Contante: parte il limite comune di pagamento a 10 mila Euro

L’Unione Europea ha compiuto un passo significativo verso l’armonizzazione delle norme finanziarie introducendo un limite massimo comune per i pagamenti in contanti, che per alcuni è restrittivo, per altri invece è molto lasco. Con l’adozione del Regolamento (UE) 2024/1624, è stato stabilito un tetto di 10.000 euro per le transazioni in denaro contante all’interno degli Stati membri.

Obiettivo: Trasparenza e Sicurezza e Omogeneità

La ragione principale dietro questa normativa è la volontà di contrastare in modo più efficace il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, anche se per certi paesi si tratterà di un calo significativo del limit d’uso. Stabilendo un limite uniforme, l’UE mira a ridurre l’anonimato di queste transazioni e a migliorare la tracciabilità dei flussi finanziari, rendendo più difficile l’abuso del sistema finanziario per scopi illegali. Tra l’altro la libera circolazione facilitava il trasferimento dei soldi contanti dai paesi con limiti più bassi, come l’Italia, verso quelli con limiti più elevati, coe la Germania.

Quando Entrerà in Vigore?

È importante sottolineare che questo nuovo limite non è immediatamente operativo. Gli Stati membri avranno tempo per adeguare le proprie legislazioni nazionali. La data fissata per l’applicazione obbligatoria del limite di 10.000 euro in tutta l’Unione Europea è il 10 luglio 2027. Fino a quella data, continueranno a valere le normative nazionali attualmente in vigore.

La Situazione Attuale e la Flessibilità Nazionale

Attualmente, la situazione all’interno dell’UE è molto variegata. Alcuni paesi, come la Germania o l’Austria, non hanno limiti specifici ai pagamenti in contanti, mentre altri applicano soglie molto più basse (ad esempio, 1.000 euro in Francia e Spagna, o 500 euro in Grecia). L’Italia si colloca in una posizione intermedia con il suo limite attuale di 5.000 euro, introdotto a partire dal 1° gennaio 2023.

Il nuovo regolamento europeo riconosce queste differenze e offre una certa flessibilità. Gli Stati membri potranno decidere di mantenere o introdurre limiti nazionali più bassi rispetto alla soglia dei 10.000 euro. Tuttavia, dovranno notificare tali limiti alla Commissione Europea.

Euro Cash

Ambito di Applicazione ed Eccezioni

Il limite dei 10.000 euro si applicherà principalmente ai pagamenti effettuati verso persone fisiche o giuridiche che agiscono nell’esercizio della loro professione o attività commerciale (commercianti, imprese, professionisti). Sono previste delle eccezioni significative: il limite non si applicherà, in linea generale, ai pagamenti tra privati cittadini che non agiscono in un contesto professionale, né ai versamenti o prelievi effettuati presso istituti di credito o altri enti finanziari.

Controlli alle Frontiere

Il limite di 10.000 euro è rilevante anche per chi viaggia. Già oggi, chiunque entri o esca dall’Unione Europea portando con sé denaro contante (o strumenti equivalenti come assegni al portatore) per un valore pari o superiore a 10.000 euro ha l’obbligo di dichiararlo alle autorità doganali.

L’introduzione del limite UE di 10.000 euro rappresenta un cambiamento importante volto a creare un quadro normativo più omogeneo e robusto contro i crimini finanziari. Fino a oggi alcuni paesi, come la Germania, non avevano praticamente limite al contante, o meglio questo era teoricamente di 30 mila Euro. Per aggirare quello Italiano, di 5 mila Euro, bastava passare il Brennero e guidare per qualche centinaio di Km.

Sebbene l’applicazione completa sia prevista solo per il 2027, questa misura segna una chiara direzione verso una maggiore trasparenza nelle transazioni economiche all’interno dell’Unione. Per l’Italia, significherà un potenziale innalzamento del limite attuale, a meno che non si decida di mantenere una soglia nazionale più restrittiva, che comunque dovrà essere giustificata e comunicata. I tedeschi, abituati a pagare anche somme elevate in contanti, dovranno cambiare un po’ abitudine.


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Gli USA “Importano” la recessione nel primo trimestre, ma non tutti i dati sono negativi

Gli USA hanno “Importato” la recessione nel primo trimestre 2025. L’economia statunitense, valutata tramite il PIL,  si è contratta a un tasso annualizzato dello 0,3% nel primo trimestre del 2025, segnando il primo calo dal primo trimestre del 2022.

Si è trattato di una brusca inversione di tendenza rispetto alla crescita del 2,4% del trimestre precedente ed è stata inferiore alle aspettative del mercato che prevedeva una crescita dello 0,3%, secondo una stima anticipata.

Si tratta di una recessione importata: un’impennata del 41,3% delle importazioni ha contribuito al rallentamento, in quanto le imprese e i consumatori si sono affrettati ad accumulare beni in previsione di un aumento dei costi a seguito di una serie di annunci tariffari da parte dell’amministrazione Trump.

Anche la crescita della spesa al consumo si è raffreddata all’1,8%, il ritmo più lento dal secondo trimestre del 2023, mentre le spese del governo federale sono scese del 5,1%, il calo più forte dal primo trimestre del 2022 e questo è l’effetto del DOGE e della revisione o congelamento di molti programmi federali.

Gli investimenti fissi hanno invece registrato un’impennata del 7,8%, la più alta dal secondo trimestre del 2023.

Il risultato di questi salti è stata una recessione, abbastanza prevedibile.

Ecco il relativo grafico:

Se vediamo questo valore scomposto per componenti del PIL questo dato è chiaramente individuabile:

Questo grafico è chiaro:

  • Consumi personali 1,21%, in calo rispetto al 2,70%, ma che si traduce in un valore dei consumi personali su base annua dell’1,8%, molto più alta dell’1,2% atteso
  • Gli investimenti fissi sono saliti all’1,34%, da -0,2% e il più alto dal secondo trimestre del 2023, dato che il BEA ha finalmente iniziato a tracciare correttamente gli investimenti nei data center.
  • La variazione delle scorte private ha registrato un’impennata del 2,25%, come previsto, grazie alla ricostituzione delle scorte pre-tariffarie; questo dato è in aumento rispetto al -0,84% dello scorso trimestre e si prevede che si invertirà nei prossimi trimestri con la vendita delle scorte.
  • La spesa pubblica è stata negativa (-0,25%), il primo dato negativo da quando Joe Biden ha usato la spesa pubblica  per spingere il PIL verso l’alto dal 2022.
  • Infine, e soprattutto, il commercio netto (esportazioni meno importazioni) ha inciso per il 4,830% sul PIL finale, con un’oscillazione del 5% rispetto al +0,26% del quarto trimestre. Questo è stato interamente il risultato dell’impennata delle importazioni (di cui l’oro era circa la metà) nel 1° trimestre, che ha colpito il PIL con un tasso quasi record del 5,03%. Proprio come le scorte, questo numero si invertirà nei prossimi trimestri con la fine e l’inversione del frontrunning tariffario.

Questi sono i risultati dello shock di politica economica voluto da Trump, ma ora bosogna vedere gli effetti sui trimestri successivi. Ad aprile sono entrati in azione i dazi, e questo dovrebbe riportare in equilibrio la bilancia commerciale. Gli investimenti sono aumentati notevolmente e i consumi sono abbastanza stabili. Passata la buriana, a partire da aprile, vedremo che succederà.


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Spagna. In una cattiva giornata arriva anche l’annuncio della disoccupazione in crescita

Oggi non è una buona giornata per la Penisola Iberica, colpita da un pesante blackout. Il tasso di disoccupazione in Spagna è salito all’11,36% nel primo trimestre del 2025, in aumento rispetto al 10,61% del trimestre precedente, segnando il livello più alto in un anno e superando le aspettative del mercato del 10,7%.

Il numero dei disoccupati è aumentato di 193.700 unità, raggiungendo i 2,789 milioni, mentre l’occupazione è diminuita di 92.500 unità, attestandosi a 21,76 milioni. Nel frattempo, la popolazione attiva è cresciuta di 101.200 unità, raggiungendo i 24,55 milioni.

La disoccupazione è aumentata per entrambi i sessi, con 77.200 uomini disoccupati in più e 116.500 donne disoccupate in più. Il tasso di disoccupazione femminile è salito di 0,88 punti percentuali al 12,72%, mentre quello maschile è aumentato di 0,61 punti al 10,14%.

Per nazionalità, la disoccupazione è aumentata di 147.900 unità tra gli spagnoli (compresi i cittadini con doppia nazionalità) e di 45.800 tra gli stranieri. La perdita di posti di lavoro ha interessato tutti i settori: servizi (+124.900), industria (+21.100), edilizia (+13.700) e agricoltura (+4.500).

Ecco il relativo grafico:

Questo dato riporta la Spagna nell’Europa della stagnazione economica, dove la crescita è sempre più un sogno. Il fatto di condividere la lingua con il Sud e Centro America aveva sinora aiutato la crescita della Spagna (alla faccia di chi ritiene che si possano creare dei mercati comuni senza una cultura comune), ma evidentemente ora pesaa di più l’essere parte di un’Europa che non cresce. Anche Madrid deve normalizzarsi.


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Alaska: un vulcano mette in allarme Anchorage Possibile una grande eruzione

L’Alaska Volcano Observatory (AVO) ha pubblicato un aggiornamento venerdì, affermando che il vulcano alto 11.000 piedi ha un livello di eruzione inferiore rispetto a quanto riportato all’inizio dell’anno, ma ha avvertito che l’evento è ancora possibile.

A marzo, l’AVO aveva lanciato l’allarme che il Monte Spurr avrebbe potuto eruttare nelle settimane successive, ma nell’ultimo mese la deformazione del terreno ha subito un rallentamento e la costa lungo il cratere non ha perso ghiaccio come sarebbe avvenuto se il magma fosse risalito in superficie.

Attività vulcanica e terremoti sul Monte Spurr (da AVO)

“La probabilità di un’eruzione è diminuita rispetto a marzo, ma il vulcano rimane in uno stato di elevata instabilità ed è ancora possibile che si verifichi un’eruzione esplosiva (o più eruzioni) come quelle avvenute nel 1953 e nel 1992”, ha comunicato l’AVO nell’aggiornamento.

“Ci aspettiamo di vedere settimane o più di attività sismica elevata che fornirebbe un preavviso di un’eruzione”.
Il Monte Spurr si trova a circa 110 km da Anchorage, dove vivono quasi 300.000 persone che si stanno preparando all’eruzione.

La popolazione locale si è affrettata a fare scorte di cibo e dispositivi di protezione nel caso in cui il vulcano eruttasse senza preavviso. Il pericolo principale è l’isolamento unito ai problemi che può causare la polvere vulcanica diffusa dall’esplosione, da cui la corsa agli strumenti di protezione.

Se l’eruzione dovesse verificarsi, il Monte Spurr emetterebbe diversi pennacchi di cenere che potrebbero raggiungere i 15 mila metridi altezza, ha dichiarato Matt Haney, scienziato responsabile dell’AVO presso l’US Geological Survey (USGS), al DailyMail.com.

Ogni episodio esplosivo con produzione di cenere durerebbe dalle tre alle quattro ore e la nube risultante potrebbe ricoprire la città di Anchorage e altre comunità vicine con uno spesso strato di polvere.

L’eruzione produrrebbe anche frane distruttive e valanghe di detriti vulcanici che scenderebbero lungo il fianco del vulcano a oltre 200 miglia all’ora, “ma fortunatamente non ci sono comunità in quel raggio che potrebbero essere colpite”, ha detto Haney.

Eruzione del 1992 del Monte Spurr (facebook)

Sebbene l’AVO abbia affermato che la probabilità di un’eruzione è diminuita, il numero di terremoti è rimasto costante per tutto il mese di aprile.

L’attività sismica è dovuta al magma che sale in superficie, causando stress e crepe nella roccia circostante.
L’AVO ha effettuato due voli sul vulcano questa settimana, uno dei quali, il 23 aprile, non è stato in grado di misurare le emissioni di gas a causa del forte vento.

Ma il volo di mercoledì ha permesso all’equipaggio di controllare il Monte Spurr, rilevando vapore proveniente dai condotti vicino alla cima e dal lago craterico. “Non sono stati osservati cambiamenti significativi sulla superficie del Crater Peak“, ha affermato l’AVO.

”I dati relativi al gas rilevati durante il volo sono ancora in fase di elaborazione, ma i tassi di emissione sembrano sostanzialmente simili o leggermente inferiori a quelli misurati a marzo”.

L’AVO ha osservato che “il vapore dalla cima continua a essere visibile nelle immagini delle webcam durante i periodi di condizioni di visibilità chiara”.

“L’AVO continua a monitorare attentamente l’attività del Monte Spurr alla ricerca di segnali che indichino che il vulcano si sta avvicinando a un’eruzione utilizzando stazioni sismiche, infrasoniche e GNSS (GPS) locali, webcam, misurazioni di gas dall’aria e da satellite, infrasuoni regionali, reti di rilevamento dei fulmini e immagini satellitari”, ha comunicato l’agenzia.

Eruzioni precedenti hanno portato anche alla chiusura dell’aereoporto internazionale di Anchorage per alcuni giorni.


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Stop ai motori termici nel 2035: Anche l’AD di Volkswagen chiede revisioni e flessibilità

La scadenza del 2035, fissata dall’Unione Europea per lo stop alla vendita di nuove auto con motore a combustione interna (ICE), è messa in discussione da Oliver Blume, Amministratore Delegato del Gruppo Volkswagen.

A margine del Salone dell’Auto di Shanghai, Blume ha sottolineato la necessità di “verifiche periodiche basate sulla reale velocità di diffusione della mobilità elettrica”, suggerendo l’introduzione di “periodi di transizione politicamente flessibili” laddove necessario.

Il CEO ha espresso queste considerazioni in un’intervista alla “Neue Osnabrücker Zeitung” riprotata dalla Welt, evidenziando le sfide che la transizione comporta per colossi automobilistici come Volkswagen. Blume ha accolto positivamente la recente proposta della Commissione Europea di introdurre un meccanismo di flessibilità triennale (2025-2027) per il raggiungimento degli obiettivi di CO2 delle flotte. Questo meccanismo, secondo Blume, pur non compromettendo gli obiettivi climatici (“non andrà perso un solo grammo di CO2 risparmiato”), fornirebbe ai costruttori la necessaria flessibilità operativa. “È una vera verifica della realtà”, ha commentato, auspicando un approccio simile per le tappe future del 2030 e del 2035.

Aziende come Volkswagen e Renault faticano a rispettare le normative sulle emissioni sempre più stringenti e la mancata conformità comporterebbe pesanti sanzioni. La richiesta di maggiore flessibilità da Bruxelles nasce proprio da queste difficoltà operative ed economiche.

Volkswagen Buzz

Blume ha inoltre invocato un maggiore impegno da parte della politica per sostenere la transizione elettrica. “L’espansione della mobilità elettrica non si realizza solo con le auto giuste”, ha affermato, “anche le condizioni quadro devono essere adeguate”. Ha specificato la necessità di potenziare l’infrastruttura di ricarica, soprattutto nei centri urbani e nelle aree regionali (mentre quella autostradale in Germania è già ben sviluppata), garantire prezzi dell’energia accessibili e implementare un “sostegno vincolante per la mobilità elettrica”, intendendo probabilmente politiche di incentivazione stabili e certe.

La proposta di flessibilità della Commissione Europea dovrà ora essere negoziata tra il Parlamento Europeo e i 27 Stati membri. Teoricamente, durante questi negoziati, potrebbero emergere ulteriori modifiche ai limiti di emissione o persino alla stessa data del 2035 per l’eliminazione graduale dei motori a combustione.


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L’inviato di Trump incontra Putin e salta per aria un alto Generale russo

Con una coincidenza interessante Putin riceve l’emissario di Donald Trump Steve Withkoff e, nella stessa giornata, a distanza di poche ore, un generale dello Stato maggiore russo muore in un attentato dinamitardo.

Andiamo per ordine: Vladimir Putin ha incontrato venerdì al Cremlino l’inviato americano Steve Witkoff, secondo le immagini diffuse dalla televisione pubblica russa. Si tratta del loro quarto incontro in Russia dal rilancio delle relazioni bilaterali avviato a febbraio da Donald Trump per trovare una via d’uscita al conflitto in Ucraina.

«Il presidente russo Vladimir Putin riceve al Cremlino l’inviato di Trump Steve Witkoff», ha confermato Dmitri Peskov, portavoce della presidenza russa, citato dall’agenzia Ria Novosti. Probabilmente stanno discutendo dell’avanzamento dei colloqui di pace e della possibile posizione di mediazione su cui raggiungere un accordo per il cessate il fuoco.

Mentre arriva Witkoff, salta per aria il generale Moskalik

In seguito all’attacco terroristico compiuto la mattina del 25 aprile a Balashikha, nei pressi di Mosca, è stato ucciso il vice capo della Direzione generale delle operazioni dello Stato maggiore delle forze armate, tenente generale Yaroslav Moskalik.

Il generale Moskalik (Kommersant)

Il crimine è stato commesso alle 10.30 del mattino, quando il generale è uscito da casa sua, sul viale Nesterov, nel microdistretto di Aviatorov, e si è diretto verso la sua auto parcheggiata nel cortile. In quel momento è esplosa un’auto Volkswagen che si trovava nei pressi dell’ingresso. L’onda d’urto scaraventò indietro di diversi metri il generale Moskalik.

Secondo il Kommersant, all’interno dell’auto tedesca era presente un ordigno esplosivo, composto da proiettili per lanciagranate ed esplosivi. In termini di potenza, equivaleva a quasi un chilogrammo di TNT.

I partecipanti all’indagine ritengono che l’ordigno esplosivo improvvisato sia stato fatto detonare a distanza osservando la vittima tramite una telecamera installata all’interno dell’ordigno su ruote. Tuttavia, i dati esatti emergeranno in base ai risultati dell’esame degli esplosivi.

Secondo uno schema simile, il 17 dicembre 2024, sulla Ryazansky Prospekt a Mosca, venne ucciso il capo delle truppe di difesa contro le radiazioni, sostanze chimiche e biologiche del Ministero della Difesa russo, il tenente generale Igor Kirillov. Il criminale venne quindi arrestato il giorno dopo, mentre era ancora sulle sue tracce. Ciò fa sperare in una rapida soluzione al problema della criminalità odierna.

La Direzione principale, presso la quale ha prestato servizio il generale Moskalik, svolge il ruolo di responsabile dello sviluppo delle operazioni militari, che vengono svolte, tra le altre cose, nella zona SVO. Lo stesso Yaroslav Moskalik, secondo dati pubblici, faceva parte del gruppo per la risoluzione del conflitto in Ucraina (il cosiddetto gruppo di Minsk), nel sottogruppo per la sicurezza. Nel 2021 è intervenuto alla Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale e si era dedicato alla Siria. Quindi si tratta di un ufficiale con alte responsabilità a livello di Stato Maggiore, quindi un obiettivo ricco per chi vuole danneggiare lo sforzo militare russo. 

Oggi si conferma che il mondo è fatto di coincidenze, oppure no.


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La PBOC lascia invariati i tassi di riferimento. Si tengono le munizioni monetarie per il futuro

La Banca popolare cinese (PBoC) ha lasciato invariati i tassi di riferimento per il sesto mese consecutivo ad aprile, in linea con le aspettative del mercato, in attesa di valutare l’evoluzione dell’impatto delle controversie commerciali con gli Stati Uniti prima di introdurre ulteriori misure di stimolo.

Il tasso di riferimento per i prestiti a un anno (LPR), benchmark per la maggior parte dei prestiti alle imprese e alle famiglie, è stato mantenuto al 3,1%, mentre il tasso a cinque anni, riferimento per i mutui immobiliari, è rimasto al 3,6%.

Entrambi i tassi sono ai minimi storici dopo le riduzioni di ottobre e luglio dello scorso anno. L’ultima decisione è stata presa dopo che il PIL è cresciuto più del previsto, del 5,4% su base annua nel primo trimestre del 2025, rimanendo la crescita più alta in un anno e mezzo, grazie ai continui sforzi di stimolo da parte di Pechino.

Pechino sta dando priorità alla spinta dei consumi interni, compreso un ulteriore 300 miliardi di CNY in titoli di Stato speciali a lunghissimo termine per un programma di commercio di beni di consumo. Ecco il relativo grafico:

La PBOC, la banca centrale cinese, coordina la sua attività con il governo, al contrario delle banche centrali occidentali che vantano la propria indipendenza, per poi difendere gli interessi di non s sa bene chi, almeno la PBOC è chiara nel proprio mandato: fa quello che vuole il governo, cioè il PCC.

Evidentemente ora vuole tenere le cartucce della politica monetaria a parte, per utilizzarle se le cose diventassero più complesse economicamente. Non si possono sparare tuttee le cartucce assieme e i tassi sono perfino inferiori a quelli americani.


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L’Australia sta cercando di accelerare lo sviluppo delle proprie Terre Rare

Negli ultimi anni l’Australia ha sviluppato il proprio settore dei minerali critici con l’obiettivo di diventare uno dei principali produttori e trasformatori dei minerali e dei metalli rari ad alta domanda necessari per sostenere la transizione verde a livello globale. Oltre a lanciare una strategia nazionale e a stanziare miliardi di finanziamenti per il settore, il governo ha recentemente approvato una legge che prevede incentivi fiscali per i minerali critici, che dovrebbe attrarre maggiori investimenti nel settore.

La domanda di minerali critici dovrebbe aumentare drasticamente nei prossimi decenni, poiché i paesi di tutto il mondo li utilizzano per alimentare la transizione verde globale. Gli usi più comuni dei minerali critici includono la produzione di batterie, elettronica, microchip e pannelli solari fotovoltaici. L’Australia ospita alcuni dei più grandi giacimenti di minerali critici recuperabili al mondo, tra cui cobalto, litio, manganese, elementi delle terre rare, tungsteno e vanadio di alta qualità.

Nel dicembre 2023, il governo australiano ha lanciato la Critical Minerals Strategy 2023–2030, che fornisce un quadro di riferimento per lo sviluppo della produzione, della lavorazione e delle catene di approvvigionamento dei minerali critici in Australia. Si prevede che tale strategia sosterrà la creazione di posti di lavoro e stimolerà la crescita economica. Essa incoraggia la collaborazione tra comunità, industria, investitori, settore della ricerca e dell’innovazione, stati e territori e partner internazionali.

Terre rare sulla tabella degli elementi

La strategia si concentra su sei aree chiave: sviluppo di progetti strategicamente importanti, attrazione di investimenti e creazione di partnership internazionali, coinvolgimento delle popolazioni indigene e condivisione dei benefici, promozione dell’Australia come leader mondiale nelle prestazioni ESG, sblocco degli investimenti in infrastrutture e servizi abilitanti e crescita di una forza lavoro qualificata.

Nel 2021, il governo ha istituito il Critical Minerals Facility, con 1,3 miliardi di dollari di finanziamenti per colmare il deficit di finanziamenti nel settore dei minerali critici del paese. Da allora ha aggiunto altri 1,3 miliardi di dollari al programma. Il fondo fornisce finanziamenti a progetti in linea con la strategia del governo in materia di minerali critici.

A febbraio, il parlamento australiano ha approvato leggi che prevedono agevolazioni fiscali sulla produzione di minerali critici e idrogeno rinnovabile per sostenere i piani nazionali di transizione energetica e contribuire a ridurre la dipendenza dalla Cina per il loro approvvigionamento. La legge offre 4,4 miliardi di dollari in incentivi fiscali del 10% per i costi di lavorazione e raffinazione di 31 minerali critici dal 2028 al 2040 per un massimo di 10 anni per progetto. Il ministro delle Risorse Madeleine King ha dichiarato: “Lavorando una maggiore quantità di questi minerali qui in Australia, creeremo posti di lavoro e diversificheremo le catene di approvvigionamento globali”.

L’Australia è attualmente governata da un governo laburista guidato dal primo ministro Anthony Albanese. Tuttavia, l’opposizione della Coalizione Liberale-Nazionale è in lizza per il potere nelle elezioni generali di maggio e ha una posizione molto diversa in materia di energia. Ad aprile, la Coalizione ha comunicato all’industria del gas che, se fosse salita al potere, avrebbe concesso al gas lo stesso status dei minerali critici, garantendo all’industria l’accesso a 3,6 miliardi di dollari di finanziamenti all’esportazione.

Susan McDonald, senatrice del Queensland, ha dichiarato che il partito garantirà che il gas naturale “rimanga una parte fondamentale dell’economia australiana per decenni”. Ha aggiunto: “Posso annunciare oggi che, per stimolare gli investimenti, un governo della Coalizione eleva il gas allo stesso status dei minerali critici… Ciò garantirà che i progetti relativi al gas possano richiedere finanziamenti dal fondo per i minerali critici da 4 miliardi di dollari (3,6 miliardi di dollari USA)”.

McDonald ha proseguito affermando che “ciò garantirà che i progetti relativi al gas, così fondamentali per la nostra sicurezza nazionale e internazionale, possano accedere a team specializzati all’interno del dipartimento delle risorse per sostenere i loro progetti”. A marzo, il leader dell’opposizione Peter Dutton ha promesso di creare un piano di riserva di gas sulla costa orientale, volto a ridurre i prezzi dell’energia.

Parlamento federare australiano Canberra

Al contrario, Albanese mira a continuare a sostenere la transizione dal petrolio, dal gas e dal carbone se verrà rieletto, in particolare sulla scia dei recenti dazi imposti da Trump. Egli intende aumentare le attività di estrazione e lavorazione dei minerali critici per rafforzare l’attrattiva commerciale dell’Australia nei confronti degli Stati Uniti, mentre il gigante nordamericano cerca di ridurre la dipendenza dalla Cina per i minerali critici e i componenti per l’energia verde. Il primo ministro dovrebbe svelare nelle prossime settimane i piani su come intende accelerare l’espansione del settore.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha recentemente annunciato dazi doganali su larga scala sulle importazioni da paesi di tutto il mondo, con un’aliquota del 25% sull’acciaio e l’alluminio e del 10% sulla maggior parte dei prodotti australiani, ad eccezione dei prodotti farmaceutici e di alcuni minerali critici. Trump ha cambiato più volte posizione sui dazi, introducendoli e poi sospendendoli per lunghi periodi. I leader mondiali hanno risposto alla minaccia dei dazi diversificando i propri partner commerciali e cercando di garantire il futuro della sicurezza commerciale in vari modi. Per Albanese, ciò significa rendere l’Australia un hub per i minerali critici.

Il governo laburista australiano ha sostenuto lo sviluppo dell’industria dei minerali critici del Paese, con una crescita significativa del settore prevista nei prossimi decenni. Tuttavia, questa espansione potrebbe dipendere in larga misura dalla vittoria di Albanese alle elezioni di maggio o dall’ascesa al potere della Coalizione Liberale-Nazionale, che darebbe maggiore importanza allo sviluppo del gas naturale.


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Uno Tsunami sta colpendo il commercio internazionale

La tempesta che sta scuotendo il trasporto marittimo mondiale non aveva bisogno di un altro tornado. Gli ultimi annunci del governo americano di giovedì sera su nuove tasse in arrivo per gli armatori che gestiscono navi cinesi mettono ulteriormente in difficoltà gli armatori, le cui operazioni sono in difficoltà dall’inizio del mese. La causa è la guerra commerciale lanciata dal presidente Trump sui dazi doganali con il suo “Liberation Day”.

“Gli ordini di capacità containerizzate provenienti dagli Stati Uniti stanno diminuendo del 50-60% da oltre una settimana”, secondo un importante operatore del settore. ‘Le importazioni statunitensi stanno crollando, e non solo dalla Cina. I grandi rivenditori non si muovono più’. L’epicentro dello tsunami si trova sulla importantissima rotta marittima tra la Cina e gli Stati Uniti, che non aveva mai subito un simile contraccolpo dalla pandemia di Covid-19.

Prezzi container da Cina costa ovest USA (Da BusinessAnalitiq)

Dopo una breve accelerazione in febbraio-marzo legata a uno stoccaggio anticipato, gli annunci sui dazi doganali, il 4 aprile negli Stati Uniti e il giorno dopo con le ritorsioni di Pechino, hanno fatto esplodere la domanda come mai prima d’ora.

La grande maggioranza degli importatori ha preferito temporeggiare, in attesa di maggiore chiarezza sul destino delle loro merci, che arrivano sulle coste americane solo dopo diverse settimane di viaggio. Secondo il direttore commerciale di una compagnia di navigazione, circa il 70% delle spedizioni cinesi verso gli Stati Uniti sono state bloccate o annullate da quando Trump ha firmato i dazi doganali al 145%.

Porti sempre più vuoti

“Onda d’urto tariffaria”

Mentre ieri i tassi di nolo (i prezzi praticati per il trasporto di un container a destinazione) erano un tema importante tra i caricatori, questi ultimi rimangono prudenti e l’attenzione è ora interamente concentrata sull’“onda d’urto tariffaria”, aggiunge Vizion, analista del traffico containerizzato. Tra l’ultima settimana di marzo e la prima di aprile, osserva, le importazioni statunitensi dalla Cina (il terzo partner commerciale del Paese dopo Messico e Canada) sono crollate del 64% e le esportazioni, meno voluminose, del 30%.

L’OMC ha appena previsto un calo dell’80% del commercio di merci tra la Cina e gli Stati Uniti, e lo stato delle prenotazioni presso gli armatori sembra confermare ampiamente questa previsione. Anche a livello mondiale, le ripercussioni sono chiaramente visibili, con un calo delle prenotazioni di container del 18,4% nel brevissimo periodo dal 30 marzo all’8 aprile. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sta infatti provocando una serie di effetti collaterali, osservano gli esperti. Si tratta di conseguenze molto difficili da prevedere per gli armatori, che pianificano le diverse scali delle loro navi con molto anticipo.

Da un lato, le merci cinesi potrebbero eludere i dazi doganali proibitivi in Nord America transitando attraverso quelli che un armatore definisce “paesi di collegamento”: Vietnam, India, ma anche Perù o Messico, con quest’ultimo che prevede un trasporto finale su camion.

Una strategia di aggiramento

Si ipotizzano anche delocalizzazioni. Alla recente fiera di Canton, la più grande al mondo, numerosi espositori cinesi hanno promosso le loro capacità produttive nei paesi vicini, nel Sud-Est asiatico, per sfuggire al taglio del 145% delle tasse. Ma questa strategia di aggiramento è considerata prematura da alcuni, e inoltre non tiene conto delle contromisure USA.

“Le catene di approvvigionamento non possono essere riorganizzate dall’oggi al domani. Ciò comporta una logistica complessa, che spesso coinvolge un numero significativo di fornitori. Modificare in profondità questi processi richiede tempo e investimenti importanti. Un semplice cambiamento di approvvigionamento richiederà diversi mesi. Il trasferimento di un impianto industriale dalla Cina a un luogo con dazi più favorevoli può richiedere dai due ai tre anni”, precisa Henri Le Gouis, direttore generale dell’attività ‘freight forwarding’ (commissioni di trasporto) presso la società francese Geodis.

Inoltre non si considera che le trattative bilaterali che gli USA metteranno in atto con i paesi terzi, anche confinanti con la Cina, come il Vietnam, o vicini politicamente a Pechino, come Malesia e Cambogia, verranno a considerare la possibilità di aggiramento dei dazi. Con la possibilità ormai di seguire le catene logistiche in modo completo Washington, in cambio di alleggerimento dei dazi, chiederà l’esclusione completa dei componenti o prodotti Made in China.

“Massacro”

Ciò comporta per i trasportatori marittimi una profonda riorganizzazione delle loro scali, con meno fermate in Cina e più nei paesi circostanti. Il momento è sfavorevole: i grandi armatori stanno ricevendo numerose navi nuove ordinate durante gli anni del Covid e qualsiasi calo della domanda crea un eccesso di capacità di trasporto, minacciando i loro profitti.

Come saranno i depositi di container fra qualche mese (da Unsplash)

Un’altra conseguenza di questo tsunami americano-cinese: se i flussi da o verso l’Europa sono per ora molto meno scossi, le onde potrebbero presto colpire anche i nostri porti. Peter Sand, capo analista della società Xeneta, osserva che molti spedizionieri stanno reindirizzando le loro merci verso i mercati europei, dove c’è da prevedere un’invasione di prodotti cinesi sottocosto che porteranno a un’ondata deflattiva.

Considerando le capacità marittime record che questa settimana stanno lasciando l’Estremo Oriente per fare rotta verso il Nord Europa, egli prevede già un potenziale “massacro” tra poche settimane, quando queste navi attraccheranno in porti già congestionati come Rotterdam, Anversa o Amburgo. Un effetto domino che nessuno aveva previsto prima del “Liberation Day”.


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Attacco a Google: Giudice USA giudica che la società sia un Monopolio illegale

Alphabet domina illegalmente due mercati della tecnologia pubblicitaria online, ha stabilito giovedì un giudice, infliggendo un altro colpo al gigante tecnologico e aprendo la strada ai procuratori antitrust statunitensi per chiedere la scissione dei suoi servizi pubblicitari.

Il giudice distrettuale statunitense Leonie Brinkema di Alexandria, in Virginia, ha ritenuto Google responsabile di “aver acquisito e mantenuto deliberatamente il potere di monopolio” nei mercati dei server pubblicitari per editori e nel mercato degli scambi pubblicitari che si interpone tra acquirenti e venditori.

La decisione, apre una nuova scheda, apre la strada a un’altra udienza per determinare cosa deve fare Google per ripristinare la concorrenza in quei mercati, come la vendita di parti della sua attività in un altro processo che deve ancora essere programmato. Infatti non  è esattamente semplice , ne economicamente efficiente, rompere un monopolio come quello di Google. Inoltre non è detto che le società che ne nascerebbero sarebbero effettivamente competitive l’una con l’altra.

È la seconda sentenza che dichiara Google colpevole di monopolio illegale, dopo una sentenza simile in un caso riguardante la ricerca online.

I server pubblicitari degli editori sono piattaforme utilizzate dai siti web per archiviare e gestire il loro inventario di annunci digitali. Insieme agli ad exchange, questa tecnologia consente agli editori di notizie e ad altri fornitori di contenuti online di guadagnare vendendo pubblicità. Questi fondi sono la “linfa vitale” di Internet, ha scritto Brinkema.

“Oltre a privare i concorrenti della possibilità di competere, questo comportamento esclusivo ha danneggiato in modo sostanziale i clienti editori di Google, il processo competitivo e, in ultima analisi, i consumatori di informazioni sul web aperto”, ha scritto Brinkema.


Tuttavia, le autorità antitrust non sono riuscite a dimostrare una separata accusa secondo cui la società deteneva un monopolio nelle reti pubblicitarie degli inserzionisti, ha scritto.

Il procuratore generale degli Stati Uniti Pamela Bondi ha definito la sentenza “una vittoria storica nella lotta in corso per impedire a Google di monopolizzare la piazza pubblica digitale”.

“Questo Dipartimento di Giustizia continuerà a intraprendere azioni legali coraggiose per proteggere il popolo americano dalle violazioni della libertà di parola e del libero mercato da parte delle aziende tecnologiche”, ha affermato.

Lee-Anne Mulholland, vicepresidente degli affari regolatori, ha dichiarato che Google ricorrerà in appello contro la sentenza.

“Abbiamo vinto metà della causa e ricorreremo in appello per l’altra metà”, ha affermato, aggiungendo che l’azienda non è d’accordo con la decisione sui suoi strumenti per gli editori. “Gli editori hanno molte opzioni e scelgono Google perché i nostri strumenti pubblicitari sono semplici, convenienti ed efficaci”.

Le azioni di Google sono scese dell’1,4% dopo la sentenza di giovedì. Gli esperti avevano precedentemente dichiarato a Reuters che l’impatto finanziario di una sconfitta in questo caso sarebbe stato minimo per il gigante tecnologico noto soprattutto per il suo motore di ricerca, anche perché sarà molto complicato trovare una via per non danneggiare gli utenti e spezzare il monopolio, che è stato creato anche fornendo una serie di servizi in modo gratuito.


Il Dipartimento di Giustizia ha affermato che Google dovrebbe vendere almeno Google Ad Manager, che include il server pubblicitario e l’ad exchange dell’azienda.

Google aveva già valutato la possibilità di vendere il proprio ad exchange per placare le autorità antitrust europee, secondo quanto riportato da Reuters a settembre.

I prolemi però sono duplici: chi comprasse la divisione comunque si troverebbe in una situazione monopolistica. Inoltre semplicemente spezzare la società non garantisce che successivamente vi sarebbe una migliore efficienza nel mercato. la situazione è complessa, e ci vorrà tempo prima che venga identificata la coretta soluzione.


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