Cloud. Spesa globale in infrastrutture stimata a +30% nel 2026, ma cresce l’opposizione politica ai data center negli USA
Gli investimenti in infrastrutture cloud su scala mondiale aumentati del 30% nel 2025 e rimarrannosostenuti anche per il 2026. Guida l’AI
Il mercato globale delle infrastrutture cloud continua a correre senza freni, trainato da una nuova ondata di domanda legata all’intelligenza artificiale (AI). Ma mentre i grandi operatori accelerano gli investimenti per sostenere questa crescita, negli Stati Uniti, da sempre il cuore pulsante dell’industria, emergono tensioni politiche e sociali sempre più evidenti, legate all’impatto ambientale ed energetico dei data center.
Secondo le ultime stime di Omdia, la spesa globale per i servizi di cloud infrastructure ha raggiunto i 110,9 miliardi di dollari nel quarto trimestre del 2025, con una crescita annua del 29%. Un dato che non solo conferma la solidità del settore, ma segna anche il sesto trimestre consecutivo con un’espansione superiore al 20%. La previsione per il 2026 resta altrettanto sostenuta: +27/30% su base annua.
A guidare questa dinamica è il passaggio dell’intelligenza artificiale dalla fase sperimentale alla piena adozione operativa. Non si tratta più soltanto di addestrare modelli, ma di integrarli nei processi aziendali, nei flussi di lavoro e nei sistemi informativi. Questo richiede infrastrutture cloud sempre più scalabili, orchestrabili e governabili.
Accelerano Google e Microsoft sul mercato mondiale, Amazon spinge sugli investimenti: è sempre l’AI a guidare la corsa della spesa
I numeri dei principali hyperscaler raccontano bene questa trasformazione. Amazon Web Services mantiene la leadership con una quota di mercato del 32% e una crescita del 24%. Microsoft Azure accelera al 39%, mentre Google Cloud segna un impressionante +50%, consolidando la propria posizione come terzo player globale. Tutti e tre registrano backlog in forte aumento, segnale di una domanda che non accenna a rallentare.
Parallelamente, gli investimenti stanno crescendo a ritmi senza precedenti. AWS prevede una spesa in conto capitale di 200 miliardi di dollari nel 2026, oltre il 50% in più rispetto al 2025. Microsoft ha già toccato i 37,5 miliardi in un solo trimestre, mentre Google punta a un range compreso tra 175 e 185 miliardi, più del doppio rispetto all’anno precedente.
Cresce negli USA l’opposizione politica ai data center AI, infrastrutture spesso riconosciute come “estrattive”
È proprio negli Stati Uniti, dove questa espansione è più intensa, che emergono le contraddizioni più forti. La costruzione di nuovi data center, spesso giganteschi e ad alta intensità energetica, con un non trascurabile impatto ambientale e sociale, sta incontrando una crescente resistenza da parte delle comunità locali.
Il tema non è solo ambientale, ma anche economico e sociale: consumo di acqua, pressione sulle reti elettriche, impatto sul territorio e benefici percepiti spesso limitati per le popolazioni residenti. In molti casi, i data center vengono percepiti come infrastrutture “estrattive”, che utilizzano risorse locali per alimentare servizi globali.
Queste tensioni sono state raccolte anche a livello politico. Il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez hanno annunciato una proposta di legge (l’Artificial Intelligence Data Center Moratorium Act) che punta a sospendere a livello nazionale la costruzione di nuovi data center dedicati all’AI, almeno fino all’introduzione di solide normative federali.
La proposta prevede che ogni nuova infrastruttura venga bloccata finché non saranno garantite tutele per lavoratori e consumatori, salvaguardie ambientali e protezioni dei diritti civili. Un’iniziativa che rappresenta una delle posizioni più radicali emerse finora nel dibattito statunitense sull’intelligenza artificiale.
Una frattura politica e industriale
Il confronto è destinato a intensificarsi. Da un lato, le Big Tech sostengono che senza un’espansione rapida delle infrastrutture sarà impossibile sostenere la competitività americana nell’AI. Dall’altro, cresce la pressione per regolamentare un settore che consuma quantità crescenti di energia in un contesto già critico per la transizione climatica.
La questione energetica, in particolare, sta ridisegnando gli equilibri politici. Il fabbisogno dei data center per l’AI è tale da mettere sotto stress le reti elettriche regionali, spingendo alcuni Stati a rivedere piani di sviluppo e autorizzazioni. Non a caso, il tema sta diventando trasversale agli schieramenti, con preoccupazioni che vanno oltre le tradizionali divisioni ideologiche.
Nel 2024 i data center USA hanno consumato circa 180–200 TWh di elettricità, pari a circa il 4–4,5% del consumo nazionale totale, più di quanto serva a un paese come il Pakistan o la Thailandia, ma entro il 2030 questo consumo potrebbe salire a tra 400 e 500 TWh, ossia fino a 8–11% dell’elettricità USA. In questo scenario, i data center assorbirebbero circa metà della crescita della domanda elettrica dell’intero Paese a fine decennio.
Nel frattempo, anche la competizione tra cloud provider si sposta sempre più verso il livello applicativo. Non basta più offrire capacità computazionale: la vera differenza si gioca sulle piattaforme per agenti AI, sulla governance degli strumenti e sulla capacità di integrare modelli e dati nei processi aziendali. È qui che AWS, Microsoft e Google stanno concentrando i nuovi sviluppi, con soluzioni sempre più orientate alla produzione su larga scala.
Reddit will require “fishy” accounts to verify they are run by a human
Reddit will require accounts that exhibit “automated or otherwise fishy behavior” to verify that a human runs them, Reddit CEO Steve Huffman said in a Reddit post today. The verification process aims to combat unwanted bots from flooding Reddit at a time when AI bots are poised to take over the Internet.
“As AI becomes a bigger part of the Internet, we want to make sure that when you’re on Reddit, you know when you’re talking to a person and when you’re not,” Huffman said.
Human verification will only occur if Reddit suspects that an account is a bot. This is “rare” and won’t apply to “most users,” Huffman emphasized. If the account cannot prove that it’s human, it “may be restricted,” he said.
Reddit will check if an account is run by a human by using third-party tools that Huffman said won’t expose users’ true identity, Reddit username, or Reddit activity. Current methods that Reddit is exploring include passkeys, which Huffman said are a great starting point but don’t provide any “proof of individuality or anything other than ‘a human probably did something.’”
Reddit is also looking into third-party biometric services, like World ID, which uses iris-scanning tech.
“I think the Internet needs verification solutions like this, where your account information, usage data, and identity never mix,” Huffman said.
A last resort may be third-party government ID services, which Reddit is already required to use in some geographies, like the UK. Huffman said this is “the least secure, least private, and least preferred” method for human verification on Reddit.
“When we are forced to do this, we design the integrations so that we never actually see your ID information, so your Reddit data cannot be tied to you,” he added.
Disney cancels $1 billion OpenAI partnership amid Sora shutdown plans
That said, Reuters’ source also suggested that Disney and OpenAI were still discussing whether there was another way the companies could partner with or invest in each other.
No more shockwaves
The December announcement of the planned Disney/OpenAI partnership sent shockwaves through Hollywood, with many publicly worrying about what it meant for the future of physical actors and human-created cinematic content. By January, Disney CEO Bob Iger was talking about Sora-generated content appearing on Disney+ as part of an effort to make the service a destination for daily short form video.
“The demand for Disney characters in particular from our users is sort of off the charts,” OpenAI CEO Sam Altman told CNBC in December.
In the months since, though, Hollywood’s worries and attention have largely shifted from Sora to upstart AI video apps like SeeDance 2.0, which went viral with detailed videos of familiar characters in Hollywood-style scenes, complete with realistic cuts and camera angles. Disney was among the companies that sent a cease-and-desist letter to SeeDance-maker ByteDance last month, calling the app a “virtual smash-and-grab of Disney’s IP [that] is willful, pervasive, and totally unacceptable.” Disney has also made legal threats to Google and other companies it says trained on its copyrighted works without permission.
When the Sora 2 model launched in October, OpenAI initially asked copyright holders to actively opt out of having their works used as the basis for generated videos. Following a public outcry, OpenAI quickly changed direction and instead asked IP owners to opt in to work with Sora, with vague promises of future profit-sharing.
Sora quickly became a hit on mobile platforms following its October launch as a standalone app. But the outsize attention from users was short-lived—estimates from Appfigures Intelligence provided to Ars Technica suggest the app peaked at about 3.3 million downloads across iOS and Google Play in November before falling to just 1.1 million downloads in February.
Across those months, Appfigures Intelligence estimates Sora grossed just $2.14 million in revenue from 11.7 million downloads. That’s a drop in the bucket for a company the size of OpenAI, especially when you consider the massive costs associated with generating AI video.
In spring 2024, two days after undergoing complex cardiac surgery in the Midlands, a man in his mid-70s unexpectedly deteriorated and died.
The hospital referred the death to the coroner’s service, as is protocol when a cause is unknown, and clinical negligence barrister Anthony Searle was instructed by the man’s devastated family to represent them.
To try to get to the bottom of what had happened, Searle knew he would need to ask the surgeons some probing questions. So when the coroner declined his request for an independent expert report, Searle was frustrated.
Instead, he turned to another resource that is proving increasingly useful in the chronically underfunded coroners’ courts: AI.
“Deaths that go to inquests are there because they are a shock. What families want is to increase their understanding as to how their loved one has died,” says Searle. “My use of ChatGPT allowed my questions to be more focused on the technical aspects of the surgery and help fill the gaps left by not having experts to call upon.”
Searle, 35, is at pains to emphasize that he does not put any client data or information into the AI tools he uses, and vets all of the information and citations the bot spits out.
Yet his caution belies his status as an early adopter tentatively putting AI to use at the centuries-old Bar, work that could push the institution at least partially into the modern era.
Potential uses for the technology may eventually include assisting barristers’ clerks, who negotiate fees and arrange their diaries, so they can make better use of advocates’ time. The possibility of AI helping to draft skeleton arguments, the case summaries presented in court, has also been mooted.
In addition to research, Searle is using the technology to create bespoke AI tools, including an app for calculating damages in clinical negligence claims. The app analyzes data from the actuarial tables English courts use to work out a person’s future losses as a result of injury, and calculates more precise estimates taking into account factors such as age and lost pension contributions.
Writer denies it, but publisher pulls horror novel after multiple allegations of AI use
Even AI detection companies like Pangram got in on the action, claiming that the book had the hallmarks of being largely AI-generated.
Still, Hachette appeared to be moving forward with plans for a US release later this year.
Yesterday, The New York Times published its own investigation, in which it “analyzed passages from the novel using several AI detection tools and found recurring patterns characteristic of AI generated text, like gaps in logic, excessive use of melodramatic adjectives and an overreliance on the rule of three.”
That did it. Hachette pulled the book in the UK and canceled its upcoming US debut. Late last night, the Times received a comment from Ballard, the author, denying that she had used AI to write the novel. And yet, Ballard added, it was possible that a friend who helped edit the book did use AI.
“This controversy has changed my life in many ways and my mental health is at an all-time low and my name is ruined for something I didn’t even personally do,” Ballard added and claimed that she was pursuing legal action.
But what if it’s “good enough”?
This is one of the first major AI controversies to hit the world of traditional trade publishers, where the old-school gatekeepers still largely ban AI—at least for drafting. (Outlining, edit feedback, plot suggestions… all of these are far murkier.)
Whatever actually happened in this situation, publishing is likely to see similar disruptive patterns to those roiling the music industry right now, where tools like Suno are increasingly used to crank out songwriting demos and even (at least on places like Spotify) fully AI-produced music. Many artists and even distributors such as LANDR resist such AI use, but plenty of ordinary people don’t care. Their view seems to be: If the music sounds good—or good enough—what difference does it make where it came from? And, frankly, how different is super-glossy pop from the kind of thing Suno turns out?
In the case of Shy Girl, despite numerous claims that AI writing sucks and that it can be easily identified, plenty of readers enjoyed the book and even promoted it online. That may both terrify and horrify actual writers, but it remains a reality they’ll need to face.
AI, Trump impone nuovi standard a Congresso e singoli Stati. Un favore alle Big Tech?
La nuova proposta di quadro normativo per lo sviluppo dell’AI negli USA
Un’America AI-ready passa per poche ma semplici regole, che garantiscano sempre un’innovazione tecnologica veloce e competitiva. La Casa Bianca la vede così: per vincere la guerra delle nuove tecnologie e affermare la supremazia degli Stati Uniti bisogna lasciar fare alle grandi aziende tecnologiche, le Big Tech, cercando, allo stesso tempo, di garantire le tutele minime ai cittadini e in particolare ai soggetti più fragili.
Oggi il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha reso pubblico sul sito della White House un documento quadro “per promuovere e favorire una politica nazionale unica sull’intelligenza artificiale (AI) che sia propedeutica ad una nuova era di prosperità, crescita e sicurezza nazionale e del popolo americano”.
Un nuovo standard normativo che consenta all’industria e alle amministrazioni locali di “superare incertezze e criticità”, quindi minacce e problematiche di ogni genere, legate a questa “tecnologica rivoluzionaria, che è destinata non solo a rimanere, ma a favorire il benessere dei propri cari e l’affermarsi di una economica prospera”.
Inizia così il documento presentato dal Presidente degli Stati Uniti in cui sono esposti i sei obiettivi chiave della sua amministrazione su questo tema strategico: proteggere i bambini e responsabilizzare i genitori; tutela e rafforzamento delle comunità americane; rispetto dei diritti di proprietà intellettuale e sostegno ai creatori; prevenire la censura e proteggere la libertà di parola; promuovere l’innovazione e garantire il primato americano nell’AI; formazione dei cittadini americani e sviluppo di una forza lavoro pronta per l’AI.
Trump impone la sua visione tecnologica al Congresso e ai singoli Stati americani
La nuova proposta di quadro normativo è rivolta direttamente al Congresso, con cui l’amministrazione Trump “non vede l’ora di collaborare nei prossimi mesi”, si legge nel comunicato che accompagna la pubblicazione, “per trasformare questo quadro normativo in una legge”, che il Presidente sarà felice di firmare.
Come spiegato da Cheyenne Haslett e Gabby Miller su Politico, il documento esorta il Congresso ad annullare tutte le leggi sull’intelligenza artificiale adottate dai singoli Stati americani, perché secondo la Casa Bianca “impongono oneri eccessivi” e “minano la capacità del Paese di innovare e di essere leader nella corsa globale all’AI”.
L’amministrazione Trump lavora da circa un anno per affermare la superiorità normativa della legge federale su quelle statali in materia di intelligenza artificiale. Lo sta facendo sia attraverso il Congresso, sia con decreti esecutivi, sostenendo che la frammentazione normativa rappresenti un freno all’innovazione nel settore.
Il quadro proposto invita esplicitamente il Congresso a prevalere su eventuali leggi statali che regolino lo sviluppo dei modelli o che penalizzino le aziende per l’uso che terzi fanno delle loro tecnologie di AI. Allo stesso tempo, sollecita i legislatori a non istituire nuove agenzie federali dedicate alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale.
Dalla tutela dei minori alla protezione del copyright, fino alla libertà di parola
I sei punti chiave sono brevemente illustrati nel comunicato di presentazione della nuova proposta di quadro regolatorio federale dell’AI e abbracciano diversi argomenti molto sensibili, sia dal punto di vista etico e morale, sia regolatorio e dei diritti di proprietà.
Trump mette al primo posto le famiglie e i minori, che in quanto soggetti fragili devono essere tutelati dai rischi di esposizione prolungata e senza regole chiare a tecnologie potenti come l’AI: “i genitori sono i più indicati per gestire l’ambiente digitale e l’educazione dei propri figli”, ma per far questo il Congresso deve fornire “strumenti efficaci per farlo, come ad esempio i controlli degli account per proteggere la privacy dei figli e gestire il loro utilizzo dei dispositivi”.
Alle aziende tecnologiche il compito di “implementare funzionalità per ridurre il rischio di sfruttamento sessuale dei bambini o di incitamento all’autolesionismo”.
Sempre per favorire un rapporto più sicuro e meno diffidente delle famiglie con l’AI, l’amministrazione Trump farà in modo che “i contribuenti non debbano farsi carico dei costi dei data center” e quindi non debbano subire eventuali ricadute dei prezzi dell’energia in bolletta, per questo chiede al Congresso di “semplificare le procedure di autorizzazione affinché i data center possano generare energia in loco, migliorando l’affidabilità della rete elettrica”.
Sulla tutela del copyright la disposizione normativa è piuttosto vaga, perché se da un lato dice che “le opere creative e le identità uniche degli innovatori, dei creatori e degli editori americani devono essere rispettate”, dall’altro propone un approccio generico ed equilibrato in cui da una parte si da spazio alle necessità di addestramento dell’AI e dall’altro si assicura sostegno ai creatori e ai detentori dei diritti di proprietà intellettuale.
Contro la censura e a difesa del Primo emendamento, infine, la nuova proposta di quadro regolatorio impedirà “che i sistemi di intelligenza artificiale vengano utilizzati per mettere a tacere o censurare espressioni politiche o dissenso lecito”.
Trump vuole subito il 6G per le Olimpiadi di Los Angeles 2028
Arrivare al 6G prima di tutti: la scommessa di Trump per le Olimpiadi di Los Angeles 2028
Portare il 6G negli Stati Uniti prima di tutti e anche prima che questa tecnologia arrivi sul mercato. È questa la scommessa, tanto ambiziosa quanto controversa, su cui sta puntando l’amministrazione Trump, che aveva già annunciato le sue intenzioni prima di Natale e che ora chiede all’industria americana di accelerare drasticamente i tempi di sviluppo della prossima generazione mobile. L’obiettivo è chiaro: arrivare alle Olimpiadi di Los Angeles del 2028 con applicazioni 6G già funzionanti, pronte a essere mostrate al mondo come simbolo della leadership tecnologica statunitense.
La richiesta, confermata dal senior vicepresidente di Qualcomm, Nate Tibbit, segna un cambio di passo netto rispetto ai normali cicli di innovazione delle telecomunicazioni. In un’intervista, il manager ha spiegato che il governo americano è “molto interessato ad accelerare la timeline del 6G” e ha chiesto all’azienda di lavorare affinché sistemi pre-commerciali siano pronti già per il 2028, anticipando di fatto un lancio che l’industria colloca più realisticamente attorno al 2030.
“La timeline sta accelerando in modo significativo”, ha ammesso Tibbit, sottolineando però che per rispettarla sarà necessario disporre di spettro radio adeguato e di un quadro regolatorio coerente.
Le guerre però rallentano e limitano lo sviluppo di nuove tecnologie, come il 6G
La corsa al 6G non è per niente facile, soprattutto in questo momento, nel contesto geopolitico del 2026, segnato dalla guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran e nello stretto di Hormuz (che ha già coinvolto direttamente tutti gli altri Paesi del Golfo, ampliando drammaticamente la portata di questo conflitto pericolosissimo su scala mondiale), dal conflitto tra Russia e Ucraina e dai rischi di tensioni crescenti con la Cina per Taiwan.
Questi fattori possono rallentare in modo significativo lo sviluppo delle nuove reti, soprattutto per le possibili interruzioni nelle supply chain di chip ed energia. Il blocco di Hormuz, in particolare, mette a rischio forniture strategiche come gas naturale liquefatto ed elio, fondamentali per la produzione di semiconduttori, mentre Taiwan (snodo cruciale per l’industria tecnologica mondiale) dispone di riserve energetiche limitate.
Allo stesso tempo, la crescente “guerra fredda tecnologica” tra Stati Uniti, Europa e Cina rischia di frammentare il processo di standardizzazione del 6G, con Pechino orientata ad accelerare anche per applicazioni militari e l’Occidente impegnato a costruire alternative aperte a Huawei. In questo scenario, anche le tempistiche per test e definizione degli standard, già molto ambiziose, potrebbero subire ulteriori ritardi.
Per gli USA il 6G è un’infrastruttura critica e strategica, utile alla supremazia geopolitica
Dietro questa spinta non c’è soltanto l’ambizione tecnologica, ma una visione strategica ben più ampia. Washington considera il 6G un’infrastruttura critica, destinata a ridefinire equilibri economici e politici globali. La convinzione è che chi guiderà gli standard e controllerà le reti del futuro avrà un vantaggio decisivo non solo sul piano industriale, ma anche su quello della sicurezza nazionale e dell’influenza geopolitica.
In questo senso, la partita del 6G si inserisce nel solco della competizione tecnologica con la Cina e con gli altri grandi attori globali, e le Olimpiadi del 2028 diventano l’occasione perfetta per mettere in scena questa leadership.
Missione Los Angeles 2028, dimostrazione di potenza del 6G e della superiorità USA (soprattutto sulla Cina)
È proprio in questo contesto che nasce “Mission LA 2028”, l’iniziativa lanciata dalla National Telecommunications and Information Administration (NTIA), l’agenzia che consiglia la Casa Bianca sulle politiche di comunicazione e banda larga. Il progetto punta a trasformare i Giochi olimpici in una vetrina delle tecnologie 6G emergenti. Non si tratta di un programma finanziato direttamente dal governo, ma di un’iniziativa guidata dall’industria, in cui aziende e operatori sono chiamati a sviluppare e presentare dimostrazioni concrete delle potenzialità del 6G.
Il ruolo della NTIA è quello di facilitare il processo, riducendo gli ostacoli regolatori, coordinando gli stakeholder e favorendo la disponibilità dello spettro necessario, ma dietro c’è sempre l’amministrazione Trump.
Resta però aperta la domanda cruciale: è davvero possibile avere il 6G entro il 2028? Difficile dare una risposta certa o definitiva, almeno per ora. Gli ostacoli sono molti. Il principale riguarda gli standard. Il 3GPP, l’organismo internazionale che definisce le specifiche delle tecnologie mobili, prevede di completare il quadro normativo del 6G solo intorno al 2030. Anticipare i tempi significa quindi lavorare su tecnologie ancora non standardizzate, con il rischio di sviluppare soluzioni che potrebbero non essere pienamente compatibili in futuro.
Un ecosistema ancora immaturo
A questo si aggiunge un ecosistema tecnologico ancora immaturo. Il 6G promette di operare su nuove bande di frequenza, probabilmente nelle gamme sub-terahertz e di integrare in modo nativo intelligenza artificiale e architetture cloud. Non è una cosa facile da fare, ci vuole tempo e sperimentazione (sena contare gli standard di sicurezza su più livelli). Anche il coordinamento internazionale e gli investimenti necessari rappresentano una sfida significativa, perché lo sviluppo di una nuova generazione mobile richiede una convergenza globale tra governi, operatori e fornitori.
Per questo motivo, lo scenario più realistico è che nel 2028 si possano vedere dimostrazioni tecnologiche avanzate, meno che mai una vera e propria rete commerciale diffusa. Dal punto di vista politico e simbolico, però, potrebbe essere sufficiente per rivendicare una leadership. Anticipare il 6G significa provare a orientarne lo sviluppo, dettare le regole del gioco e rafforzare la propria posizione in un settore chiave per il futuro. Le Olimpiadi del 2028, in questo senso, non sono solo un evento sportivo, ma il palcoscenico di una competizione globale in cui la tecnologia diventa strumento di potere.
La mossa USA per evitare che la corsa al 6G finisca come con il 5G
In questa corsa, bisogna fare i conti con la realtà, la Cina parte oggi con un vantaggio strutturale difficilmente ignorabile. Pechino concentra un’ampia fetta delle pubblicazioni scientifiche sul 6G e guida già la competizione sui brevetti 6G, con una quota che ha raggiunto il 40,3%, davanti agli Stati Uniti (35,2%), al Giappone (9,9%), all’Europa (8,9%) e alla Corea del Sud (4,2%). Secondo dati del Ministero dell’Industria e dell’Informatica, a gennaio 2026 la Cina ha completato la prima fase di sperimentazione della tecnologia 6G e ha accumulato una riserva di oltre 300 applicazioni chiave, annunciando l’avvio della seconda fase sperimentale di questa tecnologia, con l’ovvio obiettivo di sviluppare rapidamente un ecosistema industriale orientato alle prime applicazioni commerciali.
Un primato costruito attraverso una strategia industriale coordinata: oltre 1,4 trilioni di dollari di investimenti pubbliciper lo sviluppo di tecnologie che spaziano dalle reti wireless di nuova generazione all’intelligenza artificiale, programmi statali come IMT-2030, il lancio del primo satellite sperimentale 6G già nel 2023 e il ruolo trainante di colossi come Huawei, ZTE e China Mobile.
Dall’altra parte, Stati Uniti ed Europa appaiono più frammentati, tra iniziative come la NextG Alliance e il progetto europeo Hexa-X (25 milioni di euro), mentre la Corea del Sud investe circa 220 milioni puntando a reti pilota entro il 2028 con Samsung in prima linea.
In gioco non c’è solo una tecnologia, ma un mercato potenziale da oltre 10 trilioni di dollari e la capacità di determinare le regole delle comunicazioni per i prossimi vent’anni: chi guiderà gli standard del 6G controllerà infrastrutture, export e direzione dell’innovazione globale. E, come già insegnato dal 5G, arrivare primi in questa partita può fare tutta la differenza.
Un documento che analizza l’ecosistema nazionale e formula diciotto raccomandazioni operative. L’analisi rileva, inoltre, punti di forza, due supercomputer tra i primi cinque in Europa, la prima legge sull’intelligenza artificiale nell’UE, accanto a diverse fragilità: dipendenza dall’hardware estero, fuga dei talenti e bassa adozione di intelligenza artificiale nelle PMI.
Da sinistra, Anna Ascani, vicepresidente Camera dei Deputati, Alessio Butti, Sottosegretario di Stato con delega all’innovazione tecnologica, Luciano Floridi, Presidente della Fondazione Leonardo Ets, Rita Cucchiara, Rettrice Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Micaela Lovecchio, Fondazione Leonardo Ets.
Il Parlamento italiano è stato tra i pionieri in Europa nell’utilizzo, a livello istituzionale, di soluzioni di intelligenza artificiale (AI). Come ha ricordato nei saluti iniziali la vicepresidente della Camera, Anna Ascani, pochi mesi fa sono stati presentati i primi prototipi basati sull’AI generativa sviluppati a seguito della manifestazione d’interesse promossa dal Comitato di vigilanza sull’attività di documentazione, presieduto dalla stessa Ascani. Un’iniziativa, avviata nel febbraio 2024, che mirava a valorizzare l’uso dell’IA come strumento innovativo a supporto dei lavori parlamentari, della trasparenza istituzionale e del dialogo con i cittadini. I prototipi selezionati sono stati valutati sotto il profilo funzionale, architetturale e di sicurezza da focus group tecnico-scientifici.
“La democrazia – ha dichiarato la Vicepresidente della Camera – si trova a confrontarsi con nuovi sviluppi tecnologici che sono anche nuovi meccanismi di potere, e non può farlo restando ferma. Occorre farsi promotori di un cambiamento che sfrutti le potenzialità delle nuove tecnologie, le indirizzi verso un approccio umano-centrico, per favorire la trasparenza, la tracciabilità e la loro inclusione nei processi democratici”.
Butti: “Uno Stato agentico che usa l’AI per adeguarsi in anticipo rispetto alle esigenze del cittadino“
Il punto su quanto è stato fatto dal Governo e su quanto si sta facendo oggi lo ha illustrato Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione: “Lo stato dell’intelligenza artificiale in Italia nel 2026 lo possiamo raccontare attraverso tre direttrici: il tasso di adozione dell’intelligenza artificiale, che ovviamente è il metodo con cui rapidamente coinvolge e avvolge il mondo dell’impresa come il mondo della pubblica amministrazione; la coerenza tra lo sviluppo e la sperimentazione, che è un po’ la sintesi che noi stiamo cercando di mettere a terra anche con provvedimenti legislativi, che riguarda la ricerca, i casi d’uso, la competenza, i dati, le regole, non solo ovviamente italiane; la scalabilità, che è probabilmente il passaggio più impegnativo perché descrive il passaggio di progetti pilota delle pubbliche amministrazioni e servizi pubblici che poi integrano l’intelligenza artificiale in modo stabile, riusabile e adattabile alle variegate esigenze del territorio”.
Da sinistra, Luciano Floridi, Presidente della Fondazione Leonardo Ets, e Alessio Butti, Sottosegretario di Stato con delega all’innovazione tecnologica
“Negli ultimi due anni è stata registrata un’accelerazione nell’adozione dell’intelligenza artificiale da parte delle imprese. Questo si accompagna a un divario strutturale che vede le grandi imprese che cominciano ad adottare in modo molto serio l’intelligenza artificiale, mentre le imprese che arrivano a 10 dipendenti, o che superano di poco i 10 dipendenti, raggiungono al massimo il 16% di adozione. A livello italiano siamo all’8,2%. L’obiettivo è raggiungere quanto prima la percentuale europea che è al 13,5%. Come stiamo recuperando terreno? Innanzitutto abbiamo una strategia che ho citato poco fa, che è una strategia dell’intelligenza artificiale 24-26, che poi ha consentito anche l’approvazione di una legge dopo un ampio dibattito parlamentare. Una legge che rivolge grande attenzione al mondo della piccola e media impresa”.
“Nel piano triennale della informatica per la pubblica amministrazione 24-26, che è stato aggiornato nel 2025, noi abbiamo raggiunto 150 progetti di intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. C’è di più, perché puntiamo ad almeno 400 in questo 2026”.
Parlando poi del progetto Regioni per l’Intelligenza Artificiale (Reg4IA), la rete di conoscenza e innovazione che unisce Governo, Regioni e Province autonome per potenziare con l’intelligenza artificiale i servizi pubblici, Butti ha spiegato un punto di vista molto particolare di Stato agentico: “uno Stato che usa l’intelligenza artificiale per adeguarsi in anticipo, possibilmente, rispetto alle esigenze del cittadino e non siamo affatto lontani, lo stiamo già attuando con pubbliche amministrazioni molto impegnate su questo tema”.
L’iniziativa Reg4AI presentata a Genova, che nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento per la trasformazione digitale e le Regioni Liguria, Lombardia, Puglia e Toscana, alla guida di quattro partenariati impegnati su ambiti strategici come salute e turismo, ambiente e mobilità sostenibile, pubblica amministrazione e sicurezza del territorio, ha precisato Butti “rappresenta un modello di regia istituzionale che, grazie alla partecipazione di tutte le Regioni e Province autonome d’Italia, guiderà sperimentazioni territoriali con l’obiettivo di favorirne il riuso e alla replicabilità su scala nazionale, a vantaggio di cittadini e imprese”.
“Per gestire la sfida della scalabilità, mettiamo insieme governance, filiere della conoscenza e la collaborazione tra Governo centrale e territori. Sulla governance, discutibile o meno, noi abbiamo ancorato alla Presidenza del Consiglio il controllo, la verifica, il coordinamento e il monitoraggio di tutto quello che accade sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo – ha precisato Butti – ècreare la catena del valore dell’intelligenza artificiale”.
“Dobbiamo costruire forme di cooperazione internazionale per sviluppare infrastrutture di calcolo condivise, ad esempio creando un laboratorio europeo pubblico privato all’avanguardia dedicato alla formazione di una famiglia di modelli di base open source e alla loro messa a disposizione gratuita come infrastruttura di utilità pubblica”, ha affermato Butti.
Floridi (Fondazione Leonardo ETS): “Ci vorrebbe un open source made in Eu”
“C’è stato tanto lavoro dietro questo rapporto in termini di ricerca, confronti, approfondimenti. E alla fine il risultato è quello che avete tra le mani: un prodotto curato, pulito, apparentemente lineare. Uno dei temi che è emerso è quello, molto semplice, che “l’unione fa la forza”. È una banalità, ma in Italia facciamo spesso fatica a metterla in pratica. Storicamente non siamo bravissimi a lavorare insieme: ci dividiamo, competiamo, ci scontriamo, a volte anche su piccole cose. E così finisce che qualcun altro ci mette insieme… e lo fa secondo le proprie regole. Prendendo spunto dall’intervento dell’On. Butti, riprendo il concetto dello Stato agentico, una bella idea, perché sposta l’attenzione dall’intelligenza in sé all’azione: sistemi che fanno cose, che hanno un impatto concreto. Ma proprio per questo sono sistemi che devono essere guidati, governati. Non sono entità autonome che agiscono da sole senza conseguenze. E qui entra in gioco subito il tema della governance, della bioetica, delle scelte: cosa si fa con queste tecnologie, quando e come. Su questo, va detto, siamo su una buona strada. E permettetemi di dirlo chiaramente: questa narrazione per cui l’Italia sarebbe sempre e comunque in ritardo, sempre fanalino di coda, è parziale. Restiamo uno dei Paesi più rilevanti al mondo, e questo comporta anche una responsabilità. Perché la verità è semplice: se qualcosa non accade, è perché qualcuno non l’ha fatta accadere. Se un progetto non si sviluppa, è perché non è stato considerato una priorità. Non possiamo sempre scaricare la responsabilità su fattori esterni o su un generico sistema”, ha affermato nel suo intervento conclusivo Luciano Floridi, presidente della Fondazione Leonardo ETS.
“Questo diventa ancora più evidente quando parliamo di infrastrutture. Se davvero pensiamo che l’intelligenza artificiale sia una tecnologia che incide sulla democrazia, non possiamo lasciare tutto nelle mani del mercato. Sarebbe come dire: speriamo che chi controlla queste tecnologie sia “bravo”. Ma se non lo fosse? Non possiamo basarci sulla speranza. Serve quindi un equilibrio: un certo grado di sovranità e di controllo è fondamentale. Possiamo semplificare tutto questo immaginando un tavolo a quattro gambe. La prima gamba sono i dati: su questo abbiamo già strumenti importanti, come il GDPR e l’AI Act, quindi una base solida c’è. La seconda gamba è il software, cioè gli algoritmi, i modelli, i sistemi di AI. Qui il controllo è molto più debole: gli “ingredienti” li abbiamo, ma la “cucina” spesso no. La terza gamba è l’infrastruttura: dove vivono questi sistemi? I data center, i chip, le reti. Anche qui c’è ancora molto da fare, soprattutto a livello europeo. La quarta gamba è quella normativa, che invece è uno dei nostri punti di forza. Il problema è che questo tavolo oggi non è perfettamente stabile. E su questo tavolo stiamo appoggiando pezzi fondamentali della nostra società, della nostra economia, della nostra democrazia. La domanda è – ha precisato Floridi – che tipo di tavolo vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? Uno solido o uno traballante? Il rapporto prova a dare un contributo in questa direzione: non è una critica sterile, ma un tentativo di indicare cosa funziona e cosa può essere migliorato”.
“Immaginate la situazione italiana come un tramezzino: abbiamo due ottime fette di pane — da un lato la capacità di calcolo e dall’altro la normativa. Ma in mezzo, dove dovrebbe esserci la sostanza, spesso c’è poco: manca ancora un forte sviluppo industriale, applicativo, infrastrutturale. Eppure proprio lì c’è un’enorme opportunità. Per esempio: perché un Paese dovrebbe spendere enormi risorse per acquistare soluzioni proprietarie, quando potrebbe adottare — o contribuire a creare, ha precisato Floridi — soluzioni open source di qualità? Certo, oggi l’open source è spesso associato ad altri modelli, ad altri Paesi, con tutte le incognite del caso su dati, governance ed etica. Ma perché non immaginare un open source europeo, costruito dentro il quadro dell’AI Act e del GDPR, con standard chiari e garantiti? Un ecosistema aperto, affidabile, certificato — un “bollino europeo” — che possa essere utilizzato non solo da noi, ma anche da Paesi come Canada, Giappone, Corea del Sud, Brasile, Sudafrica e molti altri”.
Lovecchio (Fondazione Leonardo ETS): “L’AI non è stata solo oggetto di indagine, ma anche strumento”
L’Italia è al 18esimo posto nell’Unione europea per adozione dell’intelligenza artificiale, con un mercato di oltre 1,2 miliardi di euro, che potrebbe raggiungere i 5 miliardi entro il 2030. Con due supercomputer tra i primi cinque in Europa, la prima legge nazionale sull’AI nell’Ue e imprese di eccellenza che operano su scala globale, il Paese dispone di asset strategici significativi, ma presenta tre criticità: la dipendenza tecnologica dall’estero per l’hardware, il divario salariale del 40-50% rispetto alla Germania e al Regno Unito, che alimenta la fuga di talenti, e il divario di adozione tra le grandi imprese (53,1%) e le Pmi (15,7%).
Secondo il Rapporto, l’Italia deve costruire le condizioni per poter trasformare l’intelligenza artificiale da minaccia competitiva a opportunità di rilancio industriale. I settori con il maggiore potenziale sono l’analisi testuale e i sistemi conversazionali (32% del mercato, +86% annuo), le applicazioni industriali e la manifattura 4.0, la convergenza IA-Life Sciences e i servizi per la pubblica amministrazione.
“La ricerca è stata costruita come una stratificazione di narrazioni, che ci ha costretto, di volta in volta, ad adottare prospettive diverse per mettere a fuoco obiettivi differenti. Questo approccio ha portato a una raccolta di materiali molto ampia: dalle iniziali 130 pagine siamo arrivati a oltre 500. Un numero certamente elevato, forse eccessivo, ma necessario, perché rappresenta la base su cui si fonda l’intero rapporto. L’intelligenza artificiale non è stata soltanto oggetto di indagine, ma anche uno strumento fondamentale che ci ha permesso di accelerare la fase di raccolta delle informazioni. Tuttavia, la ricerca non è stata semplice: la difficoltà si è spostata su un piano più alto, quello del mantenimento del rigore scientifico e della validazione delle fonti. Per questo motivo, è importante chiarire il metodo adottato e la suddivisione delle categorie analizzate: aziende, centri di ricerca, pubblica amministrazione e startup”, ha spiegato Micaela Lovecchio, Education e Formazione nelle Scuole della Fondazione Leonardo ETS.
“Per quanto riguarda le aziende, ci siamo concentrati su quelle che investono lungo l’intera catena del valore dell’intelligenza artificiale, in particolare in ricerca e sviluppo e nella realizzazione di soluzioni proprietarie. Nei centri di ricerca, l’attenzione si è focalizzata sulle realtà più avanzate, capaci di spingere l’innovazione oltre i confini attuali: laboratori che oggi producono conoscenza apparentemente astratta, ma destinata a diventare concreta nel medio-lungo periodo, e che formano i talenti dell’intero ecosistema. Per la pubblica amministrazione – ha precisato Lovecchio – il focus è stato sulle soluzioni in grado di migliorare la vita dei cittadini, riducendo la distanza tra istituzioni e comunità, con particolare attenzione al tema dell’etica degli algoritmi. Infine, per le startup, abbiamo valutato non solo l’originalità delle idee, ma anche la loro scalabilità sul mercato e i tempi di realizzazione”.
Sono tre le “priorità legislative immediate” segnalate dai ricercatori ai decisori politici: “emanare i decreti attuativi della Legge 132/2025 per garantire certezza del diritto”, “rendere operativo il fondo da un miliardo di euro definendo i criteri di allocazione per AI, quantum computing e cybersecurity”, infine potenziare il regime degli impatriati estendendolo da 5 a 10 anni per profili AI”, in modo da competere con incentivi tedeschi e britannici.
Le raccomandazioni del Rapporto richiedono inoltre risorse incrementali stimate tra 800 milioni e 1,2 miliardi di euro nel triennio 2026-2028, di cui circa 500 milioni per il fondo Venture Capital dedicato all’AI, 150 milioni per incentivi fiscali al rientro dei talenti, 100 milioni per il potenziamento degli uffici di trasferimento tecnologico universitari e la quota rimanente per formazione, infrastrutture dati e coordinamento.
Alessio Butti, Sottosegretario di Stato con delega all’innovazione tecnologica, Luciano Floridi, Presidente della Fondazione Leonardo Ets, Rita Cucchiara, Rettrice Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Micaela Lovecchio, Fondazione Leonardo Ets
Ubertini (CINECA): “Europea la più grande rete pubblica federata di supercalcolo al mondo”
“Fin dalle prime pagine del rapporto, il tema delle infrastrutture di supercalcolo, cioè dei “motori” che rendono possibili queste tecnologie, emerge come uno dei principali punti di forza del nostro Paese. Si tratta di un risultato che affonda le radici in un percorso iniziato alla fine degli anni Sessanta e che, negli ultimi anni, è stato ulteriormente rafforzato grazie al sostegno dell’Unione Europea. Un esempio emblematico è il supercalcolatore Leonardo, operativo da novembre 2022: una macchina tra le più potenti al mondo, finanziata congiuntamente dall’Europa e dall’Italia. Accanto a Leonardo, il rapporto cita anche il supercalcolatore di Eni, anch’esso ai vertici globali e il più potente al mondo gestito da un’impresa non strettamente tecnologica. Questi risultati non sono casuali, ma il frutto di investimenti e competenze sviluppati nel corso di oltre trent’anni”, ha dichiarato Francesco Ubertini, presidente del CINECA e professore dell’Università di Bologna.
“Nel complesso, l’Italia si colloca tra le principali potenze mondiali per capacità computazionale. A livello europeo, inoltre, è stata costruita negli ultimi anni un’infrastruttura federata di supercalcolo che rappresenta oggi la più grande rete pubblica di questo tipo al mondo. Queste infrastrutture sono fondamentali per la ricerca e l’innovazione: vengono utilizzate per sviluppare e addestrare modelli, ovvero per tutte le fasi che precedono l’impiego concreto delle tecnologie. Per esempio, sistemi come ChatGPT nascono su infrastrutture di ricerca di questo tipo, mentre il loro utilizzo quotidiano avviene su infrastrutture diverse, dedicate alla produzione”, ha aggiunto Ubertini.
“Una delle raccomandazioni del rapporto è quindi quella di mantenere questa posizione di leadership anche nei prossimi anni. In questo senso, arrivano segnali positivi: dopo l’inaugurazione di Leonardo, gli investimenti non si sono fermati. Il governo italiano, insieme all’Europa, ha continuato a rafforzare queste infrastrutture e i risultati saranno visibili già nel corso di quest’anno. Per dare un ordine di grandezza – ha sottolineato Ubertini – Leonardo ha comportato un investimento complessivo di circa 250 milioni di euro, mentre dal 2022 a oggi sono stati stanziati ulteriori 750 milioni. Un impegno complessivo che porta a circa un miliardo di euro e che consente di guardare con fiducia al prossimo ciclo tecnologico”.
Cucchiara (Università di Modena e Reggio Emilia): “Dalla ricerca di base arrivano le applicazioni più concrete per il mercato”
“Il sistema produttivo italiano è vero che è in crescita, ma resta fortemente disomogeneo, soprattutto nel divario tra piccole e medie imprese, che rappresentano la maggioranza, e grandi aziende. Nella mia esperienza, ad esempio in Emilia-Romagna, si osserva come alcune realtà, in particolare nei settori digitale e finanziario, utilizzino già in modo diffuso strumenti di intelligenza artificiale, mentre molte imprese manifatturiere sono ancora in una fase iniziale, pur iniziando a esplorare ambiti come l’analisi predittiva, il continuous learning e i modelli federati. La crescita c’è, ma è ancora insufficiente: serve un impegno più forte per incentivare gli investimenti e diffondere la consapevolezza dell’importanza strategica di queste tecnologie. A questo si collega un secondo tema cruciale: il brain drain. Nonostante gli importanti investimenti nella formazione, in particolare nelle università pubbliche, l’Italia continua a perdere una quota significativa dei suoi giovani più qualificati. I dati Istat mostrano che nel 2023 circa 192.000 italiani tra i 25 e i 34 anni sono emigrati, a fronte di 73.000 rientri, con una perdita netta di 119.000 giovani. Di questi, ben 58.000 possiedono un’istruzione terziaria o un dottorato. Considerando inoltre che l’Italia è tra i Paesi europei con il minor numero di laureati, il rischio è quello di trovarsi, nel prossimo futuro, con una carenza di competenze qualificate”, ha sostenuto Rita Cucchiara, rettrice dell’Università di Modena e Reggio Emilia.
“Le cause sono certamente anche economiche, ma non solo: esiste un problema di riconoscimento del valore della ricerca. A livello internazionale, conferenze come CVPR e NeurIPS rappresentano tra i contesti più prestigiosi nel campo dell’intelligenza artificiale, ma questi risultati spesso non vengono adeguatamente valorizzati dal sistema industriale italiano, mentre all’estero costituiscono un canale diretto di accesso al lavoro qualificato. Il terzo punto riguarda il ruolo della ricerca di base, come nel caso del partenariato esteso Future AI Research. Si tratta di un’esperienza che ha coinvolto gran parte delle università italiane, creando un ecosistema che include anche grandi imprese e che ha prodotto risultati scientifici rilevanti. Tuttavia – ha sottolineato Cucchiara – proprio perché si tratta di ricerca fondamentale, spesso se ne sottovaluta l’importanza strategica. È invece essenziale comprendere che dalla ricerca di base derivano rapidamente applicazioni concrete in settori chiave come la moda, il turismo, la manifattura e la sanità. La forza dell’intelligenza artificiale sta proprio nella sua trasversalità: gli stessi modelli possono essere applicati a dati finanziari, satellitari, medici o testuali. Il passaggio dalla teoria alla pratica è quindi molto rapido, ma richiede che il Paese investa in modo equilibrato sia nella ricerca fondamentale sia nelle applicazioni”.
OpenAI is acquiring open source Python tool-maker Astral
OpenAI announced Thursday that it has entered into an agreement to acquire Astral, the company behind popular open source Python development tools such as uv, Ruff, and ty, and integrate the company into its Codex team.
The deal, whose financial terms were not publicly disclosed, will help OpenAI “accelerate our work on Codex and expand what AI can do across the software development lifecycle,” the company said in an announcement post. Integrating Astral’s tools more closely with Codex after the acquisition will “enable AI agents to work more directly with the tools developers already rely on every day,” it continued.
Astral’s most popular open source projects include:
Charlie Marsh, who founded Astral three years ago with $4 million in seed funding, promised in a blog post Thursday that OpenAI “will continue supporting our open source tools after the deal closes. We’ll keep building in the open, alongside our community – and for the broader Python ecosystem – just as we have from the start.” OpenAI echoed that, following the close of the acquisition, saying it will “continue to support these open source projects while exploring ways they can work more seamlessly with Codex.”
OpenAI’s move comes amid an intense battle between Codex and Anthropic’s Claude Code for dominance in the fast-growing market for AI-powered coding assistants. Back in November, Anthropic acquired Bun, a JavaScript runtime with 7 million monthly downloads that the company said would lead to “faster performance, improved stability, and new capabilities” after its integration into Claude Code.
Earlier this month, OpenAI acquired Promptfoo, the makers of an open source security tool focused on LLMs.
Fatto dall’umano, non dall’AI. Arrivano le prime etichette “AI free”
Prodotti e servizi “creati dall’umano” vs quelli creati dall’AI
“No AI”, “AI free” o “Not by AI”, sono alcuni esempi di etichette che presto potremmo trovare in giro per il web per riconoscere e certificare prodotti e servizi creati dall’umano e non generati dall’intelligenza artificiale (AI).
La generazione di contenuti digitali attraverso chatbot AI ha raggiunto livelli così elevati di diffusione che presto si può immaginare una saturazione del nostro mondo online. Come cercare di difendersi? Indietro ovviamente non si può tornare. Il nostro presente è dominato dall’impiego di soluzioni di intelligenza artificiale in ogni ambito e il futuro lo sarà ancora di più.
Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Australia è allora emerso un movimento che su questo ha le idee molto chiare: differenziamo, a partire dalla rete, i prodotti e i servizi “creati/sviluppati dall’umano” dal quelli generati con l’AI.
“L’intelligenza artificiale sta creando una profonda trasformazione e le diverse definizioni di ciò che è ‘creato dall’umano’ stanno confondendo i consumatori”, afferma la dottoressa Amna Khan, esperta di consumi presso la Manchester Metropolitan University.
“Una definizione universale è essenziale per costruire fiducia, chiarezza e sicurezza“, ha dichiarato Khan a Joe Tidy che ha scritto un bell’articolo su questo per la BBC News.
Non si tratta solamente di una rivendicazione culturale, se non di una dichiarazione di indipendenza antropologica per così dire dall’affermazione storica delle macchine ben al di fuori degli ambienti produttivi tradizionali. Qui c’è una volontà di riprendersi uno spazio d’azione politico e lavorativo, perché, se quest’iniziativa riuscisse ad affermarsi, certamente si potrebbero salvare anche molti posti di lavoro dalla cosiddetta disoccupazione tecnologica.
Le prime etichette “AI free”
Secondo l’indagine della BBC, sono almeno otto i progetti in corso per elaborare un’etichetta in cui si comunica, si conferma e si certifichi che un determinato prodotto o servizio è stato progettato e prodotto dall’umano e non dall’AI.
Come riportato dal quotidiano britannico, ci sono già diverse etichette, come no-ai-icon.com, ai-free.io e notbyai.fyi, che possono essere scaricate da chiunque generalmente in maniera gratuita, senza particolari controlli o addirittura senza alcun controllo.
Altri sistemi, come aifreecert, richiedono il pagamento per la certificazione “AI free”, perché tale etichetta prima di essere rilasciata prevede un rigoroso processo di verifica per stabilire se un prodotto utilizza o meno l’intelligenza artificiale.
L’intelligenza artificiale è ormai al centro della nostra economia. Difficile tracciare una linea netta
È possibile differenziare in maniera rigida e netta ciò che si progetta, si produce e si distribuisce “human made” da quello che è “AI generated”? Secondo molti esperti siamo già al punto che questa netta distinzione non solo è difficile da fare, ma potrebbe anche essere controproducente.
“L’intelligenza artificiale è ormai così profondamente integrata in diverse piattaforme e servizi che è davvero complicato stabilire cosa significhi ‘senza IA’”, ha spiegato alla BBC Sasha Luccioni, ricercatrice canadese esperta in intelligenza artificiale, clima e giustizia sociale, attualmente AI & Climate Lead presso Hugging Face.
Una strada potrebbe essere cercare certificazioni intermedie. Ad esempio, nel cinema, che ormai è quasi AI dipendente (e non a caso periodicamente scoppiano polemiche per l’impiego massiccio di questa tecnologica tale da mettere a repentaglio i diritti di chi in questo settore lavora), si stanno sperimentando soluzioni per limitare l’uso massiccio di AI e allo stesso tempo tutelare e valorizzare il lavoro umano (sia a livello qualitativo, sia creativo, sia di posti di lavoro).
Nei titoli di coda del thriller “Heretic” del 2024, con Hugh Grant, i produttori hanno inserito una nota in cui si legge: “Nessuna intelligenza artificiale generativa è stata utilizzata nella realizzazione di questo film“.
Il pubblico ha il diritto di conoscere quanta e quale AI è stata usata per generare musica, libri e film
Il cinema è solo un esempio, diciamo che l’AI sta ormai fortemente trasformando l’intero mercato dell’editoria (già fortemente condizionata dalla trasformazione digitale iniziale), quindi la televisione, la stampa, i libri e la musica.
Il problema non è tanto nell’uso di questa tecnologia dalle enormi potenzialità positive per queste industrie e per chi vi lavora, ma nel trovare come detto una gradualità di impiego da certificare e comunicare al pubblico.
In molti casi chi guarda un film o ascolta una canzone, o guarda un video o legge un libro, non è informato di quanta e quale AI è stata impiegata per produrre un contenuto.
Celebre è il caso dei The Velvet Sundown, band psych-rock virtuale al 100%, con membri fittizi (Gabe Farrow, Lennie West, Milo Rains e Orion “Rio” Del Mar, tutta gente che non esiste nella vita reale), interamente generata da tool AI come Suno per musica/voci e ChatGPT per testi/immagini. Oltre un milione di ascolti mensili lo scorso anno per il primo album “Paper Sun Rebellion” su Spotify.
Possiamo anche restare in Italia per trovare un altro esempio di musicisti completamente virtuali, non esistenti nella realtà fisica (anche se per l’immaginario collettivo dell’audience forse questa considerazione vale poco o niente). We Are Machinez è la prima band rap-metal italiana da Alghero 100% “AI generated”, creata da Sigla con software AI e su Spotify possiamo ascoltare il primo EP “The Age of Machinez” (sicuramente apprezzabile l’onesta intellettuale rintracciabile sia del nome della band, sia del titolo dell’EP).
Il mondo dei libri è forse quello che per primo (anche per semplicità) ha sperimentato l’invasione di prodotti e autori completamente AI generated, tanto che il colosso Faber and Faber ha iniziato ad apporre il marchio “Scritto da un essere umano“.
L’inglese Books by People, per comprare libri veramente scritti da esseri umani
“Gli editori si trovano a dover affrontare un nuovo scenario in cui i libri possono essere prodotti in pochi minuti anziché in mesi o anni, e i lettori non possono più essere certi se un libro rifletta un’esperienza umana o sia una mera imitazione meccanica“, ha spiegato alla BBC Esme Dennys, co fondatrice di Books by People.
“È necessaria una certificazione di ‘origine umana’, ma l’autocertificazione non è sufficiente, quindi abbiamo un processo di verifica completo per assicurarci che si tratti effettivamente di materiale di origine umana“, ha chiarito il CEO dell’azienda, Alan Finkel. Motivo per cui questo tipo di certificazioni “AI free” si pagano.
Books by People è un’organizzazione indipendente britannica lanciata nel 2025 per certificare libri scritti interamente da esseri umani, contrassegnandoli con un marchio (“Human authored”) di riconoscimento ben chiaro, anche nel nome. A novembre è uscita la prima pubblicazione con questa etichetta dal titolo “Telenovela” di Gonzalo C. Garcia.
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La prima manifestazione anti-AI a Londra, la presa di coscienza della società
Non solamente il mondo delle imprese o del lavoro sta prendendo le misure con l’AI, anche la società ha preso coscienza che se da un lato questa tecnologia (come altre) è di grande utilità per molte delle nostre attività o addirittura routine quotidiane, dall’altro è anche una minaccia. A seconda di come e quanto usiamo l’AI questa diventerà dominante nel nostro mondo e nella nostra vita.
“Pull the plug! Pull the plug! Stop the slop! Stop the slop!”, questo lo slogan che si poteva sentire per le strade di Londra sabato 28 febbraio.L’invito era chiaro: stacca la spina e basta con questo schifo. Chiaro e forse esagerato, come detto, non possiamo dire basta all’AI, è troppo tardi, meglio capire come usarla al meglio e impedire un suo impatto negativo sulla società.
C’erano qualche centinaio di manifestanti anti-AI a King’s Cross, dove si trovano le sedi delle Big Tech come OpenAI, Meta, Google e DeepMind., ha raccontato Will Douglas Heaven per la rivista MIT Technology. La marcia è stata organizzata da due gruppi di attivisti distinti, Pause AI e Pull the Plug, che l’hanno definita la più grande protesta di questo tipo mai realizzata.
Anche qui, forse, siamo di fronte ad un’altra esagerazione, ma di certo potrebbe essere una prima piazza che farà la storia, visto che è molto probabile molte altre ne seguiranno nei prossimi anni. L’AI è anche politica e in quanto tale tema di confronto pubblico, da qui in poi. Perché su questa tecnologia si investono incredibili quantità di soldi, perché farà fare grandi profitti (col passare del tempo) e rischiamo seriamente che venga usata in maniera impropria per controllare la società, orientarla e plasmarla. L’AI amplifica disuguaglianze e discriminazioni, arrivando a mettere in discussione le fondamenta stesse dei sistemi democratici, anche solo rendendo sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è. In questi termini, l’AI è politica.
Nell’AI Act ci sarà l’etichetta “generato con l’intelligenza artificiale”
Come detto, non si torna indietro, ma l’AI può essere regolamentata e in questo modo si possono evitare le distorsioni peggiori. A riguardo, in questi giorni, le commissioni Mercato interno e Libertà civili del Parlamento europeo hanno adottato una posizione congiunta su una proposta di semplificazione (“omnibus”) che modifica il regolamento sull’intelligenza artificiale (AI Act), con 101 voti favorevoli, 9 contrari e 8 astensioni.
La proposta prevede il rinvio dell’entrata in vigore di alcune disposizioni relative ai sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio, poiché gli standard chiave potrebbero non essere definiti entro l’attuale scadenza del 2 agosto 2026. Negli emendamenti, gli eurodeputati introducono date di applicazione certe, con l’obiettivo di garantire prevedibilità e certezza giuridica.
Per i sistemi di IA ad alto rischio esplicitamente elencati nel regolamento (inclusi quelli che utilizzano tecnologie biometriche o impiegati in infrastrutture critiche, istruzione, occupazione, servizi essenziali, forze dell’ordine, giustizia e gestione delle frontiere) la proposta fissa la nuova scadenza al 2 dicembre 2027.
Per i sistemi di IA disciplinati (o utilizzati come componenti di sicurezza in prodotti disciplinati) dalla normativa settoriale dell’UE in materia di sicurezza e sorveglianza del mercato, la data proposta è il 2 agosto 2028.
Gli eurodeputati si dicono inoltre favorevoli a concedere ai fornitori più tempo per adeguarsi agli obblighi di watermarking (loghi, codici o le etichette di cui abbiamo parlato) dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale (audio, immagini, video o testi) al fine di renderne riconoscibile l’origine. In questo caso, però, hanno proposto una proroga più contenuta, fino al 2 novembre 2026, rispetto al 2 febbraio 2027 indicato inizialmente dalla Commissione.