Slopaganda, che cos’è e perché punta a generare paura e caos tra i cittadini

Slopaganda, la nuova frontiera della propaganda digitale: che cos’è e perché mette alla prova le nostre democrazie

Dalle clip virali che ritraggono Donald Trump come un sovrano caricaturale o un eroe da videogame, fino ai video in stile LEGO diffusi da ambienti filo-iraniani per raccontare il conflitto in Medio Oriente, la comunicazione politica contemporanea sta attraversando una trasformazione profonda. È un fenomeno che studiosi e analisti hanno chiamato “slopaganda”, una forma di propaganda a bassa qualità, spesso generata con l’intelligenza artificiale (AI), progettata per saturare gli spazi informativi digitali più che per convincere attraverso argomentazioni chiare e concrete.

Il termine nasce dalla fusione tra “slop”, ovvero contenuto scadente, ripetitivo, prodotto in serie, e “propaganda”, intesa come comunicazione finalizzata a orientare opinioni e comportamenti. La combinazione descrive con efficacia un ecosistema in cui: la quantità prevale sulla qualità e l’impatto emotivo sostituisce la verifica dei fatti. Non si tratta più, dunque, di persuadere nel senso classico del termine, ma di occupare l’attenzione, di trattenerla e operare in profondità su di essa (dopo esposizione massiccia del soggetto). Spesso questo accade anche sfruttando l’attualità più drammatica, come la guerra. Diffondere un flusso di contenuti volutamente grotteschi sul conflitto in corso in Iran o in Ucraina, o su Gaza, deresponsabilizza l’opinione pubblica e chi fa stragi, disumanizza la sofferenza, crea distanza e superficialità sul giudizio. Un video divertente sulla guerra trasforma l’orrore in un gioco, le vittime in attori, il dolore in intrattenimento.

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Tradurre messaggi complessi e conflitti politici in codici visivi più semplici e familiari

Negli Stati Uniti questo modello comunicativo ha trovato una delle sue espressioni più visibili durante la campagna elettorale del 2024, hanno spiegato Mark Alfano, professore di Filosofia alla Macquarie University, e Michał Klincewicz, Assistant Professor al Department of Computational Cognitive Science della Tilburg University, in un articolo su The Conversation. Attorno alla figura di Donald Trump si è sviluppata una produzione massiccia di contenuti visivi e video brevi, spesso volutamente grotteschi o surreali: immagini generate dall’AI che lo raffigurano come un Papa, un guerriero o una figura quasi messianica, clip dal tono ironico o provocatorio pensate per diventare virali sulle piattaforme come TikTok e X. Il punto non è la credibilità del singolo contenuto (spesso evidentemente fittizio) ma la sua capacità di circolare, accumulare interazioni e contribuire a costruire un immaginario.

In parallelo, anche attori statali e para-statali hanno affinato l’uso di queste tecniche. Nel contesto del confronto tra Stati Uniti e Iran, ad esempio, ha raccontato Josephine Walker su Axios, sono circolati video che mescolano immagini reali di operazioni militari con sequenze tratte da videogiochi o serie televisive, mentre dall’altra parte si è assistito a una proliferazione di contenuti AI (inclusi i citati video in stile LEGO) utilizzati per semplificare e rendere immediatamente riconoscibili messaggi politici complessi. L’uso di “estetiche pop occidentali” non è casuale: serve a intercettare pubblici più ampi e meno politicizzati, traducendo il conflitto in codici visivi familiari.

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Come funziona la slopaganda

La slopaganda funziona attraverso una combinazione di produzione automatizzata, logiche algoritmiche e leve psicologiche. Grazie all’intelligenza artificiale è possibile generare in tempi rapidissimi grandi quantità di contenuti (immagini, video, meme, testi) che ripropongono lo stesso messaggio in forme leggermente diverse.

Queste varianti vengono diffuse sui social e “testate” in tempo reale: quelle che ottengono più reazioni, condivisioni o commenti vengono ulteriormente amplificate, mentre le altre vengono scartate. Il sistema si adatta così continuamente alle preferenze del pubblico, creando contenuti sempre più efficaci nel catturare attenzione.

Allo stesso tempo, i messaggi sono spesso costruiti per attivare emozioni forti (paura, rabbia, indignazione) e per essere facilmente riconoscibili e condivisibili anche senza un’analisi approfondita. Il risultato è una saturazione dello spazio informativo: l’utente non viene persuaso da un singolo contenuto, ma esposto a una moltiplicazione continua dello stesso schema narrativo, che finisce per influenzare percezioni e opinioni in modo graduale e spesso inconsapevole.

L’evoluzione dell’economia dell’attenzione

Fenomeni analoghi si osservano anche in Europa, sebbene con forme più frammentate. In diversi Paesi dell’Unione sono state individuate reti di account semi-automatizzati che diffondono contenuti quasi identici, adattati linguisticamente e culturalmente ai diversi contesti nazionali. Meme su immigrazione, sicurezza o costo della vita vengono replicati con minime variazioni grafiche e testuali, spesso generati o rielaborati con strumenti di intelligenza artificiale. In Italia, come in altri Stati membri, questi contenuti tendono a mescolare riferimenti locali con modelli narrativi importati, creando un ibrido che appare autentico ma è in realtà parte di una produzione seriale.

Il funzionamento della slopaganda è strettamente legato all’economia dell’attenzione che governa le piattaforme digitali. Gli algoritmi privilegiano ciò che genera reazioni rapide (indignazione, sorpresa, paura) e l’intelligenza artificiale consente di produrre in tempi rapidissimi migliaia di varianti dello stesso messaggio.

Queste vengono testate, amplificate e replicate automaticamente, in un processo continuo di ottimizzazione. Il risultato è una comunicazione iper-adattiva, capace di raggiungere nicchie specifiche di pubblico con contenuti calibrati sui loro interessi e predisposizioni emotive.

È proprio qui che emerge la principale criticità democratica. La slopaganda non mira necessariamente a far credere a una falsità precisa, ma a modificare l’ambiente informativo nel suo complesso. L’effetto cumulativo è una saturazione che rende difficile distinguere tra informazione affidabile e rumore, tra contenuti autentici e manipolati. In questo contesto, anche materiale veritiero rischia di essere percepito come sospetto, contribuendo a un progressivo indebolimento della fiducia nei confronti di media, istituzioni e fonti autorevoli.

E poi c’è l’AI slop

Accanto alla slopaganda, si sta diffondendo un fenomeno più ampio e pervasivo: l’AI slop, ovvero una massa crescente di contenuti generati automaticamente (articoli, video, musica, immagini) prodotti senza reale controllo qualitativo e spesso privi di valore informativo.

Come ha spiegato su The Conversation, Adam Nemeroff, vice rettore della Quinnipiac University, non sempre questi contenuti nascono con un intento politico esplicito, ma contribuiscono comunque a degradare l’ecosistema informativo. La loro funzione principale è sfruttare le logiche di monetizzazione delle piattaforme e attirare traffico, anche a costo di essere ridondanti, imprecisi o fuorvianti.

In questo senso, l’AI slop rappresenta il terreno su cui la slopaganda attecchisce e prospera: un ambiente saturo di materiali indistinti, in cui diventa sempre più difficile per l’utente medio distinguere tra contenuti affidabili, intrattenimento artificiale e messaggi manipolatori. Il rischio è che la quantità finisca per soffocare la qualità, con effetti non solo economici per i creatori di contenuti, ma anche cognitivi e culturali per l’intera società digitale.

L’effetto ansia e polarizzazione

Un ulteriore elemento di rischio riguarda la dimensione emotiva. La reiterazione di messaggi allarmistici o polarizzanti (spesso costruiti attorno a figure nemiche o a scenari di crisi permanente) alimenta un clima di ansia e conflitto. La semplificazione estrema, tipica della slopaganda, riduce la complessità dei fenomeni politici a narrazioni binarie, favorendo la contrapposizione piuttosto che il confronto.

Riconoscere questi contenuti non è sempre immediato, ma alcuni segnali ricorrono con frequenza. L’estetica eccessivamente patinata o, al contrario, volutamente “glitchata” (cioè trasformare ‘l’errore’ in una scelta volontaria, in una specie di marchio di fabbrica), la ripetizione ossessiva di uno stesso messaggio declinato in molte varianti, l’uso di immagini surreali o simboliche prive di contesto verificabile, così come la diffusione simultanea da parte di numerosi account con caratteristiche simili, rappresentano indizi utili. A ciò si aggiunge la tendenza a privilegiare titoli sensazionalistici e a evitare qualsiasi riferimento a fonti verificabili.

La diffusione della slopaganda pone dunque una sfida che va oltre il tema, già noto, delle fake news. Si tratta di una trasformazione strutturale della comunicazione pubblica, in cui la velocità, la replicabilità e la capacità di catturare attenzione diventano più rilevanti della veridicità. In un sistema democratico fondato sulla possibilità per i cittadini di accedere a informazioni affidabili e di formarsi opinioni consapevoli, questo slittamento rischia di compromettere uno degli elementi essenziali del processo decisionale collettivo.

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Il fast-food dell’informazione politica: rapida, saporita e dannosa per la salute della democrazia

La “fast-foodizzazione” dell’informazione politica, per riprendere una metafora sempre più utilizzata, produce contenuti facili da consumare ma poveri di sostanza. E come nel caso dell’alimentazione, un consumo prolungato di questo tipo di prodotti rischia di avere effetti sistemici.

Come il cibo spazzatura, la slopaganda privilegia impatto immediato (immagini forti, meme elettrizzanti, frasi shock) rispetto a sostanza, contesto e verificabilità; serve a essere digerita in fretta e condivisa, non meditata.

La continua esposizione a messaggi emotivi, ripetitivi e parziali indebolisce la capacità critica dei cittadini: aumenta sfiducia nelle istituzioni, moltiplica polarizzazione e rende più difficile distinguere informazione affidabile da rumore artificiale. In un contesto di confusione informativa diffusa, la democrazia fatica a costruire consenso razionale, lungimirante e condiviso; le decisioni politiche e di voto tendono a basarsi su paura, rabbia e identità, più che su argomenti ponderati.

La questione, ormai, non è più se la slopaganda influenzerà il dibattito pubblico, ma in quale misura le democrazie saranno in grado di adattarsi (ce la faranno?) a un ambiente informativo sempre più saturo, frammentato e, soprattutto, manipolabile.

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Data center, 110 miliardi di euro di investimenti in Europa e 25 miliardi in Italia entro il 2028

L’Europa accelera sui data center, ma il 55% degli investimenti si concentra negli hub più grandi: Francoforte, Amsterdam, Londra, Parigi e Dublino

Più data center significa abilitare crescita economica. Siamo nel pieno della trasformazione digitale, pur con limiti e ritardi fisiologici, particolarmente evidenti per il nostro Paese, e per tenere in piedi un Paese in questo momento storico serve una spina dorsale forte e flessibile, in grado di reggere nuova capacità e dimostrarsi sufficientemente resistente agli strappi dell’attuale congiuntura geopolitica.

I data center sono l’infrastruttura invisibile su cui ogni Paese deve poter contare se vuole dotarsi di un’economia avanzata e soprattutto se vuole garantirsi sufficiente capacità di calcolo e le risorse necessarie per lo sviluppo e l’impiego di soluzioni di intelligenza artificiale (AI), cloud sovrano, robotica/automazione e internet delle cose. In Europa gli investimenti in data center sono stimati in 110 miliardi di euro entro il 2028, considerando solo i principali poli continentali (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino, con l’aggiunta di quelli emergenti come Milano e Madrid).

Nuovi data center generano ulteriori investimenti, occupazione qualificata e rilancio di aree dismesse, contribuendo anche a una transizione energetica più efficiente e sostenibile. L’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano ha indicato in un recente studio che tra 2023 e 2025 sono già stati investiti circa 29,5 miliardi di euro nei 13 principali hub europei. La maggior parte degli investimenti europei resta concentrata nei grandi hub “FLAPD”, che da soli assorbirebbero circa il 55% del totale degli investimenti previsti.

Il tallone d’Achille della dipendenza tecnologica ed energetica

L’Europa può continuare a crescere e guadagnare terreno, ma il suo principale problema, ormai noto a tutti, è la dipendenza cronica sia da tecnologia estera, sia dagli approvvigionamenti energetici extra-Ue. Come segnalato sempre dall’Osservatorio, oltre metà della potenza energetica installata per i data center europei è concentrata in 10 operatori, di cui sette statunitensi. Ancora, l’80% del mercato cloud è controllato da hyperscaler e provider americani.

Gli investitori, se devono decidere dove allocare nuove risorse finanziarie in questo settore, mostrano incertezza riguarda all’Europa, principalmente perché scarseggia di energia, che è elemento centrale per la crescita dei data center.

L’Unione europea continua a importare quasi il 60% dell’energia che consuma, soprattutto gas, petrolio e altre fonti fossili, con Paesi come Italia e Germania sopra la media comunitaria (oltre il 70% di dipendenza in Italia). Anche se produce molta energia elettrica da rinnovabili e può contare su know‑how in settori come fotovoltaico ed eolico, l’Europa resta dipendente anche da importazioni di materie prime critiche (litio, terre rare, cobalto, silicio, ecc.) per batterie, turbine, pannelli e data center, oltre che da componentistica e chip di fabbricazione asiatica.

L’Italia in coda, ma tiene la corsa europea

Tra il 2026 ed il 2028 gli investimenti in data center nel nostro Paese dovrebbero aggirarsi sui 25 miliardi di euro, con ulteriori proiezioni positive per il 2030. La crescita del mercato è sempre più guidata dagli hyperscaler, con il passaggio da piccoli data center a grandi campus superiori ai 30 MW, più efficienti ma anche più energivori.

In termini di potenza, la capacità installata è stimata da AGICI triplicare entro il 2030, passando da circa 600 MW oggi a 2 GW, con investimenti che si concentrano in particolare in Lombardia (Milano) ma con crescente interesse per altre aree del territorio.

Accanto alle opportunità emergono però alcune criticità, legate alla disponibilità di infrastrutture energetiche. In Italia, secondo un nuovo studio realizzato da Engie e Key to Energy, le richieste di connessione hanno raggiunto i 79 GW, con possibili fenomeni di saturazione della rete in alcune aree, e i ritardi nel time-to-grid possono comportare perdite fino a 1,1 milioni di euro di EBITDA per ogni anno di slittamento.

In questo scenario, accelerare la transizione verso un’energia stabile e competitiva diventa un fattore chiave per lo sviluppo del settore e gli operatori energetici saranno sempre più abilitatori e partner per lo sviluppo, la gestione e l’approvvigionamento energetico dei data center.

Non solo data center, necessario investire nella transizione energetica

La transizione energetica, però, non va pensata solamente come un problema o un costo. Portata avanti in maniera intelligente, cioè supportata da politiche lungimiranti, orientata all’efficienza, alla sostenibilità, all’inclusione dei territori e all’innovazione, la transizione rappresenta un efficace abilitatore di crescita e competitività. Dal 2028 – 2030, secondo lo studio, i data center potrebbero diventare attori energetici sempre più attivi e fondamentale risulta il ruolo di soluzioni avanzate come i Power Purchase Agreement (PPA) rinnovabili, anche multi-tecnologici (fotovoltaico e eolico), insieme ai sistemi di accumulo, che garantiscono flessibilità e sicurezza energetica.

Investire nella transizione energetica, inoltre, è l’unico modo affrontare in maniera concreta il problema dell’aumento della domanda di energia da parte dei data center. Entro il 2030, i consumi energetici dei data center a livello globale potrebbero crescere fino al 30% annuo e al 16% in Europa.

In Italia si stima un aumento che può arrivare a 2 o 4 volte i consumi attuali, superando il 10% dei consumi europei del settore.

La domanda energetica a livello globale è cresciuta del 23%, raggiungendo 545 TWh di consumi. In Europa dell’11%, con 80TWh e in Italia del 17%, con 4,2 TWh. Il trend subirà una decisa accelerazione entro il 2030: nel mondo la domanda raggiungerà oltre 2mila TWh, in Europa 167 e in Italia 21,6 TWh con una crescita del 37%.

Rinnovabili e PPA per decabonizzare la data economy

Una recente ricerca di A2A stima che lo sviluppo dei data center in Italia potrebbe contribuire alla crescita del PIL nazionale al 2035 del 6% – con la creazione di 77 mila posti di lavoro – fino ad arrivare, in uno scenario full potential, al 15% con 150 mila nuovi occupati.

Grazie a PPA e politiche “verdi” si potrebbero ridurre le emissioni nocive generate dalla data economy fino a 3,7 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, solo lato data center in italia.

Nel 2024, è riportato dalla ricerca, la data economy ha generato per il nostro Paese un valore di 60,6 miliardi di euro, pari al 2,8% del PIL nazionale. Nei prossimi 10 anni, il numero di dispositivi IoT e la domanda di servizi cloud sono attesi triplicare, mentre il traffico dati più che raddoppierà. Con queste dinamiche e in ipotesi di allineamento dell’Italia ai livelli dei Paesi più avanzati nel mondo nell’ecosistema digitale, il valore della data economy italiana potrebbe superare i 200 miliardi di euro al 2030.

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Satellite and drone images reveal big delays in US data center construction

Silicon Valley has been pouring hundreds of billions of dollars into building ever-larger AI data centers that require as much electricity as hundreds of thousands of US homes—but that massive buildout faces significant construction and power challenges along with growing local resistance. Now satellite imagery is showing that nearly 40 percent of US data center projects may fail to be completed this year as scheduled.

The Financial Times drew upon satellite imagery from the geospatial data analytics company SynMax showing how much progress has been made in clearing land and laying building foundations for each data center project. It also cross-checked project progress against public statements and permit documents compiled by the industry research group IIR Energy. The resulting analysis revealed how major projects from tech companies such as Microsoft, Oracle, and OpenAI are “likely to miss completion dates by more than three months.”

Interviews with more than a dozen industry executives highlighted data center delays caused by “chronic shortages of labor, power and equipment” along with the process of securing the necessary permits, according to the Financial Times. Construction executives involved with OpenAI projects specifically mentioned not having enough tradespeople, such as electricians and pipe fitters, to work on multiple data center projects.

The substantial power demand requirements of the planned data center buildout also represent a huge energy bottleneck, especially as utility companies struggle to build enough power generation and to expand the power infrastructure necessary to deliver more electricity. Tariffs on imported Chinese equipment such as transformers have only made the situation worse for Silicon Valley’s AI ambitions.

https://arstechnica.com/ai/2026/04/construction-delays-hit-40-of-us-data-centers-planned-for-2026/




Meta’s AI spending spree is helping make its Quest headsets more expensive

Meta’s “future of the Internet” of the recent past.

Meta’s “future of the Internet” of the recent past. Credit: Meta

Meta’s partially self-inflicted Quest pricing situation is particularly striking given how recently the company changed its name and threw vast sums of money at its vision for a VR-based metaverse—one it said would form the basis of “the next version of the Internet.” That hasn’t panned out how CEO Mark Zuckerberg envisioned five years ago, though, as $73 billion in cumulative losses for Meta’s VR-focused Reality Labs division can attest.

But while Meta was more or less alone among big tech companies in making significant investments in the metaverse, it’s just one of many companies throwing boatloads of money at the AI revolution. And Meta’s yearslong spending spree on the metaverse pales in comparison to what the company is throwing at AI this year alone.

Still, with Meta reportedly planning spending cuts of up to 30 percent for its metaverse division, it’s clear where the company’s focus lies for the immediate future. So when you look at the rising prices for the VR headsets that now seem to be a waning part of Meta’s focus, just remember that Meta’s own ever-shifting priorities have helped lead us to this point.

The new prices for Meta’s Quest headsets in the US are as follows:

  • Quest 3S (128GB): $350 (previously $300, up 16.7 percent)
  • Quest 3S (256GB): $450 (previously $400, up 12.5 percent)
  • Quest 3 (512GB): $600 (previously $500, up 20 percent)

https://arstechnica.com/ai/2026/04/metas-ai-spending-spree-is-helping-make-its-quest-headsets-more-expensive/




Stellantis chiede a Microsoft di accelerare su AI e cybersecurity, al lavoro su 100 soluzioni

L’adozione dell’AI diventa strutturale nell’industria automobilistica, Stellantis rafforza la collaborazione con Microsoft

Nel pieno di una trasformazione strutturale che sta ridisegnando l’industria automobilistica globale, Stellantis annuncia la volontà di rafforzare la propria traiettoria verso la digitalizzazione con un accordo quinquennale con Microsoft focalizzato su intelligenza artificiale (AI), cybersicurezza e infrastrutture cloud. Più che un’alleanza tecnologica tradizionale (e già avviata da tempo), l’intesa si inserisce in un contesto in cui l’auto è ormai un sistema software-defined, esposto a nuove vulnerabilità ma anche a opportunità di innovazione lungo l’intera catena del valore.

L’elemento più rilevante dell’accordo riguarda il co-sviluppo di oltre 100 casi d’uso basati sull’intelligenza artificiale, distribuiti tra progettazione, produzione, servizi e relazione con il cliente.

L’adozione dell’AI diventa infrastrutturale, cioè non si limita più a funzioni sperimentali o di supporto: entra nei processi di ingegneria per accelerare sviluppo e validazione dei veicoli, nelle attività industriali per migliorare manutenzione e qualità, fino ai servizi digitali destinati agli utenti finali. In questo scenario, i dati generati dai veicoli connessi e dalle operations diventano la materia prima per modelli predittivi e sistemi decisionali automatizzati.

Questa evoluzione si inserisce in un mercato che sta rapidamente ampliando la propria dimensione economica e la propria esposizione ai rischi. Il comparto globale della cybersecurity automotive è stimato crescere dagli 8,3 miliardi di dollari del 2026 a oltre 17 miliardi nel 2034, con un tasso medio annuo vicino al 10%. Parallelamente, nel 2025 gli attacchi ransomware contro il settore automotive e della mobilità intelligente sono raddoppiati, spinti dall’aumento delle superfici di attacco legate a veicoli connessi, API cloud e aggiornamenti software over-the-air.

Un centro di cybersecurity basato sull’AI

È proprio su questo fronte che la collaborazione con Microsoft intende assumere una dimensione strategica. Secondo quanto comunicato sul sito, Stellantis punta a costruire un centro globale di cybersicurezza basato sull’AI, in grado di monitorare e proteggere in modo integrato sistemi IT, fabbriche, piattaforme digitali e veicoli.

L’obiettivo è passare da un approccio reattivo a uno predittivo, sfruttando algoritmi di machine learning per individuare anomalie e minacce in tempo reale. Una scelta che riflette anche le pressioni normative, in particolare in Europa, dove i regolamenti UNECE R155 e R156 impongono ai costruttori l’adozione di sistemi di gestione della sicurezza informatica e di aggiornamento software lungo l’intero ciclo di vita del veicolo.

Nel contesto europeo, l’integrazione tra AI e cybersecurity si sta consolidando anche per garantire la conformità ai requisiti normativi e alla protezione dei dati secondo il quadro GDPR. I sistemi di intrusion detection evoluti, alimentati da intelligenza artificiale, sono destinati a diventare componenti standard nei veicoli software-defined.

Negli Stati Uniti, invece, il quadro è più orientato alla gestione del rischio emergente: dopo diversi incidenti rilevati nel 2025, le autorità stanno spingendo verso linee guida per un uso sicuro dell’IA nei sistemi autonomi, mentre cresce l’adozione di tecnologie intelligenti in ambiti come ADAS e telematica.

La centralità del cloud e data center più sostenibili entro il 2029

Accanto alla sicurezza, l’altro pilastro dell’accordo riguarda la modernizzazione dell’infrastruttura digitale. Stellantis prevede una migrazione estesa verso il cloud Azure, con l’obiettivo di migliorare scalabilità, resilienza e velocità di distribuzione dei servizi digitali. Il dato più significativo è l’impegno a ridurre del 60% l’impatto dei data center entro il 2029, segnale di come la trasformazione cloud venga letta anche in chiave di sostenibilità operativa oltre che di efficienza.

La centralità del cloud è strettamente legata all’evoluzione del modello di business dell’automotive. La capacità di aggiornare i veicoli da remoto, introdurre nuove funzionalità software e gestire servizi digitali su scala globale richiede architetture distribuite e sicure. In questo senso, la convergenza tra piattaforme cloud e sistemi embedded nei veicoli rappresenta uno dei nodi più critici e strategici per i costruttori.

Nel complesso, la collaborazione tra Stellantis e Microsoft evidenzia come il settore automotive stia accelerando verso un modello sempre più simile a quello delle industrie tecnologiche. In un contesto di mercato segnato da margini compressi, transizione elettrica e crescente complessità regolatoria, la leva digitale (dall’IA alla cybersecurity fino al cloud) diventa un fattore determinante per sostenere competitività e resilienza.

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https://www.key4biz.it/stellantis-chiede-a-microsoft-di-accelerare-su-ai-e-cybersecurity-al-lavoro-su-100-soluzioni/570090/




OpenAI starts offering a biology-tuned LLM

To address LLMs’ tendencies toward sycophancy and overenthusiasm, OpenAI says it has tuned the model to be more skeptical, so it’s more likely to tell you when something is a bad drug target. There was a lot of talk about GPT-Rosalind’s “reasoning” and “expert-level” abilities. We were told that the former was defined as being able to work through complex, multi-step processes, while the latter was derived from the model’s performance on a handful of benchmarks.

It’s unclear whether OpenAI has tackled the hallucination issue that has plagued a variety of LLMs and can also strike when the systems are prompted to explain the steps the company took to reach its conclusions. Given past experience, it’s likely we’ll see a mix of glowing reports about unexpected connections the AI finds, as well as instances where it produces obviously erroneous suggestions.

For the moment, however, the company is limiting access due to concerns about the model’s potential for harmful outputs if asked to do something like optimize a virus’s infectivity. Only US-based entities can apply to OpenAI’s trusted access deployment structure at the moment, and the company will limit who can use it. A more limited Life Sciences Research Plugin will be made generally available.

As noted above, a number of other companies have made science-focused agentic LLMs available, but those were much less focused than GPT-Rosalind, which is biology-specific. Until we start hearing reports on the effectiveness of this new model, it’s difficult to evaluate whether this focus improves its utility.

https://arstechnica.com/science/2026/04/openai-starts-offering-a-biology-tuned-llm/




Google releases new apps for Windows and MacOS

The first Gemini desktop app, now on Mac

There’s currently no Google search app for macOS, but Google has the AI side covered with the new Gemini app. This is the company’s first standalone desktop app for accessing Gemini. Google’s Josh Woodward says Google has been getting requests for a native Mac app, so the company put together a small team to build one. It didn’t even take very long, with less than 100 days to deliver a supposed 100-plus features on Mac. CEO Sundar Pichai says it was built entirely using Google Antigravity.

Opening the app is similar to how you access the Windows search app—hit Option + Space at any time to pull up a Gemini prompt bar. You can ask general questions like you would the web version of Gemini, but it can also access your windows for additional context. Again, that’s similar to the Windows app, with a greater focus on AI.

Gemini app on Mac

Gemini for Mac has just about every feature of Gemini on the web.

Credit: Google

Gemini for Mac has just about every feature of Gemini on the web. Credit: Google

The Mac Gemini app, which is coded entirely in Swift, includes a full spate of Gemini features and model types. You can upload files, create notebooks, and access tools like Deep Research and Canvas right on your desktop. It also has access to image-, video-, and music-generation models. More features are apparently on the way, too.

Even if you like generative AI, Google’s method of distribution may be a dealbreaker. As of now, the company has opted not to list the app in the App Store for Mac. Instead, you have to download and install a DMG file from Google’s website. This one is available in all regions and languages with Gemini support.

https://arstechnica.com/gadgets/2026/04/google-launches-search-app-for-windows-gemini-app-for-mac/




Boston Dynamics’ robot dog now reads gauges and thermometers with Google’s AI

Robots such as Boston Dynamics’ four-legged Spot can now accurately read analog thermometers and pressure gauges while roaming around factories and warehouses. Those improvements come courtesy of Google DeepMind’s newest robotic AI model that aims to enhance robotic capabilities for ‘embodied reasoning’ when interacting with physical environments.

The new Gemini Robotics-ER 1.6 model announced on April 14 performs as a “high-level reasoning model for a robot” that can plan and execute tasks, according to Google DeepMind. This model also unlocks the capability of accurately reading instruments such as complex gauges and doing visual inspections using sight glasses that provide a transparent window to peek inside tanks and pipes—a performance upgrade that came about through Google DeepMind’s ongoing collaboration with robotics company Boston Dynamics.

Boston Dynamics has a keen interest in testing both quadruped and humanoid robotic workers in a wide range of industrial facilities, including the automotive factories of the robotic company’s corporate owner, Hyundai Motor Group. The company’s robot “dog,” Spot, is being trialled as a robotic inspector that roams throughout industrial facilities to check up on everything. Such inspection duties require “complex visual reasoning” to interpret the multiple needles, liquid levels, container boundaries and tick marks, along with text, in various instruments.

The model driving it

To handle such tasks, the Gemini Robotics-ER 1.6 model provides robots with “agentic vision” that combines visual reasoning with the capability of executing code to create a “visual scratchpad” for inspecting and manipulating images. Such agentic vision was introduced in Google’s Gemini 3.0 Flash model back in January 2026.

The agentic vision capability reportedly boosts robotic performance on instrument reading tasks from 23 percent in the older Gemini Robotics-ER 1.5 model to 98 percent in the new Gemini Robotics-ER 1.6 model. For comparison, Gemini 3.0 Flash delivered just 67 percent accuracy.

The baseline Gemini Robotics-ER 1.6 model can still achieve 86 percent accuracy in reading instruments even without agentic vision. That is because the model uses a process of pointing to different elements in a visual image to process complex tasks, such as counting items or identifying the most salient features. It also supposedly delivers an improved “multi-view reasoning” capability that allows a robotic system to use multiple camera streams to better understand its environment.

https://arstechnica.com/ai/2026/04/robot-dogs-now-read-gauges-and-thermometers-using-google-gemini/




Adobe takes Creative Cloud into Claude Code-esque territory

Adobe also says it can learn from users over time about their favorite tools or even stylistic preferences. That could be useful, but as with the memory features for LLMs, it could become frustrating if it pigeonholes a user. Here’s hoping you can customize that or disable that feature as needed.

In addition, there will be “skills,” which work pretty much like the skills you may have seen in similar tools for other disciplines, like OpenAI’s Codex or Anthropic’s Claude Code. Skills are essentially prepackaged integrations and workflows tailored to specific tasks. Users can tap a library of these, or they can build or configure their own.

Firefly AI Assistant was actually first previewed last October, when it had the moniker “Project Moonlight”—this is just the actual public release of that concept.

This development marks a notable shift in Adobe’s AI strategy. Think of it like this: Adobe’s approach up to this point has been somewhat similar to Apple’s, with an emphasis on leveraging models for very specific features and capabilities built into existing apps and workflows.

By contrast, this is an entirely different paradigm, where users may work significantly less within specialized applications, and the technology is used to facilitate a new approach to working rather than just giving new functionality to people who already know how to use the apps.

Adobe says Firefly AI Assistant will enter a public beta within a few weeks, but it hasn’t yet offered specifics about pricing, limits, or which users or plans it will be available to.

https://arstechnica.com/ai/2026/04/adobe-takes-creative-cloud-into-claude-code-esque-territory/




L’AI giusta. Nobile (AgID): “La PA deve semplificarsi e lavorare allo Stato agentico”

Innovare è una responsabilità. Senza una visione chiara non esiste un futuro sostenibile, soprattutto al tempo dell’AI

In occasione delle celebrazioni italiane della 56ª Giornata Mondiale della Terra delle Nazioni Unite, alla Casa del Cinema di Roma si è tenuto l’incontro dal titolo “Comunicazione e digitale acceleratori di una transizione giusta”, appuntamento pomeridiano del Festival italiano dell’Innovability “Impatta Disrupt”, che ha messo al centro del confronto tra Istituzioni, imprese, università e mondo religioso il crescente impatto sociale dell’AI e della comunicazione digitale.

Promosso dal Think Tank Impatta e realizzato in collaborazione con Harmonic Innovation Group, Entopan e Fondazione Earth Day Italia, il Festival giunge alla sua terza edizione consolidando il proprio ruolo tra i principali appuntamenti italiani dedicati all’innovazione sostenibile e alla finanza d’impatto, inserendosi nel calendario ufficiale delle celebrazioni italiane dell’Earth Day.

“La transizione, per essere davvero efficace, deve essere al tempo stesso energetica e culturale, strettamente intrecciata con quella tecnologica. È questo il filo conduttore della sessione pomeridiana, dedicata ad approfondire i grandi cambiamenti in atto.
Al centro del dibattito, la transizione digitale e il ruolo della comunicazione, considerati strumenti fondamentali da interpretare e utilizzare al meglio. L’obiettivo è accompagnare un processo di trasformazione che sia giusto ed equo, capace di mettere al centro il benessere delle persone.
L’innovazione oggi non è una scelta, ma una responsabilità. Senza visione e capitali capaci di generare impatto, non esiste futuro sostenibile. Impatta Disrupt nasce per questo: trasformare il confronto in azione e le idee in cambiamento reale
”, ha affermato in apertura di sessione Pierluigi Sassi, Presidente think tank Impatta e Fondazione Earth Day italia.

Rimettere al centro dell’innovazione la responsabilità e quindi l’uomo, come in un nuovo umanesimo

“Nel pieno delle trasformazioni in corso, il rapporto tra umanesimo e digitale emerge come un binomio cruciale, da declinare alla luce del concetto di giustizia. È questo il momento di interrogarsi a fondo su questa relazione, in un contesto segnato da una evidente crisi dei valori. Proprio a questi valori, però, è necessario tornare a guardare per orientare il cambiamento. L’umanesimo, inteso come visione del mondo che rimette al centro l’essere umano, torna oggi al centro del dibattito, in una fase storica che per certi aspetti richiama quella tra il Trecento e il Quattrocento. Nell’era dell’intelligenza artificiale, infatti, si sta progressivamente delegando alla tecnologia non solo il sapere e la conoscenza, ma anche l’etica e i processi decisionali. Un passaggio che comporta un rischio rilevante: quello di una responsabilità sempre più sfumata, se non del tutto assente. Una condizione che, se da un lato può risultare comoda, dall’altro rappresenta un errore da correggere con decisione.
Rimettere l’essere umano al centro significa riaffermare il valore dell’antropocentrismo e ristabilire una chiara attribuzione delle responsabilità. È necessario, in questo senso, riorganizzare i flussi decisionali, superando l’idea che l’intelligenza artificiale sia in grado di prendere decisioni in autonomia. Allo stesso modo, parlare di “etica dell’AI” rischia di essere una mistificazione: il piano etico deve restare distinto da quello tecnico. Ciò che conta è comprendere se gli algoritmi siano costruiti su regole chiare e trasparenti.
Da qui l’esigenza di “aprire le black box”, di rendere visibili i meccanismi interni dei sistemi e pretendere maggiore trasparenza. Un passaggio fondamentale, soprattutto considerando che la tecnologia è oggi al centro di una trasformazione epocale e rappresenta uno strumento imprescindibile per portare avanti la transizione energetica ed ecologica.
Per affrontare questa sfida è necessario adottare un approccio sistemico, capace di guidare un utilizzo corretto del digitale e di accelerare uno sviluppo realmente sostenibile. La precondizione per la sostenibilità è la sovranità digitale, che si articola su più livelli: da un lato la sovranità tecnologica, legata al controllo delle infrastrutture di base; dall’altro quella digitale, che riguarda le applicazioni e pone il tema della localizzazione dei dati.
Se i dati restano in Europa ma gli algoritmi sono sviluppati altrove, il problema non è risolto. È quindi indispensabile puntare anche sulla sovranità cognitiva. Tuttavia, allo stato attuale, l’Europa non sembra in grado di raggiungere pienamente nessuna di queste forme di sovranità, evidenziando la necessità di un maggiore controllo e governo delle infrastrutture. L’intelligenza artificiale, nel frattempo, contribuisce a ridefinire quotidianamente la realtà, fornendo risposte a ogni esigenza e modellando la percezione del mondo attraverso processi spesso opachi. Viviamo, di fatto, in una realtà “ri-mediata” dall’AI. In questo scenario, la sovranità delle scelte e il livello della loro sostenibilità dipendono sempre più dalla capacità di controllare le informazioni e di esercitare una reale autodeterminazione
”, ha spiegato Stefano Epifani, Presidente Fondazione per la Sostenibilità Digitale, nella sua masterclass dal titolo “Umanesimo digitale per una transizione giusta”.

Il primo panel della giornata dal titolo “Digitale motore di competitività e trasformazione sociale” e moderato dal direttore di Key4Biz, Luigi Garofalo, è stato aperto dall’intervento di Paolo Vicchiarello, Capo Dipartimento Funzione Pubblica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri: “Nel contesto della Pubblica amministrazione, la digitalizzazione si traduce in semplificazione: riduzione dei tempi, alleggerimento degli oneri burocratici e maggiore efficienza nei processi di lavoro. Un percorso che ha conosciuto un’accelerazione significativa grazie agli investimenti del PNRR, permettendo alla PA di compiere passi avanti rilevanti. Tra i risultati più evidenti vi è la standardizzazione di numerosi servizi, in particolare nei settori delle attività produttive e dell’edilizia. Sono state introdotte piattaforme pubbliche con procedure omogenee a livello provinciale e regionale, che coinvolgono sia il front office sia il back office. Anche se spesso questi cambiamenti non sono immediatamente visibili agli utenti, i benefici si riflettono concretamente in tempi più rapidi, maggiore efficienza e, in prospettiva, in una crescente personalizzazione dei servizi.
L’evoluzione tecnologica ha infatti innescato un processo di innovazione che non riguarda solo gli strumenti, ma investe l’intera organizzazione, ridefinendo modelli operativi e modalità di erogazione dei servizi. La digitalizzazione viene così orientata sempre più verso le esigenze dei cittadini, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita. In questo scenario, la Pubblica amministrazione punta anche a diventare più attrattiva per le nuove generazioni. In questa direzione si inserisce la piattaforma InPA, progettata con un linguaggio più semplice e accessibile. Una sorta di “LinkedIn della PA”, dove è possibile creare e aggiornare il proprio profilo professionale, che viene poi messo in relazione con le offerte disponibili, consentendo agli utenti di ricevere notifiche sulle posizioni più in linea con le proprie competenze
”.

Sostenibilità, partecipazione e giustizia passano anche per le infrastrutture accessibili

“La connettività si conferma come un fattore abilitante fondamentale per la democrazia e la libertà. In questa direzione, lo sforzo messo in campo dal governo è stato significativo, soprattutto per colmare il digital divide. Il completamento del Piano Banda Ultra Larga ha già consentito di collegare 6.100 Comuni e, entro il 30 giugno 2026, è previsto il completamento di tutti i progetti sostenuti dal PNRR, incluso il piano Italia a 1 Giga. Un passaggio rilevante riguarda anche il coinvolgimento delle Regioni, alle quali è stato proposto di sviluppare reti sopra le infrastrutture esistenti. In questa prospettiva si inserisce, ad esempio, l’accordo siglato con l’Abruzzo, finalizzato a collegare gli enti locali anche con le regioni limitrofe, creando un ecosistema infrastrutturale su cui potranno svilupparsi le nuove applicazioni digitali. La qualità della vita, in questo scenario, passa sempre più attraverso una connettività diffusa ed efficiente.
Siamo convinti che la rete debba entrare pienamente nei processi di crescita del Paese e diventare una vera leva di sviluppo. Una rete disponibile ma non utilizzata in maniera efficiente, infatti, non genera valore.
I risultati raggiunti hanno posizionato l’Italia come una best practice a livello europeo: diversi Paesi hanno guardato con interesse al modello italiano, visitando il Paese per studiarne le soluzioni adottate. Un esempio concreto è il Sinfi, il primo catasto elettronico delle infrastrutture, che integra non solo le reti di telecomunicazione, ma anche quelle energetiche e idriche, includendo persino i cavi sottomarini. Grazie all’intelligenza artificiale, questo strumento consente oggi di mappare in modo avanzato le reti e orientare gli investimenti futuri. Un approccio che ha suscitato interesse anche negli Stati Uniti, colpiti dal livello di digitalizzazione raggiunto.
Resta però aperta una sfida cruciale legata alle risorse umane. A giugno scadranno infatti i contratti di molte delle persone assunte per l’attuazione dei progetti PNRR. Un tema particolarmente delicato, considerando che il vero capitale delle organizzazioni, soprattutto in ambito tecnologico, è rappresentato dalle competenze del personale. La formazione ha permesso di creare profili altamente qualificati, che ora rischiano di disperdersi. Per questo motivo, sono in corso valutazioni per prorogare i contratti, anche alla luce del fatto che le attività legate al PNRR proseguiranno fino al 2029, tra rendicontazione e monitoraggio dei cantieri. Parallelamente, Infratel sta lavorando con le Regioni per estendere la copertura dei costi fino al 2032. Attualmente, tuttavia, si registra una perdita media di tre risorse al mese tra quelle formate, evidenziando la necessità di rafforzare la capacità di trattenere i talenti migliori. Il PNRR ha rappresentato un potente acceleratore, ma la vera sfida sarà garantire continuità e valorizzare nel tempo il lavoro realizzato. Ora occorre completare e rafforzare il presidio della governance delle reti pubbliche. Infratel Italia dovrà potenziare il proprio ruolo come presidio strategico dello Stato sulle infrastrutture di rete, contribuendo a garantire coordinamento, continuità e sicurezza
”, ha sostenuto Pietro Piccinetti, AD Infratel Italia.

Giorgio Scarpelli, COO Harmonic Innovation Group, ha invece parlato di “innovazione armonica”: “Un modello fondato su un approccio equilibrato tra le diverse dimensioni strategiche. Un paradigma che recupera una radice umanistica, offrendo punti di riferimento solidi per interpretare le scelte e le trasformazioni in atto.
In questa prospettiva, anche una startup potrebbe trarre vantaggio da un modello di sviluppo basato su una riflessione strutturata e consapevole, orientata al lungo periodo. Un approccio che valorizza la cultura d’impresa legata al territorio e che mira a costruire realtà capaci di durare nel tempo, andando oltre la logica del profitto immediato.
In quest’ottica, strumenti come incubazione, accelerazione e fondi di venture capital dovrebbero essere ripensati per sostenere un’innovazione più solida e sostenibile, capace di generare valore nel lungo termine
”.

Ambiente e sviluppo sostenibile

“Il tema ambientale assume un peso diverso a seconda del settore e della tipologia di attività aziendale, ma si inserisce in un quadro più ampio che comprende sostenibilità e governance. L’universo ESG rappresenta oggi un elemento centrale per la crescita delle imprese, non solo per le grandi realtà ma anche, e forse soprattutto, per quelle di dimensioni più ridotte. Per le PMI, infatti, la sostenibilità è strettamente connessa alla gestione dei rischi, che non sono più soltanto di natura economica e finanziaria, ma includono aspetti ambientali, sociali e reputazionali. In questo contesto, il rapporto tra sostenibilità e comunicazione diventa cruciale e impone di affrontare con decisione il tema del greenwashing, evitando narrazioni fuorvianti o non supportate da dati concreti.
Parallelamente, si assiste a una crescita significativa della rendicontazione ESG, con bilanci di sostenibilità sempre più strutturati e tecnici. L’evoluzione richiesta alle imprese è chiara: non si tratta più di relegare i temi ESG a un capitolo separato, ma di integrarli in modo trasversale in tutte le attività aziendali, raggiungendo un livello di maturità più avanzato.
Un esempio concreto di impatto positivo è rappresentato dallo sviluppo di infrastrutture in fibra nelle aree colpite dal digital divide. Si tratta di interventi che generano un valore sociale rilevante, contribuendo a ridurre gli svantaggi socio-economici dei territori e andando ben oltre la semplice utilità privata. Allo stesso modo, l’innovazione tecnologica offre strumenti sempre più efficaci per la sostenibilità. Tecnologie IoT integrate con l’intelligenza artificiale consentono, ad esempio, di ridurre gli sprechi idrici nelle utility, prevedere i consumi e migliorare l’efficienza complessiva dei sistemi. Sul fronte infrastrutturale, iniziative come la realizzazione, insieme al fondo Azimut, di un cavo sottomarino che collega Mazara del Vallo a Genova, con due snodi in prossimità di Roma-Fiumicino e in Sardegna, testimoniano il valore strategico delle telecomunicazioni. Un asset fondamentale, soprattutto in un contesto globale segnato da crescente instabilità e incertezza
”, ha spiegato Paolo Bianchi, Head of Corporate Communication & ESG Unidata.

“I dati ambientali rappresentano oggi un elemento strategico a supporto dell’azione di governo, sia a livello centrale sia locale. Il loro utilizzo è fondamentale, ad esempio, per il governo del territorio e per la gestione degli impatti che diversi fenomeni naturali e legati ad attività umane esercitano sulle comunità e sugli ecosistemi. Si tratta inoltre di informazioni cruciali per promuovere equità sociale e innovazione. I dati, infatti, possono favorire una maggiore partecipazione ai processi decisionali, consentendo ai cittadini di essere più consapevoli e coinvolti nelle scelte che riguardano il territorio. Non solo: possono orientare decisioni individuali rilevanti, come la scelta del luogo in cui vivere, sulla base di parametri quali il rischio idrogeologico, i livelli di inquinamento o la disponibilità di risorse idriche. Allo stesso tempo, risultano preziosi anche per settori come l’agricoltura, dove una conoscenza puntuale del contesto ambientale è determinante.
Il principale limite resta però l’accessibilità. Oggi il sistema dei dati ambientali appare frammentato, poco integrato e non sempre in grado di generare un impatto positivo diffuso sul benessere economico e sociale. In questo scenario, nonostante i progressi tecnologici, il ruolo dell’intelligenza umana rimane centrale. I dati satellitari per l’osservazione della Terra sono ormai ampiamente utilizzati e garantiscono livelli di accuratezza che raggiungono circa l’85%. Tuttavia, il margine di errore è ancora significativo e rende necessario un intervento umano complementare, sia per interpretare correttamente le informazioni sia per affinare continuamente gli strumenti e ridurre al minimo le imprecisioni
”, ha dichiarato Michele Munafò, Responsabile Servizio per il Sistema Informativo Nazionale Ambientale ISPRA.

L’AI in mano alla Pubblica Amministrazione per disintermediare e ridurre le complessità

Mario Nobile, Direttore Generale AGID, intervistato da Luigi Garofalo sul tema “Il futuro digitale dell’Italia”, ci ha permesso di capire il posizionamento del nostro Paese in questa epoca storica caratterizzata da forte e rapida innovazione tecnologica e da drammatica instabilità geopolitica.

“Dal punto di vista tecnologico, l’Italia presenta una base digitale solida, costruita nel tempo attraverso importanti investimenti e politiche di diffusione dei servizi. I numeri lo dimostrano: 42 milioni di identità digitali, 48 milioni di carte di identità elettroniche, quasi 34 milioni di certificati di firma elettronica e circa 16 milioni di caselle PEC, rappresentano un patrimonio significativo anche nel confronto europeo. Nonostante questi risultati – ha sottolineato Nobile – permangono criticità legate soprattutto ai tempi e alla complessità burocratica. Procedure come l’apertura di un’impresa restano lente rispetto ad altri Paesi: in Germania, ad esempio, è possibile completarle in un solo giorno. In questo contesto, l’adozione di tecnologie come l’intelligenza artificiale rischia di non produrre i benefici attesi se non è accompagnata da una revisione profonda dei processi. Senza un cambiamento organizzativo e procedurale, anche gli strumenti più avanzati risultano poco efficaci.
Il sistema italiano, inoltre, è caratterizzato da una forte frammentazione amministrativa, con quasi 8.000 Comuni. Rendere operativi i servizi digitali in ciascuno di essi rappresenta una sfida complessa, che impone una riflessione strutturale, anche alla luce dei fenomeni di spopolamento che interesseranno molti territori. La digitalizzazione resta un obiettivo prioritario, ma richiede scelte organizzative coraggiose. Sul fronte dell’intelligenza artificiale, è importante mantenere uno sguardo realistico. Un’analogia utile è quella con i livelli della guida autonoma: il livello più avanzato, il livello 5, non è ancora stato raggiunto. Oggi ci collochiamo piuttosto tra il livello 3 e il livello 4, in una fase di automazione intermedia elevata. Questo significa che l’intervento umano rimane indispensabile. I sistemi di AI sono strumenti potenti, ma non sono dotati di coscienza né di reale capacità decisionale autonoma. Anche il dibattito sull’etica richiede chiarezza: più che parlare di “etica dell’AI”, è corretto riferirsi all’etica di chi la sviluppa e la utilizza. La responsabilità resta in capo agli esseri umani, che devono agire con maggiore consapevolezza.
Il tema della governance delle regole è altrettanto centrale. In un contesto internazionale sempre più frammentato, emerge la necessità di definire principi condivisi a livello globale. Le regole sull’intelligenza artificiale dovrebbero essere elaborate da organismi sovranazionali, capaci di rappresentare valori comuni e orientare l’innovazione verso obiettivi di interesse collettivo. Per sbloccare il potenziale innovativo del Paese in chiave sostenibile
– ha aggiunto Nobile – la Pubblica amministrazione sta lavorando su un approccio centrato sugli “eventi della vita” dei cittadini. L’intelligenza artificiale può giocare un ruolo importante nella semplificazione dei processi: un esempio emblematico è quello delle pratiche legate alla nascita di un figlio, che oggi richiedono numerosi adempimenti. L’obiettivo è disintermediare, ridurre la complessità e costruire uno “Stato agentico”, in grado di offrire informazioni e servizi in modo proattivo e accessibile. Semplificare le regole e sostenere dinamiche demografiche più favorevoli, come l’incremento delle nascite, può contribuire a rafforzare la crescita del Paese, anche in una prospettiva di sviluppo sostenibile”.

L’intelligenza del futuro: umana, artificiale, condivisa

Il primo intervento del secondo panel della sessione, moderato dal direttore Garofalo e dal titolo “L’intelligenza del futuro: umana, artificiale, condivisa”, è stato del Professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Roma “LUMSA”, Francesco Nespoli: “Il dibattito contemporaneo non si concentra più tanto su ciò che distingue l’intelligenza umana da quella artificiale, quanto piuttosto sugli effetti che derivano dalla loro interazione. È in questa relazione che si gioca la vera sfida: comprendere come mantenere l’essere umano al centro, soprattutto in un contesto in cui contenuti, servizi e prodotti vengono sempre più spesso co-creati insieme ai sistemi generativi. Ci sono sia rischi sia opportunità. I sistemi di intelligenza artificiale, infatti, tendono a funzionare come amplificatori e specchi di bias già presenti nella società. Per questo motivo, la verifica delle fonti diventa un passaggio cruciale, in particolare in ambiti delicati come il giornalismo, dove l’affidabilità delle informazioni è fondamentale.
Interessante anche la differenza generazionale nell’approccio a questi strumenti: mentre le fasce più adulte e con maggiore esperienza tendono a riporre fiducia nei sistemi di fact checking, i più giovani mostrano un atteggiamento più critico e consapevole. Un elemento che evidenzia come la vera sfida sia anche di natura formativa, richiedendo nuove competenze per interpretare e utilizzare correttamente queste tecnologie
”.

Sul piano etico, invece, ha sottolineato da padre Alberto Carrara, Presidente Istituto Internazionale di Neurobioetica, “è possibile individuare valori condivisi da preservare nello sviluppo e nell’uso dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, la loro definizione dipende inevitabilmente dal punto di vista adottato. La questione assume quindi una dimensione non solo tecnologica, ma anche sociale e antropologica. La sfida, in definitiva, è quella di individuare un minimo comune denominatore morale, capace di orientare lo sviluppo tecnologico in una direzione che sia sostenibile dal punto di vista umano e coerente con i valori fondamentali della società”.

“Con la missione Artemis II si assiste a un cambio di paradigma significativo: l’attenzione si sposta progressivamente dall’esplorazione allo sfruttamento economico dello spazio. Un passaggio che apre nuove prospettive, ma che richiede anche un rafforzamento delle competenze, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione delle tecnologie avanzate all’interno delle imprese, in particolare nel campo delle cosiddette deep tech. Le applicazioni spaziali stanno infatti assumendo un carattere sempre più trasversale, con potenziali ricadute in numerosi ambiti: dall’agroalimentare all’industria, fino alla ricerca medica e farmaceutica. Tuttavia, per le tecnologie di frontiera permane un ostacolo rilevante, rappresentato dalla capacità di assorbimento da parte del mercato. Una criticità che, ad esempio, non si è manifestata con la stessa intensità nel caso dell’intelligenza artificiale.
Si configura così una sorta di competizione tra il potenziale tecnologico e la sua effettiva applicazione, che impone una riflessione sui modelli di sviluppo. In Europa, l’economia dello spazio si caratterizza ancora per un’impostazione distributiva, strutturata come una piramide: le risorse vengono allocate dall’alto e successivamente distribuite lungo la filiera. La sfida, nella prospettiva della New Space Economy, è quella di ribaltare questo modello, favorendo dinamiche più aperte e orientate al mercato, capaci di stimolare innovazione diffusa e maggiore protagonismo degli attori industriali
”, ha affermato Domenico Maria Caprioli di yourscienceEDU.

Fake news, social media e comunicazione sostenibile

Il terzo panel, infine, sempre moderato da Garofalo, ha affrontato temi di massima rilevanza in termini sociali e comunitari, perfettamente riassunti nel titolo: “Informare o Influenzare? Fake news, social media e comunicazione sostenibile”.

“Tra dimensione online e offline esiste ormai una continuità strutturale, che impone di rimettere al centro la società partendo proprio dalla comunicazione e dai suoi effetti sulle persone. Informazione e comunicazione, infatti, incidono in modo diretto sugli atteggiamenti e sui comportamenti degli individui e delle comunità, contribuendo a plasmare la percezione della realtà. In questo contesto, è importante evitare visioni catastrofiste: la tecnologia, di per sé, non ha una natura distruttiva. Piuttosto, è il modo in cui viene utilizzata e raccontata a fare la differenza. La comunicazione, quindi, assume una responsabilità centrale, che deve tradursi nella capacità di informare in modo corretto, senza generare allarmismi o traumi inutili.
Superare il sensazionalismo e andare alla radice dei fenomeni diventa essenziale per permettere alle persone di comprendere davvero ciò che accade. Un’informazione di qualità, fondata su rigore e chiarezza, può avere un effetto “terapeutico”, contribuendo a costruire consapevolezza e fiducia. Chi opera nel campo dell’informazione ha dunque un ruolo cruciale nello spazio pubblico, sia online sia offline, e deve esercitarlo con responsabilità. L’obiettivo è contribuire a un ecosistema meno “inquinato”, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche comunicativo, contrastando la diffusione di fake news e promuovendo contenuti affidabili e di valore
”, ha spiegato Mihaela Gavrila, Professoressa di Medi Studies all’Università “Sapienza” di Roma.

“Il dibattito sulla sostenibilità si muove oggi tra due polarità critiche: da un lato la diffusione di fake news sul clima, dall’altro il rischio sempre più diffuso di greenwashing. In questo contesto, comunicare in modo sostenibile significa adottare un approccio concreto e trasparente, che diventa una condizione imprescindibile per operare in maniera etica e per preservare la credibilità delle organizzazioni. Le imprese sono chiamate a un cambio di paradigma: solo quelle capaci di mettere al centro valori come resilienza e sostenibilità potranno affermarsi nel lungo periodo. Non è più possibile ottenere risultati duraturi senza un impegno reale e strutturato, in cui la comunicazione sostenibile diventa parte integrante di ogni attività aziendale.
Si tratta di una necessità strategica e, al tempo stesso, urgente e un esempio l’abbiamo con l’Agenda 2030. In questa direzione, infatti, si inserisce la proposta della Global Alliance, rilanciata in Italia da FERPI, di affiancare ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile un 18° goal dedicato alla comunicazione responsabile, riconoscendone il ruolo chiave nel guidare il cambiamento. Un esempio concreto di questo impegno è rappresentato anche dalla collaborazione tra FERPI, ASviS e RAI per il “Glossario della sostenibilità”, una rubrica pensata per diffondere consapevolezza sui termini e sulle buone pratiche legate allo sviluppo sostenibile. Parallelamente, sul piano normativo, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), entrata in vigore nell’Unione Europea, segna un punto di svolta nel reporting di sostenibilità. Non si tratta più di un esercizio volontario, ma di un quadro regolatorio vincolante, che impone alle imprese di integrare i criteri ESG nei bilanci e nelle strategie aziendali.
L’obiettivo è duplice: da un lato rafforzare la trasparenza e la comparabilità delle informazioni ambientali e sociali, dall’altro orientare il mercato verso modelli di crescita più sostenibili. Tuttavia, l’adeguamento alla CSRD ha comportato sfide significative per molte aziende, tra cui lo sviluppo di sistemi di gestione dei dati più evoluti, una maggiore collaborazione tra le diverse funzioni aziendali e, soprattutto, un cambiamento culturale interno. La transizione verso la rendicontazione obbligatoria ha infatti evidenziato la complessità operativa del processo: dalla raccolta e qualità dei dati, al coinvolgimento dell’intera catena del valore, fino alla distribuzione delle responsabilità nei processi decisionali. Nonostante ciò, molte imprese stanno trasformando questo obbligo in un’opportunità, utilizzando la CSRD come leva strategica per allineare gli obiettivi di sostenibilità alla pianificazione aziendale e generare un vantaggio competitivo nel lungo periodo
”, ha raccontato nel suo intervento Caterina Banella di Ferpi.

Riccardo Gallotti della Fondazione Bruno Kessler e Responsabile dell’unità di ricerca CHuB lab, ha poi introdotto il contesto europeo, dove “il contrasto alla disinformazione e alle fake news rappresenta una priorità crescente, con l’obiettivo di costruire un ecosistema informativo basato sulla fiducia. In questa direzione si collocano iniziative che integrano il monitoraggio automatizzato dei social media e dei contenuti informativi con tecnologie avanzate di intelligenza artificiale, pensate per supportare – e non sostituire – il lavoro dei verificatori umani. L’impatto della disinformazione, infatti, è sempre più evidente sia a livello individuale sia collettivo. Tuttavia, la quantità di contenuti prodotti online è tale da rendere impossibile un controllo esclusivamente umano: il ritmo di diffusione delle notizie false supera di gran lunga la capacità di analisi tradizionale. Da qui la necessità di ricorrere a strumenti basati sull’intelligenza artificiale, in grado di contrastare anche le forme più sofisticate di manipolazione.
In questo scenario si inserisce il progetto AI4TRUST, che propone un modello ibrido capace di combinare intelligenza umana e artificiale. L’obiettivo è rafforzare la capacità di risposta alla disinformazione in tutta l’Unione Europea, mettendo a disposizione di ricercatori e professionisti dei media tecnologie avanzate per l’analisi e la verifica dei contenuti. Il sistema sviluppato nell’ambito del progetto è progettato per monitorare in tempo quasi reale diverse piattaforme social, utilizzando algoritmi di intelligenza artificiale in grado di analizzare contenuti multimodali – testi, immagini e audio – e multilingue. I contenuti potenzialmente critici vengono segnalati agli esperti per una revisione approfondita, con l’obiettivo finale di produrre report affidabili e personalizzati, utili sia per gli operatori dell’informazione sia per i decisori pubblici.
La complessità del contesto attuale rende sempre più difficile distinguere tra informazione e disinformazione. La velocità delle tecnologie supera spesso quella delle notizie stesse e della capacità umana di elaborarle. Già durante lo svolgimento degli eventi, infatti, circolano online contenuti manipolati o completamente generati dall’intelligenza artificiale, rendendo sempre più sfumato il confine tra vero e falso. L’enorme quantità di contenuti prodotti con strumenti generativi complica ulteriormente il lavoro di verifica e indagine. La sfida, oggi, è quindi sviluppare modelli di analisi e comprensione della realtà – anche nella sua dimensione digitale – capaci di stare al passo con una rete che dispone di strumenti sempre più avanzati per la manipolazione dei contenuti
”.

“Il Corecom (Comitato Regionale per le Comunicazioni) è un organismo istituito a livello regionale che svolge funzioni di garanzia, consulenza e controllo nel settore delle comunicazioni, operando in stretto raccordo con l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom). Tra i servizi offerti, vi è anche la conciliazione gratuita delle controversie tra utenti e operatori di telefonia, internet e Pay-TV, uno strumento fondamentale per la tutela dei cittadini. In qualità di articolazioni territoriali dell’Agcom, i Corecom rivestono un ruolo centrale nella protezione del pubblico, in particolare a livello locale. Le loro attività comprendono il monitoraggio della corretta rappresentazione politica e della qualità dei contenuti audiovisivi, contribuendo a garantire un’informazione equilibrata e trasparente.
Con l’evoluzione tecnologica e la crescente diffusione di strumenti di manipolazione video, come i deepfake, le funzioni di vigilanza si stanno progressivamente ampliando anche alla lotta contro la disinformazione, con l’obiettivo di tutelare il dibattito democratico. In questo contesto, emerge con forza il valore strategico della cooperazione tra istituzioni. Come sottolineato da Barbato, “fare rete” è essenziale per monitorare in modo efficace i rischi emergenti e intervenire tempestivamente. Un esempio concreto è rappresentato dalla collaborazione tra Corecom e Polizia postale, particolarmente rilevante nella tutela dei minori e nel contrasto alle minacce informatiche. Tuttavia, la sfida principale resta quella educativa.
Il pubblico di riferimento è costituito soprattutto da giovani e studenti, ai quali è necessario fornire strumenti per comprendere i rischi della rete e sviluppare uno spirito critico. In questa direzione si inseriscono le attività di alfabetizzazione digitale promosse nelle scuole, attraverso percorsi formativi modulari dedicati alla sicurezza online. Nonostante gli sforzi, però, il divario culturale e comportamentale rimane significativo, rendendo evidente la necessità di rafforzare ulteriormente le iniziative formative. Per questo motivo, l’educazione civica assume un ruolo fondamentale, così come l’introduzione di strumenti come il “patentino digitale”, pensati per accompagnare le nuove generazioni verso un uso più consapevole e responsabile delle tecnologie
”, ha dichiarato Carola Barbato, Coordinatore Nazionale Corecom.

Al centro dell’innovazione tecnologica c’è sempre l’elemento umano

Nelle conclusioni della sessione, Silvia Testarmata, Presidente Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, Marketing e Digital Media dell’Università di Roma “LUMSA”, ha sottolineato che “non può esserci innovazione senza trasparenza e responsabilità”, aggiungendo che “in un contesto sempre più orientato alla sostenibilità, il ruolo della comunicazione diventa centrale: una comunicazione autentica, fondata sulla verità, è infatti essenziale per costruire fiducia e accompagnare i processi di trasformazione.
Al centro dello sviluppo tecnologico non c’è la tecnologia in sé, ma l’elemento umano, che si esprime attraverso le persone e le comunità. È questa dimensione a determinare il senso e la direzione dell’innovazione. In tale prospettiva, la comunicazione digitale assume un valore sempre più educativo, legato alla qualità dell’informazione e alla capacità di formare cittadini consapevoli.
La formazione diventa quindi un fattore decisivo per affrontare le sfide contemporanee, in particolare quelle connesse alla disinformazione e all’uso distorto delle tecnologie, che incidono profondamente sulla percezione della realtà. In questo scenario, i professionisti della comunicazione sono chiamati a svolgere un ruolo attivo e consapevole, esercitando una responsabilità etica rilevante nella gestione e nella narrazione dell’innovazione digitale”.

Un appuntamento, quello offerto da Impatta Disrupt, di estrema attualità, che ci ha permesso di approfondire argomenti che necessitano un confronto urgente tra Istituzioni, imprese, società civile e mondo accademico e religioso, perchè, come ha detto sempre ieri il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’incontro al Quirinale con una delegazione di studenti di scuole di giornalismo: “L’Intelligenza Artificiale sta conquistando un ruolo sempre più diffuso se non addirittura egemone nella nostra esistenza, rendendo ancora più urgente la riflessione sul rapporto con la verità. Occorre un’adeguata consapevolezza morale per rendere possibile il suo utilizzo a beneficio dell’umanità, con la definizione di regole. Come quelle messe in campo dall’Unione Europea per il governo dell’Intelligenza Artificiale senza che essa si trasformi in uno strumento di dominio da parte di giganti tecnologici che pretendono di sostituirsi agli Stati sovrani e all’ordinamento internazionale. Le trasformazioni in atto nel mondo dell’informazione interrogano anche i giornalisti e sollecitano a rifuggire dal rischio di indolenza o di negligenza: le trasformazioni non mutano la natura della professione, anzi, ne accentuano, piuttosto, le responsabilità“.

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