Germania, suicidio economico assistito: Groß-Gerau rifiuta 2,5 miliardi di investimenti digitali. Vince la paura, perde il futuro

Mentre l’economia tedesca annaspa alla ricerca di una nuova identità post-industriale, la politica locale offre un esempio da manuale di “decrescita infelice”. A Groß-Gerau, nel cuore dell’Assia, un investimento privato da 2,5 miliardi di euro viene respinto al mittente. Il motivo? La paura della burocrazia e il trionfo del NIMBY.

La Germania sembra ormai aver perfezionato l’arte dell’autolesionismo economico. In un’epoca in cui le nazioni competono ferocemente per attrarre capitali tecnologici e infrastrutture per l’Intelligenza Artificiale, la cittadina di Groß-Gerau – 27.000 abitanti a due passi da Francoforte – ha deciso di dire “no, grazie” al futuro.

Il consiglio comunale ha bloccato definitivamente il progetto di Vantage Data Centers, un colosso americano pronto a riqualificare 14 ettari di terreno industriale dismesso (il parco Lausböhl) per trasformarli in un hub dati da 160 megawatt. Non stiamo parlando di spiccioli, ma di un investimento diretto di 2,5 miliardi di euro che avrebbe consolidato la regione Reno-Meno come snodo digitale cruciale, sfruttando la vicinanza con il DE-CIX di Francoforte, uno dei principali punti di scambio internet al mondo.

Centro dati Vantage in Virginia – da Vantage

La vittoria della paura sulla crescita

La decisione è arrivata al termine di una seduta drammatica, conclusasi con 18 voti contrari e 14 favorevoli. A formare il blocco del “No” è stata un’alleanza eterogenea composta da SPD, Verdi e Die Linke, spinta dalle pressioni dei comitati cittadini. Dall’altra parte, la CDU e le liste civiche (Kombi-FWG) hanno tentato invano di difendere il progetto, parlando apertamente di una “decisione fatale” e di un danno d’immagine incalcolabile per l’attrattività economica della città.

Le motivazioni addotte dalla maggioranza lasciano perplessi chiunque abbia una visione macroeconomica dello sviluppo:

  • Il timore legale (Verdi): Peter Lohmer dei Verdi ha descritto la situazione come un “Davide contro Golia”, sostenendo che il comune non avrebbe le competenze legali per gestire un contratto con un gigante multinazionale. Una dichiarazione che suona come un’ammissione di inadeguatezza amministrativa: meglio non fare nulla piuttosto che rischiare di dover gestire la complessità, anche perché esistono professionisti specializzati a cui rivolgersi per fare contratti adeguati.
  • Il dubbio fiscale (SPD): I socialdemocratici hanno argomentato che il valore aggiunto generato dai dati non rimarrebbe “in loco”. Una visione contabile ristretta, che ignora l’indotto generato dalla costruzione, dalla manutenzione e dall’ecosistema tecnologico che si crea attorno a simili strutture e senza contare le tasse sugli immobili. Con questo ragionamento nessuno autorizzerebbe magazzini per aziende straniere.
  • L’opposizione cittadina: I residenti hanno lamentato possibili rumori e impatti visivi, nonostante il sito fosse in un’area industriale già esistente e abbandonata. Meglio i ruderi di una nuova costruzione ? Meglio la siderurgia dei data center?

Il paradosso “Green”: rifiutare l’efficienza energetica

L’aspetto più ironico della vicenda riguarda la gestione energetica. La Germania, che si vanta di essere all’avanguardia nella transizione ecologica, qui inciampa nella propria ideologia.

Vantage Data Centers aveva proposto di canalizzare il calore di scarto dei server (acqua a 35°C) nella rete di riscaldamento comunale. Si tratta di un classico esempio di economia circolare: trasformare un rifiuto (il calore) in una risorsa per riscaldare le case. Non acqua bollente ma sufficientemente a pre-riscaldare in inverno, risparmiando MW energetici.

Eppure, la risposta è stata negativa. La capogruppo SPD, Susanne Theisen-Canibol, ha liquidato l’idea sostenendo che la struttura insediativa della città non fosse adatta. Risultato? Si continuerà a bruciare gas o carbone altrove, pur di non accettare l’aiuto di un investitore privato.

Dati a confronto: L’occasione persa

La seguente tabella riassume l’impatto del progetto che è stato appena cancellato:

Voce Dettagli del Progetto Vantage
Investimento Totale ~ 2,5 Miliardi di Euro
Capacità Energetica 160 Megawatt
Area Coinvolta 14 ettari (ex area industriale degradata)
Benefici Collaterali Possibile teleriscaldamento per la città, indotto edilizio
Esito Politico Bocciato (SPD, Verdi, Linke vs CDU)

Un paese bloccato nel passato?

Quello che accade a Groß-Gerau è sintomatico di un malessere più ampio. La Germania, un tempo locomotiva d’Europa, appare oggi come un gigante stanco, avviluppato in una rete di regolamentazioni, paure preventive e conservatorismo di sinistra. Mentre negli USA e in Asia si costruiscono le autostrade digitali per l’AI e la guida autonoma, in Europa si discute dei “corridoi di aria fresca” e si teme che gli edifici siano “troppo alti”. Con questa mentalità parlare di digitalizzazione, economia e crescita è pura ipocrisia.

L’investitore ha già fatto sapere che “elaborerà internamente la decisione”. In termini aziendali, significa che quei 2,5 miliardi prenderanno probabilmente il volo verso lidi più accoglienti, forse in Polonia, in Francia o fuori dall’UE. Alla città resterà il suo terreno grigio e asfaltato, il silenzio del mancato sviluppo e la certezza di non aver “venduto l’anima” al capitale, pur avendo perso il portafoglio.

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Giappone: il trionfo della Takaichi. LDP verso la maggioranza dei due terzi, il “Centro” si disintegra

Sanae Takaichi ha scommesso tutto e ha vinto. Il Giappone vira decisamente a destra, con un mandato forte per il riarmo e una politica fiscale espansiva. Crolla l’esperimento centrista.

Era una scommessa rischiosa, di quelle che possono chiudere una carriera o consacrare un leader. Sanae Takaichi, primo premier donna del Giappone e presidente del Partito Liberal Democratico (LDP), ha scelto la seconda opzione. Sciogliere la Camera dei Rappresentanti a pochi mesi dal suo insediamento, sfidando il freddo inverno e lo scetticismo interno, si è rivelata una mossa da maestro. I risultati delle elezioni di domenica 8 febbraio 2026 non lasciano spazio a interpretazioni: è un trionfo personale e politico che ridisegna gli equilibri del Sol Levante.

Le proiezioni della NHK e dei principali media non lasciano dubbi: siamo di fronte al “Governo Takaichi” nella sua pienezza. L’LDP non solo mantiene il potere, ma dilaga, mentre l’opposizione, che aveva tentato la carta della fusione centrista, ne esce con le ossa rotte.

I Numeri del Trionfo (e della Disfatta)

Per capire la portata dell’evento, bisogna guardare i numeri. L’LDP, che partiva da 198 seggi, è proiettato verso una forchetta tra i 274 e i 328 seggi.

Se il partito dovesse superare la soglia dei 310 seggi, otterrebbe da solo la maggioranza dei due terzi alla Camera Bassa. Questo è il “Santo Graal” della politica giapponese: permetterebbe di scavalcare eventuali veti della Camera Alta (dove la maggioranza è meno solida) e, soprattutto, aprirebbe la strada alle tanto attese riforme costituzionali.

Ecco una sintesi delle proiezioni attuali:

Partito Seggi Pre-Voto Proiezione Seggi Variazione
LDP (Liberal Democratici) 198 274 – 328 ▲ Netto Aumento
CRA (Alleanza Riformista di Centro) 167 37 – 91 ▼ Crollo Totale
Ishin (Partito dell’Innovazione) 34 28 – 38 ◄ Stabile/Lieve calo
DPP (Democratici per il Popolo) 27 18 – 35 ▲ Lieve aumento
Sanseito 2 5 – 14 ▲ Crescita (sotto attese)

Il crollo del “Centro” e la resa di Noda

Il dato più eclatante, oltre alla vittoria dell’LDP, è la disintegrazione della Central Reform Alliance (CRA). Il tentativo di Yoshihiko Noda di unire il Partito Costituzionale Democratico e il Komeito in un unico blocco centrista è fallito miseramente. L’elettorato ha percepito l’operazione come una mossa di palazzo, vecchia e priva di mordente.

Il risultato è impietoso: da 167 seggi potenziali a una miseria che potrebbe scendere sotto i 40. Noda, che aveva messo in gioco la sua carriera, si prepara alle dimissioni. È la dimostrazione che in tempi di polarizzazione e incertezza globale, il “centrismo” tecnico e privo di identità forte non paga.

Anche a sinistra non si ride: il Partito Comunista e Reiwa Shinsengumi vedono ridursi i propri spazi, schiacciati dalla polarizzazione verso la leader conservatrice.

Geopolitica ed Economia: La “Sanaenomics”

Cosa significa questo voto per l’economia e la politica internazionale? Molto.

La Takaichi ha ricevuto un endorsement inusuale e “totale” dal Presidente USA Donald Trump. La vittoria garantisce che il Giappone si allineerà ancora più strettamente a Washington in funzione anti-cinese.

Il rafforzamento militare non sarà più un tabù: con una maggioranza dei due terzi (da sola o con il supporto dei ridimensionati alleati di Ishin), la revisione dell’articolo 9 della Costituzione pacifista diventa una possibilità concreta.

Sul fronte economico, ci aspettiamo una politica moderatamente keynesiana. Non le follie della spesa pubblica improduttiva, ma un sostegno fiscale robusto.

  • Fisco: Ci saranno alleggerimenti fiscali, ma controllati. La Takaichi non seguirà la strada della sinistra (tasse e spesa a pioggia), ma userà la leva fiscale per stimolare investimenti e consumi, probabilmente con un occhio di riguardo alle imprese strategiche.
  • Bilancio: Con il controllo delle commissioni di bilancio, il governo potrà approvare manovre espansive senza l’ostruzionismo che aveva caratterizzato l’ultima legislatura.
  • Sicurezza Economica: La legge anti-spionaggio e la protezione delle tecnologie critiche, cavalli di battaglia della premier, passeranno senza intoppi.

L’Irrilevanza degli Altri

Interessante notare come il successo della Takaichi abbia prosciugato il bacino elettorale alla sua destra. Sanseito, partito conservatore e populista che puntava a una grande espansione, cresce ma non sfonda (5-14 seggi), soffocato dal fatto che l’LDP ha già occupato con successo lo spazio della destra patriottica.

Anche il Partito dell’Innovazione (Ishin) esce ridimensionato nel suo ruolo: se l’LDP ha la maggioranza assoluta da solo, il potere di ricatto degli alleati minori scende a zero. Ishin manterrà la sua roccaforte a Osaka, ma a Tokyo conterà molto meno. Comunque resterà nella coalizione, garantendo una maggioranza dei 2/3.

Il Giappone ha scelto la stabilità e la forza. Di fronte alle minacce esterne e alla stagnazione, gli elettori hanno premiato la leadership chiara della Takaichi, punendo le alchimie partitiche dell’opposizione. Per gli investitori e gli osservatori internazionali, questo significa continuità, riarmo e un Giappone che torna a essere un attore geopolitico assertivo nel Pacifico. La “Scommessa Takaichi” è vinta. Ora viene la parte difficile: governare con un mandato così pesante.

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Il Paradosso americano: Dazi su, Dollaro giù. Riscio per l’”Esorbitante privilegio” o tattica raffinata?

L’economia americana ci ha abituato a colpi di scena degni di un thriller finanziario, ma quello che sta accadendo al biglietto verde dall’inizio del 2025 ha lasciato molti osservatori con un sopracciglio alzato. Mentre i manuali di macroeconomia classica – quelli su cui hanno sudato generazioni di studenti – prevedono che l’imposizione di dazi unilaterali debba portare a un rafforzamento della valuta nazionale, la realtà ha deciso di prendere un’altra strada.

Dall’insediamento della nuova amministrazione a gennaio 2025, il dollaro non ha fatto che scendere. Un paradosso? Forse no, se si guarda ai dati con la lente della “Tariff Uncertainty”. Un recente working paper del NBER (National Bureau of Economic Research), firmato da Şebnem Kalemli-Özcan, Can Soylu e Muhammed A. Yıldırım dal significativo titolo di Commercio globale, incerezza tariffaria e il Dollaro USA, getta luce su questo fenomeno, spiegando perché la volatilità delle politiche commerciali conta più dei dazi stessi e provochi una ricaduta sul dollaro.

Il paradosso del 2025: dazi su, dollaro giù

Secondo i modelli standard, se gli Stati Uniti impongono dazi, le importazioni diventano più costose, la domanda di beni esteri cala e la valuta domestica dovrebbe apprezzarsi per riequilibrare la bilancia commerciale. Invece, nel primo trimestre del 2025, il Nominal Broad U.S. Dollar Index ha mostrato una tendenza opposta:

  • Post-Inaugurazione (20 gennaio): il dollaro ha perso l’1,52% del suo valore fino al 1° aprile.
  • Dopo il “Liberation Day” (2 aprile): un’ulteriore flessione dell’1,04% in soli dieci giorni, nonostante l’escalation degli annunci tariffari.

Tra l’altro, esaminando il dollar index a partire dal mese di giugno, non si è assistito a nessun risveglio della valuta statinitense, anzi leggermente indebolitasi.  Cosa è andato storto nella teoria? Gli autori del paper suggeriscono che il colpevole sia il premio per il rischio UIP (Uncovered Interest Parity). In parole povere: quando il futuro delle tariffe diventa imprevedibile, gli investitori iniziano a percepire il dollaro come un asset più rischioso, chiedendo un “premio” per detenerlo, il che ne spinge al ribasso il valore immediato.

Incertezza e risparmio precauzionale

Il meccanismo identificato dai ricercatori si basa su due pilastri principali che ribaltano la logica tradizionale. Quando il governo annuncia dazi ma regna l’incertezza su quali saranno i tassi finali o quali prodotti verranno colpiti, si attivano due canali depressivi per la valuta:

  1. Il Canale Finanziario: Gli intermediari finanziari, avversi al rischio, vedono aumentare la volatilità dei tassi di cambio attesi. Per compensare questo rischio, richiedono un rendimento maggiore sui titoli in dollari. Se questo premio non viene soddisfatto, vendono la valuta, causandone la svalutazione istantanea.
  2. Il Canale del Risparmio: Le famiglie, colpite dall’incertezza sul loro potere d’acquisto futuro, tendono ad aumentare il risparmio precauzionale. Questo riduce la domanda interna, inclusa quella per i beni prodotti in patria, indebolendo ulteriormente la forza economica della nazione e la sua valuta.

I numeri del NBER: Volatilità vs Livelli

Il team di ricerca ha quantificato questi effetti alimentando il modello con i dati reali del 2025. I risultati sono piuttosto chiari:

Tipo di Shock Effetto Stimato sul Dollaro
Aumento livello dazi (+18,9%)

Apprezzamento del 2,6%

Aumento incertezza/volatilità (+72,1%)

Deprezzamento del 2,3%

In pratica, l’incertezza generata dagli annunci intorno al “Liberation Day” ha quasi completamente annullato la spinta verso l’alto che i dazi avrebbero dovuto dare alla moneta.

L’erosione dell’”Esorbitante Privilegio”

Un punto cruciale sollevato dal paper riguarda la tenuta del dollaro come valuta di riserva globale. Il cosiddetto “esorbitante privilegio” degli USA si basa sulla sicurezza percepita del biglietto verde. Tuttavia, gli autori avvertono che politiche commerciali erratiche e un’incertezza persistente possono accelerare l’erosione di questa fiducia.

I dati mostrano che la volatilità tariffaria nel primo trimestre del 2025 è balzata al 72%, restando elevata (circa il 49%) anche verso la fine dell’anno. Questo clima di perenne “allerta” non fa bene a chi deve pianificare investimenti a lungo termine in dollari. Nello stesso tempo però il calo del peso delle riserve in dollari potrebbe essere legato più alla rivalutazione dell’oro, altra riserva essenziale delle banche centrali, più che al calo quantitativo delle riserve in dollari.

È un bug o una funzione del sistema?

Arrivati a questo punto, una domanda sorge spontanea per chi osserva le dinamiche di politica industriale con occhio critico, magari seguendo le tesi di economisti come Stephen Miran ex consigliere economico di Trump passato alla Federal Reserve: e se questa svalutazione inattesa del dollaro non fosse un incidente di percorso, ma l’obiettivo reale?

Sappiamo che per il rilancio della manifattura americana e la reindustrializzazione degli USA, un dollaro forte è spesso un ostacolo, rendendo le esportazioni meno competitive. Se i dazi servono a proteggere il mercato interno, un dollaro debole funge da acceleratore per le vendite all’estero. Forse l’amministrazione ha capito che l’arma più efficace per “riportare il lavoro a casa” non sono solo le barriere doganali, ma la sapiente gestione dell’incertezza per tenere basso il valore del cambio. In fondo, come suggerito in analisi passate su queste colonne, la “Fase Due” della rinascita industriale americana passa necessariamente per un dollaro che smette di fare il gigante per tornare a fare il motore dell’export.

Siamo di fronte a un errore di calcolo dei mercati o a una raffinata strategia di svalutazione competitiva mascherata da caos politico?

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Superato il vincolo del made in Ue per gli Iperammortamenti di Transizione 5.0

“Ottima notizia per le imprese italiane. Verrà superato con un intervento sulla norma primaria il vincolo del ‘Made in UE’ sull’iperammortamento del nuovo Piano Transizione 5.0, un paletto che rischiava di rappresentare un limite operativo troppo stringente per filiere consolidate e assetti commerciali. È passata la linea delle imprese sostenuta dal Ministro Urso per premiare gli investimenti produttivi, senza vincoli che avrebbero compresso il mercato. Il Governo Meloni ancora una volta mostra con i fatti massima attenzione a beneficio delle imprese e della competitività del sistema produttivo italiano”. è l’annuncio del  deputato di Fratelli d’Italia Silvio Giovine.

La questione verte sul fatto che il Mef aveva inserito una clausola valida per i tre anni di validità della misura, che includeva una limitazione per gli investimenti in prodotti esclusivamente Made in Europe. Il mimit già ai primi di gennaio aveva fatto sapere che si stava lavorando per modificare questa clausola, che poteva essere assai limitante per le imprese che volevano investire in determinati macchinari tecnologici.

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy il 7 gennaio aveva trasmesso al Mef la bozza di decreto attuativo sul funzionamento dell’Iperammortamento, ma i tecnici di Adolfo Urso erano  già al lavoro a un passo ulteriore: l’obiettivo è quello di cambiare la misura e presentarla in Parlamento in uno dei prossimi provvedimenti economici. C’era già l’intenzione quindi  allargare le maglie della normativa votata con la legge di bilancio a dicembre, che attualmente esclude i beni agevolabili dei produttori asiatici e americani (ad eccezione dei moduli fotovoltaici).

Nella bozza del decreto i tecnici del Mimit avevano cercato di limitare la portata della misura, specificando che il prodotto non debba essere «integralmente» prodotto in Europa, ma basta che abbia «subito l’ultima trasformazione sostanziale nel territorio dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo», ovvero Islanda Liechtenstein e Norvegia.

Per quanto riguarda beni come i software, invece, almeno il 50% del valore delle attività di sviluppo deve essere «riconducibile a soggetti operanti stabilmente» in Europa. 

Ora ecco l’annuncio del viceministro del Mef, Maurizio Leo, perchè viene accolta la richiesta del Mimit e vengono trovate le risorse ( circa 1 miliardo di euro) necessarie per allargare le maglie, per coprire economicamente l’eliminazione del requisito di origine territoriale, che limita l’uso dell’incentivo solo all’acquisto di quei beni prodotti all’interno dell’Unione europea o di quegli Stati aderenti all’accordo sullo Spazio economico europeo (Norvegia, Islanda e Liechtenstein).

Ora come ha annunciato Leo non esisterebbero più limitazione territoriali per le imprese che vogliono sfruttare questa grande opportunità di investimento. Viene quindi allargato il campo rispetto a quanto avevano previsto dal Mimit, che per primi avevano fatto notare la incongruità di questo paletto, che rischiava di avere un effetto negativo su tutta la misura.

Nuovo Iperammortamento è una misura di agevolazione fiscale introdotta dalla Legge di Bilancio 2026 che consente alle imprese di beneficiare di una maggiorazione del costo fiscalmente ammortizzabile dei beni strumentali tecnologicamente avanzati. In altre parole, a fronte di un investimento reale, l’azienda può dedurre dal reddito imponibile un valore più elevato rispetto al costo sostenuto, ottenendo un risparmio d’imposta distribuito negli anni attraverso quote maggiori di ammortamento.

Dopo diverse annualità in cui gli incentivi agli investimenti erano basati prevalentemente sul credito d’imposta Industria 4.0 e Transizione 5.0, dal 1° gennaio 2026 il legislatore ha scelto di tornare a uno strumento strutturale come l’iperammortamento, ritenuto più coerente con investimenti di medio-lungo periodo e con strategie industriali orientate alla digitalizzazione dei processi produttivi e alla transizione energetica.

Dal punto di vista operativo, l’iperammortamento non è un contributo diretto né un credito compensabile, ma un meccanismo fiscale che agisce sul reddito d’impresa: il valore del bene agevolato viene maggiorato solo ai fini fiscali, senza modificare il valore contabile iscritto in bilancio. Il beneficio si manifesta quindi nel tempo, riducendo l’imponibile IRES o IRPEF grazie a quote di ammortamento maggiorate.

La misura si rivolge alle imprese che investono in beni strumentali nuovi, materiali e immateriali, caratterizzati da elevato contenuto tecnologico, interconnessione ai sistemi aziendali, ed anche in beni finalizzati all’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili per autoconsumo. L’obiettivo è incentivare investimenti che aumentino la competitività, l’efficienza produttiva e la sostenibilità delle aziende italiane.

Ora con questa importante novità che elimina anche le perplessità manifestate dal mondo delle imprese, la misura può dispiegare i suoi benefici effetti, come si era visto alla fine dello scorso anno, quando le risorse erano finite prima del tempo causa boom di richieste.

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Eurozona: l’inflazione cade sotto il 2%, ma la BCE resta a guardare. Chi ha paura del taglio?

Mentre l’economia reale dell’Eurozona lancia segnali che definire “di fumo” sarebbe un complimento alla loro visibilità, i dati Eurostat di gennaio 2026 ci consegnano una realtà che solo i falchi di Francoforte faticano a decifrare. L’inflazione nell’area euro è scesa all’1,7%, scivolando comodamente sotto l’obiettivo teorico del 2% che la BCE insegue con la stessa foga di un maratoneta che ha sbagliato percorso.

Ecco il relativo grafico, da tradingeconomics

I numeri del paradosso

Il calo è netto: eravamo al 2,0% a dicembre, e ora ci ritroviamo con un rincaro dei prezzi che è il più basso dal settembre 2024. A spingere giù l’indice è soprattutto il comparto energetico (-4,1%), complice una base di confronto favorevole con l’anno precedente. Anche la “core inflation” (quella depurata da energia e alimentari) rallenta al 2,2%, il minimo da oltre quattro anni, con un’indicazione di dinamica salariale in rallentamento.

Nonostante questo quadro, il consiglio direttivo della BCE, previsto per questo giovedì, sembra intenzionato a confermare il tasso sui depositi al 2,0%. Una scelta che sa di prudenza eccessiva, per non dire di accanimento terapeutico su un malato che, in realtà, avrebbe bisogno di una trasfusione di liquidità e fiducia.

L’Euro forte: un alleato (scomodo) per la Lagarde, un male per la UE

A complicare il sonno di Christine Lagarde c’è anche il super-Euro. La moneta unica ha sfondato quota 1,20 sul Dollaro, non tanto per meriti propri — data la crescita asfittica del Vecchio Continente — quanto per la crescente sfiducia dei mercati verso le politiche fiscali d’oltreoceano.

Indicatore Dicembre 2025 Gennaio 2026
Inflazione Headline 2,0% 1,7%
Inflazione Core 2,4% (stima) 2,2%
Energia -4,1%
Cambio EUR/USD 1,12 1,20

Un Euro così forte agisce come un freno automatico all’inflazione, rendendo le importazioni più economiche, ma allo stesso tempo massacra la nostra competitività esterna. In un mondo keynesiano, questo sarebbe il segnale inequivocabile per un taglio dei tassi immediato; a Francoforte, invece, si preferisce “monitorare con attenzione”.

Intanto pero la crescita laungue. Ecco il tasso di crescita il PIL in Area Euro su base annua:

Sono tassi di crescita molto più bassi rispetto a quelli degli USA, e la BCE dovrebbe tenerne conto.

Perché non tagliare adesso?

La domanda sorge spontanea: con una crescita al lumicino e un’inflazione che corre verso lo zero tecnico, perché attendere? Gli economisti di Capital Economics e Goldman Sachs predicano calma, citando una resilienza (molto teorica) del settore servizi. Tuttavia, i dati sui prestiti bancari mostrano un settore aziendale in debito d’ossigeno.

Aspettare marzo, come suggeriscono alcuni analisti di Allianz, potrebbe essere troppo tardi. La politica monetaria agisce con ritardi temporali significativi; continuare a tenere i tassi al 2% con un’inflazione all’1,7% significa, di fatto, aumentare i tassi reali, stringendo ulteriormente il cappio attorno al collo di imprese e famiglie.

Se la missione della BCE è la stabilità dei prezzi, la missione sembra compiuta. Forse è ora di ricordarsi che l’economia è fatta di persone che producono e consumano, non solo di decimali su un foglio di calcolo di un burocrate tedesco.

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PayPal in caduta libera: -86% dai massimi e caos al vertice. La concorrenza di Zelle e il “miraggio” della Stablecoin

C’è un vecchio detto a Wall Street che dice: “I mercati salgono per le scale e scendono con l’ascensore”. Nel caso di PayPal, sembra che qualcuno abbia tagliato i cavi dell’ascensore. Le azioni del gigante dei pagamenti digitali sono crollate del 20% martedì, toccando quota 41,70 dollari. Un tonfo rumoroso, causato da utili deludenti, una guidance per il primo trimestre che ha gelato gli analisti e, come ciliegina sulla torta, un cambio di CEO tanto improvviso quanto sconcertante.

Ma per capire la gravità della situazione, bisogna allargare l’inquadratura. Il titolo ha perso l’86% dal suo massimo storico, quel picco  di 308,53 dollari toccato il 23 luglio 2021, in piena euforia da meme-stock. PayPal entra così di diritto nel panteon dei “Titoli Implosi”, un club poco esclusivo riservato a chi perde almeno il 70% dai massimi recenti.

Ecco il relativo grafico da Tradingeconomics:

Il Valzer delle Poltrone

La notizia che ha scosso ulteriormente il mercato è il licenziamento del CEO Alex Chriss, effettivo dal 2 febbraio 2026. Al suo posto arriverà Enrique Lores, CEO di HP, a partire dal 1° marzo. Nel mezzo, un interregno affidato al CFO Jamie Miller. Tutto questo avviene in fretta e furia, con un comunicato alla SEC che lascia poco spazio all’immaginazione. Una mossa che appare, per usare un eufemismo, spettrale. Il nome di Lores non è stato particolarmente gradito al mercato, dato che proviene da una società solida, ma sicuramente non con l’innovatività che si attende da un colosso del Fintech.

Ma cosa sta succedendo davvero a quella che un tempo era la regina indiscussa dei pagamenti online?

I fondamentali e la concorrenza spietata

Non stiamo parlando di un’azienda che sta per fallire domani. PayPal continua a generare entrate crescenti e profitti sostanziosi, estratti da ogni transazione attraverso le sue commissioni e dagli interessi sui saldi dei clienti (rispettivamente 4,0 e 3,7 miliardi di dollari nel quarto trimestre). Tuttavia, il modello di business basato sulle “fee” sta mostrando le sue crepe di fronte a una concorrenza che non fa prigionieri.

Il panorama dei pagamenti digitali è ormai affollato: Apple Pay, Google Pay, Amazon Pay, Stripe, Wise, e i vari servizi “Buy-Now-Pay-Later” (BNPL) hanno invaso i checkout degli e-commerce. Ma il vero nemico, quello che sta mangiando il pranzo a PayPal, si chiama Zelle.

Ecco perché Zelle fa paura:

  • Costo Zero: Non addebita commissioni né a chi invia né a chi riceve.
  • Integrazione Bancaria: È posseduto da un consorzio di banche (Early Warning Services) ed è integrato direttamente nei conti online della maggior parte dei clienti USA. La sua funzione è anche quella di suonare come un campanello d’allarme sull’affidabilità dei clienti.
  • Immediatezza: I trasferimenti sono istantanei.

Mentre PayPal applica commissioni fisse e percentuali che pesano sui piccoli commercianti, Zelle offre un servizio gratuito che è difficile da battere. I numeri parlano chiaro:

  • Nel 2024, Zelle ha elaborato 3,6 miliardi di transazioni per oltre 1.000 miliardi di dollari (+27% sul 2023).
  • Nel primo semestre del 2025, ha gestito 2 miliardi di transazioni (+23% anno su anno).
  • Al confronto, la crescita del volume totale dei pagamenti di PayPal nel 2025 è stata un misero 7%.

Acquisizioni e il “Genius Act” della Stablecoin

Di fronte a questa emorragia di rilevanza, PayPal ha provato a comprare la crescita. Negli anni ha acquisito Venmo, Xoom, iZettle, Honey (pagata ben 4 miliardi nel 2020) e la giapponese Paidy. Eppure, queste acquisizioni non sembrano bastare a invertire il trend.

E poi c’è quella che doveva essere la mossa del cavallo, o il “genius act” come direbbero ironicamente alcuni osservatori: l’ingresso nel mondo delle criptovalute con la propria Stablecoin. L’idea di lanciare PayPal USD (PYUSD) doveva rappresentare il ponte verso il futuro, un modo per modernizzare l’infrastruttura e ridurre i costi. Tuttavia, guardando il crollo delle quotazioni, il mercato sembra averla interpretata più come un tentativo disperato di rimanere alla moda che come una reale rivoluzione industriale. Le stablecoin sono uno strumento interessante, ma, da sole, non risolvono il problema strutturale di un’azienda che chiede commissioni in un mondo che si sposta verso i pagamenti gratuiti “peer-to-peer”.

Futuro assicurato, ma…

PayPal non sparirà. I suoi flussi di cassa sono ancora enormi e la sua presenza è capillare. Gli utili sono presenti e si mantengono piuttosto in linea con gli anni precedenti.

Utili per azione di Paypal. – Tradingeconomics

Ma l’era della valutazione a 308 dollari per azione, gonfiata dalla liquidità post-pandemica e dall’entusiasmo irrazionale, è finita. L’azienda deve ora affrontare la realtà di un mercato maturo, dove i margini sono sotto pressione e i concorrenti bancari si sono svegliati dal loro torpore tecnologico.

Il cambio di CEO è un segnale che il consiglio di amministrazione sa che serve una sterzata. Resta da vedere se il nuovo timoniere proveniente da HP saprà navigare in queste acque agitate, o se PayPal rimarrà intrappolata nel limbo delle ex-glorie della Silicon Valley.

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Non è il mondo ad aver tradito l’Europa: è l’Europa ad aver rinunciato al potere. Quello che non ha detto Draghi a Lovanio.

Il discorso di Mario Draghi all’Università di Lovanio è, per ambizione e costruzione retorica, uno degli interventi più rilevanti degli ultimi anni sul destino europeo. La tesi è netta: l’ordine globale fondato su regole, commercio e alleanze è collassato; l’Europa, schiacciata tra Stati Uniti e Cina, rischia subordinazione, deindustrializzazione e irrilevanza; l’unica via d’uscita è un salto federale. Diagnosi drammatica, proposta radicale. Proprio per questo, merita un’analisi rigorosa, non deferente.

Il primo punto critico riguarda l’attribuzione delle responsabilità. Draghi individua nella Cina il principale fattore destabilizzante: mercantilismo aggressivo, controllo delle catene del valore, uso politico dell’interdipendenza. Tutto vero. Ma profondamente incompleto. La deindustrializzazione europea non nasce a Pechino: è un processo endogeno, maturato dentro l’Unione. Negli ultimi quindici anni l’area euro ha registrato tassi di investimento sistematicamente inferiori a quelli statunitensi, compressi da regole fiscali pro-cicliche che hanno trasformato la stabilità di bilancio in un freno strutturale alla crescita e alla capacità produttiva.

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Attribuire all’esterno ciò che è stato prodotto dall’interno è una scorciatoia narrativa. L’Europa non è diventata fragile perché altri hanno fatto i propri interessi, ma perché le sue istituzioni si sono dimostrate incapaci di difendere i propri. A questo si aggiunge un Green Deal concepito più come shock regolatorio che come politica industriale: vincoli stringenti, tempi irrealistici, assenza di strumenti comuni di compensazione. Il risultato non è stata la transizione, ma la perdita di competitività di interi comparti manifatturieri, esposti a concorrenti extra-UE non soggetti agli stessi oneri.

Su questo punto, colpisce l’assenza di autocritica. Nel discorso di Lovanio non c’è una riflessione sulle scelte che hanno reso l’Europa strutturalmente dipendente: un mercato unico senza una vera politica industriale, una moneta senza un bilancio federale adeguato, una disciplina di bilancio che ha premiato l’avanzo esterno e penalizzato la domanda interna. È un silenzio significativo, soprattutto considerando il ruolo centrale avuto da Draghi nel consolidare questo impianto.

Il secondo nodo riguarda l’idea di “più Europa”. Draghi ha ragione quando afferma che la semplice cooperazione intergovernativa non produce potere. Ma qui emerge una contraddizione decisiva: se l’Europa oggi è debole, non è perché ha fatto troppo poco, ma perché ha fatto molto male. Ha centralizzato regole senza creare capacità fiscali comuni; ha rafforzato la concorrenza senza dotarsi di strumenti di protezione industriale; ha chiesto sacrifici senza costruire consenso.

Invocare un nuovo salto federale senza chiarire quale federazione si voglia costruire rischia di essere un atto di fede. Una federazione che irrigidisca l’attuale assetto tecnocratico non rafforzerebbe l’Europa: ne amplificherebbe le fragilità, comprimendo ulteriormente la sovranità democratica senza risolvere il problema centrale, cioè la capacità di decidere e investire.

Anche il rapporto con gli Stati Uniti resta eluso. La dipendenza europea in materia energetica, tecnologica e militare non è un accidente geopolitico, ma il risultato di scelte politiche deliberate. Parlare di autonomia strategica senza mettere in discussione questo assetto significa descrivere il problema evitando accuratamente le sue cause.

Infine, l’idea che l’unità nasca dalla crisi. È una narrazione già vista. Negli ultimi trent’anni ogni emergenza è stata usata per concentrare potere, ridurre il conflitto democratico, sospendere il dissenso. Il risultato non è stata un’Europa più forte, ma un’Unione più rigida, più fragile e sempre meno legittimata.

Se giudichiamo l’Europa dai risultati – crescita stagnante, divergenze crescenti, perdita di base industriale – è legittimo chiedersi se il problema sia davvero che “ce ne voglia di più”. Forse, prima di costruire una nuova Europa, bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che quella attuale ha fallito non per insufficienza, ma per errori strutturali di impostazione. Senza questa verità preliminare, ogni appello al federalismo rischia di restare l’ennesima grande promessa senza potere, senza consenso e senza futuro.

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Il ritorno del compratore: negli USA il mercato immobiliare non è più un club per soli venditori

C’era una volta il mercato immobiliare americano post-pandemico: un’arena brutale dove i potenziali acquirenti, armati di mutui a tassi ridicoli, si accapigliavano per tuguri sovrapprezzo, arrivando a scrivere lettere d’amore ai proprietari pur di farsi accettare un’offerta. Appartamenti fatiscenti venivano venduti a prezzi folli. Quei tempi, per la gioia di chi non ha ancora una casa e il disappunto di chi sperava in rendite infinite, sembrano definitivamente tramontati.

I dati più recenti ci dicono che il potere negoziale sta cambiando proprietario. Come riporta il WSJ, nel 2025, quasi i due terzi degli acquirenti americani (circa il 62%) hanno acquistato casa a un prezzo inferiore rispetto a quello di listino originale. Si tratta della percentuale più alta dal 2019, un segnale inequivocabile che il mercato sta “girando”.

Sconti e concessioni: la nuova norma

Non parliamo di limature simboliche. Lo sconto medio per chi è riuscito a spuntare un prezzo inferiore è stato dell’8%, il valore più alto registrato dal 2012. La capitolazione dei venditori non si ferma al prezzo di cartellino. Sempre più spesso, per chiudere l’affare, i proprietari devono concedere “aiuti” in contanti per coprire le spese di chiusura o, mossa squisitamente tecnica, finanziare il “buy-down”, una sorta di commissione iniziale, del tasso ipotecario del compratore.

In pratica, pur di vendere, il proprietario paga parte del mutuo altrui. Una dinamica che riflette un eccesso di offerta che non si vedeva da tempo: a dicembre si sono registrati 600.000 venditori in più rispetto ai potenziali acquirenti, il divario più ampio dal 2013.

Geografia del ribasso: il sole cala sul Sun Belt

Come sempre, l’immobiliare è una questione di coordinate geografiche. Il Sud degli Stati Uniti, protagonista del boom durante il Covid, sta vivendo il riequilibrio più marcato:

Area Metropolitana Acquirenti con sconto (%) Trend Prezzi (Annuale)
West Palm Beach / Miami > 85% -1.0%
Tampa Elevata -3.9%
Phoenix / Dallas Elevata -1.4%
Chicago Bassa +5.7%
New York Bassa +5.0%

Mentre in Florida e Texas l’abbondanza di nuove costruzioni ha creato un mercato favorevole ai compratori, città come Newark o San Francisco restano roccaforti dei venditori a causa di una cronica scarsità di nuovi immobili. Alla fine l’attività costruttiva è il principale elemento di controllo dei prezzi, in qualsiasi contesto.

Considerazioni tecniche: inflazione e valori reali

Nonostante l’indice Case-Shiller mostri una crescita nominale dell’1,4% su base annua a novembre, la realtà economica è diversa se guardiamo ai valori reali.

Indice Case Shiller

Con un’inflazione al 2,7%, i prezzi delle case stanno effettivamente perdendo terreno: in termini reali, il valore degli immobili è sceso di circa l’1,3% nell’ultimo anno.

Siamo di fronte a un mercato “picky”, ovvero schizzinoso, che sceglie con grande attenzione. Le case che necessitano di ristrutturazioni restano invendute perché i compratori, tra tassi d’interesse comunque superiori al passato e costi dei materiali elevati, non hanno voglia di imbarcarsi in cantieri infiniti. Le cose “Buone” si vendono ancora bene, il resto solo con consistenti sconti.

I venditori che ancora sognano i fasti del 2021, quando bastava mettere un cartello in giardino per scatenare un’asta, farebbero bene a svegliarsi: oggi, in America, comanda chi stacca l’assegno, non chi possiede le mura.

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Golden Visa e il mattone globale: la grande migrazione dei capitali all’estero. Quali sono le mete?

Il panorama dell’immobiliare internazionale sta vivendo una fase di profonda ricomposizione geografica, dettata non più solo dalla ricerca del profitto, ma da una necessità quasi esistenziale di sicurezza. Se un tempo le grandi metropoli mondiali rappresentavano il punto d’arrivo naturale per i capitali asiatici in cerca di rendimento, oggi il baricentro si è spostato verso la protezione del patrimonio e la garanzia dei diritti civili. Gli investitori cinesi e turchi, in particolare, stanno ridisegnando i mercati di Grecia, Emirati Arabi e Stati Uniti, utilizzando lo strumento dei Golden Visa come una vera e propria polizza assicurativa sulla vita e sul capitale. Nel 2024 la Cina è stato il secondo paese al mondo come fuga di milionari al mondo.

Il fenomeno non è casuale. In un contesto di incertezza geopolitica e turbolenze valutarie nei paesi d’origine, la ricerca di un “piano B” è diventata la priorità assoluta per chi detiene grandi liquidità. Come spesso accade nelle dinamiche di Scenari Economici, quando la politica interna ferve, i capitali votano con i piedi (o meglio, con i bonifici verso l’estero).

Le priorità dell’investitore: non solo rendimento, ma sopravvivenza

Per comprendere cosa spinga un investitore di Pechino o Istanbul a comprare un attico ad Atene o una villa a Palm Jumeirah, bisogna guardare oltre la semplice cedola dell’affitto. Le motivazioni sono stratificate:

  • Sicurezza e tutela legale: La protezione del patrimonio da possibili espropri, tassazioni aggressive o instabilità valutarie interne è la molla principale. Si cerca la “Property Rights” di stampo occidentale, dove la proprietà è garantita e non soggetta a concessioni temporanee statali (come il leasehold cinese).

  • Istruzione d’élite: Per le famiglie cinesi, l’acquisto immobiliare è spesso il cavallo di Troia per inserire i figli nei circuiti accademici internazionali. Risiedere in Europa o negli Emirati facilita l’accesso a scuole e università di prestigio.

  • Libertà di movimento: Il Golden Visa greco offre l’accesso illimitato all’area Schengen, un valore inestimabile per chi possiede passaporti con forti limitazioni di viaggio.

  • Diversificazione del rischio: In un’epoca di inflazione galoppante per la Lira turca e di incertezza per lo Yuan, spostare capitali in Euro o Dirham (agganciato al Dollaro) è una mossa di difesa elementare ma efficace.

Gli sbocchi principali: Grecia e Dubai in cima alla lista

Mentre molti mercati tradizionali soffrono, alcune mete brillano per attrattività grazie a politiche di accoglienza per i capitali:

  1. Grecia: Nonostante l’innalzamento delle soglie minime per il Golden Visa (fino a 800.000 euro nelle aree di pregio come Atene e le isole maggiori), resta la meta preferita. Gli investitori cinesi dominano le statistiche, attratti da un mercato che offre ancora prezzi competitivi rispetto a Londra o Parigi e un clima favorevole.

  2. Dubai (EAU): Gli Emirati sono diventati il nuovo “porto sicuro” globale. Qui i cinesi sono saliti al quarto posto tra i principali acquirenti. Dubai offre un regime tax-free, rendimenti locativi che toccano il 10% e una neutralità politica che rassicura chi vuole evitare le tensioni tra Cina e Occidente.

  3. Giappone: Tokyo e Osaka stanno vivendo una “invasione” di capitali da Pechino. Il motivo? Uno Yen storicamente debole che rende gli immobili di lusso un vero affare, unito alla proverbiale stabilità nipponica. L’arcipelago è economicamente e politicamente una delle mete più stabili sul pianeta, qualcosa che attrae i cinesi.

Il caso USA e il paradigma delle “3B”

Se Grecia e Dubai rappresentano la “nuova frontiera”, gli Stati Uniti rimangono il mercato dell’ambivalenza. Il rallentamento nel 2026 è innegabile: tassi d’interesse ancora significativi e una crescente diffidenza politica (con alcuni Stati che tentano di limitare l’acquisto di terreni ai cittadini stranieri) hanno raffreddato gli animi. Eppure, per il segmento Ultra-High-Net-Worth, l’America resta il traguardo finale.

  • Il visto EB-5: si tratta del visto speciale per gli investiori facoltosi che ha recentemente, con Trump visto un rialncio notevole.

  • Branded Residences: C’è una vera e propria ossessione per il marchio. Acquistare un appartamento firmato Four Seasons, Ritz-Carlton o St. Regis garantisce uno standard di gestione, una sicurezza e una riconoscibilità che il singolo condominio di lusso non può offrire. Il marchio è sinonimo di qualità certificata in un mercato che l’investitore non sempre conosce a fondo, in questo l’acquirente cinese è molto influenzabile. Un italiano andrebbe molto più sul sodo.

  • I distretti scolastici: Negli USA, l’investimento è chirurgico. Si compra dove il distretto scolastico ha il punteggio massimo. La casa è solo l’involucro; il vero valore è il codice postale che garantisce l’accesso alla formazione d’élite, trampolino per le università della Ivy League.

Dalla California alla Florida: la rotazione geografica

Nel 2026 assistiamo a una rotazione interna al mercato americano. Se la California resta un classico per vicinanza geografica alla Cina, la Florida e il Texas guadagnano terreno. Sono stati scelti per la loro efficienza fiscale (assenza di tassa sul reddito statale) e per un clima politico spesso più liberale verso l’impresa. Qui gli investitori cercano immobili move-in ready: l’investitore cinese del 2026 non ha tempo né voglia di gestire ristrutturazioni; esige il “chiavi in mano”, con domotica integrata e gestione patrimoniale già attiva.

L’impatto sui mercati locali: un equilibrio difficile

L’afflusso massiccio di capitali esteri, spesso sotto forma di transazioni all-cash, produce effetti tangibili sulle città ospitanti. Se da un lato l’iniezione di liquidità sostiene il settore delle costruzioni e i servizi di lusso, dall’altro alimenta una gentrificazione accelerata. Ad Atene, quartieri storici come Pangrati o Koukaki sono stati trasformati in distretti per affitti brevi, spingendo i residenti verso le periferie. Questo crea dei problemi sociali non indifferenti, soprattutto in paesi, come la Grecia, con una propria forte struttura sociale.

L’inflazione immobiliare è l’altra faccia della medaglia. La domanda esterna, essendo meno sensibile ai tassi d’interesse locali (poiché spesso non utilizza mutui bancari del posto), mantiene i prezzi elevati anche quando l’economia interna fatica, rendendo l’accesso alla prima casa un miraggio per le giovani generazioni locali.

Il mattone come scudo, a qualsiasi costo.

In definitiva, cosa cercano i cinesi e i turchi negli immobili all’estero nel 2026? Cercano certezza in un mondo incerto. Non si tratta semplicemente di speculazione. L’acquisto di un appartamento a Londra, una villa a Phuket o un ufficio a Dubai risponde a un bisogno profondo di sicurezza legale, economica e fisica. Mentre i governi occidentali diventano più cauti e Pechino stringe i controlli sui capitali, l’investitore medio diventa più sofisticato, puntando sulle “3B” e sulla stabilità dei grandi marchi. La casa all’estero è diventata l’asset definitivo per chi teme che il domani, in patria, possa essere meno luminoso di ieri.

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Il “Cluster” nucleare di Rosatom in Uzbekistan: mossa strategica o fuga in avanti?

Anche nel settore nucleare russo ci sono delle difficoltà, che la società di stato del settore sta cercando di superare.  Desiderosa di contrastare la percezione sempre più diffusa di inaffidabilità dovuta alle difficoltà finanziarie, Rosatom, l’agenzia nucleare russa, sta cercando di raddoppiare le sue promesse di costruzione per potenziare la capacità nucleare dell’Uzbekistan.

Invece di limitarsi a costruire reattori, Rosatom sta ora proponendo di creare un “cluster nucleare” , cioè un pacchetto di soluzioni, in Uzbekistan. Secondo quanto riferito, il capo di Rosatom Alexei Likhachev ha fatto l’offerta durante un incontro privato con il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev il 27 gennaio a Tashkent. Il cluster proposto “includerebbe non solo l’energia nucleare, ma anche la medicina nucleare, le competenze radiologiche a beneficio dell’agricoltura, della sanità e della scienza dei materiali”, ha detto Likhachev.

Secondo quanto riferito, la principale entità russa di ricerca e sviluppo nel settore nucleare, l’Istituto Kurchatov, cuore dello sviluppo nucleare russo, sarebbe coinvolta nella costruzione del cluster, che comporterebbe la realizzazione di infrastrutture sociali in grado di ospitare 30.000 persone. Il costo stimato dell’espansione del piano originale di Rosatom non è stato immediatamente reso noto. Lo scorso settembre Rosatom ha accettato di costruire due reattori nucleari su larga scala e due modelli più piccoli, in grado di generare complessivamente oltre 2,1 gigawatt.

Una dichiarazione rilasciata dall’ufficio di Mirziyoyev non ha menzionato l’offerta di Likhachev relativa al polo e ha fornito solo una vaga valutazione delle discussioni, suggerendo che sono stati compiuti pochi progressi nel promuovere la cooperazione nel settore dell’energia nucleare. “Particolare attenzione è stata prestata anche allo sviluppo della cooperazione nell’applicazione delle tecnologie nucleari in agricoltura e medicina, alla formazione di personale qualificato nel settore, allo sviluppo della scienza e all’attuazione di progetti sociali”, ha osservato la dichiarazione presidenziale.

Un’aura di scetticismo sembrava offuscare l’incontro tra Mirziyoyev e Likhachev. Le autorità uzbeke hanno rinviato il getto di calcestruzzo per le fondamenta del primo reattore Rosatom su piccola scala nella regione di Jizzakh, citando la mancanza di autorizzazioni da parte delle agenzie di regolamentazione statali. Tuttavia, i resoconti dei media uzbeki indicavano anche che alcuni dettagli finanziari relativi all’accordo con Rosatom dovevano ancora essere definiti. La dichiarazione di Mirziyoyev del 27 gennaio ha anche sottolineato che “il lavoro di progettazione del primo reattore continua”. L’obiettivo iniziale era quello di rendere operativo il primo reattore nel 2029.

L’Uzbekistan non è l’unico Stato dell’Asia centrale in cui Rosatom sta affrontando crescenti preoccupazioni circa la sua capacità di portare avanti i progetti di energia nucleare. Il Kazakistan, che ha anch’esso stipulato un contratto con Rosatom per la costruzione della prima centrale nucleare del Paese, alla fine del 2025 ha cercato di cautelarsi, firmando un accordo con gli Stati Uniti per condurre lavori esplorativi per l’installazione di piccoli reattori nucleari modulari nel Paese. L’Asia centrale, per quanto ancora legata a Mosca, cerca comunque di muoversi con una propria autonomiam equilibrando i legami operativi con la Russia a operazioni simili con USA e talvolta con la Cina. Comunque Rosatom resta un leader di livello mondiale nello sviluppo nucleare, e questo non può essere ignorato.

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