Il “motore” del cuore ricreato in provetta: dalla Cina il pacemaker biologico che cambierà la medicina

Il cuore è, in fin dei conti, una straordinaria e instancabile pompa elettromeccanica e biologica. E come ogni motore che si rispetti, possiede una sua centralina di accensione: il nodo seno-atriale. Nascosto nel profondo dell’atrio destro, questo minuscolo gruppo di cellule agisce come un vero e proprio pacemaker naturale, dettando il ritmo vitale attraverso impulsi elettrici. Quando questa centralina si guasta, la medicina tradizionale interviene con fili, batterie e circuiti elettronici, cioè il pace-maker. Una soluzione salvavita, certo, ma pur sempre una toppa metallica su un tessuto vivo.

Ora, però, la prospettiva sta cambiando radicalmente. A Shanghai i ricercatori dell‘Accademia Cinese delle Scienze e dell’Università Fudan hanno cercato una soluzione, ma in una direzione diversa rispetto a quella elettronica. Hanno creato in laboratorio il primo “pacemaker biologico” al mondo, un organoide tridimensionale del nodo seno-atriale capace di generare e regolare autonomamente il battito cardiaco.

Oltre i limiti della sperimentazione animale

Fino ad oggi, la ricerca sulle aritmie si è scontrata con un limite strutturale. Il nodo seno-atriale umano è microscopico e inaccessibile, e i modelli animali, come i classici topi da laboratorio, non replicano fedelmente la complessità del sistema elettrico dell’uomo.

Per superare l’ostacolo, i ricercatori cinesi sono partiti dalle cellule staminali pluripotenti umane. Guidando i segnali tipici dello sviluppo embrionale, hanno “coltivato” in una piastra di Petri questo minuscolo centro di controllo. Ma non si sono fermati qui: per rendere il sistema realistico, hanno collegato l’organoide a una rete nervosa artificiale (il plesso gangliare cardiaco), dimostrando che le fibre nervose possono penetrare nel tessuto, regolarne la frequenza e condurre i segnali elettrici. Un cuore in provetta, insomma, che batte e risponde agli stimoli proprio come farebbe nel nostro petto.

La fine dell’era elettronica?

Le prospettive di questa scoperta sono affascinanti. Il futuro della cardiologia, secondo questi sviluppi, non è l’innesto di macchine sempre più miniaturizzate, ma la medicina rigenerativa. I vantaggi sono innumerevoli: ad esempio non ci sono più problemi di compatibilità fra tessuti umani e componenti esterni, elettronici. L’impianto, se di questo si può parlare, è costituito da tessuto vivente, quindi non ci sono problemi di rigetto, di ricarica, etc. Si tratta di tessuto vivente dello stesso donatore.

Quando i ricercatori hanno introdotto nell’organoide mutazioni genetiche legate a disfunzioni del ritmo cardiaco, il “pacemaker” ha iniziato a battere più lentamente, replicando la malattia umana. Somministrando i farmaci corretti, il ritmo è tornato normale. Questo significa avere a disposizione una piattaforma perfetta per testare nuove cure senza rischi per i pazienti.

In un futuro non troppo lontano, i pazienti affetti da gravi aritmie potrebbero non aver più bisogno di dispositivi elettronici nel petto. Il futuro è rigenerare il cuore dall’interno, offrendo una cura meno invasiva, più naturale e, in definitiva, infinitamente più elegante.

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L’Egitto fa centro nel Deserto Occidentale: 70 milioni di barili che cambiano le carte in tavola (e aggirano Suez)

Il mondo ha sete di energia. I mercati globali, scossi dalla guerra in Iran, tremano di fronte ai forti rincari e alle rotte di rifornimento sempre più incerte. In questa situazione critica, l’Egitto tira fuori dal cilindro — o meglio, dalle sabbie del Deserto Occidentale — una scoperta che non è solo una boccata d’ossigeno per le proprie casse, ma una mossa strategica fondamentale per l’economia dell’area.

Parliamo del più grande giacimento scoperto negli ultimi 15 anni in quella specifica zona. È un vero tesoro nascosto che promette di cambiare gli equilibri di un Paese che ha sempre bisogno di energia, strizzando l’occhio a un’Europa attualmente in piena crisi del gas.

I Numeri della Scoperta Bustan South-1X

Il Ministero del Petrolio egiziano ha annunciato con grande soddisfazione i risultati del pozzo esplorativo Bustan South-1X. I lavori, condotti dall’impianto EDC 9 per conto di Agiba Petroleum (una società mista tra la compagnia petrolifera di stato egiziana ed Eni), hanno nettamente superato le attese.

Le stime iniziali sono di tutto rispetto:

Tipo di Risorsa Quantità Stimata
Gas Naturale 330 miliardi di piedi cubi
Condensati e Greggio 10 milioni di barili
Totale Equivalente 70 milioni di barili (BOE)

Questa non è l’unica buona notizia dell’anno per l’Egitto e i suoi partner internazionali. Solo ad aprile, a circa 70 chilometri dalla costa, era stato annunciato il ritrovamento di altri 2000 miliardi di piedi cubi di gas. Negli ultimi due anni, queste operazioni esplorative hanno permesso ad Agiba di portare la produzione nel Deserto Occidentale a 32.000 barili al giorno, il livello massimo da tre anni a questa parte.

Il Triangolo d’Oro: posizione, costi e geopolitica

I numeri sono grandi, ma il vero punto di forza di questa scoperta è la sua posizione. Il nuovo pozzo si trova ad appena 10 chilometri dai tubi e dagli impianti già esistenti. Per chi investe questo significa una cosa molto chiara: si spende molto meno per avviare la produzione. L’allacciamento rapido alla rete energetica permetterà di incassare subito i frutti dell’investimento, senza i lunghi anni di attesa tipici dei nuovi enormi cantieri isolati.

La vera marcia in più, però, è la geopolitica. Lo sfruttamento del giacimento offre un’alternativa sicura alle crisi globali in corso. Il gas e il petrolio potranno infatti arrivare direttamente nel bacino del Mediterraneo, muovendosi verso l’Europa senza dover per forza passare per il difficile e congestionato Canale di Suez e senza sfiorare le acque sempre più pericolose del Mar Nero.

Oppure, scenario altrettanto probabile, queste nuove risorse andranno a saziare la fame cronica di gas dell’Egitto. In questo modo si sosterrà in maniera vitale la domanda dell’economia interna e si eviteranno i pesantissimi danni causati dai continui blackout alle industrie locali.

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Siamo noi il valore

Nel nostro canale Youtube “Moneta Positiva”, abbiamo pubblicato un video musicale di cui ho scritto parole e musica, poi arrangiata con l’AI.
Questa è la versione Rock da stadio:

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Mentre questa è la versione Jazz da piano bar, per i palati più raffinati…

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Per chi vuole valutare meglio il testo, queste sono le parole della canzone “Siamo noi il valore”:

Virus, pandemie, fame, malattie
ci distraggono, ci dividono
segui i soldi, fino in fondo
per scoprire, chi guadagna, dal dolore

Armi, eserciti, banche, debiti
demoliscono, arricchiscono
segui i soldi, fino in cima,
per trovare, chi specula, sul dolore

Noi crediamo che, il debito c’è, senza un perché
ma paghiamo sempre noi, senza chiederci mai poi,
se ci sia un’alternativa, al sistema che ci rende, tutti schiavi del presente
Non possiamo fare niente, se l’informazione mente
non vediamo mai, che cosa accade in noi

Se distratti, da paura, accettiamo di tutto, anche se…
Siamo noi, il valore, meritiamo amore, salute e libertà

Si può crescere, nel benessere
Ci vuole poco, è quasi un gioco
Cambia i soldi, cambia il mondo
Per provare, che possiamo, stare meglio

Noi vogliamo che, il denaro c’è, non solo per me
ma per tutti quanti noi, senza diventare eroi
una vera alternativa, una società che tende, a favore della gente
Senza limitare niente, col potere della mente
capiremo poi, che cosa abbiamo in noi

È una forza, dirompente, inventiamo già tutto, sai perché?
Siamo noi, il valore, perché siamo amore, salute e libertà

Fabio Conditi
Presidente dell’associazione Moneta Positiva
fondatore del Movimento culturale Un Mondo Positivo
https://unmondopositivo.it/

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Sanzioni alla Russia e bagno di realtà: Starmer riapre ai carburanti di Mosca per salvare l’economia

Il governo britannico, guidato da Keir Starmer, ha appena fatto una decisa marcia indietro sulle sanzioni alla Russia. Il motivo è semplice: l’economia del Regno Unito non può reggere il peso di un blocco energetico e di un’inflazione fuori controllo.

La pressione politica e la grave crisi energetica in corso stanno obbligando Londra al pragmatismo. Non potendo cancellare del tutto le sanzioni per ovvi motivi di immagine internazionale, il governo ha scelto la via delle eccezioni mirate.

I nuovi permessi per il carburante russo

Mercoledì è stata emessa una nuova licenza che permette l’ingresso nel Regno Unito, a tempo indeterminato, di gasolio e carburante per aerei (jet fuel) ricavati da petrolio russo. L’unica condizione è che la raffinazione sia avvenuta in paesi terzi. L’oro nero di Mosca va bene se lavorato altrove.….

Inoltre, il Dipartimento per le Imprese e il Commercio ha autorizzato il trasporto marittimo di gas naturale liquefatto (GNL) proveniente da due grandi terminali russi: Sakhalin-2 e Yamal.

Si tratta di un cambio di rotta notevole. Solo quattro anni fa, dopo l’invasione dell’Ucraina, Londra aveva annunciato il blocco totale anche per i prodotti russi lavorati all’estero, proprio per colpire a fondo le finanze del Cremlino. All’epoca, il governo britannico criticò persino gli Stati Uniti per aver concesso deroghe simili. Oggi, la necessità economica ha preso il sopravvento.

I numeri della crisi nel Golfo

Dietro questa decisione c’è una grave emergenza logistica e militare. Il blocco dello Stretto di Hormuz – causato dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran – ha tagliato fuori una via di transito vitale. Prima di questa crisi, i paesi del Golfo fornivano il 65% del carburante per aerei del Regno Unito.

Il risultato sui mercati energetici è stato immediato e brutale:

  • Carburante per aerei (Jet fuel): aumento del 103% da fine febbraio, sfiorando i 150 dollari al barile.
  • Gasolio: aumento di 43,5 penny al litro alla pompa (circa 50 centesimi di Euro), un duro colpo per famiglie e trasportatori.
  • Petrolio greggio: i prezzi globali sono saliti di oltre il 55% dall’inizio del conflitto in Iran.

Il rischio di una carenza materiale di carburante è reale. La compagnia aerea Ryanair ha avvertito che si sta preparando a una situazione da “Armageddon” per le forniture globali di carburante in vista dei voli estivi. Le linee aeree britanniche rischiano enormi perdite e i cittadini sono esasperati.

Nel frattempo nella UE la Commissione si oppone ancora alla revisione delle sanzioni sul gas russo, in un momento in cui il riempimento dei depositi di gas rischia di diventare incredibilmente costoso.

Il paradosso politico e i controlli sui prezzi

La mossa di Keir Starmer si presta a feroci critiche per la sua palese incoerenza. Kemi Badenoch, leader dei Conservatori, ha attaccato duramente la scelta, definendola “folle”. L’ironia, infatti, è evidente: da un lato, i parlamentari laburisti hanno votato contro le nuove licenze per estrarre gas e petrolio nel Mare del Nord per motivi ambientali; dall’altro, il governo si trova costretto a comprare carburante russo per evitare il collasso del paese. Una situazione che farebbe sorridere se non fosse tremendamente seria.

Inoltre, controllare in modo rigoroso l’origine esatta del petrolio raffinato in paesi come l’India o la Cina stava diventando un problema impossibile da gestire dal punto di vista burocratico.

Nel frattempo, per cercare di contenere il malcontento, il Cancelliere dello Scacchiere Rachel Reeves sta cercando soluzioni quasi disperate. Sta facendo pressione sui supermercati affinché blocchino i prezzi dei beni alimentari di base, come pane, latte e uova, offrendo in cambio una riduzione della burocrazia.

Questa mossa ha scatenato le proteste del settore commerciale. Cercare di fermare un’inflazione causata dalla mancanza di materie prime imponendo tetti ai prezzi ricorda le peggiori politiche economiche degli anni ’70. La storia insegna che bloccare i prezzi senza risolvere i problemi di fornitura porta solo a scaffali vuoti e mercato nero, ma questo sembra essere completamente dimenticato nel Regno Unito. Il controllo dei prezzi ha una conseguenza secondaria spiacevole, come insegna bene la storia, cioè la sparizione dei prodotti dai negozi. Vedremo accadere questo anche sotto il governo Starmer ?

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Trump, l’Iran e la retromarcia: diplomazia del Golfo o paura dei missili di Teheran?

Il presidente americano si trova davanti a un classico dilemma geopolitico: dichiarare vittoria e chiudere la partita, oppure sprofondare in un pantano militare senza fine. Nelle ultime ore, Donald Trump ha regalato al mondo una delle sue tipiche mosse a sorpresa. Prima ha minacciato un attacco su larga scala contro l’Iran, e poi, nello stesso giorno, ha fermato tutto.

La motivazione ufficiale fornita dalla Casa Bianca? Una richiesta diretta dei leader di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. I paesi del Golfo si sono detti convinti di poter raggiungere un accordo nucleare pacifico e vantaggioso per tutti. Tuttavia, dietro questa rassicurante facciata diplomatica, emerge una realtà operativa ben diversa, portata alla luce dal New York Times.

Il Pentagono tira il freno a mano

Secondo diverse fonti militari americane, non sarebbero state le monarchie arabe a fermare i bombardieri di Washington, ma i generali del Pentagono. L’intelligence militare ha lanciato un allarme molto chiaro ai vertici politici: l’Iran non è in ginocchio. Al contrario, ha sfruttato abilmente l’ultimo mese di cessate il fuoco per riorganizzarsi e, a questo punto, con una diretta conoscenza delle tattiche operative USA.

Durante la tregua, Teheran ha lavorato senza sosta. I comandanti iraniani, con il probabile supporto tecnico di alleati come Russia e Cina, hanno studiato a fondo le rotte e le tattiche di volo dei caccia americani. La recente caduta di un caccia F-15E e i gravi danni subiti da un avanzatissimo F-35 dimostrano che le tattiche americane sono diventate troppo prevedibili.

I siti missilistici dell’Iran, nascosti in profonde caverne di granito e solo parzialmente ostruiti dai bombardamenti iniziali, sono stati liberati dalle macerie e riattivati. Nuovi e numerosi lanciatori mobili sono stati sparsi in tutto il paese. In sintesi, la superiorità aerea totale vantata dagli USA all’inizio dell’operazione sembra non essere così certa come vantato da Trump.

Bisogna dire che, in passato, report simili sono filtrati più volte sui quotidiani per essere spesso smentiti. Del resto è tipico degli americani preparare diversi scenari operativi, alcuni molto negativi, che, casualmente ma non troppo, poi riescono a filtrare sui giornali non amici del presidente. Nello stesso tempo è improbabile che le difese iraniane siano veramente azzerate, altrimenti non ci sarebbe quasi nessun freno a un intervento di terra.

Un E-3 in decollo da una portaerrei USA nel Golfo

Le ricadute economiche: il vero costo del conflitto

La narrazione iniziale di una guerra rapida, da risolvere in poche settimane, si è scontrata con il muro della realtà. Per l’America, i costi stanno diventando insostenibili, sia a livello economico, sia politico. L’economia americana e quella globale non possono sopportare a lungo un’incertezza simile.

Gli USa stanno spendendo molto in questa guerra che ha messo in grave difficoltà gli alleati del Golfo e quelli europei. Ricordiamo che Trump ha contato molto sull’amicizia degli Emirati e dell’Arabia Saudita, che ora sono di fronte a una situazione complessa proprio per questo scontro militare. Gli europei, da cui magari si aspettava qualche forma di aiuto, proprio per la loro dipendenza dal gas naturale del Golfo, si sono dimostrati invece ostili, anch

Inoltre, la guerra non piace agli elettori. I sondaggi mostrano che il 64% dei cittadini ritiene un errore questo conflitto, preoccupato proprio per i costi economici che le famiglie dovranno sostenere. Senza considerare che i prezzi dei carburanti sono volati in alto anche negli USA, nono

Tra inazione e pantano economico

Il portavoce iraniano Ebrahim Rezaei è stato molto diretto: l’America deve scegliere se sottomettersi alla diplomazia o affrontare i missili di Teheran. Potrebbe essere un bluff, ma il Pentagono per ora preferisce non rischiare i propri aerei.

Trump si trova bloccato in un angolo senza uscite facili. Se sceglie la pace, rischia di apparire politicamente debole. Se ordina un nuovo attacco, rischia perdite militari ignote. Forse, il ritardo dell’attacco è davvero un’ammissione di debolezza militare, ma prima o poi dovrà decidere se sinora ha scherzato o se intende arrivare in fondo alle proprie iniziative. Alla fine la scelta è sempre quella: TACO (Trump si tira sempre indietro, Trump Always Chickens Out) o non TACO?

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Adolfo Urso: in arrivo il nuovo testo unico per le Start up innovative

Confluiranno in un Testo unico le variegate regole che agevolano la nascita e lo sviluppo delle start up e PMI innovative al fine di semplificare e armonizzare l’intero quadro normativo per le imprese innovative e gli incubatori. È quanto prevede La “Legge annuale sulle piccole e medie imprese” (legge n. 34/2026) varata dal legislatore con l’obiettivo di effettuare il riordino delle disposizioni legislative vigenti anche mediante abrogazione delle norme che hanno esaurito la loro funzione (o sono prive di effettivo contenuto normativo o sono comunque obsolete), nonché di ridurre gli oneri e gli adempimenti non necessari.

Entro il 2027 arriverà il nuovo Testo unico della disciplina in materia di start-up e PMI innovative. Il ministro Adolfo Urso lo ha ribadito oggi in Sicilia “In questa parte finale della legislatura abbiamo intenzione di realizzare un testo unico per le start up, mettendo insieme i diversi disegni di legge per facilitare l’attività delle imprese”. D’altra parte di questo che si inserisce nella riforma del quadro societario unico europeo,  e delle le misure per rafforzare la capacità dell’UE in materia di startup e scaleup strategiche sono stati temi al centro del bilaterale tra il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, sen. Adolfo Urso e la Commissaria europea per le Startup, la Ricerca e l’Innovazione, Ekaterina Zaharieva che si è svolto a Bologna a margine dell’evento “R2I – Research to Innovate Italy 2026” la scorsa settimana.

Nel corso dell’incontro il ministro Urso ha espresso apprezzamento per la proposta del 28° regime societario europeo, oggi denominata ‘EU Inc.’, definendola “un importante passo verso un mercato realmente unico per le imprese del continente, volto a ridurre la frammentazione normativa, rafforzare la fiducia degli investitori e semplificare le procedure attraverso la piena digitalizzazione, favorendo la nascita e la crescita di startup e scaleup innovative”. “Auspichiamo che il negoziato possa essere rapido e si salvaguardi la priorità di sostenere la crescita delle imprese europee attraverso un accesso pieno ai benefici del mercato unico”.

L’articolo 18 del ddl prevede la scrittura di un testo unico sulle startup che raccoglierà tutte le norme in materia. Il governo avrà dodici mesi di tempo per completare il lavoro di riordino. L’obiettivo è, innanzitutto, arrivare a una “unificazione e razionalizzazione” della discplina in materia di startup innovative, incubatori e pmi innovative. L’esecutivo punta, in secondo luogo, a migliorare l’efficienza complessiva delle norme mediante un lavoro di “coordinamento formale e sostanziale” di quanto già in vigore.

In Italia Si stimano circa 11.090 startup innovative attive, in lieve calo quantitativo ma con una maggiore specializzazione tecnologica. Il sistema dà lavoro a circa 68.500 persone. Oltre il 79% opera nei servizi alle imprese, con una forte concentrazione nell’IT (programmazione, consulenza e R&S).  Nonostante il valore complessivo dell’ecosistema, il venture capital italiano raccoglie meno fondi rispetto ad altri grandi Paesi europei (Francia, Germania, Spagna). Il settore ha mobilitato 7 miliardi di euro nell’ultimo anno e genera un fatturato di 14,5 miliardi, confermandosi pilastro strategico per l’occupazione qualificata nazionale

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Attacco con droni a Barakah: la centrale nucleare degli Emirati è salva, ma il Golfo Persico si infiamma

Un drone ha colpito un generatore elettrico appena fuori dal perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti. Le autorità di Abu Dhabi si sono affrettate a spegnere l’incendio e, soprattutto, a spegnere il panico: nessun ferito e, per fortuna, nessun rilascio di radiazioni.

L’Autorità Federale per la Regolamentazione Nucleare degli Emirati ha confermato che i sistemi vitali dell’impianto funzionano in modo normale. Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) è intervenuta per gettare acqua sul fuoco, dichiarando di essere in contatto costante con le autorità locali e confermando che i livelli di radioattività non hanno subito variazioni.

Ecco i dati certi di questa vicenda:

  • L’obiettivo colpito: Un generatore esterno alla zona critica della centrale di Barakah.
  • I danni: Un incendio, ora domato, senza danni ai reattori.
  • La sicurezza: Livelli di radiazione nella norma, confermati dall’AIEA.

Se dal punto di vista radiologico possiamo tirare un sospiro di sollievo, dal punto di vista economico e geopolitico la situazione è molto meno tranquilla. Gli Emirati Arabi Uniti si trovano, volenti o nolenti, nel mezzo del conflitto che coinvolge Israele, Stati Uniti e Iran. I cieli della regione sono sempre più affollati di missili e droni. Venerdì scorso, il Ministero degli Esteri degli Emirati aveva respinto duramente le accuse iraniane, ribadendo il proprio diritto di rispondere a qualsiasi atto ostile.

Il rischio vero, ora, non è un disastro in stile Chernobyl, ma un blocco economico nel Golfo Persico ancora più stretto di quanto sinora accaduto. Colpire, o anche solo sfiorare, un’infrastruttura nucleare dimostra una capacità di penetrazione delle difese che mette in allarme l’intero sistema produttivo della regione, ancora più di quanto sia ora e proprio mentre si cerca di raggiungere un modus vivendi.

Bushehrs , centrale nucleare iranianaBushehrs , centrale nucleare iraniana

Bushehr , centrale nucleare iraniana

Fortunatamente, i droni non sanno causare un disastro nucleare colpendo un generatore esterno, ma sanno benissimo come far tremare i mercati. Senza considerare che un attacco alla centrale nucleare emiratina può aprire la strada ad un’azione equivalente verso quella iraniana di Bushehr, sinora colpita solo nelle infrastrutture di trasporto energetico. Gli Emirati potrebbero mostrare molto meno controllo rispetto a quello sinora esercitato dai contendenti.

La tensione tra le due sponde del Golfo Persico è alle stelle e l’economia globale, che dipende da quell’area per la sua stabilità energetica, osserva la situazione con grande preoccupazione. Stiamo per assistere all’ennesima escalation?

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Il trionfo cinese dell’auto elettrica:ome il Green Deal Sta Svuotando le Fabbriche Europee

L’Europa corre a tutta velocità verso l’auto elettrica, ma il traguardo della nuova era industriale lo sta tagliando Pechino. I dati del mercato automobilistico parlano molto chiaro e ci raccontano una storia che ha il sapore di un’amara ironia: il Green Deal è un grande successo, cinese.

Oggi, quasi un’auto elettrica su quattro (il 22%) venduta in Europa è prodotta dal gigante asiatico. È una quota che è cresciuta a vista d’occhio negli ultimi mesi e non accenna a fermarsi. Mentre l’Unione Europea si vanta di essere il motore della crescita globale dei veicoli a batteria – con vendite aumentate del 26% dall’inizio dell’anno e oltre 400.000 unità immatricolate solo ad aprile – stiamo di fatto finanziando con i nostri soldi un’industria estera.

La domanda europea viene drogata da due fattori principali:

  • Gli incentivi statali: soldi pubblici (le nostre tasse) usati per spingere l’acquisto di veicoli.
  • Il caro benzina: spinto dalle tensioni in Medio Oriente, che rende l’elettrico apparentemente più conveniente.

Nel frattempo, il mercato globale frena. Da inizio anno le vendite mondiali sono piatte (-0,2%). Il Nord America crolla del 25%, dimostrando che senza enormi aiuti statali la transizione fatica a imporsi. Fa eccezione il Messico (+50%), ma solo perché è diventato il porto franco dove la Cina scarica le sue auto prima che scattino i dazi americani.

Anche in Cina il mercato interno cala del 17% per via del taglio ai sussidi statali. Cosa fanno allora i produttori cinesi con le auto che non vendono in patria? Le esportano da noi. Tra gennaio e aprile hanno inviato all’estero 1,4 milioni di veicoli elettrici, il doppio rispetto all’anno scorso.

L’illusione dei dazi e l’impatto sul lavoro

Bruxelles ha provato a mettere un freno imponendo dazi aggiuntivi fino al 35,3% sulle auto cinesi. Una mossa che si sta rivelando inutile. I marchi asiatici hanno margini di guadagno così alti che assorbono la tassa senza problemi e, nel frattempo, “comprano” l’Europa. La Spagna è diventata la loro testa di ponte: aziende come Leapmotor, Chery e Geely stanno aprendo o rilevando stabilimenti tra Madrid, Barcellona e Valencia.

Ovviamente la ricaduta è drammativa. Non si crea vera ricchezza se si distrugge la propria base produttiva. Dobbiamo essere molto chiari: ogni auto elettrica cinese importata o assemblata in Europa da marchi asiatici rappresenta meno lavoro per gli operai europei.

Abbiamo imposto per legge una tecnologia (il motore elettrico) prima che la nostra industria fosse pronta a produrla a costi competitivi. Il risultato è che i nostri storici impianti rischiano la chiusura, la filiera della componentistica muore, e i profitti volano verso est. Abbiamo servito il mercato automobilistico su un piatto d’argento ai produttori cinesi. L’ambiente forse ringrazierà, ma a pagare il conto della deindustrializzazione saranno i lavoratori europei.

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Le grandi sfide di Fitto su maggiore flessibilità e semplificazione che possono e devono rafforzare la Ue

La sua nomina, a settembre del 2024, aveva creato non poco polemiche in Europa e in Italia. Polemiche che avevano davvero poco a che fare con la sua personalità, apprezzata in maniera bipartisan in Italia e anche in Europa, non solo per la sua riconosciuta competenza ed esperienza, ma anche per il suo spirito moderato e dialogante. Caratteristiche che hanno contraddistinto la sua carriera politica lunga oltre trent’anni da quando giovane 30 enne venne eletto presidente della Regione Puglia nel 2000.

A Raffaele Fitto, vicepresidente della Ue, veniva invece rimproverata il fatto di far parte di un gruppo politico, quello dei conservatori, considerato da tutti troppo a destra dell’emiciclo di Strasburgo. Un gruppo che proprio sotto la sua guida hanno invece saputo aprire un dialogo costruttivo con i popolari europei e che sono diventati adesso il quarto gruppo più numeroso al parlamento europeo. Gli stessi conservatori che nella prima parte della passata legislatura avevano dovuto subire l’onta del cosiddetto cordone sanitario, la pratica che impediva di fatto ai partiti di destra di occupare le posizioni apicali all’interno del Parlamento europeo.

Superata brillantemente la prova dell’esame delle audizioni del Parlamento europeo (malgrado per qualche giorno sia stato al centro di una serie di veti incrociati tra popolari e socialisti a causa della contestata nomina del commissario spagnolo Teresa Ribera, al centro di polemiche legate alla cattiva gestione della alluvione a Valencia), per Fitto si è aperta l’ennesima complicatissima sfida della sua lunga politica. Riformare la politica di coesione, quella che cuba 400 miliardi di euro, appariva come un’impresa titanica per chiunque.

Lui, forte della esperienza come ministro degli affari europei nel governo Meloni, durante il quale ha preso in mano il dossier del Pnrr, che ha saputo manovrare con grande maestria e rimodulare nel profondo, malgrado quasi tutti pensassero fosse una sfida impossibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, Il piano italiano sta attendendo il pagamento della nona rata, primo paese in Italia, e sta crescendo la percentuale di somme effettivamente spese. Il compito di Fitto era quello di trasformare una politica della coesione che da tempo aveva mostrato tutti i suoi difetti, in un piano che contenesse quella flessibilità e semplificazione necessaria a renderla più efficace.

Il sistema attuale, basato su fondi distinti e programmi regionali chiaramente strutturati, viene sostituito da un impianto molto più compatto, fondato su quattro grandi blocchi tematici e sulla costruzione di 27 Piani Nazionali e Regionali che integrano strumenti finora autonomi. La svolta riguarda soprattutto la governance: la negoziazione dei fondi con la Commissione Europea escluderebbe le regioni, e si limiterebbe ai governi nazionali, lasciando alle regioni un ruolo percepito come meno incisivo.

Da qui il timore, condiviso da molti territori, di una possibile “rinazionalizzazione” della coesione e di un conseguente indebolimento della dimensione territoriale. Fitto proprio su questo ha più volte sottolineato invece come si fondamentale il contributo delle Regioni e degli enti locali nel processo di gestione dei fondi. Ma allo stesso tempo occorre modernizzare uno strumento che è ormai un po’ obsoleto per come è concepito,

Quando Jacques Delors, infatti, delineò la sua visione del Mercato unico, predisse correttamente che l’efficienza economica non avrebbe beneficiato tutte le regioni d’Europa in egual modo. Così, nel 1993, la Politica di coesione venne creata insieme al Mercato unico per garantire un’equa partecipazione alla crescita e alla prosperità in tutta Europa. Il suo obiettivo era quello di creare condizioni di parità affrontando le disparità nello sviluppo economico, nelle strutture e nelle condizioni geografiche. Ma d’allora il mondo è radicalmente cambiato, e l’Europa ha fatto fatica a cambiare la sua visione e le sue politiche per adattarle al nuovo mondo. Oggi la sfida della coesione dovrebbe assumere una nuova dimensione “policentrica”, attraverso la ricerca di diverse zone di integrazione dinamica, così da favorire la riduzione delle disparità tra centro e periferia in continua espansione. La concentrazione della ricchezza in una sola parte del territorio nazionale può compromettere seriamente l’integrazione a lungo termine del Paese, poiché comporta il sottoutilizzo delle risorse presenti nella maggior parte del territorio costituito dalle regioni periferiche.

Il grande merito di Raffaele Fitto, a detta di tutti, è stato quello di puntare proprio sulla flessibilità per cambiare un eccessiva burocratizzazione delle procedure che regolano la politica di coesione. La revisione di medio termine ne è stato un esempio emblematico, grazie alla quale molti paesi hanno avuto la possibilità di rimodulare ben 34 miliardi di euro (l’Italia 7 miliardi) delle risorse a loro disposizione, verso nuove ed impellenti esigenze, tra cui competitività, difesa, alloggi e risorse idriche. Ed è proprio questo il principio che guida la grande sfida di Fitto alla commissione europea. Una politica di coesione che sappia anche gestire problemi impellenti come quello della casa o quello dello spopolamento delle zone ultraperifiche, che mai come ora con la guerra alle porte dell’Europa, sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza. Garantire il “diritto a restare” a tutti i cittadini e le cittadine dell’Unione europea, elaborando un piano su misura per ciascuna regione. Un diritto, quello di rimanere (“right to stay”) che secondo Fitto “riguarda le persone, le comunità e i territori. Si tratta di restituire a tutti gli europei la libertà di rimanere, crescere e costruire il proprio futuro nel luogo che chiamano casa. Andarsene dovrebbe essere sempre una libera scelta, mai una necessità dettata dalla mancanza di opportunità”.

È proprio per questo motivo che Fitto ha spiegato di essere al lavoro per “rendere ogni regione europea più competitiva, più connessa e più attraente, investendo in servizi, connettività e istruzione”. Perché quando i territori crescono e si sviluppano, le persone possono davvero scegliere di rimanere, avere successo e sentirsi parte di essa”. Allo stesso modo Fitto vuole affrontare il problema annoso della difficoltà a trovare un alloggio per le persone con maggiori difficoltà, Due problemi connessi strettamente l’uno con l’altro che rischiano di compromettere non solo il benessere di molte aree europee, ma anche gli stessi principi democratici su cui l’Unione è fondata. E strettamente legato al fenomeno dello spopolamento delle aree interne è quello della politica agricola, la Pac, le cui risorse contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe far credere, non sono state ridotte, ma solo rimodulate, grazie ad un più coerente gestione delle varie misure che la compongono, proprio per garantire anche qui una maggiore flessibilità e semplificazione. Come è sempre stato detto è anche da qui che parte un rafforzamento di un Europa, che da tempo viene definita un gigante burocratico, troppo divisa e spaccata su questioni fondamentali come difesa, politica estera e bilancio.

Il lavoro del rappresentante italiano alla commissione europea, il cui ruolo, stando a quanto si racconta nei corridoi di Palazzo Berlaymont, sede della commissione, sta crescendo di settimana in settimana, è anche orientato nella sua veste di responsabile del bilancio e del Pnrr con il collega Valdis Dombrovskis, con il quale i rapporti anche a livello personale sono ottimi ( hanno visitato insieme la Lettonia, paese di origine del commissario all’economia) a garantire un delicato equilibrio tra le esigenze del rispetto delle regole di bilancio e la maggiore flessibilità molti paesi chiedono, di fronte alle nuove necessità che la guerra in Iran impone. Non è un caso se, la settimana scorsa, proprio Dombrovskis ha aperto ad una possibile uscita già in autunno per l’Italia dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. “Fitto sta dimostrando una capacità di mediazione e di diplomazia, che unita alla sua grande competenza in materia di coesione territoriale e al suo impegno, stanno accrescendo il suo peso all’interno della commissione.

E poi certamente i suoi ottimi rapporti con i popolari europei aiutano, considerando che Weber parla più volentieri e più spesso con lui che con la presidente della commissione stessa” raccontava, qualche settimana fa, un alto funzionario della commissione. Ecco allora che la scelta di Fitto, uno degli uomini migliori al governo Meloni, fu fatta da Meloni a malincuore, proprio ed anche per avere un suo uomo “forte” all’interno della commissione in una fase delicatissima del processo di consolidamento di un Europa, che ancora stenta a decollare.

L’articolo Le grandi sfide di Fitto su maggiore flessibilità e semplificazione che possono e devono rafforzare la Ue proviene da Scenari Economici.

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Tra stablecoin ed euro digitale, la moneta rischia di diventare uno strumento di controllo

Il recente intervento di Christine Lagarde e dei vertici della Banca centrale europea sulle stablecoin conferma una realtà ormai evidente: il vero terreno dello scontro non è tecnologico, ma politico. Dietro il linguaggio apparentemente neutrale della regolazione finanziaria si nasconde una questione molto più profonda: chi controllerà la moneta nell’economia digitale del futuro.

La BCE lancia l’allarme contro le stablecoin private, soprattutto quelle denominate in dollari, sostenendo che possano minacciare la stabilità finanziaria, indebolire la trasmissione della politica monetaria e favorire una “dollarizzazione digitale” dell’Europa. Formalmente, le argomentazioni non sono prive di fondamento. Il mercato delle stablecoin è dominato da soggetti privati extraeuropei, spesso caratterizzati da livelli di trasparenza discutibili, elevata concentrazione e potenziali fragilità nelle riserve di collateralizzazione. I precedenti non mancano. Nel marzo 2023 USD Coin (USDC), una delle principali stablecoin mondiali emesse da Circle, perse temporaneamente la parità con il dollaro dopo il fallimento della Silicon Valley Bank, presso cui era depositata una parte significativa delle riserve. Nel giro di poche ore il mercato prese coscienza di un fatto decisivo: anche una stablecoin teoricamente “coperta” può diventare vulnerabile a una crisi di fiducia e a una corsa ai riscatti. Ancora più clamoroso fu, nel 2022, il collasso dell’ecosistema Terra-Luna: una stablecoin algoritmica, TerraUSD, che avrebbe dovuto mantenere automaticamente la parità con il dollaro attraverso meccanismi di arbitraggio finanziario, finì travolta da una spirale speculativa che bruciò decine di miliardi di capitalizzazione e destabilizzò l’intero comparto crypto.

Ma fermarsi qui significherebbe accettare la narrazione della BCE senza coglierne l’ambiguità di fondo. La vera questione è che Francoforte non combatte le stablecoin perché intende difendere la libertà monetaria dei cittadini europei. Le combatte perché rappresentano un concorrente diretto del progetto di euro digitale e, più in generale, del controllo centralizzato dell’infrastruttura monetaria.

La BCE presenta l’euro digitale come una risposta necessaria alla trasformazione tecnologica dei pagamenti. Tuttavia, dietro la retorica dell’innovazione e dell’efficienza, emergono interrogativi enormi sul rapporto tra moneta, libertà economica e potere politico. Per la prima volta nella storia moderna, una banca centrale potrebbe arrivare a gestire direttamente una forma di moneta integralmente digitale, programmabile, tracciabile e potenzialmente condizionabile. È inutile minimizzare: la programmabilità della moneta non è fantascienza, ma una caratteristica intrinseca dell’architettura digitale. Una moneta programmabile consente, almeno teoricamente, di introdurre vincoli sull’utilizzo delle somme, limiti temporali alla loro disponibilità, restrizioni geografiche o settoriali e perfino incentivi o penalizzazioni automatiche legate ai comportamenti economici degli utenti. In prospettiva, il denaro rischia così di cessare di essere uno strumento neutrale di scambio per diventare un’estensione diretta della politica economica e, indirettamente, del controllo amministrativo.

La BCE sostiene che l’euro digitale garantirà la privacy. Ma la fiducia cieca nelle rassicurazioni delle autorità monetarie appare ingenua. La storia economica insegna che ogni infrastruttura tecnologica tende inevitabilmente a essere utilizzata ben oltre gli obiettivi inizialmente dichiarati. Oggi si parla di lotta al riciclaggio, contrasto all’evasione e sicurezza dei pagamenti; domani potrebbero emergere esigenze considerate “eccezionali” che giustifichino ulteriori livelli di monitoraggio e condizionamento. Il problema, del resto, non è soltanto europeo. In tutto il mondo le banche centrali stanno cercando di ridefinire il proprio ruolo nell’era digitale. Ma l’Europa aggiunge a questa dinamica una peculiarità tutta sua: la tradizionale inclinazione tecnocratica a sostituire il mercato con la regolazione preventiva. La BCE appare incapace di concepire l’innovazione monetaria al di fuori di un perimetro rigidamente controllato dall’autorità centrale.

Da qui nasce l’ambiguità della posizione di Lagarde. Da un lato la BCE denuncia i rischi delle stablecoin private — disintermediazione bancaria, instabilità finanziaria, dipendenza dal dollaro —; dall’altro propone una soluzione che potrebbe produrre effetti ancora più radicali: concentrazione del potere monetario presso la banca centrale, riduzione progressiva del ruolo del contante e trasformazione della moneta in un’infrastruttura pienamente digitalizzata e sorvegliabile. In altre parole, la BCE critica i rischi del monopolio monetario privato per rafforzare un monopolio monetario pubblico ancora più penetrante.

L’aspetto forse più preoccupante è che tutto questo avviene in un contesto di crescente fragilità economica e sociale dell’Unione Europea. La perdita di competitività industriale, la stagnazione produttiva, la crisi energetica e il progressivo impoverimento del ceto medio stanno già alimentando una diffidenza crescente verso le istituzioni europee. In questo quadro, l’idea di introdurre strumenti monetari percepiti come potenzialmente invasivi rischia di accentuare ulteriormente la distanza tra cittadini e governance europea.

La moneta non è soltanto una tecnologia di pagamento. È anche un presidio di libertà economica. Il contante, con tutti i suoi limiti, garantisce ancora anonimato, autonomia e assenza di intermediazione. Una società interamente dipendente da infrastrutture monetarie digitali — siano esse private o pubbliche — diventa inevitabilmente più vulnerabile a forme di controllo centralizzato. La falsa alternativa tra stablecoin private ed euro digitale rischia dunque di nascondere una trasformazione molto più profonda: il passaggio da una moneta relativamente libera a una moneta integralmente gestita, monitorata e potenzialmente condizionata dall’alto.

La domanda decisiva, allora, non è se il futuro sarà digitale. Lo sarà inevitabilmente. La vera domanda è chi controllerà la moneta digitale e fino a che punto sarà disposto a controllare anche i cittadini che la utilizzano.

Antonio Maria Rinaldi

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