La Spagna taglia l’energia alle grandi imprese: rete elettrica ancora in crisi

Ancora crisi per il istema elettrico spagnolo, sempre sotto stress per l’instabilità della fornitura: Red Eléctrica, il fornitore di sistema spagnolo,  ha interrotto la fornitura di energia elettrica alle grandi industrie per la seconda volta quest’anno. Il gestore del sistema, che non ha ancora segnalato l’accaduto sul proprio sito web, ha dovuto ridurre la produzione delle centrali a gas a ciclo combinato da 15.000 MW a 13.000 MW in una sola ora, durante il picco di domanda che ha raggiunto quasi 39.000 MW a causa della partita tra Inghilterra e Argentina, valida per la finale

La causa di questa nuova interruzione potrebbe essere un problema ai sistemi di alimentazione delle centrali a ciclo combinato, che potrebbero aver messo fuori servizio circa 2.000 MW. Questa situazione ha costretto a ricorrere a tutta l’energia terziaria disponibile (circa 800 MW) e successivamente alla piena capacità del cosiddetto SRAD (Sistema Regionale di Riduzione del Disastro), che ha dovuto essere attivato più volte a causa della durata del problema.

All’epoca il sistema disponeva di un’elevata capacità di generazione eolica, di buone riserve idriche e di un utilizzo quasi totale delle centrali nucleari, con una potenza di quasi 6.000 MW, dato che attualmente un reattore è fuori servizio.

Secondo Red Eléctrica, il sistema SRAD (Active Demand Response) è stato attivato alle 21:43. Il gestore del sistema ha attivato il servizio di risposta attiva alla domanda. L’attivazione è durata 24 ore. La continuità della fornitura non è mai stata compromessa; l’obiettivo di questa attivazione era garantire i livelli di riserva stabiliti nelle procedure operative.

Questo servizio viene utilizzato per la seconda volta, dopo la sua attivazione il 28 gennaio. In quell’occasione, la tempesta Kristin aveva devastato la rete elettrica iberica e Red Electrica era stata costretta a intervenire a seguito di un’improvvisa interruzione della produzione di energia eolica durante l’ora di punta mattutina e di un calo delle importazioni di energia dal Portogallo.

L’operatore aveva previsto una produzione di circa 12.500 MW di energia eolica, ma i forti venti hanno fatto sì che la potenza effettivamente disponibile si riducesse a 7.500 MW, il che significa che circa 5.000 MW sono stati disconnessi in Spagna a causa della tempesta.

Secondo l’Associazione spagnola per l’energia eolica, i parchi eolici operano nel rispetto di rigidi criteri di sicurezza. In caso di venti estremamente forti, che superano i limiti operativi delle turbine (fino a 25 metri al secondo o 90 km/h), queste vengono disconnesse per motivi di sicurezza.

Il 28 maggio, Red Eléctrica ha assegnato un totale di 1.775 megawatt (MW) di capacità di risposta attiva alla domanda (SRAD) per la seconda metà del 2026, una cifra leggermente superiore ai 1.725 MW assegnati per i primi sei mesi dell’anno. Questo risultato ha confermato un leggero aumento della capacità disponibile di questo meccanismo di bilanciamento, sebbene il volume finale assegnato sia risultato inferiore al totale richiesto nella gara d’appalto.

Nello specifico, i 1.775 megawatt (MW) assegnati rappresentano il 76% dei 2.339 megawatt (MW) previsti dal regolamento dell’asta tenutasi giovedì scorso. La maggior parte dei fornitori di servizi, con una capacità pari o superiore a 1 megawatt (MW), ha presentato le proprie offerte tramite rivenditori di energia attivi sul mercato elettrico, individualmente o in forma aggregata.

Gli aggiudicatari riceveranno un prezzo marginale di 42,62 euro per megawatt (MW) assegnato all’ora per la loro disponibilità a ridurre i consumi durante i periodi di tempo stabiliti. In caso di effettiva attivazione del servizio, tale pagamento sarà integrato dal corrispondente prezzo di regolazione terziaria in vigore al momento dell’erogazione del servizio. Praticamente viene stabilito un premio per le aziende che rinunciano a questi megawatt in caso di cresi e si lasciano disconnettere.

Il meccanismo SRAD, implementato nel 2022, è un meccanismo di bilanciamento in linea con le normative europee che consente una maggiore flessibilità del sistema dal lato della domanda. La durata massima di ciascuna attivazione è di due ore ed è consentita una sola attivazione al giorno per ciascun fornitore. Gli orari di attivazione sono dal lunedì al venerdì, dalle 8:00 a mezzanotte, e nei fine settimana e nei giorni festivi tra le 22:00 e le 23:59. I partecipanti devono essere avvisati con un preavviso di almeno 12,5 minuti.

Ovviamente viene ancora ad essere insufficiente la flessibilità dal lato dell’offerta, cioè non ci sono ancora sufficienti centrali energetiche a gas/ ciclo combinato in grado di essere attivate in caso di domanda, o anche punti di accumulo che potrebbero far fronte ai picchi. Si pensa sempre a tagliare, raramente a produrre.

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Terremoto Volkswagen: spariranno la metà dei modelli e il 75% delle versioni. In marcia verso la chiusura?

Il colosso dell’auto europea è in grave affanno. Volkswagen ha annunciato un piano di tagli spietato che cambierà per sempre il volto dell’azienda. Entro il 2030, la metà dei modelli attuali sparirà definitivamente dai listini. La produzione globale subirà un drastico taglio, scendendo a nove milioni di veicoli all’anno.

È un ridimensionamento brutale. Dietro le parole misurate del management si nasconde un dramma sociale e industriale senza precedenti per la Germania e per l’intera Europa.

Il consiglio di amministrazione parla ufficialmente di un “piano per il futuro”, ma, a questo punto, meglio non utilizzare un orizzonte troppo lungo. Sono state presentate dodici iniziative per rendere il gruppo più solido ed efficiente, ma la realtà che emerge dai numeri è ben diversa. La semplificazione dell’offerta eliminerà fino al 75% degli optional oggi disponibili. Un taglio netto alla complessità, che si traduce in un taglio alle linee produttive.

Il comunicato ufficiale tace sui licenziamenti e sulle chiusure. Un silenzio che fa molto rumore negli ambienti industriali.Sappiamo bene, infatti, che a fine giugno i vertici avevano già paventato un vero e proprio terremoto occupazionale. Si parlava esplicitamente di 100.000 esuberi a livello globale. Un cataclisma sociale che nessuno osa confermare

Oltre al danno occupazionale diretto, c’è il dramma delle chiusure fisiche. Quattro storici stabilimenti tedeschi sono sulla graticola: Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm.

La chiusura di queste fabbriche non colpisce solo i dipendenti di Volkswagen. L’intero indotto rischia un rapido collasso. Fornitori, aziende di logistica, servizi locali: intere comunità dipendono economicamente da quegli impianti. La deindustrializzazione della Germania accelera, con ricadute pesanti su tutta la catena del valore europea.

Prima della crisi globale, VW aveva una capacità produttiva di circa dodici milioni di veicoli. Due milioni di capacità sono già stati dismessi nel recente passato. Ora si punta a scendere a nove milioni, con ulteriori sforbiciate previste anche in Cina e nel resto d’Europa. E l’Italia? L’impatto economico non si fermerà ai confini tedeschi. Molti fornitori di componentistica del Nord Italia lavorano a stretto contatto con il gruppo di Wolfsburg.

Il consiglio di fabbrica non ci sta. La tensione a Wolfsburg è alle stelle e il clima è di totale rottura. I rappresentanti dei lavoratori hanno lanciato un ultimatum chiaro. L’amministratore delegato Oliver Blume è stato convocato d’urgenza.

Entro venerdì dovrà spiegare nel dettaglio questi piani di ristrutturazione ai dipendenti. I sindacati hanno già dichiarato che non accetteranno passivamente lo smantellamento del gruppo.

La ristrutturazione in sintesi:

  • Taglio modelli: -50% dell’offerta entro il 2030.
  • Semplificazione: -75% degli optional disponibili.
  • Capacità produttiva: Discesa a 9 milioni di auto annue (da 12 milioni).
  • Impatto occupazionale: Fino a 100.000 posti di lavoro a rischio.
  • Stabilimenti a rischio: Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm.

Il problema è che non sembra ci siano grosse alternative a questa scelta. A giugno si era parlato perfino di dubbi nella continuità aziendale del gruppo automobilistico che, in parole povere, significa che la società rischiava di non avere un domani. Un taglio dei modelli e dei programmi così radicale farà calare i costi, ma anche  significherà uscire da diversi segmenti di mercato. Una strategia che spesso significa una lenta marcia verso la decadenza e la chiusura.

La crisi di Volkswagen è lo specchio di un’Europa che arranca e di politiche dell’auto completamente sbagliate. La società ha investito all’estero, in Cina e negli USA e si è buttata sull’elettrico, dove è stata surclassata dalle case cinesi e, negli USA, dalla concorrenza delle auto a combustione interna. Risorse sprecate che ora mancano e la UE, con le proprie normative costose e strettissime, non incentiva sicuramente a cambiare auto.

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Petrolio uguale per tutti, tasse no: come il diesel a due velocità sta spaccando l’economia globale

La media mondiale del gasolio viaggia a 1,28 euro al litro, ma questa cifra è un’illusione. Dietro il dato statistico si nasconde un divario drammatico che penalizza l’Europa e l’Italia. Il costo del diesel non è solo un problema per chi fa il pieno. È il vero motore dell’inflazione interna: muove i camion, i trattori e le navi. Quando il carburante sale, i costi di trasporto colpiscono immediatamente ogni singolo bene, a partire da quelli alimentari freschi fino ai prodotti industriali. Un salasso che svuota le tasche dei consumatori e distrugge la competitività delle imprese.

Il mercato globale offre il petrolio greggio allo stesso prezzo a tutti, ma sono le scelte fiscali dei singoli Stati a fare la differenza tra la sopravvivenza economica e il declino. I paesi produttori e quelli a bassa tassazione mantengono i prezzi artificialmente vicini allo zero per sussidiare la produzione. Al contrario, l’Europa usa il carburante come un bancomat di Stato, applicando una pressione fiscale insostenibile.

Grazie al sito GlobalPetrolPrice Ecco la fotografia dei prezzi al litro (espressi in euro) al 6 luglio 2026, che mette a confronto la situazione dei colossi mondiali, delle economie emergenti e dei casi limite.

Paese Prezzo (Euro al litro) Impatto Economico Pratico
Venezuela 0,004 € Prezzo simbolico, totale sussidio statale che azzera i costi logistici domestici.

Uno dei maggiori problemi del paese.

Iran 0,005 € Mercato ultra-sussidiato, isolato dalle dinamiche dei mercati occidentali.

Causa di un vivo contrabbando.

Libia 0,021 € Risorse interne abbondanti e tassazione azzerata sul consumo locale.
Algeria 0,204 € Quarto paese più economico al mondo, forte controllo statale sui prezzi.
Giappone 0,859 € Politica di stabilità fiscale per non affossare i consumi interni della popolazione.
Cina 0,880 € Prezzo calmierato dallo Stato per sostenere la gigantesca macchina dell’export.
India 0,903 € Sussidi mirati per contenere il costo del cibo e dei trasporti per le masse.
Russia 0,925 € Ampia produzione interna usata come barriera contro l’inflazione russa. Ora il sistema di raffinerie è però in crisi
Stati Uniti 1,210 € La grande eccezione occidentale: tasse basse per non frenare i consumi e i trasporti.
Brasile 1,125 € Logistica interna quasi tutta su gomma, sensibilissima a ogni minima variazione.
Polonia 1,397 € Hub logistico dell’Est, stringe i denti per rimanere competitiva rispetto a Berlino.
Sudafrica 1,440 € Prezzo pesante che zavorra una struttura economica già in forte difficoltà.
Spagna 1,518 € Tra i grandi europei è la meno cara, ma la pressione si fa sentire sulla filiera.
Francia 1,814 € Tassazione verde e accise pesanti che gravano come un macigno sulle aziende.
Germania 1,867 € Crisi industriale aggravata dal costo dell’energia e dei trasporti interni.
Italia 1,892 € Record di accise. La logistica scarica l’aggravio direttamente sui banchi dei mercati.
Singapore 2,385 € Costo altissimo, ma compensato da un’economia fortemente finanziaria e non stradale.
Malawi 3,181 € Isolamento geografico e valuta debole creano un vero dramma di approvvigionamento.
Hong Kong 3,768 € Il diesel più caro al mondo: spazio ridotto e tasse altissime come disincentivo.

Gli Stati Uniti rappresentano la vera anomalia tra i paesi avanzati. Pur essendo un’economia ricca, Washington applica tasse molto basse sul carburante. Questo permette alle merci americane di viaggiare a costi ridotti rispetto a quelle europee, regalando alle loro aziende un enorme vantaggio competitivo strutturale.

In Italia e nel resto d’Europa, la scelta politica è opposta e punitiva. Il gasolio viene spremuto fiscalmente. Il risultato è un’inflazione da costi che colpisce i redditi medio-bassi: ogni aumento del diesel si traduce in un aumento automatico del pane, della verdura e dei beni industriali. Non è una transizione ecologica, è una tassa sul movimento delle merci.

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Terremoto politico in Francia: confermata la condanna di Marine Le Pen, ma la corsa all’Eliseo nel 2027 è salva

La Corte d’Appello di Parigi ha pronunciato una sentenza storica che scuote le fondamenta della politica europea. Marine Le Pen è stata condannata a tre anni di carcere per il caso dei fondi UE destinati agli assistenti parlamentari. Ma il vero colpo di scena è politico: i magistrati le hanno ridotto la pena di ineleggibilità, restituendole di fatto la libertà di correre per l’Eliseo. La strada verso le presidenziali del 2027 si riapre di colpo con un brivido per gli avversari, anche se con alcune limitazioni.

La leader del Rassemblement National ha atteso la prima serata per rompere il silenzio. Dai microfoni del telegiornale di TF1 ha annunciato ufficialmente la sua quarta candidatura presidenziale. Una mossa immediata per blindare il partito ed evitare che la leadership scivolasse verso altri lidi.

Il verdetto e la strategia della Cassazione

In primo grado, lo spettro dell’esclusione politica sembrava definitivo. Stavolta, la Corte d’Appello ha inflitto 45 mesi di ineleggibilità, di cui ben 30 coperti da sospensione condizionale. I restanti 15 mesi risultano già scontati a seguito dell’esecuzione provvisoria precedente. Una decisione quasi acrobatica da parte dei giudici francesi.

I magistrati hanno esplicitamente motivato la scelta richiamando il principio della “libertà di scelta dell’elettore” dando un valore politico alla sentenza. Privare milioni di francesi del proprio candidato di riferimento avrebbe creato una faglia democratica istituzionale senza precedenti.

Resta però lo scoglio dei tre anni di reclusione, di cui uno strutturato come anno di carcere fermo. Una pena che la deputata dovrebbe teoricamente scontare indossando un braccialetto elettronico per la detenzione domiciliare.

“Non farò mai campagna elettorale con un braccialetto elettronico alla caviglia”, aveva giurato Le Pen.

La contromossa legale è arrivata puntuale con l’annuncio del ricorso in Cassazione. In base al codice di procedura penale transalpino, l’impugnazione davanti alla suprema corte ha un effetto totalmente sospensivo. Significa che l’esecuzione della pena detentiva e del braccialetto viene congelata fino al verdetto definitivo.

I tempi tecnici della Cassazione giocano a favore della leader della destra. Secondo i costituzionalisti, una decisione non arriverà prima dell’inizio del 2027. Se il ricorso venisse respinto a ridosso del voto, si aprirebbe uno scontro istituzionale inedito tra potere giudiziario e corpo elettorale.

Lo schema delle sanzioni applicate

La sentenza non ha colpito solo la figura di vertice, ma ha toccato l’intera struttura del movimento politico, imponendo anche pesanti sanzioni pecuniarie.

Soggetto coinvolto Tipologia di sanzione applicata Stato dell’efficacia politica
Marine Le Pen 3 anni (2 con sursis, 1 fermo), 100.000€ ammenda Eleggibile (grazie al computo del già scontato)
Rassemblement National 2 milioni di euro di sanzione (1 milione con sursis)  
Louis Aliot & altri quadri Pene detentive variabili interamente con sursis Mantengono le cariche locali correnti

Il fattore Bardella: la coppia torna sul pas de tir

Per mesi, il giovane e popolarissimo Jordan Bardella si è preparato dietro le quinte. Il “Piano B” del partito era pronto a trasformarsi in una candidatura presidenziale fresca e priva di carichi pendenti. I sondaggi lo davano persino in vantaggio di qualche punto rispetto alla sua mentore.

Ora la situazione interna si congela nuovamente. Marine Le Pen ha confermato che lo schema della leadership prevede un “ticket blindato”. Lei correrà per la presidenza, mentre a Bardella è stato promesso l’incarico di Primo Ministro in caso di vittoria.

Per il giovane leader si tratta di un parziale passo indietro. Frenare una traiettoria politica in piena ascesa non è mai semplice. Tuttavia, l’accordo interno sembra tenere per evitare frammentazioni che favorirebbero lo schieramento macroniano o la sinistra.

Si chiarisce lo scontro.

A questo punto almeno inizia a chiarirsi la corsa per le elezioni presidenziali del 2027. Sicuramente ci sarà la Le Pen, Sicuramente l’estrema sinistra presenterà Melénchon. Ora bisogna chiarire quanti saranno i candidati centristi, dell’area macroniana e ex gollista, che saranno due o tre, e chi presenterà i socialisti. Allo stato attuale sembra che la Le Pen supererà di slancio il primo turno, per poi scontrarsi con quello che vincerà fra i centristi e i socialisti. Questa volta però non ci sarà la solita formazione del “Blocco Repubblicano” che ha permesso la vittoria di Macron. Le cose sono profondamente cambiate.

La Francia si avvia a vivere mesi di campagna elettorale permanente sotto la scure della magistratura. Un pasticcio, data l’instabilità internazionale e un’economia sempre più problematica. Il presidente che emergerà dalla contesa dovrà affrontare una sfida molto pesante: cercare di cambiare il corso della Francia.

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Terremoto magnetico nel cuore della Terra: il nucleo inverte la marcia e minaccia i nostri sistemi satellitari

Un’improvvisa e imprevista inversione nei fiumi di ferro fuso a 3.000 chilometri sotto i nostri piedi ha colto di sorpresa la comunità scientifica internazionale. Il motore sotterraneo che genera lo scudo magnetico terrestre ha bruscamente cambiato direzione sotto l’Oceano Pacifico. Questo fenomeno accelera le anomalie del campo geomagnetico e mette sotto pressione l’affidabilità delle reti di navigazione e delle infrastrutture tecnologiche globali.

L’incredibile scoperta, dettagliata in uno studio recente sul Journal of Studies of Earth’s Deep Interior, scardina una certezza scientifica che durava da decenni. Si pensava infatti che i movimenti del nucleo esterno della Terra variassero in modo lentissimo, richiedendo secoli per mostrare mutamenti significativi. Invece, la Terra si muove molto più velocemente del previsto, con dinamiche interne repentine e turbolente.

Cosa sta succedendo nel cuore del pianeta?

Il campo magnetico terrestre agisce come una gigantesca dinamo da bicicletta. Il ferro liquido surriscaldato del nucleo esterno si muove continuamente, generando le correnti elettriche che formano lo scudo protettivo del pianeta. Senza questa barriera, l’atmosfera verrebbe letteralmente spazzata via dalle radiazioni solari.

Nel 2010, una vasta porzione di questo oceano di ferro fuso sotto l’Oceano Pacifico equatoriale ha compiuto un balzo inaspettato. Il flusso ha interrotto il suo storico e debole movimento verso ovest per girarsi di scatto e fluire con enorme forza verso est. I dati raccolti fino al 2025 dai satelliti Swarm e CryoSat dell’ESA mostrano che questa imponente spinta verso est ha raggiunto un picco, per poi iniziare a indebolirsi leggermente a partire dal 2020.

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Il quadro delle anomalie rilevate dal 1997 al 2025

Gli scienziati hanno analizzato quasi trent’anni di misurazioni terrestri e satellitari per ricostruire la mappa di questa accelerazione. L’analisi matematica dei dati ha permesso di isolare i movimenti principali del nucleo:

Componente del Flusso Quota di Varianza Spiegata Comportamento Rilevato
Vortice Planetario Principale Circa 95% Flusso stabile verso ovest, parzialmente disallineato rispetto all’asse di rotazione.
Inversione del Pacifico Circa 4% Svolta improvvisa nel 2010 da ovest a forte est, in frenata dal 2020.
Onde Superficiali Minori Circa 1% Onde rapide responsabili delle accelerazioni magnetiche improvvise (jerk).

I legami misteriosi con il centro della Terra

I ricercatori, guidati dal dottor Frederik Dahl Madsen dell’Università di Edimburgo, stanno cercando di capire se questa inversione sia un fenomeno ciclico o una deviazione temporanea. L’aspetto più affascinante è la coincidenza temporale. Questo cambio di rotta sotto il Pacifico è avvenuto nello stesso momento in cui si registravano anomalie nel nucleo interno solido e piccole variazioni nella durata stessa del giorno terrestre.

Esiste però un’altra spiegazione tecnica: l’inversione potrebbe essere guidata dall’alto. Alcuni modelli teorici collegano il flusso verso est al calore variabile presente alla base del mantello terrestre. Il mantello, agendo in modo non uniforme, creerebbe una sorta di “vento termico” capace di deviare le correnti di ferro.

Le ricadute economiche e pratiche: perché dobbiamo preoccuparci?

Anche se questi sconvolgimenti avvengono a migliaia di chilometri di profondità e non mettono a rischio diretto la vita umana o il clima, le conseguenze economiche sul lungo periodo sono reali e tangibili. Il campo magnetico guida i sistemi di navigazione globali, l’aviazione civile, i sistemi di posizionamento marittimo e le orbite dei satelliti.

  • Costi di aggiornamento dei sistemi: Le variazioni repentine del campo magnetico costringono i governi e le aziende di telecomunicazioni ad aggiornare costantemente i modelli geomagnetici mondiali utilizzati da smartphone e aerei per non perdere la rotta.
  • Vulnerabilità delle reti elettriche: Un campo magnetico instabile riduce l’efficacia della protezione contro le tempeste solari. Un evento solare di forte intensità che colpisce uno scudo indebolito può sovraccaricare e fondere i trasformatori delle reti elettriche, provocando blackout da miliardi di euro. Senza poi sottovalutare l’effetto che può esserci sull’elettronica.
  • Investimenti nella flotta satellitare: Per monitorare in tempo reale queste fluttuazioni ed evitare costosi guasti ai satelliti commerciali in orbita bassa, istituzioni come l’ESA devono prolungare e finanziare missioni di monitoraggio costose, gravando sui bilanci scientifici.

Il nucleo terrestre non è affatto un blocco di roccia immutabile. È un motore dinamico e bizzarro, le cui anomalie ci ricordano quanto l’economia digitale e tecnologica dipenda da equilibri planetari nascosti e profondi. La Terra è viva, e spesso non facile da comprendere.

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La Casa Bianca vuole ancora la Groenlandia. Per lto funzionario USA

Se pensavate che Donald Trump avesse dimenticato la Groenlandia, vi sbagliavate di grosso. La pressione geopolitica degli Stati Uniti sull’isola di ghiaccio è tornata, più forte di prima.

Un alto funzionario americano ha rotto gli indugi prima del vertice NATO in Turchia. Le sue parole sono state nette: l’acquisizione dell’isola da parte degli Stati Uniti resta l’unica via per garantire la sicurezza a lungo termine.

Una dichiarazione che riapre una ferita diplomatica profonda e che nasconde enormi interessi commerciali e industriali.

Le rotte artiche e la minaccia sino-russa

Il Pentagono osserva con crescente ansia il traffico navale intorno all’isola. Russia e Cina stanno aumentando la loro presenza nei mari del Nord, sfruttando il progressivo scioglimento dei ghiacci.

Per Washington, la Groenlandia non è solo una distesa di neven, ma una porta d’accesso strategica. Se la Danimarca non riesce a difenderla da sola, l’economia e la sicurezza americane si sentono minacciate. Trump vuole blindare l’area con una soluzione permanente, capace di durare oltre il suo mandato presidenziale.

Cosa c’è in gioco? L’impatto economico pratico

L’interesse americano non è solo militare. La Groenlandia custodisce risorse che potrebbero cambiare gli equilibri economici globali:

  • Terre rare: Fondamentali per produrre microchip, smartphone e batterie per auto elettriche. Oggi la Cina ne ha il quasi monopolio.
  • Rotte commerciali: Nuovi passaggi marittimi più brevi tra Asia ed Europa, che riducono i costi dei trasporti.
  • Risorse ittiche ed energetiche: Nuovi giacimenti di gas e petrolio potenzialmente accessibili, oltre a diritti di pesca esclusivi.

La tabella seguente mostra l’attuale spartizione del controllo delle risorse artiche:

Paese Forza principale nell’Artico Obiettivo strategico
USA Base aerea di Thule (Pituffik) Blocco dell’espansione cinese
Danimarca Sovranità formale Difesa dell’autonomia di Nuuk
Cina Investimenti minerari Controllo delle materie prime
Russia Basi militari e rompighiaccio Controllo della Rotta Nord

La reazione di Danimarca e Groenlandia

Copenaghen e il governo locale di Nuuk hanno sempre respinto l’idea di una vendita. L’ipotesi di un’annessione forzata ha gelato i partner della NATO, sollevando dubbi sulla reale coesione dell’alleanza.

Trump ha ritirato le minacce di dazi punitivi contro l’Europa e l’uso della forza. Tuttavia, la pressione diplomatica resta massima.

Attualmente sono in corso colloqui tra l’amministrazione USA e le autorità locali. Si cerca un compromesso: forse non una vendita immobiliare, ma concessioni minerarie e militari esclusive a stelle e strisce, ma non si sa molto delle attuali trattative. Con il rischio che, magari, alla prossima crisi, Trump decida di intervenire.

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OPS Trevi: l’operazione che mette in luce l’assenza di una politica industriale dello Stato

L’Offerta Pubblica di Scambio promossa da ICOP su Trevi offre lo spunto per una riflessione che va ben oltre la singola operazione societaria. Il punto, infatti, non è stabilire se l’OPS sia industrialmente valida  o meno ma chiedersi se il sistema pubblico voglia valorizzare fino in fondo il percorso che esso stesso aveva contribuito ad avviare.

Quando, tra il 2018 e il 2019, Trevi attraversò una gravissima crisi finanziaria che ne metteva a rischio la stessa sopravvivenza, Cassa Depositi e Prestiti ebbe il merito di comprendere che non si trattava soltanto di salvare un’impresa, ma di preservare un patrimonio di competenze e di know-how costruito in decenni di attività. Attraverso CDP Equity sostenne il piano di ricapitalizzazione e affidò il rilancio del gruppo a un management di altissimo profilo tecnico e finanziario.

Quella scelta si è rivelata vincente.

Nel giro di pochi anni Trevi è tornata a essere un gruppo competitivo, ha riportato in ordine i propri conti, ha ricostruito la redditività, ha rafforzato il portafoglio ordini e, con il recente aumento di capitale da 100 milioni di euro, ha definitivamente consolidato la propria struttura patrimoniale. Oggi opera in oltre novanta Paesi e continua a rappresentare una delle principali eccellenze mondiali nelle fondazioni speciali e nell’ingegneria del sottosuolo.

È proprio da questo successo che nasce il vero interrogativo.

Se Cassa Depositi e Prestiti aveva giustamente intuito che un patrimonio industriale di questo livello non dovesse andare disperso, perché quella stessa visione non può continuare a svilupparsi nella fase successiva?

Il risanamento puo’ rappresentare non il punto di arrivo, ma il punto di partenza di una strategia industriale di medio-lungo periodo. Una strategia capace di creare un grande polo nazionale, insieme ad altre società operanti nel settore delle infrastrutture e dell’ingegneria, riconducibili direttamente o indirettamente al sistema delle partecipazioni pubbliche.

Un polo di eccellenze italiane nel quale ogni società avrebbe continuato a mantenere la propria indipendenza ed identità industriale, operando però all’interno di una piattaforma comune in grado di sviluppare sinergie, massa critica e capacità finanziaria.

È proprio la dimensione e la presenza nel mondo che oggi rappresenta uno dei principali limiti delle imprese italiane sui mercati internazionali.

Le competenze non mancano. Il know-how neppure. Molte aziende italiane sono ai vertici mondiali nei rispettivi settori. Ciò che spesso manca è la forza patrimoniale, organizzativa necessaria e la presenza locale stabile per competere nelle grandi gare internazionali, dove i principali concorrenti sono gruppi statunitensi, francesi, tedeschi e britannici dotati di dimensioni ben superiori.

Un polo nazionale trasversale costruito mettendo a sistema queste eccellenze potrebbe colmare proprio questo divario, consentendo all’Italia di presentarsi sui mercati esteri con una capacità competitiva completamente diversa, in un comparto destinato a crescere nei prossimi decenni grazie agli investimenti nelle infrastrutture, nella transizione energetica e nella sicurezza del territorio.

L’OPS di ICOP non cambia questa realtà.

Darà probabilmente vita a un operatore italiano privato più forte dell’attuale sfruttando la consolidata presenza di Trevi nel mondo, ma difficilmente a un gruppo con le dimensioni necessarie per confrontarsi ad armi pari con i grandi player mondiali. È qui che emerge la differenza tra un’aggregazione privata, del tutto legittima, e una strategia industriale nazionale.

Non vi è alcuna critica nei confronti di ICOP. Un operatore privato ha individuato un’opportunità industriale e intravvedendo la possibilità di espandersi beneficiando del mercato in cui opera Trevi ha deciso di coglierla. È la naturale logica del mercato.

La riflessione riguarda piuttosto come vuole reagire il principale azionista di Trevi.

Dopo aver contribuito al salvataggio dell’azienda e averne sostenuto il rilancio, non sarebbe opportuno chiedersi quale ruolo strategico quella società potrebbe svolgere all’interno di un progetto industriale più ampio?

Anche perché Trevi possiede una divisione il cui valore va ben oltre quello espresso dalla capitalizzazione di Borsa. Basti pensare a Soilmec, fra i principali leader mondiali nella progettazione e produzione di macchine per perforazioni e fondazioni speciali, il cui patrimonio tecnologico rappresenta una componente essenziale del valore industriale di Trevi.

L’operazione, inoltre, è costruita essenzialmente “carta contro carta”, attraverso uno scambio di azioni. Una modalità perfettamente legittima nelle operazioni straordinarie, ma che conferma come sia possibile acquisire il controllo di una società ormai risanata facendo leva soprattutto su un’operazione societaria, dopo che il settore pubblico aveva sostenuto il rischio della fase più difficile.

Anche la posizione espressa dal Ministero dell’Economia sembra limitarsi ad apprezzare gli effetti favorevoli per una aggregazione con capitali privati, senza cogliere l’occasione per aprire una riflessione più ampia sulla valorizzazione ulteriore di un asset partecipato dallo Stato, sulla possibilità di costruire, attraverso il sistema delle partecipazioni pubbliche, un grande polo nazionale delle infrastrutture e dell’ingegneria.

È probabilmente questo il vero nodo della vicenda.

La politica industriale non si esaurisce nel salvare un’impresa strategica quando è in difficoltà. Si misura soprattutto nella capacità di valorizzarla quando torna a creare ricchezza, trasformandola in uno strumento di crescita per l’intero sistema produttivo.

Nel caso di Trevi, Cassa Depositi e Prestiti ha dimostrato lungimiranza nella fase più difficile. Ciò che sarà necessario è la prosecuzione di quella stessa visione, trasformando un brillante intervento di salvataggio nell’occasione per costruire un progetto industriale di dimensione internazionale.

È probabilmente questa la vera riflessione che l’OPS di ICOP consegna oggi al dibattito economico italiano: non se l’operazione sia valida o meno, ma se il Paese abbia rinunciato, troppo presto, a un’ambizione ben più grande.

Antonio Maria Rinaldi

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Montagne di vetro: le 4 tecnologie fantascientifiche con cui Israele ha reso trasparenti i bunker segreti dell’Iran

L’Iran credeva fermamente di poter nascondere i propri siti nucleari e i centri di comando seppellendoli sotto decine di metri di roccia viva, e , allo stesso modo, di poter difendere bunker strategici. Invece questi sono stati spesso identificati e talvolta bombardati e distrutti, o comunque seguiti con attenzione.

Oggi, questa illusione geologica è finita. Le catene montuose iraniane sono diventate improvvisamente trasparenti agli occhi di Israele.

Non si tratta di armi magiche. Parliamo di un salto tecnologico senza precedenti che ha spazzato via le vecchie difese passive basate sullo spessore del cemento armato. Le fortezze sotterranee si sono trasformate in trappole letali, perfettamente visibili e vulnerabili.

L’intelligence tradizionale fa ancora la sua parte, ma in modo marginale. Le spie sul campo (HUMINT) seguono i camion di cemento per capire dove si scava. L’intercettazione di cellulari o radio militari (SIGINT) indica se in una valle disabitata c’è attività umana anomala, ma questi metodi tradizionali forniscono solo un indizio generico. Indicano la zona, ma non il bersaglio.

Per lanciare una bomba penetrante guidata serve una mappa esatta al centimetro. Devi sapere esattamente dove sono i corridoi, le sale di comando e, soprattutto, i punti deboli strutturali.

Per ottenere questa mappatura tridimensionale, Israele schiera quattro tecnologie che sembrano uscite da un film di fantascienza. Strumenti in grado di “radiografare” la roccia solida.

1 Sensori di gravità quantistica

Questa è la prima e più incredibile tecnologia. Sviluppata in origine da programmi di ricerca civili occidentali (come il britannico UKNQT), ora è diventata l’arma di rilevamento definitiva.

Il principio fisico di base è affascinante e implacabile. Ogni oggetto massiccio genera una propria forza di gravità. La roccia solida di una montagna ha un peso specifico enorme e una sua attrazione costante. Ma se dentro quella montagna c’è un tunnel o un grande hangar per i missili, in quel punto esatto manca della roccia.

Mancando la massa della roccia, la forza di gravità in quel punto sarà impercettibilmente più debole rispetto all’area circostante.

I sensori quantistici riescono a misurare queste microscopiche variazioni. Usano nuvole di atomi isolati in speciali camere a vuoto. Questi atomi vengono raffreddati dai laser fino a sfiorare lo zero assoluto e poi vengono lasciati cadere nel vuoto del sensore.

Studiando millimetro per millimetro come cadono questi atomi ultra-freddi, il macchinario riesce a “sentire” dove la spinta gravitazionale è minore. Fino a poco tempo fa, questi strumenti erano immensi e sensibilissimi alle vibrazioni. Oggi sono stati miniaturizzati e stabilizzati.

I droni israeliani li trasportano volando in silenzio sopra le montagne iraniane. In volo, disegnano una mappa perfetta dei vuoti sotterranei. La gravità è una forza che non si può ingannare o schermare con il piombo.

2 Tomografia a muoni: la radiografia cosmica

Se la gravità scova i grandi buchi, la tomografia a muoni fa una vera e propria lastra medica alla montagna, rivelandone i dettagli interni.

I muoni sono particelle subatomiche naturali. Vengono creati dai raggi cosmici che bombardano costantemente la nostra atmosfera dallo spazio profondo.

Come si generano i muoni dai raggi cosmici (Science)

Piovono sulla Terra a miliardi ogni secondo e attraversano quasi tutto. Possono bucare chilometri di roccia senza fermarsi.

Tuttavia, quando attraversano materiali di densità diversa, i muoni rallentano, perdono energia o deviano leggermente la loro traiettoria. Israele posiziona speciali rilevatori di muoni, spesso miniaturizzati e camuffati tra le rocce, ai lati della montagna sospetta, attraverso droni o Humint. I computer analizzano in modo passivo e silenzioso questi raggi cosmici.

Se c’è un bunker, i muoni che passano attraverso il vuoto del tunnel o attraverso le paratie d’acciaio arrivano al sensore con un’energia diversa rispetto a quelli che hanno attraversato solo granito.

Il risultato finale è un’immagine tridimensionale, simile a una TAC, che mostra corridoi, porte blindate e cavità segrete con una precisione spaventosa.

Radar satellitare InSAR: i cedimenti millimetrici

La terza tecnologia colpisce direttamente dallo spazio. Si chiama InSAR, acronimo di Interferometric Synthetic Aperture Radar.

Scavare una rete di tunnel profonda e complessa non è un’operazione indolore per la crosta terrestre. Anche se la roccia sembra durissima, la rimozione sotterranea di migliaia di tonnellate di terra crea inevitabilmente degli assestamenti strutturali.

La montagna, sopra le gallerie scavate, cede e si assesta. Parliamo di abbassamenti microscopici della superficie, misurabili in frazioni di millimetro. Assolutamente invisibili a occhio nudo o alle telecamere.

Ma i satelliti spia israeliani, dotati di radar InSAR, scansionano la superficie terrestre rimbalzando onde radar. Queste onde non vengono fermate dalle nuvole, dalla pioggia o dalla vegetazione. Confrontando le scansioni radar fatte a distanza di mesi, i computer del satellite notano se un pezzo di suolo si è abbassato anche solo di un millimetro.

Unendo questi microscopici cedimenti sulla mappa, il satellite disegna dall’alto la planimetria esatta del labirinto sotterraneo, rivelando l’andamento dei lavori in tempo reale.

Rilevamento micro-sismico e acustico passivo

L’ultima e fondamentale tecnologia è il rilevamento acustico. Un bunker militare profondo e operativo non può mai essere silenzioso. Sotto terra manca l’aria. Servono gigantesche turbine di ventilazione industriali. Servono colossali pompe per estrarre l’acqua di falda e enormi generatori diesel per la corrente.

Tutte queste macchine pesanti, girando ininterrottamente, producono vibrazioni continue. Un ronzio sordo, un micro-terremoto che viaggia attraverso la roccia e arriva in superficie. Piccoli droni stealth o forze speciali spargono sul terreno reti di micro-sensori sismici. Sono grandi come sassi, facili da nascondere e totalmente passivi: non emettono alcun segnale intercettabile.

Si limitano ad “ascoltare”. Reti neurali avanzatissime lavorano sui dati raccolti per ripulire il rumore di fondo. Eliminano il suono del vento, del traffico lontano o della naturale sismicità terrestre.

Isolano unicamente la firma acustica meccanica delle turbine e dei generatori. In questo modo riescono a tracciare i condotti di aerazione, trovando i punti deboli strutturali che collegano la base alla superficie.

L’Intelligenza Artificiale che unisce i puntini

Nessuna di queste quattro formidabili tecnologie basterebbe da sola a garantire un attacco chirurgico infallibile.

Il vero capolavoro operativo è ingegneristico e informatico. I supercomputer fondono i dati di tutti i sensori in tempo reale in una singola centrale operativa.

Incrociano la gravità mancante dei droni quantistici con le lastre dei raggi cosmici. Sovrappongono questi dati ai cedimenti del terreno registrati dai satelliti e alle vibrazioni meccaniche lette dai finti sassi.

L’intelligenza artificiale elabora queste moli immense di dati e genera un ologramma tridimensionale impeccabile della base iraniana. L’era dei segreti sotterranei è terminata.

Il fatto che si conoscano i bunker non significa che possano essere però distrutti: anche la famosa MOP, la più potente bomba convenzionale a penetrazione, arriva a sessanta metri di profondità al massimo.  Per andare oltre bisogna o colpire punti deboli o mandare due bombe in successione, operazione costosissima e molto complicata.

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Le batterie al sodio cinesi sfidano Tesla: la Scienza dietro un sorpasso quasi riuscito

Ci eravamo abituati a considerare le batterie al litio come il traguardo definitivo della mobilità elettrica, con Tesla a fare da incontrastato battistrada tecnologico. Eppure, dal colosso asiatico arriva una novità che sta costringendo ingegneri e analisti a ricalibrare le proprie certezze. Uno studio condotto dai ricercatori della RWTH Aachen University, pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell Reports Physical Science, ha smontato – letteralmente e figurativamente – una cella commerciale al sodio prodotta dalla cinese Hina Battery. Il verdetto? Sorprendente.

La qualità costruttiva, l’uniformità e le prestazioni ad alta potenza di queste celle al sodio eguagliano, e in certi frangenti insidiano, le avanzatissime batterie al litio di Elon Musk. Ma come fa una tecnologia considerata fino a ieri “povera” ad avvicinarsi ai vertici del mercato? La risposta risiede in un mix di chimica innovativa e un’architettura meccanica che l’industria occidentale conosce molto bene.

La chimica: il segreto dell’ossido stratificato

Il litio ha dominato finora per un motivo fisico inoppugnabile: è leggerissimo e ha un potenziale elettrochimico eccellente, il che si traduce in un’alta densità energetica (tanta energia in poco spazio). Il sodio, posizionato subito sotto il litio nella tavola periodica, è più pesante e ha ioni di dimensioni maggiori. Questo lo rende più “pigro” e difficile da immagazzinare negli elettrodi tradizionali.

Caratteristiche della batteria al sodio Hina

Per aggirare l’ostacolo, Hina Battery ha ingegnerizzato materiali specifici.

All’anodo (il polo negativo) troviamo il carbonio duro (hard carbon). A differenza della grafite usata nelle batterie al litio, che ha una struttura cristallina troppo stretta per i grossi ioni di sodio, il carbonio duro presenta una microstruttura disordinata, ricca di micropori che accolgono agevolmente il sodio durante la ricarica, garantendo stabilità.

Ma è al catodo (il polo positivo) che si gioca la partita vera. La cella utilizza un materiale attivo a base di ossido stratificato con una formula specifica: NaCu{1/9}Ni{2/9}Fe{1/3}Mn{1/3}O2.

Invece di affidarsi a metalli rari e costosi come il cobalto, questa composizione impiega elementi comuni come ferro, manganese e, curiosamente, il rame. L’analisi spettroscopica ha rivelato che il rame svolge un ruolo cruciale, distribuendosi in domini isolati che stabilizzano la struttura durante i cicli di carica e scarica, agendo da rinforzo elettromeccanico per sopperire alla natura “ingombrante” degli ioni di sodio.

L’architettura “Tabless”: imparare dai migliori

Avere una buona chimica non basta se la struttura fisica della batteria crea colli di bottiglia. È qui che la batteria cinese sfodera il suo asso nella manica, adottando un design interno che ricalca fedelmente quello introdotto da Tesla per le sue celle cilindriche di ultima generazione: l’architettura tabless.

Nelle batterie cilindriche tradizionali, i lunghi fogli di anodo e catodo sono arrotolati su se stessi (il cosiddetto jelly roll). La corrente esce da queste spire tramite piccole linguette metalliche (i tab). Queste linguette creano resistenza elettrica e colli di bottiglia termici.

Schema batteria jelly roll

Il design tabless elimina le linguette. L’intero bordo del foglio elettrodico funge da conduttore, collegandosi direttamente all’involucro esterno. Il risultato? Una drastica riduzione della resistenza interna (misurata a meno di 3 mΩ in AC), una distribuzione della temperatura incredibilmente omogenea e la capacità di erogare altissime potenze senza surriscaldarsi. Questo accorgimento meccanico è il vero motivo per cui questa cella al sodio riesce a competere ad armi pari con le celle al litio in termini di erogazione istantanea.

Prestazioni a confronto: luci e ombre

La scienza ci consegna quindi un prodotto maturo, ma che non è esente da compromessi tecnici. Per comodità visiva, possiamo riassumerli così:

Caratteristica Batteria al Sodio (Hina) Batteria al Litio (Standard)
Densità Energetica 110 Wh/kg 150 – 250+ Wh/kg
Erogazione di Potenza Eccellente (grazie al design tabless) Eccellente
Scarica a freddo (-20°C) Molto buona (mantiene oltre l’82% dell’energia) Discreta / Buona
Ricarica a freddo (< 0°C) Scadente (forte aumento della resistenza) Limitata ma gestibile
Costo materie prime Basso (sodio, ferro, manganese) Alto (litio, nichel, cobalto)

La densità energetica rimane il tallone d’Achille. Con 110 Wh/kg, siamo lontani dai vertici del litio. Inoltre, se la batteria si comporta egregiamente quando deve cedere energia a -20°C, va letteralmente in crisi se deve essere ricaricata a temperature sotto lo zero, palesando un aumento di resistenza interna spaventoso (fino a 208 volte superiore rispetto ai 25°C). Quindi si può usare, ma NON ricaricare. 

Le ricadute economiche: il sodio come stabilizzatore

Dal punto di vista macroeconomico, l’affermazione del sodio non è solo una curiosità ingegneristica, ma uno shock positivo per le catene di approvvigionamento. Il litio è distribuito in modo disomogeneo a livello globale, soggetto a colli di bottiglia geopolitici e a un’estrema volatilità dei prezzi. Il sodio, al contrario, è tra gli elementi più abbondanti e accessibili del pianeta.

La disponibilità di una batteria al sodio tecnologicamente matura, capace di sopperire alle necessità di stoccaggio stazionario (le grandi reti elettriche) e dei veicoli commerciali a corto raggio, significa poter liberare immense quote di litio. Si attenua la pressione sulla domanda, si stabilizzano i costi di produzione dell’intero comparto e si riduce la dipendenza strategica da pochi paesi estrattori. Non sostituirà il litio nelle auto ad alte prestazioni, ma agirà da fondamentale valvola di sfogo per il mercato globale dell’energia, democratizzando i costi dell’accumulo elettrico.

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Il Miracolo americano, la Fabbrica tedesca e l’illusione della settimana corta: cosa muove davvero il PIL?

L’economia è fatta di numeri reali, non di sogni a occhi aperti. Un recente studio, intitolato “Differing Roles of Leisure and Productivity in GDP” e basato sull’analisi dei dati dal 1970 al 2020, ha messo a nudo le dinamiche profonde che muovono il Prodotto Interno Lordo (PIL) di Stati Uniti e Germania. Per farlo, i ricercatori hanno accantonato i vecchi modelli econometrici tradizionali, spesso troppo rigidi, e hanno utilizzato il Machine Learning – nello specifico un modello ad albero decisionale chiamato Random Forest – per misurare il peso reale di due ingredienti fondamentali dello sviluppo.

Questi due fattori sono le ore lavorate, che rappresentano le scelte sociali di una nazione in merito alla fatica fisica, e la Total Factor Productivity (TFP), un indicatore cruciale che misura l’efficienza con cui capitale e lavoro vengono impiegati. In parole molto semplici, la TFP è il progresso: rappresenta l’innovazione tecnologica, l’automazione, le infrastrutture e l’intelligenza aziendale.

I risultati, che confrontano la superpotenza americana e la locomotiva tedesca, sono netti e ci impongono una riflessione molto pragmatica.

Due mondi agli antipodi

Se guardiamo oltreoceano, gli Stati Uniti sembrano aver definitivamente sganciato la creazione di ricchezza dal sudore della fronte. L’analisi della cosiddetta “Gini importance” (un indice che valuta il peso delle variabili) mostra che negli USA la dinamica del PIL dipende per uno schiacciante 95,8% dalla produttività tecnologica (TFP). Le ore lavorate contano per un quasi invisibile 4,2%. In pratica, l’economia americana cresce a dismisura grazie a immensi investimenti in automazione, ricerca e sviluppo, e a un sistema che favorisce l’adozione rapidissima delle nuove tecnologie. Lì, a produrre valore, ci pensano sempre più i software e i capitali, non gli orari prolungati in fabbrica.

In Europa, rappresentata dal modello tedesco, il quadro è radicalmente diverso e, per certi versi, sorprendentemente “antico”. Nonostante la Germania sia famosa per la sua efficienza industriale, il suo PIL è ancora fortemente ancorato al lavoro fisico: lo studio rivela che la crescita tedesca è spiegata per il 72,7% dalle ore lavorate e solo per il 27,3% dai miglioramenti di produttività. È un’economia di stampo classico, orientata alla manifattura, che nonostante l’automazione continua a dipendere disperatamente dalla manodopera qualificata.

Ecco la scomposizione del peso dei fattori sul PIL, nero su bianco:

  • Germania: 72,7% dipendente dalle ore lavorate, 27,3% dipendente dalla TFP (innovazione).
  • USA: 4,2% dipendente dalle ore lavorate, 95,8% dipendente dalla TFP (innovazione).

Innovazione e l’illusione della “Settimana Corta”

Qui arriviamo al punto dolente, quello che smonta le facili promesse della politica. Sentiamo spesso esaltare l’idea della “settimana corta” o della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario. Lo studio ci dice che tutto questo è assolutamente possibile, ma solo a precise condizioni.

Negli Stati Uniti, i dati mostrano un fenomeno affascinante: una diminuzione delle ore lavorate si accompagna spesso a un aumento del PIL. Perché? Perché il sistema ha accumulato una produttività tecnologica tale da compensare abbondantemente la minor presenza fisica dei lavoratori. La macchina, l’algoritmo o l’infrastruttura coprono e superano il turno non lavorato.

In Germania, invece, la relazione è mista e molto più insidiosa. Ridurre le ore di lavoro non è sempre compensato da un aumento di produttività. Le rigidità strutturali, le regolamentazioni e una dipendenza vitale dai settori manifatturieri fanno sì che se il lavoratore non è in catena di montaggio, la produzione semplicemente cala.

Il messaggio per l’Europa è chiaro e inequivocabile: non si può distribuire il dividendo del “tempo libero” senza aver prima costruito le fondamenta dell’efficienza e senza aprire la strada all’innovazione e alla deregolamentazione. Invocare la riduzione degli orari di lavoro senza prima investire fiumi di denaro in tecnologia, intelligenza artificiale e infrastrutture avanzate è puro suicidio economico. Significa, banalmente, rassegnarsi a produrre di meno e a impoverirsi. La vera libertà dal lavoro non si ottiene per decreto legge, ma investendo sul progresso.

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