Apple tiptoes with modest AI updates while rivals race ahead

Developers, developers, developers?

Being the Worldwide Developers Conference, it seems appropriate that Apple also announced it would open access to its on-device AI language model to third-party developers. It also announced it would integrate OpenAI’s code completion tools into its XCode development software.

Craig Federighi stands in front of a screen with the words "Apple Intelligence"

Apple Intelligence was first unveiled at WWDC 2024. Credit: Apple

“We’re opening up access for any app to tap directly into the on-device, large language model at the core of Apple,” said Craig Federighi, Apple’s software chief, during the presentation. The company also demonstrated early partner integration by adding OpenAI’s ChatGPT image generation to its Image Playground app, though it said user data would not be shared without permission.

For developers, Apple’s inclusion of ChatGPT’s code-generation capabilities in XCode may represent Apple’s attempt to match what rivals like GitHub Copilot and Cursor offer software developers in terms of AI coding augmentation, even as the company maintains a more cautious approach to consumer-facing AI features.

Meanwhile, competitors like Meta, Anthropic, OpenAI, and Microsoft continue to push more aggressively into the AI space, offering AI assistants (that admittedly still make things up and suffer from other issues, such as sycophancy).

Only time will tell if Apple’s wariness to embrace the bleeding edge of AI will be a curse (eventually labeled as a blunder) or a blessing (lauded as a wise strategy). Perhaps, in time, Apple will step in with a solid and reliable AI assistant solution that makes Siri useful again. But for now, Apple Intelligence remains more of a clever brand name than a concrete set of notable products.

https://arstechnica.com/ai/2025/06/apple-tiptoes-with-modest-ai-updates-while-rivals-race-ahead/




La strategia digitale dell’UE punta verso l’Asia. Virkkunen: “Costruire un ordine digitale globale basato sulle regole”

Un’espansione tecnologica e politica verso l’Asia

La Commissione europea, insieme all’Alto Rappresentante per la Politica Estera, ha presentato la nuova Strategia Digitale Internazionale. Documento che segna un punto di svolta nelle relazioni esterne dell’Unione e dei suoi partner. Al centro della strategia si trova una scelta ben chiara: intensificare le partnership digitali con paesi asiatici chiave, non solo per motivi economici, ma come alleati strategici in un mondo dove la tecnologia è divenuta terreno di confronto geopolitico.

La strategia riconosce l’importanza dell’Asia come epicentro dell’innovazione digitale e mira a rafforzare legami con Giappone, Corea del Sud, India, Taiwan e Singapore, su un’ampia gamma di tecnologie: intelligenza artificiale (AI), semiconduttori, 6G, identità digitali e tecnologie quantistiche.

Non si tratta solo di accesso ai mercati, ma di costruire alleanze resilienti, garantire interoperabilità strategica e fondare un ordine digitale basato su valori condivisi, come la privacy, la sicurezza e la trasparenza.

VIrkkunen: “Dobbiamo affrontare il rischio di strumentalizzazione delle nostre dipendenze tecnologiche”

“Questa strategia non riguarda solo l’aumento della nostra competitività in tecnologie chiave come l’intelligenza artificiale, la tecnologia quantistica, la sicurezza informatica o i semiconduttori in ambito nazionale, sebbene anche questo rimanga una priorità.
Si tratta anche di sostenere attivamente la transizione digitale dei nostri partner a livello globale. Fondamentalmente, riafferma l’impegno incrollabile dell’UE nel costruire un ordine digitale globale basato su regole, saldamente radicato nei nostri valori fondamentali.
Nessun paese o regione può infatti guidare da solo la rivoluzione tecnologica
”, ha dichiarato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.

“L’UE si trova inoltre ad affrontare il rischio di strumentalizzazione delle sue dipendenze tecnologiche ed economiche e il rischio di una fuga di dati tecnologici critici. Come abbiamo sottolineato nella strategia ProtectEU, i confini tra minacce offline e online sono sempre più sfumati e l’UE deve collaborare meglio con i suoi partner per contrastare l’uso improprio delle tecnologie”, ha sottolineato la Vicepresidente Ue.

Le priorità strategiche sono diverse, ma sintetizzabili in pochi punti chiave: rafforzare la competitività e la sovranità tecnologica dell’UE e dei partner; promuovere la coesione sociale, proteggere i diritti umani e sostenere i principi democratici nella sfera digitale; promuoveremo soluzioni tecnologiche, un approccio normativo, standard e valori dell’UE.

Come ha precisato la VIrkkunen nel suo intervento, “continueremo a promuovere un ordine digitale globale basato su regole in linea con i nostri valori fondamentali”.

L’intelligenza artificiale come ponte diplomatico

Nel campo dell’intelligenza artificiale, l’Ufficio europeo per l’AI è diventato un attore diplomatico chiave. Come annunciato dalla Virkkunen nel suo discorso, sono stati già firmati accordi con Singapore, mentre proseguono scambi bilaterali con Giappone, Corea del Sud, India e Australia.
L’obiettivo è duplice: da un lato, sostenere l’innovazione; dall’altro, costruire regole comuni per la sicurezza e l’etica dell’AI.

Con il Giappone si lavora su applicazioni di AI per il bene pubblico, con l’India sull’infrastruttura normativa per la sicurezza dell’AI. Il tutto si inserisce nel quadro multilaterale del Processo di Hiroshima del G7, di cui l’UE è promotrice attiva.

6G e chip: questione di indipendenza tecnologica

Per quanto riguarda le reti di nuova generazione e i semiconduttori, l’UE punta a ridurre le dipendenze strategiche e potenziare le proprie capacità interne collaborando con l’Asia.

Secondo quanto riportato nei documenti ufficiali, con Giappone e Corea del Sud partiranno nel 2027 progetti comuni sul 6G e le reti RAN intelligenti, mentre con Taiwan, a partire dal 2026, sono previsti sviluppi su antenne avanzate e infrastrutture di rete di livello fisico.

Sul fronte dei chip, invece, la cooperazione con Giappone e Corea riguarda tecnologie di integrazione eterogenea, chip neuromorfici e materiali alternativi ai PFAS. Con l’India, invece, l’accento è sulla formazione di giovani talenti e ingegneri attraverso un programma UE-India.

Un sistema di allerta preventiva sulle interruzioni della supply chain, sviluppato con Giappone e Stati Uniti, aggiunge un tassello importante per la resilienza tecnologica europea.

Tecnologie quantistiche, investire nel post-silicio

L’UE si sta anche posizionando in prima linea nella corsa alle tecnologie quantistiche, considerata la prossima grande rivoluzione digitale: con il Giappone, l’UE avvierà dal 2026 progetti su algoritmi ibridi Quantum-HPC applicati alla medicina e all’ambiente; con la Corea del Sud, sono previsti bandi congiunti per quantum sensing e comunicazione tra il 2027 e il 2030.

L’obiettivo è doppio: potenziare la ricerca e creare standard internazionali condivisi.

Identità digitali e infrastrutture pubbliche

Un altro pilastro è l’infrastruttura pubblica digitale. L’UE propone di esportare il modello dell’EU Digital Identity Wallet, in cooperazione con India, Giappone e Singapore. L’iniziativa promuove strumenti open-source, interoperabili e orientati alla protezione dei dati.

Anche la standardizzazione globale delle identità digitali, comprese le firme elettroniche e i trust services, è in corso, nell’ottica di un sistema globale di fiducia digitale.

Implicazioni geopolitiche, il digitale come strumento di potere

Questa strategia non è solo tecnologica: è profondamente geopolitica. Tra gli obiettivi: allinearsi con democrazie tecnologiche asiatiche; contrastare l’autoritarismo digitale; esportare il modello normativo europeo (DSA, DMA, eIDAS); tutelare la sovranità tecnologica europea.

In questa chiave, l’Asia diventa non solo un mercato, ma un laboratorio strategico e normativo.

Da Bruxelles all’Indo-Pacifico

La Strategia Digitale Internazionale dell’Ue rappresenta un investimento coerente con le politiche continentali fino ad oggi dispiegate e allo stesso tempo molto ambizioso nel futuro delle infrastrutture digitali globali.

Indicando l’Asia come partner d’elezione, l’Europa si propone non solo di connettersi al mondo, ma di plasmare le regole del XXI secolo, espandendo la sua sfera d’azione sul supercontinente euroasiatico.

Non a caso nei giorni scorsi Bruxelles ha voluto chiarire che per la difesa delle infrastrutture digitali strategiche, nello specifico i cavi sottomarini, è fondamentale escludere ogni possibile coinvolgimento dei giganti tecnologici cinesi, come Huawei.

In un’epoca in cui economia, governance e sicurezza sono sempre più intrecciate, il digitale è sempre più strumento del potere. E con questa strategia, l’Unione si candida a essere uno degli architetti principali del nuovo ordine digitale globale.

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La NATO accelera il programma DIANA con AI, quantistica, automazione, Spazio e 6G

La NATO punta alla competizione tecnologica avanzata “dual-use”

Le tecnologie dual use, ovvero quelle applicabili sia a scopi civili che militari, stanno emergendo come un nuovo paradigma, con una crescente attenzione alle loro implicazioni per la sicurezza e la geopolitica. Questo cambiamento sottolinea l’importanza di una gestione responsabile delle tecnologie e di una maggiore consapevolezza dei rischi associati alle loro applicazioni.

Per questo, il programma della NATO chiamato “Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic” (DIANA) ha lanciato dieci nuove call volte a individuare la prossima generazione di tecnologie a duplice uso per proteggere nel migliore dei modi il miliardo di cittadini che ricadono sotto lo scudo difensivo dell’Alleanza occidentale.

Gli innovatori potranno partecipare ed inviare proposte fino al prossimo 11 luglio.

Ma di quali tecnologie parliamo? Ovviamente si tratta di soluzioni tecnologiche avanzate che rispecchiano le esigenze e le priorità della NATO, che da un lato devono avere una spiccata potenzialità militare e difensiva, dall’altro anche evidenti potenzialità commerciali, di mercato a 360 gradi.

Leggendo l’invito a presentare proposte, si trovano diverse sezioni a cui gli innovatori potranno candidare i progetti dall’energia alle tecnologie di comunicazione avanzata (quindi reti terrestri e satellitari), biotecnologie e infrastrutture critiche, logistica e ambienti sottomarini, sistemi di pilotaggio autonomi e automazione robotica in generale, solo per citarne alcune.

Che cos’è DIANA?

In un’epoca segnata dal ritorno della guerra convenzionale in Europa, dalle tensioni indo-pacifiche e dalla competizione tecnologica globale, la NATO ha deciso di rilanciare la propria proiezione strategica attraverso un’iniziativa senza precedenti: DIANA.

Dietro un acronimo quasi mitologico, si cela una vera e propria rivoluzione nei rapporti tra ricerca scientifica, industria dell’innovazione e difesa collettiva.

Tecnologie dual-use per un mondo ibrido: AI, robotica, quantistica e nuove reti (dal 6G ai satelliti)

DIANA nasce per un obiettivo chiaro: “intercettare, finanziare e accelerare lo sviluppo di tecnologie dirompenti (“emerging and disruptive technologies”) con applicazioni civili e militari, rafforzando la superiorità tecnologica dell’Alleanza Atlantica”, in un contesto dove il confine tra minaccia convenzionale e cyber, tra intelligenza artificiale e conflitto ibrido, è sempre più labile.

Non è un caso che le aree tecnologiche di interesse di DIANA siano anche quelle al centro della nuova corsa globale all’innovazione:

  • Intelligenza Artificiale (AI) per l’automazione tattica e strategica.
  • Sistemi autonomi applicati a droni, robotica e logistica militare.
  • Tecnologie quantistiche per comunicazioni inviolabili e sensori avanzati.
  • Biotecnologie e potenziamento umano per un soldato del futuro iper-adattato.
  • Materiali intelligenti, propulsione sostenibile, reti 6G, sistemi spaziali e persino ipersonici.

Dietro ogni parola chiave, scenari che sembrano usciti dalla speculative fiction ma che sono già reali in laboratorio — e sempre più prossimi all’impiego operativo.

Un’infrastruttura transatlantica dell’innovazione e le “industry challenges”

Lanciata nel 2023 con i primi progetti pilota, DIANA è oggi una rete in piena espansione, con hub e sedi regionali in Regno Unito, Estonia e presto in Canada, e una costellazione di oltre 20 acceleratori e 180 centri di test tra Europa e Nord America.

Non semplici incubatori, ma laboratori ad alta tecnologia ospitati da università e centri di ricerca strategici, dove le start-up possono testare e validare le proprie soluzioni in ambienti realistici e supervisionati da esperti della difesa.

Al cuore del modello DIANA c’è un meccanismo competitivo: le “industry challenges” (le prime tre sono state avviate proprio nel 2023). Ogni sfida è costruita su un problema concreto di sicurezza e chiede agli innovatori di proporre soluzioni tecnologiche dual-use.

Le imprese selezionate ricevono finanziamenti non diluitivi, accesso a testbed, mentorship e – aspetto cruciale – la possibilità di entrare in contatto con utilizzatori militari e decisori pubblici della NATO.

Un ponte tra start-up e riarmo europeo

Nel contesto del crescente riarmo europeo – accelerato dalla guerra in Ucraina e dalla necessità di ridurre la dipendenza industriale dagli Stati Uniti – DIANA si propone come un ponte tra l’innovazione tecnologica e le esigenze militari degli Alleati.

Non solo, grazie al NATO Innovation Fund, un fondo VC da 1 miliardo di euro lanciato al vertice NATO di Madrid 2022 e sostenuto da 24 Paesi, le start-up accelerate da DIANA possono ottenere anche capitali privati per crescere e scalare il mercato.

Questo fondo rappresenta una svolta sistemica: è il primo fondo di venture capital multi-sovrano della storia e sancisce il passaggio da una NATO centrata sulla deterrenza militare a una NATO come piattaforma di innovazione tecnologica condivisa.

La tecnologia come nuova arena geopolitica

In un mondo dove la supremazia militare passa sempre più dal silicio che dalle divisioni corazzate, iniziative come DIANA riscrivono il modo in cui l’Occidente affronta la concorrenza tecnologica globale.

La sfida con la Cina per il dominio del 5G e dell’AI, la resilienza cyber contro attacchi russi, l’autonomia strategica europea, tutto converge al cuore della missione di DIANA.

Il suo successo non sarà solo misurabile in brevetti o prototipi, ma nella capacità di costruire una cultura della sicurezza che integri scienza, industria e strategia e che allo stesso tempo sappia garantire e rendere possibile maggiore trasparenza e dialogo tra attori civili, militari e scientifici.

I rischi e le sfide del “dual-use”

Ovviamente, dal punto di vista etico, i problemi sono innumerevoli. Certamente, almeno in questa parte di mondo, parlare di soluzioni militari non è mai una questione di poco conto (in Europa si sono combattute due Guerre mondiali, le più distruttive e sanguinose che la Storia ricordi). Soprattutto, in termini di “dual-use”, la separazione tra “scienza buona” e “uso malevolo” diventa sempre più sottile.

Uno dei pericoli più evidenti è che tecnologie nate in ambito commerciale o accademico – come intelligenza artificiale, biotecnologie, droni o comunicazioni quantistiche – vengano riconvertite per scopi offensivi o coercitivi da parte di attori statali o non statali (quindi terroristi, milizie, gruppi criminali che possono ottenere componenti o software ad alto potenziale distruttivo.

Molte tecnologie dual-use sono sviluppate in ecosistemi privati globalizzati. Questo crea un paradosso strategico: gli Stati e le forze armate possono dipendere da tecnologie critiche fornite da aziende straniere (es. semiconduttori, cloud, software AI). La cybersicurezza delle supply chain dual-use, in aggiunta, è spesso carente.

Tutto questo genera vulnerabilità sistemiche, che un avversario può sfruttare in tempo di crisi, ma anche occasione per sabotaggio o azioni di guerra ibrida.

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AI, l’ecosistema europeo sotto stress tra iperburocrazia e scarsità di competenze. Il Report

L’AI Continent Action Plan e il cambio di paradigma necessario

La Commissione europea, con l’annuncio dell’AI Continent Action Plan, ha ufficialmente avviato una svolta strategica nell’approccio all’intelligenza artificiale (AI), puntando a fare dell’Unione europea (Ue) un polo globale per lo sviluppo e l’adozione di questa tecnologia strategica.
Il piano prevede investimenti per 200 miliardi di euro, di cui 20 miliardi pubblici e 180 provenienti da capitali privati, destinati alla creazione di cinque gigafabbriche AI, centri dotati di circa 100.000 chip ad alte prestazioni ciascuno.

Secondo il Report di S&P Global, dal titolo “Europe’s AI U-turn raises doubts, hopes”, l’obiettivo dichiarato è replicare il modello CERN: creare infrastrutture europee condivise, accessibili gratuitamente per finalità di innovazione, e in grado di fornire la capacità computazionale necessaria per competere con gli hyperscaler statunitensi.

Un ecosistema sotto stress tra regole, burocrazia e scarsità di competenze

Nonostante l’ambizioso obiettivo generale, il progetto rischia di scontrarsi con ostacoli strutturali profondi: un tessuto normativo caratterizzato da iperregolamentazione e iperburocrazia, un mercato del lavoro poco attrattivo per i talenti internazionali e una dipendenza critica dalle infrastrutture cloud extra-Ue.

Il nuovo corso normativo dell’Unione, pur restando ancorato all’AI Act, prevede una fase di “semplificazione mirata” per ridurre l’onere normativo sulle startup. Tuttavia, il rischio di favorire solo i grandi operatori dotati di compliance team e risorse legali resta elevato.

Sul fronte dei talenti, spiccano le denunce di autorevoli scienziati europei, tra cui Yann LeCun, particolarmente noto per i suoi rilevanti contributi nei campi dell’apprendimento automatico, della visione artificiale e della robotica,secondo cui l’Ue privilegia un modello “project-based” invece di valorizzare i ricercatori.

La necessità di riformare il sistema dei visti e di attrarre competenze globali è oggi considerata prioritaria e le politiche trumpiane potrebbero favorire una fuoriuscita di ricercatori e studiosi dagli Stati Uniti, che l’Europa deve assolutamente intercettare.

La sfida infrastrutturale si accende su energia, cloud e data center

Dal punto di vista industriale, la principale criticità riguarda la carenza infrastrutturale di data center.

Secondo i dati di 451 Research, l’Europa dispone di una capacità locata pari a metà di quella USA e cinese. A questo si somma il problema energetico: i limiti ambientali imposti in Germania e la moratoria olandese su nuovi data center ne rallentano l’espansione.

Un altro punto critico è l’incompatibilità tra supercomputer pubblici e ambienti cloud commerciali.

Le startup preferiscono AWS e Google Cloud per la scalabilità e la flessibilità software, come nel caso di Synthesia, costretta a gestire parte dei suoi carichi negli Stati Uniti per insufficienza di risorse europee.
Ma l’Europa non deve per forza percorrere la strada del gigantismo tecnologico. Il rischio dell’iperfinanziarizzazione è troppo alto e con esso quello degli oligopoli.
I territori regionali possono offrire delle valide alternative, puntando sulle imprese e le competenze nazionali, che non mancano e possono essere all’altezza della sfida.

I numeri del divario con gli USA

I dati riportati nel documento parlano chiaro: oltre 130 startup GenAI europee hanno raccolto circa 5 miliardi di dollari, un valore modesto rispetto ai 161 miliardi raccolti dalle loro controparti americane. Il Regno Unito è il capofila europeo, seguito da Francia e Germania.

Gli USA beneficiano di un contesto favorevole: capitali di rischio abbondanti, infrastrutture cloud mature, e una strategia industriale flessibile. L’Europa, se vuole colmare questo gap, dovrà accelerare sul fronte dell’efficienza regolatoria, dell’energia sostenibile e del coordinamento tra Stati membri.

Best practice: il caso Francia

In un panorama frammentato, la Francia emerge come modello virtuoso. Il governo, in collaborazione con NVIDIA e il fondo sovrano MGX degli Emirati Arabi, sta realizzando un cluster AI da 1,4 GW a Parigi. L’infrastruttura sarà alimentata principalmente da energia nucleare, garantendo sostenibilità e indipendenza energetica.

Si tratta di una strategia simile a quella adottata da OpenAI negli Stati Uniti con il proprio data center da 1,2 GW in Texas: un segnale chiaro che il controllo dell’infrastruttura diventa un asset strategico e geopolitico.

Un piano UE ambizioso, ma fragile senza riforme trasversali

Il piano europeo per l’AI rappresenta un passo audace, ma resta fragile senza un cambio di mentalità sistemico. Non basta costruire gigafabbriche e supercomputer: serve una politica industriale capace di garantire accesso equo ai dati, scalabilità energetica, attrazione dei talenti globali e norme smart-oriented.

Per i policymaker, la sfida è duplice: da un lato rendere il mercato europeo più competitivo per l’AI; dall’altro, tutelare l’autonomia tecnologica e la sovranità digitale del continente. Per i manager ICT, è il momento di leggere tra le righe e posizionarsi: le decisioni di oggi determineranno il ruolo che le imprese europee giocheranno nella prossima rivoluzione industriale.

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FDA rushed out agency-wide AI tool—it’s not going well

FDA staffers who spoke with Stat news, meanwhile, called the tool “rushed” and said its capabilities were overinflated by officials, including Makary and those at the Department of Government Efficiency (DOGE), which was headed by controversial billionaire Elon Musk. In its current form, it should only be used for administrative tasks, not scientific ones, the staffers said.

“Makary and DOGE think AI can replace staff and cut review times, but it decidedly cannot,” one employee said. The staffer also said that the FDA has failed to set up guardrails for the tool’s use. “I’m not sure in their rush to get it out that anyone is thinking through policy and use,” the FDA employee said.

According to Stat, Elsa is based on Anthropic’s Claude LLM and is being developed by consulting firm Deloitte. Since 2020, Deloitte has been paid $13.8 million to develop the original database of FDA documents that Elsa’s training data is derived from. In April, the firm was awarded a $14.7 million contract to scale the tech across the agency. The FDA said that Elsa was built within a high-security GovCloud environment and offers a “secure platform for FDA employees to access internal documents while ensuring all information remains within the agency.”

Previously, each center within the FDA was working on its own AI pilot. However, after cost-cutting in May, the AI pilot originally developed by the FDA’s Center for Drug Evaluation and Research, called CDER-GPT, was selected to be scaled up to an FDA-wide version and rebranded as Elsa.

FDA staffers in the Center for Devices and Radiological Health told NBC News that their AI pilot, CDRH-GPT, is buggy, isn’t connected to the Internet or the FDA’s internal system, and has problems uploading documents and allowing users to submit questions.

https://arstechnica.com/health/2025/06/fda-rushed-out-agency-wide-ai-tool-its-not-going-well/




OpenAI slams court order to save all ChatGPT logs, including deleted chats

“The court nevertheless required OpenAI to continue preserving API Conversation Data as well,” OpenAI argued, in support of lifting the order on the API chat logs.

Users who found out about the preservation order panicked, OpenAI noted. In court filings, they cited social media posts sounding alarms on LinkedIn and X (formerly Twitter). They further argued that the court should have weighed those user concerns before issuing a preservation order, but “that did not happen here.”

One tech worker on LinkedIn suggested the order created “a serious breach of contract for every company that uses OpenAI,” while privacy advocates on X warned, “every single AI service ‘powered by’ OpenAI should be concerned.”

Also on LinkedIn, a consultant rushed to warn clients to be “extra careful” sharing sensitive data “with ChatGPT or through OpenAI’s API for now,” warning, “your outputs could eventually be read by others, even if you opted out of training data sharing or used ‘temporary chat’!”

People on both platforms recommended using alternative tools to avoid privacy concerns, like Mistral AI or Google Gemini, with one cybersecurity professional on LinkedIn describing the ordered chat log retention as “an unacceptable security risk.”

On X, an account with tens of thousands of followers summed up the controversy by suggesting that “Wang apparently thinks the NY Times’ boomer copyright concerns trump the privacy of EVERY @OpenAI USER—insane!!!”

The reason for the alarm is “simple,” OpenAI said. “Users feel more free to use ChatGPT when they know that they are in control of their personal information, including which conversations are retained and which are not.”

It’s unclear if OpenAI will be able to get the judge to waver if oral arguments are scheduled.

Wang previously justified the broad order partly due to the news organizations’ claim that “the volume of deleted conversations is significant.” She suggested that OpenAI could have taken steps to anonymize the chat logs but chose not to, only making an argument for why it “would not” be able to segregate data, rather than explaining why it “can’t.”

Spokespersons for OpenAI and The New York Times’ legal team declined Ars’ request to comment on the ongoing multi-district litigation.

https://arstechnica.com/tech-policy/2025/06/openai-says-court-forcing-it-to-save-all-chatgpt-logs-is-a-privacy-nightmare/




Eurostack, nuovi passi in avanti in Commissione ITRE per l’autonomia tecnologica europea su cloud, AI e quantistica

Le proposte approvate dalla Commissione ITRE

Standardizzazione, ricerca e sviluppo, accesso al mercato, investimenti, cooperazione internazionale e commercio, saranno i pilastri della prossima politica industriale europea, che dovrà essere votata allo sviluppo di un ecosistema digitale continentale completo e competitivo. La Relazione approvata dalla Commissione Industria, ricerca e energia del Parlamento europeo (Committee on Industry, Research and Energy, più conosciuta con l’acronimo inglese ITRE) va in questa direzione e punta allo sviluppo di un quadro di valutazione dei rischi per monitorare e affrontare le dipendenze nella catena del valore digitale.

L’obiettivo è quello illustrato nell’iniziativa “EuroStack – A European Alternative for Digital Sovereignty”, un piano articolato per rafforzare la capacità tecnologica europea, ridurre la dipendenza da fornitori stranieri e sviluppare un’infrastruttura digitale sovrana, aperta e conforme ai principi europei. Questa iniziativa mira a promuovere la creazione di tecnologie all’avanguardia, garantendo al contempo trasparenza, sicurezza e sostenibilità ambientale.

Gli eurodeputati chiedono sostanzialmente di ‘comprare europeo’, di dare cioè fiducia ai fornitori nati e cresciuti negli Stati membri dell’Unione europea, dove non mancano né le imprese, né le competenze.
Manca semmai la domanda interna.

Un’infrastruttura pubblica digitale europea (DPI)

Nel documento presentato oggi in Commissione, approvato con 63 voti favorevoli, 5 contrari e 10 astensioni, con un emendamento di compromesso presentato dai gruppi PPE, S&D, Renew e Verdi/ALE, è sottolineata con forza l’importanza strategica delle infrastrutture digitali critiche, tra cui cavi, torri cellulari, satelliti, data center e spettro.

Per questo è stata proposta l’istituzione di un’Infrastruttura Pubblica Digitale Europea (DPI), che comprenda tecnologie come semiconduttori, connettività, infrastrutture cloud, software, dati e intelligenza artificiale.

Uno dei punti salienti del documento approvato nell’ambito dei compromessi della commissione ITRE, c’è il sostegno a gigafactory di IA e partenariati pubblico-privato per aumentare la quota del 7% degli investimenti globali nell’IA dell’Europa.

Si abbracciano anche i principi “open-source first” e “public funds – public code” per prevenire il vendor lock-in e stimolare l’innovazione.

C’è la necessità di sviluppare “servizi cloud sovrani come quelli completamente sotto la giurisdizione dell’Unione e liberi da interferenze e dipendenze”.

I deputati chiedono un livello di base per la DPI e raccomandano di stanziare finanziamenti adeguati nel prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), concentrando gli investimenti su settori strategici, oltre quelli già menzionati sopra, come calcolo ad alte prestazioni, l’informatica quantistica, le biblioteche digitali.

Tutti settori chiave, che dovrebbero per questo rientrare nella giurisdizione europea e rispettare pienamente il diritto dell’UE. L’invito diretto alla Commissione è proporre una legislazione che affronti i rischi elevati derivanti da fornitori provenienti da paesi terzi.

Knafo: “Potenziare gli strumenti di investimento pubblico-privato“

Viene chiesto a gran voce di lavorare “alla legge sulle reti digitali e alla legge sullo sviluppo del cloud e dell’intelligenza artificiale”, ma anche di sviluppare “una visione più olistica delle infrastrutture digitali, che includa numerosi elementi oltre alla semplice connettività”.

C’è la necessità di “potenziare gli strumenti di investimento pubblico-privato, migliorare l’accesso ai finanziamenti per start-up e scale-up in settori tecnologici critici e l’importanza degli appalti pubblici per sostenere soluzioni digitali aperte e interoperabili”.

“Negli ultimi mesi ho avuto l’opportunità di incontrare numerosi esperti ed imprenditori. Le loro testimonianze sull’eccessiva regolamentazione, sui prezzi dell’energia e sugli ostacoli agli investimenti privati ​​mi hanno permesso di elaborare proposte concrete“, ha affermato la relatrice Sarah Knafo (ESN, Francia), ospite della Prima Conferenza sull’Indipendenza Digitale organizzata e promossa da Key4biz a Roma.

“Tra queste – ha precisato Knafo – l’eliminazione degli ostacoli agli investimenti privati ​​nell’innovazione, la deregolamentazione e il miglioramento del livello di sicurezza dell’hosting dei dati per proteggerci dagli interventi stranieri“.

“È inoltre fondamentale trasferire in Europa l’hosting dei dati sensibili, sostenere le nostre imprese negli appalti pubblici invece di distribuire sussidi inefficaci e, infine, ottenere un’elettricità competitiva eliminando le norme anti-nucleare dal mercato elettrico europeo“, ha aggiunto la relatrice.

La Relazione, che non ha carattere vincolante, sarà sottoposta al voto dell’Assemblea plenaria in una prossima sessione plenaria, probabilmente a luglio, scrive sui social l’eurodeputata Alexandra Geese (Greens/EFA).

L’eccessiva dipendenza tecnologica europea da fornitori esteri

Un passo importante, in un contesto digitale che vede l’Unione in evidente difficoltà.
Attualmente, oltre l’80% delle infrastrutture digitali europee dipende da tecnologie importate, una condizione che espone il continente a vulnerabilità sistemiche, inefficienze economiche e rischi geopolitici.

Nel settore del cloud computing, come ha spiegato dalle nostre pagine il Professore di filosofia del diritto e di Informatica giuridica presso l’Università Milano-Bicocca, Andrea Rosseti, solamente tre aziende statunitensi, Amazon Web Services (AWS), Microsoft Azure e Google Cloud, detengono quasi il 70% del mercato europeo, mentre il più grande fornitore europeo ha una quota inferiore al 2%.

Allo stesso modo, il 70% dei modelli fondamentali di intelligenza artificiale è stato sviluppato negli Stati Uniti, con la Cina che sta rapidamente incrementando la propria quota di mercato. Anche nella produzione di semiconduttori, essenziale per l’industria tecnologica, l’Europa consuma circa il 20% del totale mondiale ma ne produce solo il 9%. Con l’European Chips Act, l’Unione Europea mira a raddoppiare questa quota al 20% entro il 2030, ma la strada per raggiungere tale obiettivo è ancora lunga e richiede ingenti investimenti.

A causa della concentrazione del potere nelle mani di un numero limitato di aziende globali in settori digitali chiave, tra cui sistemi operativi, informatica, servizi cloud, intelligenza artificiale, ricerca, pubblicità digitale e pagamenti online, l’UE rischia di non raggiungere gli obiettivi del Decennio Digitale.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/eurostack-nuovi-passi-in-avanti-in-commissone-itre-per-lautonomia-tecnologica-europea-su-cloud-ai-e-quantistica/533577/




Real TikTokers are pretending to be Veo 3 AI creations for fun, attention

Since Google released its Veo 3 AI model last week, social media users have been having fun with its ability to quickly generate highly realistic eight-second clips complete with sound and lip-synced dialogue. TikTok’s algorithm has been serving me plenty of Veo-generated videos featuring impossible challenges, fake news reports, and even surreal short narrative films, to name just a few popular archetypes.

However, among all the AI-generated video experiments spreading around, I’ve also noticed a surprising counter-trend on my TikTok feed. Amid all the videos of Veo-generated avatars pretending to be real people, there are now also a bunch of videos of real people pretending to be Veo-generated avatars.

“This has to be real. There’s no way it’s AI.”

I stumbled on this trend when the TikTok algorithm fed me this video topped with the extra-large caption “Google VEO 3 THIS IS 100% AI.” As I watched and listened to the purported AI-generated band that appeared to be playing in the crowded corner of someone’s living room, I read the caption containing the supposed prompt that had generated the clip: “a band of brothers with beards playing rock music in 6/8 with an accordion.”

@kongosmusicWe are so cooked. This took 3 mins to generate. Simple prompt: “a band of brothers playing rock music in 6/8 with an accordion”♬ original sound – KONGOS

After a few seconds of taking those captions at face value, something started to feel a little off. After a few more seconds, I finally noticed the video was posted by Kongos, an indie band that you might recognize from their minor 2012 hit “Come With Me Now.” And after a little digging, I discovered the band in the video was actually just Kongos, and the tune was a 9-year-old song that the band had dressed up as an AI creation to get attention.

Here’s the sad thing: It worked! Without the “Look what Veo 3 did!” hook, I might have quickly scrolled by this video before I took the time to listen to the (pretty good!) song. The novel AI angle made me stop just long enough to pay attention to a Kongos song for the first time in over a decade.

https://arstechnica.com/ai/2025/05/real-tiktokers-are-pretending-to-be-veo-3-ai-creations-for-fun-attention/




Want a humanoid, open source robot for just $3,000? Hugging Face is on it.

You may have noticed he said “robots” plural—that’s because there’s a second one. It’s called Reachy Mini, and it looks like a cute, Wall-E-esque statue bust that can turn its head and talk to the user. Among other things, it’s meant to be used to test AI applications, and it’ll run between $250 and $300.

You can sort of think of these products as the equivalent to a Raspberry Pi, but in robot form and for AI developers—Hugging Face’s main customer base.

Hugging Face has previously released AI models meant for robots, as well as a 3D-printable robotic arm. This year, it announced an acquisition of Pollen Robotics, a company that was working on humanoid robots. Hugging Face’s Cadene came to the company by way of Tesla.

For context on the pricing, Tesla’s Optimus Gen 2 humanoid robot (while admittedly much more advanced, at least in theory) is expected to cost at least $20,000.

There is a lot of investment in robotics like this, but there are still big barriers—and price isn’t the only one. There’s battery life, for example; Unitree’s G1 only runs for about two hours on a single charge.

https://arstechnica.com/ai/2025/05/hugging-face-hopes-to-bring-a-humanoid-robot-to-market-for-just-3000/




Panetta (Banca d’Italia): “AI, brevetti Ue sono meno di un quinto di quelli USA. Dipendenza energetica ci rende vulnerabili”

Cloud e intelligenza artificiale: leve strategiche per la produttività

Nelle Considerazioni finali sulla Relazione annuale 2024, il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha dedicato ampio spazio al ruolo cruciale dell’innovazione tecnologica nel rilancio della competitività italiana ed europea. In particolare, ha indicato strumenti come il cloud computing e l’intelligenza artificiale (AI) come vettori imprescindibili per un nuovo ciclo di crescita.

Secondo Panetta, l’adozione di tecnologie digitali avanzate ha ormai superato la fase sperimentale in molti comparti dell’economia italiana. Il numero di imprese che utilizza cloud e AI è in aumento costante, contribuendo al miglioramento di produttività, solidità patrimoniale e redditività.

Ricerca e innovazione: Europa indietro rispetto agli USA, ma rappresenta ancora eccellenza globale

Tuttavia, il divario con gli Stati Uniti resta significativo: le imprese statunitensi investono il doppio in ricerca e sviluppo rispetto alle europee, con un’attenzione particolare ai servizi digitali e alle startup innovative, un segmento ancora debole nel tessuto imprenditoriale europeo.

“Nonostante la rapida ascesa della Cina – ha spiegato Panetta – l’Europa rimane un’eccellenza nella ricerca scientifica, alla pari con gli Stati Uniti in numerosi settori avanzati. Questa forza non si traduce però in innovazione produttiva: i brevetti, soprattutto nel campo digitale, restano pochi. Nell’intelligenza artificiale, ad esempio, i brevetti europei sono meno di un quinto di quelli statunitensi, a fronte di un divario ben più contenuto, pari al 30 per cento, nella produzione scientifica”.

Il Governatore ha sottolineato che l’Italia possiede una ricerca scientifica di qualità – eccellente in medicina, ingegneria e informatica – ma fatica a trasformare la scienza in innovazione industriale. I brevetti rimangono pochi e concentrati in settori maturi.

Imprese italiane non usano l’AI

Secondo un’indagine eseguita dalla stessa Banca d’Italia nel 2023 e riportata nel documento letto da Panetta, circa il 79 per cento delle imprese, in misura pressoché uguale nell’industria e nei servizi, non utilizza soluzioni di AI e AI generativa e non prevedeva di farlo entro la fine del 2024. Solo l’8 per cento ne prevedeva l’impiego entro la fine dell’anno.
Il restante 13 per cento usava già queste tecnologie, seppure prevalentemente in modo limitato o sperimentale. Tra quelle che utilizzavano l’AI, gli strumenti generativi sono impiegati da circa un quarto delle imprese industriali e da oltre metà di quelle dei servizi.

Solo un’impresa su cinque dunque utilizza l’AI e quattro su dieci la robotica industriale, secondo rilevazioni di Banca d’Italia e Cerved. Qualcosa di più si registra nell’impiego delle soluzioni cloud, che riguardano oltre il 50% delle aziende italiane.

Rischioso concentrare dati, cloud e infrastrutture nelle mani di pochi attori globali

È quindi necessario un rafforzamento dell’intero ecosistema dell’innovazione, che comprenda investimenti mirati, incentivi più efficaci e una semplificazione delle procedure per accedere ai fondi.

Infine, Panetta ha posto l’accento sui rischi di concentrazione di potere nelle mani di pochi attori globali, che controllano dati, infrastrutture cloud e piattaforme di intelligenza artificiale.

La risposta deve venire da un’efficace regolamentazione europea che tuteli concorrenza, pluralismo e diritti dei consumatori, senza ostacolare il progresso tecnologico.

Energia e competitività: l’urgenza di una transizione equa

La seconda parte del discorso del Governatore affronta un altro nodo strategico per l’economia italiana: l’energia. Il caro energia continua a penalizzare l’industria europea e in particolare quella italiana, che nel 2024 ha pagato l’elettricità circa il 25% in più della media UE, con un impatto diretto sulla competitività e sul rischio di delocalizzazione.

“Il fabbisogno energetico continua a poggiare soprattutto su fonti esterne: circa due terzi dell’energia consumata provengono da combustibili fossili, quasi interamente importati. È elevata anche l’esposizione verso la Cina per numerosi beni strategici, in particolare quelli per la transizione energetica o ad alto contenuto tecnologico”, ha spiegato illustrato Panetta nel suo discorso.

Elevata la dipendenza europea dalle forniture estere

Panetta ha rilevato che l’elevata dipendenza dell’Europa da forniture esterne – sia di fonti fossili sia di materiali critici per la transizione energetica – rappresenta una vulnerabilità strutturale. Per contrastarla, è necessario accelerare l’adozione di fonti rinnovabili, sviluppare reti di trasmissione elettrica più efficienti e incentivare i contratti a lungo termine per la fornitura di energia.

“L’economia europea mostra fragilità strutturali evidenti. La stagnazione della produttività e il ritardo nell’innovazione ne limitano il potenziale di crescita. La dipendenza dall’estero, per gli approvvigionamenti e per la vendita dei propri prodotti, ne aumenta la vulnerabilità in un contesto globale sempre più frammentato. È necessario ripensare il modello di sviluppo che ha sostenuto il continente per decenni”, si legge nella Relazione.

In tal senso, il Piano d’azione della Commissione europea del 2025 va nella giusta direzione, ma va accompagnato da investimenti nazionali concreti e tempestivi.

Come ha sottolineato Panetta: “In Italia, più che altrove in Europa, è urgente intervenire sul costo dell’energia“.

Il problema infatti riguarda anche l’Italia. Proprio oggi la Premier Giorgia Meloni è volata ad Astana, nella Repubblica del Kazakistan, per partecipare al Vertice Asia Centrale-Italia, per incontrare il Presidente kazako, Qasym-Jomart Kemeluly Toqaev, e tutto il mondo imprenditoriale regionale.

Al centro dei colloqui, non a caso, la cooperazione energetica e le forniture di materie prime critiche: “I settori chiave della cooperazione includono il settore petrolifero e del gas, l’energia (comprese le energie rinnovabili e verdi), la gestione delle risorse idriche, l’ingegneria meccanica, il complesso agroindustriale“. Intesa anche per “una cooperazione a lungo termine nel campo delle materie prime critiche”.  

Il Kazakistan è oggi il terzo fornitore di petrolio greggio per l’Unione europea, con 1,05 milioni di barili al giorno (Mb/d) nel 2024.

La situazione italiana

Tornando alle Considerazioni di Panetta, in Italia, negli ultimi anni si è registrata una ripresa significativa delle installazioni rinnovabili, sostenuta anche da nuove tipologie contrattuali promosse dall’operatore pubblico.
Tuttavia, il Governatore ha avvertito che il successo della transizione ecologica dipenderà dalla capacità di coniugare ambizione ambientale con sostenibilità economica e inclusione sociale.
Una transizione sbilanciata rischia di amplificare le disuguaglianze e compromettere il consenso necessario per il cambiamento.

Panetta ha anche richiamato l’urgenza di affrontare il tema a livello europeo, promuovendo investimenti comuni, eliminando le frammentazioni normative e introducendo strumenti come un titolo pubblico europeo per finanziare beni comuni, dall’energia alla difesa.

In Europa serve una strategia unitaria per tecnologia e sostenibilità

Dal cloud all’energia, il messaggio è chiaro: senza un approccio sistemico e integrato, l’Italia rischia di rimanere indietro nella corsa globale alla competitività.

La strategia nazionale deve muoversi lungo due direttrici complementari:

  • sostenere la transizione digitale, incentivando l’adozione di tecnologie abilitanti;
  • garantire una transizione energetica equa, che non aggravi i costi industriali e sociali.

Per il Governatore Panetta, questi due pilastri – innovazione e sostenibilità – non sono più opzionali: sono la condizione essenziale per rilanciare produttività, occupazione e crescita inclusiva.

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