Anitec-Assinform, appello alla Virkkunen: Urgente rinviare l’applicazione dell’Ai Act

In occasione della visita in Italia della Vicepresidente Esecutiva della Commissione Europea per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia, Henna Virkkunen, Anitec-Assinform – l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese italiane dell’Information Technology – ha lanciato oggi un appello per lo stop the clock all’AI Act, il rinvio dell’applicazione del nuovo regolamento europeo sull’intelligenza artificiale.

Settore italiano del digitale

Il settore digitale italiano rappresenta un pilastro dell’economia nazionale, con un valore di mercato complessivo di quasi 82 miliardi di euro e circa 700.000 addetti. All’interno di questo ecosistema, il mercato dell’intelligenza artificiale ha segnato una crescita particolarmente rilevante, raggiungendo nel 2024 i 935,1 milioni di euro, con un aumento del 38,7% rispetto al 2023 (fonte: “Il Digitale in Italia 2025” – Anitec-Assinform e NetConsulting cube). Un ritmo di crescita di gran lunga superiore a quello del PIL nazionale.

Questo slancio si confronta oggi con una crescente complessità normativa, che rischia di rallentare innovazione e investimenti, soprattutto per le PMI. Anitec-Assinform segnala la criticità dell’entrata in vigore dell’AI Act senza che le imprese possano essersi adeguate agli standard tecnici, attesi – secondo CEN-CENELEC – non prima dei primi mesi del 2026.

Massimo Dal Checco, Presidente di Anitec-Assinform, sottolinea: –  “L’intelligenza artificiale sta già trasformando il modo in cui le imprese lavorano e competono. In questa fase è fondamentale garantire alle aziende un quadro normativo stabile e comprensibile, soprattutto per le PMI. L’AI Act è un passo importante,  ma i nuovi profili di compliance che prevede sono senza precedenti, e le imprese hanno bisogno di più tempo per adottarli efficacemente. Chiediamo che l’applicabilità degli obblighi previsti dal Regolamento sia rinviata di due anni: senza questa gradualità, rischiamo di frenare la competitività europea proprio in una fase di grande sviluppo per l’IA.”

Con questo appello, Anitec-Assinform rinnova la propria disponibilità al dialogo con le istituzioni europee, per promuovere una normativa più chiara, proporzionata e concretamente applicabile, in grado di sostenere la crescita dell’ecosistema digitale italiano ed europeo.

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Agenda 2030 e AI: ad Amburgo firmata la prima Dichiarazione globale

L’AI, se sviluppata e utilizzata responsabilmente, può contribuire allo sviluppo sostenibile e portare benefici per la società, l’economia e il pianeta. Tuttavia, senza regole condivise, potrebbe rafforzare le disuguaglianze e arrecare danni. Insomma, siamo di fronte a un bivio. È con questa consapevolezza che oltre 40 attori, tra governi, organizzazioni internazionali, istituzioni accademiche, società civile e settore privato, hanno sottoscritto la “Hamburg declaration on responsible artificial intelligence for the Sustainable Development Goals”, la prima dichiarazione globale focalizzata esplicitamente sul ruolo dell’intelligenza artificiale per gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.

Un segnale politico importante

Il documento è stato firmato il 2 giugno 2025, durante la “Hamburg sustainability conference 2025”, promossa dal Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), il Governo federale tedesco, la Michael Otto Foundation e la Città di Amburgo. Un momento storico, un passaggio dall’entusiasmo e dai timori legati all’intelligenza artificiale a una visione concreta su come possa contribuire a un futuro equo e sostenibile. In un contesto di tensioni internazionali, salvaguardia degli interessi nazionali e corsa allo sviluppo tecnologico, la Dichiarazione lancia un messaggio importante: una parte della comunità internazionale è pronta a cooperare affinché l’AI possa accelerare l’azione per lo sviluppo sostenibile. 

I cinque pilastri della Dichiarazione

Come l’Agenda 2030, anche la Dichiarazione si fonda sui seguenti cinque pilastri:

  • Persone: i sistemi di AI devono essere sviluppati coinvolgendo i gruppi marginalizzati, come le donne, i bambini, le popolazioni indigene e le persone con disabilità, affinché possano rispettare, tutelare e promuovere i diritti umani;
  • Pianeta: l’utilizzo dell’AI deve essere allineato agli obiettivi climatici globali, riducendo il consumo di energia e l’impatto ambientale del suo ciclo di vita;
  • Prosperità: l’AI deve essere una leva per la crescita economica inclusiva. Occorre quindi prevedere investimenti nelle infrastrutture digitali e assicurare percorsi di formazione e upskilling per i cittadini e i lavoratori;
  • Pace: l’AI non deve essere utilizzata come strumento di diffusione di campagne di disinformazione. Deve, invece, essere un mezzo per rilanciare la cooperazione, la fiducia e la coesione sociale;
  • Partnership: i sistemi di AI e i dataset dovrebbero essere trattati come beni pubblici digitali globali per accelerare l’innovazione in alcune aree critiche, come il contrasto al cambiamento climatico e la salute. Gli stakeholder, inoltre, dovrebbero promuovere la cooperazione scientifica e la condivisione di conoscenza.

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ChatGPT’s new AI agent can browse the web and create PowerPoint slideshows

On Thursday, OpenAI launched ChatGPT Agent, a new feature that lets the company’s AI assistant complete multi-step tasks by controlling its own web browser. The update merges capabilities from OpenAI’s earlier Operator tool and the Deep Research feature, allowing ChatGPT to navigate websites, run code, and create documents while users maintain control over the process.

The feature marks OpenAI’s latest entry into what the tech industry calls “agentic AI“—systems that can take autonomous multi-step actions on behalf of the user. OpenAI says users can ask Agent to handle requests like assembling and purchasing a clothing outfit for a particular occasion, creating PowerPoint slide decks, planning meals, or updating financial spreadsheets with new data.

The system uses a combination of web browsers, terminal access, and API connections to complete these tasks, including “ChatGPT Connectors” that integrate with apps like Gmail and GitHub.

While using Agent, users watch a window inside the ChatGPT interface that shows all of the AI’s actions taking place inside its own private sandbox. This sandbox features its own virtual operating system and web browser with access to the real Internet; it does not control your personal device. “ChatGPT carries out these tasks using its own virtual computer,” OpenAI writes, “fluidly shifting between reasoning and action to handle complex workflows from start to finish, all based on your instructions.”

A still image from an OpenAI ChatGPT Agent promotional demo video showing the AI agent searching for flights.
A still image from an OpenAI ChatGPT Agent promotional demo video showing the AI agent searching for flights. Credit: OpenAI

Like Operator before it, the agent feature requires user permission before taking certain actions with real-world consequences, such as making purchases. Users can interrupt tasks at any point, take control of the browser, or stop operations entirely. The system also includes a “Watch Mode” for tasks like sending emails that require active user oversight.

Since Agent surpasses Operator in capability, OpenAI says the company’s earlier Operator preview site will remain functional for a few more weeks before being shut down.

Performance claims

OpenAI’s claims are one thing, but how well the company’s new AI agent will actually complete multi-step tasks will vary wildly depending on the situation. That’s because the AI model isn’t a complete form of problem-solving intelligence, but rather a complex master imitator. It has some flexibility in piecing a scenario together but also many blind spots. OpenAI trained the agent (and its constituent components) using examples of computer usage and tool usage; whatever falls outside of the examples absorbed from training data will likely still prove difficult to accomplish.

https://arstechnica.com/information-technology/2025/07/chatgpts-new-ai-agent-can-browse-the-web-and-create-powerpoint-slideshows/




Fastweb+Vodafone incassa certificazione ISO 42001 per il sistema di gestione dell’AI

Fastweb+Vodafone annuncia di aver ottenuto da Bureau Veritas la certificazione ISO/IEC 42001, standard internazionale dedicato al sistema di gestione dell’Intelligenza Artificiale, confermando il proprio impegno nel garantire lo sviluppo, l’implementazione e l’utilizzo dell’AI in modo affidabile, trasparente e sicuro.

Fastweb+Vodafone è tra le prime aziende in Europa ad aver ottenuto la certificazione ISO/IEC 42001 da Bureau Veritas – ente internazionale nei servizi di ispezione, certificazione e controllo – consolidando il proprio ruolo di pioniere nella realizzazione di un modello di governance dell’AI e di una Suite di prodotti di AI conformi alle norme e alle best practice internazionali.

FastwebMIIA

Inoltre, a valle della recente pubblicazione da parte della Commissione Europea del Codice di Condotta per la gestione della sicurezza, trasparenza e rispetto del copyright dei modelli di AI per finalità generali, FastwebMIIA si riafferma come pienamente conforme – con ben due anni di anticipo rispetto alle deadline fissate per i modelli di AI già immessi nel mercato – alle prescrizioni dell’AI Act.  Il Codice di Condotta ha, infatti, l’obiettivo di chiarire l’ambito di applicazione delle regole stabilite dall’AI Act per i fornitori di modelli di AI, fornendo dettagli su come conformarsi e su come la Commissione Europea applicherà il regolamento.

Il perimetro della certificazione ISO/IEC 42001 ottenuta da Fastweb+Vodafone include tutte le attività relative al ciclo di vita dell’AI, dalla progettazione allo sviluppo, dalla validazione all’implementazione, dall’addestramento alla messa in produzione, al successivo monitoraggio di sistemi e modelli di intelligenza artificiale, inclusa la realizzazione e l’uso del modello proprietario FastwebMIIA, destinati a processi interni e ai clienti, aziende e Pubblica Amministrazione. Un riconoscimento che evidenzia che la società si è dotata di un adeguato e strutturato sistema di governance e compliance dello sviluppo di sistemi e modelli di AI, tra i più avanzati in Europa, e che, grazie ad un approccio sistemico, consente di identificare tempestivamente i rischi e definire le misure di sicurezza più opportune per mitigarli.

Renna: ‘Nostro impegno per uso affidabile e conforme dell’AI’

“L’ottenimento di questa certificazione è un ulteriore tassello del nostro percorso verso la realizzazione di un ecosistema tecnologico che unisce sicurezza, trasparenza e pieno controllo dei dati – dichiara Walter Renna, CEO Fastweb+Vodafone– e rafforza il nostro impegno nel garantire un utilizzo dell’AI che sia non solo performante, ma anche governato da processi affidabili, conformi by design e in anticipo ai più alti standard internazionali definiti dalla Commissione Europea. Sviluppare sistemi di AI in un ambito di regole non è solo possibile, ma può diventare una leva strategica per incentivare soluzioni tecnologiche indipendenti e aumentare la fiducia e l’adozione da parte di aziende e pubbliche amministrazioni”.

Il processo di certificazione condotto da Bureau Veritas nei mesi scorsi si è svolto attraverso una valutazione dei processi adottati da Fastweb+Vodafone per lo sviluppo, l’implementazione e la messa in servizio di soluzioni di intelligenza artificiale erogate ai clienti B2B e adottate internamente.

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Permit for xAI’s data center blatantly violates Clean Air Act, NAACP says

In an SELC press release, LaTricea Adams, CEO and President of Young, Gifted and Green, called the SCHD’s decisions on xAI’s permit “reckless.”

“As a Black woman born and raised in Memphis, I know firsthand how industry harms Black communities while those in power cower away from justice,” Adams said. “The Shelby County Health Department needs to do their job to protect the health of ALL Memphians, especially those in frontline communities… that are burdened with a history of environmental racism, legacy pollution, and redlining.”

Groups also suspect xAI is stockpiling dozens of gas turbines to potentially power a second facility nearby—which could lead to over 90 turbines in operation. To get that facility up and running, Musk claimed that he will be “copying and pasting” the process for launching the first data center, SELC’s press release said.

Groups appealing have asked the board to revoke xAI’s permits and declare that xAI’s turbines do not qualify for exemptions from the Clean Air Act or other laws and that all permits for gas turbines must meet strict EPA standards. If successful, groups could force xAI to redo the permitting process “pursuant to the major source requirements of the Clean Air Act” and local law. At the very least, they’ve asked the board to remand the permit to the health department to “reconsider its determinations.”

Unless the pollution control board intervenes, Memphians worry xAI’s “unlawful conduct risks being repeated and evading review,” with any turbines removed easily brought back with “no notice” to residents if xAI’s exemptions remain in place.

“Nothing is stopping xAI from installing additional unpermitted turbines at any time to meet its widely-publicized demand for additional power,” the appeal said.

NAACP’s director of environmental justice, Abre’ Conner, confirmed in the SELC’s press release that his group and community members “have repeatedly shared concerns that xAI is causing a significant increase in the pollution of the air Memphians breathe.”

“The health department should focus on people’s health—not on maximizing corporate gain,” Conner said.

https://arstechnica.com/tech-policy/2025/07/permit-for-xais-data-center-blatantly-violates-clean-air-act-naacp-says/




Data center, boom da 37 miliardi. L’Italia si candida a hub dell’AI nel Mediterraneo. Ma a quale costo?

L’Italia inizia ad avere i numeri per candidarsi a diventare hub del Mediterraneo per l’Intelligenza Artificiale. A confermarlo è l’ultimo report realizzato dal Rina Prime value service in collaborazione con il Centro Europa Ricerche. Negli ultimi anni, il Belpaese ha, infatti, abbracciato con forza la rivoluzione digitale, posizionandosi sempre più come snodo strategico per l’infrastruttura tecnologica europea. È dunque in questo contesto che il settore dei data center, un tempo dominio quasi esclusivo di giganti come Londra, Francoforte e Amsterdam, trova oggi molto spazio sul territorio nostrano. 

L’Italia punta al ruolo di hub AI del Mediterraneo

Il fabbisogno energetico crescente a supporto di tecnologie emergenti come cloud computing, AI, IoT e 5G, ha intensificato l’espansione nello Stivale di questi cuori pulsanti della tecnologia moderna, sebbene non siano poche le sfide che i players di settore devono affrontare.Tra tutte quella energetica. 

La fotografia offerta dal Report è quella di un Paese in piena corsa verso la leadership digitale del Mediterraneo, ma non senza ostacoli. Milano si afferma come hub di livello europeo, Roma scala le classifiche come polo emergente e il Sud Italia entra finalmente in gioco come snodo strategico intercontinentale.

Una crescita che corre a 513 MW IT

Nel 2025, l’Italia ha segnato un incremento del 17% nella capacità installata di data center, raggiungendo i 513 MW IT. Un ritmo di crescita che ha permesso al nostro Paese di superare Madrid e Varsavia, consolidando il suo ruolo di mercato emergente Tier-1 nel panorama europeo.

Il motore principale? La domanda esplosiva di potenza computazionale, trainata dall’adozione massiccia di cloud computing, intelligenza artificiale, 5G e IoT. In parallelo, l’arrivo di nuovi cavi sottomarini, come BlueMed, 2Africa, SeaMed e Quantum Cable, sta trasformando le coste italiane nei nuovi porti digitali del continente.

Milano regina dei data center italiani

Con 238 MW IT installati nel 2024 (e l’obiettivo di superare i 300 MW entro il 2026), Milano è ormai il cuore pulsante dell’infrastruttura digitale nazionale. La presenza del MIX, il più grande punto di interscambio Internet italiano, unita a una solida rete in fibra ottica e a progetti colossali da parte di AWS, Microsoft e Google, conferma il capoluogo lombardo come hub per il sud Europa.

Tra i progetti più innovativi, spicca quello di Retelit, che punta al recupero di calore dal data center Avalon 3 per alimentare la rete di teleriscaldamento. Un segnale importante verso l’efficienza energetica e la sostenibilità ambientale. Tra le operazioni recenti a Milano, va inoltre segnalata la vendita di un terreno di oltre 70.000 m² destinato allo sviluppo di data center.

Roma e il Sud Italia, le nuove frontiere digitali

Roma si sta rapidamente trasformando in un secondo polo infrastrutturale, grazie a investimenti come quello di Telecom Italia (130 milioni di euro per un data center da 25 MW IT) e al nuovo Hyper Cloud Data Center di Aruba nel Tecnopolo Tiburtino (30 MW IT a regime). Sempre nella Capitale, Mediterra DataCenters ha acquisito il data center Cloud Europe nel Tecnopolo Tiburtino, prevedendo un investimento fino a 80 milioni di euro per espandere e aggiornare la struttura.

Oltre a Milano e Roma, altre città e regioni italiane stanno attirando investimenti e sono considerate importanti per lo sviluppo futuro dei data center, tra cui Torino, Bologna, Trento, Verona.

Anche Genova è destinata a diventare uno snodo secondario, simile a Marsiglia, grazie a nuove reti transcontinentali. Ma la vera sorpresa arriva dal Sud Italia, con regioni come Sicilia e Puglia pronte a diventare gateway digitali tra Europa, Africa e Asia. 

In particolare, Palermo, Bari e Napoli, sedi di approdi per i più moderni cavi sottomarini, stanno attirando l’interesse di investitori nazionali e internazionali. I costi di suolo e manodopera inferiori e i nuovi incentivi statali fanno del Sud una nuova frontiera dell’hyperscale.

Investimenti da record, oltre 37 miliardi annunciati

Secondo quanto riportato dagli analisti, nel 2024, sono stati annunciati oltre 37 miliardi di euro in nuovi investimenti nel settore, con 10,1 miliardi già destinati al biennio 2025–2026. Attori globali come Microsoft (4,3 miliardi), AWS (1,2 miliardi) e Data4 (2 miliardi) stanno guidando questa corsa, mentre un colosso internazionale non meglio identificato ha promesso 30 miliardi di euro per nuovi data center in Italia.

Si stima che questi investimenti porteranno:

  • +800 milioni di euro al PIL
  • Fino a 5.500 nuovi posti di lavoro, tra costruzione, manutenzione e telecomunicazioni

Gli investitori istituzionali a livello globale, come Digital Realty, Blackstone e Compass Datacenters, stanno contribuendo all’espansione, con Blackstone che ha annunciato un investimento di 7,5 miliardi di euro per data center in Spagna, indicando una tendenza di interesse in Europa.

Gli investimenti si orientano verso diverse tipologie, tra cui la conversione di immobili industriali dismessi in data center e la creazione di joint venture e partnership tra operatori tecnologici e investitori immobiliari. Questi approcci consentono di sfruttare edifici esistenti, riducendo i tempi di sviluppo e i costi.

Il mercato della collocation in Italia

Nel 2024, il mercato italiano della colocation, ossia la fornitura, tramite vendita o affitto, di spazi e infrastrutture necessari per ospitare i server e i dati delle organizzazioni all’interno di data center di terze parti,  ha raggiunto un valore di 765 milioni di euro, registrando una crescita significativa del 17% rispetto ai 654 milioni di euro del 2023. Questo incremento riflette una crescente domanda di infrastrutture affidabili per la gestione dei dati nel paese. Infatti, le aziende che optano per questo modello beneficiano di ambienti sicuri, connessi e dotati di alimentazione elettrica e sistemi di raffreddamento adeguati, pur mantenendo la proprietà delle proprie apparecchiature IT.

Il mercato della colocation in Italia si suddivide principalmente in tre segmenti:

• Colocation retail: Offre porzioni limitate di spazio all’interno dei data center, tipicamente destinate a piccole realtà della filiera digitale attive sul territorio.

• Colocation wholesale: Fornisce intere sale dati a supporto di grandi attori della filiera digitale e/o grandi realtà italiane.

• Colocation building hyperscale: In questo caso, i cloud provider prendono in affitto interi edifici per posizionare la propria offerta nel mercato italiano.

Nel 2024, il segmento wholesale detiene la quota maggiore del mercato italiano della colocation, rappresentando il 58% con un valore di 444 milioni di euro. La componente retail segue con il 23%. Nonostante il segmento building hyperscale rappresenti attualmente solo il 19%, si prevede una sua crescita significativa nei prossimi anni, con la possibilità che il mercato della colocation in questo segmento possa più che raddoppiare entro il 2026, spinto dai piani di sviluppo dei cloud provider sul territorio.

Il confronto con i mercati europei

Analizzando, poi, la distribuzione della colocation nei mercati europei, si osservano differenze tra gli hub consolidati (FLAP-D) e i mercati emergenti. Mentre Londra e Francoforte mostrano una forte componente wholesale e una significativa presenza retail, con una quota minore di hyperscale, Dublino è fortemente sbilanciata sul modello hyperscale (60%). Nei mercati emergenti, si nota una progressiva convergenza verso i modelli dei FLAP-D, ma con eterogeneità. Milano, in particolare, mostra una chiara prevalenza della componente wholesale (50%) e si distingue anche per una quota significativa di hyperscale (25%), a differenza di altre città emergenti come Varsavia o Lisbona, dove domina la colocation retail.

Ma a quale costo?

I costi di locazione nello spazio colocation variano in base a diversi fattori, tra cui localizzazione, capacità IT, durata del contratto e servizi inclusi (energia, raffreddamento, manutenzione, sicurezza).

Indicativamente, per data center di livello Tier III o superiore, il costo per metro quadro può variare tra 200 e 400 euro all’anno, mentre un rack standard (42U) può costare 6.000-12.000 euro all’anno. Il prezzo medio per rack in colocation, escluse le spese energetiche, varia da 400 a 1.000 euro al mese. È importante sottolineare che l’energia può rappresentare fino al 50-70% del costo totale della colocation.

Sostenibilità e burocrazia

È indubbio che in Italia il settore sia in forte crescita, con una composizione del mercato che si sta allineando ai modelli più maturi, ed il segmento hyperscale destinato a un’espansione significativa nei prossimi anni.

Tuttavia, non vanno sottovalutate alcune sfide, come i costi energetici elevati (133,5 €/MWh in Italia nei primi quattro mesi del 2025, molto più alti rispetto a Spagna, Francia e Germania), la complessità burocratica e le lunghe tempistiche per i permessi di costruzione, e la disponibilità limitata di potenza elettrica in alcune aree metropolitane. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e l’iniziativa “Italia Digitale 2026” mirano a superare questi limiti, ma sarà necessaria una forte sinergia pubblico-privato per accelerare la transizione.

Uno sguardo all’Europa

Nel confronto europeo, l’Italia è ancora lontana dai colossi, ma Milano è già davanti a Madrid, Stoccolma e Varsavia, con un potenziale di espansione molto più ampio grazie alla sua posizione geografica e alla nuova rete di cavi digitali.

• Londra (Regno Unito):

    ◦ Potenza installata 2024: 1.141 MW IT.

    ◦ Posizione: Storicamente il mercato più grande in Europa per la colocation, nonostante l’incertezza post-Brexit. Insieme a Francoforte, concentrava circa 1.000 MW ciascuna nel 2023 per capacità colocation installata.

    ◦ Distribuzione Colocation: 50% wholesale, 30% retail, 20% building hyperscale.

• Francoforte (Germania):

    ◦ Potenza installata 2024: 713 MW IT.

    ◦ Posizione: Principale nodo di interconnessione per la Germania e l’Europa centrale, sede di DE-CIX, uno degli Internet Exchange Point più grandi al mondo.

    ◦ Distribuzione Colocation: 45% wholesale, 25% retail, 30% building hyperscale.

• Amsterdam (Paesi Bassi):

    ◦ Potenza installata 2024: 761 MW IT.

    ◦ Posizione: Piattaforma strategica per l’accesso ai mercati del Nord Europa e ai cavi sottomarini transatlantici.

    ◦ Distribuzione Colocation: Maggiore incidenza del modello retail (35%), 45% wholesale, 20% building hyperscale.

• Parigi (Francia):

    ◦ Potenza installata 2024: 526 MW IT.

    ◦ Posizione: In forte espansione, grazie a politiche nazionali di digitalizzazione e al ruolo di hub per l’Europa sud-occidentale.

    ◦ Distribuzione Colocation: Maggiore incidenza del modello retail (40%), 40% wholesale, 20% building hyperscale.

• Dublino (Irlanda):

    ◦ Potenza installata 2024: 1.116 MW IT.

    ◦ Posizione: Polo attrattivo per i giganti del cloud (Microsoft, Amazon, Google), grazie a un regime fiscale favorevole e alla posizione geografica strategica per i cavi transatlantici.

    ◦ Distribuzione Colocation: Fortemente sbilanciata sul modello hyperscale (60%), 30% wholesale, 10% retail.

Prospettive

Secondo i dati riportati, l’Italia ha quindi l’opportunità concreta di trasformarsi da fanalino di coda digitale a protagonista della nuova economia dei dati. Il treno è partito. La sfida ora è accorciare il divario con i big player europei, ma anche e soprattutto investire in energia pulita, semplificando la burocrazia.

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Study finds AI tools made open source software developers 19 percent slower

Time saved on things like active coding was overwhelmed by the time needed to prompt, wait on, and review AI outputs in the study.

Time saved on things like active coding was overwhelmed by the time needed to prompt, wait on, and review AI outputs in the study. Credit: METR

On the surface, METR’s results seem to contradict other benchmarks and experiments that demonstrate increases in coding efficiency when AI tools are used. But those often also measure productivity in terms of total lines of code or the number of discrete tasks/code commits/pull requests completed, all of which can be poor proxies for actual coding efficiency.

Many of the existing coding benchmarks also focus on synthetic, algorithmically scorable tasks created specifically for the benchmark test, making it hard to compare those results to those focused on work with pre-existing, real-world code bases. Along those lines, the developers in METR’s study reported in surveys that the overall complexity of the repos they work with (which average 10 years of age and over 1 million lines of code) limited how helpful the AI could be. The AI wasn’t able to utilize “important tacit knowledge or context” about the codebase, the researchers note, while the “high developer familiarity with [the] repositories” aided their very human coding efficiency in these tasks.

These factors lead the researchers to conclude that current AI coding tools may be particularly ill-suited to “settings with very high quality standards, or with many implicit requirements (e.g., relating to documentation, testing coverage, or linting/formatting) that take humans substantial time to learn.” While those factors may not apply in “many realistic, economically relevant settings” involving simpler code bases, they could limit the impact of AI tools in this study and similar real-world situations.

And even for complex coding projects like the ones studied, the researchers are also optimistic that further refinement of AI tools could lead to future efficiency gains for programmers. Systems that have better reliability, lower latency, or more relevant outputs (via techniques such as prompt scaffolding or fine-tuning) “could speed up developers in our setting,” the researchers write. Already, they say there is “preliminary evidence” that the recent release of Claude 3.7 “can often correctly implement the core functionality of issues on several repositories that are included in our study.”

For now, however, METR’s study provides some strong evidence that AI’s much-vaunted usefulness for coding tasks may have significant limitations in certain complex, real-world coding scenarios.

https://arstechnica.com/ai/2025/07/study-finds-ai-tools-made-open-source-software-developers-19-percent-slower/




New Grok AI model surprises experts by checking Elon Musk’s views before answering

Seeking the system prompt

Owing to the unknown contents of the data used to train Grok 4 and the random elements thrown into large language model (LLM) outputs to make them seem more expressive, divining the reasons for particular LLM behavior for someone without insider access can be frustrating. But we can use what we know about how LLMs work to guide a better answer. xAI did not respond to a request for comment before publication.

To generate text, every AI chatbot processes an input called a “prompt” and produces a plausible output based on that prompt. This is the core function of every LLM. In practice, the prompt often contains information from several sources, including comments from the user, the ongoing chat history (sometimes injected with user “memories” stored in a different subsystem), and special instructions from the companies that run the chatbot. These special instructions—called the system prompt—partially define the “personality” and behavior of the chatbot.

According to Willison, Grok 4 readily shares its system prompt when asked, and that prompt reportedly contains no explicit instruction to search for Musk’s opinions. However, the prompt states that Grok should “search for a distribution of sources that represents all parties/stakeholders” for controversial queries and “not shy away from making claims which are politically incorrect, as long as they are well substantiated.”

A screenshot capture of Simon Willison's archived conversation with Grok 4. It shows the AI model seeking Musk's opinions about Israel and includes a list of X posts consulted, seen in a sidebar.

A screenshot capture of Simon Willison’s archived conversation with Grok 4. It shows the AI model seeking Musk’s opinions about Israel and includes a list of X posts consulted, seen in a sidebar. Credit: Benj Edwards

Ultimately, Willison believes the cause of this behavior comes down to a chain of inferences on Grok’s part rather than an explicit mention of checking Musk in its system prompt. “My best guess is that Grok ‘knows’ that it is ‘Grok 4 built by xAI,’ and it knows that Elon Musk owns xAI, so in circumstances where it’s asked for an opinion, the reasoning process often decides to see what Elon thinks,” he said.

Without official word from xAI, we’re left with a best guess. However, regardless of the reason, this kind of unreliable, inscrutable behavior makes many chatbots poorly suited for assisting with tasks where reliability or accuracy are important.

https://arstechnica.com/information-technology/2025/07/new-grok-ai-model-surprises-experts-by-checking-elon-musks-views-before-answering/




Perché la cybersecurity italiana fatica ad essere realmente sovrana, l’UE e l’Italia: una cyber colonia tra dipendenze geopolitiche ed interessi esterni

L’Italia ha una sovranità limitata e segnata da legami asimmetrici con gli Stati Uniti. A partire dal secondo dopoguerra, il piano Marshall, sebbene presentato come aiuto economico, fu oltremodo uno strumento strategico per rafforzare l’influenza americana in Europa. In questo contesto, l’Italia divenne un perno occidentale nel Mediterraneo per contenere l’URSS. Le elezioni del 1948 rappresentarono un momento cruciale: il forte intervento statunitense evitò la vittoria del PCI, consolidando l’allineamento dell’Italia agli interessi USA. Con l’ingresso nella NATO nel 1949, Roma perse parte della propria autonomia militare. La presenza di basi americane e la partecipazione alle strategie atlantiche hanno ulteriormente subordinato le scelte italiane alla sicurezza statunitense, fino al dominio cyber odierno.

Questo schema di dipendenza è oggi evidente anche nel campo della cybersicurezza, dove le infrastrutture critiche italiane sono fortemente basate su tecnologie statunitensi e dove la condivisione di informazioni con Washington avviene secondo una logica marcatamente asimmetrica. Gli Stati Uniti, pur fornendo supporto e strumenti di difesa, mantengono una posizione di chiaro predominio, definendo i margini operativi entro cui i partner europei possono muoversi.

Cybersecurity italiana: dipendenza tecnologica da USA, UK e Israele

In nome della “sicurezza” e della cooperazione internazionale, l’Italia ha progressivamente ceduto porzioni significative della propria autonomia strategica, affidandosi in misura crescente non solo agli Stati Uniti, ma anche ad altre potenze esterne come il Regno Unito e Israele. Questi attori esercitano, in diversi ambiti, un’influenza diretta e indiretta sui settori italiani della difesa, dell’intelligence e della governance strategica.

In questo contesto, il dominio cyber degli Stati è diventato uno degli obiettivi prioritari delle agenzie di intelligence globali, configurandosi come un nuovo campo di confronto e penetrazione, meno visibile ma più capillare rispetto alle tradizionali forme di guerra e diplomazia.

Sebbene Stati Uniti, Regno Unito e Israele siano considerati alleati strategici dell’Italia, il loro approccio operativo e il grado di adesione ai principi democratici, in particolare nella sfera dell’intelligence, presentano differenze significative.

Strutture come l’NSA statunitense o il GCHQ britannico operano, almeno formalmente, entro sistemi soggetti a controlli parlamentari, giudiziari e a meccanismi di accountability istituzionale. Diversa è la situazione di Israele, il cui servizio di intelligence esterno, il Mossad, è noto per condurre operazioni coperte che includono spionaggio, sabotaggio, assassinii mirati e ingerenze in ambito politico ed economico, spesso al di fuori di un chiaro quadro normativo o di controllo democratico.

In quanto alleato strategico e proxy regionale degli Stati Uniti, Israele gode di un elevato livello di tolleranza internazionale: anche in presenza di azioni che violano apertamente la sovranità di altri Stati, le reazioni ufficiali da parte dei governi occidentali risultano spesso assenti o attenuate.

In Italia, la cooperazione con l’intelligence israeliana si sviluppa da tempo in ambiti poco trasparenti e scarsamente regolati. Le collaborazioni in materia di cybersicurezza e tecnologie di sorveglianza, come ad es. nel caso del software Pegasus di NSO Group, o dei sistemi biometrici di aziende come AnyVision e PerSay, si inseriscono in una rete di rapporti strategici ed economici che spesso sfuggono ai meccanismi di controllo parlamentare e alla supervisione pubblica. Queste dinamiche alimentano una “zona grigia” in cui la sicurezza nazionale italiana si intreccia con interessi esterni, in assenza di una trasparente governance istituzionale.

Sovranità digitale italiana: mito o realtà?

E così quando la sovranità è solo formale, parlare di “sovranità cibernetica italiana” appare quasi una contraddizione. La struttura odierna della sicurezza digitale nazionale è costruita su fondamenta tecnologiche, giuridiche e diplomatiche che non sono autonome:

  • Le tecnologie critiche sono in mano a soggetti stranieri;
  • Le strategie sono spesso scritte o ispirate in ambienti NATO o USA;
  • La cooperazione con agenzie estere non è bilanciata, ma orientata ad una subordinazione operativa.

In pratica, l’Italia non sembra controllare realmente la rete delle sue informazioni, e qualsiasi tentativo di ribellione a questa logica (anche solo in termini di regolazione tecnologica o piena autonomia legislativa) sembra essere immediatamente ricondotto nei ranghi da pressioni diplomatiche, economiche o mediatiche.

Un caso emblematico: Sovereign Public Cloud di Microsoft

Sovereign Public Cloud di Microsoft è una nuova offerta cloud rivolta a tutti i clienti europei di Microsoft, progettata per garantire che i dati rimangano in Europa, siano soggetti esclusivamente alla legislazione europea e che le operazioni e l’accesso siano controllati da personale europeo.

Ma la sicurezza dei dati dei cittadini europei non può essere pienamente garantita da Microsoft, anche alla luce delle nuove soluzioni “sovereign” annunciate, per vari motivi, soprattutto se li correliamo con fatti recenti e criticità strutturali, tra le principali motivazioni vale la pena evidenziare:

  • Persistente dipendenza da un fornitore extra-UE

Microsoft resta una multinazionale statunitense (in Italia Microsoft è una stabile organizzazione, con tutti i privilegi che ne derivano), soggetta alle leggi e pressioni del proprio paese d’origine. Anche se i dati sono fisicamente conservati in Europa, la proprietà e la gestione ultima delle infrastrutture e del software rimangono sotto il controllo di una società americana, esponendo i dati al rischio di richieste da parte di autorità straniere (ad esempio, tramite il Cloud Act statunitense o la sezione 702 della FISA).

  • Precedenti violazioni delle norme UE sulla protezione dei dati

Un’indagine dell’European Data Protection Supervisor (EDPS) nel 2024 ha rilevato che l’utilizzo di Microsoft 365 da parte della Commissione Europea ha violato diverse regole fondamentali del GDPR, tra cui la mancanza di specificità sulle finalità e le modalità di trattamento dei dati, la poca chiarezza contrattuale e l’assenza di salvaguardie tecniche efficaci per limitare i trattamenti ai soli scopi dichiarati. Questo dimostra che, anche con impegni formali, la conformità pratica rimane problematica.

  • Accesso potenziale da parte di personale non europeo

Sebbene Microsoft introduca strumenti come Data Guardian per limitare l’accesso ai dati europei solo a personale residente in Europa, l’articolo stesso ammette che in casi eccezionali l’accesso può essere concesso a ingegneri fuori dall’UE, anche se sotto supervisione e audit. Questo introduce una vulnerabilità strutturale: in situazioni di emergenza, pressioni legali o interessi geopolitici, il controllo europeo potrebbe essere aggirato.

  • Ambiguità e complessità contrattuale

Le condizioni contrattuali di Microsoft sono state criticate dalle autorità europee per la loro scarsa chiarezza e per la difficoltà di garantire che i trattamenti dei dati siano limitati alle istruzioni ricevute dal cliente europeo. La mancanza di trasparenza su come i dati vengono effettivamente trattati e protetti rende difficile per le organizzazioni europee verificare la reale conformità.

  • Rischio di lock-in e dipendenza strategica

Le soluzioni cloud “sovereign” di Microsoft, pur offrendo nuove opzioni di controllo locale, non eliminano il rischio di dipendenza tecnologica (lock-in) da un unico fornitore globale.

Diversi governi europei, come quello danese, hanno già espresso preoccupazione per la vulnerabilità operativa e politica derivante dall’affidarsi a pochi grandi player stranieri: se Microsoft decidesse o fosse costretta a sospendere i servizi, molte infrastrutture digitali pubbliche sarebbero a rischio.

Anche e soprattutto le piccole imprese italiane dovrebbero preoccuparsi (o almeno riflettere seriamente) sull’uso di strumenti di intelligenza artificiale come Microsoft Copilot, che analizzano in modo trasversale il file system locale, le email aziendali su Office 365, le chat interne e i documenti di lavoro.

La convinzione che “nessuno si interessi ai miei dati” non è più realistica. Oggi ogni informazione, anche quella apparentemente banale, può essere preziosa. Una microimpresa che produce prodotti artigianali o sviluppa soluzioni software, ad esempio potrebbe condividere via email o in documenti digitali listini, proposte commerciali, strategie di marketing e dettagli operativi.

Copilot elabora questi contenuti in tempo reale. Microsoft, attraverso il suo ecosistema e la sua posizione dominante, può aggregare e analizzare tali dati per:

  • Rafforzare le proprie linee di prodotto (es. Dynamics, Azure, GitHub)
  • Offrire dati aggregati a grandi clienti o partner strategici
  • Migliorare i propri modelli AI con insight ricavati anche da realtà locali

Il risultato? Un’azienda italiana, magari eccellenza in una nicchia di mercato, può ritrovarsi inconsapevolmente “copiata” nei prezzi, nella comunicazione o superata nei bandi, perché le informazioni che produce vengono trasformate in vantaggi competitivi per altri.

Questo vale non solo per chi produce, ma anche per le realtà che offrono servizi altamente qualificati. Una piccola impresa legale o consulenziale che utilizza Word, Outlook e Teams per gestire contratti, pareri tecnici o offerte commerciali, affida a Copilot informazioni sensibili, spesso in modo inconsapevole. Questi dati possono:

  • Essere utilizzati per addestrare modelli di IA (pseudonimizzati, ma non anonimi)
  • Finire come base per suggerimenti a terzi (es. prompt, clausole, template)
  • Alimentare lo sviluppo di strumenti verticali che automatizzano proprio quelle competenze

In pratica, l’impresa contribuisce alla costruzione di un potenziale concorrente automatizzato, senza alcun ritorno, né controllo.

A ciò si aggiunge un ulteriore rischio sistemico: l’analisi incrociata tra imprese dello stesso settore. Se numerose PMI del manifatturiero italiano usano Microsoft 365, Copilot può accedere a un’enorme mole di dati: email, fatture, presentazioni, documentazione interna. Da qui, Microsoft e soggetti ad essa collegati, potrebbero:

  • Individuare tendenze nei prezzi e criticità nella filiera
  • Valutare la fragilità di certi fornitori locali
  • Offrire questi insight a grandi clienti internazionali interessati ad acquisire, entrare o riconfigurare il mercato

Così, imprese italiane di valore possono essere “mappate” per fini di terzi, senza trasparenza né vantaggio diretto.

Come detto prima, esiste poi una dimensione geopolitica e di compliance: i dati aziendali trattati da Copilot e dalla suite Microsoft 365 sono soggetti alla normativa statunitense, in particolare al Cloud Act, che consente l’accesso da parte di autorità USA anche a dati conservati fuori dal loro territorio. Una piccola azienda tech italiana, che lavora con clienti esteri o gestisce dati di terzi, potrebbe essere coinvolta in meccanismi di sorveglianza internazionale o indagini, senza saperlo, per il solo fatto di aver utilizzato un determinato software.

Meno visibile ma altrettanto concreto rimane il rischio della dipendenza tecnologica. Una piccola impresa che integra Copilot in ogni fase operativa, dalla scrittura di documenti alla gestione di email, report, analisi, potrebbe perdere progressivamente competenze interne e flessibilità strategica. Se Microsoft dovesse cambiare i termini di servizio, alzare i prezzi o limitare le funzioni gratuite, l’azienda:

  • Non potrebbe più fare a meno dell’assistente AI senza ridurre l’efficienza
  • Si troverebbe con meno competenze residue tra i propri collaboratori
  • Sarebbe costretta a rimanere nell’ecosistema Microsoft, anche a condizioni peggiorative

La vera posta in gioco è l’autonomia strategica. Per una piccola o micro impresa italiana, i dati non sono semplici “informazioni”: sono asset vitali, identità operativa, vantaggio competitivo. Cederne il controllo, anche parzialmente, a soggetti terzi, specie se dominanti e stranieri, significa esporsi a una nuova forma di vulnerabilità: silenziosa, strutturale, e spesso irreversibile.

Vorrei aggiungere una mia personale esperienza con Microsoft, che credo possa contribuire a rafforzare il senso di questo articolo. Da oltre trent’anni colleziono certificazioni Microsoft, sia per motivi professionali sia per mettere costantemente alla prova le mie competenze sulle sue soluzioni.

Devo molto a Microsoft, che fin dal 1990 ha segnato profondamente il mio percorso lavorativo, sia come sistemista sia come sviluppatore software, ma seguire il percorso di certificazione di un brand significa anche comprendere i suoi obiettivi strategici e commerciali. Negli ultimi quattro anni, ho notato con sempre maggiore evidenza e velocità come Microsoft stia progressivamente abbandonando la formazione sui suoi prodotti on-premise.

Ad esempio, mentre in passato potevo certificarmi ad es. su Windows Server 2016, oggi l’unico percorso server professionale disponibile riguarda esclusivamente funzionalità server legate al cloud, come Active Directory su Azure.

Microsoft sta spingendo in modo deliberato professionisti, utenti e soprattutto i loro dati, verso il proprio cloud. Questo non significa che non sia ancora possibile acquistare una licenza di Windows Server o Microsoft Exchange per un’installazione locale, ma questi prodotti sono sempre più “nascosti” e meno promossi dalla stessa Microsoft. Le motivazioni principali di questa strategia possiamo individuarle in tre aspetti fondamentali:

A. Microsoft propone i suoi servizi cloud in modalità “as-a-service”, con abbonamenti mensili o annuali, questo garantisce flussi di entrate più stabili e prevedibili rispetto alla vendita tradizionale di licenze perpetue. Questo modello consente aggiornamenti continui, maggiore flessibilità ed un rapporto costante con i clienti.

B. Offrendo soluzioni cloud, Microsoft si configura come un “gateway” con una posizione strategica e privilegiata nel controllo dei dati e delle comunicazioni degli utenti, in un contesto geopolitico in cui il dominio delle infrastrutture digitali assume un ruolo cruciale. In questo scenario, il lock-in tecnologico diventa il fattore chiave che consolida il controllo sull’ecosistema digitale, aumentando la dipendenza degli utenti e la leva strategica dell’azienda.

C. Disporre di tutti i dati degli utenti significa molto più che conservarli. Grazie alle avanzate capacità di Azure e Copilot, Microsoft può elaborare, analizzare e correlare queste informazioni su larga scala, sfruttando intelligenza artificiale, machine learning e altre tecnologie di data mining. L’IA, in particolare, consente di trasformare grandi quantità di dati grezzi in insight sofisticati, automatizzando processi decisionali e generando modelli predittivi sempre più accurati. Non solo ottimizzazione dei servizi offerti, ma anche creazione di profili dettagliati degli utenti, identificazione di pattern di comportamento nascosti, previsione su esigenze future e, in alcuni casi, manipolazione delle decisioni strategiche di business o addirittura di modelli di consumo su larga scala.

Il problema centrale è che tutto questo può avvenire senza un controllo diretto, trasparente e pienamente consapevole da parte dell’utente o dell’organizzazione che affida i propri dati ad Azure, semplicemente perché non ha gli strumenti tecnologici e legislativi per farlo.

L’uso dell’IA amplifica ulteriormente questa dinamica: i sistemi intelligenti possono elaborare e incrociare dati personali, aziendali e contestuali con una velocità e un dettaglio che supera la capacità umana di supervisione, rendendo ancora più difficile per gli utenti monitorare o limitare come e quando le proprie informazioni possano essere utilizzate o condivise. Questo aspetto offusca e mette in discussione non solo la privacy, ma anche l’autonomia decisionale degli stessi utenti, trasformando i dati in un asset strategico gestito da una tecnologia che sfugge ad un controllo diretto.

La realtà di cyber-colonia americana in cui l’Italia e l’Europa vengono a trovarsi rappresenta una sfida complessa che coinvolge dimensioni tecnologiche, geopolitiche, economiche e sociali. Inoltre, la politica italiana ed europea è fortemente compromessa da una diffusa sudditanza nei confronti di Stati proxy strategici degli USA, come Israele e Regno Unito.

Questi paesi esercitano un’influenza significativa sulle decisioni nazionali e comunitarie, limitando la possibilità di scelte autonome e orientando, nello specifico, le politiche di cybersecurity e difesa digitale secondo interessi esterni.

Quindi Microsoft, Amazon, Apple e le altre Big tech devono essere bandite? Assolutamente NO! Rappresentano dei fornitori tecnologici d’avanguardia ma non possiamo permettergli di operare in base alle loro etiche e direttive, devono imparare a rispettare “la sovranità” degli utenti, ad esempio, il concetto di “on-premise”, tanto osteggiato dalle Big Tech, deve continuare ad essere sviluppato e garantito come opzione reale. Se questa possibilità viene eliminata, affidarsi completamente a soluzioni esterne potrebbe diventare non solo limitante, ma potenzialmente rischioso, privare il sistema paese di questa opzione significherebbe accettare una dipendenza tecnologica che, nel lungo periodo, può rivelarsi pericolosa.

Non possiamo più accettare che le Big Tech giustifichino il cloud come unica strada percorribile per lo sviluppo di tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale. I fatti dimostrano il contrario, in Cina ad esempio, sono già disponibili modelli open source eseguibili localmente e infrastrutture hardware accessibili, capaci di supportare queste tecnologie a costi contenuti. In questo scenario, attori come Cina e in parte anche la Russia, stanno dimostrando che alternative concrete esistono.

Paradossalmente, proprio questi paesi potrebbero rivelarsi interlocutori strategici per Italia ed Europa, se l’obiettivo è riconquistare una reale autonomia tecnologica. Invertire questa tendenza richiede un impegno coordinato, duraturo e consapevole, capace di mettere la sovranità digitale al centro della politica europea, spezzando le catene di una dipendenza geopolitica ormai radicata.

Tutto questo è sicuramente facile a dirsi ma molto più difficile a farsi, tra pressioni esterne, resistenze interne, costi elevati ed una classe politica a volte incompetente, vincolata ad interessi esterni e privati, questa svolta rimane un traguardo aspro da raggiungere. Eppure, nonostante le difficoltà, la strada verso la sovranità digitale resta ancora aperta.

Costruire una vera sovranità digitale non è un sogno irrealistico, ma una scelta concreta, solo una cosa è certa, la sovranità non si delega, si conquista.

Note

https://blogs.microsoft.com/blog/2025/06/16/announcing-comprehensive-sovereign-solutions-empowering-european-organizations/

https://www.edps.europa.eu/data-protection/our-work/publications/investigations/2024-03-08-edps-investigation-european-commissions-use-microsoft-365_en

https://www.windowscentral.com/software-apps/windows-11/its-the-year-of-linux-at-least-for-denmark-heres-why-the-countrys-government-is-dumping-windows-and-office-365

Profilo Autore

Con oltre 25 anni di esperienza nell’ambito della sicurezza delle informazioni Francesco Arruzzoli è Senior Cyber Security Threat Intelligence Architect presso la Winitalia srl di cui è cofondatore. Si occupa di progettare infrastrutture e soluzioni per la Cyber Security di aziende ed enti governativi. In passato ha lavorato per multinazionali, aziende della sanità italiana, enti governativi e militari. Esperto di Cyber Intelligence e contromisure digitali svolge inoltre attività di docenza presso alcune università italiane.

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https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/cybersecurity-italiana/




Cops’ favorite AI tool automatically deletes evidence of when AI was used

The AI tool could also possibly be “overstepping in its interpretation of the audio,” possibly misinterpreting slang or adding context that never happened.

A “major concern,” the EFF said, is that the AI reports can give cops a “smokescreen,” perhaps even allowing them to dodge consequences for lying on the stand by blaming the AI tool for any “biased language, inaccuracies, misinterpretations, or lies” in their reports.

“There’s no record showing whether the culprit was the officer or the AI,” the EFF said. “This makes it extremely difficult if not impossible to assess how the system affects justice outcomes over time.”

According to the EFF, Draft One “seems deliberately designed to avoid audits that could provide any accountability to the public.” In one video from a roundtable discussion the EFF reviewed, an Axon senior principal product manager for generative AI touted Draft One’s disappearing drafts as a feature, explaining, “we don’t store the original draft and that’s by design and that’s really because the last thing we want to do is create more disclosure headaches for our customers and our attorney’s offices.”

The EFF interpreted this to mean that “the last thing” that Axon wants “is for cops to have to provide that data to anyone (say, a judge, defense attorney or civil liberties non-profit).”

“To serve and protect the public interest, the AI output must be continually and aggressively evaluated whenever and wherever it’s used,” the EFF said. “But Axon has intentionally made this difficult.”

The EFF is calling for a nationwide effort to monitor AI-generated police reports expected to be increasingly deployed in many cities over the next few years and published a guide to help journalists and others submit records requests to monitor police use in their area. But “unfortunately, obtaining these records isn’t easy,” the EFF’s investigation confirmed. “In many cases, it’s straight-up impossible.”

https://arstechnica.com/tech-policy/2025/07/cops-favorite-ai-tool-automatically-deletes-evidence-of-when-ai-was-used/