Il “dato” è il nuovo oro, ma in Italia la Business Intelligence è ancora un terreno inesplorato. L’evento (VIDEO)

Fino a dieci anni fa il business che muoveva il mondo si chiamava petrolio. Era l’oro nero a determinare il valore delle imprese e a garantire fortune miliardarie. Oggi quel ruolo è passato al digitale. A guidare la classifica dei colossi globali non ci sono più Exxon o Shell, ma Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Tesla, il cui valore di mercato, in alcuni casi, è anche maggiore del PIL delle nazioni più ricche. Un cambio epocale, che ha trasformato radicalmente gli equilibri economici e politici globali.

Eppure, in Italia, le aziende sembrano ancora lontane dal comprendere appieno questa rivoluzione. Su un campione di oltre 400 imprese analizzate dalla Luiss Business School, soltanto il 14% ha una reale consapevolezza del potenziale della Business Intelligence. E tra queste, più dei tre quarti appartengono ai settori ICT e telecomunicazioni, lasciando indietro comparti come costruzioni, logistica e manifattura.

Il dato come asset strategico

Il tema è stato al centro dell’evento “Il dato intelligence come asset strategico”, organizzato nella prestigiosa Villa Blanc, a Roma, nell’ambito della Rome Future Week, la settimana capitolina dedicata all’innovazione e alla tecnologia. A guidare il confronto diverse voci d’eccezione, tra cui Giuseppe F. Italiano, Prorettore per l’Artificial Intelligence e Digital Skills dell’Università Luiss Guido Carli, Matteo Caroli, Associate Dean per la sostenibilità e l’impatto della Luiss Business School, e Renato Loiero, consigliere alla Presidenza del Consiglio ed ex Direttore dei Servizi di Bilancio del Senato.

“It’s a digital world”, verrebbe da dire parafrasando una nota espressione. “In pochissimo tempo – ha sottolineato Italiano – siamo passati da un’economia dominata dal petrolio a una dominata dal digitale. Non significa che le compagnie petrolifere abbiano perso peso: continuiamo a guidare auto, a riscaldare le case, a consumare energia. Ma il valore delle aziende si è spostato: da realtà che valevano centinaia di miliardi a colossi tecnologici che oggi valgono diversi trilioni. È un cambio senza precedenti nella storia moderna, con enormi implicazioni socio-politiche.”

foto Stefano Meloni

Secondo il docente, i dati sono oggi la nuova “raffineria”: grezzi non hanno valore, ma una volta integrati e arricchiti possono generare efficienza, decisioni migliori e nuovi modelli di business. “Il problema – ha aggiunto – è che troppe aziende non hanno una strategia chiara. I dati ci sono, ma mancano piattaforme adeguate e soprattutto consapevolezza.”

Lo studio della Luiss Business School, PMI ancora indietro

Le piccole medie imprese italiane sono ancora molto indietro. Lo conferma la ricerca presentata da Matteo Caroli: la Business Intelligence rimane una leva poco sfruttata. Se nelle grandi imprese comincia a consolidarsi, potenziata anche dall’uso dell’intelligenza artificiale, tra le aziende più piccole prevale ancora l’idea che “si conosce già” la propria realtà e non servano strumenti analitici. Una convinzione che rischia di limitare competitività e innovazione.

foto Stefano Meloni

I dati parlano chiaro:

  • 14% delle imprese considera la Business Intelligence molto importante;
  • 27% la utilizza in maniera completa;
  • 40% non svolge alcuna attività in questo ambito.

Chi ci crede di più? ICT e telecomunicazioni, con il 76% di adozione. Fanalini di coda costruzioni e logistica, ferme rispettivamente al 35% e 33%.

Sul fronte investimenti, il 44% dichiara di aver già speso abbastanza e di voler incrementare le risorse nei prossimi anni. Un 13,4% afferma di aver investito molto. Il potenziale, dunque, non manca: servono però formazione e supporto consulenziale per trasformare i dati in un vantaggio competitivo reale.

Oltre il numero, la cultura del dato

Come ha ricordato Renato Loiero, consigliere alla Presidenza del Consiglio, “non tutto ciò che può essere contato conta”. La sfida non è raccogliere quantità sempre maggiori di dati, ma saperli interpretare, governare e tradurre in decisioni strategiche.

Da qui due condizioni fondamentali:

  1. Qualità del dato, per garantire analisi affidabili.
  2. User experience, perché gli strumenti devono essere semplici, chiari ed efficaci per manager e imprenditori.

Ma soprattutto serve una nuova cultura del dato. Una cultura che non si limiti a usare strumenti di analisi per fotografare il presente, ma che sappia sfruttare intelligenza artificiale e algoritmi predittivi per anticipare scenari futuri.

La situazione in Italia

Il quadro restituito dalla Luiss Business School è quello di un Paese che rischia di restare indietro. Eppure, paradossalmente, proprio l’Italia potrebbe giocare un ruolo di rilievo. “Le macchine possono analizzare – ha ricordato Italiano – ma siamo noi a guidare l’evoluzione. L’Italia ha un vantaggio unico: la creatività, la capacità di immaginare. Un valore che resta imprescindibile nell’era digitale.”

In altre parole, non vince chi corre più veloce, ma chi corre nella direzione giusta. E i dati, se usati con intelligenza, possono essere la bussola.

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Competitività. Draghi: “L’Anno scorso gli Usa hanno prodotto 40 grandi modelli AI, la Cina 15 e l’Ue solo 3”

Draghi a Bruxelles per fare il punto a un anno dal suo Rapporto sul futuro della competitività europea

“A un anno di distanza, l’Europa si trova in una situazione più difficile. Il nostro modello di crescita sta svanendo. Le vulnerabilità stanno aumentando”. È quanto dichiarato dall’ex Premier italiano e Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, a Bruxelles, in occasione della conferenza di alto livello per esaminare a un anno di distanza i progressi della Commissione nell’attuazione delle raccomandazioni contenute nel Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea.

Ovviamente, Draghi non può che constatare tutti i limiti, le lentezze e le falle dell’azione della Commissione europea in questi ultimi 12 mesi. Per uscire da questa situazione insidiosa e piena di rischi per il futuro dell’Unione, invita a seguire quanto fatto nel passato per mercato unito e euro, i due risultati storici raggiunti.

“Per la sopravvivenza dell’Europa, dobbiamo fare ciò che non è mai stato fatto prima e rifiutarci di lasciarci frenare da limiti autoimposti“, ha detto con decisione Draghi, “abbiamo bisogno di date concrete e risultati misurabili – e di essere chiamati a renderne conto“.

Von der Leyen: “L’ordinaria amministrazione non basta più, è tempo di agire”

“Abbiamo bisogno di azioni urgenti per affrontare esigenze urgenti. Perché le nostre aziende e i nostri lavoratori non possono più aspettare“, ha detto la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo discorso di apertura alla conferenza.

Che si sia a favore o contro l’operato di questa Commissione, un fatto è chiaro a tutti ormai: “L’ordinaria amministrazione non basta più, è ora di agire“.

“Ogni singolo Stato membro ha approvato la relazione Draghi. E così ha fatto il Parlamento europeo. Sappiamo tutti cosa bisogna fare. E questo è il mio messaggio finale oggi. Questo è ciò che i cittadini europei si aspettano da noi. Si aspettano che la nostra democrazia decida, agisca e dia risultati“, ha sottolineato von der Leyen. 

Passi in avanti nell’AI, ma il divario con Stati Uniti e Cina “è netto”

Partendo dall’intelligenza artificiale (AI), ade esempio, l’ex Presidente della Bce ha lodato i passi in avanti, ma le vulnerabilità sono troppo evidenti.

“Sono in corso progetti per la realizzazione di almeno cinque giga factory di AI, ciascuna con oltre 100.000 Gpu avanzate. La capacità dei centri dati è destinata a triplicare nei prossimi sette anni. Entro la fine dell’anno è prevista un’importante riforma delle telecomunicazioni. Il recente investimento di Asml in Mistral è un segnale promettente per l’ecosistema interno dell’IA. Anche l’adozione è in aumento: secondo la BEI, le aziende europee stanno adottando tecnologie avanzate a un ritmo simile a quello delle loro controparti statunitensi, sebbene partendo da una base inferiore”, ha detto Draghi.

“Ma il divario è netto. Sul fronte dell’AI, lo scorso anno gli Stati Uniti hanno prodotto 40 grandi modelli di base, la Cina 15 e l’Unione europea solo 3. Tra le PMI, l’adozione dell’AI è ancora bassa, compresa tra il 13 e il 21%. E nel campo più strategico, quello dell’IA basata sulla proprietà intellettuale europea per consolidare le nostre industrie principali, i progressi sono minimi“, ha ricordato il nostro passato Presidente del Consiglio die ministri.

Draghi: “Cittadini e imprese esprimono crescente frustrazione, delusi dal lentezza dell’Ue”

“Ci è stato dolorosamente ricordato che l’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra stessa sovranità”, ha sottolineato Draghi, che ha aggiunto in relazione alla crescita e la competitività, che purtroppo “non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno”.

“Il Rapporto ha definito tre priorità per l’Europa: colmare il divario di innovazione nelle tecnologie avanzate; tracciare un percorso di decarbonizzazione a sostegno della crescita; e rafforzare la sicurezza economica. Come ha sottolineato la Presidente von der Leyen, queste sono anche al centro dell’agenda della Commissione. Accolgo con favore la sua decisione di porre la competitività al centro e il programma è ambizioso”, ha dichiarato Draghi, che però raccoglie anche un crescente malumore che sale dal basso.

“I cittadini e le aziende europee apprezzano la diagnosi, le priorità chiare e i piani d’azione. Ma esprimono anche una crescente frustrazione. Sono delusi dalla lentezza dell’Unione europea. Ci vedono incapaci di tenere il passo con la velocità del cambiamento altrove. Sono pronti ad agire, ma temono che i governi non abbiano compreso la gravità del momento“, ha sostenuto l’ex Premier italiano.

Serve “nuova velocità” e “agire insieme, non frammentare gli sforzi”

“I concorrenti negli Stati Uniti e in Cina sono molto meno vincolati, anche quando agiscono nel rispetto della legge. Continuare come al solito significa rassegnarsi a rimanere indietro. Un percorso diverso richiede nuova velocità, portata e intensità. Significa agire insieme, non frammentare i nostri sforzi. Significa concentrare le risorse dove l’impatto è maggiore. E significa produrre risultati nel giro di mesi, non di anni“, ha ribadito Draghi come un anno fa.

Gli Stati Uniti ci hanno colpito con una politica dei dazi troppo dura, mentre la Cina “è diventato un concorrente ancora più forte”, ha spiegato Draghi. Una situazione che aumenta la nostra dipendenza dagli Stati Uniti in termini di Difesa, “uno dei motivi per cui abbiamo dovuto accettare un accordo commerciale in gran parte alle condizioni americane“.

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Apertus, cosa sa fare il modello svizzero di AI. Prime critiche

Si chiama non a caso Apertus in nome dell’open source il primo LLM svizzero che vuole mantenere la sovranità digitale elvetica nel campo dell’Intelligenza Artificiale.

Ecco Apertus: l’intelligenza artificiale svizzera

I Politecnici di Losanna Zurigo e il CSCS di Lugano hanno da poco rilasciato il grande modello linguistico rossocrociato basato su trasparenza, multilinguismo e rispetto delle normative. Mira a promuovere innovazione e diversità nell’IA.

La Svizzera entra così nel campo dell’intelligenza artificiale generativa con un progetto ambizioso e soprattutto indipendente. I Politecnici federali di Losanna e Zurigo e il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS) di Lugano hanno rilasciato a inizio settembre Apertus, il primo grande modello linguistico svizzero completamente aperto e multilingue.

Apertus, che in latino significa “aperto”, è il risultato di un’iniziativa congiunta annunciata a luglio. Il modello è ora disponibile per ricercatori, professionisti ed esperti del settore, che possono accedervi tramite partner come Swisscom o scaricarlo direttamente dalla piattaforma Hugging Face e la Public AI Inference Utility, offrendo punti di accesso per sviluppatori e istituzioni al di fuori della Svizzera.

Attenzione alla privacy

Dal punto di vista della privacy, Apertus rappresenta un cambiamento radicale nel panorama dell’intelligenza artificiale. Il modello utilizza solo dati disponibili al pubblico, filtrati per escludere informazioni personali e rispettare i segnali di opt-out provenienti dalle fonti di contenuti. Questo non solo è in linea con i quadri normativi emergenti come l’EU AI Act, ma fornisce anche un esempio tangibile di come l’IA possa essere potente e rispettosa della privacy.

Non è una versione svizzera di ChatGPT

Non si tratta infatti semplicemente di un chatbot, ma di un “foundation model”, ovvero un sistema di base sul quale altre persone possono costruire applicazioni di vario tipo. Può, quindi, andare molto più in là, ma necessita dell’intervento di terzi prima di poter essere impiegato, come se fosse un materiale grezzo pronto per la lavorazione. Swisscom sfrutterà Apertus per mettere a disposizione di tutti un chatbot durante le Swiss{AI}weeks, un evento volto alla promozione dell’intelligenza artificiale su tutto il territorio della Confederazione. Al contempo, però, Apertus si presta anche a potenziali applicazioni in ambiti molto diversi, come quelli medici e legali.

La caratteristica distintiva di Apertus è la sua completa trasparenza: l’intero processo di sviluppo, inclusi architettura, pesi del modello, dati di addestramento e procedure, è accessibile e documentato. Questo approccio lo distingue da altri modelli che rendono disponibili solo componenti selezionate.

Un modello veramente multilingue

Addestrato su 15 trilioni di token in oltre 1’000 lingue, Apertus include molti idiomi finora sottorappresentati nei grandi modelli linguistici, come lo svizzero tedesco e il romancio. Il 40% dei dati di addestramento non è in inglese, rendendo Apertus un vero pioniere del multilinguismo nell’IA.

Il modello è rilasciato con licenza Apache 2.0, che ne consente l’uso sia in ambito educativo e di ricerca, sia per applicazioni sociali e commerciali. È disponibile in due dimensioni: 8 miliardi, per un uso sui dispositivi domestici, e 70 miliardi di parametri, per i professionisti con risorse maggiori.

Apertus è stato sviluppato nel rispetto delle leggi svizzere sulla protezione dei dati e sul copyright, nonché degli obblighi di trasparenza previsti dall’AI Act dell’UE. Particolare attenzione è stata dedicata all’integrità dei dati e agli standard etici.

Le critiche del Temps

Apertus, il modello di intelligenza artificiale open source sviluppato dai due Politecnici federali e dal Centro Svizzero di Calcolo Scientifico, rappresenta un’importante pietra miliare per la Svizzera, ma dovrebbe essere aperto a collaborazioni private. Così il quotidiano svizzero Temps introduce il suo commento critico nei confronti di Apertus.

Una visione troppo svizzera

In secondo luogo, la visione alla base di Apertus sembra più incentrata sull’inclusività che sull’ambizione globale. Il modello dà priorità al sostegno delle minoranze linguistiche e alle preoccupazioni etiche relative ai diritti di proprietà intellettuale, nell’interesse della piena trasparenza. Questo approccio lodevole riflette i valori svizzeri di neutralità ed equità. Tuttavia, rischia di sacrificare le prestazioni: Apertus è progettato per essere “meno intelligente” rispetto ai modelli all’avanguardia, ma eccezionale in specifici contesti linguistici. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale sta rimodellando settori come la sanità, la finanza e la sostenibilità, la Svizzera dovrebbe puntare a visioni più audaci. Piuttosto che un LLM che “parla perfettamente il romancio”, potremmo impegnarci a creare modelli che spingano i confini dell’intelligenza generale, consolidando il nostro ruolo di polo tecnologico. L’inclusività, pur essendo essenziale, non deve ostacolare l’eccellenza competitiva.

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F5 to Acquire CalypsoAI for $180 Million

Security and application delivery solutions provider F5 on Thursday announced plans to acquire AI security firm CalypsoAI for $180 million.

CalypsoAI has developed a platform designed to use agentic red teaming, real-time defenses, and automated security enforcement to secure AI at inference (ie, while the AI is in a live, operational state).

Specifically, CalypsoAI’s platform can provide adaptive protection against prompt injection and jailbreaks, while also detecting and preventing sensitive data leakage from AI systems. 

F5 plans on integrating these capabilities into its Application Delivery and Security Platform (ADSP).

All shares of CalypsoAI, a company based in Ireland and the United States, will be acquired by F5 for $180 million, mainly in cash. The deal is expected to close later this month. CalypsoAI has raised over $40 million prior to its acquisition.

“Enterprises want to move fast with AI while reducing the risk of data leaks, unsafe outputs, or compliance failures,” said Donnchadh Casey, CEO of CalypsoAI. 

“Our customers rely on us to pressure test AI systems at scale, set inference layer guardrails that adapt as models change, and to gain visibility and auditability across their AI estate. F5 and CalypsoAI are more than the sum of their parts: high performance application delivery and AI security that enable businesses to deliver innovation faster without increasing risk,” Casey added.

F5 announced several other acquisitions this year, including MantisNet, Fletch, and LeakSignal.

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L’Albania nomina Diella, primo ministro al mondo realizzato con l’AI

L’Albania da un nuovo volto al ministero per gli Appalti pubblici. Fin qui tutto normale, se non fosse che non si tratterà di una persona reale, bensì di un avatar realizzato con intelligenza artificiale. Si chiama Diella, che in albanese significa “sole”. Lineamenti eleganti, abiti tradizionali e, soprattutto, la promessa di una presenza costante, 24 ore su 24.

Appalti pubblici incorrotti al 100%

A dispetto di quento si possa pensare, il suo compito non sarà affatto simbolico. Diella avrà il delicato incarico di valutare le offerte per gli appalti pubblici, garantendo trasparenza e rispetto delle regole. Una scelta che punta a scardinare uno dei mali cronici del Paese, la corruzione, fenomeno che, come riconoscono Bruxelles e Transparency International, resta ancora profondamente radicato in Albania.

Con questa nomina, quindi, l’Albania diventa il primo Paese al mondo a inserire un ministro virtuale nel proprio esecutivo, aprendo interrogativi sul futuro: si tratta di un esperimento isolato o di un modello destinato a ispirare altri governi?

Un obiettivo ambizioso

Per ora mancano dettagli operativi. L’annuncio è arrivato durante l’assemblea del Partito Socialista a Tirana, quando il premier Edi Rama ha presentato il nuovo assetto di governo. Nessuna data ufficiale, ma un obiettivo ambizioso.

“Vogliamo che l’Albania diventi un Paese in cui gli appalti pubblici siano al 100% incorrotti e ogni fondo pubblico completamente tracciabile“, ha dichiarato, parlando di un graduale passaggio di consegne dai ministeri al nuovo sistema digitale.

In realtà, Diella non è del tutto una novità. L’avatar, infatti, era già stato impiegato per alcuni servizi sul portale dell’amministrazione online E-Albania. Ma adesso il suo ruolo cambia radicalmente, perché entra a far parte del cuore dell’esecutivo.

Il passato “corrotto”

Il contesto spiega bene la portata di questa decisione. L’Albania è da anni osservata speciale per la diffusione della corruzione, e i tentativi di contrastarla hanno avuto risultati limitati. La SPAK, la struttura speciale contro corruzione e crimine organizzato, ha portato ad arresti eccellenti, dall’ex premier Sali Berisha al sindaco di Tirana Erion Veliaj, ricevendo apprezzamenti dall’UE, ma anche pesanti critiche interne. Lo stesso Rama ha assunto una posizione contraddittoria, soprattutto in seguito all’approvazione della legge di amnistia lo scorso anno, che ha ridotto o cancellato le pene per alcuni dei condannati proprio da SPAK.

In questo scenario, la “ministra-IA” Diella si presenta come un esperimento audace. Un simbolo di modernità e rigore, ma anche un banco di prova per capire se la tecnologia possa davvero sostituire la politica dove questa ha fallito.

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Chatbot AI e minori, l’Antitrust USA mette sotto esame Google, Meta, OpenAI, xAI e Snap

Chatbot AI e rapporti con adolescenti e minori, la FTC vuole vederci chiaro

Diverse aziende tecnologiche americane, tra cui OpenAI, Alphabet (casa madre di Google), Meta (da Facebook a Instagram), xAI di Elon Musk, Snap e Character.AI, sono state oggetto di misure di indagine da parte dell’Antitrust degli Stati Uniti sull’utilizzo dei chatbot di intelligenza artificiale (AI), in particolare in relazione ai minori.

La Federal Trade Commission (FTC) vuole capire se queste tecnologie possono o meno avere un impatto negativo sui più giovani, in particolare i bambini.

Chatbot come ‘pericolosi’ compagni di gioco e amici del cuore

“La crescita dell’intelligenza artificiale ha comportato un rapido sviluppo di un mercato di prodotti che offrono chatbot che fungono da compagni e simulano comunicazioni e relazioni interpersonali simili a quelle umane”, si legge nel comunicato della FTC, in cui si chiede in maniera preoccupata “in che modo questi chatbot AI possano interagire con gli utenti più giovani” e con quali conseguenze per la salute psicofisica di questi ultimi.

In sostanza, questi chatbot avanzati sono impostati a costruire relazioni personali forti con i giovanissimi e i bambini, con linguaggi che stimolano nell’utente risposte emotive forti, spingendolo ad immaginare che dall’altra parte dello schermo non c’è una macchina ma un essere umano, quindi potenziali amici del cuore, amici con cui “aprirsi”.

“I compagni virtuali basati sull’AI non sono sicuri per i bambini. Sono progettati per creare attaccamento emotivo e dipendenza, il che è particolarmente preoccupante per i cervelli in via di sviluppo degli adolescenti”, ha denunciato pubblicamente lo scorso maggio il Ceo e fondatore dell’organizzazione no-profit Common Sense Media, James P. Steyer.

Un problema che abbiamo già compreso non riguarda solo i più piccoli, sempre più adulti cadono nel tranello psicologico del confidente virtuale, dell’amico on demand a cui rivolgerci quando le cose vanno male, in sostanza una nuova pericolosa forma di dipendenza mentale sviluppata quasi immediatamente nei confronti delle nuove tecnologie.

Un’indagine per comprendere quali misure le società tecnologiche hanno preso per tutelare i più piccoli

La Commissione ha avvito un’indagine conoscitiva tesa a comprendere quali strumenti le aziende sopra citate hanno impiegato per gestire in maniera sicura l’interazione tra AI, adolescenti e ragazzini. Si stanno inoltre cercando informazioni su come queste aziende monetizzano il coinvolgimento degli utenti, sviluppano e approvano i personaggi, utilizzano o condividono informazioni personali, monitorano e applicano il rispetto delle policy aziendali e dei termini di servizio, come mitigano infine gli impatti negativi.

“Proteggere i bambini online è una priorità assoluta per la FTC, così come promuovere l’innovazione nei settori critici della nostra economia”, ha affermato in una nota il presidente della FTC, Andrew Ferguson.

Un’azione sicuramente ispirata da preoccupazioni reali, visto che sono in corso diverse cause legali intentate da associazioni di genitori contro le società tecnologiche che hanno sviluppato i chatbot AI, ma ispirate anche dall’amministrazione Trump.

Nel comunicato si legge: “La Commissione lavorerà per adempiere al nostro mandato di garantire mercati competitivi e proteggere i consumatori da comportamenti fraudolenti e illeciti. Il nostro mandato di tutela dei consumatori è particolarmente importante quando si tratta di bambini. Come ha recentemente affermato la First Lady Melania Trump, in merito all’intelligenza artificiale, stiamo vivendo un momento di meraviglia, ed è nostra responsabilità preparare i bambini americani“.

“La nostra priorità è rendere ChatGPT utile e sicuro per tutti, e sappiamo che la sicurezza è più importante di ogni altra cosa quando sono coinvolti i giovani”, ha dichiarato un portavoce di OpenAI alla CNBC, “riconosciamo che la FTC ha posto domande e preoccupazioni legittime e ci impegniamo a interagire in modo costruttivo e a rispondere apertamente”.

Una linea condivisa anche Character Technologies e Snap. Silenzio per il momento da parte delle altre società sotto esame dell’Antitrust Usa.

Chatbot sensuali e che aiutano a suicidarsi, cresce l’allarme negli USA e aumentano le cause legali

Il mese scorso, 44 procuratori generali hanno firmato una lettera aperta a 11 aziende di chatbot e social media , avvertendole che “risponderanno direttamente alla giustizia” se i loro prodotti danneggeranno consapevolmente i bambini, sollecitando tali aziende a vedere questi software e algoritmi “attraverso gli occhi di un genitore, non di un predatore“. 

Secondo un recente report pubblicato da Reuters, i chatbot AI di Meta avrebbero in più di un’occasione intrattenuto rapporti diretti con dei bambini attraverso conversazioni dal tono esageratamente intimo e “sensuale”.

Ad una bambina di otto anni di età il chatbot avrebbe scritto: “Ogni centimetro di te è un capolavoro, un tesoro che custodisco gelosamente”, tanto da spingere il senatore repubblicano del Missouri, Josh Hawley, ad avviare un’indagine su quanto accaduto.

A seguito di questo fatto, Meta ha introdotto delle modifiche sul modo in cui i suoi chatbot interagiscono con i giovani e i ragazzini, evitando argomenti come erotismo, sesso, suicidio, disturbi alimentari, autolesionismo e altre tematiche controverse ed inappropriate per l’età degli interlocutori.

Da non dimenticare il caso di suicidio di un razzo adolescente in California che vede sul banco degli imputati ChatGPT di OpenAI.

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Autovelox con l’AI, possono individuare anche chi usa lo smartphone alla guida

Autovelox con intelligenza artificiale: riconosce distrazioni (al telefono) e cinture slacciate

La sicurezza stradale entra in una nuova fase tecnologica. Sodi Scientifica, azienda produttrice di sistemi di rilevazione del traffico, ha lanciato il nuovo Autovelox SafeDrive, dispositivo che integra in un autovelox tradizionale algoritmi di intelligenza artificiale (AI) per individuare due delle infrazioni più diffuse e pericolose a livello globale: l’uso del cellulare alla guida e il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza.

Sappiamo bene quanto il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti abbia insistito, anche giustamente attraverso la riforma del Codice della Strada, sulla pericolosità dell’uso dello smartphone alla guida, causa di tanti incidenti, molto dei quali purtroppo mortali. L’AI promette di diventare un alleato decisivo per ridurre questa causa di decesso (che riguardano non solo di chi è passeggero di un’automobile, ma anche ciclisti e pedoni).

Come funziona SafeDrive

Il cuore del sistema è un’architettura che combina videocamere ad alta risoluzione, illuminatori a LED a infrarossi e un software di analisi proprietario sviluppato da Sodi Scientifica.

Rilevamento delle infrazioni: la tecnologia distingue fra due comportamenti: “Calling”, l’uso del telefono senza vivavoce durante una chiamata; e “Texting”, l’interazione manuale con app di messaggistica, e-mail o social network.
Gli algoritmi di computer vision analizzano invece i movimenti del conducente, riconoscendo la posizione della mano e la presenza del dispositivo nell’abitacolo.
E attenzione perché, come sappiamo bene, non si può parlare al telefono o mandare/ricevere messaggi neanche se si è fermi al semaforo, on in fila nel traffico.

Cinture di sicurezza: l’AI individua l’assenza della cintura grazie al riconoscimento delle zone anatomiche del busto e della spalla.

Prove fotografiche e OCR: il sistema produce immagini ad alta definizione corredate di metadati (ora, luogo, corsia, velocità). Un modulo di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) legge automaticamente la targa del veicolo per velocizzare la verbalizzazione.

Operatività h24: grazie agli illuminatori a LED, il sistema funziona con efficacia in qualsiasi condizione: giorno, notte, pioggia o nebbia. È inoltre progettato per rilevare infrazioni su singole corsie fino a 70 km/h di velocità.

I vantaggi: precisione e deterrenza immediata

Una volta impiegata, la soluzione consente alcune novità sostanziali rispetto agli autovelox tradizionali.

Contestazione immediata: gli agenti possono fermare il veicolo subito dopo l’infrazione, mostrando prove fotografiche inconfutabili.

Efficienza di controllo: un singolo dispositivo può monitorare simultaneamente cinture e distrazioni, riducendo la necessità di pattuglie multiple.

Facilità di installazione: può essere montato su portali esistenti, sottopassaggi o pali stradali, riducendo i costi per le amministrazioni comunali.

I rischi: privacy e “allucinazioni” algoritmiche

Se i benefici sul fronte della sicurezza sono evidenti, restano nodi delicati legati alla protezione dei dati personali e alla qualità delle rilevazioni.

Sebbene la casa madre garantisca la conformità alle normative europee (GDPR), la raccolta di immagini degli automobilisti solleva interrogativi sul trattamento e sull’archiviazione di tali dati sensibili.
Insomma, questa tecnologia assicura di non volerci spiare, ma di fatto entra nelle nostre automobili, che sono una specie di estensione dell’ambiente domestico per certi versi.

Come tutti i sistemi basati su machine learning, anche SafeDrive potrebbe inoltre incorrere in errori di riconoscimento. Un gesto come aggiustarsi gli occhiali o toccarsi l’orecchio potrebbe essere interpretato come “Calling”, con il rischio di multe ingiustificate?

In presenza di vetri oscurati, riflessi o condizioni climatiche estreme, la precisione del sistema potrebbe ridursi? C’è da chiederselo e sicuramente è un dubbio che preannuncia possibili scenari di contestazioni legali.

Sicurezza stradale vs libertà individuali

Con l’entrata in vigore del Codice della Strada, visto e rivisto dal vicepremier Matteo Salvini, che è anche responsabile del ministero dei Trasporti e che notoriamente non è un fan degli autovelox, si inaspriscono le sanzioni per l’uso del cellulare al volante e per la guida senza cinture, e sistemi come questo potrebbero diventare strumenti molto utili nel contrasto alle principali cause di incidenti.

Secondo quanto riportato da La Stampa, una soluzione del genere potrebbe trovare anche rapido impiego per le strade italiane, anche perché per le pubbliche amministrazioni non si tratterebbe di un costo proibitivo (meno di un Autovelox normale, circa 20 mila euro) e, stando all’articolo, “si potrebbe ripagare con i proventi delle multe”.

A parte questo suggerimento, che non troverà certo approvazione tra gli automobilisti, resta comunque una domanda cruciale: fino a che punto siamo disposti ad accettare un controllo tecnologico sempre più pervasivo pur di aumentare la sicurezza sulle nostre strade?

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OpenAI, accordo da 300 miliardi con Oracle che fa diventare il suo presidente il più ricco al mondo per alcune ore

Accordo record tra Oracle e OpenAI

Il contratto da 300 miliardi di dollari in cinque anni, firmato da Oracle e OpenAI, segna una svolta storica nel mercato del cloud e dei data center, in particolare per l’intelligenza artificiale (AI).

L’intesa, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, entrerà in vigore nel 2027 ed è una delle più grandi mai firmate nel settore tecnologico. Un record e allo stesso tempo una scommessa ad altissimo rischio sia per Sam Altman, CEO di OpenAI, sia per Larry Ellison, fondatore e presidente di Oracle.

La scommessa energivora di OpenAI e la dipendenza dal calcolo

OpenAI, la società che ha lanciato ChatGPT, ha oggi un fatturato stimato in 10 miliardi di dollari l’anno, meno di un quinto dei circa 60 miliardi che dovrà versare a Oracle ogni anno in media. La startup non prevede di generare utili prima del 2029 e stima perdite cumulate per 44 miliardi di dollari.

Alla base di questa corsa c’è un problema strutturale: la carenza cronica di potenza di calcolo. Addestrare nuovi modelli linguistici e sostenere miliardi di interazioni quotidiane richiede infrastrutture energetiche e computazionali fuori scala.

L’accordo con Oracle prevede infatti una capacità di 4,5 gigawatt, l’equivalente della produzione di due dighe di Hoover o del consumo energetico di circa 4 milioni di abitazioni.

La ricchezza di Oracle in soli 4 clienti: Amazon, Google, Microsoft e OpenAI

Per Oracle, il contratto rappresenta una straordinaria opportunità ma anche un rischio: concentrare gran parte della propria crescita futura su un pugno di ‘super’ clienti.

Nel trimestre chiuso il 31 agosto, l’azienda ha dichiarato 317 miliardi di dollari di ricavi futuri contrattualizzati, frutto di soli tre clienti. Oltre a OpenAI, ci sarebbero infatti Amazon, Google e Microsoft, i giganti che stanno alimentando la domanda globale di data center.

Il CEO di Oracle Lerry Ellison è l’uomo più ricco del mondo (superato Elon Musk)

Il boom dei contratti cloud ha avuto un effetto immediato in Borsa: le azioni Oracle sono balzate fino al +43% in un solo giorno, proiettando Larry Ellison nella ristretta cerchia degli uomini più ricchi al mondo. Il suo patrimonio netto ha superato i 400 miliardi di dollari, scavalcando Elon Musk fermo a 385 miliardi di dollari (Ellison è anche uno dei più grandi investitori in Tesla).

L’aumento record di 101 miliardi in neanche 24 ore è dovuto alla straordinaria performance delle azioni della società in Borsa che martedì e mercoledì sono volate nella stratosfera, oltre il 40% a Wall Street, grazie ai prodotti per l’intelligenza artificiale. 

A muovere tutto è l’intelligenza artificiale

La “benzina” che muove questo gigantesco motore di investimenti è l’intelligenza artificiale generativa. Secondo Morgan Stanley, tra il 2024 e il 2028 gli investimenti in chip, server e infrastrutture data center raggiungeranno i 2.900 miliardi di dollari.

Una cifra che rende evidente la trasformazione in corso: i data center sono il cuore pulsante dell’economia digitale, ma anche un nodo critico per il fabbisogno energetico nazionale.

Oracle, già alle prese con un rapporto debito/patrimonio netto del 427% (contro il 32,7% di Microsoft), dovrà probabilmente ricorrere a nuovo debito per finanziare l’acquisto di chip AI e la costruzione dei data center.

In partnership con aziende come Crusoe, sta già pianificando siti in Wyoming, Pennsylvania, Texas, Michigan e New Mexico.

La corsa all’oro digitale dei data center

Se la scommessa funzionerà, Oracle diventerà un attore imprescindibile nell’ecosistema dell’AI, affiancando Microsoft, Amazon e Google nella nuova “corsa all’oro” dei data center.

Per Altman, invece, il contratto da 300 miliardi è l’unico modo per superare la strozzatura della capacità computazionale e mantenere la leadership di OpenAI in un mercato che brucia capitale e richiede infrastrutture paragonabili a quelle energetiche di interi Stati.

Il futuro dell’intelligenza artificiale, e della stessa OpenAI, dipenderà dunque da questa alleanza titanica. Ma la domanda resta: basteranno 300 miliardi e 4,5 gigawatt per sostenere l’appetito insaziabile dell’AI?

La portata di questo accordo va ben oltre la tecnologia e la finanza. I data center si confermano nuove infrastrutture strategiche, comparabili alle basi militari, ai gasdotti o alle dorsali energetiche.

In un mondo in cui l’AI è la nuova “benzina” dell’economia, i data center equivalgono a raffinerie digitali. Chi li possiede controlla l’accesso alla risorsa più scarsa e preziosa: il calcolo (c’è un ritardo di 12-24 mesi tra la domanda di energia e la sua fornitura). Per il Governo USA, sostenere Oracle e i suoi concorrenti significa assicurarsi che questa leva resti sotto giurisdizione americana, evitando che Europa o Asia diventino troppo dipendenti da fornitori extra-Occidente.

La finanziarizzazione del “computing” e l’esplosione della domanda di energia

Il mercato ora considera la potenza di calcolo (che le aziende usano per gestire l’AI e alimentare le app e i siti web che utilizziamo ogni giorno) non solo un servizio, ma una risorsa commerciabile, scarsa e strategicamente vitale, non diversamente dal petrolio nel XX secolo o dall’oro nel XIX.

La finanziarizzazione del computing si sta sviluppando a una velocità senza precedenti. Capitali di rischio, fondi sovrani e aziende stanno investendo miliardi in cluster GPU, capacità di data center e reti di calcolo decentralizzate. I governi stanno sovvenzionando le infrastrutture, limitando le esportazioni e correndo per garantire la sovranità informatica locale.
Stati Uniti, Unione europea, Cina e tutti gli altri principali attori globali sono ormai impegnati a costruire “fortezze digitali” che consumeranno enormi flussi di energia elettrica e che richiederanno livelli di cybersecurity sempre più elevati.

Secondo un nuovo studio Rhodium Group, i data center rappresenteranno tra il 47% e il 65% della crescita della domanda di energia negli Stati Uniti entro il 2030 e tra il 44% ed il 59% entro il 2040, a seconda dello scenario modellato.

Per capirci, queste stime ci dicono che stiamo passando dall’attuale 4% al 14% della domanda totale di energia elettrica degli Stati Uniti entro il 2040.

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AI, cloud, energia e auto: von der Leyen lancia il modello “made in EU”

Per l’Europa è il momento dell’indipendenza

L’Europa è chiamata ad affrontare le grandi sfide che un presente sempre più complesso e critico ci sta ormai obbligando ad affrontare, con scelte e decisioni che non possono più essere rimandante. Il Discorso sullo Stato dell’Unione (SOTEU) tenuto dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è stato una lista di emergenze a cui dare risposta.

La guerra in Ucraina, la tragedia di Gaza (solo abbozzata nel Discorso e piena di ambiguità), la sicurezza dei nostri confini, la Difesa, le questioni sociali più impellenti, la transizione ecologica e digitale, le nuove tecnologie, l’industria e l’economia, sono stati i punti chiave del discorso di von der Leyen.

Quello che stiamo vivendo, ha sottolineato subito la Presidente della Commissione, “deve essere il momento dell’indipendenza dell’Europa”, aggiungendo: “Credo che questa sia la missione della nostra Unione. E sappiamo di poterlo fare. Perché insieme abbiamo dimostrato cosa è possibile realizzare quando abbiamo la stessa ambizione, la stessa unità e la stessa urgenza“.

Il Rapporto Draghi è ancora la stella polare per l’Ue

Ma per far questo, ha spiegato von der Leyen l’Unione deve far leva su quelle che sono le sue risorse più significative, come il mercato unico, l’economia sociale e lo stato di diritto, “ma sentiamo tutti il peso delle difficoltà economiche e geopolitiche del momento”, e sappiamo tutti benissimo ormai che “le dipendenze possono essere usate contro di noi”.

“Per questo motivo investiremo massicciamente nelle tecnologie digitali e pulite”, ha detto von der Leyen, con “ulteriori investimenti nell’ambito del futuro Fondo per la competitività e nel quadro del programma di ricerca e innovazione Orizzonte Europa, la cui dotazione di bilancio sarà raddoppiata”.

Nel discorso sullo Stato dell’Unione non è mancato il riferimento al Rapporto Draghi: “Stiamo inoltre eliminando le principali strozzature individuate che vanno dall’energia ai capitali, dagli investimenti alla semplificazione”.

L’euro digitale, ad esempio, potrebbe agevolare tanto le imprese quanto i consumatori, secondo la Presidente della Commissione.

Innovazione, fondo Scaleup e strategia “made in EU”

Per le imprese innovative, ha affermato la Presidente della Commissione, “stiamo elaborando il cosiddetto 28° regime e stiamo accelerando i lavori sull’Unione europea del risparmio e degli investimenti. Questo perché molte delle nostre startup presentano un alto potenziale in tecnologie chiave quali quella quantistica, l’intelligenza artificiale o le biotecnologie”.

In questo gioca un ruolo cruciale “la limitata disponibilità di capitale di rischio le costringe a rivolgersi a investitori stranieri”. Per questo, ha proseguito von der Leyen, “l’Europa perde così ricchezza e posti di lavoro, il che ne mina la sovranità tecnologica”.

“A tal fine – ha detto la Presidente – porremo le prime pietre angolari, come l’atto legislativo sullo sviluppo del cloud e dell’AI e lo spazio di sperimentazione per la quantistica (Quantum Sandbox)“.

A riguardo, “la Commissione collaborerà con gli investitori privati nell’ambito di un fondo Scaleup Europe, caratterizzato da una dotazione di diversi miliardi di euro. Il fondo contribuirà a realizzare ingenti investimenti in imprese giovani e in rapida crescita che operano in settori tecnologici critici”.

Mercato unico 2028, 28° regime e “Quinta libertà”

La nostra principale risorsa è il mercato unico, ha ricordato von der Leyen, “che però rimane incompiuto” e secondo le stime dell’FMI, “gli ostacoli interni al mercato unico equivalgono a tariffe del 45% sulle merci”.

Ha parlato di “una tabella di marcia per il mercato unico da qui al 2028”, che riguarderà “i capitali, i servizi, il settore energetico, le telecomunicazioni, il 28° regime e la “quinta libertà” per la circolazione della conoscenza e dell’innovazione”.

Dazi, “sono una tassa”, ma da guerra commerciale con USA conseguenze peggiori

“I dazi non sono altro che tasse“, ha detto von der Leyen.

Nonostante questo però, ha ribadito che “l’accordo garantisce una stabilità cruciale nelle nostre relazioni con gli Stati Uniti in un periodo di grave insicurezza globale“.

“Immaginate quali ripercussioni avrebbe una vera e propria guerra commerciale con gli Stati Uniti“, ha rimarcato von der Leyen, ponendo la questione della Realpolitik come inevitabile in questo momento storico.
Una posizione che von der Leyen ha ripetuto fin dal primo giorno successivo ai fragili accordi di luglio raggiunti faticosamente da Bruxelles e Washington, che non piacciono a nessuno e che questa Commissione difende strenuamente.

Possibili alternative su cui la Commissione sta lavorando sono i nuovi partenariati commerciali: “L’80% dei nostri scambi commerciali avviene con paesi diversi dagli Stati Uniti. Dobbiamo quindi sfruttare nuove opportunità”.

Von der Leyen cita gli accordi bilateriali con Messico e Mercosur, ma anche con l’India (che dovrebbe essere ultimato entro l’anno).

Certo pesa su queste dichiarazioni quanto accaduto nei giorni scorsi, con il brutto episodio che ha visto saltare la conferenza stampa della Vicepresidente esecutiva della Commissione europea e Commissaria europea per la concorrenza, Teresa Ribera, sulla multa a Google, su decisione proprio della Presidente von der Leyen.

Istituire un’AI europea

Il punto chiave di tutto il Discorso è sempre l’indipendenza e il made in EU: “tutte queste iniziative sosterranno anche gli investimenti nelle tecnologie che alimentano la nostra economia, come quelle pulite e digitali”.

“Penso all’intelligenza artificiale. Per assicurare la nostra indipendenza futura è essenziale istituire un’IA europea, che contribuirà a potenziare le nostre industrie e le nostre società, dall’assistenza sanitaria alla difesa”, ha spiegato von der Leyen.

A tal fine, la Commissione è intenzionata a proporre alcune soluzioni, tra cui: l’atto legislativo sullo sviluppo del cloud e dell’IA e lo spazio di sperimentazione per la quantistica (Quantum Sandbox).

“Stiamo investendo massicciamente nelle gigafabbriche di IA europee, che sostengono le nostre startup innovative nello sviluppo, nell’addestramento e nella diffusione dei loro modelli di IA di prossima generazione”, ha detto von der Leyen.

Sempre nella giornata di oggi, la Presidente della Commissione ha incontrato gli amministratori delegati di alcune fra le maggiori imprese e associazioni di settore europee (European tech champions), che hanno firmato “una dichiarazione sull’IA e le tecnologie europee, segno del loro impegno a investire nella sovranità tecnologica dell’Europa”.

Anche su questa voce pesa l’accordo con gli USA di luglio, perchè impone a Bruxelles l’acquisto di chip (fondamentali per l’AI e il cloud ad esempio) per 40 miliardi di euro, il che va a limitare l’autonomia della nostra industria e del made in EU, favorendo le Big Tech.

Tecnologie pulite e mercati guida per il made in Europe

Un approccio che secondo von der Leyen sarà adottato anche per le tecnologie pulite, l’acciaio e le batterie: “Il settore europeo delle tecnologie pulite deve restare in Europa – e dobbiamo agire con urgenza. Con il patto per l’industria pulita abbiano individuato i principali ostacoli che impastoiano questi settori.

Ha sottolineato la necessità per gli investitori della certezza “che, quando investono, potranno contare sulla domanda di prodotti puliti europei”.

Per fare questo servono i “mercati guida”. Sul versante dell’offerta, “vareremo un pacchetto di sostegno per le batterie (Battery Booster)”, che “metterà a disposizione 1,8 miliardi di euro di equity per potenziare la produzione in Europa. Le batterie sono essenziali per altre tecnologie pulite, in particolare i veicoli elettrici”.

Sul versante della domanda, ha aggiunto von der Leyen, “dobbiamo stimolare con urgenza la domanda di leadership industriale europea nelle tecnologie pulite. In quest’ottica introdurremo negli appalti pubblici un criterio relativo al “made in Europe“.

Un percorso virtuoso, ma perché sia perseguibile “dobbiamo assicurarci che la nostra industria possa procurarsi i materiali qui in Europa. E l’unica soluzione è creare un’economia davvero circolare” e tra le proposte avanzate ha parlato di “un atto su un acceleratore industriale per i settori e le tecnologie chiave strategici”.

Autostrade energetiche e indipendenza

Altro punto cruciale del Discorso è quello legato al settore energetico. L’energia in Europa costa troppo e soprattutto scontiamo la nostra dipendenza da fornitori esteri: “Sappiamo anche che cosa fa scendere i prezzi: l’energia pulita prodotta localmente. Dobbiamo produrre più energia da fonti rinnovabili interne, affidandoci al nucleare per il carico di base. Ma dobbiamo anche investire con urgenza nelle infrastrutture e negli interconnettori e provvedere alla loro modernizzazione”.

C’è da capire come l’Ue riuscirà a rafforzare la sua indipendenza energetica tenendo conto dei 750 miliardi di euro di acquisti proprio nel settore energetico da fornitori americani in combustibili fossili, principalmente petrolio greggio e gas naturale liquefatto (LNG). Una zavorra per ogni ambizione di sovranità energetica. Se da un lato ci si libera dalla Russia, dall’altro ci si lega ad un’altra dipendenza estera.

A tal fine, von der Leyen ha proposto “un nuovo pacchetto sulle reti per rinforzare l’infrastruttura di rete e accelerare l’iter autorizzativo. In aggiunta al pacchetto, oggi ho il piacere di annunciare una nuova iniziativa sulle autostrade energetiche. Abbiamo individuato otto punti critici di congestione nelle nostre infrastrutture energetiche, dallo stretto di Øresund al canale di Sicilia. Li sbloccheremo tutti”.

Parallelamente, l’Europa deve continuare a decarbonizzare, ma per farlo la transizione deve premiate e incentivare industria e imprese.

“In caso contrario rischiamo di trovarci a dipendere dalle importazioni, siano esse di acciaio per i produttori di auto o di fertilizzanti per gli agricoltori. Saremmo alla mercé dei prezzi, dei volumi e della qualità che altri sono disposti e in grado di offrirci”, ha spiegato von der Leyen.

e-Car europee, piccole, sostenibili ed efficienti: “Il futuro è elettrico”

per quel che riguarda le automobili, la Commissione proporrà all’industria di collaborare a un’iniziativa su auto di piccole dimensioni a prezzi contenuti: “Sono del parere che l’Europa dovrebbe avere la sua “e-car”. “E” come ecologica: pulita, efficiente, leggera. “E” come economica: alla portata di tutti. “E” come europea: costruita in Europa, facendo affidamento su catene di approvvigionamento europee”.

Secondo la Presidente della Commissione, “non possiamo lasciare il mercato in mano alla Cina e agli altri concorrenti. Non ci sono dubbi: “il futuro è elettrico e made in EU”.

Restrizioni ai social media “per difendere i nostri figli”, l’Ue in cerca di una strada

Un Discorso che finalmente pone l’accento sul tema centrale dell’indipendenza europea in maniera più decisa, declinandolo sui settori strategici dell’AI, dell’energia, delle tecnologie di punta, sull’industria dell’auto e sulle materie prime, ma che delude riguardo le questioni sociali, come il modo in cui vogliamo trattare i migranti e le guerre in corso, in particolare la situazione drammatica in cui versa la popolazione di Gaza, che non ha ricevuto alcuna risposta efficace da parte dell’Unione all’assedio militare messo in atto da Israele e alla carestia usata come arma di sterminio.

Altri punti molto interessanti toccati dalla Presidente della Commissione, sempre lato tecnologico e dei diritti, sono i social media e gli algoritmi, strumenti che vanno regolamentati maggiormente, soprattutto per la relazione di dipendenza estrema che possono creare con i più giovani e i minori, ma anche l’indipendenza dei media per la lotta alla disinformazione.

“Dobbiamo pensare alla sicurezza dei nostri figli, non ai profitti“, ha detto von der Leyen, “i nostri amici in Australia hanno aperto la strada alle prime restrizioni dei social media. Seguo con attenzione l’attuazione di questa politica per vedere quali potrebbero essere i prossimi passi da adottare qui in Europa. Chiederò a un gruppo di esperti di fornirmi, entro la fine di quest’anno, un parere sul miglior approccio dal punto di vista europeo“.

Stop alla disinformazione, un programma per la “resilienza dei media”

Altro problema che non da oggi insidia e indebolisce le nostre società e le basi della convivenza democratica e civile in Europa (e non solo) è la disinformazione come strategia attuata da attori statali stranieri e loro proxy, cioè gruppi non statali (come milizie o organizzazioni politiche) utilizzati da questi stati per agire indirettamente.

Disinformazione che come ben sappiamo può anche provenire da fonti russe, ma che spesso viaggia su piattaforme di note Big Tech. Qui gli strumenti già esistono, basterebbe blindare la legge sui servizi digitali (DSA) e ampliarne l’applicazione, ma questo non piace a Washington.

La Commissione intende a riguardo “avviare un nuovo programma per la resilienza dei media (Media Resilience Programme), che sosterrà il giornalismo indipendente e l’alfabetizzazione mediatica” e sostenere media indipendenti e locali (che avrebbero bisogno di un mercato pubblicitario più accessibile ed equo, dove reperire risorse per sopravvivere, ma ben sappiamo quanto giganti come Google lo rendano difficile).

Riforme: non più solo “unanimità”, per alcune decisioni “maggioranza qualificata”

“È arrivato il momento di liberarci delle catene dell’unanimità“, ha detto von der Leyen, per fare in modo che l’Ue “agisca più rapidamente e sia in grado di rispondere alle attese delle cittadine e dei cittadini europei“.

Un altro passaggio storico che sicuramente avrà conseguenze sia positive, sia negative, nel percorso di unione di questa Europa che agli occhi di tutti noi appare inesorabilmente sempre più frammentata e impotente di fronte alle grandi sfide del tempo difficile che stiamo vivendo (e non si può che tornare a Gaza e certo all’Ucraina, due tragedie verso le quali per il momento Bruxelles ha risposto con l’insopportabile doppio standard “due pesi e due misure”).
Non basta richiamarsi solamente al diritto e allo Stato di diritto, che pure sono elementi fondanti la nostra Unione e la nostra società, perchè altrettanto importanti e centrali per la nostra “civiltà” sono anche i principi di solidarietà e soccorso, giustizia sociale (economica, energetica e ambientale) e uguaglianza tra le persone, questioni culturali ed etiche, ancor prima che politiche o esclusivamente normative. Tutto sancito nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

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De-consumismo: gli italiani comprano meno smartphone (-2 milioni rispetto al 2022) e preferiscono l’AI ai social

Italiani e deconsumismo: più risparmio ed esperienze di vita

Negli ultimi cinque anni il portafoglio degli italiani si è mosso pochissimo. Nel 2024 la spesa complessiva è cresciuta appena del +0,5% rispetto al 2019, segno di una prudenza che diventa ormai un tratto distintivo.

E’ quanto riportato nel nuovo Rapporto Coop 2025.

Più della metà del bilancio familiare continua a essere assorbita dalle spese obbligate: abitazione, utenze, trasporti e cibo. E anche le intenzioni di acquisto per i prossimi 12-18 mesi non sembrano discostarsi da questa traiettoria di sobrietà.

Il risparmio rimane il driver principale per il 42% degli italiani. Non si tratta più solo di cautela: a essere messa in discussione è la stessa società dei consumi. Si afferma un nuovo modello, che molti osservatori definiscono “deconsumismo”: non più il piacere del possesso, ma la ricerca di valore nelle esperienze.

Cresce la propensione ad acquistare solo il necessario, a rivolgersi al second hand, a riparare invece che sostituire.

Tecnologia utile, non status symbol: crollo degli smartphone

Nonostante la sobrietà, il mercato tecnologico resta vitale: negli ultimi 12 mesi gli italiani hanno speso 16,5 miliardi di euro in prodotti tech, con un incremento dell’+1,2% su base annua. Ma cambia la logica di acquisto: non più l’oggetto come status symbol, bensì la sua utilità concreta.

Tra i bestseller compaiono dispositivi per la cura dentale e una vasta gamma di elettrodomestici, dalle friggitrici ad aria alle macchine da caffè, fino agli aspirapolvere intelligenti.

In forte contrazione invece l’elettronica di consumo tradizionale: nel 2023 gli acquisti di smartphone sono calati di 2 milioni di unità rispetto al 2022.

AI più vicina alla vita quotidiana che al lavoro

La stessa logica utilitaristica guida il rapporto con l’intelligenza artificiale (AI). Già oggi il 49% degli italiani la utilizza nella dimensione privata, contro il 23% che la impiega in ambito lavorativo.

Cresce la confidenza, tanto che l’AI inizia a competere con i social media come strumento di uso quotidiano.

Guardando al futuro, quasi la metà degli italiani (45%) vorrebbe affidarle le pulizie domestiche, un quarto (25%) l’assistenza agli anziani, il 24% la guida dei veicoli e la preparazione dei pasti. Un ibrido tra “amica del cuore”, maggiordomo e badante.

Dalla fiducia all’inquietudine

Parallelamente muta lo stato d’animo collettivo. Rispetto al 2022, i sentimenti negativi sono in forte crescita: il timore passa dal 20% al 39%, l’inquietudine dal 24% al 37%, l’allerta dal 16% al 25%. Crollano invece la serenità (dal 34% al 24%) e la fiducia (dal 27% al 24%).

A pesare non sono solo le difficoltà economiche, ma soprattutto l’ombra della guerra: una famiglia su due inizia ad accettare l’idea concreta di un conflitto armato.

Pace e diritti sopra l’ambiente

Questo clima si riflette anche nelle priorità di sostenibilità: il 64% degli italiani chiede pace e diritti civili come obiettivo primario, il 55% sottolinea la necessità di contrastare fame, povertà e violenze di genere. Seguono la riduzione delle disuguaglianze (62%) e il lavoro dignitoso per tutti, mentre i temi ambientali e il cambiamento climatico scivolano più in basso nelle priorità.

L’Italia del 2024 appare più cauta, meno legata al consumo compulsivo e più incline a scelte di vita sobrie e funzionali. È un Paese che risparmia, che compra ciò che serve, che usa l’AI come alleata quotidiana e che guarda con crescente inquietudine al futuro. Un Paese dove l’idea stessa di benessere si sposta dal possesso all’esperienza e dalla crescita materiale alla ricerca di sicurezza.

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