AI, nel 2025 emessa più CO2 di New York e consumate tutte le bottiglie di acqua in circolazione

Data center e AI: l’impatto ambientale poco conosciuto dell’economia digitale globale

L’intelligenza artificiale è diventata il principale acceleratore dell’economia digitale: dalla produttività aziendale ai servizi cloud, dalla sanità alla finanza. Tuttavia, dietro l’espansione rapidissima dei modelli di AI generativa e delle piattaforme digitali, cresce un’infrastruttura tanto strategica quanto poco trasparente sotto vari punti di vista: i data center. Ed è proprio qui che si concentra un impatto ambientale sempre più rilevante, in termini di consumi energetici, emissioni di CO₂ e utilizzo di acqua.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Patterns da Alex de Vries-Gao, data scientist di De Nederlandsche Bank e ricercatore presso la Liberà Università di Amsterdam, fornisce un’analisi molto interessante sul tema, mettendo in luce non solo l’entità del fenomeno, ma soprattutto le criticità legate alla mancanza di trasparenza da parte delle grandi società tecnologiche globali.

Ce lo ripetiamo sempre, lo abbiamo fatto anche sulle pagine di Key4Biz: l’AI è uno strumento tecnologico fondamentale, imprescindibile per la crescita e il miglioramento della produttività economica di ogni settore chiave, dall’industria al commercio, dalla sanità alla finanza, passando per i servizi, l’editoria e il mondo delle assicurazioni (ognuno in diverso modo e con regole proprie). Ciò non toglie che l’AI è anche un’arma potentissima che se utilizzata per finalità aggressive e criminali (e nella guerra ibrida) è in grado di causare danni enormi.
Allo stesso tempo, alimentare questo sistema tecnologico avanzato comporta elevati consumi energetici ed idrici, da non tacere e a cui porre rimedio.

AI ed energia: consumi paragonabili a quelli di uno Stato o una città come New York

Secondo lo studio, i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero essere responsabili, già nel 2025, di emissioni comprese tra 32,6 e 79,7 milioni di tonnellate di CO₂, generate dall’energia elettrica necessaria al loro funzionamento. Il dato più alto colloca l’AI al di sopra delle emissioni annuali di interi Paesi, come Cile, Repubblica Ceca o Romania, e persino di una grande metropoli come New York City.

Il motivo è strutturale: l’AI è oggi il principale driver di crescita dei data center. Secondo le stime richiamate da de Vries-Gao, nel 2024 l’AI rappresentava già tra il 15% e il 20% della domanda elettrica globale dei data center. Entro la fine del 2025, la potenza richiesta dai soli sistemi di AI potrebbe raggiungere 23 gigawatt, avvicinandosi ai consumi medi di un Paese industrializzato come il Regno Unito.

Questa crescita è alimentata dall’uso intensivo di hardware specializzato (GPU e acceleratori), che opera senza interruzioni e richiede infrastrutture altamente affidabili, ridondanti e energivore.

Non tutti i data center inquinano allo stesso modo

Un elemento chiave emerso dallo studio è la forte variabilità dell’impatto ambientale dei data center. Le emissioni dipendono in larga parte dal mix energetico locale. I grandi operatori statunitensi ed europei – come Google, Microsoft, Meta e Apple – mostrano in media un’intensità di carbonio più bassa (circa 0,32–0,35 tonnellate di CO₂ per MWh), grazie a reti elettriche relativamente più “verdi”.

In Italia, ad esempio, come Key4Biz ha più volte riportato, abbiamo diversi esempi di data center green, ad alta efficienza energetica e che sfruttano fonti energetiche rinnovabili, quindi pulite, come Aruba, con il suo Global Cloud Data Center di Ponte San Pietro a Bergamo o quello a Roma, raggiungendo livelli di eccellenza per autosufficienza energetica e superando molti hyperscaler esteri in produzione proprietaria green.

Al contrario, i data center situati in altre aree del mondo, come quelli operati da grandi aziende cinesi, presentano intensità di carbonio significativamente più elevate, segno che la localizzazione geografica è un fattore decisivo. Tuttavia, questa informazione resta spesso invisibile all’esterno: nessuna grande azienda pubblica dati specifici sui carichi AI, né sulle emissioni associate ai singoli siti.

Il grande nodo dell’acqua: una crisi sottovalutata

Se il tema dell’energia è complesso, quello dell’acqua lo è ancora di più. I data center utilizzano enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei server. Una parte viene riciclata, ma una quota consistente evapora, diventando indisponibile per l’ecosistema locale.

Secondo de Vries-Gao, l’impronta idrica complessiva dell’AI – includendo sia l’uso diretto nei data center sia quello indiretto legato alla produzione di elettricità – potrebbe raggiungere nel 2025 tra 312 e 764 miliardi di litri d’acqua.

Un volume paragonabile, e in alcuni scenari superiore, all’intero consumo mondiale annuo di acqua in bottiglia.

Lo studio mostra anche che le stime ufficiali tendono probabilmente a sottovalutare l’uso indiretto di acqua, cioè quella impiegata dalle centrali elettriche per generare l’energia destinata ai data center. Analisi dettagliate su singoli operatori, come Meta, Apple e Google, indicano valori di consumo idrico per kWh molto più elevati rispetto alle medie diffuse dall’Agenzia Internazionale dell’Energia.

Impatti locali e tensioni sociali

Questi numeri non sono solo astratti. In diverse aree degli Stati Uniti, l’espansione dei data center ha già prodotto tensioni con le comunità locali, soprattutto in territori soggetti a stress idrico. Aumenti dei costi dell’acqua, pressione sulle falde e timori per la sostenibilità a lungo termine hanno portato a proteste e richieste di moratorie sulla costruzione di nuove strutture.

Il punto critico, sottolinea lo studio, è che l’impatto non è uniforme: in zone con abbondanza di risorse idriche l’effetto può essere gestibile, mentre in aree aride o colpite da siccità l’insediamento di data center AI può diventare un fattore di rischio sistemico.

Trasparenza: la vera infrastruttura mancante

Il messaggio centrale di de Vries-Gao è chiaro: senza trasparenza non può esserci sostenibilità. Oggi i report ambientali delle Big Tech sono frammentari, incoerenti e raramente distinguono tra carichi AI e altre attività. Nessuna azienda fornisce dati completi su emissioni e consumi idrici specificamente attribuibili all’intelligenza artificiale.

Eppure, l’urgenza cresce. I data center sono infrastrutture strategiche per lo sviluppo dell’AI e dell’economia digitale, ma il loro impatto ambientale rischia di diventare un fattore limitante, sia sul piano sociale sia su quello regolatorio.

Una sfida strategica per l’Europa e l’economia globale, ma servono dati aperti e verificabili

Per l’Europa – e per Paesi come l’Italia, sempre più coinvolti nelle strategie di cloud e AI – il tema è doppiamente strategico. Da un lato, i data center sono essenziali per la sovranità digitale e la competitività industriale. Dall’altro, richiedono politiche chiare su energia, acqua e localizzazione, oltre a obblighi di disclosure più stringenti.

Come conclude lo studio pubblicato su Patterns, senza dati aperti e verificabili sarà impossibile identificare le soluzioni più efficaci – dall’efficienza energetica ai nuovi sistemi di raffreddamento, fino alla progettazione di modelli di AI meno energivori.
La partita dell’intelligenza artificiale non si gioca solo sugli algoritmi, ma anche – e sempre di più – sulle infrastrutture fisiche che li rendono possibili.

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Meta rileva la startup di AI cinese Manus (considerata la nuova DeepSeek)  

Meta ha annunciato l’intenzione di rilevare la startup di intelligenza artificiale Manus, fondata da alcuni imprenditori cinesi e basata a Singapore. L’obiettivo è integrare le nuove funzionalità AI nelle sue piattaforme.

I dettagli finanziari dell’operazione non sono stati resi noti, ma secondo stime di mercato l’operazione ha un valore compreso fra 1,7 e 2,55 miliardi di euro.

Manus paragonata a DeepSeek

Secondo alcune fonti Manus è considerata la nuova DeepSeek, questo dopo che l’azienda ha detto all’inizio dell’anno su X di essere la prima società di AI agentico al mondo in grado di prendere delle decisioni e svolgere delle attività in maniera autonoma, pur non chiedendo indicazioni e meno istruzioni rispetto ai chatbot.

Da allora, Pechino ha manifestato interesse per Manus, che sostiene di avere delle performance superiori addirittura a DeepResearch di Open AI. L’azienda ha inoltre siglato un accordo con la cinese Alibaba per collaborare con i suoi modelli di AI.

Meta gestirà e commercializzerà il servizio Manus e lo integrerà nei suoi prodotti consumer e aziendali, incluso Meta AI.

Manus ha raccolto 75 milioni quest’anno

Manus, supportata dalla sua società madre Beijing Butterfly Effect Technology, ha raccolto 75 milioni di dollari quest’anno, con una valutazione di circa 500 milioni di dollari, secondo quanto riportato dai media. La società di venture capital statunitense Benchmark ha guidato il round di finanziamento.

Manus è tra le numerose aziende cinesi che hanno stabilito una presenza a Singapore negli ultimi anni per evitare potenziali interruzioni delle loro attività a causa delle tensioni geopolitiche e commerciali tra Pechino e Washington. Secondo alcuni analisti, l’acquisizione di Manus ha lo stesso valore dirompente e rivoluzionario di quella di Instagram, rilevata nel 2012, e di Whatsapp, rilevata nel 2014. Sarà così?

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Dopo il caso Breton, Regole Tech il nuovo terreno di scontro fra Usa e Ue

Usa-Ue, gli attacchi continui dell’amministrazione Trump e della sfera Maga contro le regolazioni europee del digitale dimostrano che si tratta di una questione centrale di sovranità.

Gli attacchi degli Stati Uniti alle norme tecnologiche dell’UE non sono più un fenomeno secondario della guerra commerciale, ma una vera e propria disputa transatlantica. L’Europa è pronta a difendere la sua sovranità digitale, prossimo terreno di scontro fra le grandi potenze globali? La domanda diventa ancor più sensibile dopo che lo scorso 24 dicembre l’amministrazione americana ha vietato l’ingresso negli Stati Uniti a cinque personalità europee, che si erano battute pubblicamente per una regolamentazione più severa della tecnologia.  

Breton definito dagli Usa l’architetto del DSA

Erano presenti l’ex Commissario per il Mercato Interno Thierry Breton, principale ideatore, “architetto” e promotore del Regolamento sui Mercati Digitali (DMA) e del Regolamento sui Servizi Digitali (DSA) – definito dagli Usa un regolamento di censura nei confronti della libertà di espressione delle piattaforme digitali Usa – e quattro rappresentanti di ONG che combattono la disinformazione e l’odio online, tra cui due britannici e due tedeschi. C’è da dire che fra Ursula von der Leyen e Thierry Breton non è mai corso buon sangue e che Breton è stato il principale concorrente di von der Leyen alla presidenza dell’esecutivo Ue prima d farsi malvolentieri da parte.    

Usa-Ue, la reazione forte di Macron

Ciò detto, le reazioni ci sono state. A partire però dalla Francia, madre patria di Breton che ha vissuto l’affronto come lesa maestà nazionale. “Queste misure equivalgono a intimidazione e coercizione contro la sovranità digitale europea”, ha denunciato Emmanuel Macron, che ha definito l’intervento Usa come una insopportabile intimidazione.

Nessuna reazione, invece, da parte del Primo Ministro britannico Keir Starmer – un portavoce del suo governo ha dichiarato che il Paese era “impegnato a difendere la libertà di espressione” – né da parte del cancelliere tedesco Friedrich Merz: il Ministro degli Esteri Johann Wadephul si è limitato a dire di voler “chiarire le divergenze di opinione con gli Stati Uniti nel dialogo transatlantico”.

Usa-Ue, la reazione debole di von der Leyen

La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, anche lei tedesca e membro della CDU, ha twittato che l’esecutivo europeo avrebbe “protetto la libertà di espressione”, senza tuttavia nominare Thierry Breton, il suo ex avversario, estromesso dalla Commissione nel settembre 2024.

In una dichiarazione, l’istituzione ha affermato di aver “richiesto chiarimenti” agli americani e che avrebbe risposto “se necessario, rapidamente e con fermezza contro queste misure ingiustificate“. Sanzioni.

Usa-Ue, Benifei: “Serve una riposta politica”

“La vera risposta deve essere politica”, ha affermato il deputato socialdemocratico italiano Brando Benifei, responsabile del Parlamento europeo per le relazioni con gli Stati Uniti, in risposta alle sanzioni americane. “I nostri leader sonnambuli devono svegliarsi, perché non c’è più tempo”.

Per gli esperti, questa reazione è insufficiente. “Immaginare anche solo per un secondo che questa sarà la fine sarebbe ingenuo”, ha scritto l’imprenditore Gilles Babinet su X (ex Twitter). “L’intelligenza artificiale e la tecnologia digitale diventeranno inevitabilmente il principale punto di contesa tra Stati Uniti ed Europa, poiché queste tecnologie sono destinate a essere fattori di potere (e impotenza) a medio termine”.

Usa-Ue, Virkkunen non pervenuta?

Il fatto che Thierry Breton sia stato preso di mira mentre non era più in carica dimostra che il suo successore, il nuovo Commissario europeo per gli Affari Digitali, Henna Virkkunen, “non sta facendo abbastanza per garantire la piena attuazione del DSA”, ha commentato un esperto in materia. La prima sanzione da 120 milioni di euro consentita dal DSA è stata imposta un mese fa contro X di Elon Musk. È stata probabilmente questa multa a “segnare la svolta esplosiva per la sfera Maga, che l’ha vista come un attacco”, analizza l’eurodeputata di Renew Stéphanie Yon-Courtin, esperta di regolamentazione digitale. Tuttavia, questo è solo l’inizio, poiché altre indagini in corso dovrebbero concludersi nei prossimi mesi. “Il mondo digitale è diventato un campo di battaglia per imperi, e il vero problema risiede nell’estrema dipendenza dell’Europa dalla tecnologia americana, e di quest’ultima dal mercato europeo“, ha proseguito l’eurodeputata.

L’annacquamento di AI Act e GDPR un favore alle Big Tech

La prevista semplificazione della normativa europea sull’intelligenza artificiale e del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), che arriva al culmine della pressione americana, rischia di avvantaggiare i giganti della Silicon Valley. “Il fatto che l’amministrazione Trump reagisca con tanta violenza dimostra che la tecnologia è il punto di forza della loro economia e il mezzo per controllare le democrazie”, ha aggiunto Aurore Lalucq (Place Publique), presidente della Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo. “La priorità deve essere dotare l’UE di infrastrutture sovrane nei settori dei pagamenti e del cloud computing. In trenta secondi possono tagliarci fuori completamente; è come avere un’arma nucleare”. Il 60% dei pagamenti con carta effettuati dai cittadini europei viene elaborato tramite le reti di pagamento americane, principalmente Visa e Mastercard. L’euro digitale sarebbe la soluzione anche se ci sono ancora diverse divergenze da superare soprattutto nel settore bancario.

Guerra ibrida contro la Ue?

“Non sono affatto antiamericana, ma questa amministrazione sta conducendo una guerra ibrida contro di noi, minacciando i nostri giudici e alcuni dei nostri politici”, aggiunge Aurore Lalucq, riferendosi a Nicolas Guillou, giudice francese presso la Corte penale internazionale, soggetto a sanzioni statunitensi. Per l’eurodeputato italiano Sandro Gozi (Renew), il divieto imposto a Thierry Breton “richiede misure anticoercitive”. Mentre l’accordo tariffario raggiunto ad agosto tra Ursula von der Leyen e Donald Trump “ci è stato presentato come garanzia di stabilità e prevedibilità nelle nostre relazioni bilaterali, in questa fase non vedo le condizioni politiche per approvarlo”, dichiara, mentre è ancora in corso un processo di ratifica al Parlamento europeo.

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China drafts world’s strictest rules to end AI-encouraged suicide, violence

China drafted landmark rules to stop AI chatbots from emotionally manipulating users, including what could become the strictest policy worldwide intended to prevent AI-supported suicides, self-harm, and violence.

China’s Cyberspace Administration proposed the rules on Saturday. If finalized, they would apply to any AI products or services publicly available in China that use text, images, audio, video, or “other means” to simulate engaging human conversation. Winston Ma, adjunct professor at NYU School of Law, told CNBC that the “planned rules would mark the world’s first attempt to regulate AI with human or anthropomorphic characteristics” at a time when companion bot usage is rising globally.

Growing awareness of problems

In 2025, researchers flagged major harms of AI companions, including promotion of self-harm, violence, and terrorism. Beyond that, chatbots shared harmful misinformation, made unwanted sexual advances, encouraged substance abuse, and verbally abused users. Some psychiatrists are increasingly ready to link psychosis to chatbot use, the Wall Street Journal reported this weekend, while the most popular chatbot in the world, ChatGPT, has triggered lawsuits over outputs linked to child suicide and murder-suicide.

China is now moving to eliminate the most extreme threats. Proposed rules would require, for example, that a human intervene as soon as suicide is mentioned. The rules also dictate that all minor and elderly users must provide the contact information for a guardian when they register—the guardian would be notified if suicide or self-harm is discussed.

Generally, chatbots would be prohibited from generating content that encourages suicide, self-harm, or violence, as well as attempts to emotionally manipulate a user, such as by making false promises. Chatbots would also be banned from promoting obscenity, gambling, or instigation of a crime, as well as from slandering or insulting users. Also banned are what are termed “emotional traps,”—chatbots would additionally be prevented from misleading users into making “unreasonable decisions,” a translation of the rules indicates.

https://arstechnica.com/tech-policy/2025/12/china-drafts-worlds-strictest-rules-to-end-ai-encouraged-suicide-violence/




How AI coding agents work—and what to remember if you use them

This context limit naturally limits the size of a codebase a LLM can process at one time, and if you feed the AI model lots of huge code files (which have to be re-evaluated by the LLM every time you send another response), it can burn up token or usage limits pretty quickly.

Tricks of the trade

To get around these limits, the creators of coding agents use several tricks. For example, AI models are fine-tuned to write code to outsource activities to other software tools. For example, they might write Python scripts to extract data from images or files rather than feeding the whole file through an LLM, which saves tokens and avoids inaccurate results.

Anthropic’s documentation notes that Claude Code also uses this approach to perform complex data analysis over large databases, writing targeted queries and using Bash commands like “head” and “tail” to analyze large volumes of data without ever loading the full data objects into context.

(In a way, these AI agents are guided but semi-autonomous tool-using programs that are a major extension of a concept we first saw in early 2023.)

Another major breakthrough in agents came from dynamic context management. Agents can do this in a few ways that are not fully disclosed in proprietary coding models, but we do know the most important technique they use: context compression.

The command line version of OpenAI codex running in a macOS terminal window.

The command-line version of OpenAI Codex running in a macOS terminal window. Credit: Benj Edwards

When a coding LLM nears its context limit, this technique compresses the context history by summarizing it, losing details in the process but shortening the history to key details. Anthropic’s documentation describes this “compaction” as distilling context contents in a high-fidelity manner, preserving key details like architectural decisions and unresolved bugs while discarding redundant tool outputs.

This means the AI coding agents periodically “forget” a large portion of what they are doing every time this compression happens, but unlike older LLM-based systems, they aren’t completely clueless about what has transpired and can rapidly re-orient themselves by reading existing code, written notes left in files, change logs, and so on.

https://arstechnica.com/information-technology/2025/12/how-do-ai-coding-agents-work-we-look-under-the-hood/




OpenAI’s child exploitation reports increased sharply this year

During the first half of 2025, the number of CyberTipline reports OpenAI sent was roughly the same as the amount of content OpenAI sent the reports about—75,027 compared to 74,559. In the first half of 2024, it sent 947 CyberTipline reports about 3,252 pieces of content. Both the number of reports and pieces of content the reports saw a marked increase between the two time periods.

Content, in this context, could mean multiple things. OpenAI has said that it reports all instances of CSAM, including uploads and requests, to NCMEC. Besides its ChatGPT app, which allows users to upload files—including images—and can generate text and images in response, OpenAI also offers access to its models via API access. The most recent NCMEC count wouldn’t include any reports related to video-generation app Sora, as its September release was after the time frame covered by the update.

The spike in reports follows a similar pattern to what NCMEC has observed at the CyberTipline more broadly with the rise of generative AI. The center’s analysis of all CyberTipline data found that reports involving generative AI saw a 1,325 percent increase between 2023 and 2024. NCMEC has not yet released 2025 data, and while other large AI labs like Google publish statistics about the NCMEC reports they’ve made, they don’t specify what percentage of those reports are AI-related.

OpenAI’s update comes at the end of a year where the company and its competitors have faced increased scrutiny over child safety issues beyond just CSAM. Over the summer, 44 state attorneys general sent a joint letter to multiple AI companies including OpenAI, Meta, Character.AI, and Google, warning that they would “use every facet of our authority to protect children from exploitation by predatory artificial intelligence products.” Both OpenAI and Character.AI have faced multiple lawsuits from families or on behalf of individuals who allege that the chatbots contributed to their children’s deaths. In the fall, the US Senate Committee on the Judiciary held a hearing on the harms of AI chatbots, and the US Federal Trade Commission launched a market study on AI companion bots that included questions about how companies are mitigating negative impacts, particularly to children. (I was previously employed by the FTC and was assigned to work on the market study prior to leaving the agency.)

https://arstechnica.com/tech-policy/2025/12/openais-child-exploitation-reports-increased-sharply-this-year/




L’AI nel lavoro, le linee guida del ministero

Linee guida per l’implementazione dell’intelligenza artificiale (AI) nel mondo del lavoro

Grazie al decreto ministeriale n. 180 del 17 dicembre 2025, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali compie un passo decisivo nel governo della trasformazione digitale del lavoro. Il provvedimento adotta ufficialmente le “Linee guida per l’implementazione dell’Intelligenza Artificiale nel mondo del lavoro”, delineando una strategia nazionale che punta a coniugare innovazione tecnologica, tutela dei diritti e inclusione sociale.

Non si tratta di un semplice documento tecnico, ma di una vera e propria cornice di policy che riconosce l’AI come fattore strutturale di cambiamento del mercato del lavoro e, al tempo stesso, come ambito che richiede regole, responsabilità e visione di lungo periodo.

Le Linee guida offrono alle imprese – con particolare attenzione alle PMI – una roadmap operativa che accompagna l’adozione dell’AI lungo l’intero ciclo di vita: dalla valutazione della maturità digitale (AI readiness), alla sperimentazione, fino all’implementazione su larga scala e al monitoraggio continuo.

L’obiettivo è evitare approcci improvvisati o puramente tecnologici, promuovendo invece un’adozione consapevole, governata e sostenibile.

Formazione, tutele e riduzione del divario digitale

Il Ministero individua tre linee direttrici fondamentali su cui orientare le politiche pubbliche e le scelte organizzative delle aziende:

  1. formazione e sviluppo delle competenze, per sostenere upskilling e reskilling dei lavoratori in un mercato in rapida evoluzione.
  2. tutela dei lavoratori, con particolare attenzione alla prevenzione delle discriminazioni algoritmiche, alla protezione dei dati personali e alla supervisione umana dei sistemi automatizzati.
  3. riduzione del divario digitale, per garantire che l’innovazione non accentui disuguaglianze territoriali, generazionali e sociali.

L’AI non è una scatola nera che decide in autonomia, serve supervisione umana

Uno degli elementi più rilevanti del documento, come sottolineato anche dall’Unione degli Industriali di Torino e dal Consiglio nazionale consulenti del lavoro, è la forte enfasi sulla centralità della persona. Le Linee guida chiariscono che l’AI non può diventare una “scatola nera” che decide in modo opaco su assunzioni, valutazioni, promozioni o licenziamenti. Le decisioni automatizzate devono essere comprensibili, verificabili e contestabili, nel rispetto dei principi di trasparenza, chiarezza e responsabilità.

In questo quadro, il decreto richiama esplicitamente il Regolamento europeo sull’Intelligenza Artificiale (AI Act), che classifica come “ad alto rischio” molti sistemi utilizzati in ambito lavorativo, imponendo obblighi stringenti di governance, audit e supervisione umana.
A ciò si affianca il GDPR, che limita le decisioni esclusivamente automatizzate e rafforza i diritti dei lavoratori sul trattamento dei dati personali.

Il messaggio è chiaro: l’efficienza tecnologica non può prevalere sulla dignità del lavoro. L’AI deve essere uno strumento di supporto, non di controllo o sorveglianza invasiva.

Lavoro autonomo e nuove forme di “precarizzazione algoritmica”

Di particolare interesse è la sezione dedicata al lavoro autonomo. Il Ministero riconosce che l’AI, soprattutto quella generativa, può offrire grandi opportunità a freelance e professionisti, ma evidenzia anche criticità concrete: dalla riduzione delle opportunità in alcuni settori, alla difficoltà di accesso alle tecnologie avanzate, fino alla dipendenza crescente dalle piattaforme digitali.

Le Linee guida forniscono quindi indicazioni operative per integrare l’IA in modo vantaggioso anche nel lavoro autonomo, promuovendo l’accesso a strumenti equi, la formazione continua e la tutela delle condizioni professionali, evitando nuove forme di “precarizzazione algoritmica”.

Con questo termine ci si riferisce all’uso di algoritmi e piattaforme digitali nel mondo del lavoro, con il risultato di aumentare l’instabilità occupazionale, riducendo tutele e prevedibilità per i lavoratori. Un concetto tipico della gig economy, dove sistemi di ranking e management automatico penalizzano flessibilità limitata, carichi familiari o assenze, favorendo una forza lavoro “sempre disponibile”

Incentivi e politiche per una transizione tecnologica equa

Il decreto dedica ampio spazio ai finanziamenti e agli incentivi disponibili per sostenere l’adozione dell’AI, che è ormai rapida e capillare. Le misure sono articolate tra risorse del ministero del Lavoro, incentivi di altri dicasteri e programmi europei, con un’attenzione specifica alla riduzione del divario Nord-Sud.

Fondi per la formazione, crediti d’imposta per la digitalizzazione, programmi europei e strumenti mirati al Mezzogiorno vengono presentati come leve essenziali per garantire che la transizione tecnologica non resti appannaggio di pochi, ma diventi un’opportunità diffusa per il sistema produttivo e occupazionale.

Un documento aperto al futuro del lavoro in Italia

Le Linee guida non hanno carattere statico. Il decreto prevede espressamente che siano aggiornate dall’Osservatorio sull’adozione dei sistemi di AI nel mondo del lavoro, istituito dalla legge n. 132/2025. Una scelta che riconosce la rapidità dell’evoluzione tecnologica e la necessità di un monitoraggio continuo degli impatti su occupazione, diritti e organizzazione del lavoro.

In definitiva, con il DM 180/2025 l’Italia prova a scrivere una grammatica dell’AI nel lavoro che tenga insieme innovazione, competitività e diritti. Una sfida complessa, che non si gioca solo sul piano normativo, ma anche su quello culturale e sociale. Perché il futuro del lavoro non dipende soltanto dagli algoritmi, ma da come decidiamo di governarli e dalla conoscenza di questi nuovi strumenti tecnologici, che va condivisa e discussa nella maniera più ampia possibile.

Come spiegavano qualche anno fa Antonio Aloisi e Valerio De Stefano nel loro libro dal titolo “Il tuo capo è un algoritmo. Contro il lavoro disumano“, non esistono tecnologie buone e tecnologie cattive: “esistono usi distorti e usi consapevoli delle invenzioni e delle innovazioni“.
La qualità del lavoro presente e futuro dipende da come esso è concepito, contrattato e organizzato, soprattutto alla luce di tecnologie disruptive come l’AI. La trasformazione digitale è di fatto un alleato indispensabile per il nostro lavoro, dalla fabbrica alla scrivania, dal magazzino all’ufficio, ma va messa alla prova sul terreno della convenienza sociale e politica e non solo su quello della convenienza economica.

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World’s largest shadow library made a 300TB copy of Spotify’s most streamed songs

But Anna’s Archive is clearly working to support AI developers, another noted, pointing out that Anna’s Archive promotes selling “high-speed access” to “enterprise-level” LLM data, including “unreleased collections.” Anyone can donate “tens of thousands” to get such access, the archive suggests on its webpage, and any interested AI researchers can reach out to discuss “how we can work together.”

“AI may not be their original/primary motivation, but they are evidently on board with facilitating AI labs piracy-maxxing,” a third commenter suggested.

Meanwhile, on Reddit, some fretted that Anna’s Archive may have doomed itself by scraping the data. To them, it seemed like the archive was “only making themselves a target” after watching the Internet Archive struggle to survive a legal attack from record labels that ended in a confidential settlement last year.

“I’m furious with AA for sticking this target on their own backs,” a redditor wrote on a post declaring that “this Spotify hacking will just ruin the actual important literary archive.”

As Anna’s Archive fans spiraled, a conspiracy was even raised that the archive was only “doing it for the AI bros, who are the ones paying the bills behind the scenes” to keep the archive afloat.

Ars could not immediately reach Anna’s Archive to comment on users’ fears or Spotify’s investigation.

On Reddit, one user took comfort in the fact that the archive is “designed to be resistant to being taken out,” perhaps preventing legal action from ever really dooming the archive.

“The domain and such can be gone, sure, but the core software and its data can be resurfaced again and again,” the user explained.

But not everyone was convinced that Anna’s Archive could survive brazenly torrenting so much Spotify data.

“This is like saying the Titanic is unsinkable” that user warned, suggesting that Anna’s Archive might lose donations if Spotify-fueled takedowns continually frustrate downloads over time. “Sure, in theory data can certainly resurface again and again, but doing so each time, it will take money and resources, which are finite. How many times are folks willing to do this before they just give up?”

This story was updated to include Spotify’s statement. 

https://arstechnica.com/tech-policy/2025/12/worlds-largest-shadow-library-brags-it-scraped-300tb-of-spotify-music-metadata/




Come cambia l’identità digitale delle imprese: i nomi di dominio, le estensioni e il ruolo dell’AI

C’è un elemento del digitale che, nonostante trent’anni di trasformazioni, non ha mai perso centralità: la scelta del proprio nome online, sia per la propria identità personale sia per quella professionale o aziendale. Non è un dettaglio tecnico, ma un gesto fondativo, una dichiarazione di identità. È lì che un’azienda, un professionista o un creator decide come vuole essere riconosciuto.

Oggi, tuttavia, questo gesto sta cambiando. Non per effetto di mode passeggere, ma perché il contesto si è fatto più articolato e perché l’intelligenza artificiale è entrata, per la prima volta, nel cuore del processo creativo.

A cambiare non è solo come si sceglie un nome, ma l’intero paradigma che lo sostiene. La scelta del nome di dominio e quella dell’estensione sono infatti due passaggi distinti, che compongono livelli diversi dell’identità digitale, ma che vanno progettati insieme. Il nome è l’essenza dell’identità: unicità, riconoscibilità, coerenza con il posizionamento del brand. L’estensione è la sua cornice strategica: indica territorio, ambizione, mercati e pubblico a cui ci si rivolge.

In Italia questa distinzione è particolarmente evidente. L’estensione .it continua a essere la scelta dominante, rappresentando oltre la metà delle nuove registrazioni. È un fattore identitario forte: comunica prossimità, affidabilità e radicamento sul territorio. Ma proprio la sua diffusione ne evidenzia al contempo il limite: con oltre 3,5 milioni di domini registrati, il .it è un territorio maturo e ormai denso. Le soluzioni immediate scarseggiano, i nomi generici sono spesso occupati e costruire un’identità disponibile richiede oggi più strategia di quanto accadesse in passato.

Sempre più realtà – non solo grandi brand, ma anche PMI, professionisti e creator – hanno iniziato a considerare il proprio indirizzo digitale come un ecosistema, non come un elemento isolato. La scelta di distribuire la propria presenza su più estensioni (.com, .online, .tech, .cloud) risponde a esigenze diverse: ampliare la visibilità, presidiare mercati differenti, oppure rendere immediato il proprio posizionamento grazie a TLD verticali che chiariscono il settore in cui si opera.

A questa evoluzione si affianca una crescente attenzione verso la brand protection, oggi alla base del 15% delle registrazioni. Proteggere il proprio nome online significa infatti garantirsi più estensioni e varianti, evitando ambiguità, imitazioni e utilizzi impropri. È un atteggiamento più maturo e consapevole che non riguarda più solo le aziende strutturate ma si estende anche alle realtà più piccole.

In questo contesto, l’intelligenza artificiale introduce una novità significativa: aiuta a individuare nomi realmente unici e brand-driven, andando oltre i limiti imposti dalla disponibilità sempre più ridotta. L’AI amplia il campo creativo e analitico in modo immediato, rendendo possibile in pochi secondi ciò che un tempo richiedeva esperienza, tempo e ricerche approfondite. Genera combinazioni semantiche nuove e coerenti, interpreta descrizioni formulate in linguaggio naturale, intercetta trend emergenti, individua naming disponibili e solidi e suggerisce anche le varianti utili alla tutela del brand, anticipando potenziali rischi.

Non stupisce che inizino a comparire anche naming legati all’AI stessa: segnale che la tecnologia sta ridefinendo non solo il processo, ma anche l’immaginario di chi oggi costruisce una nuova identità digitale, in un contesto in cui a livello globale l’estensione “.ai” ha registrato un incremento del +482% delle registrazioni nell’ultimo anno.

L’intelligenza artificiale amplia lo spettro delle possibilità, supportando il futuro dell’identità digitale. Ne nasce una dinamica fondata sull’equilibrio tra creatività e tecnologia, tra dati e visione, tra rapidità decisionale e profondità strategica. Sarà la capacità di aziende e professionisti di muoversi dentro questo nuovo contesto a determinare la solidità e il riconoscimento del proprio posizionamento nell’ecosistema digitale.

Per ulteriori dettagli: https://www.aruba.it/magazine/hosting/domini-ai-il-boom-dei-domini-legati-all-intelligenza-artificiale.aspx

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Google lobs lawsuit at search result scraping firm SerpApi

Google has filed a lawsuit to protect its search results, targeting a firm called SerpApi that has turned Google’s 10 blue links into a business. According to Google, SerpApi ignores established law and Google’s terms to scrape and resell its search engine results pages (SERPs). This is not the first action against SerpApi, but Google’s decision to go after a scraper could signal a new, more aggressive stance on protecting its search data.

SerpApi and similar firms do fulfill a need, but they sit in a legal gray area. Google does not provide an API for its search results, which are based on the world’s largest and most comprehensive web index. That makes Google’s SERPs especially valuable in the age of AI. A chatbot can’t summarize web links if it can’t find them, which has led companies like Perplexity to pay for SerpApi’s second-hand Google data. That prompted Reddit to file a lawsuit against SerpApi and Perplexity for grabbing its data from Google results.

Google is echoing many of the things Reddit said when it publicized its lawsuit earlier this year. The search giant claims it’s not just doing this to protect itself—it’s also about protecting the websites it indexes. In Google’s blog post on the legal action, it says SerpApi “violates the choices of websites and rightsholders about who should have access to their content.”

It’s worth noting that Google has a partnership with Reddit that pipes data directly into Gemini. As a result, you’ll often see Reddit pages cited in the chatbot’s outputs. As Google points out, it abides by “industry-standard crawling protocols” to collect the data that appears on its SERPs, but those sites didn’t agree to let SerpApi scrape their data from Google. So while you could reasonably argue that Google’s lawsuit helps protect the rights of web publishers, it also explicitly protects Google’s business interests.

https://arstechnica.com/google/2025/12/google-lobs-lawsuit-at-search-result-scraping-firm-serpapi/