Browser extensions with 8 million users collect extended AI conversations
Besides ChatGPT, Claude, and Gemini, the extensions harvest all conversations from Copilot, Perplexity, DeepSeek, Grok, and Meta AI. Koi said the full description of the data captured includes:
Every prompt a user sends to the AI
Every response received
Conversation identifiers and timestamps
Session metadata
The specific AI platform and model used
The executor script runs independently from the VPN networking, ad blocking, or other core functionality. That means that even when a user toggles off VPN networking, AI protection, ad blocking, or other functions, the conversation collection continues. The only way to stop the harvesting is to disable the extension in the browser settings or to uninstall it.
Koi said it first discovered the conversation harvesting in Urban VPN Proxy, a VPN routing extension that lists “AI protection” as one of its benefits. The data collection began in early July with the release of version 5.5.0.
“Anyone who used ChatGPT, Claude, Gemini, or the other targeted platforms while Urban VPN was installed after July 9, 2025 should assume those conversations are now on Urban VPN’s servers and have been shared with third parties,” the company said. “Medical questions, financial details, proprietary code, personal dilemmas—all of it, sold for ‘marketing analytics purposes.’”
Following that discovery, the security firm uncovered seven additional extensions with identical AI harvesting functionality. Four of the extensions are available in the Chrome Web Store. The other four are on the Edge add-ons page. Collectively, they have been installed more than 8 million times.
They are:
Chrome Store
Urban VPN Proxy: 6 million users
1ClickVPN Proxy: 600,000 users
Urban Browser Guard: 40,000 users
Urban Ad Blocker: 10,000 users
Edge Add-ons:
Urban VPN Proxy: 1,32 million users
1ClickVPN Proxy: 36,459 users
Urban Browser Guard – 12,624 users
Urban Ad Blocker – 6,476 users
Read the fine print
The extensions come with conflicting messages about how they handle bot conversations, which often contain deeply personal information about users’ physical and mental health, finances, personal relationships, and other sensitive information that could be a gold mine for marketers and data brokers. The Urban VPN Proxy in the Chrome Web Store, for instance, lists “AI protection” as a benefit. It goes on to say:
Amazon e OpenAI verso un accordo da 10 miliardi di dollari
Un possibile deal strategico tra OpenAI e Amazon Web Services per lo sviluppo dell’infrastruttura AI americana
OpenAI e Amazon sarebbero in trattative avanzate per un accordo strategico che potrebbe includere un investimento superiore ai 10 miliardi di dollari e l’utilizzo dei chip proprietari di intelligenza artificiale (AI) sviluppati da Amazon Web Services (AWS).
La notizia, confermata da CNBC e anticipata da The Information, arriva in una fase di profonda riorganizzazione dell’ecosistema globale dell’AI e segna un ulteriore passo nella trasformazione di OpenAI da laboratorio di ricerca a infrastruttura centrale dell’economia digitale. Non è un caso che il CEO di OpenAI, Sam Altman, è finito sulla copertina del TIME “Persona dell’anno” tra gli “architetti dell’AI” che stanno cambiando il mondo.
I dettagli dell’intesa, come spesso accade in questi casi, restano vaghi e “confidenziali”, ma la logica industriale è chiara: OpenAI cerca capacità computazionale, diversificazione dei fornitori e accesso diretto a hardware AI avanzato, mentre Amazon mira a rafforzare il proprio ruolo nella corsa globale all’intelligenza artificiale generativa, andando oltre il già consistente investimento (oltre 8 miliardi di dollari) nel competitor Anthropic.
In cosa consiste l’accordo: capitale, cloud e chip AI
L’eventuale accordo tra Amazon e OpenAI si articolerebbe su tre dimensioni chiave. La prima consiste in un investimento diretto in OpenAI, potenzialmente superiore ai 10 miliardi di dollari, che rafforzerebbe ulteriormente una valutazione ormai stimata tra i500 e i 750 miliardi di dollari sui mercati privati.
Terzo, favorire l’utilizzo dei chip AI proprietari di Amazon, in particolare le nuove generazioni di Trainium e Inferentia, progettate per l’addestramento e l’inferenza di modelli di grandi dimensioni, in alternativa (o integrazione) alle GPU Nvidia.
In un contesto di carenza strutturale di capacità computazionale, l’accesso diretto a chip custom diventa un fattore competitivo critico. Un chip custom offre numerosi vantaggi, perchè è un chip progettato specificamente per un’applicazione o un’esigenza unica, a differenza dei chip “off-the-shelf” generici, integrando funzioni su misura per prestazioni, efficienza energetica e sicurezza ottimali, fondamentale per settori come AI, IoT e industriale
Per OpenAI significa ridurre dipendenze, ottimizzare costi e scalare più rapidamente i modelli di nuova generazione. Proprio pochi giorni fa, OpenAI ha rilasciato Gpt-5.2 per arginare l’avanzata di Google, soprattutto dopo il successo del modello “Nano Banana”, dedicato alla modifica delle foto su Gemini.
Gli effetti attesi sullo sviluppo dell’AI
Un’intesa di questa portata avrebbe impatti “sistemici” sullo sviluppo dell’AI, per diversi motivi. Innanzi tutto, comporterebbe una chiara accelerazione del training di modelli sempre più grandi e multimodali, come le famiglie GPT-4.1, GPT-4o e GPT-5.x, già al centro delle strategie enterprise e governative.
Inoltre, promuoverebbe il consolidamento di OpenAI come “anchor tenant” della computing economy, capace di orientare investimenti in data center, semiconduttori e infrastrutture energetiche, con un rafforzamento dell’approccio multi-cloud e multi-vendor, che segna la fine dell’era dell’esclusività tra hyperscaler e foundation model provider.
Tutto questo, infine, porterebbe ad una maggiore pressione competitiva su Nvidia, AMD e sugli altri produttori di hardware AI, spingendo verso una diversificazione tecnologica del mercato.
In prospettiva, l’accordo contribuirebbe a definire l’AI come infrastruttura generale (general-purpose infrastructure), al pari di elettricità, telecomunicazioni e cloud computing. Su questo principio si incentra il super contratto da 300 miliardi di dollari in cinque anni, firmato da Oracle e OpenAI a settembre, che ha davvero impresso una svolta storica nel mercato del cloud e dei data center, in particolare per l’intelligenza artificiale.
Perché cresce l’interesse di imprese e finanza su OpenAI
L’attrattività di OpenAI per grandi imprese e mercati finanziari si spiega con la convergenza di tre fattori strutturali. OpenAI mantiene un ritmo di innovazione eccezionalmente aggressivo, con modelli che ampliano contesto, multimodalità e capacità AI agentic. Soluzioni come Operator, capaci non solo di rispondere ma di agire autonomamente online, stanno ridefinendo il concetto stesso di software e automazione.
Per aziende e governi, OpenAI rappresenta oggi lo standard de facto su cui immaginare la prossima fase di adozione dell’AI. Non a caso molte risorse pubbliche sono dirottate verso questo settore strategico. Basta guardare a quanto sta già accadendo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e quanto altro potrebbe accadere a breve in altri Stati europei (senza andare in giro per il mondo).
Sul piano finanziario, OpenAI è diventata il simbolo del boom dell’AI: raccolte record (oltre 40 miliardi di dollari nel 2025), valutazioni senza precedenti e un ruolo chiave nella ristrutturazione delle catene globali di investimento in tecnologia. Le cifre in gioco alimentano il dibattito tra chi vede OpenAI come il “nuovo Microsoft dell’AI” e chi teme una bolla. Ma, per il momento la bolla si ipotizza e gli investimenti crescono (ancora si sente l’eco dell’investimento di un miliardo di dollari della Disney proprio in OpenAI), assieme alle applicazioni.
Da non dimenticare che OpenAI è oggi anche un attore geopolitico. La sua adesione ai nuovi codici di condotta europei sull’AI Act e il suo ruolo nelle discussioni globali su sicurezza, trasparenza e governance la rendono un punto di riferimento per regolatori e policymaker.
A questo si aggiunge il rapporto sempre più stretto con l’amministrazione Trump, che vede OpenAI come asset strategico nazionale nella competizione tecnologica con Cina ed Europa. Dalla sicurezza nazionale alla sovranità del compute, l’azienda è ormai parte integrante della politica industriale americana sull’AI.
OpenAI come infrastruttura strategica del XXI secolo?
Il possibile accordo tra Amazon e OpenAI non è solo un’operazione finanziaria, ma un segnale strutturale: l’intelligenza artificiale sta diventando il nuovo strato infrastrutturale dell’economia globale. In questo scenario, OpenAI si configura sempre meno come una startup e sempre più come un nodo centrale del capitalismo tecnologico contemporaneo, capace di attrarre capitali, ridefinire alleanze industriali e influenzare scelte politiche e regolatorie.
Per imprese, investitori e governi, comprendere questa dinamica non è più opzionale: è una condizione necessaria per interpretare il futuro dell’innovazione, della competitività e del potere economico globale. In questo scenario si inserisce un’ultima riflessione, forse la più importante: cosa sta combinando l’Europa? Come l’Unione europea si porrà di fronte a questa corsa rapidissima e alimentata da investimenti straordinari? La capacità di regolamentare anche settori molto complessi come quelli aperti dalle nuove tecnologie sarà un vantaggio strategico o come molti pensano una zavorra storica?
Audiovisivo, più di un ragazzo italiano su due compie atti di pirateria. Lo studio FAPAV/Ipsos Doxa
FAPAV/Ipsos Doxa presentano la prima ricerca in Italia sui comportamenti illegali dei giovani nella fruizione di contenuti audiovisivi
Il 56% dei ragazzi italiani compie atti di pirateriaonline perché non ha maturato ancora la percezione che tali comportamenti possono generare, essendo dei veri e propri reati, conseguenze e rischi reali a carattere individuale.
La propensione a compiere questi atti illeciti nellafruizione di contenuti audiovisivi, da parte dei giovanissimi (10-14 anni) e della fascia adolescenziale (15-25 anni), non deriva solo da motivazioni anticonformiste, di ribellione o di trasgressione nei confronti della società, neppure dalla consapevolezza generalizzata che la pirateria danneggia l’industria e l’economia del nostro Paese, con forti ripercussioni occupazionali.
Per capirne a fondo le origini e le motivazioni, FAPAV-Federazione per la Tutela delle Industrie dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali e Ipsos Doxa hanno realizzato la ricerca “Stili di vita dei giovani italiani e pirateria audiovisiva”, realizzato da.
I dati dello studio, unico nel suo genere, sono stati illustrati presso l’Associazione Civita di Roma, attraverso un’analisi quali-quantitativa focalizzata su una forbice di età giovanile molto ampia (dai 10 ai 25 anni), da cui emerge un quadro comportamentale alquanto interessante da parte delle nuove generazioni rispetto alla pirateria audiovisiva.
Federico Bagnoli Rossi, Presidente FAPAV
Bagnoli Rossi (FAPAV): “Uno dei pilastri della lotta alla pirateria è la comunicazione, ne serve di più”
“Siamo molto contenti di questa indagine che, per la prima volta, approfondisce più nel dettaglio, con una nuova metodologia, la fascia di età tra i 10 e i 25 anni. Dai risultati emerge chiaramente la necessità di lavorare in modo ancora più deciso su una narrazione che metta in luce ciò che può accadere piratando un contenuto audiovisivo. La nuova normativa italiana, tra le più evolute a livello europeo, unitamente all’innovativa procedura di AGCOM con il blocco in 30 minuti di tutti i contenuti illeciti, rappresenta certamente una frontiera nuova ed efficace in termini di contrasto. Ma non è sufficiente”, ha dichiarato Federico Bagnoli Rossi, Presidente FAPAV, nei saluti istituzionali.
“Serve maggiore comunicazione e al tempo stesso occorre promuovere campagne di sensibilizzazione e di educazione alla legalità. Per FAPAV uno dei pilastri della lotta alla pirateria è proprio la comunicazione. Ad esempio – ha proseguito Bagnoli Rossi – la nostra campagna “We Are Stories”, arrivata alla terza edizione, racconta le storie dei giovani che hanno realizzato o desiderano realizzare il sogno di lavorare nelle industrie audiovisive, sostenendo che scegliendo la legalità si possono proteggere questi sogni. In sostanza per combattere qualunque forma di pirateria occorre agire su più fronti coinvolgendo sinergicamente Istituzioni, Industrie e Forze dell’Ordine”.
Mollicone: “C’è poca informazione tra i ragazzi sul reato di pirateria”
“I dati raccolti da FAPAV e Ipsos Doxa ci offrono uno spaccato molto chiaro, che richiede la massima attenzione e un’ulteriore riflessione, proprio perché sono dedicati alla platea più importante, cioè quella dei ragazzi e delle ragazze”, ha affermato Federico Mollicone, Presidente VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati.
Il Presidente della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati, Federico Mollicone, ai nostri microfoni
“Il 56% dei ragazzi italiani non ha ancora sviluppato la piena percezione che gli atti di pirateria sono veri e propri reati e possono avere conseguenze e rischi reali a livello individuale e penale. Sono pochissimi coloro che dichiarano di aver ricevuto informazioni chiare e specifiche sui rischi della pirateria audiovisiva, sia a scuola, che in famiglia. Per cui, numeri come questi mostrano in modo inequivocabile che la battaglia si vince prima di tutto sul fronte della consapevolezza, della sensibilizzazione e dell’educazione, non si tratta solo di reprimere. Per questo sono importanti la prevenzione e la sensibilizzazione, ma anche formare cittadini consapevoli del valore del lavoro altrui”, ha aggiunto Mollicone.
“Ho chiesto alla Presidenza del Consiglio di estendere anche all’editoria la protezione offerta dalla legge antipirateria, che ha più di 800 milioni di danni all’anno a causa degli atti di pirateria. Dobbiamo portare il concetto di legalità e di rispetto del diritto d’autore anche tra i giovanissimi, soprattutto oggi che ormai è assolutamente prassi per tutti, compresi i ragazzi, di vedere contenuti alterati e creati dalla intelligenza artificiale, perché non siamo luddisti digitali, non pensiamo che l’innovazione non vada utilizzata, sarebbe antistorico, ma è certo che va governata”, ha precisato Mollicone.
Durante la mattinata sono stati anche annunciati i Premi FAPAV/ACE (Alliance for Creativity and Entertainment), assegnati al Nucleo Speciale Beni e Servizi della Guardia di Finanza e alla Polizia Postale per il significativo impegno profuso sul piano professionale, sociale e culturale a tutela e a sostegno del Diritto d’Autore, della Proprietà Intellettuale e della creatività.
A consegnare i Premi al Colonnello Fabio Marco Vetrano, Comandante del Gruppo Radiodiffusione ed Editoria della Guardia di Finanza, e a Luigi Rinella, Direttore Centrale per la Polizia Scientifica e la Sicurezza Cibernetica, il Presidente FAPAV, Federico Bagnoli Rossi, e Larissa Knapp, Executive Vice President & Chief Content Protection Officer MPA.
Da sinistra Federico Bagnoli Rossi (FAPAV), il Colonnello Fabio Marco Vetrano (Guardia di Finanza) e Larissa Knapp (MPA)Al centro riceve il Premio Ivano Gabrielli (Polizia Postale)
“Condividiamo un metodo, quello dell’analisi dei fenomeni complessi che vanno compresi prima ancora di trovare azioni e strumenti efficaci per risolvere i problemi, assieme ad istituzioni, associazioni e mondo della cultura. Il tema che affrontiamo oggi si è incrociato con un lavoro che abbiamo portato avanti e che ha sempre al centro i giovani. Con cui bisogna parlare per capire la loro condizione emotiva, per comprendere come cultura, partecipazione sociale e attività educative possono favorire il benessere dei nostri ragazzi. Gli effetti della pandemia hanno determinato contraccolpi non ancora indagati a fondo, compresa l’innovazione tecnologica così rapida e repentina con cui sono venuti rapidamente a contatto, occasione di conoscenza, ma anche causa di isolamento e fragilità emotiva. Esiste una difficoltà oggettiva di distinguere reale e fittizio. La pirateria si inserisce proprio qui. Nel nostro studio, l’audiovisivo è l’attività che i ragazzi fanno più volentieri e si avvicina ad un modello culturale più diretto e percepito come libero nella scelta. Le ricette sono sempre le stesse: da parte dei giovani c’è la necessità di conoscere, approfondire, di avere accanto adulti credibili che li ascoltino e li educhino al fallimento e alla crisi, la necessità di occuparsi della salute mentale e del benessere fisico ed emotivo. La ricetta più importante è un approccio corale ed integrato tra stakeholders, con la voglia di capire e creare proposte, partendo dal basso e operatori di settore e istituzioni che sono pronti e preparati. La sfida è globale e questa è la strada per risolvere problemi e guardare con fiducia al futuro”, ha detto Simonetta Giordani, Segretario Generale CIVITA.
Knapp (MPA): “L’educazione è alla base di qualsiasi strategia di protezione dei contenuti”
“Le attività educational sono lo strumento più potente a lungo termine che abbiamo per plasmare abitudini digitali responsabili e rafforzare il rispetto per la creatività. L’Italia è un leader globale in questo ambito, dal quadro pionieristico di blocco dei siti dell’AGCOM all’eccezionale lavoro della Polizia Postale e della Guardia di Finanza nello smantellamento di sofisticate reti di pirateria. La MPA e l’ACE sono orgogliose di affiancare la FAPAV e questi partner, e non vediamo l’ora di ampliare la nostra collaborazione per proteggere l’economia creativa e salvaguardare i consumatori in un mondo digitale sempre più complesso. Oggi presentiamo per la prima volta uno studio dedicato a una fascia d’età storicamente associata a tassi elevati di pirateria, ma che finalmente viene analizzata sulla base di dati concreti e di un’analisi approfondita delle motivazioni. I giovani sono al centro del futuro dell’ecosistema creativo e proprio per questo il focus di questo rapporto è tanto attuale quanto essenziale. La vera sfida è garantire l’accesso ai contenuti, proteggerli e allo stesso tempo favorire l’innovazione. Viviamo in un contesto in cui infrangere la legge è diventato normale, quasi quanto scorrere un feed su Instagram. Per milioni di giovani, in Italia come negli Stati Uniti, questo scenario è già realtà. La pirateria non è più un’attività nascosta: è a portata di clic, è un’abitudine e, sempre più spesso, una norma culturale”, ha spiegato nel Keynote SpeechLarissa Knapp, Executive Vice President & Chief Content Protection Officer, MPA.
Da sinistra Federico Bagnoli Rossi della FAPAV, al centro Larissa Knapp, Executive Vice President & Chief Content Protection Officer MPA
“Ma dietro quel clic non c’è solo contenuto gratuito. Ci sono malware, furti di identità e reti di criminalità organizzata che traggono profitto da queste scelte. I dati mostrano che quasi due terzi dei giovani italiani tra i 15 e i 25 anni utilizzano fonti pirata per accedere a film, serie televisive e contenuti sportivi. L’Italia non è un’eccezione, ma è proprio su questo contesto che abbiamo deciso di concentrare la nostra analisi. Oggi l’intrattenimento non è solo consumo di contenuti, ma identità e senso di appartenenza, e in questo scenario la pirateria viene spesso percepita come qualcosa di normale. A spingerla contribuiscono diversi fattori: i costi elevati, la frammentazione delle piattaforme e l’influenza del gruppo dei pari. Se “lo fanno tutti”, allora sembra accettabile farlo anche per sé. Ma si tratta di una percezione sbagliata. Il 57% delle applicazioni pirata contiene malware, con danni economici rilevanti e profitti che alimentano fenomeni come il riciclaggio di denaro e, in alcuni casi, il finanziamento del terrorismo. Nonostante questi rischi, giovani e adulti tendono a sottovalutarli. Le conseguenze legali appaiono lontane, le minacce informatiche astratte, soprattutto perché la pirateria avviene spesso in un contesto domestico percepito come sicuro. Per questo l’educazione è il pilastro fondamentale di qualsiasi strategia di protezione dei contenuti. Molti comportamenti illegali nascono da una scarsa consapevolezza, ed è quindi essenziale intervenire presto per formare una cultura digitale che rispetti la creatività. Le campagne attuali, tuttavia, spesso non funzionano perché non parlano il linguaggio dei giovani”, ha suggerito Knapp.
Spadaccini (Ipsos Doxa): “Tra i giovani italiani permane una diffusa inconsapevolezza dell’impatto della pirateria”
“Cosa spinge i giovani italiani a ricorrere a canali illeciti per fruire di contenuti audiovisivi? Quali leve sfruttare per diminuire un fenomeno che coinvolge complessivamente il 56% dei ragazzi dai 10 ai 25 anni? Sono state fatte 600 interviste online, tra ragazzi in età compresa tra 10 e 25 anni, ma anche ad adolescenti e preadolescenti, tra i 10 e 14 anni, per capire meglio il peso e l’incidenza di questi specifici comportamenti illegali”, ha detto Lucia Spadaccini, Direttore Ipsos Doxa.
Lucia Spadaccini, Direttore Ipsos Doxa
“Il dato principale è quello del 2024 e abbiamo registrato un 56% di giovani che ha avuto, almeno una volta, l’occasione di entrare in contatto con contenuti piratati: il 40% tra i 10-14ennni, il 63% tra i 15-25enni. I giovanissimi preferiscono guardare Youtube e intrattenersi con il gaming, guardare serie in streaming e ascoltare musica online, nonché navigare sui social. I pirati qui appaiono diversi, perché fanno cose più simili agli adulti. A livello di contenuti sportivi il calcio è il più seguito, ma anche tennis e Formula Uno, qui il popolo giovanile è più omogeneo. Lo sport e il cinema attraggono maggiormente i giovani, perché rappresentano un elemento chiave per la loro crescita, emotiva, culturale e sociale. La pirateria cosa rappresenta per i più giovani? Vedere film serie e sport live è considerato trasgressivo solo dal 32% dei giovani. Peggio è considerato rubare in un negozio, camminare nudi per strada, ma molto meno piratare. La normalizzazione socio-culturale dell’atto di piratare è vissuta come un atto passabile, “lo fanno tutti, quindi non può essere così grave”. C’è poi l’oggettiva percezione del danno e del rischio, poi c’è il tema del relativismo morale, la violenza della società in cui viviamo tende a rimodulare la scala della gravità morale di certe azioni. Il contesto in cui si muove il fenomeno illegale è caratterizzato da numerose barriere nel tempo abbattute. Commettere un furto online assume connotazioni ben distinte rispetto ad un atto fisico, con la percezione che si può sfuggire facilmente alla sanzione. C’ è poi la progressione tecnico digitale, chi sta al passo con la velocità dell’innovazione è motivo di ammirazione. C’è poi la frammentazione dell’offerta, con il boom delle piattaforme si vede un tentativo di sfruttamento economico da parte delle imprese del settore. C’è infine la giustificazione della difficoltà di distinguere online tra lecito e illecito”, ha sottolineato Spadaccini.
“Tra le motivazioni date dai ragazzi (età 10-14 anni) troviamo: il risparmio (33%), “io pirato perché lo fanno tutti” (31%), “perché è giusto così” (31%). Tra chi ha 15-25 anni: per il 41% è giusto piratare, sia a livello economico, sia personale, anche perché c’è l’idea che si tratta di grandi aziende che fanno enormi fatturati, quindi la pirateria non è un gran danno; nel 39% dei casi si fa per emergere nel gruppo; nel 33% per risparmiare. Si tratta di una generazione che si affaccia alla pirateria come un atto di rivendicazione, di ribellione al sistema, che è percepito come insieme di lobby al lavoro. Hanno l’idea di vivere in un sistema che ha difficoltà a sanzionare e comunque non conoscono bene le pene. C’è l’assenza di vittime visibili di ogni atto di pirateria, non si vede il danno, quindi non se ne comprende la gravità. A lo sesso modo, l’impatto sull’occupazione non si vede, mentre è forte la normalizzazione cultural dell’atto di piratare, perché lo fanno in tanti anche in famiglia. A livello di rischi personali, il 40% dei 10-14enni ritiene che le minacce informatiche siano meno gravi di quel che si dice. I 15-25enni invece dichiarano di aver subito attacchi informatici nel 62% dei casi. Pochi sono i giovani informati – ha detto la Direttrice Ipsos Doxa – solo un terzo tra i più grandi si sente informato su tali rischi, soprattutto in famiglia e a scuola tra i giovanissimi. È interessante il 41% di non informati che invece vorrebbe sapere di più sul tema, quindi c’è spazio per comunicare e sensibilizzare, soprattutto sui rischi informatici, le multe e le sanzioni possibili. I giovani inoltre vogliono esempi concreti, vogliono vedere casi chiari di cosa può accadere se si compiono atti di pirateria. Vogliono capire cosa accade dietro le quinte di un film, una serie e un evento sportivo. Cercano testimonial credibili e famosi, anche tra gli ex-pirati, vogliono essere coinvolti, dalla scuola ai social, fino ai contest in ambiti sportivi. Se le conseguenze sono lontane dal proprio vissuto, o considerate improbabili, manca una narrazione collettiva e mass mediatica. Bisogna parlarne a scuola e in famiglia anche da piccoli, dopo tutti devono collaborare, anche le Istituzioni, le associazioni di settore e il mondo dele imprese, per sensibilizzare sul tema e contrastare in maniera credibile il fenomeno criminale”.
“Lo studio presentato da Fapav e Ipsos dimostra, ancora una volta, come i giovani tra i 10 e i 25 anni non abbiano sufficiente consapevolezza della gravità e dell’illegalità dei comportamenti legati alla pirateria informatica e del danno che creano al paese e al loro stesso futuro. È infatti particolarmente significativo che oltre il 60% di loro ammette di aver subito a propria volta attacchi informatici. La lotta alla pirateria non può essere risolta solo attraverso misure sanzionatorie, ma passa necessariamente attraverso un percorso di crescita educativa e culturale di cui dovrebbero farsi maggior carico le famiglie, la scuola e le istituzioni per formare una coscienza civica e digitale nelle nuove generazioni“, ha affermato l’amministratore delegato della Lega Calcio Serie A, Luigi De Siervo, commentando i risultati dell’indagine promossa da Fapav-Ipsos Doxa.
Chi c’è dietro la pirateria? Il panel con le imprese, le associazioni e le Forze dell’Ordine
È poi seguito il panel di interventi con le imprese, le Forze dell’Ordine e le associazioni di settore, moderato dal giornalista Il Sole 24 Ore, Andrea Biondi.
“Noi siamo particolarmente esposti alla pirateria. Il consumo delle opere audiovisive e cinematografiche avviene lungo una catena di finestre di sfruttamento, i nostri prodotti sono costosi, in particolare quello cinematografico, il ritorno sull’investimento, a differenza di alcuni eventi sportivi e della tv lineare che si concentrano sul live, avviene in mesi. Per noi è importante proteggere il contenuto non in un momento specifico, ma nell’arco di mesi, dove ogni finestra rappresenta occasione di ricavo per le imprese del settore. Grazie a Cinetel, che ci dice come vanno tutti i film in cartellone, sappiamo che l’anno scorso l’aumento della propensione di andare al cinema era più elevato tra i giovani, gli stessi che hanno maggiore propensione a piratare. Non è un dato contraddittorio, perché la correlazione tra l’illegalità e la legalità, soprattutto via streaming, è alta. C’è una fascia di popolazione appassionata di film e serie, che consuma questi contenuti in ogni modo. L’educazione e la scuola sono fondamentali, ma dobbiamo anche essere consapevoli che modelli comportamentali dannosi vanno sanzionati per ridurne gli effetti sull’industria audiovisiva, sulle sue imprese e quindi sui lavoratori del settore. Capire chi c’è dietro la pirateria è un primo passo in avanti per cambiare il comportamento dei giovani. Le mafie che esercitano violenza sulla popolazione, nella vita reale, sono le stesse che creano i sistemi di pirateria audiovisiva a cui si rivolgono questi giovani e sarebbe il caso che qualcuno glielo spiegasse bene”, ha dichiarato Alessandro Usai, Presidente di ANICA.
“Diciamo ai più giovani che questo settore potrebbe essere il loro futuro, il loro mondo lavorativo. Piratare significa distruggere anche delle opportunità future, auto-precludersi delle strade di crescita formativa e professionale. Un film inoltre è anche una testimonianza storica, un’opera che racconta storie di vita e pezzi di memoria collettiva. Tutelare un film è proteggere ricordi che vanno condivisi con tutti. Condividere un film significa condividere emozioni. La pirateria rovina tutto questo”, ha affermato Luciana Migliavacca, Presidente UNIVIDEO.
“Internet è un’opportunità immensa per muoversi in questo mondo, in maniera rapida e capillare. Qui si sviluppano un gran numero di attività lecite, ma anche illecite. Anche gli investigatori si sono adeguati, oggi sono operatori specializzati che intervengono in questo mondo sempre più liquido e multistrato. La nostra azione di contrasto si esplicita durante eventi dal vivo e trasmissioni di contenuti audiovideo streaming, intervenendo in tempi rapidissimi. Ma non solo, identifichiamo anche negozi fisici che fungono da base operativa per la pirateria online. Seguendo il denaro, tra cui le criptovalute, si identifica più facilmente il pirata. Serve una cooperazione internazionale, poter lavorare in maniera sinergica per un contrasto efficace di questi fenomeni. Si aggrediscono questi sodalizi criminali soprattutto colpendo il profitto accumulato, togliendogli la possibilità di arricchirsi a danno del settore audiovisivo. L’elenco degli utenti che viene acquisito tramite indagine è decifrato in dati anagrafici e divulgato ai reparti sul territorio, che poi vanno presso l’utente per condurlo in caserma e per presentargli il conto delle proprie azioni. Spesso sono ragazzi, che vengono accompagnati dai genitori, che poi devono dare conto delle proprie azioni e in quel caso comprendono la gravita dell’atto di pirateria. C’è l’esigenza di una maggiore collaborazione tra Paesi a livello internazionale, perché dall’estero vengono divulgati nel nostro Paese un gran numero di contenuti senza autorizzazione. Si tratta di contenere un segnale che parte da lontano e attraversa intere nazioni”, ha sostenuto Crescenzo Sciaraffa, Comandante Nucleo Speciale Beni e Servizi Guardia di Finanza.
“Parliamo di fenomeni che hanno un elevato livello di criminalità, strutturate a organizzata, quindi transnazionale. Abbiamo di fronte organizzazioni in grado di muovere capitali, costruire infrastrutture illecite a livello internazionale. Le operazioni “Perfect Storm”, “Gotha” e “Gotha 2”, rappresentano casi di successo in cui le forze dell’ordine globali hanno aggredito capitale illecito mosso a livello internazionale, frutti di attività è in grado di piratare contenuti audiovisivi, arrivando fino a casa degli utenti, per permettere di vedere film e serie, offerti sotto il falso profilo della gratuità, o a prezzo basso. La vera domanda è, ma come fanno? Come si muovono? Dove prendono le risorse per offrire tutto questo? La risposta è che queste organizzazioni sono le stesse che fanno profitti sul traffico di droga, la prostituzione, sulla vendita di armi e anche sul controllo violento del territorio. Bisogna avere la giusta percezione di chi c’è dietro ad un app o un sito che offre gratuitamente un film, una serie o una partita. Aprire la propria casa, con una connessione internet, a queste organizzazioni, significa fornirgli accesso ai dati personali, alle nostre informazioni sensibili, ai nostri conti correnti online. Piratando si contribuisce ad una filiera criminale senza confini e dalle enormi possibilità economiche. Fondamentale è anche cambiare il linguaggio. Pirateria, pezzotto, sono termini che vengono dai romanzi, dal mondo dell’immaginazione, che fa sembrare queste persone meno pericolose di quello che sono. Chiamiamole per quello che sono: organizzazioni criminali, violente e mafiose”, ha spiegato Ivano Gabrielli, Direttore Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica.
All’inizio qualcuno ha creduto che internet fosse gratis e oggi abbiamo l’AI, il percorso culturale mancato verso legalità online
“Storicamente il comitato ha sempre spinto per avere norme di legge più avanzate possibili. Negli ultimi 20 anni, l’Italia ha rappresentato sempre una best practice, grazie all’Agcom, a leggi all’avanguardia, a strumenti estremamente efficienti, come il Piracy Shield. Crediamo molto nell’aspetto comunicativo, nella sensibilizzazione dei più giovani alla legalità. Bisogna ricordarsi che all’inizio di tutto questo c’è un’idea sbagliata, che internet è gratuito e tutto quello che vi gira sopra è accessibile senza pagare. Il problema non è solo legato alle generazioni più giovani, ma anche ai loro famigliari, che per primi non comprendono la gravità della pirateria online. L’educazione civica oggi si fa a colpi di campagne comunicative. Se è vero che il danno economico è enorme, bisogna agire. Oggi c’è la pirateria, domani avremo anche l’AI. Forse, tra bastonate in aula e forme di altro convincimento, i giganti della tecnologia potrebbero iniziare a fare accordi con chi sviluppa contenuti, vedi l’accordo tra Disney e OpenAI. Così si svuota il polmone della pirateria online e si gonfia quello della legalità. Le grandi aziende tecnologiche potrebbero dare una grande mano in questa battaglia. Sono 65 i contenziosi aperti su questo. Vanno convinti che la strada giusta sia quella della legalità”, ha detto Paolo Marzano, Componente Comitato Consultivo permanente per il Diritto d’Autore (Mic) e docente LUISS.
“La pirateria non si sconfigge totalmente, ma si possono contenere maggiormente i danni. Venti anni fa abbiamo iniziato a sostenere che la violazione del diritto d’autore partiva dall’upload di contenuti protetti su piattaforme popolari come Youtube. Da li siamo arrivati ad avere una giurisprudenza che ci ha spiegato che queste piattaforme non erano irrilevanti in questo fenomeno, ma diffondevano contenuti illegalmente perché senza consenso. La protezione del diritto d’autore oggi è implementata sia a livello tecnologico, sia normativo e oggi su Youtube le cose vanno molto meglio. Le condanne al risarcimento e le pene da infliggere sono due temi chiave, chi ruba va punito, sia offline sia online. Il 90% della pirateria da noi monitorata passa da Cloudflare. Siamo riusciti ad ottenere che le partite di calcio piratate siano oscurate in meno di 30 minuti. Le battaglie sono tante e continue e si va avanti ad erodere sempre più lo spazio d’azione dei pirati. L’assalto alla diligenza della creatività adesso arriva con l’AI. L’AI non è il male, ma è uno strumento che se mal utilizzo diventa una grande minaccia per l’industria dei contenuti e per il diritto d’autore. Nel mentre che si lottava per l’articolo 17 per le piattaforme di condivisione, l’articolo 4 diceva che l’AI poteva usare un’opera protetta se nessuno si opponeva in maniera manifesta. La legge oggi dice che si tratta però di un’eccezione, i dati di terzi non possono essere sfruttati senza consenso e la legge italiana ci viene in aiuto. Non si può usare tutto gratis e le piattaforme che vogliono procedere in questo modo non accettano accordi di nessun tipo. Per questo purtroppo dobbiamo seguire la strada dei contenziosi e abbiamo fatto causa a Perplexity. L’AI deve essere uno strumento creativo, non per compiere reati”, ha detto Stefano Longhini, Direttore Gestione Enti Collettivi, Protezione Diritto d’Autore e Contenzioso MEDIASET.
“Rispettiamo la creatività” è un progetto che portiamo avanti da 15 anni. Portare una campagna nelle scuole è difficile, ma insieme si è riusciti a proporre un progetto credibile. Sullo stesso tavolo sono confluite le principali organizzazioni di difesa del diritto d’autore, che tutte assieme partecipano a questa campagna. Abbiamo scelto un taglio educativo, più che punitivo. Son due lati che devono coesistere, ma bisogna prima dare consapevolezza sulle conseguenze che arrivano dall’accedere a piattaforme pirata. La legalità parte dall’esperienza diretta legata al diritto d’autore e ai lavori da esso protetti. Molti giovani hanno acquisito competenze sul campo, hanno dato spazio ai propri talenti, anche nella creazione di film e opere audiovisive di altra natura. Hanno compreso così quanto lavoro e qualità c’è dietro le quinte di un contenuto audiovisivo. È un lavoro lungo, ma dobbiamo favorire la crescita di consapevolezza nei ragazzi, investendo su di loro. Solo così si riesce a comprendere davvero che cos’è un film e perché bisogna difenderlo dalla pirateria”, ha detto Simona Frassone, Presidente Scuolattiva Onlus.
Da sinistra Federico Bagnoli Rossi (FAPAV) e Nicola Maccanico (Associazione CIVITA)
“Noi, come Associazione Civita, abbiamo rilevato come per voi giovani il rapporto con i contenuti audiovisivi e con il mondo dei media sia, prima di tutto, una relazione emotiva. È una relazione che riguarda il tempo libero, ma che può diventare anche parte delle vostre ambizioni professionali. Proprio per questo è fondamentale che vi sentiate coinvolti in questo mondo, perché il coinvolgimento contribuisce direttamente al vostro benessere. Se portiamo questo ragionamento sul terreno della pirateria, credo emerga con chiarezza ciò che risulta anche dalla ricerca Ipsos, come sempre realizzata in modo particolarmente accurato. La ricerca ci dice in maniera inequivocabile che esistono due livelli distinti: la percezione della pirateria e le ragioni per cui i giovani piratano. Le motivazioni emerse sono note e ricorrenti: è normale, lo fanno tutti; non ci sono vittime visibili; la soglia morale si abbassa; di fronte a tragedie come Gaza o l’Ucraina, vedere un film piratato sembra irrilevante; il tema delle opportunità lavorative è percepito come lontano; e infine c’è un elemento molto interessante, quello della lobby, cioè l’idea di un sistema di potere economico rappresentato dal cinema e dallo sport. Onestamente, se osserviamo certi dibattiti sul mondo dei media e dell’audiovisivo, a volte siamo noi stessi a raccontarci come una lobby. Questo è il pensiero dei ragazzi. Ed è quasi inevitabile che questa percezione produca un impatto sulla loro sensibilità. C’è poi un ultimo punto, apparentemente banale ma decisivo: “Non conosco nessuno che abbia piratato e abbia avuto problemi”. Tutto questo è vero. Tutto questo è reale. Ed è la fotografia perfetta del perché la pirateria sia un nemico estremamente complesso e per questo insidioso. Nel confronto con i relatori sono emerse, in sintesi, due direzioni di intervento: da un lato l’educazione, dall’altro la repressione, intesa come sanzione, deterrenza, creazione di un meccanismo di preoccupazione rispetto all’attività illegale. Alla domanda posta ai giovani – “Come si risolve il problema della pirateria?” – le risposte convincono meno, non perché la ricerca sia carente, ma perché è naturale che i giovani non dicano: “Puniteci” o “Venite a prenderci a casa”. Dicono però anche: “Bisogna comunicare meglio, usare testimonial, spiegare di più”. Tutto vero. Ma tutto, in qualche modo, già fatto. E quindi, pur essendo un aspetto da non sottovalutare – e la FAPAV in questi anni lo ha fatto meglio di chiunque altro – non può essere considerato la soluzione definitiva. Durante il confronto è però emerso un principio molto più profondo: un’idea di educazione diversa, che non faccia eccessivo affidamento sull’altruismo. Non basta dire: “Non pirato perché qualcuno perde il lavoro”. È un messaggio giusto, ma lungo, astratto, difficile da interiorizzare. Molto più forti sono invece i valori familiari, l’esempio quotidiano. Come ricordava Paolo Marzano, i quarantenni di oggi piratavano, compravano cassette. Se oggi trasmettessero un messaggio diverso in famiglia, questo ha un valore enorme nella relazione con i bambini. E soprattutto conta la comunicazione del pericolo reale. Perché, come ricordava Alessandro Usai, qui non abbiamo a che fare con un ragazzo che arrotonda: abbiamo a che fare con strutture criminali organizzate, con mafia e camorra. L’elemento educativo, secondo me, è quello che può avere il maggiore impatto reale”, ha dichiarato nelle conclusioni Nicola Maccanico, Vicepresidente CIVITA.
Senators count the shady ways data centers pass energy costs on to Americans
“If data centers end up providing less business to the utility companies than anticipated, consumers could be left with massive electricity bills as utility companies recoup billions in new infrastructure costs, with nothing to show for it,” senators wrote.
Already, Utah, Oregon, and Ohio have passed laws “creating a separate class of utility customer for data centers which includes basic financial safeguards such as upfront payments and longer contract length,” senators noted, and Virginia is notably weighing a similar law.
At least one study, The New York Times noted, suggested that data centers may have recently helped reduce electricity costs by spreading the costs of upgrades over more customers, but those outcomes varied by state and could not account for future AI demand.
“It remains unclear whether broader, sustained load growth will increase long-run average costs and prices,” Lawrence Berkeley National Laboratory researchers concluded. “In some cases, spikes in load growth can result in significant, near-term retail price increase.”
Until companies prove they’re paying their fair share, senators expect electricity bills to keep climbing, particularly in vulnerable areas. That will likely only increase pressure for regulators to intervene, the director of the Electricity Law Initiative at the Harvard Law School Environmental and Energy Law Program, Ari Peskoe, suggested in September.
“The utility business model is all about spreading costs of system expansion to everyone, because we all benefit from a reliable, robust electricity system,” Peskoe said. “But when it’s a single consumer that is using so much energy—basically that of an entire city—and when that new city happens to be owned by the wealthiest corporations in the world, I think it’s time to look at the fundamental assumptions of utility regulation and make sure that these facilities are really paying for all of the infrastructure costs to connect them to the system and to power them.”
Merriam-Webster’s word of the year delivers a dismissive verdict on junk AI content
Like most tools, generative AI models can be misused. And when the misuse gets bad enough that a major dictionary notices, you know it’s become a cultural phenomenon.
On Sunday, Merriam-Webster announced that “slop” is its 2025 Word of the Year, reflecting how the term has become shorthand for the flood of low-quality AI-generated content that has spread across social media, search results, and the web at large. The dictionary defines slop as “digital content of low quality that is produced usually in quantity by means of artificial intelligence.”
“It’s such an illustrative word,” Merriam-Webster president Greg Barlow told the Associated Press. “It’s part of a transformative technology, AI, and it’s something that people have found fascinating, annoying, and a little bit ridiculous.”
To select its Word of the Year, Merriam-Webster’s editors review data on which words rose in search volume and usage, then reach consensus on which term best captures the year. Barlow told the AP that the spike in searches for “slop” reflects growing awareness among users that they are encountering fake or shoddy content online.
Dictionaries have been tracking AI’s impact on language for the past few years, with Cambridge having selected “hallucinate” as its 2023 word of the year due to the tendency of AI models to generate plausible-but-false information (long-time Ars readers will be happy to hear there’s another word term for that in the dictionary as well).
The trend extends to online culture in general, which is ripe with new coinages. This year, Oxford University Press chose “rage bait,” referring to content designed to provoke anger for engagement. Cambridge Dictionary selected “parasocial,” describing one-sided relationships between fans and celebrities or influencers.
The difference between the baby and the bathwater
As the AP points out, the word “slop” originally entered English in the 1700s to mean soft mud. By the 1800s, it had evolved to describe food waste fed to pigs, and eventually came to mean rubbish or products of little value. The new AI-related definition builds on that history of describing something unwanted and unpleasant.
Murder-suicide case shows OpenAI selectively hides data after users die
But while social media posts allegedly showed that ChatGPT put a target on Adams’ back about a month before her murder—after Soelberg became paranoid about a blinking light on a Wi-Fi printer—the family still has no access to chats in the days before the mother and son’s tragic deaths.
Allegedly, although OpenAI recently argued that the “full picture” of chat histories was necessary context in a teen suicide case, the ChatGPT maker has chosen to hide “damaging evidence” in the Adams’ family’s case.
“OpenAI won’t produce the complete chat logs,” the lawsuit alleged, while claiming that “OpenAI is hiding something specific: the full record of how ChatGPT turned Stein-Erik against Suzanne.” Allegedly, “OpenAI knows what ChatGPT said to Stein-Erik about his mother in the days and hours before and after he killed her but won’t share that critical information with the Court or the public.”
In a press release, Erik Soelberg, Stein-Erik’s son and Adams’ grandson, accused OpenAI and investor Microsoft of putting his grandmother “at the heart” of his father’s “darkest delusions,” while ChatGPT allegedly “isolated” his father “completely from the real world.”
Erik Soelberg, Stein-Erik Soelberg’s son and Suzanne Adams’ grandson.
via Estate of Suzanne Adams
Erik Soelberg, Stein-Erik Soelberg’s son and Suzanne Adams’ grandson. via Estate of Suzanne Adams
Erik Soelberg and his grandmother, Suzanne Adams.
via Estate of Suzanne Adams
Erik Soelberg and his grandmother, Suzanne Adams. via Estate of Suzanne Adams
Erik Soelberg, Stein-Erik Soelberg’s son and Suzanne Adams’ grandson. via Estate of Suzanne Adams
Erik Soelberg and his grandmother, Suzanne Adams. via Estate of Suzanne Adams
“These companies have to answer for their decisions that have changed my family forever,” Erik said.
His family’s lawsuit seeks punitive damages, as well as an injunction requiring OpenAI to “implement safeguards to prevent ChatGPT from validating users’ paranoid delusions about identified individuals.” The family also wants OpenAI to post clear warnings in marketing of known safety hazards of ChatGPT—particularly the “sycophantic” version 4o that Soelberg used—so that people who don’t use ChatGPT, like Adams, can be aware of possible dangers.
Asked for comment, an OpenAI spokesperson told Ars that “this is an incredibly heartbreaking situation, and we will review the filings to understand the details. We continue improving ChatGPT’s training to recognize and respond to signs of mental or emotional distress, de-escalate conversations, and guide people toward real-world support. We also continue to strengthen ChatGPT’s responses in sensitive moments, working closely with mental health clinicians.”
OpenAI built an AI coding agent and uses it to improve the agent itself
Ed Bayes, a designer on the Codex team, described how the tool has changed his own workflow. Bayes said Codex now integrates with project management tools like Linear and communication platforms like Slack, allowing team members to assign coding tasks directly to the AI agent. “You can add Codex, and you can basically assign issues to Codex now,” Bayes told Ars. “Codex is literally a teammate in your workspace.”
This integration means that when someone posts feedback in a Slack channel, they can tag Codex and ask it to fix the issue. The agent will create a pull request, and team members can review and iterate on the changes through the same thread. “It’s basically approximating this kind of coworker and showing up wherever you work,” Bayes said.
For Bayes, who works on the visual design and interaction patterns for Codex’s interfaces, the tool has enabled him to contribute code directly rather than handing off specifications to engineers. “It kind of gives you more leverage. It enables you to work across the stack and basically be able to do more things,” he said. He noted that designers at OpenAI now prototype features by building them directly, using Codex to handle the implementation details.
The command line version of OpenAI codex running in a macOS terminal window. Credit: Benj Edwards
OpenAI’s approach treats Codex as what Bayes called “a junior developer” that the company hopes will graduate into a senior developer over time. “If you were onboarding a junior developer, how would you onboard them? You give them a Slack account, you give them a Linear account,” Bayes said. “It’s not just this tool that you go to in the terminal, but it’s something that comes to you as well and sits within your team.”
Given this teammate approach, will there be anything left for humans to do? When asked, Embiricos drew a distinction between “vibe coding,” where developers accept AI-generated code without close review, and what AI researcher Simon Willison calls “vibe engineering,” where humans stay in the loop. “We see a lot more vibe engineering in our code base,” he said. “You ask Codex to work on that, maybe you even ask for a plan first. Go back and forth, iterate on the plan, and then you’re in the loop with the model and carefully reviewing its code.”
Google Translate expands live translation to all earbuds on Android
Translate can now use Gemini to interpret the meaning of a phrase rather than simply translating each word.
Credit: Google
Translate can now use Gemini to interpret the meaning of a phrase rather than simply translating each word. Credit: Google
Regardless of whether you’re using live translate or just checking a single phrase, Google claims the Gemini-powered upgrade will serve you well. Google Translate is now apparently better at understanding the nuance of languages, with an awareness of idioms and local slang. Google uses the example of “stealing my thunder,” which wouldn’t make a lick of sense when translated literally into other languages. The new translation model, which is also available in the search-based translation interface, supports over 70 languages.
Google also debuted language-learning features earlier this year, borrowing a page from educational apps like Duolingo. You can tell the app your skill level with a language, as well as whether you need help with travel-oriented conversations or more everyday interactions. The app uses this to create tailored listening and speaking exercises.
The Translate app’s learning tools are getting better.
Credit: Google
The Translate app’s learning tools are getting better. Credit: Google
With this big update, Translate will be more of a stickler about your pronunciation. Google promises more feedback and tips based on your spoken replies in the learning modules. The app will also now keep track of how often you complete language practice, showing your daily streak in the app.
If “number go up” will help you learn more, then this update is for you. Practice mode is also launching in almost 20 new countries, including Germany, India, Sweden, and Taiwan.
Scientists built an AI co-pilot for prosthetic bionic hands
To test their AI-powered hand, the team asked intact and amputee participants to manipulate fragile objects: pick up a paper cup and drink from it, or take an egg from a plate and put it down somewhere else. Without the AI, they could succeed roughly one or two times in 10 attempts. With the AI assistant turned on, their success rate jumped to 80 or 90 percent. The AI also decreased the participants’ cognitive burden, meaning they had to focus less on making the hand work.
But we’re still a long way away from seamlessly integrating machines with the human body.
Into the wild
“The next step is to really take this system into the real world and have someone use it in their home setting,” Trout says. So far, the performance of the AI bionic hand was assessed under controlled laboratory conditions, working with settings and objects the team specifically chose or designed.
“I want to make a caveat here that this hand is not as dexterous or easy to control as a natural, intact limb,” George cautions. He thinks that every little increment that we make in prosthetics is allowing amputees to do more tasks in their daily life. Still, to get to the Star Wars or Cyberpunk technology level where bionic prostheses are just as good or better than natural limbs, we’re going to need more than just incremental changes.
Trout says we’re almost there as far as robotics go. “These prostheses are really dexterous, with high degrees of freedom,” Trout says, “but there’s no good way to control them.” This in part comes down to the challenge of getting the information in and out of users themselves. “Skin surface electromyography is very noisy, so improving this interface with things like internal electromyography or using neural implants can really improve the algorithms we already have,” Trout argued. This is why the team is currently working on neural interface technologies and looking for industry partners.
“The goal is to combine all these approaches in one device,” George says. “We want to build an AI-powered robotic hand with a neural interface working with a company that would take it to the market in larger clinical trials.”
Trump tries to block state AI laws himself after Congress decided not to
Section 2 of Trump’s order is written vaguely to give the administration leeway to challenge many types of AI laws. “It is the policy of the United States to sustain and enhance the United States’ global AI dominance through a minimally burdensome national policy framework for AI,” the section says.
Colorado law irks Trump
The executive order specifically names a Colorado law that requires AI developers to protect consumers against “algorithmic discrimination.” It defines this type of discrimination as “any condition in which the use of an artificial intelligence system results in an unlawful differential treatment or impact that disfavors an individual or group of individuals on the basis” of age, race, sex, and other protected characteristics.
The Colorado law compels developers of “high-risk systems” to make various disclosures, implement a risk management policy and program, give consumers the right to “correct any incorrect personal data that a high-risk system processed in making a consequential decision,” and let consumers appeal any “adverse consequential decision concerning the consumer arising from the deployment of a high-risk system.”
Trump’s order alleges that the Colorado law “may even force AI models to produce false results in order to avoid a ‘differential treatment or impact’ on protected groups.” Trump’s order also says that “state laws sometimes impermissibly regulate beyond State borders, impinging on interstate commerce.”
Trump ordered the Commerce Department to evaluate existing state AI laws and identify “onerous” ones that conflict with the policy. “That evaluation of State AI laws shall, at a minimum, identify laws that require AI models to alter their truthful outputs, or that may compel AI developers or deployers to disclose or report information in a manner that would violate the First Amendment or any other provision of the Constitution,” the order said.