Adolfo Urso: in arrivo il nuovo testo unico per le Start up innovative

Confluiranno in un Testo unico le variegate regole che agevolano la nascita e lo sviluppo delle start up e PMI innovative al fine di semplificare e armonizzare l’intero quadro normativo per le imprese innovative e gli incubatori. È quanto prevede La “Legge annuale sulle piccole e medie imprese” (legge n. 34/2026) varata dal legislatore con l’obiettivo di effettuare il riordino delle disposizioni legislative vigenti anche mediante abrogazione delle norme che hanno esaurito la loro funzione (o sono prive di effettivo contenuto normativo o sono comunque obsolete), nonché di ridurre gli oneri e gli adempimenti non necessari.

Entro il 2027 arriverà il nuovo Testo unico della disciplina in materia di start-up e PMI innovative. Il ministro Adolfo Urso lo ha ribadito oggi in Sicilia “In questa parte finale della legislatura abbiamo intenzione di realizzare un testo unico per le start up, mettendo insieme i diversi disegni di legge per facilitare l’attività delle imprese”. D’altra parte di questo che si inserisce nella riforma del quadro societario unico europeo,  e delle le misure per rafforzare la capacità dell’UE in materia di startup e scaleup strategiche sono stati temi al centro del bilaterale tra il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, sen. Adolfo Urso e la Commissaria europea per le Startup, la Ricerca e l’Innovazione, Ekaterina Zaharieva che si è svolto a Bologna a margine dell’evento “R2I – Research to Innovate Italy 2026” la scorsa settimana.

Nel corso dell’incontro il ministro Urso ha espresso apprezzamento per la proposta del 28° regime societario europeo, oggi denominata ‘EU Inc.’, definendola “un importante passo verso un mercato realmente unico per le imprese del continente, volto a ridurre la frammentazione normativa, rafforzare la fiducia degli investitori e semplificare le procedure attraverso la piena digitalizzazione, favorendo la nascita e la crescita di startup e scaleup innovative”. “Auspichiamo che il negoziato possa essere rapido e si salvaguardi la priorità di sostenere la crescita delle imprese europee attraverso un accesso pieno ai benefici del mercato unico”.

L’articolo 18 del ddl prevede la scrittura di un testo unico sulle startup che raccoglierà tutte le norme in materia. Il governo avrà dodici mesi di tempo per completare il lavoro di riordino. L’obiettivo è, innanzitutto, arrivare a una “unificazione e razionalizzazione” della discplina in materia di startup innovative, incubatori e pmi innovative. L’esecutivo punta, in secondo luogo, a migliorare l’efficienza complessiva delle norme mediante un lavoro di “coordinamento formale e sostanziale” di quanto già in vigore.

In Italia Si stimano circa 11.090 startup innovative attive, in lieve calo quantitativo ma con una maggiore specializzazione tecnologica. Il sistema dà lavoro a circa 68.500 persone. Oltre il 79% opera nei servizi alle imprese, con una forte concentrazione nell’IT (programmazione, consulenza e R&S).  Nonostante il valore complessivo dell’ecosistema, il venture capital italiano raccoglie meno fondi rispetto ad altri grandi Paesi europei (Francia, Germania, Spagna). Il settore ha mobilitato 7 miliardi di euro nell’ultimo anno e genera un fatturato di 14,5 miliardi, confermandosi pilastro strategico per l’occupazione qualificata nazionale

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Attacco con droni a Barakah: la centrale nucleare degli Emirati è salva, ma il Golfo Persico si infiamma

Un drone ha colpito un generatore elettrico appena fuori dal perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti. Le autorità di Abu Dhabi si sono affrettate a spegnere l’incendio e, soprattutto, a spegnere il panico: nessun ferito e, per fortuna, nessun rilascio di radiazioni.

L’Autorità Federale per la Regolamentazione Nucleare degli Emirati ha confermato che i sistemi vitali dell’impianto funzionano in modo normale. Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) è intervenuta per gettare acqua sul fuoco, dichiarando di essere in contatto costante con le autorità locali e confermando che i livelli di radioattività non hanno subito variazioni.

Ecco i dati certi di questa vicenda:

  • L’obiettivo colpito: Un generatore esterno alla zona critica della centrale di Barakah.
  • I danni: Un incendio, ora domato, senza danni ai reattori.
  • La sicurezza: Livelli di radiazione nella norma, confermati dall’AIEA.

Se dal punto di vista radiologico possiamo tirare un sospiro di sollievo, dal punto di vista economico e geopolitico la situazione è molto meno tranquilla. Gli Emirati Arabi Uniti si trovano, volenti o nolenti, nel mezzo del conflitto che coinvolge Israele, Stati Uniti e Iran. I cieli della regione sono sempre più affollati di missili e droni. Venerdì scorso, il Ministero degli Esteri degli Emirati aveva respinto duramente le accuse iraniane, ribadendo il proprio diritto di rispondere a qualsiasi atto ostile.

Il rischio vero, ora, non è un disastro in stile Chernobyl, ma un blocco economico nel Golfo Persico ancora più stretto di quanto sinora accaduto. Colpire, o anche solo sfiorare, un’infrastruttura nucleare dimostra una capacità di penetrazione delle difese che mette in allarme l’intero sistema produttivo della regione, ancora più di quanto sia ora e proprio mentre si cerca di raggiungere un modus vivendi.

Bushehrs , centrale nucleare iranianaBushehrs , centrale nucleare iraniana

Bushehr , centrale nucleare iraniana

Fortunatamente, i droni non sanno causare un disastro nucleare colpendo un generatore esterno, ma sanno benissimo come far tremare i mercati. Senza considerare che un attacco alla centrale nucleare emiratina può aprire la strada ad un’azione equivalente verso quella iraniana di Bushehr, sinora colpita solo nelle infrastrutture di trasporto energetico. Gli Emirati potrebbero mostrare molto meno controllo rispetto a quello sinora esercitato dai contendenti.

La tensione tra le due sponde del Golfo Persico è alle stelle e l’economia globale, che dipende da quell’area per la sua stabilità energetica, osserva la situazione con grande preoccupazione. Stiamo per assistere all’ennesima escalation?

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Il trionfo cinese dell’auto elettrica:ome il Green Deal Sta Svuotando le Fabbriche Europee

L’Europa corre a tutta velocità verso l’auto elettrica, ma il traguardo della nuova era industriale lo sta tagliando Pechino. I dati del mercato automobilistico parlano molto chiaro e ci raccontano una storia che ha il sapore di un’amara ironia: il Green Deal è un grande successo, cinese.

Oggi, quasi un’auto elettrica su quattro (il 22%) venduta in Europa è prodotta dal gigante asiatico. È una quota che è cresciuta a vista d’occhio negli ultimi mesi e non accenna a fermarsi. Mentre l’Unione Europea si vanta di essere il motore della crescita globale dei veicoli a batteria – con vendite aumentate del 26% dall’inizio dell’anno e oltre 400.000 unità immatricolate solo ad aprile – stiamo di fatto finanziando con i nostri soldi un’industria estera.

La domanda europea viene drogata da due fattori principali:

  • Gli incentivi statali: soldi pubblici (le nostre tasse) usati per spingere l’acquisto di veicoli.
  • Il caro benzina: spinto dalle tensioni in Medio Oriente, che rende l’elettrico apparentemente più conveniente.

Nel frattempo, il mercato globale frena. Da inizio anno le vendite mondiali sono piatte (-0,2%). Il Nord America crolla del 25%, dimostrando che senza enormi aiuti statali la transizione fatica a imporsi. Fa eccezione il Messico (+50%), ma solo perché è diventato il porto franco dove la Cina scarica le sue auto prima che scattino i dazi americani.

Anche in Cina il mercato interno cala del 17% per via del taglio ai sussidi statali. Cosa fanno allora i produttori cinesi con le auto che non vendono in patria? Le esportano da noi. Tra gennaio e aprile hanno inviato all’estero 1,4 milioni di veicoli elettrici, il doppio rispetto all’anno scorso.

L’illusione dei dazi e l’impatto sul lavoro

Bruxelles ha provato a mettere un freno imponendo dazi aggiuntivi fino al 35,3% sulle auto cinesi. Una mossa che si sta rivelando inutile. I marchi asiatici hanno margini di guadagno così alti che assorbono la tassa senza problemi e, nel frattempo, “comprano” l’Europa. La Spagna è diventata la loro testa di ponte: aziende come Leapmotor, Chery e Geely stanno aprendo o rilevando stabilimenti tra Madrid, Barcellona e Valencia.

Ovviamente la ricaduta è drammativa. Non si crea vera ricchezza se si distrugge la propria base produttiva. Dobbiamo essere molto chiari: ogni auto elettrica cinese importata o assemblata in Europa da marchi asiatici rappresenta meno lavoro per gli operai europei.

Abbiamo imposto per legge una tecnologia (il motore elettrico) prima che la nostra industria fosse pronta a produrla a costi competitivi. Il risultato è che i nostri storici impianti rischiano la chiusura, la filiera della componentistica muore, e i profitti volano verso est. Abbiamo servito il mercato automobilistico su un piatto d’argento ai produttori cinesi. L’ambiente forse ringrazierà, ma a pagare il conto della deindustrializzazione saranno i lavoratori europei.

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Le grandi sfide di Fitto su maggiore flessibilità e semplificazione che possono e devono rafforzare la Ue

La sua nomina, a settembre del 2024, aveva creato non poco polemiche in Europa e in Italia. Polemiche che avevano davvero poco a che fare con la sua personalità, apprezzata in maniera bipartisan in Italia e anche in Europa, non solo per la sua riconosciuta competenza ed esperienza, ma anche per il suo spirito moderato e dialogante. Caratteristiche che hanno contraddistinto la sua carriera politica lunga oltre trent’anni da quando giovane 30 enne venne eletto presidente della Regione Puglia nel 2000.

A Raffaele Fitto, vicepresidente della Ue, veniva invece rimproverata il fatto di far parte di un gruppo politico, quello dei conservatori, considerato da tutti troppo a destra dell’emiciclo di Strasburgo. Un gruppo che proprio sotto la sua guida hanno invece saputo aprire un dialogo costruttivo con i popolari europei e che sono diventati adesso il quarto gruppo più numeroso al parlamento europeo. Gli stessi conservatori che nella prima parte della passata legislatura avevano dovuto subire l’onta del cosiddetto cordone sanitario, la pratica che impediva di fatto ai partiti di destra di occupare le posizioni apicali all’interno del Parlamento europeo.

Superata brillantemente la prova dell’esame delle audizioni del Parlamento europeo (malgrado per qualche giorno sia stato al centro di una serie di veti incrociati tra popolari e socialisti a causa della contestata nomina del commissario spagnolo Teresa Ribera, al centro di polemiche legate alla cattiva gestione della alluvione a Valencia), per Fitto si è aperta l’ennesima complicatissima sfida della sua lunga politica. Riformare la politica di coesione, quella che cuba 400 miliardi di euro, appariva come un’impresa titanica per chiunque.

Lui, forte della esperienza come ministro degli affari europei nel governo Meloni, durante il quale ha preso in mano il dossier del Pnrr, che ha saputo manovrare con grande maestria e rimodulare nel profondo, malgrado quasi tutti pensassero fosse una sfida impossibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, Il piano italiano sta attendendo il pagamento della nona rata, primo paese in Italia, e sta crescendo la percentuale di somme effettivamente spese. Il compito di Fitto era quello di trasformare una politica della coesione che da tempo aveva mostrato tutti i suoi difetti, in un piano che contenesse quella flessibilità e semplificazione necessaria a renderla più efficace.

Il sistema attuale, basato su fondi distinti e programmi regionali chiaramente strutturati, viene sostituito da un impianto molto più compatto, fondato su quattro grandi blocchi tematici e sulla costruzione di 27 Piani Nazionali e Regionali che integrano strumenti finora autonomi. La svolta riguarda soprattutto la governance: la negoziazione dei fondi con la Commissione Europea escluderebbe le regioni, e si limiterebbe ai governi nazionali, lasciando alle regioni un ruolo percepito come meno incisivo.

Da qui il timore, condiviso da molti territori, di una possibile “rinazionalizzazione” della coesione e di un conseguente indebolimento della dimensione territoriale. Fitto proprio su questo ha più volte sottolineato invece come si fondamentale il contributo delle Regioni e degli enti locali nel processo di gestione dei fondi. Ma allo stesso tempo occorre modernizzare uno strumento che è ormai un po’ obsoleto per come è concepito,

Quando Jacques Delors, infatti, delineò la sua visione del Mercato unico, predisse correttamente che l’efficienza economica non avrebbe beneficiato tutte le regioni d’Europa in egual modo. Così, nel 1993, la Politica di coesione venne creata insieme al Mercato unico per garantire un’equa partecipazione alla crescita e alla prosperità in tutta Europa. Il suo obiettivo era quello di creare condizioni di parità affrontando le disparità nello sviluppo economico, nelle strutture e nelle condizioni geografiche. Ma d’allora il mondo è radicalmente cambiato, e l’Europa ha fatto fatica a cambiare la sua visione e le sue politiche per adattarle al nuovo mondo. Oggi la sfida della coesione dovrebbe assumere una nuova dimensione “policentrica”, attraverso la ricerca di diverse zone di integrazione dinamica, così da favorire la riduzione delle disparità tra centro e periferia in continua espansione. La concentrazione della ricchezza in una sola parte del territorio nazionale può compromettere seriamente l’integrazione a lungo termine del Paese, poiché comporta il sottoutilizzo delle risorse presenti nella maggior parte del territorio costituito dalle regioni periferiche.

Il grande merito di Raffaele Fitto, a detta di tutti, è stato quello di puntare proprio sulla flessibilità per cambiare un eccessiva burocratizzazione delle procedure che regolano la politica di coesione. La revisione di medio termine ne è stato un esempio emblematico, grazie alla quale molti paesi hanno avuto la possibilità di rimodulare ben 34 miliardi di euro (l’Italia 7 miliardi) delle risorse a loro disposizione, verso nuove ed impellenti esigenze, tra cui competitività, difesa, alloggi e risorse idriche. Ed è proprio questo il principio che guida la grande sfida di Fitto alla commissione europea. Una politica di coesione che sappia anche gestire problemi impellenti come quello della casa o quello dello spopolamento delle zone ultraperifiche, che mai come ora con la guerra alle porte dell’Europa, sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza. Garantire il “diritto a restare” a tutti i cittadini e le cittadine dell’Unione europea, elaborando un piano su misura per ciascuna regione. Un diritto, quello di rimanere (“right to stay”) che secondo Fitto “riguarda le persone, le comunità e i territori. Si tratta di restituire a tutti gli europei la libertà di rimanere, crescere e costruire il proprio futuro nel luogo che chiamano casa. Andarsene dovrebbe essere sempre una libera scelta, mai una necessità dettata dalla mancanza di opportunità”.

È proprio per questo motivo che Fitto ha spiegato di essere al lavoro per “rendere ogni regione europea più competitiva, più connessa e più attraente, investendo in servizi, connettività e istruzione”. Perché quando i territori crescono e si sviluppano, le persone possono davvero scegliere di rimanere, avere successo e sentirsi parte di essa”. Allo stesso modo Fitto vuole affrontare il problema annoso della difficoltà a trovare un alloggio per le persone con maggiori difficoltà, Due problemi connessi strettamente l’uno con l’altro che rischiano di compromettere non solo il benessere di molte aree europee, ma anche gli stessi principi democratici su cui l’Unione è fondata. E strettamente legato al fenomeno dello spopolamento delle aree interne è quello della politica agricola, la Pac, le cui risorse contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe far credere, non sono state ridotte, ma solo rimodulate, grazie ad un più coerente gestione delle varie misure che la compongono, proprio per garantire anche qui una maggiore flessibilità e semplificazione. Come è sempre stato detto è anche da qui che parte un rafforzamento di un Europa, che da tempo viene definita un gigante burocratico, troppo divisa e spaccata su questioni fondamentali come difesa, politica estera e bilancio.

Il lavoro del rappresentante italiano alla commissione europea, il cui ruolo, stando a quanto si racconta nei corridoi di Palazzo Berlaymont, sede della commissione, sta crescendo di settimana in settimana, è anche orientato nella sua veste di responsabile del bilancio e del Pnrr con il collega Valdis Dombrovskis, con il quale i rapporti anche a livello personale sono ottimi ( hanno visitato insieme la Lettonia, paese di origine del commissario all’economia) a garantire un delicato equilibrio tra le esigenze del rispetto delle regole di bilancio e la maggiore flessibilità molti paesi chiedono, di fronte alle nuove necessità che la guerra in Iran impone. Non è un caso se, la settimana scorsa, proprio Dombrovskis ha aperto ad una possibile uscita già in autunno per l’Italia dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. “Fitto sta dimostrando una capacità di mediazione e di diplomazia, che unita alla sua grande competenza in materia di coesione territoriale e al suo impegno, stanno accrescendo il suo peso all’interno della commissione.

E poi certamente i suoi ottimi rapporti con i popolari europei aiutano, considerando che Weber parla più volentieri e più spesso con lui che con la presidente della commissione stessa” raccontava, qualche settimana fa, un alto funzionario della commissione. Ecco allora che la scelta di Fitto, uno degli uomini migliori al governo Meloni, fu fatta da Meloni a malincuore, proprio ed anche per avere un suo uomo “forte” all’interno della commissione in una fase delicatissima del processo di consolidamento di un Europa, che ancora stenta a decollare.

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Tra stablecoin ed euro digitale, la moneta rischia di diventare uno strumento di controllo

Il recente intervento di Christine Lagarde e dei vertici della Banca centrale europea sulle stablecoin conferma una realtà ormai evidente: il vero terreno dello scontro non è tecnologico, ma politico. Dietro il linguaggio apparentemente neutrale della regolazione finanziaria si nasconde una questione molto più profonda: chi controllerà la moneta nell’economia digitale del futuro.

La BCE lancia l’allarme contro le stablecoin private, soprattutto quelle denominate in dollari, sostenendo che possano minacciare la stabilità finanziaria, indebolire la trasmissione della politica monetaria e favorire una “dollarizzazione digitale” dell’Europa. Formalmente, le argomentazioni non sono prive di fondamento. Il mercato delle stablecoin è dominato da soggetti privati extraeuropei, spesso caratterizzati da livelli di trasparenza discutibili, elevata concentrazione e potenziali fragilità nelle riserve di collateralizzazione. I precedenti non mancano. Nel marzo 2023 USD Coin (USDC), una delle principali stablecoin mondiali emesse da Circle, perse temporaneamente la parità con il dollaro dopo il fallimento della Silicon Valley Bank, presso cui era depositata una parte significativa delle riserve. Nel giro di poche ore il mercato prese coscienza di un fatto decisivo: anche una stablecoin teoricamente “coperta” può diventare vulnerabile a una crisi di fiducia e a una corsa ai riscatti. Ancora più clamoroso fu, nel 2022, il collasso dell’ecosistema Terra-Luna: una stablecoin algoritmica, TerraUSD, che avrebbe dovuto mantenere automaticamente la parità con il dollaro attraverso meccanismi di arbitraggio finanziario, finì travolta da una spirale speculativa che bruciò decine di miliardi di capitalizzazione e destabilizzò l’intero comparto crypto.

Ma fermarsi qui significherebbe accettare la narrazione della BCE senza coglierne l’ambiguità di fondo. La vera questione è che Francoforte non combatte le stablecoin perché intende difendere la libertà monetaria dei cittadini europei. Le combatte perché rappresentano un concorrente diretto del progetto di euro digitale e, più in generale, del controllo centralizzato dell’infrastruttura monetaria.

La BCE presenta l’euro digitale come una risposta necessaria alla trasformazione tecnologica dei pagamenti. Tuttavia, dietro la retorica dell’innovazione e dell’efficienza, emergono interrogativi enormi sul rapporto tra moneta, libertà economica e potere politico. Per la prima volta nella storia moderna, una banca centrale potrebbe arrivare a gestire direttamente una forma di moneta integralmente digitale, programmabile, tracciabile e potenzialmente condizionabile. È inutile minimizzare: la programmabilità della moneta non è fantascienza, ma una caratteristica intrinseca dell’architettura digitale. Una moneta programmabile consente, almeno teoricamente, di introdurre vincoli sull’utilizzo delle somme, limiti temporali alla loro disponibilità, restrizioni geografiche o settoriali e perfino incentivi o penalizzazioni automatiche legate ai comportamenti economici degli utenti. In prospettiva, il denaro rischia così di cessare di essere uno strumento neutrale di scambio per diventare un’estensione diretta della politica economica e, indirettamente, del controllo amministrativo.

La BCE sostiene che l’euro digitale garantirà la privacy. Ma la fiducia cieca nelle rassicurazioni delle autorità monetarie appare ingenua. La storia economica insegna che ogni infrastruttura tecnologica tende inevitabilmente a essere utilizzata ben oltre gli obiettivi inizialmente dichiarati. Oggi si parla di lotta al riciclaggio, contrasto all’evasione e sicurezza dei pagamenti; domani potrebbero emergere esigenze considerate “eccezionali” che giustifichino ulteriori livelli di monitoraggio e condizionamento. Il problema, del resto, non è soltanto europeo. In tutto il mondo le banche centrali stanno cercando di ridefinire il proprio ruolo nell’era digitale. Ma l’Europa aggiunge a questa dinamica una peculiarità tutta sua: la tradizionale inclinazione tecnocratica a sostituire il mercato con la regolazione preventiva. La BCE appare incapace di concepire l’innovazione monetaria al di fuori di un perimetro rigidamente controllato dall’autorità centrale.

Da qui nasce l’ambiguità della posizione di Lagarde. Da un lato la BCE denuncia i rischi delle stablecoin private — disintermediazione bancaria, instabilità finanziaria, dipendenza dal dollaro —; dall’altro propone una soluzione che potrebbe produrre effetti ancora più radicali: concentrazione del potere monetario presso la banca centrale, riduzione progressiva del ruolo del contante e trasformazione della moneta in un’infrastruttura pienamente digitalizzata e sorvegliabile. In altre parole, la BCE critica i rischi del monopolio monetario privato per rafforzare un monopolio monetario pubblico ancora più penetrante.

L’aspetto forse più preoccupante è che tutto questo avviene in un contesto di crescente fragilità economica e sociale dell’Unione Europea. La perdita di competitività industriale, la stagnazione produttiva, la crisi energetica e il progressivo impoverimento del ceto medio stanno già alimentando una diffidenza crescente verso le istituzioni europee. In questo quadro, l’idea di introdurre strumenti monetari percepiti come potenzialmente invasivi rischia di accentuare ulteriormente la distanza tra cittadini e governance europea.

La moneta non è soltanto una tecnologia di pagamento. È anche un presidio di libertà economica. Il contante, con tutti i suoi limiti, garantisce ancora anonimato, autonomia e assenza di intermediazione. Una società interamente dipendente da infrastrutture monetarie digitali — siano esse private o pubbliche — diventa inevitabilmente più vulnerabile a forme di controllo centralizzato. La falsa alternativa tra stablecoin private ed euro digitale rischia dunque di nascondere una trasformazione molto più profonda: il passaggio da una moneta relativamente libera a una moneta integralmente gestita, monitorata e potenzialmente condizionata dall’alto.

La domanda decisiva, allora, non è se il futuro sarà digitale. Lo sarà inevitabilmente. La vera domanda è chi controllerà la moneta digitale e fino a che punto sarà disposto a controllare anche i cittadini che la utilizzano.

Antonio Maria Rinaldi

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L’Impero di Dangote si espande: la mossa in Kenya per la vera indipendenza africana

L’uomo più ricco d’Africa, Aliko Dangote, guarda a est. Dopo aver avviato la sua enorme raffineria da 20 miliardi di dollari a Lagos, in Nigeria, l’imprenditore vuole ripetere l’impresa dall’altra parte del continente. Il piano prevede un nuovo gigantesco impianto capace di lavorare 650.000 barili di petrolio al giorno, per un costo stimato tra i 15 e i 17 miliardi di dollari. Per dare l’idea della capacità di raffinazione un paese come la Libia produce 1,4 milioni di barili al giorno.

La scelta del luogo ha già innescato tensioni politiche e diplomatiche. All’inizio si parlava di costruire la struttura a Tanga, in Tanzania. Ora, però, Dangote preferisce nettamente Mombasa, in Kenya. Il motivo è sia logistico che economico: Mombasa ha un porto più grande e profondo, perfetto per far attraccare le enormi navi petroliere, e il Kenya rappresenta un mercato interno che consuma molta più energia. La produzione petrolifera keniota è minima , 25000 barili tendenti ai 50000 barili al giorno, ma la posizione del paese è ottima per intercettare sia le produzioni di Oman e Arabia sia quelle della Somalia, se le recenti esplorazioni andassero in porto.  Inoltre c’è la possibilità di costruire infrastrutture verso l’Uganda e Sud Sudan.

Akito Dangote Akito Dangote

Aliko Dangote

La presidente della Tanzania, Samia Suluhu Hassan, ha preso malissimo questo cambio di rotta, protestando in modo molto acceso in un incontro privato con il presidente keniota William Ruto.

Al di là delle liti tra vicini, questa scelta mostra un grande cambiamento per l’economia africana. Per decenni, l’Africa ha venduto all’estero il proprio petrolio grezzo, a basso costo, per poi essere costretta a ricomprare i carburanti raffinati a prezzi molto alti. Ora, l’obiettivo è fare tutto in casa.

Tuttavia, come spesso accade per i grandi progetti industriali, il mercato libero da solo non basta a creare sviluppo. Dangote è estremamente pratico: per costruire la sua fabbrica in Kenya, chiede terreni, fondi e, soprattutto, una forte protezione dallo Stato contro la concorrenza estera.

  • Difesa dai prezzi stracciati: Senza barriere o dazi, il mercato dell’Africa orientale verrebbe inondato da benzina a basso costo proveniente dalla Russia o dall’India, distruggendo l’industria locale prima ancora che nasca.
  • Supporto all’industria nazionale: Nella storia, nessuna grande industria pesante è mai nata senza un primo periodo di forte tutela pubblica. Serve l’intervento dello Stato per difendere gli enormi capitali investiti e l’economia del Paese.

Passare dalla semplice estrazione alla vera lavorazione industriale è il vero motore della ricchezza. Vendere risorse grezze arricchisce pochi; trasformarle sul posto crea migliaia di posti di lavoro stabili, sviluppa nuove aziende e trattiene i soldi all’interno dei confini nazionali. I grandi investimenti nelle infrastrutture, guidati e protetti dallo Stato, si confermano la strada migliore per far crescere un’economia reale.

I risultati di questo approccio si vedono già chiaramente in Nigeria. Mentre le guerre e le tensioni internazionali bloccano le navi e fanno salire i prezzi in tutto il mondo, la raffineria di Lagos funziona a pieno ritmo. La Nigeria oggi non subisce la mancanza di carburante e arriva perfino a vendere carburante per aerei alle compagnie europee in difficoltà. I guadagni per la società sono raddoppiati.

L’Africa sta imparando a rendersi autonoma per le cose essenziali: energia, cibo e cure mediche. Se il Kenya troverà un accordo con Dangote, si farà un passo enorme verso la vera libertà economica del continente. L’Africa inizia a industrializzarsi in modo serio, dettando finalmente le proprie condizioni.

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Dalla Biennale di Venezia, Buttafuoco difende l’ultimo spazio universale rimasto

La polemica che da mesi investe la Biennale di Venezia non riguarda soltanto una manifestazione culturale. Tocca un principio molto più profondo: stabilire se l’arte debba continuare a essere uno spazio universale oppure diventare un’estensione della contesa politica internazionale.

Per questo la posizione espressa dal presidente Pietrangelo Buttafuoco appare non solo condivisibile ma necessaria. Difendere la libertà dell’arte non significa ignorare guerre, tragedie o sofferenze. Significa però comprendere che esistono luoghi che devono restare sottratti alla logica dei veti e delle sanzioni morali.

L’arte, come la musica e lo sport, parla infatti un linguaggio universale. Non ha bisogno di traduzioni, non conosce confini, non dipende dalla nazionalità. Un quadro, una composizione musicale, una gara sportiva emozionano chiunque, indipendentemente dalla lingua parlata o dall’origine geografica. È forse l’ultimo spazio rimasto davvero comune all’umanità, l’unico terreno nel quale popoli divisi dalla politica riescono ancora a riconoscersi reciprocamente.

Ed è proprio per questo che va preservato con la massima attenzione. Se si accetta il principio secondo cui un artista possa essere escluso non per ciò che esprime ma per il Paese dal quale proviene, allora si apre una deriva pericolosa. Oggi si colpisce una nazionalità, domani un’altra, dopodomani un autore ritenuto non allineato al clima ideologico dominante.

Ancora più grave è quando a essere colpiti sono artisti che magari nulla hanno a che vedere con i governi del proprio Paese, o addirittura ne sono stati dissidenti e oppositori. Paradossalmente si arriva perfino a mettere in discussione autori scomparsi da decenni o da secoli, come se un’opera potesse essere giudicata sulla base della provenienza di chi l’ha creata. È una logica assurda: significherebbe stabilire fino a quale momento storico un’opera o una composizione possa essere rappresentata oppure no, quali artisti possano essere ancora esposti e quali invece debbano essere cancellati. Sono derive che finiscono per insultare l’intelligenza stessa dell’essere umano, prima ancora che la libertà dell’arte.

Ognuno è naturalmente libero di avere le proprie sensibilità, di manifestare dissenso, di esprimere opinioni anche durissime sui governi e sulle guerre. Ma una cosa è il diritto alla critica, altra cosa è pretendere di cancellare o vietare l’espressione artistica. Perché nel momento in cui si invade anche questo campo, rischia di cadere l’ultimo baluardo universale rimasto alla cultura contemporanea.

I governi passano. Le maggioranze cambiano. Le tensioni internazionali mutano nel tempo. L’arte invece attraversa i secoli, sopravvive ai conflitti e continua a parlare alle persone molto dopo la fine delle polemiche politiche del momento. Ed è proprio per questo che va difesa da ogni tentazione censoriale. Sempre.

Antonio Maria Rinaldi

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Euro digitale, il rischio silenzioso di una moneta trasformata in strumento di controllo

Nell’antica Roma l’imperatore Vespasiano liquidò le critiche sulla tassa imposta ai bagni pubblici con una frase rimasta celebre nei secoli: pecunia non olet. Il denaro non ha odore. Vale a dire: la moneta è neutrale, non giudica chi la utilizza, non discrimina, non osserva, non seleziona comportamenti compatibili o incompatibili con il potere politico del momento. È esattamente questo principio, fondamento stesso della libertà economica moderna, che rischia di essere incrinato dal progetto dell’euro digitale promosso dalla Banca centrale europea.

Dietro la narrativa rassicurante dell’innovazione tecnologica, della modernizzazione dei pagamenti e della “sovranità monetaria europea”, si nasconde infatti una trasformazione molto più profonda: il passaggio dalla moneta come strumento neutrale alla moneta come infrastruttura controllabile. E la differenza è enorme. Perché una moneta digitale emessa direttamente dalla banca centrale non rappresenta semplicemente un’evoluzione tecnica dei sistemi di pagamento, ma introduce per la prima volta nella storia europea la possibilità concreta di centralizzare il controllo dei flussi monetari individuali all’interno di un’unica architettura gestita dall’autorità monetaria.

È qui che il dibattito pubblico diventa volutamente ambiguo. Si cerca di ridurre l’euro digitale a una questione di efficienza tecnologica, quasi fosse soltanto una carta di credito più moderna o un pagamento elettronico più rapido. Ma il punto reale è un altro. Pagare con lo smartphone esiste già. L’euro digitale introduce invece un salto qualitativo completamente diverso: la progressiva trasformazione del denaro in una piattaforma programmabile.

Ed è proprio il concetto di programmabilità della moneta a rappresentare il vero spartiacque storico.

Una valuta integralmente digitale consente infatti, almeno sul piano tecnico, ciò che il contante rende impossibile: tracciabilità totale delle transazioni, monitoraggio in tempo reale dei flussi finanziari, profilazione economica dei cittadini e potenziale condizionamento dell’utilizzo stesso del denaro. Oggi la BCE assicura che non esisteranno forme invasive di controllo. Ma il problema non riguarda le intenzioni dichiarate nel presente. Riguarda i poteri che vengono costruiti per il futuro. Nella storia economica ogni strumento disponibile viene inevitabilmente utilizzato oltre le finalità originarie con cui era stato introdotto.

Una volta realizzata un’infrastruttura monetaria centralizzata, nulla impedirebbe domani di applicare automaticamente tassi negativi direttamente sui saldi digitali, imporre limiti a determinate categorie di acquisto, introdurre scadenze artificiali del denaro per incentivare i consumi o subordinare l’accesso alla piena operatività finanziaria a requisiti normativi, fiscali o ambientali. Tutto questo viene oggi liquidato come distopia. Ma è esattamente la possibilità tecnica di renderlo attuabile a costituire il cuore del problema.

Il contante, al contrario, conserva una caratteristica che nessuna valuta digitale potrà mai garantire integralmente: la libertà. Una banconota non necessita autorizzazioni, non raccoglie dati, non lascia tracce permanenti e soprattutto non può essere disattivata da un’autorità centrale. È questa autonomia materiale della moneta fisica che il progetto europeo considera implicitamente un’anomalia da superare. Non è casuale che negli ultimi anni si sia assistito a una progressiva marginalizzazione del contante attraverso limiti normativi ai pagamenti cash, chiusura degli sportelli bancari, compressione dell’utilizzo delle banconote e crescente pressione verso la digitalizzazione totale delle transazioni.

Formalmente Bruxelles continua a ripetere che il contante non verrà abolito. Ma è evidente che l’euro digitale acquista piena efficacia soltanto in una società nella quale il denaro fisico sia diventato residuale. Ed è qui che il tema assume una dimensione apertamente politica. Una società senza contante è una società nella quale ogni attività economica può essere teoricamente osservata, registrata, analizzata e potenzialmente condizionata. Il passaggio dalla libertà economica alla sorveglianza finanziaria diventa allora molto più breve di quanto si voglia ammettere.

Chi considera eccessive queste preoccupazioni sembra ignorare quanto accaduto negli ultimi anni. La crisi greca dimostrò come la gestione della liquidità bancaria potesse trasformarsi in un potente strumento di pressione politica nei confronti di governi democraticamente eletti. Il congelamento delle riserve russe ha certificato che il sistema monetario internazionale viene ormai utilizzato apertamente come leva geopolitica. Le sanzioni finanziarie, l’esclusione dai circuiti di pagamento e il controllo dell’accesso monetario sono diventati strumenti ordinari di esercizio del potere. L’euro digitale rischia di compiere il salto definitivo: trasferire questa capacità di intervento direttamente sul cittadino.

Il nodo centrale non è quindi tecnologico ma democratico. La BCE è un organismo formalmente indipendente, sottratto a un autentico controllo popolare diretto. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha progressivamente ampliato il proprio spazio di intervento nella politica economica, fiscale e finanziaria degli Stati membri, consolidando un modello sempre più centralizzato di governance tecnocratica. L’euro digitale rischia di diventare il tassello finale di questa architettura: una moneta non più neutrale ma integrata in un sistema di supervisione permanente.

Ed è qui che il principio romano rischia di capovolgersi definitivamente. Pecunia non olet apparteneva a una civiltà nella quale il denaro era strumento di libertà. Nell’Europa dell’euro digitale la moneta potrebbe invece cominciare ad avere un odore molto preciso: quello del controllo.

Antonio Maria Rinaldi

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Pechino alza il muro tecnologico: stop alla vendita di Manus a Meta. La fine dell’hub di Singapore

La guerra fredda tecnologica tra Stati Uniti e Cina si arricchisce di un nuovo, fondamentale capitolo. Non parliamo più solamente di dazi sui microchip o di divieti di esportazione di hardware strategico da parte di Washington, ma di un vero e proprio intervento a gamba tesa di Pechino sulle dinamiche societarie dell’Intelligenza Artificiale. Il governo cinese ha infatti opposto un veto insindacabile all’acquisizione da 2 miliardi di dollari della promettente startup IA Manus da parte del colosso americano Meta.

Per assicurarsi che il messaggio venisse recepito senza fraintendimenti, le autorità hanno inoltre imposto un divieto di espatrio ai fondatori dell’azienda. Un monito chiaro: il libero mercato, a certe latitudini, termina esattamente dove iniziano gli interessi strategici del Politburo.

La chiusura della “Scappatoia di Singapore”

Fino a ieri, la prassi per molte startup cinesi di successo era ben collaudata. Un’azienda nasceva in patria, sviluppava la propria tecnologia sfruttando l’eccellente bacino di talenti STEM locali a costi competitivi, e poi, al momento di capitalizzare, creava una holding a Singapore. Questo escamotage giuridico e finanziario permetteva di aggirare i rigidi controlli del Partito, rendendo l’azienda “digeribile” per i giganti della Silicon Valley pronti a staccare assegni miliardari.

Con il caso Manus, Pechino ha deciso di chiudere questa porta, e lo ha fatto sbattendola. L’innovazione strategica non si vende agli americani, tantomeno tramite comode triangolazioni nel sud-est asiatico. Il governo cinese si è evidentemente stufato di fungere da incubatore a basso costo per tecnologie che finiscono per arricchire il portafoglio brevetti degli avversari geopolitici.

Le ricadute economiche: il Keynesismo tecnologico di Pechino

Lasciar fuggire un’eccellenza nell’IA significa perdere non solo capitale umano, ma un fondamentale moltiplicatore di produttività futura. Trattenere Manus con la forza è un atto di “protezionismo strategico” che mira a mantenere le esternalità positive dell’innovazione all’interno del mercato domestico e che corrisponde a quanto fanno gli USA con Nvidia, a cui è vietato esportare certi chip particolarmente avanzati.

Tuttavia, c’è un rovescio della medaglia tutt’altro che trascurabile. Bloccare le exit milionarie rischia di disincentivare pesantemente i futuri investimenti di venture capital nel Paese. Quale fondo di investimento estero, o anche locale, vorrà rischiare capitali nelle startup di Pechino sapendo di non poter monetizzare l’investimento vendendo al miglior offerente sul mercato globale? Il rischio è un progressivo inaridimento dei capitali di rischio privati, che costringerà lo Stato a intervenire massicciamente con fondi pubblici per sostenere l’intero ecosistema dell’innovazione.

Il colpo alla strategia di Meta

Dall’altra sponda del Pacifico, Mark Zuckerberg incassa una sconfitta strategica notevole. Il modello di crescita di Meta (e di gran parte di Big Tech) si è storicamente fondato su un principio semplice: se non riesci a sviluppare un’innovazione internamente in tempi rapidi, compra chi lo ha già fatto. Basti pensare a Instagram o WhatsApp.

L’impossibilità di fagocitare Manus e le sue tecnologie IA “chiavi in mano” avrà ricadute dirette sui bilanci di Menlo Park. Nello specifico:

  • Aumento del CAPEX: Meta sarà costretta a dirottare maggiori capitali verso la Ricerca e Sviluppo interna. La crescita organica è intrinsecamente più lenta e assorbe più risorse liquide rispetto a un’acquisizione netta.
  • Ritardi sul Time-to-Market: In un settore dove i mesi equivalgono ad anni, dover ricostruire internamente le architetture sviluppate da Manus potrebbe far perdere a Meta terreno prezioso nella rincorsa contro concorrenti come OpenAI o Google.
  • Fine dello shopping asiatico: Le aziende americane dovranno rassegnarsi a cercare (e pagare molto più care) le acquisizioni in Nord America o in Europa, riducendo i margini di manovra finanziaria.

Il veto su Manus certifica la completa “balcanizzazione” dell’Intelligenza Artificiale. Si va verso due ecosistemi tecnologici separati e non comunicanti. L’IA non è più considerata un semplice software, ma un’infrastruttura critica di sicurezza nazionale. E in questo nuovo scacchiere, le acquisizioni internazionali libere sono ormai un ricordo del passato.  Il blocco cinese potrebbe significare la fortuna per altri poli avanzati dell’informatica, dalla

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Meta, l’IA e il cortocircuito fiscale: se gli algoritmi azzerano il ceto medio, chi pagherà il welfare?

Il 2026 verrà ricordato non solo come l’anno della maturità per l’Intelligenza Artificiale, ma anche come quello in cui il capitale ha deciso di sferrare un attacco frontale all’ossatura del mercato del lavoro e, di riflesso, alla tenuta degli Stati nazionali. Meta Platforms si appresta a tagliare circa 8.000 posti di lavoro, sfoltiendo il 10% della propria forza lavoro e congelando migliaia di posizioni aperte.

Non si tratta di un calo di fatturato, ma di una brutale e deliberata riallocazione delle risorse. In una nota interna, l’azienda ha giustificato la manovra con il vertiginoso aumento della spesa per l’IA, che quest’anno toccherà l’astronomica cifra di 135 miliardi di dollari.

L’obiettivo dichiarato da Mark Zuckerberg è chiaro: gli strumenti algoritmici renderanno i dipendenti talmente produttivi che un singolo individuo potrà svolgere le mansioni di interi team. Il risultato pratico? Il team viene esonerato, spesso dopo aver involontariamente addestrato l’IA che lo sostituirà, sempre che la mossa abbia successo.

Ma le ripercussioni di questo trend vanno ben oltre le mura di Menlo Park e investono direttamente il nostro contratto sociale.

Il buco nero fiscale del Welfare State

Dal punto di vista economico, l’entusiasmo della Silicon Valley si scontra con una realtà contabile ineludibile. Il sistema di welfare occidentale (sanità, istruzione, pensioni, infrastrutture) si regge quasi interamente sul prelievo fiscale derivante dai redditi da lavoro dipendente e dalle attività professionali. È il ceto medio – la classe impiegatizia, i quadri, i creativi, gli sviluppatori e i professionisti del terziario – a sorreggere il peso fiscale maggiore.

Se l’IA riduce in modo strutturale e potente questo bacino di contribuenti, si genera un cortocircuito. Sostituire il lavoro con il capitale aumenta i margini operativi delle Big Tech, ma genera una voragine nelle casse pubbliche:

  • Mancato gettito IRPEF/Imposte sul reddito: Un algoritmo non paga le tasse sullo stipendio.

  • Crollo dei contributi previdenziali: I server non versano quote per il sistema pensionistico.

  • Elusione del capitale: Il capitale automatizzato produce enormi profitti, che le multinazionali ottimizzano sapientemente a livello fiscale, spostando la ricchezza in giurisdizioni a bassa tassazione e lasciando a bocca asciutta gli Stati dove i servizi vengono effettivamente consumati. Alla fine un computer può essere ovunque.

Il rischio di una tassa sui poveri

A questo punto, la domanda diventa pressante: chi pagherà le tasse nell’era dell’Intelligenza Artificiale? Se l’attuale paradigma non viene riformato, il rischio è che lo Stato, nel disperato tentativo di mantenere attivi i servizi pubblici, scarichi il peso fiscale su chi non può essere automatizzato o eludere le tasse.

Questo si traduce in due scenari altrettanto recessivi:

  1. L’accanimento sui redditi bassi: La pressione fiscale si concentrerebbe sulle fasce di reddito più basse, legate a quei lavori fisici o di cura della persona (logistica, ristorazione, assistenza) che l’IA non può ancora sostituire.

  2. L’esplosione delle imposte indirette: I governi potrebbero compensare il calo delle imposte sul reddito aumentando l’IVA e le accise. Essendo tasse sui consumi, colpiscono in modo regressivo i ceti meno abbienti, che spendono in consumi l’intera totalità del loro stipendio.

L’efficienza informatica è un prodigio contabile per i bilanci aziendali, ma un potenziale disastro per l’economia reale. Senza un ceto medio in grado di percepire un reddito, pagare le tasse e consumare beni, l’intero sistema rischia di implodere su se stesso.

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