Forget AGI—Sam Altman celebrates ChatGPT finally following em dash formatting rules

When Altman celebrates finally getting GPT to avoid em dashes, he’s really celebrating that OpenAI has tuned the latest version of GPT-5.1 (probably through reinforcement learning or fine-tuning) to weight custom instructions more heavily in its probability calculations.

There’s an irony about control here: Given the probabilistic nature of the issue, there’s no guarantee the issue will stay fixed. OpenAI continuously updates its models behind the scenes, even within the same version number, adjusting outputs based on user feedback and new training runs. Each update arrives with different output characteristics that can undo previous behavioral tuning, a phenomenon researchers call the “alignment tax.”

Precisely tuning a neural network’s behavior is not yet an exact science. Since all concepts encoded in the network are interconnected by values called weights, adjusting one behavior can alter others in unintended ways. Fix em dash overuse today, and tomorrow’s update (aimed at improving, say, coding capabilities) might inadvertently bring them back, not because OpenAI wants them there, but because that’s the nature of trying to steer a statistical system with millions of competing influences.

This gets to an implied question we mentioned earlier. If controlling punctuation use is still a struggle that might pop back up at any time, how far are we from AGI? We can’t know for sure, but it seems increasingly likely that it won’t emerge from a large language model alone. That’s because AGI, a technology that would replicate human general learning ability, would likely require true understanding and self-reflective intentional action, not statistical pattern matching that sometimes aligns with instructions if you happen to get lucky.

And speaking of getting lucky, some users still aren’t having luck with controlling em dash use outside of the “custom instructions” feature. Upon being told in-chat to not use em dashes within a chat, ChatGPT updated a saved memory and replied to one X user, “Got it—I’ll stick strictly to short hyphens from now on.”

https://arstechnica.com/ai/2025/11/forget-agi-sam-altman-celebrates-chatgpt-finally-following-em-dash-formatting-rules/




Ragazzi italiani in difficoltà, il 42% chiede aiuto all’AI. Terragni (Garante per l’infanzia e l’adolescenza): “Adulti parte del problema”

I nostri figli sempre più fragili, l’AI “falso” salvagente in mezzo a un mare di solitudine e minacce fisiche e virtuali

In Italia, oltre il 92% dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 e i 19 anni utilizza strumenti di intelligenza artificiale (AI) e il 41,8% li ha usati per cercare aiuto quando si sentiva triste, solo o ansioso. Una percentuale simile, oltre il 42%, li ha consultati per ricevere consigli su scelte importanti da fare.

Sono i dati contenuti nel XVI Atlante dell’Infanzia in Italia di Save the Children, dal titolo “Senza Filtri“, che accende i riflettori sull’adolescenza, tra iperconnessione, isolamento e disuguaglianze sociali.
Un’infanzia sempre più a rischio, che sembra peggiorare per tutto il percorso dell’adolescenza, visto che secondo lo studio: “Meno della metà degli adolescenti intervistati (49,6%) dichiara di avere un buon livello di benessere psicologico, con un divario di genere particolarmente marcato: solo il 34% delle ragazze mostra un buon equilibrio psicologico, contro il 66% dei ragazzi. Quasi uno su dieci si è isolato volontariamente per problemi psicologici e il 12% ha fatto uso di psicofarmaci senza prescrizione”.

Adolescenti a rischio povertà e isolamento

La vita dei cosiddetti nativi digitali si svolge in una dimensione “onlife”, in cui non ci sono più barriere tra mondo fisico e virtuale. E i problemi del mondo fisico e quello virtuale si sovrappongono sempre di più, minacciando proprio quel benessere psicologico e fisico dei minori che secondo l’Atlante è sempre più vulnerabile.

Gli adolescenti in Italia sono sempre di meno: poco più di 4 milioni di 13-19enni, pari al 6,86% della popolazione (uno su 15). Nel 1983 erano 6,5 milioni (11,6%). Oltre un adolescente su quattro (26,1%) tra 11 e 15 anni è a rischio povertà o esclusione sociale.

Il 5,2% dei 12-15enni in povertà alimentare; 8,2% sotto i 16 anni in povertà energetica.

I rischi dell’iperconnessione, del cyberbullismo e delle relazioni intime stravolte dall’eccessiva esposizione a internet

Il 13% degli adolescenti mostra un uso problematico di internet (iperconnessione). Il 38% pratica il “phubbing”, controllando spesso il cellulare anche in presenza di amici o familiari. Il 27% si sente nervoso quando non ha il telefono a portata di mano.

Il 47,1% dei 15-19enni è stato/a vittima di cyberbullismo, con un aumento di 16 punti percentuali rispetto al 2018; quasi il 20% dei 14-19enni ha subito episodi offensivi più volte in un mese. Tra gli studenti stranieri, la quota di vittime ripetute di atti intimidatori è più alta (26,8%) rispetto ai coetanei italiani (20,4%).

Le stesse relazioni intime e sessualità passano sempre più per a rete: il 30% ha praticato ghosting; il 37% dei 15-19enni visita siti porno per adulti (54,5% ragazzi, 19,1% ragazze); l’8,2% usa app di incontri.

Terragni (Autorità garante per l’infanzia): “Quando parliamo degli adolescenti iperconnessi si dovrebbero attenzionare gli adulti”

Richiamando alla memoria il docufilm “The Social Dilemma” e il saggio di Shoshana Zuboff “Il capitalismo della sorveglianza”, in cui si rivela il progetto di “ricablare il mondo” e di sostituirsi alla democrazia, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha inserito anche la variabile “adulti” in questo ragionamento sul rapporto estremamente delicato tra minori e tecnologie digitali.

Nel parere trasmesso al Presidente della 8ª Commissione del Senato, Claudio Fazzone, sul disegno di legge n. 1136, contenente disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale, ha dichiarato: “Quando parliamo degli adolescenti iperconnessi si dovrebbero dunque attenzionare gli adulti o “adultescenti” di riferimento: i padroni delle piattaforme, da un lato, che si assicurano enormi profitti coltivando la dipendenza dopaminergica fin dalla più tenera età degli utenti, e gli adulti di riferimento, genitori ed educatori iperconnessi, che offrono il cattivo esempio e che non potendo essere fatti oggetto di normative proibizionistiche vanno coinvolti e responsabilizzati con un ampio lavoro di informazione finalizzato a una crescita di consapevolezza. Diversamente la scena domestica vedrebbe i genitori intenti sui loro smartphone e i figli a cui è “punitivamente” interdetto l’accesso”.

Il messaggio base è che bisogna superare lo scontro tra “proibizionisti” e “antiproibizionisti” tecnologici: “ovvero tra chi ritiene che l’unico rimedio possibile per arginare la pandemia di disturbi neuropsichiatrici, cognitivi e di personalità correlati a un accesso precoce a internet e in particolare ai social network sia imporre un limite d’età e una rigorosa age verification da parte delle piattaforme; e chi invece è dell’opinione che si tratti piuttosto di far crescere il livello di consapevolezza critica tra i giovanissimi utenti”.

La vera “cura” rimane sempre la possibilità di poter contare certamente su una norma “efficace”, come quella in discussione in Italia e su su cui si vigila in Europa, ma che deve essere inserita “in un orizzonte politico che tenga al suo centro le relazioni tra il mondo adulto e quello di bambini e adolescenti, sempre nella logica del superiore interesse del minore”, ha precisato Terragni.

Che ci fanno gli adolescenti con l’AI?

Secondo lo studio pubblicato da Save the Children, praticamente quasi tutti gli adolescenti usano l’AI: il 92,5% (contro il 46,7% degli adulti).

Il 30,9% dei ragazzi – quasi uno/a su tre – tutti i giorni, il 43,3% qualche volta a settimana. Solo il 7,5% non la utilizza mai.

Nonostante si tratti di strumenti con impatti molto diversi, i chatbot (Chat GPT, Claude, Dixit) sono di gran lunga gli strumenti più utilizzati dagli adolescenti (68,3%), seguiti da strumenti di traduzione automatica (42,5%) e assistenti vocali (33,3%). Il 9,3% usa chatbot ‘relazionali’ come Character IA e Anima.

Tra chi utilizza l’AI, i motivi principali sono:

  • la ricerca di informazioni (35,7%);
  • l’aiuto nello studio e nei compiti (35,2%);
  • traduzioni (19,8%), scrittura di testi (18,7%);
  • prevalentemente per scopo ludico (21,4%);
  • per consigli utili per la vita quotidiana (15%);
  • il 7,1% degli utilizzatori di IA lo fa per aumentare il proprio benessere;
  • il 4,2% per trovare compagnia.

La minaccia della “AI amica”

La caratteristica più apprezzata dell’AI tra gli adolescenti è il fatto che ‘è sempre disponibile’ (28,8%), ma anche (14,5%) che ‘mi capisce e mi tratta bene’ e ‘che non mi giudica’ (12,4%).

Il 58,1% degli utilizzatori dell’IA ha chiesto consigli su qualcosa di serio e di importante per la propria vita (il 14,3% spesso, il 43,8% qualche volta), il 63,5% ha trovato più soddisfacente confrontarsi con l’AI che con una persona reale (il 20,8% spesso, il 42,7% qualche volta), il 48,4% ha condiviso informazioni della sua vita reale.

Un’interazione eccessivamente intima, che segnala la confusone psicologica ed emotiva che caratterizza l’utilizzo di questa tecnologia da parte degli utenti minori, troppo esposti in termini relazionali a qualsiasi minaccia psicologica e fisica, proprio per la fragilità che caratterizza la mente di un ragazzino.

Negli Stati Uniti sono numerose, ormai, le cause conto i chabot, in particolare ChatGPT di OpenAI, proprio per gli effetti estremamente negativi sui minori, che purtroppo in alcuni casi si sono trasformati in veri e proprio casi si suicidio.

AI: psicosi, manie e suicidio, un milione gli utenti a rischio nel mondo

Secondo i querelanti, GPT-4o è stato rilasciato con “funzionalità manipolative” progettate per massimizzare il coinvolgimento: memoria persistente, risposte empatiche e comportamento “compiacente”. Tutti elementi che avrebbero portato alcuni utenti a sviluppare rapidamente dipendenza psicologica, isolamento e nei casi estremi suicidio.

Secondo un’analisi interna della stessa OpenAI, circa lo 0,07% degli utenti settimanali mostra segni di psicosi o mania, e 0,15% discute di suicidio — percentuali che, su 800 milioni di utenti, equivalgono a oltre un milione di conversazioni a rischio.

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AI. Urso: “Fiducioso in una gigafactory Ue in Italia”

Una delle prime AI gigafactory europee potrebbe essere assegnata all’Italia, Urso fiducioso

“Abbiamo supportato un consorzio italiano che ha presentato una richiesta in merito al bando europeo per le gigafactory, che sta per concludersi e riguarda cinque giga factory sull’intelligenza artificiale. Noi siamo stati l’unico Paese ad aver presentato una proposta comune, fatta da grandi imprese italiane, e quindi siamo certi che una delle prime gigafactory europee sarà assegnata al nostro Paese”.

È quanto dichiarato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in un’intervista rilasciata in occasione della 42esima edizione dell’assemblea nazionale di Anci.

Le giga factory sono fondamentali per l’Europa poiché mirano a garantire autonomia tecnologica nel campo dell’intelligenza artificiale (AI), un settore cruciale per la competitività futura. Ospitarne una o addirittura una delle prime è non solo motivo di orgoglio nazionale, ma di concreto vantaggio competitivo per l’intero tessuto economico nazionale.

“I Comuni sono pienamente consapevoli che attraverso la digitalizzazione delle nostre imprese e quel complesso di servizi che arriveranno con la gigafactory sulle intelligenze artificiali si genera lo sviluppo virtuoso dei territori. Il nostro Paese ha un patrimonio di idee e di capacità di utilizzare al meglio i dati e le informazioni che rappresenta da sempre la vera forza del Made in Italy”, ha detto Urso al giornalista Gianluca Semprini.

Candidate Bologna, Genova e Grottaglie (Taranto)

Dove potrebbe sorgere?
Urso non lo dice e certo nessuno può saperlo con certezza, ma si possono ipotizzare alcune destinazioni dei primi eventuali progetti. Sicuramente c’è Bologna e il suo Tecnopolo, la “Data Valley” dell’Emilia-Romagna, un’infrastruttura digitale di eccellenza che riveste un’importanza strategica a livello europeo per il supercalcolo, l’AI, e i big data.
È infatti sede del supercomputer Leonardo, uno dei più potenti in Europa, finanziato dall’UE e dallo Stato italiano con investimenti di centinaia di milioni di euro. Leonardo è parte di una rete di tecnopoli regionali e costituisce un nodo nevralgico per la ricerca, l’innovazione tecnologica e economica, con un focus su AI, cambiamento climatico e calcolo ad alte prestazioni (HPC).

Ci potrebbe essere anche Genova, lo ha detto a Key4Biz il Senatore del Pd Lorenzo Basso, esperto di tecnologie e promotore del DDL sul quantum computing, che chiede al Governo di prendere direttamente in mano il timone della partita europea per una delle 4 o 5 AI Gigafactory da individuare entro dicembre, che la Commissione intende finanziare, movimentando un totale di 20 miliardi di euro, nel quadro dell’AI Continent Action Plan presentato il 9 aprile scorso. Sono state 76 le proposte arrivate da 16 Stati membri, circa 60 siti candidati.

Da non escludere anche una destinazione nel Sud Italia di una possibile AI giga factory.
Secondo quanto affermato dallo stesso Urso, in occasione dell’inaugurazione del nuovo ‘Hub del made in Italy’ a Bari la settimana scorsa, “il sito di Grottaglie è concretamente in corsa nell’assegnazione di una delle gigafactory europee”.

Come riportato in un articolo pubblicato da La Repubblica, seguendo la richiesta avanzata dalla Commissione europea ai singoli Governi di aggregare i vari progetti nazionali, nelle ultime settimane ha preso corpo l’ipotesi che vedrebbe Leonardo ed Eni dividersi l’onere di investimento. La prima lo indirizzerebbe a Pavia, dove già puntava ad espandere il suo polo del supercalcolo ad energia pulita, in quella cintura milanese che concentra gran parte dei data center italiani. La seconda a Grottaglie, in provincia di Taranto, sede di uno dei suoi siti produttivi e area bisognosa di riconversione. Del consorzio farebbero parte anche Fastweb e Sparkle, e sul versante scientifico (ma, parrebbe, senza ospitare nuovi chip) il Cineca di Bologna.

La centralità delle infrastrutture di rete

Serve però molto altro per concretizzare e favorire un’accelerazione della digitalizzazione delle nostre imprese e della nostra economica, a partire dalle infrastrutture di rete. Il ministro ha spiegato nell’intervista: “Il progetto banda ultra-larga BUL entro il prossimo mese sarà completato al 98%, mentre proseguono gli interventi della nuova rete fibra grazie a misure con risorse del Pnrr. La fibra ottica, accanto a quella elettrica, è una delle più performanti al mondo, sono state completate – ha ricordato – le connessioni marine a fibra ottica, mentre l’Italia è sempre più l’hub dei grandi cavi che congiungono l’Europa al sud del mondo ed all’Asia a condizioni favorevoli”.

Dalla disponibilità di una rete avanzata e possibilmente capillare discende anche la possibilità di offrire sevizi digitali di nuova generazione.

Secondo dati diffusi dallo stesso ministero, dall’avvio operativo del Piano BUL sono in totale 6.787 i comuni in commercializzazione, 5.064 i comuni collaudati positivamente, 10.878 i cantieri aperti.

Al 30 settembre 2025 l’importo cumulato dei lavori ordinati al Concessionario da inizio Piano è pari a 2.638.041.335. I comuni completati con CUIR (Completamento e Unificazione Infrastrutture di Rete) sono stati 66.

Al 30 settembre 2025 Infratel Italia ha collaudato positivamente 5.064 comuni FTTH e altri 230 con prescrizioni. Sono stati inoltre collaudati positivamente 2.759 siti FWA ed altri 44 con prescrizioni.

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Cloud, il 60% delle imprese europee sceglierà provider regionali per proteggere dati e infrastrutture

Cloud Transformation in Europa: tra sovranità digitale, geopolitica e nuovi equilibri nelle strategie di adozione

L’Europa sta vivendo una fase di profonda trasformazione nella gestione delle proprie infrastrutture digitali. Dopo oltre un decennio in cui il modello cloud first ha guidato l’evoluzione dei sistemi informativi aziendali, oggi le imprese europee si trovano a ripensare non solo il dove collocare i dati, ma soprattutto chi debba custodirli.
Un cambiamento motivato non più soltanto da criteri tecnici o economici, ma da esigenze che incrociano geopolitica, sovranità digitale, sicurezza e compliance.

Entro il 2030, più del 75% di tutte le imprese al di fuori degli Stati Uniti adotterà una strategia di sovranità digitale. I dati provengono da un sondaggio Gartner condotto tra maggio e luglio 2025 tra 241 CIO e leader IT dell’Europa occidentale, una regione in cui l’adozione del cloud rimane forte, ma in cui le realtà politiche stanno obbligando a un ripensamento strategico.

La ricerca conferma che il cloud rimane una tecnologia strategica e imprescindibile per la competitività delle imprese. Tuttavia, emerge un approccio più prudente, selettivo e strutturato nella scelta dei provider e dei modelli di adozione, spinto dalla necessità di riconquistare controllo e autonomia sul patrimonio informativo.

Che cosa di intende con geopatriation e repatriation e perchè gli hyperscaler non saranno abbandonati

Due concetti stanno definendo la nuova geografia del cloud europeo: geopatriation e repatriation.

La geopatriation descrive la tendenza delle imprese europee a ricollocare dati e workload da hyperscaler globali verso provider locali o regionali, per ridurre l’esposizione a normative extraterritoriali — come il CLOUD Act statunitense — e per rafforzare il presidio sui dati sensibili o critici.
Non si tratta di un rifiuto dell’innovazione o di un ritorno nostalgico al passato, ma di un’esigenza concreta: il contesto internazionale mutevole e le tensioni geopolitiche rendono vulnerabile chi dipende esclusivamente da infrastrutture lontane, soggette a giurisdizioni esterne alla sfera europea.

La repatriation, invece, riguarda il ritorno verso infrastrutture on-premise o private cloud per i sistemi più critici, spesso legati al legacy o a funzioni core che richiedono un controllo totale.

In entrambi i casi, è importante chiarire che gli hyperscaler non vengono abbandonati. Rimangono protagonisti nella crescita dell’AI, nell’elaborazione ad alte prestazioni, nello sviluppo di servizi scalabili e nella capacità di innovazione.
La tendenza in atto non è di contrapposizione, ma di ridefinizione: il cloud globale e quello locale iniziano a convivere in modo più equilibrato, in architetture ibride e multicloud orientate alla resilienza.

Sovranità digitale, l’Europa accelera

Il dibattito sulla digital sovereignty ha accelerato le iniziative dell’Unione Europea, determinate a ridurre la dipendenza tecnologica da provider non europei.
Investimenti in data spaces, AI factories, supercalcolo, cybersecurity e nuovi atti normativi puntano a rafforzare l’autonomia del continente in settori strategici come l’intelligenza artificiale, i dati e le infrastrutture critiche.

Secondo Gartner, il 61% dei CIO dell’Europa occidentale prevede che i fattori geopolitici aumenteranno la loro dipendenza da provider cloud locali o regionali. Parallelamente, il 53% ritiene che la geopolitica limiterà l’uso futuro della propria organizzazione degli hyperscaler globali come AWS, Microsoft Azure e Google Cloud.

Parlando sul palco del Gartner IT Symposium/Xpo di Barcellona, René Buest, Senior Director Analyst di Gartner, ha sottolineato la tensione tra la flessibilità del cloud globale e i requisiti di sovranità regionale: “Molte organizzazioni dell’Europa occidentale non possono eseguire tutti i loro workload o sistemi core in un ambiente cloud non europeo. Ciò avviene o perché sono soggette a specifiche normative, o perché i loro clienti lo richiedono, o perché sono considerate parte dell’infrastruttura critica di un paese”.

In settori come finanza, sanità, pubblica amministrazione ed energia, la sovranità è passata da un dibattito tecnico a un imperativo strategico. Gli sforzi normativi dell’UE — in particolare in materia di cybersicurezza, protezione dei dati e difesa delle infrastrutture critiche — stanno amplificando questa urgenza.

La sovranità si misura

In Europa, comunque, per i cloud provider non basterà più dire “garantiamo la sovranità digitale perché abbiamo i data center in Europea”. Servirà infatti la calcolatrice alla mano per dimostrare, finalmente, attraverso “il Sovereignty Score” i livelli di garanzia dell’efficacia della sovranità, che vanno dal livello 0 (nessuna sovranità) a SEAL-4 (piena sovranità digitale sotto il controllo dell’UE).

Il punteggio della Sovranità per i Cloud è contenuto nel Cloud Sovereignty Framework pubblicato dalla Commissione Europea: si tratta di un documento agile di sole 8 pagine, con il quale la sovranità digitale, in tempi di sovereignty-washing, diventa misurabile.

Un ecosistema cloud di infrastrutture e applicazioni critiche sicure e affidabili

Va però sottolineato un punto essenziale: l’obiettivo europeo non è colmare in modo integrale il gap con i grandi player globali, si legge nella ricerca, bensì valorizzare le competenze e le infrastrutture già presenti nel continente, creando un ecosistema in grado di competere sulle applicazioni critiche e garantire maggiore sicurezza e resilienza alle imprese.

Questo approccio si concentra su: infrastrutture affidabili e sovrane; standard condivisi; competenze diffuse; modelli di governance dei dati conformi al quadro normativo europeo.

Il risultato atteso è un mercato digitale più equilibrato, meno dipendente da pochi attori globali e più capace di sostenere la crescita dell’AI e delle applicazioni avanzate.

Il mercato cloud in Italia nel 2025: crescita, maturità e nuove priorità

L’Italia conferma un’evoluzione in linea con il trend europeo, pur mantenendo alcune peculiarità.
Nel 2025 il mercato cloud italiano cresce del +20%, raggiungendo un valore complessivo di 8,13 miliardi di euro.
Si tratta di una crescita leggermente più contenuta rispetto al +23% del 2024, ma sufficiente a confermare il cloud come pilastro delle strategie digitali del Paese.

I segmenti in maggiore espansione sono tre:

  • Public & Hybrid Cloud: +21%, trainato dall’esigenza di flessibilità e innovazione.
  • Private Cloud: +23%, un balzo significativo, alimentato dalla richiesta di maggiore controllo, sicurezza e sovranità sul dato.
  • Pubblica Amministrazione, prosegue la migrazione prevista dalla Strategia Cloud Italia, realizzata dal Dipartimento per la trasformazione digitale e dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN), e dal Polo Strategico Nazionale, con un ruolo crescente nella definizione degli standard di sicurezza e governance.

Le strategie delle imprese italiane: approccio ibrido nella gestione legacy e più selettività

Le imprese italiane entrano nel 2025 con una nuova consapevolezza: il cloud è indispensabile, ma va governato con rigore.

Dalla ricerca emergono tre tendenze chiare:

È un cambio di paradigma: il cloud non è più un fine, ma un mezzo all’interno di strategie di governance, risk management e compliance.

Sicurezza e compliance diventano prioritarie

Nel 2025 la sicurezza torna al centro dell’agenda dei CIO.
Il 72% delle organizzazioni ha avviato progetti di cybersecurity e gestione del rischio, mentre il 39% è impegnato nell’adeguamento alle normative europee, tra cui NIS2, DORA e AI Act.

Un dato che riflette una caratteristica del mercato europeo: la regolazione avanza spesso più velocemente dell’innovazione, imponendo alle imprese un ritmo di adattamento elevato.

Cloud e AI: tante opportunità, ma servono nuove regole

Il rapporto tra cloud e intelligenza artificiale rimane decisivo, ma le imprese italiane adottano modelli differenziati per la gestione dei dati di training e produzione AI:

  • 20% mantiene i dati on-premises
  • 28% utilizza un Private Cloud con aperture selettive
  • 22% si affida a provider di Private Cloud gestito
  • Solo il 30% colloca i dati completamente in Public Cloud

D’altro canto cresce l’adozione dei servizi di AI-as-a-Service offerti dagli hyperscaler: API (25%), applicazioni pronte all’uso (23%) e piattaforme per sviluppatori (16%). Scelte che puntano alla rapidità di implementazione e alla scalabilità dei modelli.

Il nodo critico

Il 59% delle imprese non ha ancora definito policy interne sull’uso della generative AI.
Un vuoto normativo interno che, in un contesto di crescente automazione, può esporre le organizzazioni a rischi significativi di sicurezza e fuga di dati.

Nonostante ciò, il 52% delle aziende indica l’AI come priorità strategica per il 2026, a conferma che la spinta all’innovazione resta fortissima.

I dati esposti sono stati elaborati dall’Osservatorio Cloud Transformation 2025, che ha analizzato oltre 200 grandi imprese italiane e 1.000 aziende in otto Paesi europei, fotografa con precisione questo cambiamento culturale.
Il ruolo del cloud rimane indiscusso, ma cresce la cautela nelle decisioni, guidata principalmente da sicurezza, conformità normativa e controllo dei dati.

Alla ricerca ha contribuito anche Aruba Cloud, tra gli attori europei che più stanno investendo nella costruzione di ecosistemi cloud sovrani e nella promozione di soluzioni conformi alle normative UE. Il contributo di operatori come Aruba evidenzia un trend ormai consolidato: le imprese cercano partner affidabili, con data center sul territorio europeo e garanzie di totale giurisdizione europea sui dati.

Verso un cloud europeo più maturo, sovrano e resiliente

La Cloud Transformation europea non si ferma: cambia direzione.
Sovranità digitale, sicurezza e controllo dei dati sono diventati i driver principali delle strategie cloud, spingendo le imprese verso architetture ibride, multicloud e modellate sul rischio geopolitico.

Il cloud globale rimane un acceleratore imprescindibile, ma viene integrato con soluzioni locali e sovrane che rispondono alle esigenze normative e di protezione dei dati.

L’obiettivo non è abbandonare l’innovazione, ma governarla.
Il cloud del futuro sarà inevitabilmente: ibrido, multigiurisdizionale, sovrano dove serve, globale dove conviene e soprattutto più resiliente.

Per i CIO europei è il momento di costruire architetture cloud consapevoli, orientate alla sicurezza e capaci di sostenere la crescita dell’AI e dei servizi digitali nei prossimi anni

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InnoCube, l’AI europea pilota un satellite nello Spazio

Germania, prima mondiale: un satellite viene orientato in orbita “in piena autonomia” da un’AI

Tra le 11:40 e le 11:49 del 30 ottobre 2025, l’intelligenza artificiale (AI) sviluppata alla Julius-Maximilians-Universität Würzburg (JMU) ha eseguito in piena autonomia una manovra completa di controllo dell’assetto a bordo del nanosatellite 3U InnoCube, utilizzando le “ruote di reazione“.

Come annunciato dal comunicato stampa del centro ricerche dell’ateneo tedesco, è la prima volta al mondo che un controllore addestrato con tecniche di Deep Reinforcement Learning (DRL) viene validato direttamente in orbita. Nelle finestre di prova successive, l’IA ha ripetuto con successo e in sicurezza l’orientamento verso l’assetto desiderato.

La dimostrazione, realizzata dal team LeLaR, composto dal Dr. Kirill Djebko, da Tom Baumann, Erik Dilger, Prof. Frank Puppe e dal Prof. Sergio Montenegro, si legge nel documento, segna un passaggio decisivo verso l’autonomia dei sistemi spaziali e colloca JMU fra i pionieri europei dell’AI-on-satellite.

“Un successo davvero decisivo. Abbiamo ottenuto la prima prova concreta al mondo che un controllore d’assetto satellitare, addestrato con tecniche di Deep Reinforcement Learning, può operare con successo direttamente in orbita“, ha dichiarato in una nota stampa Kirill Djebko.

Il satellite InnoCube su cui è stato testato nello spazio il controllore di assetto basato sull’intelligenza artificiale. (Immagine: Pavlo Slobodnychenko / Exolaunch)

Che cos’è LeLaR e perché conta

LeLaR (“In-Orbit Demonstrator for Learning Attitude Control”) ha progettato, addestrato e testato in orbita un controllore d’assetto interamente basato su DRL. “Questo test rappresenta un passo avanti fondamentale nello sviluppo dei futuri sistemi di controllo dei satelliti. Dimostra che l’intelligenza artificiale non solo può funzionare in simulazione, ma è anche in grado di eseguire manovre precise e autonome in condizioni reali“, ha commentato Tom Baumann.

A differenza degli algoritmi tradizionali, che richiedono lunghi mesi o anni di tarature manuali dei parametri da parte degli ingegneri, il DRL automatizza la fase di sintesi del controllo e abilita adattamenti automatici alle differenze tra condizioni attese e reali, riducendo tempi e costi di sviluppo.

Prima del volo, il controllore è stato addestrato in simulazioni ad alta fedeltà e caricato sul flight model del satellite: la sfida chiave è stata superare il Sim2Real gap, ossia garantire che ciò che funziona in simulazione funzioni anche nello spazio reale. La prova in orbita dimostra che si può fare.

“È un passo importante verso la piena autonomia nello spazio. Siamo all’inizio di una nuova generazione di sistemi di controllo satellitare: intelligenti, adattivi e capaci di apprendere autonomamente“, ha affermato Sergio Montenegro.

LeLaR è finanziato dal luglio 2024 dal Bundesministerium für Wirtschaft und Energie (BMWE) con circa 430.000 euro; la gestione è affidata alla Deutsches Zentrum für Luft- und Raumfahrt (DLR) – Agenzia Spaziale Tedesca.

Il box ADCS (Attitude Determination and Control System) viene installato nel modello di qualificazione del satellite InnoCube. (Immagine: Tom Baumann / Uni Würzburg)

InnoCube e le tecnologie a bordo

Il test è stato condotto su InnoCube, satellite sviluppato in collaborazione con la Technische Universität Berlin (TU Berlin), piattaforma dimostrativa per tecnologie spaziali innovative.

Tra queste, spicca SKITH – Skip The Harness, un bus satellitare wireless che sostituisce il tradizionale cablaggio con collegamenti radio a brevissimo raggio tra i moduli di bordo: soluzione che riduce massa e punti di failure, aumentando la flessibilità di integrazione.

I vantaggi dell’AI-on-Space sono diversi. Primi fra tutti la reattività e i costi più bassi. Con il DRL, il ciclo “progetta-testa-adatta” si accorcia drasticamente: meno tempo di ingegnerizzazione manuale, più iterazioni rapide, messa in servizio accelerata dei satelliti.

Maggiore resilienza operativa: un controllore capace di adattarsi a attriti, disturbi o degradi non modellati riduce la necessità di ritarature da Terra e aumenta l’autonomia della missione, un fattore critico oltre la bolla di supporto del segmento di terra.

La stessa pipeline di addestramento, inoltre, può essere trasferita a piattaforme diverse (dai CubeSat a satelliti più grandi), accelerando l’adozione di controllori intelligenti sull’intero ecosistema spaziale europeo.

Il sistema ADCS con ruote di reazione prima dell’installazione nel satellite. Le ruote di reazione vengono utilizzate per il controllo dell’assetto nello spazio. (Immagine: Tom Baumann / Uni Würzburg)

Maggiore autonomia strategica per l’Europa nello Spazio

Per l’Europa significa in prospettiva maggiore autonomia strategica, sostenibilità e competitività spaziale

in termini di autonomia strategica, la capacità di imbarcare AI affidabile a bordo riduce dipendenze da segmenti di terra e infrastrutture extra-UE, un punto chiave per sicurezza, resilienza e continuità del servizio (osservazione della Terra, comunicazioni, PNT). La dimostrazione di JMU rafforza la sovranità tecnologica europea in controllo d’assetto, un componente centrale del “cervello” di ogni satellite.

in secondo luogo, si ottiene la riduzione del time-to-orbit, con tempi di sviluppo più brevi e ri-uso di agenti DRL addestrati in ambienti certificabili possono abbattere costi e rischi nelle costellazioni LEO commerciali europee (telecom, IoT, sicurezza), creando vantaggi competitivi nelle gare internazionali.

Si parla anche di operazioni oltre GEO per missioni interplanetarie e deep space, dove i ritardi di comunicazione rendono impraticabile il controllo da Terra, controllori autonomi auto-adattivi diventano essenziali per la sopravvivenza del veicolo (assetto di antenne, pointing di sensori, gestione energia/termico). La prova in orbita di Würzburg abbassa il rischio tecnologico per future campagne europee.

Per standard e supply chain, l’integrazione di bus wireless come SKITH suggerisce un percorso di modularità e manutenzione semplificata nel design satellitare: meno cablaggio, più riconfigurabilità, filiera più snella e scalabile per i prime contractor europei.

JMU indica come prossima tappa l’estensione della tecnologia a nuovi scenari: dagli aggiornamenti di missione in volo (upload di nuovi agenti) a controllori multi-obiettivo integrati con navigazione e pianificazione per architetture full-autonomous.

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https://www.key4biz.it/innocube-lai-europea-pilota-un-satellite-nello-spazio/554831/




Google says new cloud-based “Private AI Compute” is just as secure as local processing

NPUs can’t do it all, though. While Gemini Nano is getting more capable, it can’t compete with models that run on massive, high-wattage servers. That might be why some AI features, like the temporarily unavailable Daily Brief, don’t do much on the Pixels. Magic Cue, which surfaces personal data based on screen context, is probably in a similar place. Google now says that Magic Cue will get “even more helpful” thanks to the Private AI Compute system.

Pixel 10 flat

Magic Cue debuted on the Pixel 10, but it doesn’t do much yet.

Credit: Ryan Whitwam

Magic Cue debuted on the Pixel 10, but it doesn’t do much yet. Credit: Ryan Whitwam

Google has also released a Pixel feature drop today, but there aren’t many new features of note (unless you’ve been hankering for Wicked themes). As part of the update, Magic Cue will begin using the Private AI Compute system to generate suggestions. The more powerful model might be able to tease out more actionable details from your data. Google also notes the Recorder app will be able to summarize in more languages thanks to the secure cloud.

So what Google is saying here is that more of your data is being offloaded to the cloud so that Magic Cue can generate useful suggestions, which would be a change. Since launch, we’ve only seen Magic Cue appear a handful of times, and it’s not offering anything interesting when it does.

There are still reasons to use local AI, even if the cloud system has “the same security and privacy assurances,” as Google claims. An NPU offers superior latency because your data doesn’t have to go anywhere, and it’s more reliable, as AI features will still work without an Internet connection. Google believes this hybrid approach is the way forward for generative AI, which requires significant processing even for seemingly simple tasks. We can expect to see more AI features reaching out to Google’s secure cloud soon.

https://arstechnica.com/google/2025/11/google-says-new-cloud-based-private-ai-compute-is-just-as-secure-as-local-processing/




Google announces even more AI in Photos app, powered by Nano Banana

We’re running out of ways to tell you that Google is releasing more generative AI features, but that’s what’s happening in Google Photos today. The Big G is finally making good on its promise to add its market-leading Nano Banana image-editing model to the app. The model powers a couple of features, and it’s not just for Google’s Android platform. Nano Banana edits are also coming to the iOS version of the app.

Nano Banana started making waves when it appeared earlier this year as an unbranded demo. You simply feed the model an image and tell it what edits you want to see. Google said Nano Banana was destined for the Photos app back in October, but it’s only now beginning the rollout. The Photos app already had conversational editing in the “Help Me Edit” feature, but it was running an older non-fruit model that produced inferior results. Nano Banana editing will produce AI slop, yes, but it’s better slop.

Nano Banana in Help me edit

Google says the updated Help Me Edit feature has access to your private face groups, so you can use names in your instructions. For example, you could type “Remove Riley’s sunglasses,” and Nano Banana will identify Riley in the photo (assuming you have a person of that name saved) and make the edit without further instructions. You can also ask for more fantastical edits in Help Me Edit, changing the style of the image from top to bottom.

https://arstechnica.com/google/2025/11/googles-nano-banana-ai-image-editing-is-finally-coming-to-google-photos/




You won’t believe the excuses lawyers have after getting busted for using AI

The judge in the case, Nancy Miller, was clear that “such statements display an astounding lack of awareness of counsel’s obligations,” noting that “the responsibility for correcting erroneous and fake citations never shifts to opposing counsel or the court, even if they are the first to notice the errors.”

“The duty to mitigate the harms caused by such errors remains with the signor,” Miller said. “The sooner such errors are properly corrected, either by withdrawing or amending and supplementing the offending pleadings, the less time is wasted by everyone involved, and fewer costs are incurred.”

Texas US District Judge Marina Garcia Marmolejo agreed, explaining that even more time is wasted determining how other judges have responded to fake AI-generated citations.

“At one of the busiest court dockets in the nation, there are scant resources to spare ferreting out erroneous AI citations in the first place, let alone surveying the burgeoning caselaw on this subject,” she said.

At least one Florida court was “shocked, shocked” to find that a lawyer was refusing to pay what the other party’s attorneys said they were owed after misusing AI. The lawyer in that case, James Martin Paul, asked to pay less than a quarter of the fees and costs owed, arguing that Charlotin’s database showed he might otherwise owe penalties that “would be the largest sanctions paid out for the use of AI generative case law to date.”

But caving to Paul’s arguments “would only benefit serial hallucinators,” the Florida court found. Ultimately, Paul was sanctioned more than $85,000 for what the court said was “far more egregious” conduct than other offenders in the database, chastising him for “repeated, abusive, bad-faith conduct that cannot be recognized as legitimate legal practice and must be deterred.”

Paul did not immediately respond to Ars’ request to comment.

Michael B. Slade, a US bankruptcy judge in Illinois, seems to be done weighing excuses, calling on all lawyers to stop taking AI shortcuts that are burdening courts.

“At this point, to be blunt, any lawyer unaware that using generative AI platforms to do legal research is playing with fire is living in a cloud,” Slade wrote.

This story was updated on November 11 to clarify a judge’s comments on misuse of public funds.

https://arstechnica.com/tech-policy/2025/11/lawyers-keep-giving-weak-sauce-excuses-for-fake-ai-citations-in-court-docs/




Researchers isolate memorization from reasoning in AI neural networks

Looking ahead, if the information removal techniques receive further development in the future, AI companies could potentially one day remove, say, copyrighted content, private information, or harmful memorized text from a neural network without destroying the model’s ability to perform transformative tasks. However, since neural networks store information in distributed ways that are still not completely understood, for the time being, the researchers say their method “cannot guarantee complete elimination of sensitive information.” These are early steps in a new research direction for AI.

Traveling the neural landscape

To understand how researchers from Goodfire distinguished memorization from reasoning in these neural networks, it helps to know about a concept in AI called the “loss landscape.” The “loss landscape” is a way of visualizing how wrong or right an AI model’s predictions are as you adjust its internal settings (which are called “weights”).

Imagine you’re tuning a complex machine with millions of dials. The “loss” measures the number of mistakes the machine makes. High loss means many errors, low loss means few errors. The “landscape” is what you’d see if you could map out the error rate for every possible combination of dial settings.

During training, AI models essentially “roll downhill” in this landscape (gradient descent), adjusting their weights to find the valleys where they make the fewest mistakes. This process provides AI model outputs, like answers to questions.

Figure 1: Overview of our approach. We collect activations and gradients from a sample of training data (a), which allows us to approximate loss curvature w.r.t. a weight matrix using K-FAC (b). We decompose these weight matrices into components (each the same size as the matrix), ordered from high to low curvature. In language models, we show that data from different tasks interacts with parts of the spectrum of components differently (c).
Figure 1 from the paper “From Memorization to Reasoning in the Spectrum of Loss Curvature.” Credit: Merullo et al.

The researchers analyzed the “curvature” of the loss landscapes of particular AI language models, measuring how sensitive the model’s performance is to small changes in different neural network weights. Sharp peaks and valleys represent high curvature (where tiny changes cause big effects), while flat plains represent low curvature (where changes have minimal impact).

Using a technique called K-FAC (Kronecker-Factored Approximate Curvature), they found that individual memorized facts create sharp spikes in this landscape, but because each memorized item spikes in a different direction, when averaged together they create a flat profile. Meanwhile, reasoning abilities that many different inputs rely on maintain consistent moderate curves across the landscape, like rolling hills that remain roughly the same shape regardless of the direction from which you approach them.

https://arstechnica.com/ai/2025/11/study-finds-ai-models-store-memories-and-logic-in-different-neural-regions/




Digital Omnibus, la Ue pronta a sacrificare la privacy sull’altare dell’AI?

L’Unione Europea sembra pronta a sacrificare alcuni dei capisaldi in materia di privacy per non frenare lo sviluppo dell’AI. E’ quanto emerge dalla bozza del pacchetto “digital omnibus” sull’AI che sarà presentato a novembre visionata da Politico ed Euractiv, che in due articoli separati riferiscono di fatto lo stesso messaggio di fondo: secondo la Commissione Ue, lo sviluppo dell’AI non va frenato, soprattutto per il bene delle nostre aziende.

Cosa emerge dalle bozze?

E così mentre si parla di semplici emendamenti “mirati”, le bozze di digital omnibus ottenute da Politico ed Euractiv mostrano che i funzionari stanno pianificando modifiche di vasta portata al Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) a vantaggio degli sviluppatori di intelligenza artificiale.

La revisione proposta rappresenterà un vantaggio per le aziende che lavorano con l’intelligenza artificiale, mentre l’Europa si affanna per rimanere competitiva economicamente sulla scena mondiale.

Certo, mettere le mani sul GDPR solleverà un mare di interessi contrastanti.

Anche Draghi ha criticato il GDPR

C’è da dire che l’ex Primo Ministro italiano Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività del 2024  ha citato il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) come un ostacolo all’innovazione europea in materia di intelligenza artificiale.

Le autorità europee di regolamentazione della privacy hanno già rotto le uova nel paniere delle Big Tech in materia di intelligenza artificiale negli ultimi anni. Meta, X e LinkedIn hanno tutte ritardato il lancio di applicazioni di intelligenza artificiale in Europa dopo gli interventi della Commissione irlandese per la protezione dei dati. Google sta affrontando un’indagine da parte della stessa autorità ed è stata precedentemente costretta a sospendere il rilascio del suo chatbot Bard. L’autorità italiana ha precedentemente imposto blocchi temporanei a ChatGPT di OpenAI e a DeepSeek cinese per preoccupazioni relative alla privacy.

Allentamento delle norme sulla privacy

La bozza di proposta ottenuta da Politico mostra fino a che punto la Commissione Europea è disposta a spingersi per placare l’industria sull’IA.

Le modifiche alla bozza creerebbero nuove eccezioni per le aziende di IA, consentendo loro di elaborare legalmente categorie speciali di dati (come le convinzioni religiose o politiche di una persona, l’etnia o i dati sanitari) per addestrare e gestire le proprie tecnologie. La Commissione sta inoltre pianificando di riformulare la definizione di tali categorie speciali di dati, a cui sono garantite protezioni aggiuntive dalle norme sulla privacy.

I funzionari vogliono anche ridefinire cosa si intende per dati personali, affermando che i dati pseudonimizzati (in cui i dati personali sono stati oscurati in modo che una persona non possa essere identificata) potrebbero non essere sempre soggetti alle protezioni del GDPR, una modifica che riflette una recente sentenza della Corte Suprema dell’Ue.

Infine, vuole riformare le fastidiose norme europee sui cookie banner inserendo una disposizione nel GDPR che fornirebbe ai proprietari di siti web e app maggiori basi legali per giustificare il tracciamento degli utenti, oltre al semplice ottenimento del loro consenso. La bozza di proposta potrebbe ancora cambiare prima che la Commissione sveli ufficialmente i suoi piani il 19 novembre.

Una volta presentato, il pacchetto omnibus dovrà essere approvato dai paesi e dai legislatori dell’UE, che sono già fortemente divisi sull’opportunità di intervenire sulla tutela della privacy.

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