelligenza artificiale viene impiegata per automatizzare attività operative e ripetitive, mentre cresce il peso delle funzioni che richiedono competenze analitiche, organizzative e decisionali. Ne deriva una riorganizzazione interna di processi e ruoli, senza effetti evidenti sul numero complessivo degli occupati. Questa lettura è coerente anche con le aspettative delle imprese: circa il 70% non prevede alcun impatto sull’occupazione, mentre il 17% si attende una riduzione e solo il 2% un aumento.

Più efficienza nei processi che innovazione

Nelle imprese l’intelligenza artificiale entra ovviamente più nei processi che nei prodotti. Nel 54% dei casi viene utilizzata per rendere più efficienti le attività produttive e organizzative, mentre nel 24,8% serve a automatizzare compiti ripetitivi e standardizzati. Solo in una quota più limitata, pari al 13,9%, contribuisce a migliorare la qualità di prodotti e servizi, e in appena il 3,6% dei casi viene impiegata per sviluppare nuove offerte o applicazioni più innovative. Il quadro che emerge è quello di un utilizzo ancora pragmatico: l’AI viene adottata prima di tutto per far funzionare meglio ciò che già esiste, più che per cambiare in modo radicale il modello di business.

Con l’AI, prezzi stabili e rincari più contenuti

Nel breve periodo l’intelligenza artificiale non cambia i prezzi praticati dalle imprese: i listini restano sostanzialmente invariati e non emergono effetti significativi sui prezzi applicati. La differenza si vede guardando avanti. Le aziende che adottano l’AI si aspettano aumenti più contenuti, inferiori di circa 0,4 punti percentuali rispetto a chi non la utilizza. In altre parole, prevedono di ritoccare i prezzi meno del resto del mercato.

Alla base ci sono i guadagni di efficienza. Processi più veloci, meno errori e un uso più efficace delle risorse riducono i costi operativi nel tempo. Questi benefici non si trasferiscono subito sui prezzi, ma iniziano a entrare nelle strategie future delle imprese. L’effetto è graduale e si riflette soprattutto nelle aspettative: una minore pressione ad aumentare i listini negli anni successivi.

L’AI non cambia l’inflazione oggi, ma domani sì

Le imprese che adottano l’intelligenza artificiale si aspettano un’inflazione più bassa nel medio periodo: −0,25 punti percentuali a due anni e −0,33 a quattro anni. In questo caso, per inflazione si intendono le aspettative delle aziende sull’aumento generale dei prezzi nell’economia. Nel breve termine, infatti, non emergono differenze: tra i 6 e i 12 mesi le previsioni restano sostanzialmente invariate. Il cambiamento riguarda l’orizzonte più lungo, dove i guadagni di efficienza legati all’AI iniziano a essere incorporati nelle aspettative. In altre parole, le imprese si attendono che, nel tempo, produrre costi meno e questo contribuisca a ridurre la pressione sui prezzi.

Diffusione diseguale: l’AI resta per pochi

L’intelligenza artificiale non sta avanzando in modo uniforme nel sistema produttivo. Si concentra soprattutto nelle imprese più grandi e nei settori ad alta intensità di conoscenza, dove competenze tecniche, investimenti digitali e strutture organizzative più complesse rendono più facile integrare queste tecnologie nei processi. È qui che l’AI trova terreno fertile e produce effetti più evidenti in termini di produttività e margini.

Al di fuori di questo perimetro, la diffusione è ancora limitata. Le imprese più piccole e meno strutturate faticano ad adottarla, sia per mancanza di risorse sia per competenze. Ne deriva un quadro ancora parziale: i benefici esistono, ma restano concentrati. Il rischio, in questa fase, è che si allarghi la distanza tra le aziende che riescono a sfruttare l’AI e quelle che restano indietro.

Fonte: Banca d’Italia

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L’analisi di ASviS. Vespignani (Northeastern University): “Umani e AI sono ormai un unico sistema”

Anche se molti non se ne rendono conto, l’intelligenza artificiale (AI) fa ormai parte delle nostre vite: “un processo dinamico nel quale le nostre scelte alimentano gli algoritmi e gli algoritmi, a loro volta, orientano preferenze, comportamenti e visioni del mondo. Dai sistemi di raccomandazione agli assistenti digitali, fino alle piattaforme social e ai modelli generativi, si attiva un ‘circolo di feedback’ continuo che trasforma dati in decisioni e decisioni in nuovi dati. Questo intreccio produce effetti sociali complessi, talvolta inattesi, che riguardano informazione, polarizzazione, consumi, partecipazione democratica. Comprendere le dinamiche di questa interazione è decisivo per governare l’intelligenza artificiale con responsabilità, sviluppando strumenti teorici e normativi capaci di affrontare le sfide tecniche, etiche e politiche poste da un ecosistema sempre più interconnesso, e promuovendo consapevolezza critica nei cittadini”.

Così si presentava sul sito della Biennale Tecnologia – Soluzioni, la lectio magistralis di Alessandro Vespignani al Politecnico di Torino, che il 15 aprile ha dato il via alla manifestazione, parlando sul tema: “La co-evoluzione di esseri umani e intelligenza artificiale”.

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Alessandro Vespignani è presidente della Fondazione Isi di Torino ed è Sternberg family distinguished university professor presso la Northeastern University, dove dirige il Network Science Institute. La sua ricerca si colloca all’intersezione tra modellistica computazionale, scienza dei dati e sistemi complessi, con un focus sui fenomeni di contagio come le epidemie, la diffusione dell’informazione e i comportamenti collettivi. Ma è anche autore di libri di divulgazione scientifica, tra cui L’algoritmo e l’oracolo e I piani del nemico.

Ecco il video integrale dell’evento di apertura della Biennale Tecnologia. Dopo l’introduzione di Luca Antonio Graziani, professional roject anager per le  manifestazioni culturali dell’Ateneo, è intervenuto per un saluto il rettore del Politecnico Stefano Paolo Corgnati. Si è poi entrati nel vivo del tema con l’intervento di Guido Saracco, ex rettore del Politecnico e curatore di Biennale Tecnologia (dal minuto 10.30) e la conferenza di Vespignani (dal minuto 19). Ne riportiamo le conclusioni.

“Dobbiamo reinventare completamente come facciamo formazione, educazione, università. Pensare che il sistema universitario nel mondo, non in Italia, nel mondo, possa continuare tra cinque anni a essere quello che è ora è ingenuo, non può essere. Noi dobbiamo reinventarlo completamente. È inutile che vietiamo l’uso dell’intelligenza artificiale o diciamo no ‘usiamo tutti l’intelligenza artificiale’, non funziona così. Noi dobbiamo creare un sistema formativo che tenga conto del tasso di velocità di questa macchina è alla quale non siamo preparati. (…) Noi non dobbiamo solo rispondere alle domande di oggi; quando noi pensiamo all’Agi, quando pensiamo a queste macchine, sono domande che valgono oggi e probabilmente non varranno tra quattro anni. E quando facciamo insegnamento, non possiamo insegnare cose che sono già vecchie nel momento in cui ne stiamo parlando; cioè il nostro sistema formativo, il nostro sistema di comunicazione deve cominciare a parlare di cose che vedono il futuro, altrimenti saremo sempre indietro. Una volta si diceva: le università devono insegnare quello di cui poi l’industria e il mondo del lavoro ha bisogno. Il problema è che noi adesso dobbiamo insegnare quello di cui forse il mondo del lavoro avrà bisogno tra cinque anni perché gli studenti poi escono tra cinque anni e tra cinque anni quello che insegniamo ora probabilmente sarà già un’altra cosa. Quali sono gli strumenti per chi ha una formazione universitaria, per essere pronto a ingaggiare il mondo in cinque anni? È giusto partire dalle domande giuste. Questa è la mia conclusione: abbiamo realmente costruito il sistema complesso più sofisticato della storia umana ed è ora di iniziare a studiarlo come un sistema complesso”.

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US accuses China of “industrial-scale” AI theft. China says it’s “slander.”

Specifically, the committee recommended that the State Department assess whether the distillation attacks violate laws like the Economic Espionage Act and the Computer Fraud and Abuse Act. They also want “adversarial distillation” clearly defined and officially categorized as a controlled technology transfer, which would make it easier to restrict fraudulent Chinese access to models.

If such steps were taken, the US could prosecute bad actors and impose heavy financial penalties that might dissuade Chinese firms from treating “serious violations as a tolerable cost of doing business,” the committee’s report said.

China slams accusations as “pure slander”

Kratsios’ memo threatening a crackdown comes ahead of Donald Trump’s highly anticipated meeting with China’s president Xi Jinping next month.

Trump has claimed that the meeting will be “special” and “much will be accomplished.” However, at least one analyst told the South China Morning Post that the war in Iran means that Trump has “lost almost all his bargaining chips” at a time when the US and China are seeking to stabilize a trade relationship that has been tense since Trump took office.

China seems unlikely to tolerate Kratsios’ allegations. Liu Pengyu, a spokesperson for the Chinese embassy in Washington, DC, told FT that the White House accusations were “pure slander.”

“China has always been committed to promoting scientific and technological progress through cooperation and healthy competition,” Pengyu said. “China attaches great importance to the protection of intellectual property rights.”

Whether Trump will side with AI firms that want to see China cut off from their models and sanctioned for distillation attacks has yet to be seen. Trump has, in the past, been accused of making big concessions to China on export control matters that experts have claimed threaten US national security and the economy, as US firms claim the distillation attacks do.

Some of Trump’s concessions may need to be reversed to fight the alleged “industrial espionage.”

Chris McGuire, a technology security expert at the Council on Foreign Relations, told FT that “Chinese AI firms are relying on distillation attacks to offset deficits in AI computing power and illicitly reproduce the core capabilities of US models.” To stop them, the US may need to tighten export controls that Trump loosened, such as allowing Nvidia chip sales to China so long as the US gets a 25 percent cut. That bizarre deal made “no sense” to experts who warned that Trump’s odd move could have opened the door for China to demand access to America’s most advanced AI chips.

https://arstechnica.com/tech-policy/2026/04/us-accuses-china-of-industrial-scale-ai-theft-china-says-its-slander/




Commissione femminicidio: “Introdurre il reato di creazione di nudo con l’AI”

La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere ha approvato all’unanimità la Relazione sulla “Dimensione digitale della violenza contro le donne” (relatrici la Presidente, deputata Martina Semenzato, la deputata Sara Ferrari, la senatrice Elena Leonardi).

Alla stesura della Relazione ha provveduto il consulente Dott. Valerio de Gioia, Magistrato.

Indagine avviata a settembre 2025

L’intensa attività di indagine è stata avviata dalla Commissione a partire da settembre 2025, in risposta a gravi fatti di cronaca che hanno coinvolto chat, forum e piattaforme online sessiste, dove venivano condivise e commentate foto rubate di donne, comprese attrici, influencer, politiche e giornaliste, ma anche la creazione di contenuti espliciti utilizzati a scopo di estorsione.

Il percorso della Commissione è stato immediato e operativo, in quanto sede privilegiata e competente. Con un corposo elenco di soggetti auditi (n. 42) tra cui Polizia Postale, gestori, aziende, piattaforme, professionisti e Istituzioni competenti, ma anche le donne e gli uomini implicati nelle vicende. Nelle conclusioni finali della relazione, sono 20 le proposte operative.

Violenza virtuale in crescita

“Un provvedimento robusto, complesso e approfondito. La violenza virtuale è una minaccia reale, il fenomeno è in crescita, le conseguenze sono profonde e devastanti sulla vita fisica, psicologica, economica e professionale delle vittime. Gli abusi digitali corrono nel web: molestie, stalking, minacce, revenge porn, deepfake, deepnude, sextortion e odio online. La necessità di regolamentare questo spazio virtuale ha posto al centro del dibattito la gestione dell’identità digitale, la responsabilità delle piattaforme e la trasparenza degli algoritmi. Nelle conclusioni finali, la proposta di introdurre una fattispecie di reato che punisca la diffusione di contenuti sessualmente espliciti generati con sistemi di intelligenza artificiale (deepnude). Come ricorda il messaggio del flash mob “Non con la mia faccia” promosso dall’Associazione Giornaliste Italiane. E ancora, potenziare il trattamento sanzionatorio per la c.d. estorsione sessuale (sextortion); la prescrizione del divieto di accesso ad Internet per i sottoposti agli arresti domiciliari per reati digitali (modifica articolo 284 codice procedura penale); il potenziamento della educazione digitale, dell’uso consapevole dei media e della cultura della parità di genere; il daspo digitale; l’anonimato in rete e identificazione dell’utente legati all’identità digitale certificata; l’estensione a tutte le piattaforme dell’obbligo della registrazione del codice “hash”; maggiori poteri di “enforcement” dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) nei confronti di grandi piattaforme non stabilite in Italia e l’istituzione di un punto di contatto unico per il contrasto della violenza digitale di genere tra le diverse autorità competenti”.

“Riconoscere i segnali, rompere il silenzio, denunciare alle Autorità, comprendere la realtà del virtuale e attuare azioni concrete per la sicurezza e la tutela delle persone richiede, inequivocabilmente, anche un approccio culturale ed educativo. La consapevolezza nell’uso dei social media, la capacità di riconoscere manipolazioni digitali e i rischi della rete, devono diventare parte integrante della formazione e dell’educazione digitale dei giovani e degli adulti “, ha dettp Martina Semenzato, Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere.

Nelle conclusioni finali della Relazione segnaliamo inoltre:

Obbligo dei gestori delle piattaforme di monitoraggio, intervento tempestivo e conservazione dei dati;

comunicazione da parte dei gestori delle piattaforme delle policy e delle modalità di segnalazione;

estensione del meccanismo di segnalazione al garante per la protezione dei dati personali;

accelerazione delle procedure per il rilascio della qualifica di segnalatore attendibile;

potenziamento della sicurezza dei minori;

potenziamento delle competenze tecnico-investigative nel contrasto alla violenza digitale;

deindicizzazione;

ricognizione degli assetti normativi in materia di prevenzione e contrasto della violenza di genere digitale;

intervento sul codice deontologico dei giornalisti per contenere il fenomeno della “superdiffusione”.

Leggi anche: Siti sessisti, la Pdl di Noi Moderati contro i deepfake: identità digitale obbligatoria e nuovo reato di diffusione fraudolenta online. Scarica il Pdf

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Scaleway (Gruppo iliad) fra i quattro provider europei scelti dalla Commissione Ue per il progetto di Cloud sovrano europeo

Scaleway, la piattaforma europea di public cloud e intelligenza artificiale del Gruppo iliad, è stata selezionata tra i quattro cloud provider nell’ambito del Cloud III Dynamic Purchasing System della Commissione Europea. Il programma di procurement, dal valore di 180 milioni di euro, consentirà a istituzioni, organismi e agenzie dell’UE di accedere a servizi cloud sovrani per un periodo fino a sei anni

Sovranità cloud misurabile: Scaleway ottiene il SEAL-3

L’esito segue una valutazione condotta dalla Commissione Europea nell’ambito del proprio Cloud Sovereignty Framework, che valuta i fornitori sulla base di criteri strutturati articolati in otto obiettivi chiave, riferiti agli aspetti legali, operativi e tecnologici.

Per la prima volta, nel processo di procurement è stato applicato un sistema di valutazione della sovranità cloud (Sovereignty score). Questa scala di valutazione premia l’indipendenza giuridica e il controllo fisico dei server in Europa, rendendo misurabili i requisiti di sovranità richiesti ai provider attraverso livelli SEAL (Sovereignty Effectiveness Assurance Level) obbligatori, che certificano l’indipendenza da terze parti extra-UE. I livelli variano dal SEAL-0 (nessuna sovranità) a SEAL-4 (supply chain totalmente europea, dai chip ai software). Scaleway, in particolare, è stata selezionata con livello SEAL-3, che corrisponde a un’immunità giuridica comprovata rispetto alle normative extra-UE, un controllo esclusivo dell’UE sulle chiavi di crittografia, la conservazione di tutti i dati, i metadati e i backup all’interno dell’UE, e a un SOC con sede nell’UE dotato di registri immutabili.

Questo risultato avvalora quindi sia la solidità del modello di sovranità di Scaleway, sia la sua capacità di offrire, su larga scala, servizi cloud e AI ad alte prestazioni.

L’azienda entra così a far parte di un ristretto gruppo di fornitori qualificati a supportare le istituzioni europee nei futuri progetti. Nell’ambito di questo meccanismo, gli enti coinvolti potranno indire mini-gare tra i provider selezionati per approvvigionarsi di servizi cloud rispondenti a esigenze specifiche, comprese quelle legate a carichi sensibili e critici.

“Scaleway è impegnata a contribuire all’autonomia digitale dell’Europa, non solo attraverso la propria tecnologia e l’allineamento ai quadri normativi europei, ma anche costruendo e investendo sul proprio ecosistema – ha detto Damien Lucas, CEO di Scaleway – Oggi, per ogni euro speso con Scaleway, circa 68 centesimi vengono reinvestiti nell’economia europea, contro circa 20 centesimi quando ci si affida agli hyperscaler internazionali. Orientare gli investimenti verso provider cloud realmente europei contribuisce a consolidare il potenziale a livello locale e a fare in modo che valore, know-how e innovazione restino radicati in Europa”.

Scaleway: la crescita del public cloud sovrano e dell’AI in Europa

In quanto azienda interamente a capitale europeo, Scaleway è completamente immune da interferenze extra-UE e garantisce inoltre che la localizzazione dei dati avvenga interamente sul territorio europeo.
Operando esclusivamente sotto giurisdizione europea, la piattaforma offre a imprese e istituzioni pubbliche un ambiente cloud affidabile, progettato per sostenere carichi mission-critical in tutti i settori. Inoltre, l’azienda fa leva su competenze europee, con il 100% dei team basati nel Vecchio Continente, comprese le funzioni di R&D.

Se da un lato le istituzioni europee rafforzano il proprio impegno nell’intelligenza artificiale e nelle infrastrutture digitali, dall’altro la capacità di coniugare sovranità, prestazioni e scalabilità diventa un fattore cruciale. In questo scenario, iniziative come Cloud III contribuiscono allo sviluppo di un ecosistema cloud europeo più strutturato, resiliente e competitivo.

Leggi anche: Euro digitale, il cloud affidato alle francesi OVHcloud e Scaleway (del gruppo iliad)

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L’AI entra nei licei italiani. Mim: “L’obiettivo è formare una coscienza digitale”

L’intelligenza artificiale nelle nuove Indicazioni per i licei italiani volute dal ministro Valditara

L’intelligenza artificiale (AI) entra ufficialmente e di fatto nei licei italiani, non come oggetto di fascinazione tecnologica, ma “come territorio critico da governare”. È quanto si legge sul sito del ministero dell’Istruzione e del merito (Mim) in attuazione delle nuove “Indicazioni Nazionali per i Licei”, fortemente volute dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara.

Indicazioni che il ministero invierà anche ai rappresentanti delle Consulte studentesche e altri stakeholders e che saranno adottate “solo al termine del percorso di ascolto della comunità scolastica”. Il testo è alla base di un progetto di riforma del secondo ciclo di istruzione che ripensa a livello strutturale l’intera funzione formativa della scuola superiore, in particolare il rapporto tra le discipline scolastiche e i cambiamenti profondi che stanno interessando la nostra società.

AI e coscienza digitale al tempo dell’epistemia

Tornando all’AI, in attuazione della Legge 132/2025 e dell’AI Act europeo, il suo inserimento a livello disciplinare segue una logica ben precisa e un obiettivo chiave: “formare una coscienza digitale capace di distinguere tra la simulazione algoritmica — la doxa — e il sapere validato — l’epistéme”, è chiarito nel comunicato ministeriale.

In greco antico epistémē indicava “la conoscenza vera, certa e giustificata”, diversa dalla semplice “opinione” (doxa).

Oggi, soprattutto in Italia, il termine epistémē è stato ripreso per descrivere un fenomeno psicologico e culturale su cui molto di dibatte: l’epistemia. Ci si sente “più istruiti” o “più competenti” solo perché un chatbot AI produce testi ben formulati, anche se non si sono verificati i dati o i ragionamenti che li hanno prodotti. Di fatto, sempre più spesso, la plausibilità del discorso, la buona estetica (come di dice, qualcosa che ‘suona bene’) sostituisce la verifica della conoscenza, creando l’illusione di possedere sapere reale.

“Viviamo in un’epoca in cui la fluidità del linguaggio viene scambiata per profondità. In cui la plausibilità sintattica di una frase basta a conferirle autorevolezza. È qui che prende forma una nuova condizione cognitiva, che possiamo chiamare epistemia: l’incapacità di distinguere ciò che suona come conoscenza da ciò che è conoscenza“, scrive uno dei massimi esperti di questo argomento, Walter Quattrociocchi, professore ordinario di Informatica all’Università di Roma “La Sapienza” e alla guida del Center of data science and complexity for society (da leggere lo studio “The simulation of judgment in LLMs“, pubblicato su PNAS).

Un problema enorme, che intacca i processi conoscitivi, cognitivi e decisionali. Fidarsi di un testo ‘che suona bene’ genera approssimazione, ignoranza, disinformazione e cattiva coscienza di sé e dell’ambiente in cui si vive.

Governare la tecnologia con consapevolezza

Probabilmente Valditara e il suo ministero non si preoccupano (ancora) di questo aspetto, invece così presente nella nostra esperienza quotidiana con l’AI e con le sue simulazioni di realtà (che ormai stanno sempre più caratterizzando il nostro mondo e il nostro modo di stare al mondo). L’intento del Mim è fare in modo che gli studenti imparino ad usare l’AI consapevolmente, ma anche a interrogarla, “a riconoscerne i limiti, a tutelarne i confini rispetto alla propria libertà intellettuale”.

Insomma, “l’obiettivo non è addestrare studenti all’uso degli strumenti digitali: è formarli a governarli con consapevolezza”.

Una missione di grande importanza, anche perchè oggi un giovane su due in Italia proprio in età scolastica usa ormai chatbot AI.

Capire l’AI, con la matematica

Altra novità importante è proporre la matematica come “esperienza intellettuale”, cioè fare in modo che le tecniche alla base di questa disciplina scolastica così importante diventino “strumenti per comprendere concetti, modelli e decisioni — ovvero per esercitare quella cittadinanza attiva e critica che è l’obiettivo ultimo del percorso liceale”.

Alla matematica, poi, è affidato “il compito di fornire i concetti e il linguaggio che stanno alla base dei sistemi di AI”.

Via la Geostoria, un posto al sole per italiano e filosofia

Tra le altre Indicazioni per i licei annunciate del ministero, c’è il rilancio della lettura come pratica identitaria, la fine della geostoria e il ritorno come discipline autonome di storia e geografia. La filosofia, invece, troverà un nuovo posto a scuola come “pratica concreta (esercizio di riflessione, interrogazione, giudizio, argomentazione)” e come “sapere storico e teorico, tradizione di autori e testi da conoscere e approfondire”.

Non ultimo un ritrovato ruolo dei licei nel migliorare le relazioni umane e quindi la società nel suo insieme. Una specie di missione etica in cui “i licei dedicano ampio spazio all’educazione emotiva e relazionale così come al contrasto di ogni forma di violenza e di discriminazione”, dove “il rispetto è riconosciuto come presupposto etico che precede e fonda l’agire civile: non una norma da rispettare, ma una disposizione da coltivare”. Strumenti utili a costruire i fondamenti della convivenza pluralistica, “dove l’inclusione non è concessione ma architrave della cultura occidentale moderna”.

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Anthropic tested removing Claude Code from the Pro plan

Anthropic caused a stir among developers with what appeared to be a surprise change to its pricing plan: The company signaled that Claude Code, the popular agentic development tool, would no longer be available to subscribers on the $20-per-month Pro plan.

Users took to Reddit and X to point out that Anthropic’s pricing page for Claude explicitly showed Claude Code as not supported in the Pro plan. (It remained in the $100/month+ Max plan.) Some new users signing up for Pro subscriptions were unable to access Claude Code. Meanwhile, existing subscribers saw no interruption.

After speculation and frustration spread, Anthropic’s head of growth, Amol Avasare, took to social media to clarify that this was a “small test on ~2% of new prosumer signups.” As for the reasoning, he explained:

When we launched Max a year ago, it didn’t include Claude Code, Cowork didn’t exist, and agents that run for hours weren’t a thing. Max was designed for heavy chat usage, that’s it. Since then, we bundled Claude Code into Max and it took off after Opus 4. Cowork landed. Long-running async agents are now everyday workflows. The way people actually use a Claude subscription has changed fundamentally. Engagement per subscriber is way up.

We’ve made small adjustments along the way (weekly caps, tighter limits at peak), but usage has changed a lot and our current plans weren’t built for this. So we’re looking at different options to keep delivering a great experience for users.

Some users remained upset, noting that it was strange and confusing that Anthropic ran a trial on just 2 percent of new sign-ups yet updated its public-facing documentation to reflect that the change was universal. Before long, the pricing page was updated to again show that Claude Code is offered as part of the Pro plan.

https://arstechnica.com/ai/2026/04/anthropic-tested-removing-claude-code-from-the-pro-plan/




Anthropic tested removing Claude Code from the Pro plan

Anthropic caused a stir among developers with what appeared to be a surprise change to its pricing plan: The company signaled that Claude Code, the popular agentic development tool, would no longer be available to subscribers on the $20-per-month Pro plan.

Users took to Reddit and X to point out that Anthropic’s pricing page for Claude explicitly showed Claude Code as not supported in the Pro plan. (It remained in the $100/month+ Max plan.) Some new users signing up for Pro subscriptions were unable to access Claude Code. Meanwhile, existing subscribers saw no interruption.

After speculation and frustration spread, Anthropic’s head of growth, Amol Avasare, took to social media to clarify that this was a “small test on ~2% of new prosumer signups.” As for the reasoning, he explained:

When we launched Max a year ago, it didn’t include Claude Code, Cowork didn’t exist, and agents that run for hours weren’t a thing. Max was designed for heavy chat usage, that’s it. Since then, we bundled Claude Code into Max and it took off after Opus 4. Cowork landed. Long-running async agents are now everyday workflows. The way people actually use a Claude subscription has changed fundamentally. Engagement per subscriber is way up.

We’ve made small adjustments along the way (weekly caps, tighter limits at peak), but usage has changed a lot and our current plans weren’t built for this. So we’re looking at different options to keep delivering a great experience for users.

Some users remained upset, noting that it was strange and confusing that Anthropic ran a trial on just 2 percent of new sign-ups yet updated its public-facing documentation to reflect that the change was universal. Before long, the pricing page was updated to again show that Claude Code is offered as part of the Pro plan.

https://arstechnica.com/ai/2026/04/anthropic-tested-removing-claude-code-from-the-pro-plan/