FCAS: La pazienza tedesca è finita. Airbus (Germania) pronta a scaricare Dassault (Francia)?

Nel già complesso panorama della difesa europea, si apre una crepa significativa. E questa volta non arriva dalla politica, ma direttamente dalla base industriale. Thomas Pretzl, presidente del consiglio di fabbrica di Airbus Defence and Space a Manching, in Germania, ha usato parole che pesano come piombo sul futuro del programma FCAS (Future Combat Air System).

Il messaggio, consegnato durante un’assemblea aziendale, riportato da Hartpunkt,  è stato brutale nella sua chiarezza: “Vogliamo finalmente tornare a sviluppare e costruire un buon aereo da combattimento“. E la via maestra per farlo, secondo Pretzl, è “senza Dassault“.

Una dichiarazione che suona come un ultimatum verso il partner francese, Dassault Aviation, e che mira a sbloccare una situazione di stallo che si trascina da tempo. Il pomo della discordia, come spesso accade in questi mega-progetti europei, non è (solo) la strategia, ma la prosaica spartizione del lavoro.

La contesa sulle “quote di produzione”

Il progetto FCAS, che dovrebbe dotare Germania, Francia e Spagna di un sistema di combattimento aereo di sesta generazione (includendo il caccia Next Generation Fighter, droni e un cloud da combattimento), è da tempo impantanato in un conflitto sulle quote di produzione.

Secondo quanto riportato dal consiglio di fabbrica tedesco, Dassault pretenderebbe una quota di lavoro “significativamente più elevata” rispetto a quanto concordato in precedenza. Uno squilibrio che, evidentemente, la parte tedesca non ritiene più accettabile.

Mentre i ministeri della Difesa di Parigi e Berlino continuano a mediare, con l’obiettivo dichiarato di risolvere la questione entro la fine dell’anno, la base produttiva di Airbus perde la pazienza. “Abbiamo bisogno di chiarezza”, ha sottolineato Pretzl, mettendo pressione sui rispettivi governi. La sua preferenza per un’uscita dei francesi dal progetto, pur affermando di non voler danneggiare le relazioni franco-tedesche (auguri), la dice lunga sul livello di frustrazione raggiunto.

Il consiglio di fabbrica di Airbus

Il contesto della situazione aziendale: tra Tornado e Eurofighter

Le parole di Pretzl arrivano in un momento delicato per lo stabilimento bavarese. Manching si trova infatti a gestire il graduale ritiro dei caccia Tornado entro il 2030, un programma che, secondo l’annuncio, comporterà la perdita di circa 350 posti di lavoro.

Su questo fronte interno, tuttavia, il consiglio di fabbrica ha ottenuto una vittoria sindacale non da poco: un accordo per la salvaguardia dei dipendenti coinvolti. L’intesa, che ha richiesto il sostegno compatto dei lavoratori e del sindacato IG Metall, prevede:

  • Regole chiare per l’inserimento lavorativo alternativo.
  • Tutela contro i licenziamenti.
  • Salari garantiti.
  • Misure di formazione e riqualificazione.

Non è un caso che, durante la stessa assemblea, si sia fatto riferimento a una recente manifestazione dei dipendenti con uno slogan eloquente: “Chiunque chieda una svolta nella storia deve acquistare gli Eurofighter!”. Un aiuto indiretto potrebbe provenire dall’ordine di caccia Eurofighter fatto dalla Turchia al Regno Unito, che indirettamente coinvolgerà, per la componentistica, anche Airbus. Un doppio messaggio: uno al governo tedesco, per sostenere la produzione nazionale, e uno, nemmeno troppo velato, ai partner francesi che bloccano il futuro (FCAS).

Eurofighter Tranche III in servizio in Qatar

Domande e risposte

Perché il consiglio di fabbrica di Airbus attacca Dassault?

Il conflitto è di natura industriale ed economica. Airbus accusa Dassault di bloccare il progetto FCAS (il futuro sistema di combattimento aereo europeo) perché l’azienda francese richiede una quota di lavoro e produzione superiore a quella originariamente pattuita. Il presidente del consiglio di fabbrica Airbus, Thomas Pretzl, ritiene che questo stallo impedisca di “costruire un buon aereo” e che la soluzione migliore, a questo punto, sarebbe continuare il progetto senza i partner francesi.

Cosa c’entra il ritiro dei caccia Tornado con questa disputa?

Il ritiro dei Tornado entro il 2030 è un problema interno per lo stabilimento Airbus di Manching, poiché minaccia 350 posti di lavoro. Il consiglio di fabbrica è riuscito a ottenere un accordo per proteggere questi lavoratori (con ricollocamenti e formazione). Questa situazione aumenta però la pressione sulla dirigenza e sulla politica: i lavoratori tedeschi, sentendosi minacciati dalla fine di un programma storico, sono meno disposti a tollerare che un nuovo programma cruciale (il FCAS) venga bloccato dalle richieste, ritenute eccessive, di un partner straniero.

Qual è la posizione dei governi di Francia e Germania?

I governi, che sono i committenti del progetto FCAS, sono consapevoli della tensione. I rispettivi ministeri della Difesa stanno cercando attivamente una mediazione diplomatica e politica per risolvere la disputa sulle quote di lavoro. L’obiettivo dichiarato è trovare un accordo definitivo entro la fine dell’anno. La dura dichiarazione del consiglio di fabbrica di Airbus serve proprio a mettere ulteriore pressione su Berlino e Parigi affinché sblocchino rapidamente la situazione, prima che la frattura industriale diventi insanabile.

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La Cina (per ora) scaccia la deflazione: i prezzi tornano a salire, ma la borsa non festeggia

Un piccolo sospiro di sollievo, o forse un’illusione statistica. I dati di ottobre 2025 sull’inflazione cinese hanno sorpreso gli analisti, segnando un ritorno in territorio positivo dopo mesi di apatia. L‘indice dei prezzi al consumo (CPI) è aumentato dello 0,2% su base annua, sfidando le previsioni che lo davano fermo (0,0%) e invertendo la rotta rispetto al calo dello 0,3% di settembre. ecco il relativo grafico, da Tradingeconomics

Cina inflazione CPI – Tradingeconomics

Si tratta del primo aumento da giugno e del ritmo più rapido da gennaio. Ma da dove arriva questa spinta?

Come spesso accade, la risposta sta nella domanda interna,  che a Pechino cercano di stimolare in modo programmato. L’inflazione non alimentare è accelerata (+0,9% contro il +0,7% precedente), sostenuta da due fattori principali:

  • L’espansione dei programmi governativi di “trade-in” (rottamazione e sostituzione) per i beni di consumo.
  • L’aumento della spesa durante la festività della “Golden Week”.

In pratica, uno stimolo mirato alla domanda ha funzionato. I prezzi continuano a mostrare segnali di vita nell’abbigliamento (+1,7%), nella sanità (+1,4%) e nell’istruzione (+0,9%). Persino i trasporti, pur restando in negativo, calano meno (-1,5% contro -2,0%).

Anche sul fronte alimentare, il calo dei prezzi si attenua, registrando un -2,9% (molto meglio del -4,4% di settembre), anche perché si va verso una stagione con minore abbondanza di cibo.

Il dato chiave: l’inflazione “Core”

Il segnale più interessante per gli economisti, tuttavia, è l’inflazione “core”. Questo dato, che esclude i prezzi volatili di cibo ed energia, è il vero termometro della salute della domanda interna. Ad ottobre è salita dell’1,2% annuo, il tasso più alto degli ultimi 20 mesi, superando l’1,0% di settembre. Ecco il relativo grafico: 

Cina inflazione core – Tradingeconomics

Questo indica che, al netto degli shock energetici o delle fluttuazioni del prezzo della carne di maiale, i consumatori cinesi stanno, lentamente, ricominciando a spendere, innescando una certa dinamica salariale interna. Il fatto che questo dato cresca rispetto all’inflazione generale è un dato, entro questi limiti, positivo.

Sul fronte della produzione, la situazione migliora marginalmente. L’indice dei prezzi alla produzione (PPI) è sceso del 2,1% su base annua. Sebbene si tratti del 37° mese consecutivo di contrazione (un’eternità), il dato è migliore sia delle attese (-2,2%) sia del mese precedente (-2,3%). Le fabbriche cinesi, pur soffrendo, vedono una lieve riduzione della pressione deflazionistica.

La reazione  dei mercati

In un manuale di economia classica, “buone notizie” sull’inflazione e sulla produzione dovrebbero far festeggiare le borse. Ma sui mercati moderni, la logica è spesso capovolta. Le borse di Shanghai (-0,1%) e Shenzhen (-0,4%) hanno chiuso in calo.

Il motivo è semplice: dati più forti del previsto riducono le probabilità di nuovi, massicci stimoli politici da parte del governo. I mercati, ormai assuefatti agli interventi, temono che la ripresa (per quanto debole) possa indurre Pechino a chiudere i rubinetti.

In un’altra nota a margine, il Ministero del Commercio ha sospeso il divieto di esportazione verso gli Stati Uniti per alcuni “articoli dual-use” (come gallio e germanio), un piccolo segnale di distensione nella guerra tecnologica.

Domande e risposte

  • Cosa significa che l’inflazione “core” è ai massimi da 20 mesi?

    L’inflazione “core” (o di fondo) misura la variazione dei prezzi escludendo beni molto volatili come cibo ed energia. È considerata un indicatore più fedele della domanda interna. Un suo aumento all’1,2%, il livello più alto in 20 mesi, suggerisce che i consumatori cinesi stanno ricominciando a spendere in beni e servizi (come sanità, istruzione e abbigliamento) grazie a una maggiore fiducia e agli stimoli governativi, un segnale positivo per la stabilità economica.

  • Perché i prezzi alla produzione (PPI) sono ancora negativi?

    Il PPI misura i prezzi all’ingrosso, ovvero quelli che le fabbriche pagano e ricevono. Un PPI negativo (-2,1%) significa che la Cina è in “deflazione alla produzione”. Questo accade perché c’è un eccesso di capacità produttiva (si produce più di quanto si vende) e una concorrenza interna feroce, che costringe le aziende a tagliare i prezzi. Sebbene il dato sia in miglioramento, la situazione indica che il settore industriale è ancora sotto pressione.

  • Se l’economia migliora, perché le borse cinesi sono scese?

    Questo è un apparente paradosso comune nei mercati finanziari. Gli investitori speravano che dati economici deboli avrebbero costretto il governo cinese a lanciare nuovi e potenti stimoli monetari o fiscali (come tagli dei tassi o spesa pubblica). La notizia che l’inflazione è “migliore del previsto” ha deluso queste aspettative. In sintesi: le buone notizie per l’economia reale sono state “cattive notizie” per chi scommetteva su nuovi aiuti di Stato.

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Canada: addio al tetto sulle emissioni? Il nuovo governo Carney punta su mercati e tecnologia, dimenticando Trudeau

Cambio di rotta radicale a Ottawa sulla politica climatica. Il nuovo governo federale canadese, guidato da Mark Carney, sembra intenzionato a mandare in soffitta il controverso piano sul “tetto alle emissioni” (emissions cap) del settore oil & gas, una misura bandiera del precedente esecutivo di Justin Trudeau.

La nuova “Strategia per la Competitività Climatica“, delineata nel Bilancio 2025, sposta il focus dai divieti agli investimenti, preferendo un approccio basato sul mercato e sulla tecnologia, non fissando un limite diretto alle emissioni di CO2.

Il piano del governo Trudeau, presentato lo scorso anno, era ambizioso: un limite massimo all’inquinamento da gas serra per il settore, con l’obiettivo di ridurre le emissioni del 35% rispetto ai livelli del 2019. Una mossa che aveva messo l’ex PM in rotta di collisione diretta con l’Alberta, la provincia cuore della produzione petrolifera canadese.

L’Alberta, sostenuta dall’industria, ha sempre contestato la misura, definendola di fatto un “tetto alla produzione”. “Non si tratta di emissioni,” dichiarò l’anno scorso Rebecca Schulz, Ministro dell’Ambiente dell’Alberta, “Si tratta del fatto che il governo federale vuole tagliare la produzione di petrolio e gas… anche se costa migliaia di posti di lavoro”. Uno scontro istituzionale ed economico non da poco.

Ora, il Bilancio 2025 presentato dal governo Carney cambia le carte in tavola. La nuova strategia climatica si basa “sullo stimolare gli investimenti, non sui divieti, e sui risultati, non sugli obiettivi”.

Come intende il nuovo governo raggiungere la riduzione delle emissioni? Attraverso tre pilastri principali:

  • Mercati del carbonio efficaci (efficaci, non solo punitivi).
  • Regolamenti rafforzati sulle emissioni di metano.
  • L’implementazione su larga scala di tecnologie come la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCUS).

Il documento di bilancio è chiaro: se questo approccio funzionerà, “il tetto alle emissioni di petrolio e gas non sarebbe più necessario, poiché avrebbe un valore marginale nella riduzione delle emissioni”.

In sostanza, la nuova amministrazione Carney cerca una via più pragmatica per garantire la sostenibilità del settore energetico canadese, indispensabile per l’accesso ai mercati internazionali che privilegiano la sostenibilità, senza però strangolare la propria industria di punta.

Impianto d’estrazione del petrolio pesante dalla sabbia in Alberta

Domande e risposte

Perché il nuovo governo canadese vuole eliminare il tetto alle emissioni? Il nuovo governo Carney ritiene che un tetto rigido (un “divieto”) sia meno efficace e più dannoso per l’economia rispetto a un approccio basato sugli incentivi e sul mercato. La nuova strategia punta a stimolare gli investimenti in tecnologie pulite (come il CCUS) e a migliorare i mercati del carbonio. L’idea è che se queste misure funzionano, rendono il “tetto” (la vecchia misura di Trudeau) obsoleto, ottenendo gli stessi risultati di riduzione delle emissioni senza imporre un limite diretto alla produzione, che l’Alberta vedeva come una minaccia.

Cosa si intende per “cattura e stoccaggio del carbonio” (CCUS)? Il CCUS (Carbon Capture, Utilization and Storage) è un insieme di tecnologie progettate per catturare le emissioni di anidride carbonica (CO2) prodotte da processi industriali o centrali elettriche, prima che vengano rilasciate nell’atmosfera. Una volta catturata, la CO2 viene compressa e trasportata (spesso tramite pipeline) per essere stoccata in profondità nel sottosuolo, in formazioni geologiche sicure (come giacimenti di petrolio e gas esauriti). L’obiettivo è impedire che la CO2 contribuisca al cambiamento climatico.

Perché la provincia dell’Alberta era contraria al piano di Trudeau? L’Alberta è il cuore dell’industria petrolifera e del gas canadese. Il governo provinciale sosteneva che il “tetto” (cap) proposto da Trudeau non fosse realmente una misura ambientale, ma un tentativo di limitare forzatamente la produzione di energia. Riteneva che imporre un taglio così netto (35% rispetto al 2019) avrebbe reso le operazioni antieconomiche, costringendo le aziende a chiudere o ridurre l’estrazione, con una conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro e un danno significativo all’economia provinciale e nazionale.

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Acciaio USA: i giapponesi di Nippon Steel produrranno le leghe speciali per i Datacenter USA

L’acquisizione di US Steel da parte dei giapponesi di Nippon Steel, un affare da 14,1 miliardi di dollari concluso a giugno, non era il punto d’arrivo, ma l’inizio. Ora Nippon Steel ha annunciato che investirà ulteriori miliardi di dollari per costruire nuove capacità produttive in un impianto esistente in Arkansas.

Il motivo non è l’acciaio comune. L’obiettivo è produrre acciaio di altissima qualità destinato ai data center statunitensi, sfruttando l’insaziabile fame di infrastrutture generata dal boom dell’Intelligenza Artificiale (IA), specialmente tra i colossi tech americani.

La proprietà sarà quindi giapponese, ma l’acciaio d’alta qualità prodotto sarà americano, sebbene basato su tecnologia e know-how del Sol Levante.

L’acciaio che serve all’IA

Questo investimento tocca un nervo scoperto della cooperazione economico-sicuritaria tra Giappone e Stati Uniti. L’acciaio di alta qualità che Nippon Steel intende produrre è fondamentale per l’infrastruttura dell’IA.

Nello specifico, l’impianto in Arkansas, una volta potenziato, produrrà lamierini magnetici a grani orientati (GOES). Questo materiale è un componente essenziale per i trasformatori dei data center, i dispositivi che convertono l’elettricità alle tensioni necessarie. Nippon Steel detiene una tecnologia considerata world-class in questo settore.

La produzione di massa di questi lamierini ad alta efficienza energetica è prevista non prima del 2028.

Acciaio GOES e non GOES

Rompere un comodo monopolio

Qui la faccenda si fa interessante. Attualmente, l’unico produttore di acciaio elettrico a grani orientati negli Stati Uniti è la rivale Cleveland-Cliffs.

Il mercato USA è uno dei più grandi al mondo per questo materiale e, a quanto pare, anche uno dei più costosi: in alcuni casi, prodotti tecnicamente inferiori a quelli di Nippon Steel vengono scambiati a prezzi quasi doppi rispetto al Giappone.

Nippon Steel intende sfruttare la sua tecnologia d’avanguardia per spezzare questo comodo monopolio di Cleveland-Cliffs e aumentare la quota di mercato della “nuova” US Steel. Il vento dell’IA soffia a favore: gli investimenti di capitale di giganti come Amazon e Meta hanno raggiunto livelli record e la domanda di trasformatori è destinata a salire.

I dettagli dell’investimento

L’impegno finanziario è notevole. Oltre ai 14,1 miliardi già spesi per l’acquisizione, Nippon Steel ha promesso al governo statunitense ulteriori investimenti per 11 miliardi di dollari in US Steel entro il 2028.

Questi fondi, spalmati su oltre 25 progetti, serviranno anche a:

  • Rinnovare le strutture esistenti e obsolete (come il più grande altoforno di US Steel, in Indiana).
  • Aumentare le linee di produzione per l’acciaio elettrico non orientato, utilizzato principalmente nel settore automobilistico (altro settore strategico).

Includendo la futura costruzione di nuove acciaierie, l’investimento totale potrebbe superare i 14 miliardi di dollari. Questi fondi proverranno dal flusso di cassa (cash flow) di US Steel o da prestiti; se non dovessero bastare, si ricorrerà a prestiti infragruppo dalla casa madre giapponese.

L’obiettivo è portare US Steel a generare 1,6 miliardi di dollari di EBITDA (margine operativo lordo) entro il 2030, con un piano a lungo termine per raggiungere i 3 miliardi annui. Insomma, anche il settore siderurgico cerca di approfittare del boom dell’IA, che sta già muovendo centinaia di miliardi di dollari negli USA.

laminatorio a caldo al lavoro

Domande e risposte

Perché questo specifico tipo di acciaio è così importante per l’Intelligenza Artificiale? L’IA richiede enormi data center, che consumano quantità colossali di energia. Questi data center usano trasformatori per gestire l’elettricità. L’acciaio elettrico a grani orientati (GOES) è il materiale chiave per costruire trasformatori altamente efficienti, che riducono al minimo la dispersione di energia (sotto forma di calore) durante la conversione del voltaggio. Con il boom dell’IA, la domanda di questi componenti ad alta efficienza sta esplodendo per rendere sostenibile il consumo energetico.

Non c’era stata una forte opposizione politica all’acquisizione di US Steel? Assolutamente sì. C’è stata una forte resistenza politica e sindacale (in particolare dal sindacato United Steelworkers) all’acquisizione, citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la perdita di un’icona industriale americana. Tuttavia, l’accordo si è concluso a giugno. Promettendo questi ingenti investimenti (come quello in Arkansas) per ammodernare gli impianti americani, introdurre tecnologia avanzata e mantenere la produzione locale, Nippon Steel sta cercando di dimostrare il valore industriale dell’operazione.

Perché questo acciaio costa così tanto negli Stati Uniti? Il testo suggerisce una chiara situazione di monopolio di fatto. Attualmente, l’unico produttore statunitense di questo materiale high-tech è Cleveland-Cliffs. In assenza di concorrenza diretta sul suolo americano, i prezzi possono mantenersi artificialmente alti. Nippon Steel vede un’enorme opportunità di profitto: può introdurre la sua tecnologia (superiore e forse più efficiente da produrre) per conquistare quote di mercato e normalizzare i prezzi, pur garantendosi margini significativi.

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UE e la sua “sostenibilità” stanno spingendo Exxon alla fuga dall’Europa? I danni economici sarebbero fortissimi

ExxonMobil sarà costretta a chiudere la propria attività in Europa se l’Unione Europea non alleggerirà in modo sostanziale le proprie normative sulla sostenibilità che impongono sanzioni alle aziende in caso di non conformità, ha dichiarato lunedì l’amministratore delegato Darren Woods a Reuters.

L’anno scorso, l’UE ha formalmente adottato la direttiva sulla due diligence in materia di sostenibilità delle imprese (CSDDD). Queste nuove norme a livello europeo introducono obblighi per le grandi aziende in merito agli impatti negativi delle loro attività sui diritti umani e sulla protezione dell’ambiente. La direttiva UE fa parte degli sforzi del blocco per allineare le aziende con cui commercia all’obiettivo di raggiungere lo zero netto entro il 2050.

La nuova normativa prevede inoltre che le aziende che risultano non conformi in materia di sostenibilità aziendale, compreso l’impatto ambientale, possano essere multate con il 5% del loro fatturato globale annuo.

ExxonMobil e altre società, tra cui QatarEnergy, l’azienda statale del secondo esportatore mondiale di GNL dopo gli Stati Uniti, si sono opposte alla direttiva UE e hanno criticato aspramente le nuove norme.

“Se non possiamo essere un’azienda di successo in Europa e, cosa ancora più importante, se iniziano a cercare di applicare la loro legislazione dannosa in tutto il mondo dove operiamo, diventa impossibile rimanere lì”, ha dichiarato Woods di Exxon in un’intervista a Reuters a margine della conferenza sull’energia ADIPEC ad Abu Dhabi.

Sotto la forte pressione delle aziende di tutto il mondo, il mese scorso il Parlamento europeo ha accettato di rivedere il regolamento.

Exxon, il Qatar e gli Stati Uniti vogliono cambiamenti profondi o il ritiro della politica.

Queste norme e la “crociata” dell’UE verso lo zero netto sono una minaccia per l’accordo commerciale tra Stati Uniti e UE, ha dichiarato a settembre il segretario all’Energia degli Stati Uniti Chris Wright al Financial Times. Attualmente la Von der Leyen le avrebbe sospese per gli USA.

Woods di Exxon ha affermato in una recente intervista a Bloomberg che la direttiva dell’UE è “la peggiore normativa che abbia mai visto da quando ricopro questa carica”. Francamente è difficile dargli torto, ma questo ha sfornato un Parlamento e una Commissione dominati dai socialisti.

Secondo il dirigente, gli sforzi dell’UE per rispondere alle pressioni delle lobby non stanno producendo risultati concreti.

“Semmai, sta confondendo le idee e, a mio avviso, aumentando ancora di più l’esposizione, perché ha ampliato il margine di interpretazione”, ha dichiarato oggi Woods a Reuters.

Ricordiamo che Exxonmobile ha già cancellato un investimento di 100 milioni nel settore del riciclo della plastica, proprio per le normative europee confuse e contradditorie.

Distributore della ExxonDistributore della Exxon

Distributore della Exxon

Domande e risposte

  • Cos’è esattamente la direttiva CSDDD che spaventa Exxon? È la “Direttiva sulla due diligence in materia di sostenibilità delle imprese”. In sintesi, obbliga le grandi aziende che operano in UE a monitorare e prevenire attivamente gli impatti negativi su ambiente e diritti umani lungo tutta la loro catena di fornitura globale. La vera minaccia, però, è la sanzione: la direttiva prevede multe fino al 5% del fatturato globale (non solo europeo) per chi non si adegua, un importo spropositato che le aziende vedono come un rischio ingestibile e un’ingerenza extraterritoriale.
  • Perché anche gli Stati Uniti sono contrari a questa norma europea? Gli Stati Uniti vedono la CSDDD non solo come un problema per le loro multinazionali (come Exxon), ma come una minaccia geopolitica ed economica. Il Segretario all’Energia USA l’ha definita una “crociata” che rischia di danneggiare l’accordo commerciale transatlantico. Applicando norme europee a catene di valore globali, l’UE sta di fatto cercando di imporre i propri standard al resto del mondo. Washington teme che questa mossa danneggi la competitività delle sue imprese e crei attriti commerciali non necessari tra alleati.
  • Le modifiche proposte dall’UE stanno risolvendo il problema? No, secondo il CEO di Exxon, Darren Woods, le stanno peggiorando. Nonostante le proteste abbiano spinto il Parlamento UE a rivedere il testo, Woods sostiene che i tentativi di mediazione stiano solo “confondendo le idee”. Invece di chiarire gli obblighi, le modifiche avrebbero “ampliato il margine di interpretazione”. Per un’azienda, l’incertezza normativa è spesso peggio di una regola severa ma chiara, perché aumenta l’esposizione a rischi legali e rende impossibile pianificare gli investimenti.
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ExxonMobile: il petrolio della Guyana e del Permiano spinge gli utili in alto

Exxon Mobil (ha superato le aspettative di Wall Street per il terzo trimestre, registrando un utile rettificato di 8,1 miliardi di dollari, pari a 1,88 dollari per azione, in aumento rispetto ai 7,1 miliardi di dollari del secondo trimestre, grazie alla produzione record della Guyana e del Bacino Permiano. Secondo i dati LSEG, gli analisti avevano previsto un utile di 1,82 dollari per azione.

La forza operativa del trimestre è stata raggiunta nonostante il calo dei prezzi del greggio, con una media di 68,17 dollari al barile di Brent, in calo del 13% su base annua. La produzione di petrolio e gas è salita a 4,8 milioni di boe/giorno dai 4,6 milioni del secondo trimestre, con una produzione record in entrambe le regioni chiave che ha contribuito a compensare la debolezza dei prezzi. Il flusso di cassa libero, tuttavia, è sceso a 6,3 miliardi di dollari dagli 11,3 miliardi di un anno fa, poiché Exxon ha speso di più per l’acquisizione di terreni nel Permiano.

Exxon-Mobile utili per azione da Tradingeconomics

Exxon ha aumentato il dividendo trimestrale del 4% a 1,03 dollari per azione e ha confermato che è sulla buona strada per completare 20 miliardi di dollari di riacquisti di azioni quest’anno, dopo aver restituito 9,3 miliardi di dollari agli azionisti nell’ultimo trimestre. La società ha registrato 510 milioni di dollari di costi di ristrutturazione, ma ha affermato che la spesa in conto capitale per l’intero anno sarà leggermente inferiore alla previsione di 27-29 miliardi di dollari.

Gli utili a monte hanno raggiunto i 5,7 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 5,4 miliardi del secondo trimestre. La raffinazione ha contribuito con 1,8 miliardi di dollari. Il CEO Darren Woods ha dichiarato agli investitori che la società continua a concentrarsi sugli investimenti a lungo termine nonostante la debolezza del mercato a breve termine. “Il settore deve aumentare la produzione solo per mantenere la posizione”, ha affermato, sottolineando l’intenzione di Exxon di continuare ad espandere la capacità produttiva in previsione di una domanda futura più forte.

Woods ha anche rivelato che Exxon sta “procedendo” alla revoca della forza maggiore sul suo progetto Rovuma LNG da 30 miliardi di dollari in Mozambico, grazie al miglioramento delle condizioni di sicurezza. La mossa segue la decisione di TotalEnergies di riavviare il suo progetto vicino, aprendo potenzialmente la strada al Mozambico per diventare uno dei primi 10 produttori mondiali di gas entro il 2040.

I risultati del terzo trimestre evidenziano un’azienda in equilibrio tra espansione e disciplina: finanziando la crescita in Guyana, nel Permiano e nel GNL, mantenendo al contempo il capitale limitato e gli azionisti pagati. Dopo un anno di prezzi volatili, il messaggio di Exxon è chiaro: il lungo termine è ancora importante.

Distributore della ExxonDistributore della Exxon

Distributore della Exxon

Domande e risposte

Come ha fatto Exxon ad aumentare gli utili se il prezzo del petrolio è sceso?

Il calo del prezzo del greggio (-13% annuo) è stato più che compensato da un significativo aumento dei volumi di produzione. Exxon ha raggiunto livelli record di estrazione nelle sue aree chiave, la Guyana e il Bacino Permiano, portando la produzione totale a 4,8 milioni di barili equivalenti al giorno. In breve: ha venduto molto più petrolio e gas, anche se a un prezzo unitario inferiore rispetto all’anno precedente, riuscendo così a battere le aspettative degli analisti.

Perché il flusso di cassa libero è diminuito se gli utili sono aumentati?

L’utile è una misura contabile, mentre il flusso di cassa (cash flow) misura il denaro contante reale. Sebbene gli utili siano saliti, il flusso di cassa libero è crollato da 11,3 a 6,3 miliardi di dollari. Exxon ha spiegato che ciò è dovuto principalmente a maggiori spese per investimenti (“capital expenditure”), in particolare per l’acquisizione strategica di nuovi terreni nel Bacino Permiano. L’azienda sta quindi reinvestendo più denaro per la crescita futura.

Qual è la strategia a lungo termine di Exxon, oltre a Guyana e Permiano?

Oltre a massimizzare la produzione nelle aree già avviate, il CEO Darren Woods punta forte sul Gas Naturale Liquefatto (GNL). L’azienda sta infatti procedendo per rimuovere la “forza maggiore” sul gigantesco progetto Rovuma LNG da 30 miliardi di dollari in Mozambico, grazie al miglioramento delle condizioni di sicurezza. Questa mossa, simile a quella di TotalEnergies, punta a trasformare il Mozambico in uno dei primi 10 produttori mondiali di gas entro il 2040.

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Campari: holding nel mirino, maxi-sequestro da 1,3 miliardi per la “Exit Tax”

Un fulmine a ciel sereno scuote il mondo della finanza italiana. La Procura di Monza ha ordinato un imponente sequestro di azioni per un valore di circa 1,3 miliardi di euro (1,5 miliardi di dollari) dalla holding che controlla il noto produttore di bevande Davide Campari-Milano NV. La notizia è stata riportata da Bloomberg.

Il provvedimento, eseguito dalla Guardia di Finanza, è il risultato di un’indagine per presunta frode fiscale. Al centro del contendere c’è il presunto mancato pagamento della cosiddetta “exit tax”.

Ma facciamo un passo indietro. L’indagine non tocca direttamente Campari, il celebre marchio dell’Aperol e del Wild Turkey, che ha sede a Milano ed è quotata in Italia. Nel mirino c’è la sua controllante, Lagfin SCA, una holding con sede in Lussemburgo e controllata dalla famiglia Garavoglia, che detiene il 51% delle azioni di Campari.

La riorganizzazione fiscale

Il cuore dell’indagine riguarda una complessa operazione societaria. Secondo l’accusa, la holding lussemborghese Lagfin avrebbe omesso di pagare l’imposta dovuta (l’”exit tax”, appunto) su circa 5,3 miliardi di euro di plusvalenze.

Queste plusvalenze sarebbero state generate quando Lagfin ha assorbito una sua controllata italiana, che deteneva fisicamente il pacchetto di controllo di Campari. Secondo i magistrati, questa riorganizzazione avrebbe di fatto spostato la gestione e la base imponibile del gruppo all’estero, facendo scattare l’obbligo fiscale ora contestato.

L’operazione, in sintesi, può essere così schematizzata:

  • Soggetto indagato: Lagfin SCA (holding lussemburghese).
  • Contestazione: Presunto mancato pagamento “exit tax”.
  • Origine: Fusione con una controllata italiana che deteneva le azioni Campari.
  • Plusvalenza contestata: ~5,3 miliardi di euro.
  • Valore sequestro: ~1,3 miliardi di euro (pari all’imposta presunta).

Questo caso si inserisce in uno sforzo più ampio, sia italiano che europeo, volto a intensificare i controlli sulle grandi aziende che utilizzano riorganizzazioni e fusioni transfrontaliere, spesso verso giurisdizioni fiscalmente più “amichevoli”, pur mantenendo operazioni sostanziali nel paese d’origine. Ormai è noto che Lussemburgo e Paesi Bassi, con una legislazione fiscale favorevole per le grandi holding, sono al centro di queste grandi operazioni di elusione fiscale.

La Procura di Monza ha precisato che il sequestro ha lo scopo di mettere in sicurezza il valore del presunto credito fiscale mentre l’indagine prosegue. Come da prassi, l’ufficio ha sottolineato che tutti i soggetti coinvolti sono da considerarsi innocenti fino a una sentenza definitiva. Un portavoce di Campari, nel frattempo, ha preferito non commentare la vicenda.

Domande e risposte

  • La Campari è indagata o rischia qualcosa? No. Il testo dell’indagine è chiaro: Campari stessa non è sotto indagine. L’inchiesta riguarda Lagfin SCA, la holding lussemburghese controllata dalla famiglia Garavoglia, che detiene la maggioranza (51%) di Campari. L’impatto sul produttore di Aperol è indiretto e riguarda la sua struttura proprietaria, non la sua gestione operativa o finanziaria.
  • Cosa si intende esattamente per “Exit Tax”? La “exit tax” (tassa sull’uscita) è un’imposta applicata sulle plusvalenze latenti (cioè guadagni non ancora realizzati) nel momento in cui un’azienda o un contribuente trasferisce la propria residenza fiscale o i propri beni all’estero. In questo caso, l’accusa sostiene che lo spostamento della “base imponibile” e della gestione dall’Italia al Lussemburgo, tramite la fusione, abbia generato plusvalenze per 5,3 miliardi che avrebbero dovuto essere tassate in Italia.
  • Cosa succede ora dopo il sequestro? Il sequestro di 1,3 miliardi di euro è una misura cautelare, serve a “congelare” un valore pari all’imposta che la Procura ritiene evasa. L’indagine ora proseguirà. La holding Lagfin avrà modo di difendersi e presentare le proprie ragioni. Come sottolineato dalla stessa Procura, tutti i soggetti coinvolti sono presunti innocenti fino a una sentenza definitiva, e la strada processuale è ancora lunga.
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MXeni: i materiali 2D che promettono di rivoluzionare energia e chimica sostenibile

La ricerca di tecnologie più pulite e sostenibili passa, quasi inevitabilmente, per la scienza dei materiali. Ultimamente, i riflettori sono puntati sugli MXeni, una classe emergente di composti bidimensionali (2D) che potrebbero trasformare i sistemi energetici rinnovabili e, non da ultimo, la produzione di composti chimici essenziali.

Tra questi spicca l’ammoniaca, ingrediente chiave per i fertilizzanti agricoli. Gli MXeni, infatti, possono agire da catalizzatori, convertendo elementi presenti nell’aria (come l’azoto) in ammoniaca, attraverso processi che promettono maggiore efficienza energetica e sostenibilità.

Il grande vantaggio di questi materiali? La loro straordinaria adattabilità. La composizione chimica degli MXeni può essere finemente regolata, quasi “sintonizzata” su misura, permettendo agli scienziati di controllarne con precisione le proprietà strutturali e funzionali per diverse applicazioni.  Sul Journal of Chemical Society è stato pubblicato un interessante articolo scientifico che illustra questri straordinari prodotti bidimensionali.

Una nuova comprensione della catalisi

La ricerca, pubblicata sull’prestigioso Journal of the American Chemical Society, è stata condotta da un team di professori di ingegneria chimica, tra cui i dottori Abdoulaye Djire e Perla Balbuena, insieme al candidato PhD Ray Yoo.

Il team di Djire sta, di fatto, mettendo in discussione una convinzione radicata nella scienza dei materiali: l’idea che le prestazioni di un materiale basato su un metallo di transizione dipendano esclusivamente dal metallo specifico utilizzato. I ricercatori, invece, puntano a dimostrare quanto siano cruciali i diversi fattori strutturali.

“Miriamo ad espandere la nostra comprensione di come i materiali funzionino da catalizzatori in condizioni elettrocatalitiche”, ha affermato Djire. L’obiettivo è identificare i componenti chiave per produrre sostanze chimiche e carburanti da risorse abbondanti e comuni.

Struttura dei MXeni

Il ruolo chiave dell’azoto

La struttura degli MXeni gioca un ruolo fondamentale. I ricercatori hanno scoperto che modificando la reattività dell’azoto reticolare (semplicemente, sostituendo un atomo di carbonio con uno di azoto nella struttura) si possono alterare le proprietà vibrazionali del materiale. Queste proprietà descrivono come le molecole si muovono e vibrano in base all’energia che possiedono.

Secondo Yoo, questa capacità di “messa a punto” rende gli MXeni candidati ideali per sostituire gli attuali materiali elettrocatalizzatori, spesso costosi e meno efficienti.

L’analisi: la spettroscopia Raman

Per investigare queste proprietà, il team ha utilizzato la spettroscopia Raman, una tecnica di analisi chimica non distruttiva che fornisce informazioni dettagliate sulla struttura chimica, quasi come un’impronta digitale molecolare.

Il lavoro è stato affiancato da analisi computazionali (eseguite da Hao-En Lai del gruppo della Dr.ssa Balbuena) per valutare come i solventi rilevanti per l’energia (come l’acqua) interagiscono con la superficie degli MXeni.

Spettrografia Raman

La scoperta più interessante è emersa proprio osservando il comportamento dei materiali in diversi solventi:

  • MXeni di Nitruro (con Azoto): Quando immersi in solventi polari (come l’acqua o l’acetone), il loro segnale Raman, ovvero la loro “firma vibrazionale”, viene quasi completamente attenuato, quasi svanisce.
  • MXeni di Carburo (con Carbonio): Al contrario, i loro “cugini” a base di carbonio (come il Ti3C2Tx) mantengono intatta la loro firma Raman negli stessi solventi.
  • La prova: Introducendo azoto nella struttura dei carburi (creando materiali ibridi o “drogati”), anche questi iniziano a mostrare lo stesso comportamento dei nitruri: il segnale svanisce.

Questo dimostra che è proprio l’azoto nella struttura (l’azoto reticolare) ad essere reattivo: interagisce con i solventi polari, modificando l’intero comportamento vibrazionale del materiale.

Un nuovo meccanismo per produrre ammoniaca

Questa reattività dell’azoto reticolare non è un difetto, ma si è rivelata la chiave per un’applicazione pratica: la sintesi di ammoniaca.

Il team ha dimostrato che la produzione di ammoniaca può avvenire sfruttando proprio l’azoto interno al materiale, attraverso un meccanismo chiamato Mars-van Krevelen:

  1. Inizialmente, l’azoto del reticolo MXene viene protonato (combinato con l’idrogeno) e rilasciato sotto forma di ammoniaca.
  2. Questo processo lascia una “vacanza” (un buco) nella struttura del materiale.
  3. L’azoto proveniente dall’atmosfera (N2) va quindi a riempire questa vacanza.
  4. Il ciclo ricomincia.

Questo approccio è fondamentale perché aggira l’ostacolo principale della sintesi di ammoniaca: la difficoltà nel rompere il legame estremamente forte e stabile delle molecole di azoto (N2) presenti nell’aria. Utilizzando l’azoto del materiale come intermediario, il processo diventa potenzialmente molto più efficiente.

“L’obiettivo finale,” conclude Djire, “è ottenere una comprensione a livello atomico del ruolo svolto dagli atomi che costituiscono la struttura di un materiale”. Una conoscenza che apre la strada alla progettazione di catalizzatori di nuova generazione, più efficienti e sostenibili.

Quindi questi prodotti magici riescono a produrre ammoniaca in modo estremamente effciente. Non è impossibile che in futuro vengano sintetizzati Mxeni in grado di fungere da catalizzatori per altri prodotti chimici.

Domande e risposte

Cosa sono esattamente gli MXenes?

Gli MXenes (pronunciati “max-enes”) sono una famiglia di materiali bidimensionali, sottilissimi (a livello atomico), scoperti relativamente di recente. Sono composti da carburi, nitruri o carbonitruri di metalli di transizione (come il titanio). La loro struttura 2D, simile a un foglio di grafene ma con composizione diversa, conferisce loro proprietà uniche, come alta conduttività elettrica e un’ampia area superficiale. Come evidenziato nello studio, la loro caratteristica più promettente è la “sintonizzabilità”: la loro composizione chimica può essere modificata per adattarli a scopi specifici, specialmente come catalizzatori.

Perché la produzione di ammoniaca è così importante?

L’ammoniaca (NH3) è una delle sostanze chimiche più prodotte al mondo. È l’ingrediente fondamentale per la stragrande maggioranza dei fertilizzanti azotati, che sono vitali per la sicurezza alimentare globale e per sostenere l’agricoltura moderna. Tuttavia, il processo attuale per produrla (il processo Haber-Bosch) è estremamente energivoro: consuma circa l’1-2% dell’energia mondiale ed è responsabile di una quota significativa delle emissioni globali di CO2. Trovare un modo più pulito ed efficiente, come quello promesso dagli MXenes, è una sfida cruciale per la sostenibilità.

Qual è la vera scoperta “tecnica” di questo studio?

La scoperta chiave è che l’azoto all’interno della struttura del materiale (l’azoto reticolare) è chimicamente reattivo, e non solo una componente passiva. I ricercatori lo hanno capito usando la spettroscopia Raman: hanno notato che, in solventi polari come l’acqua, il segnale vibrazionale dei nitruri MXene “svaniva”, cosa che non accadeva con i carburi MXene. Questo indica un’interazione diretta e forte tra l’azoto del materiale e il solvente. Questa reattività è stata poi sfruttata per un meccanismo di sintesi dell’ammoniaca più efficiente (Mars-van Krevelen), in cui il materiale stesso partecipa attivamente alla reazione.

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L’X-59 della NASA vola: il ritorno del supersonico silenzioso?

Finalmente, dopo un’attesa prolungata e qualche intoppo tecnico, l‘X-59 “Quesst” della NASA ha spiccato il volo. Questo velivolo sperimentale, che sembra uscito da un film di fantascienza con il suo muso aguzzo, ha completato con successo il suo primo test in aria il 28 ottobre, segnando un passo importante per il futuro (forse) del trasporto aereo.

Il volo inaugurale, durato 1 ora e 7 minuti, è partito da Palmdale, California, per atterrare alla vicina Edwards Air Force Base. Ai comandi c’era il capo pilota della NASA per l’X-59, Nils Larson.

Durante questa prima sortita, l’aereo, spinto da un motore GE Aerospace F414, è salito a 12.000 piedi (circa 3.600 metri) per effettuare i primi controlli di manovrabilità di base.5 Le velocità testate sono state comprese tra 170 e 250 nodi (circa 315-460 km/h). Prima di atterrare, Larson ha anche effettuato un passaggio a bassa quota con riattaccata sopra l’Armstrong Flight Research Center della NASA.

Perché l’X-59 è così importante?

L’obiettivo di questo aereo, costruito dalla Lockheed Martin, non è (per ora) trasportare passeggeri, ma risolvere il problema che ha ucciso il Concorde: il boom sonico.

Quando un aereo supera la velocità del suono (Mach 1), genera un’onda d’urto così potente da creare un boato (il boom sonico) che vieta, di fatto, il volo supersonico sopra i centri abitati. L’X-59 non elimina il problema, ma lo trasforma: è progettato per tramutare il “boom” in un “thump”, un tonfo sordo, quasi impercettibile da terra.

Come ci riesce? Attraverso un design radicale pensato per “distribuire” le onde d’urto:

  • Naso Affusolato: Il muso, lungo e appuntito, è la caratteristica distintiva. Serve a rompere l’onda d’urto principale.
  • Forma della Fusoliera: La sagomatura specifica dell’aereo impedisce alle varie onde d’urto (generate da ali, coda, ecc.) di fondersi in un unico, grande “boom”.8
  • Motore Dorsale: Il motore è montato sopra la fusoliera. La presa d’aria, priva di deviatore (diverter-less), è progettata per dirigere le onde d’urto verso l’alto, lontano dal suolo.

L’aereo è progettato per volare a Mach 1.4 (circa 1.700 km/h) a un’altitudine di 55.000 piedi (quasi 17 km).

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I soliti ritardi (burocratici e tecnici)

Come ogni grande progetto di investimento pubblico, la strada è lunga. L’X-59 era stato presentato ufficialmente nel gennaio 2024, ma una serie di test a terra molto approfonditi ha rivelato quelli che il testo definisce “fastidiosi problemi” (nagging issues) al computer di controllo del volo, al sistema idraulico e ad altri componenti.

Questi intoppi hanno spinto l’inizio dei test di volo a fine 2025 (appunto, ad ora). E i ritardi si ripercuotono sulla tabella di marcia globale.

Il piano della NASA per l’X-59 è diviso in tre fasi:

Fase Obiettivo Tempistica Prevista
Fase 1 Espansione dell’inviluppo di volo (testare velocità transonica e supersonica) Inizio ora (fine 2025)
Fase 2 Validazione delle caratteristiche acustiche (misurare il “Boom”) Probabilmente dal 2026
Fase 3 Test sulla risposta della comunità (volare sopra città USA per raccogliere feedback) A seguire

L’obiettivo finale è consegnare questi dati all’ICAO (l’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile) affinché possa stabilire un nuovo standard sul rumore. Ma se la NASA sperava di arrivare in tempo per la riunione del 2028, i ritardi hanno spostato l’obiettivo alla riunione successiva, nel 2030.

Nonostante un ordine esecutivo dell’ex Presidente Trump a giugno per spingere la FAA a revocare il divieto nazionale sui voli supersonici terrestri, la missione della NASA resta fondamentale. Senza dati scientifici validati e, soprattutto, senza uno standard ICAO accettato a livello globale, nessuna compagnia investirà miliardi per costruire aerei di linea supersonici che possono volare veloci solo sopra l’oceano. Il “grande progetto” keynesiano della NASA serve a sbloccare il mercato privato.

X-59 Quesst

Domande e Risposte sul Testo

1) Perché questo aereo è “silenzioso”? Significa che non fa rumore?

No, non è “silenzioso” in senso assoluto, ma è progettato per essere “silenzioso” a terra. Il problema del volo supersonico è il “boom” sonico, un boato causato dalle onde d’urto che si fondono.9 L’X-59 usa il suo design (specialmente il muso lungo 30 metri) per impedire a queste onde di fondersi. Invece di un “boom” esplosivo, chi è a terra dovrebbe percepire solo un “thump”, un tonfo sordo, simile a una portiera d’auto chiusa in lontananza. L’aereo stesso, ovviamente, usa un motore jet F414, che è molto rumoroso da vicino.

2) Se i test funzionano, quando potremo volare su aerei supersonici commerciali?

Non presto. L’X-59 è solo un dimostratore tecnologico; non è un prototipo di aereo di linea. Il suo unico scopo è raccogliere dati per dimostrare che il “tonfo sordo” è accettabile. Questi dati saranno consegnati (ora si spera entro il 2030) ai regolatori internazionali (ICAO) per creare un nuovo standard sul rumore. Solo dopo che questo standard sarà approvato, le aziende private (come Boom Supersonic, ecc.) avranno la certezza normativa per investire miliardi nella costruzione e certificazione di veri aerei di linea. Parliamo, realisticamente, della seconda metà del 2030.

3) Il testo menziona un ordine esecutivo di Trump per revocare il divieto. Perché la missione NASA è ancora rilevante?

L’aviazione è un business globale. Un ordine esecutivo statunitense può, in teoria, spingere la FAA (l’ente americano) a cambiare le regole solo sugli Stati Uniti. Tuttavia, un aereo di linea supersonico non è economicamente sostenibile se può volare sopra il suolo solo negli USA ma non in Europa o in Asia. Per la redditività delle rotte, serve uno standard internazionale condiviso. La missione della NASA fornisce i dati scientifici e imparziali necessari all’ICAO (l’ente ONU che sovrintende l’aviazione globale) per stabilire proprio quello standard. La politica accelera, ma la tecnica (e la burocrazia internazionale) richiede dati.

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Quali sono le 10 maggiori raffinerie del mondo? E dov’è l’Europa nell’elenco?

Mentre in Europa ci si concentra (forse un po’ troppo) esclusivamente sulla transizione energetica, la mappa globale dell’industria pesante, quella che fa funzionare davvero il mondo, è in pieno subbuglio. E la notizia del giorno arriva dall’Africa, precisamente dalla Nigeria.

La Dangote Refinery, già un impianto di tutto rispetto, ha annunciato un piano di espansione a dir poco colossale. A confermarlo è stato lo stesso presidente del gruppo, Alhaji Aliko Dangote: l’impianto passerà dagli attuali 650.000 barili al giorno (bpd) a ben 1,4 milioni di barili al giorno.

I lavori di costruzione per questo raddoppio, ha assicurato Dangote, inizieranno senza ulteriori ritardi.

L’obiettivo è chiaro e dichiarato: “Al completamento, questa diventerà la più grande raffineria del mondo, superando la raffineria Jamnagar in India“. Un sorpasso che segna un cambiamento significativo negli equilibri energetici globali, spostando il baricentro della raffinazione verso l’Africa occidentale.

Le raffinerie di petrolio sono i veri templi dell’economia moderna: complessi industriali mastodontici che trasformano il greggio in tutto ciò che ci muove, dalla benzina alla plastica. Richiedono investimenti di capitale immensi e tecnologie all’avanguardia.

Ma chi sono, attualmente, i dominatori di questo mercato? Ecco la classifica dei 10 colossi mondiali che la Nigeria si prepara a scalare.

Le 10 più grandi raffinerie di petrolio al mondo (per capacità attuale)

Questa è la classifica attuale, in attesa che Dangote completi la sua scalata:

  1. Jamnagar Refinery (India)
    • Proprietario: Reliance Industries
    • Capacità: 1.240.000 bpd

      Jamnagar refinery

  2. Paraguana Refinery Complex (Venezuela)
  3. SK Energy Ulsan Complex (Corea del Sud)
    • Proprietario: SK Energy
    • SK Ulsan

      Capacità: 900.000 bpd

  4. Yeosu Refinery (Corea del Sud)
    • Proprietario: GS Caltex
    • Capacità: 840.000 bpd
  5. Ruwais Refinery (Emirati Arabi Uniti)
    • Proprietario: Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC)
    • Capacità: 827.000 bpd

      Ruwais Refinery

  6. Onsan Refinery (Corea del Sud)
    • Proprietario: S-Oil Corporation
    • Capacità: 669.000 bpd
  7. Dangote Refinery (Nigeria)
    • Proprietario: Dangote Industries
    • Capacità: 650.000 bpd (Attuale, in espansione a 1,4m bpd entro il 2028)
  8. Galveston Bay Refinery (Stati Uniti)
    • Proprietario: Marathon Petroleum Corporation
    • Galveston

      Capacità: 631.000 bpd

  9. Beaumont Refinery (Stati Uniti)
    • Proprietario: ExxonMobil
    • Capacità: ~630.000 bpd
  10. Port Arthur Refinery (Stati Uniti)
    • Proprietario: Motiva Enterprises
    • Capacità: 600.000 bpd

Notate che non c’è nessuna raffineria europea, né dell’Ovest, né dell’Est né della Russia. Un indicatore molto chiaro della decadenza industriale del Vecchio Continente.

Domande e Risposte (FAQ)

1. Perché l’espansione della raffineria Dangote è così strategica? Per la Nigeria, significa passare da importatore netto di prodotti raffinati (nonostante sia un grande produttore di greggio) a esportatore. Questo rafforza la sua bilancia commerciale e la sua sicurezza energetica. A livello globale, crea un nuovo, enorme polo di raffinazione in Africa, capace di servire sia il mercato interno africano che quello europeo e americano, alterando i flussi commerciali consolidati e sfidando i colossi asiatici e statunitensi.

2. Cosa emerge dalla classifica attuale delle raffinerie? La classifica mostra una chiara dominanza dell’Asia (India e, soprattutto, Corea del Sud) nella raffinazione ad altissima capacità. Questi paesi hanno investito massicciamente per diventare hub globali di raffinazione. Anche gli Stati Uniti mantengono una presenza forte, con impianti storici e molto grandi, principalmente concentrati sulla costa del Golfo del Messico (Texas). La presenza della venezuelana Paraguana al secondo posto è quasi “storica”, data la sua attuale capacità operativa ridotta.

3. Cosa significa “bpd” (barili al giorno) in termini pratici? “Bpd” sta per Barrels Per Day. Un barile di petrolio corrisponde a 42 galloni USA, circa 159 litri. Quando la raffineria di Dangote raggiungerà 1,4 milioni di bpd, significa che sarà in grado di processare fisicamente 1,4 milioni di barili di greggio ogni singolo giorno, trasformandoli in benzina, diesel, cherosene (carburante per aerei), GPL e altre materie prime chimiche. Si tratta di un volume di lavorazione industriale quasi inimmaginabile.

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