MH370: Ripartono i robot sottomarini. 70 milioni di dollari sul piatto, ma solo a risultato ottenuto

Dopo oltre un decennio di misteri e teorie, la Malesia riapre la caccia al Boeing scomparso l’otto marzo 2014. In campo la statunitense Ocean Infinity con una scommessa ad alto rischio tecnologico ed economico.

A undici anni di distanza da uno dei più grandi enigmi dell’aviazione moderna, il dossier MH370 torna prepotentemente sui tavoli operativi. Non si tratta di nuove speculazioni, ma di una missione concreta: il Ministero dei Trasporti della Malesia ha confermato che il 30 dicembre 2025 riprenderanno le ricerche nel profondo dell’Oceano Indiano meridionale.

A condurre le operazioni sarà ancora una volta la Ocean Infinity, società statunitense di robotica marina, che scende in campo con una tecnologia rinnovata e un contratto che farebbe tremare i polsi a qualsiasi CFO poco propenso al rischio: la formula è rigorosamente “No find, no fee”.

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La scommessa economica: pagare solo per il successo

L’aspetto più interessante per gli osservatori economici e industriali non è solo la tecnologia, ma la struttura dell’accordo. Il governo malese, scottato da anni di ricerche infruttuose costate centinaia di milioni ai contribuenti (in un consorzio che includeva Cina e Australia), ha optato per un approccio pragmatico.

  • Il Costo: L’operazione vale 70 milioni di dollari.

  • La Clausola: La somma verrà versata interamente e solamente se il relitto verrà localizzato. Se i robot torneranno a mani vuote, Ocean Infinity assorbirà l’intero costo della missione.

È un approccio che sposta il rischio d’impresa totalmente sul privato, il quale evidentemente confida nei propri dati e, soprattutto, nella propria evoluzione tecnologica rispetto al tentativo fallito del 2018.

La tecnologia in campo: droni e abissi

L’Oceano Indiano meridionale è uno degli ambienti ingegneristici più ostili del pianeta. La nuova missione durerà circa 55 giorni (in modo intermittente, a seconda delle condizioni del mare) e si concentrerà su una nuova zona di 15.000 chilometri quadrati (circa 5.800 miglia quadrate).

Ecco cosa differenzia questa missione dalle precedenti:

  • Flotta Robotica: Utilizzo di veicoli sottomarini autonomi (AUV) di ultima generazione.

  • High-Res Scanning: Sistemi di imaging ad altissima risoluzione capaci di scansionare il fondale a profondità estreme, distinguendo anomalie geologiche da rottami metallici.

  • Targeting: L’area è stata definita sulla base di nuove analisi delle correnti e delle probabilità, sebbene le coordinate esatte restino riservate. Anche se 15000 km2 sembrano tanti, sono una fetta relativamente piccola dell’immenso Oceano Indiano.

La nave appoggio della Ocean Infinity

Un riepilogo del mistero

Per chi avesse perso il filo della memoria in questo decennio, ecco i dati essenziali della tragedia che ha tenuto il mondo col fiato sospeso:

Dettaglio Informazione
Volo MH370 Malaysia Airlines – Boeing 777
Data scomparsa 8 Marzo 2014
Rotta Da Kuala Lumpur a Pechino (deviata verso sud)
Passeggeri 239 persone (inclusi 12 membri dell’equipaggio)
Ultimo contatto 2:14 am (Radar militare, Stretto di Malacca)
Ipotesi prevalente Interferenza illecita / dirottamento manuale fino all’esaurimento carburante

Nonostante il ritrovamento di alcuni detriti sulle coste dell’Africa orientale (Tanzania, Mozambico, Madagascar), che hanno confermato la caduta nell’Oceano Indiano, il sito dell’impatto principale non è mai stato identificato.

Chiudere il cerchio e conoscere la Verità

Le famiglie, che dal 2014 vivono in un limbo giudiziario ed emotivo, hanno accolto la notizia con un misto di sollievo e cautela. Danica Weeks, moglie di uno dei passeggeri, ha dichiarato al Guardian che sapere che la ricerca continua offre un senso di conforto.

Dal punto di vista tecnico e politico, la mossa della Malesia è ineccepibile: riapre il capitolo per dovere morale, ma lo fa tutelando le casse pubbliche. Se Ocean Infinity troverà l’aereo, i 70 milioni saranno ben spesi per chiudere una ferita globale. Se fallirà, sarà solo un altro costo industriale per l’azienda texana. La tecnologia, ora, ha l’ultima parola.

La Ocean Infinity sta progettanto anche nuove navi appoggio rinnovate

Domande e risposte

Perché si riprendono le ricerche dopo 11 anni?

La ripresa è dettata dall’evoluzione tecnologica. Ocean Infinity ritiene che i nuovi veicoli autonomi sottomarini (AUV) e i sistemi di scansione ad alta risoluzione siano ora in grado di mappare fondali complessi che le tecnologie del 2014-2018 non potevano analizzare con sufficiente precisione. Inoltre, nuove analisi dei dati di deriva potrebbero aver ristretto l’area di ricerca più probabile.

Chi paga per questa nuova operazione?

Il modello contrattuale è il “No find, no fee”. Il governo della Malesia pagherà 70 milioni di dollari alla società Ocean Infinity esclusivamente se verrà ritrovato il relitto o le scatole nere.1 Se la missione fallisce, tutti i costi operativi, logistici e tecnologici saranno a carico dell’azienda privata statunitense, senza alcun esborso per i contribuenti malesi.

Quali sono le teorie sulla scomparsa dell’aereo?

I dati satellitari e militari confermano che l’aereo ha deviato manualmente dalla rotta prevista verso Pechino, dirigendosi verso l’Oceano Indiano meridionale fino all’esaurimento del carburante. Le autorità malesi, nel rapporto del 2018, non hanno escluso l’interferenza illecita di terze parti.2 Sebbene siano state escluse motivazioni tecniche o errori standard dell’equipaggio, la mancanza del relitto impedisce di determinare se si sia trattato di un atto deliberato del pilota o di un dirottamento esterno.

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La resurrezione del bacino petrolifero Campos: basterà questo sforzo all’autosufficienza del Brasile di Lula?

Il Bacino di Campos in Brasile, storico pilastro dell’estrazione di petrolio e gas, si sta risvegliando, suscitando un cauto ottimismo sulla sua resilienza a lungo termine. Dopo anni in cui il “pre-salt” del Bacino di Santos ha dominato la scena, senza però confermare completamente le promesse, Campos non è pronto ad abdicare, sebbene gli esperti sollevino interrogativi sulla sua capacità di sostituire i mega-giacimenti del futuro.

Solo nel 2025, il regolatore brasiliano ANP ha registrato cinque ritrovamenti di tracce di idrocarburi nell’area. L’ultima a far notizia è stata Petrobras nel blocco Tartaruga Verde Sudoeste, dove l’azienda di Stato ha dichiarato di aver intercettato petrolio di “eccellente qualità”.

Cosa è il petrolio “Pre salt” o “Pre Sale”

Nelle aree centrale dell’antico continente meridionale Godwana, quando America del Sud e Africa iniziarono a separarsi, si crearono enormi laghi salati che, asciugando in milioni di anni, lasciarono spessi giacimenti di sale, fino a 2000 metri. Al di sotto di questi strati spessissimi salini si trovano grandi giacimenti petroliferi, imprigionati da queste calotte saline, per cui si parla di “Petrolio pre-sale” o “Pre Salt” . SI tratta di una struttura complessa che si trova di fronte al Brasile e all’Africa Occidentale

I giacimenti Pre SAlt al largo del Brasile, scherma

Si tratta arrivare a profondità sino a 6000 metri sotto il fondale marino, 8000 m dalla superficie. Purtroppo, con il tempo, la promessa di questa ricchezza non è stata adeguatamente sfruttata.

📊 Luci e ombre di una carriera da record

Il Bacino di Campos ha rappresentato l’ossatura della produzione brasiliana dagli anni ’80, toccando il suo apice nel 2012 con circa 2 milioni di (boe) (barili equivalenti di petrolio) al giorno.  Successivamente, i volumi sono calati inesorabilmente – mentre il pre-saletguadagnava terreno – fino a un minimo di 640.000  boe a settembre 2024. Tuttavia, ha dimostrato un colpo di reni, superando di nuovo gli 800.000  boe/nel settembre di quest’anno.

Le aspettative di rilancio si basano su due direttrici principali:

  1. Progetti di Rivitalizzazione (Petrobras): L’obiettivo è riportare la produzione oltre 1 Mboe/d
    • Iniziative in corso: Nuove FPSO (unità galleggianti di produzione, stoccaggio e scarico) come Maria Quitéria (2024), Anita Garibaldi e Anna Nery (2023) sono già in servizio.
    • Progetti futuri: Il piano include la riattivazione di giacimenti maturi come Albacora, Barracuda/Caratinga e Marlim Sul/Leste, con avvio previsto a partire dal 2029.
  2. Nuovi Progetti e Attività di Terzi: L’interesse non è solo di Petrobras. Diverse compagnie stanno investendo, a conferma del potenziale residuo della zona.
    • Nuove produzioni: Raia (Equinor), Wahoo (PRIO) e Maromba (BW).
    • Recupero asset maturi: Interventi di aziende come Brava Energia (Papa-Terra), Trident Energy (Pampo ed Enchova) e Perenco (Polo Pargo).

💡 L’analisi del tecnico

Secondo Francismar Ferreira, ricercatore presso l’Ineep, i recenti risultati – sia le nuove scoperte che l’interesse manifestato nelle aste (come i blocchi Citrino, Itaimbezinho e Jaspe) – confermano che il Bacino mantiene un significativo potenziale.

“La scoperta a Tartaruga Verde dimostra ulteriormente la capacità di Petrobras di agire come operatore unico, consentendo un maggiore coordinamento statale su una regione e una risorsa strategica, potenzialmente allineando la ricchezza generata dal settore con l’interesse pubblico a lungo termine,” sottolinea Ferreira.

Questo approccio si allinea alla visione keynesiana che spesso si trova nelle analisi di scenarieconomici.it, sottolineando il ruolo cruciale dell’intervento statale strategico.

Principali campi petroliferi dell’Area Campos (da Researchgate)

🛑 Self-Sufficiency: una scommessa arrischiata 

Tuttavia, l’ottimismo è temperato dalle considerazioni sulla scala. Marcelo de Assis, partner della MA2Energy, avverte che, anche se i ritrovamenti di Campos si rivelassero commercialmente sfruttabili, difficilmente compenseranno il futuro declino delle riserve del pre-sale, che oggi copre circa l’80% della produzione nazionale.

Il punto cruciale è il seguente:

  • Le nuove aree esplorative non sembrano indicare la presenza di nuovi mega-giacimenti sulla scala di Búzios o Tupi.
  • I lavori di rivitalizzazione a Campos incrementeranno la produzione nel breve termine e estenderanno il plateau, ma non riporteranno le aree ai massimi storici.
  • Secondo la Energy Research Company (EPE), la curva di crescita della produzione nazionale comincerà a declinare dal 2031 in poi.

La morale è chiara: se il Brasile vuole mantenere l’autosufficienza energetica, non può accontentarsi del revival di Campos. Dovrà puntare a quelli nel delta amazzonico, con contestazioni ambientali ben superiori alle attuali.

“Per questo è importante esplorare nuovi bacini come Pelotas e quelli situati sul Margine Equatoriale,” afferma De Assis, aggiungendo che il Paese deve avere obiettivi di produzione “realistici per gli anni ’30 e intraprendere una transizione energetica da qui al 2050.”

Domande e Risposte

Che cos’è il Bacino di Campos e perché è tornato al centro dell’attenzione?

Il Bacino di Campos, situato al largo delle coste sud-orientali del Brasile, è stato il principale motore della produzione brasiliana di petrolio e gas dagli anni ’80 fino all’avvento del pre-sale. È tornato in auge grazie ai progetti di rivitalizzazione di Petrobras su giacimenti maturi (come Marlim) e alle nuove scoperte di idrocarburi che ne allungano la vita operativa. L’interesse rinnovato conferma che, pur non essendo più il numero uno, l’area mantiene un significativo potenziale produttivo strategico.

Qual è la principale minaccia o incognita che incombe sul futuro della produzione brasiliana?

La principale incognita è la sostituibilità delle riserve del pre-sale. Attualmente, i giacimenti pre-sale del Bacino di Santos rappresentano circa l’80% della produzione brasiliana.3 Gli esperti avvertono che i nuovi ritrovamenti nel Bacino di Campos sono importanti, ma non sembrano essere della stessa scala dei “mega-campi” pre-sale. Se non verranno scoperti e sviluppati nuovi mega-giacimenti in bacini inesplorati (come il Margine Equatoriale), la curva di produzione nazionale è prevista in declino a partire dal 2031.

In che modo l’operato di Petrobras in quest’area riflette l’interesse pubblico?

L’azione di Petrobras come operatore unico nel blocco Tartaruga Verde Sudoeste è vista come un’opportunità per un maggiore coordinamento statale. Secondo gli analisti, l’azienda di Stato può allineare meglio la ricchezza generata da queste risorse con l’interesse pubblico a lungo termine, gestendo l’estrazione non solo in un’ottica puramente commerciale ma anche strategica, a supporto dell’autosufficienza energetica e dello sviluppo del Paese.

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Uova d’oro spagnole: la dozzina vola verso i 7 euro. Ma l’influenza aviaria non è l’unica colpevole.

I prezzi delle uova in Spagna hanno raggiunto livelli che sanno di speculazione. Una dozzina di uova nei negozi viaggia già tra i 5,4 e i 6,5 euro (per il biologico), ma il settore avverte: presto potremmo vedere i 7 euro.

I dati ufficiali (INE) parlano di un aumento annuo del 22,5%, ma l’organizzazione dei consumatori OCU rincara la dose: +50% negli ultimi sei mesi. Alla stalla, il prezzo supera i tre euro al chilo, 70 centesimi in più di un anno fa.

Il doppio alibi: aviaria e speculazione

Il colpevole designato è, ovviamente, l’influenza aviaria. La crisi sanitaria ha costretto all’abbattimento di due milioni di capi di pollame negli ultimi mesi, contraendo inevitabilmente l’offerta.

Pedro Barato, presidente di Asaja (l’associazione dei giovani agricoltori), è diretto: “Con il numero di volatili da abbattere, il prezzo probabilmente raggiungerà i 6-7 euro”. Barato nota anche che “ci vuole almeno un anno per recuperare la produzione” e, come spesso accade in queste situazioni, “la speculazione sul prodotto è automatica”.

Un timore condiviso da Rubén Sánchez di Facua (consumatori): “Sappiamo che ci sono speculazioni”. Il panico da scaffale vuoto, o quasi, fa schizzare i prezzi, come visto negli Stati Uniti dove la dozzina ha toccato i 12 euro.

Di fronte a questo scenario, il Ministro dell’Agricoltura, Luis Planas, ha assunto la posa istituzionale, avvertendo che il Governo sarà “vigile” contro possibili speculazioni. Tuttavia, Planas ammette che l’aumento “non è una novità”, ma un processo “graduale dal 2021”.

L’anomalia nei dati: i prezzi salivano già prima

Ed è qui che l’analisi si fa interessante. È davvero solo colpa dell’aviaria? I dati dell’INE sembrano dire di no.

L’impennata dei prezzi di quest’anno è iniziata a marzo, quando la malattia non stava ancora colpendo seriamente gli allevamenti spagnoli (i focolai principali sono iniziati tra luglio e ottobre 2025, dopo due anni di relativa calma).

Già a marzo, l’aumento era dell’11,4% su base annua. Da aprile, l’inflazione specifica delle uova si è mantenuta costantemente sopra il 18%. L’influenza aviaria, quindi, non ha innescato la crisi, ma l’ha aggravata, agendo su un mercato già in forte tensione.

Dati su consumo e produzione di uova in Spagna. da El Economista

C’è un altro dato tecnico che stona con l’allarmismo sull’offerta: la Spagna è il terzo produttore europeo e copre il 120% del suo consumo nazionale. . Un calo della produzione, per quanto serio, non dovrebbe giustificare da solo un’esplosione dei prezzi di questa portata.

Il paradosso della domanda: più costano, più si comprano

In un normale mercato, un aumento dei prezzi del 50% dovrebbe far crollare la domanda. Invece, in Spagna sta accadendo l’opposto.

L’uovo, di fronte all’inflazione galoppante su carne e pesce, è diventato un “bene rifugio” proteico. È l’alimento base che le famiglie acquistano proprio perché, nonostante i rincari, resta l’opzione più economica per mettere un pasto in tavola.

Vediamo i consumi pro capite:

  • 2020 (Lockdown): Record di 9,73 kg/persona
  • 2022 (Normalizzazione): Calo a 8,11 kg/persona
  • Oggi (Piena inflazione): Risalita a 9,13 kg/persona

Gli spagnoli comprano più uova (+3,4% in volume), ma il valore delle vendite è esploso, passando da circa 1 miliardo di euro nel 2020 a quasi 1,5 miliardi attuali.

La domanda che ora tutti si pongono è dove si fermerà il prezzo. Se toccasse i 7 euro, l’aumento in quattro anni sarebbe del 250%. Nel frattempo, il settore, nonostante l’aumento del fatturato, lamenta perdite milionarie dovute ai costi degli abbattimenti.

Dopo la crisi dell’olio d’oliva, ora tocca alle uova. E la prossima sulla lista sembra essere la carne di pollo.

Domande e risposte

Ma allora la colpa è solo dell’influenza aviaria? Sebbene l’aviaria abbia ridotto l’offerta costringendo all’abbattimento di milioni di volatili, i dati statistici dicono altro. I prezzi erano già in forte aumento da marzo 2025, mesi prima dei focolai principali. L’aviaria ha solo aggravato una tendenza già in atto, probabilmente legata all’aumento dei costi di produzione (energia, mangimi) e alla speculazione.

Perché se i prezzi salgono così tanto, la gente compra più uova? È un effetto paradossale tipico dei beni di prima necessità. A causa dell’inflazione generale su tutti gli alimenti (in particolare carne e pesce), le uova, nonostante i rincari, restano la fonte proteica più economica e accessibile. Le famiglie le usano come “bene rifugio” per bilanciare il carrello della spesa, e il consumo pro capite è quasi tornato ai livelli record del lockdown 2020.

La Spagna non produce abbastanza uova per tutti? Sì, e questo è il punto critico. La Spagna è il terzo produttore europeo e genera il 120% del proprio fabbisogno, il che significa che è un esportatore netto. Proprio per questo, un calo dell’offerta dovuto all’aviaria non dovrebbe, da solo, giustificare aumenti di prezzo così drastici. Questo fattore rafforza i sospetti che sul mercato stia agendo una forte componente speculativa.

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Sulla Luna c’è ruggine. La missione cinese Chang’e-6 distrugge 50 anni di certezze scientifiche

Quando si parla di Spazio, la Cina sta rapidamente cambiando le regole del gioco, e anche le nostre certezze. L’ultima notizia proveniente dalla missione Chang’e-6, che ha raccolto campioni sulla “faccia nascosta” della Luna, è di quelle che stupiscono: nel suolo lunare è stata trovata ruggine.

Sì, avete capito bene. Ossido di ferro. Proprio il materiale che, secondo i dogmi scientifici, non dovrebbe esistere in un ambiente privo di ossigeno e acqua come quello del nostro satellite.

La scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista Science Advances, è frutto del lavoro di un team guidato dall’Università di Shandong. Analizzando i campioni riportati a Terra, i ricercatori hanno identificato cristalli microscopici di ematite e maghemite, entrambe forme di ossido di ferro.

Questo ritrovamento non è solo una curiosità geologica, ma una vera sfida alla chimica lunare come la conosciamo, e potrebbe finalmente fornire una spiegazione per alcune misteriose anomalie magnetiche rilevate in passato sulla superficie.

Chang’e 6

Il crollo di un dogma scientifico

Per cinquant’anni, la scienza ha vissuto comoda su un presupposto: sulla Luna il ferro non può arrugginire. Mancano gli ingredienti fondamentali.

È vero che già le missioni Apollo avevano portato indietro campioni “sospetti”, che contenevano tracce di magnetite e idrossidi di ferro. Tuttavia, la questione fu chiusa rapidamente. Uno studio fondamentale del 1971 stabilì che quei composti non potevano essere stabili sulla Luna e che, quasi certamente, si trattava di contaminazione avvenuta sulla Terra dopo il rientro.

Una spiegazione comoda, che ha cementato per mezzo secolo l’idea di una Luna come ambiente arido, chimicamente “ridotto” e tutto sommato semplice.

La realtà è più complessa (e cinese)

Negli ultimi anni, però, questo dogma ha iniziato a mostrare crepe. Non è un caso che i primi dubbi siano emersi con l’intensificarsi delle nuove missioni lunari:

  • Dal 2020: Il Moon Mineralogy Mapper della NASA ha iniziato a rilevare segnali diffusi di ematite (un minerale altamente ossidato) alle alte latitudini lunari.
  • Nel 2022: Analisi più avanzate sui campioni della precedente missione cinese, la Chang’e-5, hanno rivelato tracce di magnetite.

Ma è stata la Chang’e-6 a fornire la prova definitiva. La sonda è atterrata in un sito strategico: il bacino Polo Sud-Aitken. Si tratta di uno dei bacini da impatto più grandi e antichi dell’intero sistema solare, un luogo che non è stato “coperto” da successive colate di lava vulcanica.

Area polo Sud Aitken

Come si forma la ruggine senza ossigeno?

I campioni della Chang’e-6 dimostrano che questi ossidi di ferro sono parte integrante della geologia lunare. Ma come si sono formati?

I ricercatori hanno notato che l’ematite e la maghemite si trovano principalmente nelle cosiddette brecce di suolo lunare — ovvero, rocce composte da frammenti fusi insieme dal calore e dalla pressione estremi generati dall’impatto di meteoriti. Al contrario, questi minerali sono assenti nei frammenti di roccia vulcanica antica rimasta intatta.

L’ipotesi, dunque, è che la ruggine lunare non si sia formata con acqua e ossigeno come sulla Terra, ma sia il prodotto diretto dei massicci eventi di impatto che hanno creato crateri colossali miliardi di anni fa. Questi impatti catastrofici avrebbero generato le condizioni di temperatura e pressione tali da innescare reazioni di ossidazione del ferro, un processo chimico completamente alieno a quello terrestre.

Domande e risposte

  • Ma come fa il ferro ad arrugginire senza ossigeno e acqua? Non è la ruggine “terrestre”. L’ipotesi è che non servano né acqua né un’atmosfera respirabile. I ricercatori suggeriscono che gli impatti di meteoriti ad altissima energia, che hanno creato i grandi bacini lunari, abbiano generato temperature e pressioni immense. Questo processo estremo avrebbe fuso le rocce e indotto reazioni chimiche di ossidazione, creando ossidi di ferro in condizioni che normalmente non lo permetterebbero.
  • Perché questa scoperta è così importante? Perché sfata un dogma scientifico durato 50 anni. Dimostra che la Luna non è un ambiente chimicamente “morto” o semplice come si pensava, ma ha una geochimica di superficie complessa e modellata da processi violenti. Inoltre, la presenza di questi minerali (in particolare la maghemite, che è magnetica) aiuta a spiegare strane anomalie magnetiche rilevate sulla superficie, che prima non avevano una chiara giustificazione.
  • Perché la scoperta è arrivata solo ora, e proprio dalla Cina? Le missioni Apollo degli anni ’70 raccolsero i primi indizi, ma la comunità scientifica li liquidò come contaminazione terrestre. Le recenti missioni cinesi (Chang’e-5 e Chang’e-6) sono tecnologicamente più avanzate nell’analisi dei campioni e, soprattutto, hanno scelto siti di atterraggio strategicamente diversi. Il bacino Polo Sud-Aitken è un’area antichissima che conserva “cicatrici” di impatti remoti, un luogo ideale per trovare minerali rari che le missioni precedenti non avevano esplorato.
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Tokayev va a Mosca: come spiegare a Putin le sanzioni USA e gli amici occidentali

Il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev vola questa settimana a Mosca. Ufficialmente, si tratta di discutere della “cooperazione nel settore del gas”. In realtà, sul tavolo c’è un groviglio ben più complesso: l’impatto delle sanzioni statunitensi sulle major petrolifere russe che operano in Kazakistan e il difficile gioco di equilibri di Astana tra Mosca e l’Occidente.

Non è un vertice facile. Il Cremlino deve digerire le nuove restrizioni imposte da Washington su colossi come Lukoil e Rosneft. Il problema è che queste aziende non sono ospiti qualsiasi in Kazakistan: Lukoil, ad esempio, detiene partecipazioni strategiche nei giganteschi progetti di Tengiz e Karachaganak, gestiti da compagnie occidentali.

Il vero nervo scoperto, però, è la logistica.

Il collo di bottiglia del CPC

Il Kazakistan è una superpotenza energetica, ma ha un tallone d’Achille grande quanto la Russia: per esportare il suo greggio, dipende quasi interamente dal Caspian Pipeline Consortium (CPC). E indovinate chi controlla in parte quel gasdotto? Esatto, la Russia.

L’oleodotto CPC da DW

Mosca ha già offerto un “promemoria” non troppo velato all’inizio di quest’anno, quando ha chiuso (ufficialmente per manutenzione) due dei tre ormeggi del CPC, dimezzando di fatto la capacità di esportazione kazaka. Un avvertimento che ad Astana hanno capito benissimo.

Il giocoliere kazako

Tokayev si trova nella scomoda posizione, dove deve equilibrare due posizioni contrastanti: da un lato, il Kazakistan esporta la maggior parte del suo petrolio attraverso la Russia e mantiene legami storici con Mosca, pur evitando accuratamente di appoggiare l’invasione dell’Ucraina.

Dall’altro, Tokayev sa che questa dipendenza è pericolosa. Per questo sta corteggiando attivamente l’Occidente. La sua visita della scorsa settimana a Washington, insieme ad altri leader dell’Asia centrale, è servita proprio a questo: cercare investimenti e diversificare i legami economici.

Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha candidamente ammesso che la Russia è “estremamente interessata” ad ascoltare il resoconto di Tokayev su quegli incontri. Un’affermazione che, letta tra le righe del gergo diplomatico, suona quasi come un “sappiamo esattamente cosa stai facendo”.

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Alternative sul tavolo

Il Kazakistan non sta con le mani in mano. Mentre il petrolio, per ora, continua a transitare dai porti russi, Astana lavora attivamente a progetti per bypassare completamente Mosca.

Si tratta di infrastrutture strategiche, sostenute attivamente da Stati Uniti e Unione Europea, che guardano al Mar Caspio come via di fuga:

  • Un cavo in fibra ottica sottomarino.
  • Un collegamento elettrico che attraversi il Caspio.

È la classica strategia “multi-vettore” del Kazakistan: amici di tutti, ma con un occhio sempre vigile sulle alternative e sull’indipendenza strategica, Tokayev va in Russia, ma con le valigie pronte ad andare altrove.

Domande e risposte

  • Perché il Kazakistan è così importante in questo gioco tra Russia e Occidente? Il Kazakistan è cruciale per due motivi: è un enorme produttore di petrolio e uranio e si trova in una posizione geografica strategica tra Russia, Cina ed Europa. La sua dipendenza dalle rotte di esportazione russe (come il gasdotto CPC) dà a Mosca un’enorme leva. L’Occidente, d’altra parte, vede Astana come un partner chiave per diversificare le proprie fonti energetiche e ridurre l’influenza russa nella regione. Tokayev cerca di usare questa competizione a suo vantaggio, senza però farsi schiacciare.
  • Quali sono le “rotte alternative” che il Kazakistan sta esplorando? La principale alternativa è il “Corridoio Medio” (Trans-Caspian International Transport Route). Questo percorso aggira la Russia trasportando merci e petrolio attraverso il Mar Caspio (via nave o futuri gasdotti) verso l’Azerbaijan, poi attraverso la Georgia e la Turchia fino all’Europa. È più complesso e costoso del CPC, ma politicamente molto più sicuro. I progetti di cavi sottomarini per l’elettricità e internet, sostenuti da UE e USA, fanno parte di questa stessa strategia di diversificazione per ridurre la dipendenza infrastrutturale da Mosca.
  • Cosa rischia la Russia se il Kazakistan si allontana? La Russia rischia di perdere un alleato chiave nel suo “estero vicino” e, soprattutto, miliardi di dollari in tariffe di transito. Se il Kazakistan riuscisse a dirottare quote significative del suo petrolio su rotte alternative, Mosca perderebbe la sua principale leva di pressione economica e politica su Astana. Inoltre, un Kazakistan più orientato all’Occidente rappresenterebbe un duro colpo per l’influenza geopolitica di Putin in tutta l’Asia centrale, un’area che il Cremlino considera vitale per la sua sicurezza nazionale.
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FCAS: La pazienza tedesca è finita. Airbus (Germania) pronta a scaricare Dassault (Francia)?

Nel già complesso panorama della difesa europea, si apre una crepa significativa. E questa volta non arriva dalla politica, ma direttamente dalla base industriale. Thomas Pretzl, presidente del consiglio di fabbrica di Airbus Defence and Space a Manching, in Germania, ha usato parole che pesano come piombo sul futuro del programma FCAS (Future Combat Air System).

Il messaggio, consegnato durante un’assemblea aziendale, riportato da Hartpunkt,  è stato brutale nella sua chiarezza: “Vogliamo finalmente tornare a sviluppare e costruire un buon aereo da combattimento“. E la via maestra per farlo, secondo Pretzl, è “senza Dassault“.

Una dichiarazione che suona come un ultimatum verso il partner francese, Dassault Aviation, e che mira a sbloccare una situazione di stallo che si trascina da tempo. Il pomo della discordia, come spesso accade in questi mega-progetti europei, non è (solo) la strategia, ma la prosaica spartizione del lavoro.

La contesa sulle “quote di produzione”

Il progetto FCAS, che dovrebbe dotare Germania, Francia e Spagna di un sistema di combattimento aereo di sesta generazione (includendo il caccia Next Generation Fighter, droni e un cloud da combattimento), è da tempo impantanato in un conflitto sulle quote di produzione.

Secondo quanto riportato dal consiglio di fabbrica tedesco, Dassault pretenderebbe una quota di lavoro “significativamente più elevata” rispetto a quanto concordato in precedenza. Uno squilibrio che, evidentemente, la parte tedesca non ritiene più accettabile.

Mentre i ministeri della Difesa di Parigi e Berlino continuano a mediare, con l’obiettivo dichiarato di risolvere la questione entro la fine dell’anno, la base produttiva di Airbus perde la pazienza. “Abbiamo bisogno di chiarezza”, ha sottolineato Pretzl, mettendo pressione sui rispettivi governi. La sua preferenza per un’uscita dei francesi dal progetto, pur affermando di non voler danneggiare le relazioni franco-tedesche (auguri), la dice lunga sul livello di frustrazione raggiunto.

Il consiglio di fabbrica di Airbus

Il contesto della situazione aziendale: tra Tornado e Eurofighter

Le parole di Pretzl arrivano in un momento delicato per lo stabilimento bavarese. Manching si trova infatti a gestire il graduale ritiro dei caccia Tornado entro il 2030, un programma che, secondo l’annuncio, comporterà la perdita di circa 350 posti di lavoro.

Su questo fronte interno, tuttavia, il consiglio di fabbrica ha ottenuto una vittoria sindacale non da poco: un accordo per la salvaguardia dei dipendenti coinvolti. L’intesa, che ha richiesto il sostegno compatto dei lavoratori e del sindacato IG Metall, prevede:

  • Regole chiare per l’inserimento lavorativo alternativo.
  • Tutela contro i licenziamenti.
  • Salari garantiti.
  • Misure di formazione e riqualificazione.

Non è un caso che, durante la stessa assemblea, si sia fatto riferimento a una recente manifestazione dei dipendenti con uno slogan eloquente: “Chiunque chieda una svolta nella storia deve acquistare gli Eurofighter!”. Un aiuto indiretto potrebbe provenire dall’ordine di caccia Eurofighter fatto dalla Turchia al Regno Unito, che indirettamente coinvolgerà, per la componentistica, anche Airbus. Un doppio messaggio: uno al governo tedesco, per sostenere la produzione nazionale, e uno, nemmeno troppo velato, ai partner francesi che bloccano il futuro (FCAS).

Eurofighter Tranche III in servizio in Qatar

Domande e risposte

Perché il consiglio di fabbrica di Airbus attacca Dassault?

Il conflitto è di natura industriale ed economica. Airbus accusa Dassault di bloccare il progetto FCAS (il futuro sistema di combattimento aereo europeo) perché l’azienda francese richiede una quota di lavoro e produzione superiore a quella originariamente pattuita. Il presidente del consiglio di fabbrica Airbus, Thomas Pretzl, ritiene che questo stallo impedisca di “costruire un buon aereo” e che la soluzione migliore, a questo punto, sarebbe continuare il progetto senza i partner francesi.

Cosa c’entra il ritiro dei caccia Tornado con questa disputa?

Il ritiro dei Tornado entro il 2030 è un problema interno per lo stabilimento Airbus di Manching, poiché minaccia 350 posti di lavoro. Il consiglio di fabbrica è riuscito a ottenere un accordo per proteggere questi lavoratori (con ricollocamenti e formazione). Questa situazione aumenta però la pressione sulla dirigenza e sulla politica: i lavoratori tedeschi, sentendosi minacciati dalla fine di un programma storico, sono meno disposti a tollerare che un nuovo programma cruciale (il FCAS) venga bloccato dalle richieste, ritenute eccessive, di un partner straniero.

Qual è la posizione dei governi di Francia e Germania?

I governi, che sono i committenti del progetto FCAS, sono consapevoli della tensione. I rispettivi ministeri della Difesa stanno cercando attivamente una mediazione diplomatica e politica per risolvere la disputa sulle quote di lavoro. L’obiettivo dichiarato è trovare un accordo definitivo entro la fine dell’anno. La dura dichiarazione del consiglio di fabbrica di Airbus serve proprio a mettere ulteriore pressione su Berlino e Parigi affinché sblocchino rapidamente la situazione, prima che la frattura industriale diventi insanabile.

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La Cina (per ora) scaccia la deflazione: i prezzi tornano a salire, ma la borsa non festeggia

Un piccolo sospiro di sollievo, o forse un’illusione statistica. I dati di ottobre 2025 sull’inflazione cinese hanno sorpreso gli analisti, segnando un ritorno in territorio positivo dopo mesi di apatia. L‘indice dei prezzi al consumo (CPI) è aumentato dello 0,2% su base annua, sfidando le previsioni che lo davano fermo (0,0%) e invertendo la rotta rispetto al calo dello 0,3% di settembre. ecco il relativo grafico, da Tradingeconomics

Cina inflazione CPI – Tradingeconomics

Si tratta del primo aumento da giugno e del ritmo più rapido da gennaio. Ma da dove arriva questa spinta?

Come spesso accade, la risposta sta nella domanda interna,  che a Pechino cercano di stimolare in modo programmato. L’inflazione non alimentare è accelerata (+0,9% contro il +0,7% precedente), sostenuta da due fattori principali:

  • L’espansione dei programmi governativi di “trade-in” (rottamazione e sostituzione) per i beni di consumo.
  • L’aumento della spesa durante la festività della “Golden Week”.

In pratica, uno stimolo mirato alla domanda ha funzionato. I prezzi continuano a mostrare segnali di vita nell’abbigliamento (+1,7%), nella sanità (+1,4%) e nell’istruzione (+0,9%). Persino i trasporti, pur restando in negativo, calano meno (-1,5% contro -2,0%).

Anche sul fronte alimentare, il calo dei prezzi si attenua, registrando un -2,9% (molto meglio del -4,4% di settembre), anche perché si va verso una stagione con minore abbondanza di cibo.

Il dato chiave: l’inflazione “Core”

Il segnale più interessante per gli economisti, tuttavia, è l’inflazione “core”. Questo dato, che esclude i prezzi volatili di cibo ed energia, è il vero termometro della salute della domanda interna. Ad ottobre è salita dell’1,2% annuo, il tasso più alto degli ultimi 20 mesi, superando l’1,0% di settembre. Ecco il relativo grafico: 

Cina inflazione core – Tradingeconomics

Questo indica che, al netto degli shock energetici o delle fluttuazioni del prezzo della carne di maiale, i consumatori cinesi stanno, lentamente, ricominciando a spendere, innescando una certa dinamica salariale interna. Il fatto che questo dato cresca rispetto all’inflazione generale è un dato, entro questi limiti, positivo.

Sul fronte della produzione, la situazione migliora marginalmente. L’indice dei prezzi alla produzione (PPI) è sceso del 2,1% su base annua. Sebbene si tratti del 37° mese consecutivo di contrazione (un’eternità), il dato è migliore sia delle attese (-2,2%) sia del mese precedente (-2,3%). Le fabbriche cinesi, pur soffrendo, vedono una lieve riduzione della pressione deflazionistica.

La reazione  dei mercati

In un manuale di economia classica, “buone notizie” sull’inflazione e sulla produzione dovrebbero far festeggiare le borse. Ma sui mercati moderni, la logica è spesso capovolta. Le borse di Shanghai (-0,1%) e Shenzhen (-0,4%) hanno chiuso in calo.

Il motivo è semplice: dati più forti del previsto riducono le probabilità di nuovi, massicci stimoli politici da parte del governo. I mercati, ormai assuefatti agli interventi, temono che la ripresa (per quanto debole) possa indurre Pechino a chiudere i rubinetti.

In un’altra nota a margine, il Ministero del Commercio ha sospeso il divieto di esportazione verso gli Stati Uniti per alcuni “articoli dual-use” (come gallio e germanio), un piccolo segnale di distensione nella guerra tecnologica.

Domande e risposte

  • Cosa significa che l’inflazione “core” è ai massimi da 20 mesi?

    L’inflazione “core” (o di fondo) misura la variazione dei prezzi escludendo beni molto volatili come cibo ed energia. È considerata un indicatore più fedele della domanda interna. Un suo aumento all’1,2%, il livello più alto in 20 mesi, suggerisce che i consumatori cinesi stanno ricominciando a spendere in beni e servizi (come sanità, istruzione e abbigliamento) grazie a una maggiore fiducia e agli stimoli governativi, un segnale positivo per la stabilità economica.

  • Perché i prezzi alla produzione (PPI) sono ancora negativi?

    Il PPI misura i prezzi all’ingrosso, ovvero quelli che le fabbriche pagano e ricevono. Un PPI negativo (-2,1%) significa che la Cina è in “deflazione alla produzione”. Questo accade perché c’è un eccesso di capacità produttiva (si produce più di quanto si vende) e una concorrenza interna feroce, che costringe le aziende a tagliare i prezzi. Sebbene il dato sia in miglioramento, la situazione indica che il settore industriale è ancora sotto pressione.

  • Se l’economia migliora, perché le borse cinesi sono scese?

    Questo è un apparente paradosso comune nei mercati finanziari. Gli investitori speravano che dati economici deboli avrebbero costretto il governo cinese a lanciare nuovi e potenti stimoli monetari o fiscali (come tagli dei tassi o spesa pubblica). La notizia che l’inflazione è “migliore del previsto” ha deluso queste aspettative. In sintesi: le buone notizie per l’economia reale sono state “cattive notizie” per chi scommetteva su nuovi aiuti di Stato.

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Canada: addio al tetto sulle emissioni? Il nuovo governo Carney punta su mercati e tecnologia, dimenticando Trudeau

Cambio di rotta radicale a Ottawa sulla politica climatica. Il nuovo governo federale canadese, guidato da Mark Carney, sembra intenzionato a mandare in soffitta il controverso piano sul “tetto alle emissioni” (emissions cap) del settore oil & gas, una misura bandiera del precedente esecutivo di Justin Trudeau.

La nuova “Strategia per la Competitività Climatica“, delineata nel Bilancio 2025, sposta il focus dai divieti agli investimenti, preferendo un approccio basato sul mercato e sulla tecnologia, non fissando un limite diretto alle emissioni di CO2.

Il piano del governo Trudeau, presentato lo scorso anno, era ambizioso: un limite massimo all’inquinamento da gas serra per il settore, con l’obiettivo di ridurre le emissioni del 35% rispetto ai livelli del 2019. Una mossa che aveva messo l’ex PM in rotta di collisione diretta con l’Alberta, la provincia cuore della produzione petrolifera canadese.

L’Alberta, sostenuta dall’industria, ha sempre contestato la misura, definendola di fatto un “tetto alla produzione”. “Non si tratta di emissioni,” dichiarò l’anno scorso Rebecca Schulz, Ministro dell’Ambiente dell’Alberta, “Si tratta del fatto che il governo federale vuole tagliare la produzione di petrolio e gas… anche se costa migliaia di posti di lavoro”. Uno scontro istituzionale ed economico non da poco.

Ora, il Bilancio 2025 presentato dal governo Carney cambia le carte in tavola. La nuova strategia climatica si basa “sullo stimolare gli investimenti, non sui divieti, e sui risultati, non sugli obiettivi”.

Come intende il nuovo governo raggiungere la riduzione delle emissioni? Attraverso tre pilastri principali:

  • Mercati del carbonio efficaci (efficaci, non solo punitivi).
  • Regolamenti rafforzati sulle emissioni di metano.
  • L’implementazione su larga scala di tecnologie come la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCUS).

Il documento di bilancio è chiaro: se questo approccio funzionerà, “il tetto alle emissioni di petrolio e gas non sarebbe più necessario, poiché avrebbe un valore marginale nella riduzione delle emissioni”.

In sostanza, la nuova amministrazione Carney cerca una via più pragmatica per garantire la sostenibilità del settore energetico canadese, indispensabile per l’accesso ai mercati internazionali che privilegiano la sostenibilità, senza però strangolare la propria industria di punta.

Impianto d’estrazione del petrolio pesante dalla sabbia in Alberta

Domande e risposte

Perché il nuovo governo canadese vuole eliminare il tetto alle emissioni? Il nuovo governo Carney ritiene che un tetto rigido (un “divieto”) sia meno efficace e più dannoso per l’economia rispetto a un approccio basato sugli incentivi e sul mercato. La nuova strategia punta a stimolare gli investimenti in tecnologie pulite (come il CCUS) e a migliorare i mercati del carbonio. L’idea è che se queste misure funzionano, rendono il “tetto” (la vecchia misura di Trudeau) obsoleto, ottenendo gli stessi risultati di riduzione delle emissioni senza imporre un limite diretto alla produzione, che l’Alberta vedeva come una minaccia.

Cosa si intende per “cattura e stoccaggio del carbonio” (CCUS)? Il CCUS (Carbon Capture, Utilization and Storage) è un insieme di tecnologie progettate per catturare le emissioni di anidride carbonica (CO2) prodotte da processi industriali o centrali elettriche, prima che vengano rilasciate nell’atmosfera. Una volta catturata, la CO2 viene compressa e trasportata (spesso tramite pipeline) per essere stoccata in profondità nel sottosuolo, in formazioni geologiche sicure (come giacimenti di petrolio e gas esauriti). L’obiettivo è impedire che la CO2 contribuisca al cambiamento climatico.

Perché la provincia dell’Alberta era contraria al piano di Trudeau? L’Alberta è il cuore dell’industria petrolifera e del gas canadese. Il governo provinciale sosteneva che il “tetto” (cap) proposto da Trudeau non fosse realmente una misura ambientale, ma un tentativo di limitare forzatamente la produzione di energia. Riteneva che imporre un taglio così netto (35% rispetto al 2019) avrebbe reso le operazioni antieconomiche, costringendo le aziende a chiudere o ridurre l’estrazione, con una conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro e un danno significativo all’economia provinciale e nazionale.

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Acciaio USA: i giapponesi di Nippon Steel produrranno le leghe speciali per i Datacenter USA

L’acquisizione di US Steel da parte dei giapponesi di Nippon Steel, un affare da 14,1 miliardi di dollari concluso a giugno, non era il punto d’arrivo, ma l’inizio. Ora Nippon Steel ha annunciato che investirà ulteriori miliardi di dollari per costruire nuove capacità produttive in un impianto esistente in Arkansas.

Il motivo non è l’acciaio comune. L’obiettivo è produrre acciaio di altissima qualità destinato ai data center statunitensi, sfruttando l’insaziabile fame di infrastrutture generata dal boom dell’Intelligenza Artificiale (IA), specialmente tra i colossi tech americani.

La proprietà sarà quindi giapponese, ma l’acciaio d’alta qualità prodotto sarà americano, sebbene basato su tecnologia e know-how del Sol Levante.

L’acciaio che serve all’IA

Questo investimento tocca un nervo scoperto della cooperazione economico-sicuritaria tra Giappone e Stati Uniti. L’acciaio di alta qualità che Nippon Steel intende produrre è fondamentale per l’infrastruttura dell’IA.

Nello specifico, l’impianto in Arkansas, una volta potenziato, produrrà lamierini magnetici a grani orientati (GOES). Questo materiale è un componente essenziale per i trasformatori dei data center, i dispositivi che convertono l’elettricità alle tensioni necessarie. Nippon Steel detiene una tecnologia considerata world-class in questo settore.

La produzione di massa di questi lamierini ad alta efficienza energetica è prevista non prima del 2028.

Acciaio GOES e non GOES

Rompere un comodo monopolio

Qui la faccenda si fa interessante. Attualmente, l’unico produttore di acciaio elettrico a grani orientati negli Stati Uniti è la rivale Cleveland-Cliffs.

Il mercato USA è uno dei più grandi al mondo per questo materiale e, a quanto pare, anche uno dei più costosi: in alcuni casi, prodotti tecnicamente inferiori a quelli di Nippon Steel vengono scambiati a prezzi quasi doppi rispetto al Giappone.

Nippon Steel intende sfruttare la sua tecnologia d’avanguardia per spezzare questo comodo monopolio di Cleveland-Cliffs e aumentare la quota di mercato della “nuova” US Steel. Il vento dell’IA soffia a favore: gli investimenti di capitale di giganti come Amazon e Meta hanno raggiunto livelli record e la domanda di trasformatori è destinata a salire.

I dettagli dell’investimento

L’impegno finanziario è notevole. Oltre ai 14,1 miliardi già spesi per l’acquisizione, Nippon Steel ha promesso al governo statunitense ulteriori investimenti per 11 miliardi di dollari in US Steel entro il 2028.

Questi fondi, spalmati su oltre 25 progetti, serviranno anche a:

  • Rinnovare le strutture esistenti e obsolete (come il più grande altoforno di US Steel, in Indiana).
  • Aumentare le linee di produzione per l’acciaio elettrico non orientato, utilizzato principalmente nel settore automobilistico (altro settore strategico).

Includendo la futura costruzione di nuove acciaierie, l’investimento totale potrebbe superare i 14 miliardi di dollari. Questi fondi proverranno dal flusso di cassa (cash flow) di US Steel o da prestiti; se non dovessero bastare, si ricorrerà a prestiti infragruppo dalla casa madre giapponese.

L’obiettivo è portare US Steel a generare 1,6 miliardi di dollari di EBITDA (margine operativo lordo) entro il 2030, con un piano a lungo termine per raggiungere i 3 miliardi annui. Insomma, anche il settore siderurgico cerca di approfittare del boom dell’IA, che sta già muovendo centinaia di miliardi di dollari negli USA.

laminatorio a caldo al lavoro

Domande e risposte

Perché questo specifico tipo di acciaio è così importante per l’Intelligenza Artificiale? L’IA richiede enormi data center, che consumano quantità colossali di energia. Questi data center usano trasformatori per gestire l’elettricità. L’acciaio elettrico a grani orientati (GOES) è il materiale chiave per costruire trasformatori altamente efficienti, che riducono al minimo la dispersione di energia (sotto forma di calore) durante la conversione del voltaggio. Con il boom dell’IA, la domanda di questi componenti ad alta efficienza sta esplodendo per rendere sostenibile il consumo energetico.

Non c’era stata una forte opposizione politica all’acquisizione di US Steel? Assolutamente sì. C’è stata una forte resistenza politica e sindacale (in particolare dal sindacato United Steelworkers) all’acquisizione, citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la perdita di un’icona industriale americana. Tuttavia, l’accordo si è concluso a giugno. Promettendo questi ingenti investimenti (come quello in Arkansas) per ammodernare gli impianti americani, introdurre tecnologia avanzata e mantenere la produzione locale, Nippon Steel sta cercando di dimostrare il valore industriale dell’operazione.

Perché questo acciaio costa così tanto negli Stati Uniti? Il testo suggerisce una chiara situazione di monopolio di fatto. Attualmente, l’unico produttore statunitense di questo materiale high-tech è Cleveland-Cliffs. In assenza di concorrenza diretta sul suolo americano, i prezzi possono mantenersi artificialmente alti. Nippon Steel vede un’enorme opportunità di profitto: può introdurre la sua tecnologia (superiore e forse più efficiente da produrre) per conquistare quote di mercato e normalizzare i prezzi, pur garantendosi margini significativi.

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UE e la sua “sostenibilità” stanno spingendo Exxon alla fuga dall’Europa? I danni economici sarebbero fortissimi

ExxonMobil sarà costretta a chiudere la propria attività in Europa se l’Unione Europea non alleggerirà in modo sostanziale le proprie normative sulla sostenibilità che impongono sanzioni alle aziende in caso di non conformità, ha dichiarato lunedì l’amministratore delegato Darren Woods a Reuters.

L’anno scorso, l’UE ha formalmente adottato la direttiva sulla due diligence in materia di sostenibilità delle imprese (CSDDD). Queste nuove norme a livello europeo introducono obblighi per le grandi aziende in merito agli impatti negativi delle loro attività sui diritti umani e sulla protezione dell’ambiente. La direttiva UE fa parte degli sforzi del blocco per allineare le aziende con cui commercia all’obiettivo di raggiungere lo zero netto entro il 2050.

La nuova normativa prevede inoltre che le aziende che risultano non conformi in materia di sostenibilità aziendale, compreso l’impatto ambientale, possano essere multate con il 5% del loro fatturato globale annuo.

ExxonMobil e altre società, tra cui QatarEnergy, l’azienda statale del secondo esportatore mondiale di GNL dopo gli Stati Uniti, si sono opposte alla direttiva UE e hanno criticato aspramente le nuove norme.

“Se non possiamo essere un’azienda di successo in Europa e, cosa ancora più importante, se iniziano a cercare di applicare la loro legislazione dannosa in tutto il mondo dove operiamo, diventa impossibile rimanere lì”, ha dichiarato Woods di Exxon in un’intervista a Reuters a margine della conferenza sull’energia ADIPEC ad Abu Dhabi.

Sotto la forte pressione delle aziende di tutto il mondo, il mese scorso il Parlamento europeo ha accettato di rivedere il regolamento.

Exxon, il Qatar e gli Stati Uniti vogliono cambiamenti profondi o il ritiro della politica.

Queste norme e la “crociata” dell’UE verso lo zero netto sono una minaccia per l’accordo commerciale tra Stati Uniti e UE, ha dichiarato a settembre il segretario all’Energia degli Stati Uniti Chris Wright al Financial Times. Attualmente la Von der Leyen le avrebbe sospese per gli USA.

Woods di Exxon ha affermato in una recente intervista a Bloomberg che la direttiva dell’UE è “la peggiore normativa che abbia mai visto da quando ricopro questa carica”. Francamente è difficile dargli torto, ma questo ha sfornato un Parlamento e una Commissione dominati dai socialisti.

Secondo il dirigente, gli sforzi dell’UE per rispondere alle pressioni delle lobby non stanno producendo risultati concreti.

“Semmai, sta confondendo le idee e, a mio avviso, aumentando ancora di più l’esposizione, perché ha ampliato il margine di interpretazione”, ha dichiarato oggi Woods a Reuters.

Ricordiamo che Exxonmobile ha già cancellato un investimento di 100 milioni nel settore del riciclo della plastica, proprio per le normative europee confuse e contradditorie.

Distributore della ExxonDistributore della Exxon

Distributore della Exxon

Domande e risposte

  • Cos’è esattamente la direttiva CSDDD che spaventa Exxon? È la “Direttiva sulla due diligence in materia di sostenibilità delle imprese”. In sintesi, obbliga le grandi aziende che operano in UE a monitorare e prevenire attivamente gli impatti negativi su ambiente e diritti umani lungo tutta la loro catena di fornitura globale. La vera minaccia, però, è la sanzione: la direttiva prevede multe fino al 5% del fatturato globale (non solo europeo) per chi non si adegua, un importo spropositato che le aziende vedono come un rischio ingestibile e un’ingerenza extraterritoriale.
  • Perché anche gli Stati Uniti sono contrari a questa norma europea? Gli Stati Uniti vedono la CSDDD non solo come un problema per le loro multinazionali (come Exxon), ma come una minaccia geopolitica ed economica. Il Segretario all’Energia USA l’ha definita una “crociata” che rischia di danneggiare l’accordo commerciale transatlantico. Applicando norme europee a catene di valore globali, l’UE sta di fatto cercando di imporre i propri standard al resto del mondo. Washington teme che questa mossa danneggi la competitività delle sue imprese e crei attriti commerciali non necessari tra alleati.
  • Le modifiche proposte dall’UE stanno risolvendo il problema? No, secondo il CEO di Exxon, Darren Woods, le stanno peggiorando. Nonostante le proteste abbiano spinto il Parlamento UE a rivedere il testo, Woods sostiene che i tentativi di mediazione stiano solo “confondendo le idee”. Invece di chiarire gli obblighi, le modifiche avrebbero “ampliato il margine di interpretazione”. Per un’azienda, l’incertezza normativa è spesso peggio di una regola severa ma chiara, perché aumenta l’esposizione a rischi legali e rende impossibile pianificare gli investimenti.
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