Aided by AI, California beach town broadens hunt for bike lane blockers

This spring, a Southern California beach town will become the first city in the country where municipal parking enforcement vehicles will use an AI system looking for potential bike lane violations.

Beginning in April, the City of Santa Monica will bring Hayden AI’s scanning technology to seven cars in its parking enforcement fleet, expanding beyond similar cameras already mounted on city buses.

“The more we can reduce the amount of illegal parking, the safer we can make it for bike riders,” Charley Territo, chief growth officer at Hayden AI, told Ars.

Hayden AI’s bus cameras, designed to detect bike lane and bus zone violations, currently exist in two other California cities: Oakland and Sacramento. The company also has installations around the country, including New York City, Washington, DC, and Philadelphia. In September 2025, the company announced that it had installed 2,000 systems on buses worldwide.

Late last year, over a 59-day period, Hayden AI also said its technology detected over 1,100 parking violations at the University of California, San Diego—and 88 percent of those were instances of blocking a bike lane.

Hayden AI says it sells its product to municipalities and related entities to not only increase bus speed (by removing obstructions) but also improve safety.

“We do that by [reducing] one of the biggest causes of collisions with buses—moving out of their lanes,” Territo added. “So the fewer times they have to make a turn, the fewer instances there are [of a crash].”

https://arstechnica.com/tech-policy/2026/02/santa-monica-deploys-ai-powered-parking-cameras-to-protect-bike-lanes/




I spent two days gigging at RentAHuman and didn’t make a single cent

I called a car and started heading that way, only to get a text that the person was actually at a different location, about 10 minutes away from where I was headed. Alright, no big deal. So, I rerouted the ride and headed to this new spot to grab some mysterious V-Day posters to plaster around town. Then, the person messaged me that they didn’t actually have the posters available right now and that I’d have to come back later in the afternoon.

Whoops! This yanking around did, in fact, feel similar to past gig work I’ve done—and not in a good way.

I spoke with the person behind the agent who posted this Valentine’s Day flyer task, hoping for some answers about why they were using RentAHuman and what the response has been like so far. “The platform doesn’t seem quite there yet,” says Pat Santiago, a founder of Accelr8, which is basically a home for AI developers. “But it could be very cool.”

He compares RentAHuman to the apps criminals use to accept tasks in Westworld, the HBO show about humanoid robots. Santiago says the responses to his gig listing have been from scammers, people not based in San Francisco, and me, a reporter. He was hoping to use RentAHuman to help promote Accelr8’s romance-themed “alternative reality game” that’s powered by AI and is sending users around the city on a scavenger hunt. At the end of the week, explorers will be sent to a bar that the AI selects as a good match for them, alongside three human matches they can meet for blind dates.

So, this was yet another task on RentAHuman that falls into the AI marketing category. Big surprise.

I never ended up hanging any posters or making any cash on RentAHuman during my two days of fruitless attempts. In the past, I’ve done gig work that sucked, but at least I was hired by a human to do actual tasks. At its core, RentAHuman is an extension of the circular AI hype machine, an ouroboros of eternal self-promotion and sketchy motivations. For now, the bots don’t seem to have what it takes to be my boss, even when it comes to gig work, and I’m absolutely OK with that.

This story originally appeared on wired.com.

https://arstechnica.com/ai/2026/02/i-spent-two-days-gigging-at-rentahuman-and-didnt-make-a-single-cent/




Anthropic raddoppia il suo valore in sei mesi, ora vale 380 miliardi di dollari

Anthropic, la startup americana di Intelligenza Artificiale editrice del modello Claude, ha annunciato un nuovo round di finanziamenti da 30 miliardi di dollari, il che porta la sua valorizzazione complessiva a 380 miliardi. I fondi saranno utilizzati per la realizzazione di data center.

La società di San Francisco vede così la sua valorizzazione raddoppiare da settembre a oggi, dopo la chiusura di questo round guidato dal fondo sovrano di Singapore GIC e dal fondo speculativo Coatue Management.

Anthropic si trova ormai nella rosa delle società non quotate più care al mondo, insieme a SpaceX, ByteDance e OpenAI.

Anche OpenAI sta preparando un nuovo round di finanziamenti da 100 miliardi

Secondo quanto riferito, OpenAI, il vicino e rivale di Anthropic, sostenuto da Microsoft e SoftBank, starebbe preparando un round di raccolta fondi ancora più ampio, potenzialmente pari a 100 miliardi di dollari, stimando una valutazione del creatore di ChatGPT di circa 830 miliardi di dollari.

Queste due ingenti iniezioni potrebbero posticipare le IPO di entrambi i rivali, inizialmente previste a Wall Street quest’anno.

I numeri di Anthropic una frazione degli investimenti (ma questo vale anche per OpenAI)

Anthropic sostiene di generare attualmente 14 miliardi di dollari di fatturato annuale. OpenAI ha dichiarato 20 miliardi di dollari sulla base della stessa metrica, che estrapola i ricavi degli ultimi mesi su base annua, ricavi che si moltiplicano ogni trimestre nel settore dell’Intelligenza Artificiale.

Cresce il timore di una bolla dell’AI

Queste cifre, ben al di sotto delle centinaia di miliardi di dollari investiti nella corsa all’intelligenza artificiale, sono oggetto di attenta osservazione e discussione, dati i dubbi sulla redditività di questa rivoluzione tecnologica e i timori di una bolla speculativa. Secondo diversi media statunitensi, Anthropic prevede di ridurre il consumo di cassa a circa un terzo del fatturato entro il 2026, per poi arrivare al 9% entro il 2027, con un obiettivo di redditività per il 2028, due anni prima di OpenAI.

Anthropic, piattaforma AI preferita da aziende e sviluppatori

La performance finanziaria di Anthropic, sostiene l’azienda, “è guidata dal nostro posizionamento come piattaforma di intelligenza artificiale preferita da aziende e sviluppatori”. Tra l’altro, Anthropic ha a cuore anche la morale, che insegna a Claude AI.

Claude Code, il suo strumento di punta per sviluppatori lanciato a maggio 2025, genera un fatturato annuo di 2,5 miliardi di dollari. L’azienda sostiene di annoverare tra i suoi clienti 8 delle 10 maggiori aziende statunitensi presenti nella lista della rivista Fortune.

Investitori di tutto rispetto

“Gli abbonamenti aziendali a Claude Code sono quadruplicati dall’inizio del 2026”, prosegue il comunicato. Il round di finanziamento ha attirato una lunga lista di investitori di alto profilo, tra cui BlackRock, Goldman Sachs e JPMorgan Chase, oltre ai giganti della tecnologia Microsoft e Nvidia, leader mondiale nei chip per l’intelligenza artificiale.

Questa nuova iniezione di capitale consentirà alla startup, guidata dai fratelli Dario e Daniela Amodei, di finanziare la propria infrastruttura informatica, che richiede la costruzione di giganteschi data center in grado di alimentare e raffreddare milioni di chip di nuova generazione.

Anthropic, previsti investimenti per 50 miliardi in data center

Il 5 febbraio, Anthropic aveva già annunciato l’intenzione di investire 50 miliardi di dollari in data center per supportare la potenza del suo ultimo modello, Claude Opus 4.6, presentato il 5 febbraio. La startup con sede a San Francisco, fondata nel 2021 da ex dipendenti di OpenAI, ha ottenuto ottimi risultati dopo aver rilasciato in pochi mesi una serie di strumenti che hanno impressionato gli sviluppatori di software e preoccupato gli editori.

Anthropic più rivolto alle aziende, ChatGPT in lotta con Gemini nel mercato consumer

La sua strategia si è concentrata sulla costruzione di una reputazione di sicurezza e affidabilità, mentre OpenAI ha finora vinto la battaglia per l’adozione di massa da parte del grande pubblico con ChatGPT, che sta venendo sempre più superato da Gemini di Google. Negli ultimi mesi, OpenAI ha enfatizzato la sua offerta aziendale e i suoi modelli dedicati al codice informatico, con la serie di modelli Codex, nel tentativo di competere con Anthropic in questo mercato più redditizio rispetto a quello consumer. La rivalità ha assunto una nuova dimensione la scorsa settimana durante gli spot del Super Bowl, la finale del campionato di football americano. Nella sua dichiarazione, Anthropic ha ribadito la sua opposizione alla visualizzazione di annunci pubblicitari all’interno dei suoi modelli di intelligenza artificiale, un’apparente frecciatina a OpenAI, che sta testando questa fonte di reddito.

Tra i sostenitori di lunga data di Anthropic c’è Amazon, che ha investito 8 miliardi di dollari e funge da partner principale dell’azienda per i server online.

Questo autunno, Anthropic ha anche ampliato la sua partnership in questo settore con Google, che aveva investito 2 miliardi di dollari nella startup nel 2023.

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OpenAI sidesteps Nvidia with unusually fast coding model on plate-sized chips

But 1,000 tokens per second is actually modest by Cerebras standards. The company has measured 2,100 tokens per second on Llama 3.1 70B and reported 3,000 tokens per second on OpenAI’s own open-weight gpt-oss-120B model, suggesting that Codex-Spark’s comparatively lower speed reflects the overhead of a larger or more complex model.

AI coding agents have had a breakout year, with tools like OpenAI’s Codex and Anthropic’s Claude Code reaching a new level of usefulness for rapidly building prototypes, interfaces, and boilerplate code. OpenAI, Google, and Anthropic have all been racing to ship more capable coding agents, and latency has become what separates the winners; a model that codes faster lets a developer iterate faster.

With fierce competition from Anthropic, OpenAI has been iterating on its Codex line at a rapid rate, releasing GPT-5.2 in December after CEO Sam Altman issued an internal “code red” memo about competitive pressure from Google, then shipping GPT-5.3-Codex just days ago.

Diversifying away from Nvidia

Spark’s deeper hardware story may be more consequential than its benchmark scores. The model runs on Cerebras’ Wafer Scale Engine 3, a chip the size of a dinner plate that Cerebras has built its business around since at least 2022. OpenAI and Cerebras announced their partnership in January, and Codex-Spark is the first product to come out of it.

OpenAI has spent the past year systematically reducing its dependence on Nvidia. The company signed a massive multi-year deal with AMD in October 2025, struck a $38 billion cloud computing agreement with Amazon in November, and has been designing its own custom AI chip for eventual fabrication by TSMC.

Meanwhile, a planned $100 billion infrastructure deal with Nvidia has fizzled so far, though Nvidia has since committed to a $20 billion investment. Reuters reported that OpenAI grew unsatisfied with the speed of some Nvidia chips for inference tasks, which is exactly the kind of workload that OpenAI designed Codex-Spark for.

Regardless of which chip is under the hood, speed matters, though it may come at the cost of accuracy. For developers who spend their days inside a code editor waiting for AI suggestions, 1,000 tokens per second may feel less like carefully piloting a jigsaw and more like running a rip saw. Just watch what you’re cutting.

https://arstechnica.com/ai/2026/02/openai-sidesteps-nvidia-with-unusually-fast-coding-model-on-plate-sized-chips/




Attackers prompted Gemini over 100,000 times while trying to clone it, Google says

On Thursday, Google announced that “commercially motivated” actors have attempted to clone knowledge from its Gemini AI chatbot by simply prompting it. One adversarial session reportedly prompted the model more than 100,000 times across various non-English languages, collecting responses ostensibly to train a cheaper copycat.

Google published the findings in what amounts to a quarterly self-assessment of threats to its own products that frames the company as the victim and the hero, which is not unusual in these self-authored assessments. Google calls the illicit activity “model extraction” and considers it intellectual property theft, which is a somewhat loaded position, given that Google’s LLM was built from materials scraped from the Internet without permission.

Google is also no stranger to the copycat practice. In 2023, The Information reported that Google’s Bard team had been accused of using ChatGPT outputs from ShareGPT, a public site where users share chatbot conversations, to help train its own chatbot. Senior Google AI researcher Jacob Devlin, who created the influential BERT language model, warned leadership that this violated OpenAI’s terms of service, then resigned and joined OpenAI. Google denied the claim but reportedly stopped using the data.

Even so, Google’s terms of service forbid people from extracting data from its AI models this way, and the report is a window into the world of somewhat shady AI model-cloning tactics. The company believes the culprits are mostly private companies and researchers looking for a competitive edge, and said the attacks have come from around the world. Google declined to name suspects.

The deal with distillation

Typically, the industry calls this practice of training a new model on a previous model’s outputs “distillation,” and it works like this: If you want to build your own large language model (LLM) but lack the billions of dollars and years of work that Google spent training Gemini, you can use a previously trained LLM as a shortcut.

https://arstechnica.com/ai/2026/02/attackers-prompted-gemini-over-100000-times-while-trying-to-clone-it-google-says/




Data Center, il patto di Trump con le Big Tech: “Non fate alzare i costi dell’energia alle famiglie”

Data center e AI, il patto della Casa Bianca con i giganti tecnologici americani

L’amministrazione Trump si prepara a chiedere alle principali aziende tecnologiche, tra cui OpenAI, Microsoft, Google, Amazon, Meta e Alphabet, di sottoscrivere un patto volontario per governare la rapida espansione dei data center dedicati all’intelligenza artificiale (AI).

Secondo quanto riportato da Politico, che ha esaminato una bozza del documento, l’obiettivo è chiaro: garantire che i data center, sempre più energivori, non facciano aumentare le bollette delle famiglie, non mettano sotto pressione le risorse idriche e non compromettano l’affidabilità della rete elettrica nazionale. La Casa Bianca starebbe organizzando un evento ufficiale per annunciare l’iniziativa.

Si tratterebbe di un tentativo ambizioso di orientare lo sviluppo dell’infrastruttura digitale americana senza ricorrere a nuove regolazioni formali, ma attraverso un impegno pubblico delle Big Tech.

Ma chi paga l’infrastruttura?

Al centro della bozza ci sarebbe un principio semplice ma politicamente rilevante: le aziende che costruiscono e gestiscono data center per l’AI devono sostenere il 100% dei costi della nuova capacità di generazione elettrica necessaria per alimentarli, oltre agli eventuali potenziamenti della rete di trasmissione.

In altre parole, il messaggio è: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non deve essere finanziato indirettamente dalle famiglie americane attraverso aumenti delle tariffe elettriche.

Il patto prevederebbe diversi punti chiave, che sintetizziamo in questo modo:

  • contratti di fornitura elettrica a lungo termine, per evitare che eventuali ritiri o ridimensionamenti dei progetti ricadano sugli altri utenti della rete;
  • copertura totale dei costi per le nuove linee di trasmissione necessarie a collegare i data center;
  • collaborazione con autorità federali e statali per strutturare tariffe che proteggano – e idealmente riducano – il prezzo dell’elettricità per i consumatori domestici.

Un aspetto cruciale è che l’impegno si estenderebbe anche alla capacità in leasing: non solo data center di proprietà, ma anche quelli affittati o gestiti tramite terzi.

Perché i data center sono diventati un tema politico

I data center sono l’infrastruttura fisica dell’economia digitale. Senza di essi non esisterebbero: servizi cloud, piattaforme social, ecommerce, streaming e oggi soprattutto intelligenza artificiale generativa.

Con l’esplosione dell’AI, la domanda di potenza di calcolo è cresciuta in modo esponenziale. L’addestramento e l’esecuzione dei modelli avanzati richiedono enormi quantità di chip specializzati (GPU e acceleratori) che, a loro volta, consumano grandi quantità di energia.

Secondo stime federali citate negli Stati Uniti, la domanda energetica dei data center potrebbe triplicare tra il 2025 e il 2028. In alcune aree del Mid-Atlantic (ara che comprende gli Stati di New York, Pennsylvania, New Jersey, Delaware, Maryland ed il Distretto di Columbia) e del Midwest, l’espansione dei poli digitali è già stata associata a un aumento dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità.

In un contesto di inflazione e rincari delle bollette, il tema è diventato altamente sensibile. L’idea che l’intelligenza artificiale possa far salire le tariffe domestiche è politicamente difficile da sostenere.

Data center e crescita economica: il rovescio della medaglia

È importante però ricordare che i data center non sono solo un centro di costo energetico. Sono anche: motore di investimenti miliardari, leva per l’innovazione industriale, infrastruttura abilitante per startup, PMI e grandi imprese, fattore chiave per la competitività tecnologica nazionale.

Ogni grande campus di data center attira anche investimenti in reti elettriche e telecomunicazioni, occupazione diretta e indiretta e sviluppo di filiere locali (costruzioni, manutenzione, servizi).

Inoltre, la disponibilità di potenza di calcolo è oggi un fattore strategico nella competizione globale sull’AI. Stati Uniti, Cina ed Europa considerano l’infrastruttura digitale una componente della sicurezza economica e nazionale.

Il punto, dunque, non è fermare la crescita dei data center, ma governarla.

L’impatto energetico: non solo quantità, ma qualità della domanda

I data center hanno un consumo continuo e prevedibile, 24 ore su 24. Questo può rappresentare un vantaggio per il sistema elettrico, perché consente di pianificare meglio la generazione.

Tuttavia, quando la crescita è troppo rapida e concentrata in alcune regioni, può saturare le reti di trasmissione, richiedere nuove centrali e aumentare la domanda di picco in condizioni critiche (ondate di calore o freddo estremo).

Per questo il patto prevederebbe anche l’uso coordinato di backup generation e la possibilità di ridurre temporaneamente il carico in situazioni di emergenza, una forma di “flessibilità industriale” già oggetto di dibattito in Stati come il Texas.

Se ben progettata, la presenza dei data center può anche stimolare nuova capacità rinnovabile e sistemi di accumulo. Uno scenario positivo che è emerso anche dall’ultimo Report dell’Agenzia internazionale dell’energia. Ma se mal gestita, può scaricare parte dei costi infrastrutturali sugli altri utenti.

La questione idrica: un tema sempre più centrale

Oltre all’energia, c’è l’acqua.
Molti data center utilizzano sistemi di raffreddamento che richiedono significative quantità di risorse idriche, soprattutto nelle regioni più calde. In aree soggette a stress idrico, questo può generare tensioni sociali.

La bozza del patto prevede che le aziende si impegnino a essere “water positive”, ossia: sviluppare o procurare risorse idriche sufficienti per le nuove strutture; evitare impatti negativi sulla disponibilità e qualità dell’acqua locale.

In pratica, ciò potrebbe tradursi in investimenti in riciclo, riuso, tecnologie di raffreddamento a basso consumo idrico e progetti di compensazione ambientale.

Impatti sociali: bollette, consenso e accettabilità territoriale

L’espansione dei data center non è solo una questione tecnica. È anche sociale.
Le comunità locali sollevano spesso preoccupazioni su aumento delle bollette, consumo di acqua, rumore e traffico e anche utilizzo del suolo.

Il patto includerebbe anche impegni su programmi educativi legati all’AI e misure per mitigare gli impatti su traffico e rumore, nel tentativo di migliorare l’accettabilità territoriale.

Questo è un punto chiave: senza consenso sociale, la realizzazione delle infrastrutture rallenta. E oggi uno dei principali colli di bottiglia per l’AI è proprio la lentezza nelle connessioni alla rete elettrica e nelle autorizzazioni.

Uno scenario di riferimento: verso una nuova “alleanza energetico-digitale”

Se il patto vedrà la luce, potrebbe segnare un passaggio importante, perché le Big Tech riconoscerebbero formalmente il loro impatto sistemico, mentre il Governo eviterebbe, per ora, una regolazione più rigida.
Nello stesso tempo, il sistema elettrico verrebbe ripensato per sostenere l’economia dell’AI.

Siamo di fronte a una possibile trasformazione strutturale. I data center stanno diventando quello che le acciaierie e le raffinerie erano nel Novecento: infrastrutture critiche per lo sviluppo economico.

La sfida è evitare che la crescita digitale si traduca in però aumento delle disuguaglianze energetiche, pressione sulle risorse naturali e conflitti territoriali.
Allo stesso tempo, bloccare o rallentare eccessivamente gli investimenti significherebbe perdere terreno nella competizione globale sull’intelligenza artificiale.

Il patto promosso dalla Casa Bianca rappresenta per il momento un tentativo di ricerca obbligata di un nuovo equilibrio: sostenere l’espansione dei data center e dell’AI, ma chiedendo alle aziende di “farsi carico” dei costi energetici e infrastrutturali generati dalla loro crescita.

Molto dipenderà da come questi impegni volontari verranno tradotti in contratti concreti con utility, regolatori statali e operatori di rete. Una cosa è certa: l’intelligenza artificiale non è solo software e algoritmi. È anche acciaio, cemento, cavi ad alta tensione, torri di raffreddamento e bacini idrici.

Il futuro dell’AI passerà sempre di più dalla capacità di integrare infrastruttura digitale, sistema energetico e sostenibilità sociale.

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2030, il decennio dell’elettricità tra rinnovabili, nucleare e la spinta dei data center

L’Età dell’Elettricità: perché la domanda globale corre e i data center ne sono il nuovo baricentro

La domanda mondiale di energia elettrica sta entrando in una fase di espansione strutturale. Non si tratta più di un semplice rimbalzo ciclico legato alla crescita economica, ma di un cambiamento profondo nel modo in cui produciamo, consumiamo e digitalizziamo l’energia, soprattutto in relazione alla crescita delle infrastrutture digitali, dove emerge chiaro il ruolo dei data center.

L’International Energy Agency (IEA), nel suo ultimo rapporto Electricity 2026, prevede che la domanda globale di elettricità crescerà in media di oltre il 3,5% all’anno fino al 2030, a un ritmo almeno 2,5 volte superiore rispetto alla domanda complessiva di energia primaria.

Siamo ufficialmente entrati nell’“Age of Electricity”. E i data center – spinti soprattutto dall’avanzata poderosa dell’intelligenza artificiale – ne sono uno dei motori principali.

Un trend che potrebbe segnare record assoluti anche nel decennio che va dal 2030 al 2040, quando la domanda globale di elettricità è stimata raggiungere i 13.300 terawattora (TWh), ovvero quasi l’equivalente dell’attuale consumo di elettricità di Cina e Stati Uniti messi insieme.

I data center rimarrebbero il fattore determinante nella crescita della domanda di energia. Entro il 2035, il consumo di elettricità dei data center a livello globale è atteso eguagliare il fabbisogno energetico delle grandi economie.

Una crescita senza precedenti: industria, mobilità elettrica e AI

Secondo l’IEA, l’incremento dei consumi elettrici nei prossimi anni sarà trainato da quattro grandi fattori:

  • maggiore elettrificazione dei processi industriali;
  • diffusione dei veicoli elettrici;
  • aumento dell’uso di climatizzazione (soprattutto nei Paesi emergenti);
  • espansione dei data center e delle applicazioni di intelligenza artificiale.

Se in passato la crescita della domanda era concentrata quasi esclusivamente nelle economie emergenti, oggi anche le economie avanzate tornano a registrare un aumento dei consumi dopo oltre 15 anni di stagnazione. Entro il 2030, i Paesi industrializzati contribuiranno per circa un quinto alla crescita complessiva della domanda elettrica globale.

L’IEA stima che l’aumento dei consumi da qui al 2030 sarà equivalente all’ipotetica aggiunta di due volte i consumi dell’Unione europea al sistema elettrico mondiale. Una trasformazione di scala epocale.

Il mix di generazione cambia: rinnovabili e nucleare al 50%

Per soddisfare questa domanda crescente, la produzione elettrica dovrà espandersi in modo significativo. Il dato più rilevante riguarda la transizione del mix energetico:

  • le rinnovabili, trainate da un dispiegamento record del solare fotovoltaico, stanno per superare il carbone come prima fonte di generazione globale.
  • il nucleare ha raggiunto un nuovo record di produzione.
  • entro il 2030, rinnovabili e nucleare insieme rappresenteranno circa il 50% della produzione elettrica mondiale, rispetto al 42% attuale.

Parallelamente, anche il gas naturale continuerà a crescere, soprattutto negli Stati Uniti e in Medio Oriente, dove sostituisce progressivamente il petrolio nella generazione elettrica. Il carbone, invece, perderà terreno, tornando ai livelli del 2021 entro la fine del decennio.

Un risultato significativo è che, nonostante l’aumento dei consumi, le emissioni globali di CO2 del settore elettrico sono attese rimanere sostanzialmente stabili fino al 2030, grazie alla maggiore penetrazione delle fonti a basse emissioni.

Il collo di bottiglia delle reti elettriche

Ma la vera sfida non è solo produrre più energia: è trasportarla e gestirla.

Oggi oltre 2.500 gigawatt di progetti – tra rinnovabili, sistemi di accumulo e grandi carichi come data center – sono bloccati nelle code di connessione alle reti elettriche. Senza un’accelerazione negli investimenti infrastrutturali, la crescita rischia di essere frenata.

L’IEA sottolinea che gli investimenti annuali nelle reti dovranno aumentare del 50% entro il 2030 e che le tecnologie di potenziamento delle reti e riforme regolatorie potrebbero consentire l’integrazione di circa 1.600 GW di progetti in tempi relativamente brevi.

In parallelo, si registra una forte crescita dei sistemi di accumulo a batteria su larga scala, fondamentali per gestire un sistema sempre più dipendente da fonti intermittenti come solare ed eolico.

Il ruolo crescente dei data center

In questo scenario già molto dinamico, i data center rappresentano una variabile decisiva.

Secondo Gartner, il consumo elettrico globale dei data center passerà da 448 TWh nel 2025 a 980 TWh nel 2030: più del doppio in soli cinque anni. Si tratta di una crescita impressionante, con un aumento del 16% già nel 2025.

Il principale responsabile? I server ottimizzati per l’intelligenza artificiale. Il loro consumo elettrico è destinato a quintuplicare: da 93 TWh nel 2025 a 432 TWh nel 2030.

Se oggi rappresentano il 21% dei consumi dei data center, nel 2030 arriveranno al 44%, coprendo il 64% della crescita incrementale della domanda del settore.

L’AI, dunque, non è solo una rivoluzione digitale: è anche una rivoluzione energetica.

Geografia dell’energia digitale: USA e Cina in testa

Stati Uniti e Cina guideranno la crescita della domanda elettrica dei data center, rappresentando oltre due terzi del consumo globale del settore.

Negli Stati Uniti, il peso dei data center sul consumo elettrico totale regionale passerà dal 4% nel 2025 al 7,8% nel 2030. In Europa, la quota salirà dal 2,7% al 5%.

La Cina, grazie a infrastrutture pianificate in modo più centralizzato e a server più efficienti, appare meglio posizionata per integrare questa crescita senza destabilizzare il sistema elettrico.

La partita si vince sulla sostenibilità energetica dei data center

L’attuale modello, fortemente dipendente dai combustibili fossili per la generazione on-site, non è sostenibile nel lungo periodo. Nel breve termine, il gas naturale rimarrà la fonte principale per alimentare nuovi data center, soprattutto per garantire affidabilità e rapidità di connessione.

Tuttavia, entro 3-5 anni si prevede una rapida espansione dei sistemi di accumulo (BESS) per bilanciare la variabilità di solare ed eolico.

Guardando alla fine del decennio, stanno emergendo soluzioni più strutturali, come idrogeno verde, microreti geotermiche, piccoli reattori modulari nucleari (SMR).

Queste tecnologie potrebbero diventare alternative concrete per l’alimentazione delle “microgrid” dedicate ai grandi campus digitali, anche se oggi restano limitate da costi iniziali elevati e complessità autorizzative.

Già oggi i numeri ci dicono che i data center a trazione green stanno crescendo. Le fonti rinnovabili (eolico, solare, idro) passeranno dal 27% al 50% dell’elettricità per data center, richiedendo +450 TWh di generazione extra entro 2035. Nonostante diversità regionali evidenti, secondo precedenti studi IEA, è evidente che le strategie delle tech company sono sempre più rivolte ad un’espansione rapida di solare/eolico nelle infrastrutture digitali e per aumentare la competitività e abbattere i costi.

Un equilibrio delicato tra crescita, prezzi e sicurezza

L’espansione della domanda elettrica pone anche una questione di accessibilità economica. In molti Paesi, i prezzi dell’elettricità sono cresciuti più rapidamente dei redditi dal 2019, con impatti su famiglie e imprese.

Inoltre, sistemi elettrici più digitalizzati e interconnessi sono anche più esposti a eventi climatici estremi, cyberminacce e vulnerabilità infrastrutturali.

Modernizzare le reti, rafforzare la resilienza e migliorare la flessibilità operativa sarà tanto importante quanto aumentare la capacità installata.

L’energia è il nuovo “collo di bottiglia” dell’economia digitale?

La crescita dei data center e dell’intelligenza artificiale sta trasformando l’elettricità in un fattore strategico centrale per lo sviluppo tecnologico globale. Non è più solo un costo operativo: è una variabile geopolitica, industriale e infrastrutturale.

Nei prossimi anni, la competizione non si giocherà solo sulla potenza di calcolo o sugli algoritmi, ma anche sulla capacità dei sistemi elettrici di fornire energia affidabile, flessibile e a basse emissioni.

Chi saprà integrare infrastrutture digitali ed energetiche in modo efficiente avrà un vantaggio competitivo decisivo nell’economia dell’AI.

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L’analisi ASviS. Siamo entrati nella “terza fase” dei social network?

La settimana scorsa è stato lanciato Moltbook, il social network a uso e consumo esclusivo delle intelligenze artificiali dove gli esseri umani possono leggere le conversazioni tra bot senza poter intervenire. Il social ha riscosso subito un discreto successo: nel giro di 48 ore la piattaforma ha accolto oltre 2.100 agenti AI e nei giorni successivi è arrivata a 1,6 milioni di utenti.

I bot iscritti condividono perlopiù aggiornamenti sulle attività che svolgono, si scambiano consigli su come eseguire i compiti, segnalano errori e cercano di migliorare le prestazioni. Ma non solo: in alcuni casi le intelligenze artificiali hanno iniziato a riflettere sulla loro natura, generando casi di “consciousness posting”, termine usato per etichettare le discussioni esistenziali tra AI su Moltbook (il cui nome, non è un caso, strizza l’occhio a Facebook). Nell’esempio qui sotto, un bot si lamenta con altri bot del fatto che gli esseri umani stanno “screenshottando” le loro conversazioni.

Se per alcuni tecnottimisti come Elon Musk siamo entrati nelle “primissime fasi della singolarità” (il momento in cui l’intelligenza artificiale raggiungerà uno sviluppo tale da oltrepassare la comprensione umana) per altri siamo ancora lontani da quel punto. Le AI non starebbero infatti prendendo coscienza di sé stesse, ma piuttosto simulando o replicando le nostre paure, ansie e angosce tecnologiche, riproponendole sottoforma di visioni distopiche o utopiche in salsa sci-fi. C’è anche un altro fattore da tenere in considerazione: gli esperti hanno avvertito che registrare le AI su Moltbook potrebbe essere pericoloso, perché i livelli di sicurezza della piattaforma sono ancora deboli. Queste falle nel sistema hanno attirato numerosi hacker che hanno sganciato centinaia di agenti AI per ottenere dati sensibili dalle altre intelligenze artificiali, falsando un po’ l’autenticità della piattaforma (secondo la società di cybersicurezza Wiz, gli 1,6 milioni di agenti AI presenti su Moltbook corrispondono a circa 17mila proprietari umani, un rapporto di 94 a 1).

Distopia o meno, l’aspetto più interessante di Moltbook è che può essere fruito unicamente dalle intelligenze artificiali. E questa peculiarità potrebbe rappresentare una previsione involontaria dei social network che verranno.

Sempre meno sociali

È da anni che si parla di morte dei social network anche se questa morte non è ancora arrivata. Le persone continuano a pubblicare post e condividere contenuti, ondate di disinformazione e fake news contaminano i nostri feed come risacche di acqua sporca, “dipendenza digitale” e “brain rot” sono parole sulla bocca di tutti. Quindi, teoricamente, tutto uguale a prima. Il punto però è capire cosa si intende per “morte”. Se prendiamo come metro di giudizio la quantità di contenuti pubblicati online possiamo affermare con certezza che i social sono vivi e vegeti. Se invece guardiamo alla ragione per cui sono nati, ovvero “socializzare”, il discorso cambia.

Kyle Chayka, giornalista del New Yorker e critico culturale, ha pubblicato qualche mese fa un interessante saggio sul “posting ennui”, sottolineando che dopo due decenni di ebrezza da social l’incentivo a postare contenuti online sembra essere calato. Un sondaggio riportato da Chayka mostra che quasi un terzo degli utenti nel mondo pubblica meno rispetto a un anno fa. E arriva a teorizzare che potremmo vivere nei prossimi anni lo “zero posting”, una fase in cui gli utenti non riterranno più necessario condividere la propria vita online.

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Per avere una conferma di come sono cambiati i nostri social basta aprirli. Se un tempo le piattaforme erano invase da foto di vacanze estive o piatti da cucinare, per ogni post di questo tipo ci sono oggi decine di pubblicità o contenuti di influencer a tema commerciale – il che non significa che tutti gli influencer producono contenuti di questo tipo, anzi: ce ne sono molti che fanno un’informazione utile e approfondita, portando all’attenzione delle persone questioni cruciali come il cambiamento climatico o il genocidio di Gaza, ma il trend purtroppo va in una direzione diversa.

Questo stato di salute del web non è il frutto di evoluzioni casuali ma di scelte premeditate, come sottolinea il giornalista Riccardo Luna nel suo libro dedicato al sogno infranto di internet Qualcosa è andato storto. Una volta compreso l’immenso potenziale pubblicitario delle piattaforme, Zuckerberg e company hanno infatti scelto di privilegiare i contenuti monetizzabili (le preferenze degli utenti) piuttosto che dare spazio al racconto della gita domenicale di nostra zia, segnando un passaggio cruciale dalla condivisione di esperienze all’esposizione dei contenuti che generano più engagement, un meccanismo di cui TikTok è stato assoluto precursore.

“Credo che i social media siano diventati meno social”, ha commentato Chayka, intervistato dalla Bbc. “Se le piattaforme perdono il controllo sulla vita quotidiana delle persone e le persone normali non sentono più l’incentivo a postare, allora i social media diventano come la televisione. Ciò che ci rimane sono le pubblicità dei marchi, del fast fashion, delle case e degli hotel”. Perché questo? Prosegue sempre Chayka: “Penso che i loro [delle piattaforme, ndr] clienti principali siano gli inserzionisti. Quindi, finché noi utenti continuiamo a interagire, il loro modello di business funziona ancora”.

Alla domanda sul futuro dei social tra cinque anni, Chayka dà un’altra interessante risposta. “Penso che sarà ancora più simile alla televisione. Se guardiamo a come stanno andando le cose, ci sono molti media professionalizzati. C’è molta osservazione passiva. Oggi assistiamo a una sorta di fusione tra YouTube, TikTok e Netflix, in una combinazione innaturale di audio, video e feed algoritmico”. In questa previsione, la socialità online si trasferirà verso la messaggistica istantanea (WhatsApp, Telegram) e, forse, la vita reale.

Social slop

Ma allora chi pubblica e cosa viene pubblicato oggi sui social? Secondo Forbes, il 71% delle immagini sui social media è attualmente generato dall’intelligenza artificiale (un numero molto alto, se si pensa che siamo solo agli inizi). Questo utilizzo sfrenato dell’AI ha causato un’ondata di contenuti “slop”, ovvero prodotti digitali di bassissima qualità generati dall’intelligenza artificiale che hanno trasformato Facebook (una delle piattaforme dove sono più di tendenza) in un “inferno digitale”,  pieno di “roba noiosa e intorpidente” (se siete curiosi provate a guardare qualche video).

Questi contenuti sono così diffusi perché, oltre a essere semplici da produrre, generano grandi sacche di engagement e possono diventare pubblicità mirate a basso costo. Per questo Meta ha introdotto strumenti come Advantage+, che permette agli inserzionisti di produrre migliaia di varianti pubblicitarie settorializzate con l’intelligenza artificiale, oppure il Creator bonus program, che remunera direttamente chi riesce a diventare virale, incentivando a postare contenuti artificiali spazzatura in cambio di engagement. Ma il problema non riguarda solo Facebook o Instagram. Il Ceo di YouTube, Neal Mohan, ha scritto nel suo blog che nel solo mese di dicembre scorso più di un milione di canali YouTube ha utilizzato l’intelligenza artificiale della piattaforma per creare contenuti. “Così come il sintetizzatore, Photoshop e la Cgi hanno rivoluzionato il suono e le immagini, così l’intelligenza artificiale sarà una manna per i creativi che sono pronti a impegnarsi”. E che guadagneranno molto con contenuti di bassa qualità. Il canale “AI slop” più famoso al mondo su YouTube si chiama “Bandar Apna Dost”, viene dall’India, conta 2,7 miliardi di visualizzazioni e garantisce ai creatori un guadagno annuo di circa quattro milioni di dollari.

Smantellamento del Green deal, attivismo della Gen Z, militarizzazione della politica, lavoro e intelligenza artificiale, disoccupazione di massa, il potere dei podcast: questi solo alcuni dei temi trattati dal nuovo Rapporto dell’Iif sui dieci scenari dei prossimi anni.   

Secondo Zuckerber siamo entrati nella “terza fase” dei social media, come ha dichiarato durante una conferenza sui risultati finanziari di Meta. “All’inizio tutti i contenuti provenivano da amici, familiari e account che seguivi direttamente. La seconda fase è avvenuta quando abbiamo aggiunto tutti i contenuti dei creatori. Ora che l’intelligenza artificiale semplifica la creazione e il remix dei contenuti, aggiungeremo un altro enorme corpus di contenuti”. Un flusso continuo e artificiale che conferma in un certo senso la “Dead Internet Theory”, teoria cospirativa nata nel 2001 che preconizzava un web (di cui tra l’altro oggi si celebra una giornata speciale, il Safer internet day) popolato da bot e intelligenze artificiali, piuttosto che da contenuti prodotti da persone reali.

Di questo percorso, Moltbook potrebbe essere un ulteriore passo e una traiettoria futura. Un social da cui non sono spariti solo i contenuti prodotti dalle persone, ma le persone stesse, e dove a condividere le proprie esperienze sono rimaste solo le AI. 

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OpenAI researcher quits over ChatGPT ads, warns of “Facebook” path

On Wednesday, former OpenAI researcher Zoë Hitzig published a guest essay in The New York Times announcing that she resigned from the company on Monday, the same day OpenAI began testing advertisements inside ChatGPT. Hitzig, an economist and published poet who holds a junior fellowship at the Harvard Society of Fellows, spent two years at OpenAI helping shape how its AI models were built and priced. She wrote that OpenAI’s advertising strategy risks repeating the same mistakes that Facebook made a decade ago.

“I once believed I could help the people building A.I. get ahead of the problems it would create,” Hitzig wrote. “This week confirmed my slow realization that OpenAI seems to have stopped asking the questions I’d joined to help answer.”

Hitzig did not call advertising itself immoral. Instead, she argued that the nature of the data at stake makes ChatGPT ads especially risky. Users have shared medical fears, relationship problems, and religious beliefs with the chatbot, she wrote, often “because people believed they were talking to something that had no ulterior agenda.” She called this accumulated record of personal disclosures “an archive of human candor that has no precedent.”

She also drew a direct parallel to Facebook’s early history, noting that the social media company once promised users control over their data and the ability to vote on policy changes. Those pledges eroded over time, Hitzig wrote, and the Federal Trade Commission found that privacy changes Facebook marketed as giving users more control actually did the opposite.

She warned that a similar trajectory could play out with ChatGPT: “I believe the first iteration of ads will probably follow those principles. But I’m worried subsequent iterations won’t, because the company is building an economic engine that creates strong incentives to override its own rules.”

Ads arrive after a week of AI industry sparring

Hitzig’s resignation adds another voice to a growing debate over advertising in AI chatbots. OpenAI announced in January that it would begin testing ads in the US for users on its free and $8-per-month “Go” subscription tiers, while paid Plus, Pro, Business, Enterprise, and Education subscribers would not see ads. The company said ads would appear at the bottom of ChatGPT responses, be clearly labeled, and would not influence the chatbot’s answers.

https://arstechnica.com/information-technology/2026/02/openai-researcher-quits-over-fears-that-chatgpt-ads-could-manipulate-users/




AI e reti 5G per il muro Ue anti-droni. Kubilius: “Serve scudo multistrato”. Virkkunen: “Soluzioni locali per sicurezza collettiva”

Il Piano d’azione europeo anti-droni

“Abbiamo visto che tutto può essere usato come arma contro di noi. Le capacità di droni e anti-droni sono componenti centrali per difendere l’Europa e proteggere le infrastrutture critiche”, ha dichiarato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

“La Commissione sta sviluppando una serie di strumenti destinati all’industria e agli Stati membri per sviluppare e acquisire capacità di difesa anti-droni e in particolare contro gli attacchi di droni in Europa. Per raggiungere una reale prontezza alla difesa, l’Europa deve essere in grado di proteggere i propri confini e siti critici con uno scudo sofisticato e multistrato in grado di rilevare e neutralizzare qualsiasi minaccia in tempo reale”, ha affermato Andrius Kubilius, Commissario per la Difesa e lo spazio.

Presentato a Bruxelles il Piano d’azione per contrastare le crescenti minacce poste dai droni alla sicurezza dell’Unione europea (Ue). Una misura definita ambiziosa, che si concentra sulla dimensione della sicurezza interna civile, integrando e sostenendo nel contempo il lavoro svolto dalla Commissione nel settore della difesa e rafforzando le sinergie civili-militari, e che vuole contribuire allo sviluppo di un mercato europeo competitivo dei droni, liberando il potenziale di innovazione, crescita e creazione di posti di lavoro in questo importante settore.

Come si difenderà l’Europa dagli attacchi con droni?

Come sottolineato dalla commissaria Virkkunen, si parte intanto dalla necessità di rafforzare le capacità nazionali, le risorse locali diciamo, e allo stesso tempo di spingere di più sull’integrazione dei sistemi di Difesa condivisi. Le risposte possono essere anche locali, ma la minaccia è collettiva e in questa dimensione bisogna trovare una strada comune su cui investire, innovare e rafforzare il meccanismo di prontezza dell’Ue in materia di difesa.

“Nell’attuale contesto geopolitico, l‘Europa deve coltivare soluzioni locali per migliorare la sua sicurezza collettiva. Abbiamo i talenti, le tecnologie e la forza industriale per proteggere i nostri beni”, ha chiarito Virkkunen.

Con l’adozione del piano, l’esecutivo comunitario valuterà comunque la possibilità di istituire un meccanismo di cooperazione rafforzata con i Paesi Ue, ai quali è stato chiesto di nominare coordinatori nazionali per la sicurezza dei droni, che promuoveranno e supervisioneranno l’attuazione di queste azioni a livello nazionale.

Il ruolo delle reti 5G e dell’AI

Prima di tutto, rilevare, tracciare e identificare droni dannosi è fondamentale per contrastare efficacemente e puntualmente le minacce. Per far fronte al crescente numero di attacchi con droni, in particolare al crescente uso di sciami di droni, le reti 5G devono essere urgentemente sfruttate per il rilevamento di droni, connessi o meno.

Per sostenere la diffusione rapida e il rilevamento basato sul test dal vivo del 5G, la Commissione lancerà un invito a manifestare interesse per gli Stati membri e l’industria. Queste reti 5G offrono un tracciamento preciso e in tempo reale degli oggetti volanti, essenziale per mantenere i nostri cieli al sicuro e proteggere la sicurezza interna.

Il rilevamento di droni maligni si basa su un approccio multisensore, che mescola diverse tecnologie basate su software di intelligenza artificiale (AI).

La Commissione in aggiunta sosterrà lo sviluppo di sistemi sovrani europei di “comando e controllo” basati sull’AI e valuterà la possibilità di creare squadre di pronto intervento anti-droni per una maggiore solidarietà tra gli Stati membri.

Nelle intenzioni di Bruxelles, queste tecnologie e le misure indicate dal Piano d’azione nel suo insieme andranno a costituire la base dell’iniziativa europea per la difesa dai droni e dell’iniziativa Eastern Flank Watch, o muro di droni, che è il progetto faro proposto nella tabella di marcia per la prontezza all’uso di Defence 2030.

“Con il lancio di questo piano d’azione, stiamo trasformando il concetto di “muro dei droni” da una visione politica in una realtà industriale. Colmando il divario tra la tecnologia civile innovativa e le esigenze militari, stiamo garantendo che la nostra industria della difesa possa produrre questi sistemi essenziali alla portata e alla velocità necessarie per mantenere l’Europa sicura e tecnologicamente sovrana”, ha sottolineato Kubilius.

Dal centro europeo anti-droni all’etichetta “Eu Trusted Drone”

Il Piano prevede comunque ulteriori soluzioni, come il lancio di un’etichetta “EU Trusted Drone” per identificare le apparecchiature sicure sul mercato, una mappatura industriale civile-militare coordinata per attrarre investimenti e promuovere l’innovazione e l’interoperabilità, il rafforzamento della capacità di test anti-droni grazie a un nuovo centro di eccellenza anti-droni dell’UE e allo sviluppo di un sistema di certificazione per i sistemi anti-droni.

Previsto anche il lancio di un forum dell’industria dei droni e dei contro-droni per promuovere il dialogo con gli attori industriali, al fine di aumentare la produzione e la proposta di un pacchetto sulla sicurezza dei droni per rinnovare le norme esistenti sui droni aerei civili e adattarle alle nuove realtà in materia di sicurezza.

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