Attacco cyber contro l’Asl 1 dell’Aquila, chiesti danni per 2,5 milioni di euro. Eppure il Garante Privacy si era limitato ad un ammonimento

Ritorna in primo piano l’attacco cyber contro l’Asl 1 di Avezzano-Sulmona-L’Aquila del 2023, che aveva causato la violazione di dati sensibili personali di oltre 10mila persone. La vicenda è tornata al centro delle cronache grazie ad una recente inchiesta di Report sul Garante Privacy, oltreché per la richiesta di un risarcimento da 2,5 milioni di euro.

È stato infatti questo, secondo il Centro, “il contenuto della diffida stragiudiziale presentata contro la Asl 1 abruzzese dagli avvocati Marco Colantoni, del foro dell’Aquila, e Pier Luigi D’Amore, del foro di Avezzano“.

“La richiesta“, si legge ancora sul quotidiano abruzzese, “attualmente riguarda solo alcune tra le tante vittime del furto“. Il loro numero potrebbe però aumentare nei prossimi giorni. L’istanza “si muove su un binario parallelo rispetto al procedimento penale, le cui indagini, non concluse, sono seguite dalla Procura di Campobasso“.

Una attacco cyber senza precedenti

L’Asl 1 aveva subìto un attacco ransomware da parte del gruppo hacker criminale Monti, esfiltrando i dati di numerosi dei pazienti. Tra questi, anche gli esami medici di Matteo Messina Denaro, allora in carcere nel capoluogo abruzzese.

Per non divulgarli il gruppo aveva chiesto un riscatto. La richiesta era avvenuta attraverso una lettera pubblicata sul darkweb, rivolta direttamente a Ferdinando Romano, il direttore della Asl 1 e al Presidente della Regione Marco Marsilio.

In realtà, oltre alla lettera si era proceduto a pubblicare su un forum i primi 10 gigabyte esfiltrati dal database della Asl. In quel caso, la platea di potenziali interessati era di circa 300mila cittadini.

Solo un ammonimento

Nonostante l’importanza e la mole dei dati rubati, le conseguenze erano state molto blande. All’epoca, infatti, il Garante Privacy si era limitato ad ammonire “tale titolare del trattamento per aver violato le disposizioni“.

Non era arrivata nessuna sanzione. La scelta di non adottare delle misure più pesanti era avvenuta in ragione della “sua cooperazione, ben oltre gli obblighi previsti dalla legge” della stessa Azienda.

Il tutto, pur accertando una serie di importanti violazioni nel trattamento dei dati. Su tutte, la mancata adozione di misure adeguate. Sia per “rilevare tempestivamente la violazione dei dati personali“, che “a garantire la sicurezza delle reti e di misure organizzative per assicurare la consapevolezza e l’accesso degli incaricati ai sistemi“.

È su questo punto che, secondo D’Amore e Colantoni, si gioca tutta la partita. Questa la loro linea: “Il Garante ha accertato le violazioni. È un fatto pressoché incontrovertibile e il presupposto fondamentale per procedere“.

Secondo Report, al contrario, la volontà di non punire l’Asl 1 doveva ricollegarsi ad un evidente conflitto d’interesse. “Il programma“, ha scritto il Centro, “aveva messo a fuoco in particolare il rapporto tra Guido Scorza, componente del collegio dell’Authority, e lo studio legale E-Lex, che lo stesso Scorza aveva fondato. Studio legale poi assunto dalla Asl aquilana per difendere i propri interessi dalle conseguenze legali del furto di dati.

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Cloud forensics: acquisizione delle prove in ambienti multi-tenant e chain of custody nei cloud ibridi

La migrazione massiva verso architetture cloud ha ridefinito completamente i paradigmi dell’informatica forense. Se per decenni la digital forensics si è sviluppata intorno al concetto di acquisizione di dispositivi fisicamente delimitati – hard disk, server on-premise, dispositivi mobili – oggi ci troviamo di fronte a una realtà dove i confini tra evidenze digitali, infrastrutture e giurisdizioni sono diventati labili, quando non del tutto evanescenti.

Il cloud computing, nella sua essenza distribuita e virtualizzata, rappresenta molto più di una semplice evoluzione tecnologica: costituisce una rottura epistemologica rispetto ai fondamenti stessi dell’investigazione digitale. La questione non è più “dove si trova la prova”, ma piuttosto “come possiamo garantire l’integrità e l’ammissibilità di un’evidenza che non esiste in un luogo fisico determinabile e che condivide risorse computazionali con centinaia di altri soggetti giuridici?”.

Multi-tenancy: quando la segregazione logica diventa questione forense

L’architettura multi-tenant – pietra angolare dell’efficienza economica del cloud – rappresenta il primo, fondamentale nodo problematico per l’investigatore digitale. In questi ambienti, molteplici entità giuridicamente distinte condividono non solo l’infrastruttura hardware sottostante, ma spesso anche layer applicativi, storage pool e risorse di rete virtualizzate. La segregazione logica sostituisce quella fisica, affidandosi a meccanismi di isolamento implementati via software: hypervisor, container, policy di accesso, crittografia a livello di tenant.

Dal punto di vista forense, questa condivisione introduce rischi di contaminazione probatoria senza precedenti nel mondo on-premise. L’acquisizione di un’immagine forense tradizionale – il gold standard della disciplina – diventa tecnicamente impossibile o giuridicamente inammissibile. Come si può procedere al sequestro di un intero storage array quando questo contiene simultaneamente dati di decine di organizzazioni, molte delle quali del tutto estranee all’indagine? La risposta ovvia – acquisire solo i dati del tenant sotto investigazione – apre però ulteriori interrogativi sulla completezza dell’evidenza e sulla possibilità di alterazioni.

Il rischio di cross-contamination non è meramente teorico. In ambienti virtualizzati, fenomeni di data bleeding attraverso cache condivise, side-channel attacks, o semplicemente errori di configurazione nelle politiche di isolamento, possono portare a fughe di dati tra tenant. Per l’investigatore, verificare l’assenza di tali contaminazioni richiede una comprensione profonda dell’architettura del cloud service provider, informazioni che raramente sono accessibili per ragioni di sicurezza e segreto industriale.

Come evidenziato nella letteratura specialistica su cloud computing forensics, le criticità dovute alla volatilità delle risorse virtualizzate e all’inaccessibilità delle risorse fisiche rappresentano ostacoli significativi per qualsiasi indagine digitale.

La catena di custodia nel paradigma ibrido: continuità o fiction giuridica?

Se il multi-tenant complica l’acquisizione, gli ambienti cloud ibridi mettono in crisi il concetto stesso di chain of custody. La catena di custodia – principio cardine dell’ammissibilità probatoria – presuppone la capacità di documentare ogni passaggio della prova, dalla sua acquisizione fino alla sua presentazione in sede giudiziaria, garantendo che non vi siano state alterazioni, sostituzioni o manipolazioni.

In un ambiente ibrido, dove i dati migrano dinamicamente tra infrastrutture on-premise, cloud privati e cloud pubblici, spesso attraversando molteplici giurisdizioni nel corso di normali operazioni business, questa documentazione diventa straordinariamente complessa. Un file oggetto di indagine potrebbe essere stato creato in un data center aziendale in Italia, replicato automaticamente in un cloud storage AWS situato in Irlanda per ragioni di business continuity, processato da un servizio di analytics ospitato su Google Cloud in Belgio, e infine archiviato in forma compressa su Azure negli Stati Uniti, il tutto nell’arco di poche ore e senza alcun intervento umano.

Ciascun “salto” in questa catena rappresenta un potenziale punto di rottura forense. Come garantire che i timestamp siano affidabili quando attraversano time zone e sistemi con clock potenzialmente non sincronizzati? Come documentare le trasformazioni che il dato subisce – compressione, crittografia, de-duplicazione – mantenendo la possibilità di risalire alla forma originale? Come tracciare chi ha avuto accesso al dato quando i log sono anch’essi distribuiti tra sistemi diversi, gestiti da fornitori diversi, soggetti a politiche di retention diverse?

Il quadro normativo italiano: tra evoluzione e lacune

La legislazione italiana, con il Codice di procedura penale e le sue norme sull’acquisizione di prove informatiche, è stata concepita in un’era pre-cloud. L’articolo 247, comma 1-bis del c.p.p. sulla perquisizione di sistemi informatici, introdotto con la Legge 48/2008 di ratifica della Convenzione di Budapest, stabilisce che quando vi è fondato motivo di ritenere che dati, informazioni o programmi informatici pertinenti al reato si trovino in un sistema informatico o telematico, “ne è disposta la perquisizione, adottando misure tecniche dirette ad assicurare la conservazione dei dati originali e ad impedirne l’alterazione”.

Analogamente, l’articolo 244, comma 2 del c.p.p. sulle ispezioni prevede la possibilità di disporre operazioni tecniche “anche in relazione a sistemi informatici o telematici, adottando misure tecniche dirette ad assicurare la conservazione dei dati originali e la loro inalterabilità”.

Tuttavia, queste disposizioni non affrontano esplicitamente le peculiarità degli ambienti distribuiti e multi-tenant. L’articolo 254-bis del c.p.p. sul sequestro di dati informatici presso fornitori di servizi, pur consentendo l’acquisizione mediante copia su adeguato supporto, non disciplina specificamente le situazioni in cui i dati siano replicati in più giurisdizioni o condividano risorse con altri soggetti.

Il recente disegno di legge che ha introdotto l’articolo 254-ter del c.p.p. rappresenta un importante passo avanti nella direzione di una maggiore proceduralizzazione del sequestro di dispositivi elettronici, ma permangono zone grigie interpretative dove prassi operative e principi giurisprudenziali devono essere costantemente adattati a una realtà tecnologica in rapida evoluzione.

Metodologie forensi adattive: tra compromessi tecnici e garanzie legali

Di fronte a queste complessità, la comunità forense ha sviluppato approcci metodologici alternativi, che rappresentano però altrettanti compromessi rispetto agli standard tradizionali. L’acquisizione “live” – la raccolta di dati da sistemi in funzione – diventa spesso l’unica opzione praticabile in ambienti cloud dove il concetto di “spegnimento” è privo di significato o comporterebbe la distruzione di evidenze volatili.

Le snapshot di macchine virtuali offrono un surrogato dell’immagine forense completa, ma sollevano interrogativi sulla loro affidabilità. Una snapshot è realmente una rappresentazione fedele dello stato del sistema al momento dell’acquisizione, o può essere influenzata da operazioni di copy-on-write, cache non ancora sincronizzate, o stato di memoria non persistito? La risposta dipende dall’implementazione specifica dell’hypervisor e dalle configurazioni del cloud provider, creando una dipendenza dalla “black box” del fornitore che è antitetica ai principi di verificabilità e riproducibilità della scienza forense.

L’utilizzo di API proprietarie per l’estrazione di dati introduce un’ulteriore mediazione tra investigatore e evidenza. Quando si richiede a un cloud provider l’esportazione di determinati dati attraverso le sue API, si sta implicitamente delegando a tale provider il processo di selezione e formattazione dell’evidenza. Come garantire che l’API non stia omettendo metadati rilevanti? Come verificare che il processo di esportazione non abbia alterato timestamp o altre proprietà forensemente significative?

Gli strumenti specializzati per la cloud forensics come Magnet AXIOM Cloud, Cellebrite UFED Cloud Analyzer, o i Google Cloud Forensics Utils, pur rappresentando un progresso significativo, rimangono dipendenti dalle capacità e dalle limitazioni delle piattaforme cloud sottostanti.

La dimensione giurisdizionale: il cloud come catalizzatore di conflitti normativi

La natura intrinsecamente transnazionale del cloud amplifica problematiche giurisdizionali che, pur non essendo nuove nel cybercrime, assumono qui una complessità senza precedenti. Il Regolamento (UE) 2023/1543 del 12 luglio 2023, relativo agli ordini europei di produzione e conservazione di prove elettroniche nei procedimenti penali, entrato in vigore il 18 agosto 2023 e applicabile dal 18 agosto 2026, tenta di fornire un framework per l’accesso transfrontaliero alle prove elettroniche.

Questo strumento normativo, accompagnato dalla Direttiva (UE) 2023/1544 sulla designazione di rappresentanti legali dei prestatori di servizi, rappresenta un significativo passo avanti. Il Regolamento consente alle autorità giudiziarie di emettere ordini europei di produzione direttamente ai prestatori di servizi di un altro Stato membro, con tempi di risposta di 10 giorni (8 ore in caso di emergenza), bypassando le tradizionali procedure di mutua assistenza giudiziaria che richiedevano mesi.

Tuttavia, la sua applicazione pratica in scenari cloud ibridi solleva più domande di quante ne risolva. Quando un’autorità giudiziaria italiana emette un provvedimento di acquisizione per dati ospitati in un cloud ibrido, quale entità è legittimata a dare esecuzione? Il cloud provider, che potrebbe avere sede legale in un altro Stato membro? Il cliente finale, che però potrebbe non avere accesso tecnico ai dati in questione? E se i dati sono replicati in giurisdizioni multiple, incluse giurisdizioni extra-UE, quale regime normativo prevale per quanto riguarda la protezione dei dati personali e i diritti dei soggetti coinvolti?

Il conflitto con il CLOUD Act statunitense

Il conflitto potenziale con normative extra-europee – in particolare il CLOUD Act (Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act) statunitense, approvato il 23 marzo 2018 – introduce ulteriori livelli di complessità. Il CLOUD Act autorizza le autorità federali statunitensi a obbligare i fornitori di servizi soggetti alla giurisdizione USA a produrre dati richiesti, indipendentemente dalla loro ubicazione fisica.

Un cloud provider americano operante in Europa potrebbe trovarsi simultaneamente soggetto a un ordine di produzione da parte delle autorità italiane e a un ordine concorrente da parte delle autorità statunitensi, configurando una situazione di impossibilità giuridica che paralizza l’investigazione. Il Garante europeo della protezione dei dati (EDPB) ha considerato il CLOUD Act in conflitto con il GDPR, posizione confermata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza Schrems II del 2020.

Verso una forensics “cloud-native”: ripensare i fondamenti

La constatazione che emerge da questa analisi è che gli approcci tradizionali della digital forensics, basati su acquisizione completa, verificabilità attraverso hash crittografici e catene di custodia lineari, sono sempre più inadeguati per gli ambienti cloud. Non si tratta di meri limiti tecnici superabili con strumenti migliori, ma di un’incompatibilità concettuale tra il modello forense classico e la natura stessa del cloud computing.

Forse è necessario un cambio di paradigma. Invece di tentare di adattare metodologie nate per i sistemi stand-alone al cloud, dovremmo sviluppare una forensics genuinamente “cloud-native”, che accetti la volatilità, la distribuzione e la multi-tenancy non come ostacoli ma come caratteristiche intrinseche dell’ambiente investigativo.

Questo potrebbe significare:

  • Maggiore enfasi sulla registrazione continua e tamper-proof degli eventi (immutable logging)
  • Utilizzo di tecnologie blockchain per certificare chain of custody distribuite
  • Implementazione di meccanismi di “forensic readiness” progettati dal cloud provider stesso come parte dell’architettura di servizio
  • Adozione di standard internazionali per la certificazione forensica in ambienti cloud (ISO/IEC 27050, ISO/IEC 27037)

Sul fronte normativo, è necessaria una riflessione più profonda su cosa costituisca una “prova adeguata” in un contesto cloud. Il principio di ammissibilità non può più essere binario – conforme agli standard tradizionali quindi ammissibile, non conforme quindi inammissibile – ma deve articolarsi in una valutazione più sfumata del grado di affidabilità, contestualizzata rispetto alle possibilità tecniche effettive dell’ambiente investigato.

Best practice emergenti e raccomandazioni operative

Per affrontare le sfide della cloud forensics in ambienti multi-tenant, si stanno consolidando alcune best practice:

1. Forensic readiness proattiva

Le organizzazioni dovrebbero implementare misure preventive che facilitino future indagini:

  • Logging centralizzato e immutabile di tutte le operazioni
  • Configurazione di retention policy adeguate per i log
  • Definizione chiara dei ruoli e responsabilità nella gestione delle evidenze
  • Accordi contrattuali con i cloud provider che includano clausole di cooperazione forense
2. Documentazione rigorosa

Ogni fase dell’acquisizione deve essere documentata meticolosamente:

  • Timestamp sincronizzati con fonti di tempo certificate
  • Metadata completi su ogni artefatto acquisito
  • Registrazione di tutte le trasformazioni applicate ai dati
  • Tracciabilità completa della catena di custodia anche attraverso ambienti distribuiti
3. Competenze specialistiche

Gli investigatori devono possedere:

  • Conoscenza approfondita delle architetture cloud (IaaS, PaaS, SaaS)
  • Familiarità con i principali cloud provider e le loro API
  • Comprensione delle tecnologie di virtualizzazione e containerizzazione
  • Competenze in materia di diritto internazionale e giurisdizioni concorrenti
4. Collaborazione con i provider

È essenziale stabilire:

  • Canali di comunicazione diretti per situazioni di emergenza
  • Procedure standardizzate per le richieste di evidenze
  • Accordi di livello di servizio (SLA) che includano tempi di risposta per le richieste forensi
  • Formazione congiunta su procedure e strumenti

Conclusioni: l’urgenza di un dialogo interdisciplinare

La cloud forensics non è una sfida meramente tecnica, né esclusivamente giuridica. È piuttosto il punto di convergenza dove tecnologia, diritto procedurale, diritti fondamentali e interessi economici si intrecciano in modi che sfidano le categorie tradizionali di ciascuna di queste discipline.

L’investigatore digitale del futuro dovrà possedere competenze che spaziano dall’architettura dei sistemi distribuiti al diritto internazionale, dalla crittografia alla procedura penale comparata. Ma ancor più importante, dovrà essere parte di un ecosistema collaborativo che includa cloud provider, legislatori, autorità di regolamentazione e comunità accademica, tutti impegnati a riscrivere le regole del gioco investigativo per un mondo dove “il luogo del delitto” è ovunque e in nessun luogo.

La posta in gioco non è accademica. L’incapacità di sviluppare metodologie forensi efficaci per gli ambienti cloud rischia di creare zone franche per la criminalità digitale, spazi dove l’illecito può prosperare non per mancanza di prove, ma per impossibilità di acquisirle in forme giuridicamente utilizzabili. Al contempo, risposte affrettate o tecnicamente ignoranti rischiano di compromettere diritti fondamentali – dalla privacy alla protezione dei dati personali – di soggetti del tutto estranei alle indagini.

Trovare l’equilibrio tra efficacia investigativa e tutela dei diritti in ambienti cloud ibridi e multi-tenant è forse la sfida più complessa che la digital forensics abbia mai affrontato. È una sfida che non possiamo permetterci di perdere, perché da essa dipende la credibilità stessa del sistema giudiziario nell’era digitale.

Fonti:

Codice di procedura penale italiano, artt. 244, 247, 254-bis, 254-ter

Legge 48/2008 – Ratifica Convenzione di Budapest

Regolamento (UE) 2023/1543

Direttiva (UE) 2023/1544

CLOUD Act (USA)

Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR)

ISO/IEC 27037:2012

ISO/IEC 27050:2016 – Electronic discovery

Digital Forensics: come si evolve la legge contro i reati informatici – ICT Security Magazine

Cloud Computing Forensics: Peculiarità e Indicazioni Metodologiche – ICT Security Magazine

Cloud Computing Forensics, elementi di data security e protection – ICT Security Magazine

Regolamento europeo sugli ordini di e-evidence – EUR-Lex

Articoli del Codice di procedura penale – Filodiritto

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Ransomware 2025: l’era dei negoziatori e della data exfiltration

Nel secondo trimestre del 2025, il ransomware ha attraversato una trasformazione tanto profonda quanto inquietante, evolvendo da minaccia informatica a ecosistema criminale complesso che richiede competenze specialistiche per essere affrontato. Secondo il rapporto Q2 2025 di Coveware by Veeam, il pagamento medio per attacco ransomware ha raggiunto 1,13 milioni di dollari, un incremento del 104% rispetto al primo trimestre dello stesso anno. Ma questa cifra racconta solo una frazione di una storia molto più complessa, dove la figura del negoziatore ransomware è emersa dall’ombra per diventare protagonista indispensabile di una crisi che coinvolge tecnologia, diritto, etica e psicologia.

Il dato più significativo riguarda la percentuale di vittime che decidono di pagare il riscatto: il 26% secondo i dati Coveware, una percentuale che si è mantenuta stabile rispetto al trimestre precedente nonostante l’aumento drammatico degli importi. Parallelamente, l’esfiltrazione dei dati ha superato la criptazione come principale metodo di estorsione: il 74% degli attacchi nel secondo trimestre 2025 ha incluso il furto di informazioni sensibili, trasformando radicalmente le dinamiche del confronto tra vittime e criminali. Come sottolinea Bill Siegel, CEO di Coveware, “il secondo trimestre del 2025 segna un punto di svolta per il ransomware, dove social engineering mirato e data exfiltration sono diventati il playbook dominante”.

Questa evoluzione ha generato una professione tanto controversa quanto necessaria: il negoziatore ransomware. Figure che operano nell’intersezione tra cybersecurity, intelligence e psicologia criminale, capaci di interfacciarsi con organizzazioni criminali sofisticate per minimizzare i danni e, quando necessario, condurre trattative che possono valere milioni di dollari. Il fenomeno solleva questioni etiche e legali complesse, ma la domanda per questi servizi non è mai stata così alta in un panorama dove, come documenta Help Net Security nell’aprile 2025, ogni decisione può determinare la sopravvivenza stessa dell’organizzazione colpita.

Il modello Ransomware-as-a-Service nel 2025

Il Ransomware-as-a-Service ha subito nel 2025 quella che Coveware definisce una crisi strutturale profonda. Il modello RaaS “rimane irrimediabilmente compromesso” dopo che i gruppi che hanno pionieristicamente utilizzato questo framework sono stati esposti come caratterizzati da conflitti interni, inganni, profitti persi e anonimato compromesso per i loro affiliati. Le operazioni di law enforcement coordinate nel 2024 hanno sistematicamente danneggiato le risorse su cui gli attori ransomware dipendono per operare, mettendo anche alcuni criminali dietro le sbarre nel caso di minacce domestiche.

Questo collasso ha dato origine a un panorama frammentato dominato da tre categorie di attori secondo l’analisi Coveware del Q1 2025: operatori solitari non affiliati (“lone wolf”), un gruppo di nuovi brand ransomware che confondono i confini tra crimine finanziario motivato, spionaggio e hacktivism, e pochi gruppi sopravvissuti dell’era precedente. RansomHub, che aveva raggiunto una quota di mercato a due cifre, è improvvisamente scomparso intorno al 2 aprile 2025, con l’infrastruttura del gruppo che si è disconnessa. Sebbene la scomparsa abbia seguito reportage recenti che collegavano RansomHub all’entità sanzionata conosciuta come Evil Corp, rimane poco chiaro se questo sia stato un fattore contribuente.

Nel secondo trimestre 2025, come documenta il rapporto ufficiale Coveware, i tre gruppi più attivi sono stati Akira con il 19% degli attacchi, Qilin con il 13% e i cosiddetti “Lone Wolf” con il 9%. Per la prima volta, Silent Ransom e Shiny Hunters sono entrati nella top five, riflettendo un panorama delle minacce dinamico con nuovi entranti che rimodellano le classifiche. Questi gruppi hanno abbandonato gli attacchi opportunistici di massa per colpi di precisione, utilizzando nuove tattiche di impersonificazione contro help desk, dipendenti e fornitori di servizi terzi.

L’intelligenza artificiale sta ulteriormente complicando il quadro. Il rapporto Q2 2025 di Check Point evidenzia come i threat actors stiano utilizzando AI per automatizzare le comunicazioni e affinare le tecniche di social engineering. Scattered Spider, Silent Ransom e Shiny Hunters hanno dominato il secondo trimestre 2025 proprio grazie a tattiche di ingegneria sociale altamente mirate, rappresentando quella che Coveware identifica come le “minacce più grandi” del periodo.

I negoziatori ransomware: professionisti nell’ombra

La figura del negoziatore ransomware si è consolidata nel 2025 come componente essenziale della risposta agli incidenti, nonostante permangano controversie etiche e legali sulla sua stessa esistenza. Come racconta Jason Baker, analista lead del GuidePoint Research and Intelligence Team in un’intervista a Assured nel febbraio 2025, “Le persone spesso ci chiedono come facciamo a essere «tranquilli» con l’idea di interagire con i threat actors. La mia risposta è che una volta che smetti di vederla come «facilitazione» di un crimine e cominci a considerarla come un modo per contenere, limitare e ostacolare l’attaccante con ogni risorsa disponibile, diventa molto più semplice.”

I negoziatori non sono improvvisati: molti provengono da background in intelligence militare, forze dell’ordine o incident response. GuidePoint Security, una delle principali società del settore attiva dal 2023, riporta che il proprio team ha “dimostrato successo nel negoziare accordi con riduzioni che superano l’85%”. Secondo un comunicato Business Wire dell’agosto 2023, le capacità di negoziazione ransomware di GRIT (GuidePoint Research and Intelligence Team) hanno ridotto la richiesta media di riscatto del 50%, con la riduzione più grande pari all’85% rispetto alla richiesta originale.

Questi professionisti operano su database proprietari di threat actors che consentono strategie negoziali basate sull’evidenza e valutazioni realistiche degli outcome probabili, un vantaggio informativo che nessuna organizzazione vittima potrebbe possedere autonomamente. Il processo negoziale si articola in fasi precise. Come spiega Richard Foster, negoziatore che attinge alla propria esperienza nella gestione delle crisi ostaggio per le forze dell’ordine britanniche in un’analisi per BankInfoSecurity nel marzo 2025, “la negoziazione è più un gioco di pensiero, in cui cerchi di essere più furbo degli hacker per guadagnare tempo e accertare informazioni preziose”.

Il caso Royal Mail del gennaio 2023, analizzato in dettaglio nell’articolo di BankInfoSecurity, illustra perfettamente il valore strategico della negoziazione anche quando non si intende pagare. Il negoziatore professionista, presentandosi come junior IT staff per ridurre la percezione di autorità decisionale, ha esteso le trattative con LockBit per tre settimane. Durante questo periodo, Royal Mail ha potuto identificare quali file erano stati esfiltrati, valutare se contenessero dati personali e preparare una strategia di risposta. L’azienda non ha mai pagato, ma la negoziazione ha trasformato una crisi caotica in un processo gestito.

Coveware, leader globale nella risposta agli incidenti ransomware e acquisita da Veeam nell’aprile 2024, ha sviluppato strumenti proprietari come Recon e Unidecrypt specificamente per supportare il processo negoziale. Recon consente di prevedere con accuratezza i costi e le tempistiche di recupero, informazioni cruciali per determinare se la negoziazione di un pagamento abbia senso economico. L’azienda sottolinea che il proprio team di case manager specializzati negozia 24/7 per conto dei clienti, liberando i team interni per concentrarsi sul recovery tecnico.

Le questioni legali ed etiche della negoziazione

La decisione di negoziare con i ransomware operators solleva immediatamente complesse questioni legali che possono trasformare la vittima in potenziale criminale. Come documenta l’analisi di DLA Piper, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro americano ha emesso nell’ottobre 2020 un advisory alle aziende che pagano o facilitano un pagamento di riscatto, avvertendole che le vittime di attacchi ransomware e le terze parti che assistono queste vittime potrebbero violare le leggi federali se pagano o facilitano il pagamento a un individuo o entità sanzionata, intenzionalmente o meno.

Le penalità possono essere criminali o civili, e le violazioni sono reati di strict liability (cioè violazioni indipendentemente dalla colpevolezza). Le multe per violazioni possono essere sostanziali, arrivando fino a 20 milioni di dollari e reclusione. L’advisory nota che penalità civili possono essere imposte per violazioni di sanzioni anche se le parti che iniziano o facilitano la transazione non sapevano o non avevano ragione di sapere di essere coinvolte in una transazione proibita.

Questo crea un dilemma kafkiano: un’organizzazione sotto attacco deve rapidamente determinare l’identità del proprio attaccante – processo lungo e spesso inconcludente – prima di poter anche solo considerare un pagamento. Come nota l’intervista a Nexus nel febbraio 2024, “negoziare e pagare sono due cose molto diverse”, e la prima fase critica consiste proprio nel verificare che eventuali fondi non finirebbero in mani proibite.

La questione è ulteriormente complicata dalla proliferazione di leggi statali. Florida, North Carolina e Tennessee hanno approvato normative che proibiscono alle entità del settore pubblico di pagare riscatti, come riporta TechTarget. A livello internazionale, secondo l’analisi di Acronis, gli stati membri dell’Unione Europea possono imporre multe per i pagamenti di riscatti nell’ambito della Direttiva NIS (Network and Information Systems Security).

Melissa K. Ventrone, leader della practice cybersecurity, data protection and privacy presso lo studio legale internazionale Clark Hill e intervistata da TechTarget, sostiene che le vittime dovrebbero assumere negoziatori professionisti proprio per navigare questi rischi legali: “I negoziatori sapranno come eseguire verifiche per assicurarsi che i pagamenti non violino le sanzioni nazionali, e avranno esperienza nella gestione delle criptovalute necessarie per effettuare un pagamento di riscatto”. Le polizze di cyber insurance spesso richiedono esplicitamente l’uso di negoziatori professionali designati dall’assicuratore.

L’FBI mantiene una posizione pubblica di forte scoraggiamento verso i pagamenti. Tuttavia, come riporta TechTarget citando l’agente Paul Vassilakos, le autorità comprendono che pagare è “una decisione di business” e che “le entità devono prendere la decisione che è nel loro miglior interesse”, aggiungendo che attacchi ransomware passati hanno distrutto organizzazioni. Il consiglio implicito, come riportato nell’intervista Nexus, è di informare comunque l’FBI delle intenzioni: “Spiegare ‘guardate, siamo in difficoltà e a meno che non ci diciate diversamente, pagheremo’ rende molto difficile perseguire un’azienda in quella situazione”.

Come prevenire gli attacchi ransomware nel 2025

La prevenzione del ransomware nel 2025 richiede un approccio radicalmente diverso rispetto al passato, principalmente perché la natura degli attacchi è cambiata. Come documenta il rapporto Coveware Q2 2025, il 74% degli incidenti ora include esfiltrazione dati, rendendo insufficienti le strategie difensive focalizzate esclusivamente sulla prevenzione della criptazione. Bill Siegel avverte: “gli attaccanti non cercano solo i vostri backup – puntano alle persone, ai processi e alla reputazione dei vostri dati”.

Il social engineering è diventato il vettore dominante nel 2025. Scattered Spider, Silent Ransom e Shiny Hunters hanno dominato il secondo trimestre 2025 utilizzando ingegneria sociale altamente mirata per violare organizzazioni attraverso settori. La guida CISA #StopRansomware, aggiornata nel maggio 2023 in collaborazione con FBI, NSA e MS-ISAC, identifica come vettori primari le credenziali compromesse, vulnerabilità non corrette e forme avanzate di ingegneria sociale. I dati Coveware Q2 2025 mostrano che compromissione delle credenziali, phishing e sfruttamento di servizi remoti continuano a dominare l’accesso iniziale.

L’implementazione dell’autenticazione multifattoriale è ora considerata requisito minimo basilare. Il caso Change Healthcare del febbraio 2024 è partito da un singolo account senza MFA. Come evidenzia Microsoft nelle proprie linee guida sulla protezione ransomware, l’MFA tradizionale via SMS non basta più nel 2025: servono soluzioni resistenti al phishing basate su hardware key o biometria per resistere agli attacchi sempre più sofisticati.

La formazione del personale ha assunto importanza critica. Secondo l’IBM Cost of a Data Breach Report 2024, le organizzazioni che stabiliscono team di incident response e testano regolarmente i loro piani IR possono ridurre il costo medio di una violazione di 232.008 dollari. Come raccomanda CISA, il training non è un evento annuale ma un processo permanente. Nel contesto 2025, questo include simulazioni di impersonificazione di help desk, riconoscimento di tecniche di social engineering avanzate e consapevolezza delle tattiche di manipolazione psicologica.

I backup rappresentano l’ultima rete di salvataggio, ma devono essere implementati correttamente. Secondo il rapporto Sophos State of Ransomware 2024, il 94% delle organizzazioni colpite nel 2024 ha subito tentativi di compromissione dei propri backup da parte dei criminali. La soluzione passa attraverso storage immutabile con object lock e air-gapped backups fisicamente separati dalla rete. Veeam raccomanda test regolari di ripristino: non basta avere i backup, devono essere funzionanti e ripristinabili in tempi ragionevoli.

Protezione ransomware: resilienza nell’wra dell’esfiltrazione

La protezione efficace nel 2025 richiede l’accettazione di una verità scomoda: la compromissione è sempre più probabile. Come sottolinea Veeam nelle proprie best practice, l’obiettivo non è più prevenire ogni attacco ma costruire resilienza operativa. Un rappresentante di Coalition Incident Response stima che il 90% delle organizzazioni ha qualche forma di backup, ma la questione critica è la viabilità: “Sono stati testati? Coprono tutti i dati necessari per ripristinare le operazioni? I backup possono essere messi in funzione in modo tempestivo? Se un’azienda ha più terabyte di dati e non ha mai eseguito un backup, potrebbero volerci settimane per ripristinare completamente”.

L’architettura Zero Trust, promossa dal National Institute of Standards and Technology, parte dal principio “never trust, always verify”. Questo approccio limita drasticamente il movimento laterale: anche se un attaccante compromette un endpoint, non può automaticamente espandersi all’intera rete. L’implementazione dello Zero Trust include verifiche continue di identità, autorizzazione per ogni richiesta di accesso e segmentazione rigorosa della rete.

La statistica più significativa riguarda l’efficacia dei pagamenti. Secondo un rapporto di febbraio 2025 di Coveware, il 25% delle aziende colpite nell’ultimo trimestre del 2024 ha pagato un riscatto, rappresentando un minimo storico che Coveware definisce “pietra miliare significativa nella lotta contro il ransomware”. Il rapporto ha anche rilevato che il pagamento mediano era di 110.890 dollari, in calo del 45% rispetto al trimestre precedente. Questa tendenza riflette investimenti crescenti in sicurezza proattiva, backup robusti e training di incident response.

Il coinvolgimento delle forze dell’ordine può accelerare significativamente identificazione e contenimento. L’IBM Cost of a Data Breach Report 2024 documenta come le organizzazioni che coinvolgono le forze dell’ordine lo facciano più di 2 settimane più velocemente delle controparti DIY: 281 giorni in media per identificare (213) e contenere (68 giorni) una violazione quando le forze dell’ordine sono coinvolte, contro 297 giorni totali (220 per identificare, 77 per contenere) quando non lo sono.

Gli attacchi ransomware del 2025: nuovi pattern

Il panorama degli attacchi nel secondo trimestre 2025 si caratterizza per la predominanza di gruppi che hanno sfruttato social engineering mirato. Come documenta il rapporto Coveware, Scattered Spider, Silent Ransom e Shiny Hunters hanno dominato il trimestre, abbandonando attacchi opportunistici di massa per colpi di precisione. Akira mantiene la leadership quantitativa con il 19% degli attacchi documentati, seguito da Qilin al 13%, mentre i “lone wolf” operatori rappresentano il 9%.

La scomparsa improvvisa di RansomHub nell’aprile 2025 illustra la volatilità dell’ecosistema. Come nota il rapporto Coveware Q1 2025, l’infrastruttura del gruppo si è disconnessa intorno al 2 aprile. Questo evento sottolinea l’efficacia delle azioni di law enforcement che, pur non eliminando il fenomeno, stanno rendendo sempre più rischiosa l’operatività dei grandi brand ransomware.

I settori più colpiti nel Q2 2025 secondo Security Brief sono i servizi professionali (19,7%), healthcare (13,7%) e consumer services (13,7%). Ma la dimensione aziendale rivela la vera strategia criminale: le organizzazioni tra 11 e 1.000 dipendenti rappresentano il 64% delle vittime secondo il rapporto Coveware Q2 2025, configurando quello che viene definito “ransomware sweet spot” – abbastanza grandi da avere risorse per un pagamento significativo, ma con difese meno mature delle grandi enterprise.

Gli attacchi del 2024 hanno lasciato cicatrici profonde. UnitedHealth/Change Healthcare ha subito perdite stimate in 3,09 miliardi di dollari secondo Sangfor. Il pagamento record da 75 milioni di dollari versato a Dark Angels da un’azienda Fortune 50, come riportato da The SSL Store, ha probabilmente creato un incentivo perverso. Come nota Help Net Security, il rapporto Zscaler suggerisce che questa cifra potrebbe aver incoraggiato altri operatori a spingere per pagamenti sempre più alti.

Rimozione ransomware: il recupero senza pagamento

Trovarsi con sistemi compromessi rappresenta lo scenario peggiore, ma le opzioni di recupero senza pagamento esistono e sono sempre più utilizzate. La checklist CISA identifica l’isolamento immediato come primo passo critico: disconnettere dalla rete non solo i sistemi evidentemente compromessi, ma tutti quelli potenzialmente a rischio, considerando che molti gruppi mantengono accessi persistenti per settimane prima dell’attacco definitivo.

L’iniziativa No More Ransom, collaborazione tra Europol e oltre 180 partner, offre strumenti di decriptazione gratuiti per oltre 160 varianti di ransomware. Tra le nuove aggiunte del 2024-2025 figurano decryptor per FunkSec, Phobos, DoNex, HomuWitch e BlackBasta. Kaspersky e altri vendor mantengono database simili, costantemente aggiornati.

Tuttavia, come spiega Cynet, per le varianti moderne che utilizzano implementazioni corrette di AES-256, la decriptazione senza chiave è matematicamente impossibile. In questi casi, le opzioni sono ripristinare da backup o accettare la perdita. Il ripristino richiede prima la certezza assoluta che ogni traccia del malware sia stata eliminata.

Il tempo di recupero varia drasticamente. Secondo Cigent, la media per un attacco ransomware è di circa 22 giorni, anche se le organizzazioni più piccole con alti livelli di preparazione possono recuperare in pochi giorni, mentre quelle più grandi meno preparate dovrebbero pianificare settimane o persino mesi di downtime. Come documenta BlackFog, quasi un terzo delle PMI americane colpite non recupera mai completamente e chiude definitivamente.

La decisione di pagare resta la più difficile. L’FBI continua a sconsigliare il pagamento, ma come nota l’esperto intervistato da Help Net Security, “se fosse solo questione legale ed etica, per principio non si dovrebbe mai pagare. Ma a volte il pagamento si riduce a decisione di business piuttosto che questione etica”. Secondo TechTarget, le organizzazioni devono valutare quanto tempo richiederebbe il recupero, quanto costerebbe quel recupero, il valore di eventuali dati persi e l’impatto del downtime.

Ransomware 2025: dalla tecnologia alla strategia organizzativa

Il ransomware nel 2025 rappresenta una minaccia multidimensionale che richiede risposte altrettanto complesse. Con pagamenti medi di 1,13 milioni di dollari nel secondo trimestre, il 26% delle vittime che paga, e il 74% degli attacchi che include ora furto di dati, l’ecosistema è radicalmente mutato. L’emergere dei negoziatori professionali come figure indispensabili sottolinea quanto la risposta al ransomware sia diventata specialistica, richiedendo competenze che spaziano dalla cybersecurity alla psicologia criminale, dal diritto internazionale alla gestione delle crisi.

Le operazioni di law enforcement stanno ottenendo risultati tangibili, anche se questi gruppi dimostrano resilienza nel riorganizzarsi. La frammentazione del modello RaaS, l’ascesa dei lone wolf attackers, e lo shift verso data exfiltration come metodo primario di estorsione stanno ridefinendo il panorama. Parallelamente, gli investimenti crescenti in prevenzione, backup immutabili, formazione del personale e architetture Zero Trust stanno progressivamente spostando il bilancio di potere.

Le organizzazioni che emergeranno più forti saranno quelle che avranno compreso una verità fondamentale: il ransomware nel 2025 non è solo problema tecnologico ma sfida organizzativa che richiede preparazione culturale, processi collaudati, e la capacità di prendere decisioni difficili sotto pressione estrema. In questa nuova realtà, avere accesso ai negoziatori professionali può significare la differenza tra recupero gestibile e disastro irrecuperabile.

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Polizia giudiziaria nell’era digitale: tra codice penale e codice binario

La polizia giudiziaria italiana si trova oggi a operare in uno spazio ibrido dove la materialità fisica del reato si dissolve progressivamente in flussi di dati, tracce volatili e infrastrutture cloud distribuite su più giurisdizioni. Questa trasformazione non rappresenta semplicemente un’evoluzione degli strumenti investigativi, ma impone una ridefinizione epistemologica del concetto stesso di accertamento del fatto-reato. Quando un attacco ransomware paralizza un’infrastruttura critica, quando una frode finanziaria si consuma attraverso smart contract anonimi, quando un’operazione di spionaggio industriale avviene tramite malware persistente, gli investigatori si confrontano con una criminalità che non lascia impronte digitali nel senso tradizionale, ma genera piuttosto costellazioni di artefatti digitali la cui interpretazione richiede competenze che trascendono la formazione giuridica classica.

L’articolo 55 del Codice di Procedura Penale definisce la polizia giudiziaria come l’insieme degli ufficiali e agenti che svolgono funzioni di prevenzione e repressione dei reati, dovendo prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori e compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova. Questa definizione, cristallizzata in un’epoca in cui il crimine aveva ancora coordinate spaziotemporali definite, oggi si scontra con realtà investigative dove l’autore del reato può trovarsi in una giurisdizione, i server utilizzati in un’altra, i dati compromessi in una terza, e le conseguenze dannose manifestarsi in una quarta. La polizia giudiziaria deve quindi operare simultaneamente su piani giuridici, tecnici e geopolitici che si intersecano in modi imprevedibili.

L’asimmetria tra velocità dell’attacco e tempi dell’accertamento

Una delle contraddizioni più acute che caratterizza l’attività della polizia giudiziaria in ambito cyber riguarda la discrasia temporale tra la rapidità con cui si consumano i crimini informatici e la necessaria ponderazione dell’azione investigativa vincolata al rispetto delle garanzie procedurali. Un attacco DDoS può saturare un’infrastruttura in pochi minuti, un data breach può estrarre terabyte di informazioni in ore, ma l’acquisizione probatoria di questi eventi deve seguire protocolli forensi che garantiscano l’integrità della prova, la catena di custodia, l’irripetibilità degli atti quando necessario.

Questa tensione tra urgenza operativa e rigore procedurale non è risolvibile attraverso scorciatoie normative, ma richiede piuttosto una profonda comprensione tecnica che permetta agli investigatori di identificare quali dati sono volatili e quindi da cristallizzare immediatamente, e quali invece possono essere oggetto di successive analisi più approfondite.

La memoria RAM di un sistema compromesso, i log temporanei dei firewall, le sessioni attive nelle connessioni di rete rappresentano elementi probatori che esistono in una finestra temporale ristretta. La polizia giudiziaria deve quindi sviluppare capacità di triage investigativo che permettano di prioritizzare le attività di acquisizione sulla base non solo della rilevanza penale, ma anche della persistenza tecnica delle evidenze digitali. Questo approccio richiede una formazione che integri la conoscenza del diritto processuale penale con competenze sistemistiche profonde su architetture di rete, sistemi operativi, protocolli di comunicazione e tecniche di persistence del malware.

Il nodo gordiano della giurisdizione digitale

La dimensione transnazionale del cybercrime pone alla polizia giudiziaria sfide che non trovano facile risoluzione nel framework normativo tradizionale. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica, firmata a Budapest il 23 novembre 2001 e ratificata dall’Italia con la legge 18 marzo 2008, n. 48, ha rappresentato il primo tentativo organico di armonizzazione delle norme penali sostanziali e delle procedure investigative in materia di crimini informatici. Tuttavia, l’applicazione pratica di questi strumenti cooperativi si scontra con tempi di risposta alle rogatorie internazionali spesso incompatibili con la volatilità delle prove digitali. Un server utilizzato per un attacco può essere dismesso e riconfigurato in ore, vanificando qualsiasi tentativo di acquisizione probatoria che richieda il passaggio attraverso canali diplomatici tradizionali.

In questo contesto, emergono pratiche investigative ibride che cercano di bilanciare la sovranità territoriale con l’efficacia dell’azione di contrasto. L’accesso transfrontaliero ai dati conservati in cloud, la cooperazione diretta tra forze di polizia bypassando parzialmente i canali diplomatici, l’utilizzo di strumenti di hacking legale per accedere a sistemi ubicati in altre giurisdizioni rappresentano tutte strategie che sollevano complessi interrogativi di legittimità costituzionale e compatibilità con i diritti fondamentali. La polizia giudiziaria italiana, operando nel perimetro della Procura Europea (EPPO) – divenuta operativa il 1° giugno 2021 – e nel framework della cooperazione Europol, deve navigare tra questi strumenti con consapevolezza dei rischi di invalidità probatoria e delle implicazioni geopolitiche delle proprie azioni.

Digital forensics: quando la tecnica diventa diritto

L’attività di digital forensics rappresenta il momento cruciale in cui competenza tecnica e rilevanza giuridica si fondono indissolubilmente. L’acquisizione forense di un sistema informatico non è un’operazione neutra di mera copia di dati, ma un’attività investigativa che deve garantire simultaneamente l’integrità informatica dell’evidenza e la sua utilizzabilità processuale. La metodologia forense richiede la generazione di hash crittografici che certifichino l’immodificabilità dei dati acquisiti, la documentazione completa di ogni passaggio della catena di custodia, l’utilizzo di strumenti validati dalla comunità scientifica, la produzione di report che siano comprensibili anche a giudici privi di formazione tecnica specifica.

Questa convergenza tra rigore scientifico e utilizzabilità processuale si manifesta in modo particolare nella gestione delle prove informatiche irripetibili. L’articolo 360 del Codice di Procedura Penale prevede che quando gli accertamenti riguardano persone, cose o luoghi il cui stato è soggetto a modificazione, il pubblico ministero avvisa senza ritardo la persona sottoposta alle indagini, la persona offesa dal reato e i difensori del giorno, dell’ora e del luogo fissati per il conferimento dell’incarico e della facoltà di nominare consulenti tecnici.

Nel contesto digitale, la qualificazione di un’attività come irripetibile diventa questione di estrema delicatezza tecnica. L’accesso a un sistema crittografato potrebbe essere irripetibile se l’autore del reato, avvisato dell’indagine, modificasse le credenziali. L’analisi della memoria volatile di un sistema è per definizione irripetibile. Ma l’acquisizione di un hard disk è irripetibile o può essere oggetto di successive perizie? La risposta dipende dalla comprensione tecnica delle modalità di acquisizione utilizzate e delle garanzie di integrità implementate.

L’intelligenza artificiale come sfida epistemologica

L’ingresso dell’intelligenza artificiale sia come strumento investigativo che come vettore di attacco introduce un ulteriore livello di complessità nell’attività della polizia giudiziaria. L’utilizzo di algoritmi di machine learning per l’analisi di grandi volumi di dati sequestrati, per l’identificazione di pattern comportamentali sospetti, per la correlazione di informazioni provenienti da fonti eterogenee solleva interrogativi fondamentali sulla spiegabilità delle decisioni investigative. Quando un sistema di AI suggerisce una connessione tra eventi apparentemente non correlati, sulla base di quali parametri la polizia giudiziaria può considerare questa indicazione come elemento indiziario utilizzabile? La «black box» algoritmica è compatibile con il principio di verificabilità e contestabilità della prova tipico del processo penale?

Parallelamente, la criminalità organizzata e gli attori di minaccia avanzata (APT) stanno integrando nelle proprie operazioni strumenti di AI generativa per la creazione di malware polimorfico, per la produzione di contenuti deepfake utilizzati in truffe sofisticate, per l’automazione di attacchi di social engineering su larga scala. La polizia giudiziaria deve quindi sviluppare capacità di riconoscimento e analisi di questi artefatti sintetici, comprendendo i limiti tecnici degli attuali strumenti di detection e le implicazioni probatorie dell’attribuzione di contenuti generati artificialmente.

La formazione continua come imperativo categorico

La velocità di evoluzione tecnologica impone alla polizia giudiziaria un ripensamento radicale dei modelli di formazione. Non è più sufficiente formare specialisti cyber che affiancano gli investigatori tradizionali. È necessario che ogni operatore di polizia giudiziaria possieda una literacy digitale di base che gli permetta di riconoscere la rilevanza investigativa di evidenze digitali anche in contesti apparentemente tradizionali. Un’indagine per omicidio può richiedere l’analisi dei metadati di geolocalizzazione degli smartphone. Un’indagine per corruzione può necessitare l’esame di wallet di criptovalute. Un’indagine per traffico di stupefacenti può coinvolgere l’analisi di comunicazioni su piattaforme crittografate.

Questa formazione non può limitarsi agli aspetti tecnici, ma deve integrare la comprensione delle implicazioni giuridiche delle tecnologie investigative. L’utilizzo di trojan di Stato per l’intercettazione di comunicazioni informatiche, disciplinato in Italia dall’articolo 266-bis del Codice di Procedura Penale, richiede agli investigatori la comprensione non solo delle modalità tecniche di deployment del captatore informatico, ma anche dei limiti costituzionali di utilizzo di tali strumenti, delle garanzie richieste per la loro attivazione, delle modalità di verbalizzazione delle attività svolte. La formazione deve quindi essere interdisciplinare, coinvolgendo giuristi, informatici, esperti di intelligence e accademici in un dialogo costante.

Il bilanciamento tra sicurezza e diritti fondamentali

La polizia giudiziaria opera in una tensione permanente tra l’esigenza di efficacia investigativa e il rispetto dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Nel contesto digitale, questa tensione assume connotazioni particolarmente acute. La data retention, la conservazione generalizzata dei dati di traffico telefonico e telematico per finalità investigative, è stata oggetto di ripetute censure da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che, con sentenze del 2014, del 2020 e del 2022, ha ritenuto tale pratica – quando generalizzata e indiscriminata – incompatibile con i principi di proporzionalità e necessità. Eppure, l’accesso ai tabulati telefonici e ai log di connessione rappresenta spesso l’unico strumento investigativo efficace per ricostruire la dinamica di crimini informatici complessi.

La cifratura end-to-end delle comunicazioni, sempre più diffusa nelle piattaforme di messaggistica, pone interrogativi sulla sostenibilità del modello investigativo tradizionale basato sull’intercettazione. Le proposte normative che ipotizzano l’introduzione di backdoor crittografiche per consentire l’accesso lawful alle comunicazioni cifrate vengono contestate dalla comunità scientifica come intrinsecamente insicure e suscettibili di abuso. La polizia giudiziaria si trova quindi a dover operare in un ecosistema digitale dove ampie porzioni di comunicazioni e transazioni sono tecnicamente inaccessibili, richiedendo lo sviluppo di strategie investigative alternative basate sull’analisi dei metadati, sull’infiltrazione sotto copertura, sull’utilizzo di fonti umane.

Prospettive: verso una polizia giudiziaria 5.0

L’evoluzione della polizia giudiziaria nell’era digitale non può essere concepita come un semplice aggiornamento tecnologico dell’apparato investigativo esistente, ma richiede una trasformazione culturale e organizzativa profonda. La specializzazione settoriale, che ha caratterizzato storicamente l’organizzazione delle forze di polizia, deve essere integrata da capacità trasversali di comprensione dei fenomeni tecnologici che permeano ogni tipologia di reato. Le sezioni di polizia giudiziaria specializzate in crimini informatici non possono più essere percepite come reparti specialistici separati, ma devono diventare hub di competenza che irradiano conoscenza e supporto a tutte le articolazioni investigative.

La cooperazione pubblico-privato diventa elemento strategico irrinunciabile. Le infrastrutture digitali critiche sono prevalentemente gestite da operatori privati, i fornitori di servizi cloud detengono dati essenziali per le indagini, le aziende di cybersecurity producono intelligence sulle minacce che può essere cruciale per le attività investigative. La polizia giudiziaria deve quindi sviluppare protocolli di collaborazione che garantiscano la tempestività dell’accesso alle informazioni rispettando i vincoli di riservatezza investigativa e i limiti normativi alla condivisione di dati personali.

La dimensione predittiva e preventiva acquista rilevanza crescente. L’analisi di big data provenienti da fonti aperte, il monitoraggio di indicatori di compromissione nelle reti, l’intelligence su gruppi criminali emergenti permettono alla polizia giudiziaria di anticipare fenomeni criminali prima che producano danni irreparabili. Questo shift da un modello puramente reattivo a uno proattivo solleva ulteriori questioni etiche e giuridiche sulla legittimità di interventi basati su probabilità statistiche piuttosto che su fatti-reato già consumati.

Conclusioni: il diritto alla prova nell’era dell’immaterialità

La sfida fondamentale che la polizia giudiziaria deve affrontare nell’era digitale riguarda la preservazione del diritto alla prova in un ecosistema tecnologico sempre più complesso, distribuito e inaccessibile. La legitimacy del sistema penale si fonda sulla possibilità di accertare i fatti attraverso un contraddittorio probatorio dove accusa e difesa possano confrontarsi su evidenze verificabili e contestabili. Quando le prove diventano artefatti digitali la cui interpretazione richiede competenze specialistiche raramente disponibili anche nelle difese tecnicamente attrezzate, quando le tecniche investigative si basano su strumenti proprietari non verificabili indipendentemente, quando le decisioni algoritmiche influenzano le direzioni investigative senza essere pienamente comprensibili, il rischio è quello di un’erosione della parità delle armi processuali.

La polizia giudiziaria ha quindi la responsabilità non solo di sviluppare efficaci capacità investigative tecnologiche, ma anche di garantire che queste capacità siano esercitate in modo trasparente, verificabile, sottoposto a controllo giurisdizionale effettivo. La documentazione completa delle metodologie utilizzate, la validazione scientifica degli strumenti forensi, la formazione dei magistrati sui limiti e le potenzialità delle prove digitali, la disponibilità di perizie difensive realmente contrapponibili non sono accessori tecnici ma garanzie costituzionali essenziali. Solo preservando questi equilibri la polizia giudiziaria può continuare a svolgere la sua funzione di accertamento della verità processuale in un mondo dove la materialità fisica del crimine è sempre più un’eccezione che una regola.

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Giovani hacker: perché scelgono il lato oscuro dell’hacking

L’età media degli hacker arrestati negli Stati Uniti è precipitata a 19 anni, rispetto ai 37 anni per tutti gli altri crimini, secondo il Supervisory Special Agent William McKeen dell’FBI (maggio 2024), e il 61% dei giovani coinvolti nel cybercrime ha iniziato a sperimentare con tecnologie prima dei 16 anni secondo la UK National Crime Agency.

Questa drammatica inversione generazionale non è un semplice dato statistico, ma il sintomo di una trasformazione radicale nel panorama della sicurezza informatica. I crimini informatici sempre più sofisticati vengono perpetrati da individui “sempre più giovani”, una tendenza definita “terrificante” da McKeen alla RSA Conference 2024.

Il fenomeno si spiega con la convergenza di tre fattori: il crollo delle barriere tecniche all’ingresso nel cybercrime, l’esplosione di strumenti pronti all’uso accessibili su piattaforme mainstream come Telegram (che ha raggiunto 1 miliardo di utenti attivi mensili nel marzo 2025), e motivazioni psicologiche profondamente radicate nell’ego, nel riconoscimento tra pari e nella ricerca di identità. Questo rapporto analizza il decennio 2015-2025, durante il quale Cybersecurity Ventures ha previsto che il cybercrime potrebbe costare 10,5 trilioni di dollari annui entro il 2025, e l’hacktivismo si è trasformato da movimento anti-establishment in strumento, sempre più spesso, di cyber warfare statale.

La psicologia dei giovani hacker: ego, sfida intellettuale e appartenenza

La ricerca accademica degli ultimi dieci anni ha demolito gli stereotipi romantici sull’hacker solitario spinto dalla pura curiosità intellettuale. Lo studio di Hani et al. pubblicato su Frontiers in Computer Science nell’aprile 2024 è riuscito con accuratezza a predire i tipi di hacker utilizzando i Big Five personality traits, identificando quattro temi motivazionali dominanti: la compulsione ad hackerare, la curiosità, il controllo e l’attrazione per il potere, e il riconoscimento tra pari e l’appartenenza al gruppo. La teoria del flusso psicologico (flow state) di Csikszentmihalyi spiega come gli hacker sperimentino stati di concentrazione intensa e distorsione temporale durante gli attacchi, creando un’esperienza intrinsecamente gratificante che facilita l’escalation verso comportamenti criminali man mano che le competenze si sviluppano.

I black hat hacker presentano profili psicologici distintamente diversi dagli ethical hacker. La ricerca ha identificato nell’apertura all’esperienza il tratto dominante dei black hat, caratterizzati dalla volontà di affrontare sfide creative e spinti da fama, guadagno finanziario, vendetta e auto-gratificazione.

Al contrario, i white hat mostrano livelli più elevati di gradevolezza e coscienziosità. I gray hat, che oscillano tra comportamenti etici e malevoli, presentano come tratto dominante il nevroticismo, spesso essendo ex-black hat in fase di transizione. Questa distinzione non è meramente accademica: lo studio coreano del 2023 che ha analizzato i crimini di hacking attraverso interviste con specialisti di polizia ha rivelato che il 35,71% dei crimini di hacking legati all’integrità erano motivati dal “divertimento”, superando qualsiasi altra motivazione.

Il professor Thomas J. Holt della Michigan State University ha documentato attraverso ricerche pluriennali pubblicate su British Journal of Criminology e Crime and Delinquency come i mercati del cybercrime operino con strutture economiche reali e incentivi chiari.

La sua analisi dei forum russi che facilitano la distribuzione di malware ha rivelato dinamiche sociali che strutturano le relazioni acquirente-venditore e il trasferimento di conoscenze tra hacker esperti e novizi. Il software malevolo è diventato così sofisticato che gli individui ora vendono vari programmi e servizi attraverso mercati elettronici dove i dati possono essere comprati e venduti con la stessa facilità di prodotti legittimi. Questa professionalizzazione ha creato un fenomeno economico reale con impatto e conseguenze economiche tangibili, come sottolineato dallo stesso Holt.

La ricerca di riconoscimento tra pari rappresenta un motore motivazionale particolarmente potente per i giovani. Gli studi dimostrano consistentemente che gli hacker “si associano con altri individui che si impegnano anch’essi in comportamenti di hacking sotto forma di associazioni puramente elettroniche, come sessioni di chat online, o più intimamente attraverso club di hacking come Cult of the Dead Cow e Legion of Doom”.

Le convention come DefCon forniscono luoghi dove gli hacker “condividono le loro competenze, idee e informazioni tecniche” per guadagnare status e riconoscimento. La ricerca di Hani et al. ha identificato che gli individui sviluppano identità di hacker attraverso il “desiderio di esprimere se stessi”, “sperimentare autonomia/libertà” e “sviluppare compagnia tra pari”, servendo così funzioni di costruzione identitaria particolarmente rilevanti durante l’adolescenza.

La meta-analisi del 2023 che ha esaminato 48 articoli e 903 effect sizes sul cybercrime giovanile ha confermato che i fattori legati ai pari sono risultati importanti per tutti e tre i tipi di cybercrime studiati (cyberstalking, sexting, hacking). Per il cyberstalking, la precedente perpetrazione e vittimizzazione online e offline sono risultati fattori di rischio significativi. I tratti oscuri della personalità si sono rivelati significativi per cyberstalking e sexting, mentre l’elevata preoccupazione per il computer è emersa come fattore di rischio per cyberstalking e hacking. Lo studio ha trovato che la pressione dei pari per il sexting e i pari devianti per cyberstalking e hacking giocano ruoli cruciali nell’iniziazione e continuazione dei comportamenti criminali online.

Black hat versus hacktivism: motivazioni divergenti, stesse competenze tecniche

La distinzione tra black hat hacker e hacktivisti non risiede nelle capacità tecniche ma nelle motivazioni fondamentali e nelle strutture comunitarie che li supportano.

Lo studio di Romagna del 2023 pubblicato su Information, Communication & Society, basato su interviste con 28 hacktivisti auto-identificati e analisi di database di defacement, ha identificato le motivazioni primarie degli hacktivisti: esporre la cattiva condotta politica/delle élite (18 su 28 rispondenti), esporre i pedofili (4 su 21 coinvolti in #OpPedo e #OpPedoHunt), difesa della giustizia sociale, trasparenza e responsabilità, e resistenza alla censura. Un partecipante alla ricerca ha dichiarato: “Devo sottolineare che ho sempre avuto una bussola moralmente giusta e questo argomento ha toccato un nervo ed è stata la prima operazione ‘hactivista’ a cui mi sono sentito veramente impegnato”.

Gli hacktivisti mostrano “identità di gruppo politicizzate, convinzioni morali più forti, rabbia, credenze di efficacia di gruppo e partecipativa”, elementi che li distinguono nettamente dai black hat focalizzati sulla sofisticazione tecnica per il profitto. Gli hacktivisti cercano visibilità attraverso la copertura mediatica per amplificare i loro messaggi politici, mentre i black hat preferiscono l’anonimato per proteggere le loro operazioni lucrative. Gli attacchi hacktivisti servono spesso come “protesta simbolica” per sollevare consapevolezza su questioni percepite come ingiustizie, mentre gli attacchi black hat perseguono guadagni tangibili attraverso furto di dati, ransomware e vendita di informazioni rubate.

La professoressa Gabriella Coleman di Harvard, con oltre 7.306 citazioni e riconosciuta come la principale autorità sulle culture hacker e Anonymous, ha teorizzato nel suo libro “Hacker, Hoaxer, Whistleblower, Spy: The Many Faces of Anonymous” (2014) il concetto di “generi di hacker” che contestano l’etica hacker singolare.

Coleman identifica genealogie storiche distinte da cui emergono gli hacker, ciascuna con lezioni etiche uniche: gli hacker del Free/Open Source Software, i collettivi hacktivisti come Anonymous, i ricercatori di sicurezza white hat, ognuno con il proprio “mestiere e astuzia dell’hacking”. La sua descrizione di Anonymous attraverso il motivo del trickster archetipico – “spesso non essendo un personaggio molto pulito e rispettabile, ma forse vitale per il rinnovamento sociale” – cattura l’ambiguità morale che caratterizza l’hacktivismo contemporaneo.

Tuttavia, l’evoluzione 2015-2025 ha visto una trasformazione preoccupante: l’hacktivismo tradizionale anti-establishment è stato cooptato da stati nazionali che mascherano operazioni di cyber warfare come movimenti grassroots. La ricerca di Check Point del 2025 utilizzando modellazione tematica e analisi stilometrica ha confermato connessioni tra APT44 (gruppo russo di minacce avanzate persistenti) e multiple persone hacktiviste apparentemente indipendenti, inclusi Cyber Army of Russia Reborn, Solntsepek e XakNet. L’Orange Cyberdefense Security Navigator 2025 ha documentato tre ere distinte dell’hacktivism: l’Era dell’Utopia Digitale (costruire un internet migliore), l’Era Anti-Establishment (esporre difetti attraverso Anonymous e LulzSec), e l’attuale Era Allineata agli Stati, dove i gruppi servono agende statali mantenendo la negabilità plausibile.

L’equazione socio-economica: disoccupazione giovanile e democratizzazione del cybercrime

Lo studio monumentale della Michigan State University su oltre 66.000 giovani in più di 30 paesi ha identificato tre sottogruppi comportamentali distinti tra gli hacker giovanili.

Gli “hacker opportunistici” combinano basso autocontrollo con accesso tecnologico e mostrano hacking di breve durata; gli “hacker influenzati dai pari” sono pesantemente influenzati da gruppi di pari negativi; gli “hacker isolati/traumatizzati” hanno subito vittimizzazione, abuso o isolamento sociale e trovano conforto nelle comunità online. I fattori di rischio identificati includono basso autocontrollo (indipendentemente dalla probabilità di rilevamento), maggiore accesso tecnologico in ambienti privati (dispositivi propri), coinvolgimento nella pirateria, tempo trascorso con pari, attaccamenti e supervisione genitoriale più deboli. Significativamente, lo status socio-economico è risultato associato a rischio di rilevamento ridotto a causa del maggiore accesso tecnologico.

La correlazione tra disoccupazione giovanile e cybercrime opera attraverso tre meccanismi principali: necessità economica, tempo libero non occupato e mancanza di identificazione con membri conformi della società. L’Office of Justice Programs documenta che i giovani delinquenti costituiscono “gli elementi più marginali del pool di occupazione giovanile” e gli studi mostrano che le opportunità di impiego influenzano i tassi di criminalità giovanile.

L’esempio della Nigeria è paradigmatico: i “Yahoo Boys” – laureati ben istruiti con competenze digitali – sono motivati dalla disoccupazione (salita al 41% nel 2023 dal 14,2% del 2016), corruzione e mancanza di leggi sul cybercrime, secondo la ricerca pubblicata su Nature nel 2023. Il paradosso identificato dalla ricerca cross-nazionale è che sia la povertà che la prosperità possono guidare il cybercrime a seconda del contesto: nei paesi a basso reddito, il cybercrime origina nelle aree più sviluppate con migliore infrastruttura internet, mentre nei paesi ad alto reddito è associato a istruzione e reddito più elevati ma anche a maggiore disuguaglianza.

L’acronimo MEECES sviluppato dall’Australian Institute of Criminology sintetizza i motivatori primari: Money (guadagno monetario, profitti da ransomware), Ego (sfida intellettuale, auto-espressione, riconoscimento tra pari), Entertainment (frivolezza giovanile, malizia, curiosità), Cause (attaccare il “sistema”, hacktivismo), Entrance to social groups (senso di appartenenza nei forum di hacking), e Status (fama, notorietà, infamia nelle comunità underground). Il moderno spostamento 2020-2025 ha visto l’ego emergere come driver primario per i giovani hacker secondo la National Crime Agency britannica, con il “senso di appartenenza attraverso i forum di hacking” e il “desiderio di dimostrare se stessi al gruppo” che superano il guadagno finanziario come motivazioni iniziali. Il guadagno finanziario diventa spesso secondario, amplificando l’infamia piuttosto che essere il fine ultimo.

La falsa percezione di anonimato gioca un ruolo cruciale. I giovani hacker operano in spazi online dove l’applicazione della legge è meno visibile rispetto agli spazi fisici, creando un’illusione di impunità. Questa percezione è rafforzata dal fatto che solo il 4-5% degli hacker viene solitamente arrestato, secondo le stime dell’industria. I social media e la cultura popolare hanno inoltre glamourizzato l’immagine dell’hacker, con film, serie TV e rappresentazioni mediatiche che spesso ritraggono gli hacker come figure antieroiche o geniali ribelli piuttosto che come criminali che causano danni reali. Questa romanticizzazione, combinata con l’assenza di educazione etica integrata nei percorsi di apprendimento informali, crea hackers che sanno “come” fare qualcosa ma non imparano mai “dovrei farlo?”.

L’evoluzione 2015-2025: dalla sottocultura underground all’economia criminale da trilioni

Il decennio 2015-2025 ha testimoniato trasformazioni sistemiche che hanno ridefinito il panorama del cybercrime. Il periodo 2015-2017 ha gettato le fondamenta, con Anonymous che dichiara cyber guerra all’ISIS dopo gli attacchi di Parigi del 2015 (rivendicando la segnalazione di circa 20.000 account Twitter), il breach di Hacking Team che espone strumenti di sorveglianza venduti a governi oppressivi, e la botnet Mirai del 2016 che compromette centinaia di migliaia di dispositivi IoT dimostrando nuove superfici di attacco. WannaCry nel maggio 2017 colpisce oltre 150 paesi secondo il Department of Justice statunitense, marcando l’accelerazione del passaggio da hacker individuali a imprese organizzate e ben finanziate. Le motivazioni dell’hacking transizionano dai diritti di vanteria al guadagno finanziario, spionaggio e attivismo politico.

L’era della professionalizzazione 2018-2020 vede l’ascesa dei modelli di business Ransomware-as-a-Service (RaaS). La pandemia COVID-19 del 2020 crea nuovi vettori di attacco e accelera la trasformazione digitale, con un aumento significativo degli attacchi ransomware secondo Harvard Business Review.

Il cybercrime diventa sempre più sofisticato con attacchi guidati dall’intelligenza artificiale. Il 2021-2023 segna l’emergenza dell’hacktivismo sponsorizzato dagli stati: l’invasione russa dell’Ucraina nel marzo 2022 innesca una mobilitazione hacktivista senza precedenti, con gruppi pro-russi che rivendicano oltre 6.000 attacchi DDoS e la formazione dell’IT Army of Ukraine e gruppi contrapposti. Il takedown di Hydra Market nel 2022 (con 5,2 miliardi di dollari di transazioni in criptovaluta dal 2015 secondo il Department of Justice) spinge i cybercriminali su Telegram, mentre il takedown di Genesis Market nel 2023 vede i gruppi riorganizzarsi rapidamente su piattaforme mainstream.

Il panorama attuale 2024-2025 è caratterizzato da collaborazione intensificata tra gruppi hacktivisti, notevole affidamento sul ransomware per operazioni distruttive, e nuovi livelli di sofisticazione. Kaspersky ha rilevato una media di 467.000 file malevoli al giorno nel 2024, un aumento del 14% rispetto ai 411.000 del 2023 secondo i loro Security Bulletin ufficiali. Il Verizon Data Breach Investigations Report 2025 documenta 12.195 breach confermati da 22.052 incidenti di sicurezza in 139 paesi, con il coinvolgimento di terze parti raddoppiato al 30% dal 15% del 2024, lo sfruttamento di vulnerabilità aumentato del 34% (ora 20% dei breach), e il ransomware presente nel 44% di tutti i breach, in aumento dal 32% del 2024.

La migrazione delle piattaforme ha trasformato radicalmente l’ecosistema criminale. I tradizionali forum del dark web sono stati sostituiti da Telegram, Discord e Signal, con il cybercrime che ora “si nasconde in bella vista” tra 1 miliardo di utenti attivi mensili di Telegram (marzo 2025). Il 2022 vede l’ascesa di Telegram dopo il collasso di Hydra, con canali marchiati Hydra che appaiono “entro settimane” e bot Telegram che automatizzano le vendite replicando l’infrastruttura del mercato. SOCRadar ha identificato gruppi chiave monitorati nel 2025 che includono NoName057(16) pro-russo con oltre 6.000 attacchi rivendicati, RipperSec pro-palestinese con 5.100+ abbonati, Moon Cloud con 20.000+ membri e mercati di stealer logs come Observer Cloud e BidenCash con monitoraggio automatizzato dei dati delle carte.

Discord è emerso come territorio di reclutamento per Scattered Spider, i cui membri avevano 15-20 anni durante i primi attacchi. La community gaming fornisce il crossover critico: “Molte persone nella sicurezza erano gamer che volevano capire come imbrogliare”, secondo Intel 471. Dozzine di community sono state tracciate mentre discutono crimini e tecniche di hacking, con messaggistica anonima e distanza dai siti web principali che attraggono cybercriminali di basso-medio livello. Nonostante l’arresto di Pavel Durov nel settembre 2024 e i cambiamenti di policy abbiano spinto l’esplorazione di alternative (Signal, Matrix, Tox, Session, Simplex, Jabber), Telegram rimane la piattaforma più popolare.

Il crollo delle barriere tecniche: quando l’hacking diventa accessibile

Le barriere tecniche all’ingresso nel cybercrime si sono abbassate drasticamente negli ultimi anni. Questo è supportato dal fatto che il 61% degli hacker inizia prima dei 16 anni secondo la UK National Crime Agency, con l’accesso a internet quasi universale e le risorse di apprendimento “a pochi click di distanza”. Le conversazioni essenziali sull’etica e le conseguenze sono state lasciate indietro mentre la conoscenza tecnica è diventata immediatamente disponibile. I servizi DDoS-for-hire sono ampiamente disponibili, gli strumenti DDoS crowdsourced richiedono competenza tecnica minima, i framework di hacking preconfigurati come Metasploit sono accessibili, e oltre 4.000 strumenti di hacking sono disponibili nelle piattaforme di formazione ethical hacking secondo EC-Council CEH v13.

L’esplosione delle risorse di apprendimento gratuito ha democratizzato la conoscenza dell’hacking in modi senza precedenti. YouTube offre tutorial illimitati dalla ricognizione allo sfruttamento; Udemy fornisce corsi gratuiti e a pagamento di ethical hacking; Coursera offre corsi di livello universitario da Maryland, IBM, ISC2; Great Learning Academy fornisce corsi gratuiti con certificati; Hack The Box vanta una community di oltre 1,7 milioni di membri (2025) con laboratori settimanali e sfide gamificate; TryHackMe offre lezioni interattive adatte ai principianti; Refonte Learning fornisce corsi guidati da esperti.

Le metodologie di apprendimento includono microlearning (moduli bite-sized come scansione Nmap un giorno, SQL injection il successivo), gamification (sfide CTF, competizioni “Hacker del Mese”), disponibilità 24/7 con avanzamento auto-guidato, laboratori virtuali con target, reti e strumenti di attacco preconfigurati, e scenari del mondo reale con impegni di mock hacking e sfide CTF di 4 ore.

Il problema critico è che le competenze tecniche sono acquisite senza responsabilità o consapevolezza delle conseguenze. L’etica e i confini legali non sono integrati nell’apprendimento informale, risultando in competenze tecniche senza framework etico. L’evoluzione dell’ecosistema degli strumenti dal 2015 al 2025 è stata drammatica: il 2015-2020 vedeva Kali Linux diventare piattaforma standard con strumenti specializzati che richiedevano setup e configurazione, e i forum del dark web come canale di distribuzione primario. Il 2020-2025 ha portato deployment one-click dell’infrastruttura di attacco, app mobile per penetration testing, piattaforme di hacking basate su browser, strumenti di attacco potenziati dall’AI (scansione automatizzata delle vulnerabilità, generazione di exploit), con “strumenti di livello professionale” nelle mani di amatori con “esperienza zero” secondo Intercede.

Il paradosso della sofisticazione è che individui meno qualificati sono più incauti, non comprendono l’impatto, prendono di mira organizzazioni più grandi, sono più propensi a essere catturati, e selezionano i target guidati dall’ego. Simultaneamente, strumenti più potenti includono exploit potenziati dall’AI, ricognizione automatizzata, malware sofisticato (prontamente disponibile), Ransomware-as-a-Service e tecniche di amplificazione DDoS. Il risultato è che “mentre gli attaccanti diventano più giovani e meno esperti, i loro target diventano più grandi e le conseguenze più severe” secondo Intercede. Le stime indicano che il cybercrime potrebbe costare tra 10,5 trilioni di dollari (previsione Cybersecurity Ventures per il 2025, fatta nel 2020) e proiezioni di 23 trilioni di dollari entro il 2027 secondo alcune analisi di società di consulenza private.

Casi documentati: dai teenager alle operazioni da centinaia di milioni

I casi documentati attraverso atti giudiziari, comunicati stampa del DOJ e reporting investigativo rivelano pattern preoccupanti. Marcus Hutchins, noto come MalwareTech, creò e distribuì il trojan bancario Kronos tra il 2012 e il 2015 quando aveva circa 18-20 anni, ma guadagnò fama mondiale nel maggio 2017 fermando l’attacco ransomware WannaCry registrando il dominio kill switch.

Arrestato dall’FBI a Las Vegas nell’agosto 2017 dopo la conferenza DEF CON quando aveva 23 anni, Hutchins si dichiarò colpevole delle accuse relative a Kronos ma fu condannato nel luglio 2019 al tempo già scontato più un anno di supervisione. Il giudice accreditò la sua riabilitazione e i contributi alla cybersecurity per fermare WannaCry, evitandogli ulteriore carcere. Il caso Hutchins illustra sia il potenziale distruttivo del talento giovanile sia la possibilità di redenzione attraverso la transizione al lavoro di sicurezza legittimo.

Arion Kurtaj rappresenta un caso più oscuro. Membro centrale del gruppo LAPSUS$ tra i 16 e 18 anni (2021-2022), Kurtaj colpì Rockstar Games (leak di GTA 6), Uber, Nvidia, Microsoft, Samsung, T-Mobile, Okta, Revolut e BT/EE.

Nel settembre 2022, mentre era in libertà su cauzione della polizia con il laptop confiscato, hackerò Rockstar Games usando solo un Amazon Fire Stick, una TV d’albergo e un telefono cellulare, trapelando 90 clip di filmati inediti di GTA 6. Arrestato per la prima volta a gennaio 2022 all’età di 16 anni, arrestato nuovamente a marzo 2022, e arrestato per la terza volta a settembre 2022, Kurtaj fu condannato il 21 dicembre 2023 (ritenuto non idoneo a sostenere il processo a causa dell’autismo grave) a detenzione ospedaliera sicura a tempo indeterminato. Il giudice stabilì che rimaneva “ad alto rischio” a causa delle competenze e del desiderio dichiarato di continuare il cybercrime, avendo esibito violenza in custodia.

Thalha Jubair, noto come “Amtrak” e una dozzina di altri alias, rappresenta l’escalation più seria. All’età di 15-19 anni (2021-2025), Jubair fu membro centrale sia di LAPSUS$ che leader delle operazioni Scattered Spider, condusse attività di SIM-swapping precedenti, gestì il canale Telegram Star Chat per servizi di SIM-swapping, violò T-Mobile oltre 70 volte, fu coinvolto nella campagna di phishing SMS di massa 0ktapus, e guidò gli attacchi ransomware contro MGM Resorts e Caesars Entertainment nel settembre 2023 (Caesars pagò 15 milioni di dollari di riscatto secondo documenti FBI) e l’attacco informatico di Transport for London nell’agosto 2024.

Arrestato nel luglio 2025 nel Regno Unito all’età di 19 anni, Jubair affronta l’estradizione negli Stati Uniti con accuse per oltre 120 intrusioni di rete informatica che colpiscono 47 entità statunitensi. I pubblici ministeri statunitensi hanno sequestrato 36 milioni di dollari in criptovaluta dai server controllati da Jubair. Le vittime hanno pagato almeno 115 milioni di dollari in pagamenti di riscatto secondo il Department of Justice. Se condannato, affronta un massimo di 95 anni di prigione.

Graham Ivan Clark orchestrò all’età di 17 anni il massiccio hijacking degli account Twitter del 15 luglio 2020. Clark compromisse 130 account di alto profilo tra cui Barack Obama, Joe Biden, Elon Musk, Bill Gates, Jeff Bezos, Kim Kardashian, Kanye West, Apple e Uber, utilizzando ingegneria sociale contro i dipendenti Twitter fingendosi l’Help Desk IT.

Pubblicò tweet di truffa Bitcoin “raddoppia i tuoi soldi” e raccolse circa 118.000 dollari in valore di Bitcoin da oltre 415 transazioni secondo il New York State Department of Financial Services Investigation Report, vendendo anche l’accesso a handle Twitter desiderabili sul forum OGUsers. Arrestato il 31 luglio 2020 a casa sua a Northdale, Florida, affrontando 30 accuse penali, Clark si dichiarò colpevole nel marzo 2021 sotto il Florida Youthful Offender Act e fu condannato a 3 anni di prigione più 3 anni di libertà vigilata. Fu rilasciato il 16 febbraio 2023.

Kane Gamble dell’operazione Crackas With Attitude commise le sue offese all’età di 15 anni (2015-2016). Gamble hackerò gli account email AOL del direttore della CIA John Brennan, del direttore dell’Intelligence Nazionale James Clapper, del segretario del DHS Jeh Johnson (hackerò anche la TV di casa, chiamando la moglie dicendo “Ti sto spaventando?”), del vice direttore dell’FBI Mark Giuliano, della consigliera per la sicurezza nazionale vicepresidente di Obama Avril Haines, e del consigliere senior di Obama per scienza e tecnologia John Holdren.

Utilizzò ingegneria sociale chiamando Verizon e AOL fingendosi funzionari per reimpostare le password, accedendo a documenti “estremamente sensibili” sulle operazioni militari in Iraq e Afghanistan, pubblicando alcuni dati su WikiLeaks, accedendo alla rete del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e all’FBI Law Enforcement Enterprise Portal, e trapelando dettagli di 20.000 agenti FBI e 9.000 dipendenti DHS. Arrestato a febbraio 2016, si dichiarò colpevole nell’ottobre 2017 e fu condannato nell’aprile 2018 a 2 anni di detenzione giovanile. Dopo il rilascio nel 2019, Gamble partecipò a programmi bug bounty per T-Mobile (5.000 dollari di ricompensa massima), Ministry of Defence e AT&T, scoprendo vulnerabilità nell’app di messaggistica crittografata Wire e in Sitecore (CVE assegnati).

Anonymous e LulzSec: l’ascesa e la caduta dell’hacktivismo idealista

LulzSec rappresenta un capitolo definente nell’evoluzione dell’hacktivismo. Formato nel maggio 2011 come offshoot di Anonymous, LulzSec operò per soli 50 giorni ma lasciò un impatto duraturo, inizialmente operando sotto la filosofia “hacking for the lulz” (intrattenimento).

I sei-sette membri centrali includevano Hector Monsegur (Sabu), leader 29enne disoccupato dal Lower East Side di New York che si trasformò in informatore dell’FBI nell’agosto 2011 dopo l’arresto a giugno 2011, aiutando a identificare 8 co-cospiratori in 7 mesi e ricevendo tempo già scontato più un anno di supervisione nel maggio 2014. Jake Davis (Topiary), 18 anni all’arresto, gestiva le relazioni con i media e gestiva l’account Twitter di LulzSec, precedentemente con Anonymous e noto per aver hackerato la Westboro Baptist Church durante un’intervista in diretta, arrestato il 27 luglio 2011 e condannato nel marzo 2012.

Gli attacchi principali di LulzSec dimostrarono vulnerabilità di sicurezza aziendale su larga scala. Fox.com fu violato trapelando 73.000 dettagli di concorrenti di X Factor; PBS fu attaccato in rappresaglia per una copertura sfavorevole su “Frontline”; Sony Pictures Entertainment subì il furto di oltre 100.000 record utente; Bethesda Softworks perse 200.000+ record utente; i sistemi del Senato degli Stati Uniti furono compromessi; il sito web della CIA fu messo offline; e varie agenzie governative furono violate.

Cody Andrew Kretsinger (Recursion), 25 anni alla condanna, utilizzò SQL injection contro Sony Pictures (fine maggio-inizio giugno 2011), rubando nomi, indirizzi, numeri di telefono, email di decine di migliaia di clienti. Si dichiarò colpevole nell’aprile 2012 a cospirazione e compromissione non autorizzata di computer protetto, ricevendo 1 anno e 1 giorno di prigione federale più 1 anno di detenzione domiciliare più 1.000 ore di servizio comunitario più 605.663 dollari di restituzione nel 2013.

Anonymous rappresenta un fenomeno più complesso e duraturo. Originato nel 2003 sulla imageboard 4chan, Anonymous opera come collettivo decentralizzato e senza leader con filosofia di libertà internet, anti-censura e resistenza all’oppressione governativa. Le operazioni notevoli 2015-2025 includono Operation KKK (ottobre-novembre 2015) rivendicando di aver esposto circa 1.000 membri del KKK attraverso release su Pastebin; supporto alle proteste George Floyd del maggio-giugno 2020 minacciando il Dipartimento di Polizia di Minneapolis e trapelando documenti che esponevano corruzione poliziesca; e la “cyber guerra” dichiarata alla Russia nel febbraio 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina, rivendicando responsabilità per attacchi su agenzie governative russe, media statali e società, disabilitando siti web e trapelando dati da entità russe.

L’evoluzione di Anonymous dal 2022 al 2025 rivela frammentazione significativa. L’aprile 2025 ha visto il rilascio di 10 terabyte di dati presumibilmente da insider politici russi e governo; Anonymous VNLBN ha attaccato sistemi governativi vietnamiti, mirando anche a Francia, Israele e Stati Uniti; The Anonymous 71 (Bangladesh) ha deturpato il sito web di una compagnia aerospaziale indiana; Anonymous Italia ha hackerato due siti web russi; la campagna #OpIsrael di giugno ha visto gruppi multipli (Mr Hamza, Arabian Ghosts, Sylhet Gang) mirare all’infrastruttura israeliana.

Lo status 2025 mostra Anonymous altamente frammentato in fazioni regionali (Anonymous VNLBN in Vietnam, The Anonymous 71 in Bangladesh, Anonymous Italia, ecc.) con operazioni più localizzate e simboliche piuttosto che attacchi su larga scala all’infrastruttura. Il movimento continua ma in formato di gruppo splinter decentralizzato, meno coordinato del picco 2010-2015.

L’hacktivismo sponsorizzato dagli stati: quando i governi indossano la maschera di Guy Fawkes

La trasformazione più preoccupante del 2022-2025 è la cooptazione dell’hacktivismo da parte di attori statali. La ricerca di Orange Cyberdefense che documenta NoName057(16), il gruppo pro-russo più attivo, ha tracciato oltre 6.600 target unici dall’agosto 2022 attraverso oltre 3.200 messaggi in 2 anni, con 42 paesi colpiti e il 96% in Europa. I target primari includevano Ucraina, Polonia, Repubblica Ceca, Lituania, Germania, Francia, Finlandia e Moldavia. Le motivazioni dichiarate erano rappresaglia per russofobia, supporto occidentale all’Ucraina e sanzioni. Le tattiche includevano attacchi DDoS su servizi essenziali (finanza, trasporto, istruzione, governo), interferenza elettorale mirando ai sistemi di voto in Francia, Regno Unito, Finlandia, Belgio e Austria, e attacchi innescati da eventi allineati con festività nazionali, conferenze internazionali e scandali politici.

La ricerca pubblicata nel 2025 utilizzando modellazione tematica di migliaia di messaggi da dozzine di gruppi e analisi stilometrica ha rivelato autorialità comune tra gruppi hacktivisti apparentemente indipendenti. Le connessioni confermate da ricercatori come EclecticIQ mostrano APT44 (il gruppo russo Sandworm identificato da Mandiant/Google Cloud nell’aprile 2024) che opera multiple persone (Cyber Army of Russia Reborn, Solntsepek, XakNet); ulteriori sospetti includono JustEvil e NoName057 che mostrano similarità stilistica; un cluster iraniano con gruppi che mirano all’Albania mostra coordinamento; i takeover di account rivelano improvvisi cambi di stile di scrittura indicando account acquistati/riutilizzati.

L’allineamento geopolitico è evidente: i gruppi pro-russi si allineano con le narrative del Cremlino, i gruppi pro-palestinesi spesso hanno legami iraniani, il sostegno statale consente “meno paura delle autorità e della persecuzione”, e i paesi NATO e UE sono target primari (96% degli attacchi) mentre gli Stati Uniti sono notevolmente assenti dai target hacktivisti russi (evitamento intenzionale).

Il caso di OpIsrael illustra la longevità e l’evoluzione delle campagne hacktiviste. Originata nel 2013 da Anonymous alla vigilia del Giorno della Memoria dell’Olocausto, OpIsrael diventa un evento annuale ogni 7 aprile. Nel 2019, oltre 120 siti web furono violati con backdoor installate. La rivitalizzazione 2023-2025 nel mezzo del conflitto di Gaza ha visto la Holy League coordinare DDoS, deturpamenti e data leak, con Arabian Ghosts, Mr Hamza e Sylhet Gang che coordinavano attacchi, oltre 50 gruppi hacktivisti taggati in chiamate coordinate, e target che includevano Israele, Stati Uniti e alleati del Regno Unito. OpJerusalem coincide con il Giorno di Al-Quds dell’Iran (28 marzo), rivelando connessioni geopolitiche più profonde.

L’evoluzione delle tattiche hacktiviste dal 2015 al 2025 mostra sofisticazione crescente. I metodi tradizionali 2015-2018 includevano deturpamenti di siti web, attacchi DDoS (scala più piccola), data leak e azioni simboliche. L’aumento della sofisticazione 2019-2022 ha introdotto attacchi alla supply chain, integrazione ransomware, targeting dell’infrastruttura critica e sistemi Operational Technology (OT). La guerra ibrida 2023-2025 presenta attacchi cognitivi (campagne di disinformazione, propaganda), operazioni di influenza (plasmare la percezione pubblica, minare la fiducia), estorsione multi-strato (minacce DDoS + data leak + danno reputazionale), collaborazione intensificata (il collettivo Five Families: Stormous, GhostSec, DragonForce, ecc.) e adozione del modello RaaS per sostenibilità finanziaria delle operazioni a lungo termine.

Differenze generazionali: dall’hacker nerd al cybercriminale-bambino

Il profilo dell’hacker ha subito un’inversione demografica drammatica. L’hacker storico (1960-2010) aveva tipicamente dai primi ai metà anni venti, possedeva conoscenza tecnica profonda e competenze di coding che richiedevano anni per svilupparsi. Le motivazioni erano curiosità e sfida intellettuale, risolvere puzzle tecnici, guadagnare diritti di vanteria, spingere i confini “per il brivido” e opporsi alla censura promuovendo la libertà. La cultura includeva piccole comunità underground, incontri e conferenze di persona, estetica del terminale verde-su-nero, leetspeak (l33t), immagine “cool-ma-immatura” e percorso di carriera non ufficiale: hacking → cybersecurity (se si evitavano guai legali). La struttura comunitaria enfatizzava mentorship da hacker esperti, sistemi basati sulla reputazione, alte barriere tecniche all’ingresso, canali IRC e forum privati, con componente offline importante.

L’hacker moderno (2020-2025) presenta caratteristiche radicalmente diverse. Demograficamente molto più giovane con il 61% che inizia prima dei 16 anni, i membri di Scattered Spider condussero i primi attacchi all’età di 15, 17, 17 e 18 anni. IntelBroker (Kai West) iniziò a 22 anni e fu arrestato a 25. La diversità geografica è globale, non più concentrata in regioni specifiche. Le motivazioni primarie sono ego, notorietà e riconoscimento tra pari secondo la National Crime Agency britannica, con il guadagno finanziario secondario (per amplificare l’infamia), dimostrare competenze alle comunità online, brivido di causare interruzione, senso di appartenenza, e meno comune l’impegno ideologico, l’etica o gli obiettivi a lungo termine.

I percorsi di apprendimento rivelano il cambiamento più significativo. Tutorial YouTube forniscono guide step-by-step; app mobile offrono app “Impara Ethical Hacking” con corsi gratuiti; piattaforme online come Udemy, Coursera e Great Learning forniscono accesso gratuito; competizioni CTF offrono sfide gamificate; laboratori virtuali come Hack The Box e TryHackMe forniscono ambienti pratici; e non è richiesta educazione formale essendo “a pochi click di distanza”.

Il paradosso del livello di competenza è sorprendente: gli hacker tradizionali pre-2015 richiedevano comprensione profonda di protocolli (TCP/IP, DNS, HTTP), expertise di programmazione (C, Python, Assembly), conoscenza di amministrazione di sistema, comprensione dell’architettura di rete e anni di pratica con alte barriere di competenza. Gli hacker moderni 2020-2025 utilizzano strumenti pronti all’uso con interfacce point-and-click, DDoS-for-hire senza conoscenza tecnica necessaria, exploit pre-scritti con attacchi copy-paste, scanner automatizzati con rilevamento di vulnerabilità potenziato dall’AI, educazione YouTube seguendo senza comprendere i fondamentali, producendo “grandi violazioni, esperienza zero” secondo Intercede e “danno di livello professionale” da amatori.

La differenza critica nel percorso etico emerge chiaramente. Il percorso positivo (hacker etici) inizia giovane con interesse ICT, motivazione a rendere i sistemi sicuri, visione del reporting delle vulnerabilità come dovere morale, role model da genitori/pari/membri della comunità, reazioni positive dai proprietari dei sistemi, riconoscimento che stimola lo sviluppo, programmi bug bounty che forniscono reddito legittimo, e transizione a carriere di cybersecurity secondo lo studio di Wiley Online Library.

Il percorso negativo (hacker black hat) inizia giovane senza guida etica, motivazione da ego/appartenenza/interruzione, pressione dei pari da comunità criminali, isolamento sociale o trauma, falsa percezione di anonimato, mancanza di consapevolezza delle conseguenze, glamourizzazione da media/cultura pop e incentivi finanziari dall’economia del cybercrime. La presenza o assenza di educazione etica e mentorship positiva durante il periodo di apprendimento formativo rappresenta il punto di biforcazione.

Implicazioni per i professionisti della cybersecurity

I dati presentati richiedono ripensamento delle strategie di difesa e prevenzione. Il Verizon DBIR 2025 documenta che l’elemento umano è coinvolto nel 60% dei breach, con l’abuso di account validi che rappresenta una porzione significativa degli incidenti, rendendo l’identity and access management prioritario. L’aumento del 34% nello sfruttamento delle vulnerabilità (ora 20% dei breach) con tempi di remediation ancora significativi dimostra l’urgenza di patch management migliorato. Il coinvolgimento di terze parti raddoppiato al 30% dal 15% del 2024 necessita di valutazioni rigorose della sicurezza della supply chain e monitoraggio continuo dei partner.

La professionalizzazione del cybercrime attraverso modelli Crime-as-a-Service richiede approcci di difesa stratificati. Gli attacchi di phishing che consegnano infostealer sono aumentati significativamente, con una porzione sostanziale dei sistemi compromessi identificati come dispositivi con licenza enterprise e molti login aziendali trovati su dispositivi non gestiti (BYOD/personali) secondo varie analisi del settore, richiedendo soluzioni endpoint protection complete che si estendono oltre il perimetro aziendale tradizionale. Il ransomware presente nel 44% di tutti i breach secondo Verizon DBIR 2025, con percentuali ancora più alte per le piccole-medie imprese, suggerisce che le PMI necessitano di supporto specializzato e soluzioni di sicurezza accessibili.

L’età decrescente degli attaccanti presenta sfide uniche. Con l’età media di arresto del cybercriminale a 19 anni versus 37 per tutti gli altri crimini secondo l’FBI (maggio 2024), e il 61% che inizia prima dei 16 anni secondo la UK National Crime Agency, le organizzazioni affrontano avversari che possiedono sofisticazione tecnica ma mancano di maturità giudiziale.

Questi giovani attaccanti sono più incauti, non comprendono completamente l’impatto, mirano a organizzazioni più grandi motivati dall’ego piuttosto che dalla valutazione del rischio razionale, e sono più propensi a essere catturati ma anche più propensi a rioffendere se non adeguatamente riabilitati. La ricerca mostra che solo una piccola percentuale degli hacker viene arrestata (stime dell’industria indicano 4-5%), creando percezione di impunità che incoraggia comportamento rischioso.

L’evoluzione dell’hacktivismo sponsorizzato dagli stati richiede intelligence delle minacce potenziata. I oltre 6.600 target unici documentati di NoName057(16) dall’agosto 2022 con il 96% in Europa (secondo Orange Cyberdefense), gli attacchi innescati da eventi allineati con festività nazionali e conferenze internazionali, e le connessioni confermate tra APT44/Sandworm e multiple persone hacktiviste dimostrano che le organizzazioni devono comprendere il contesto geopolitico del loro profilo di rischio. Le organizzazioni in settori strategici (finanza, trasporto, istruzione, governo) in paesi che supportano l’Ucraina o hanno posizioni su conflitti del Medio Oriente affrontano rischio elevato da collettivi hacktivisti che possono avere supporto statale.

Conclusioni: educare, rilevare, deflettere

La ricerca del decennio 2015-2025 rivela che il cybercrime giovanile non è principalmente problema tecnologico ma fenomeno socio-psicologico abilitato dalla tecnologia. Le barriere tecniche sono crollate mentre le barriere etiche non sono mai state costruite. Il professor Thomas J. Holt (oltre 14.300 citazioni accademiche, settembre 2025) e dozzine di ricercatori peer-reviewed confermano che multiple motivazioni coesistono (sfida intellettuale, guadagno finanziario, ideologia, brivido, riconoscimento), l’apprendimento sociale e l’influenza dei pari emergono consistentemente come predittori più forti, i percorsi giovanili differiscono dai pattern adulti con effetti di maturazione sulla motivazione, i black hat e gli hacktivisti mostrano profili motivazionali distinti nonostante metodi tecnici simili, e le teorie criminologiche tradizionali (RAT, autocontrollo, apprendimento sociale) si applicano ma richiedono modifiche per contesti cyber.

I fattori economici e strutturali correlano con i tassi di cybercrime, con disoccupazione e povertà che spingono alcuni giovani verso alternative criminali mentre altri con privilegio e accesso tecnologico si impegnano per ego e appartenenza. La cultura hacker opera come sottocultura funzionante con norme, gerarchie di status e condivisione di conoscenza, ma l’elemento etico che caratterizzava le generazioni precedenti è stato perso nella transizione da comunità underground esclusive a piattaforme mainstream accessibili. La migrazione da IRC e forum del dark web a Telegram e Discord ha democratizzato l’accesso ma anche eliminato processi di vetting e strutture di mentorship che precedentemente incorporavano l’etica insieme alle competenze tecniche.

Le raccomandazioni per i professionisti della cybersecurity e i responsabili politici emergono chiaramente dalla ricerca. L’intervento precoce è critico: la ricerca Europol identifica percorsi comuni (interesse → attività illegale di basso livello → escalation attraverso rinforzo positivo) che possono essere interrotti. L’educazione integrata che incorpora etica, consapevolezza legale e comprensione delle conseguenze nei materiali di apprendimento dell’hacking è essenziale. Le piattaforme di apprendimento etico (Hack The Box, TryHackMe, Coursera) dovrebbero integrare moduli etici obbligatori prima di consentire l’accesso a contenuti tecnici. I programmi bug bounty e percorsi di carriera legittimi nella cybersecurity dovrebbero essere ampiamente pubblicizzati ai giovani interessati alla tecnologia, fornendo alternative positive.

Il bisogno critico enfatizzato attraverso la ricerca è la prevenzione attraverso l’educazione, la comprensione dei percorsi nel cybercrime e il convogliamento delle competenze tecniche in attività legittime piuttosto che concentrarsi esclusivamente sulla deterrenza e la punizione. I casi di Marcus Hutchins e Kane Gamble dimostrano che i giovani offenditori possono transitare con successo a carriere “white hat”, ma richiede intervento precoce, sentenze clementi che permettano la riabilitazione e volontà dell’industria di assumere hacker riformati. Le organizzazioni affrontano la realtà che previsioni del settore indicano costi del cybercrime che potrebbero raggiungere trilioni di dollari annualmente, e questi costi non possono essere affrontati solo attraverso difese tecniche quando l’offerta di giovani attaccanti tecnicamente competenti ma eticamente non guidati continua ad espandersi.

La trasformazione finale del 2022-2025 – la cooptazione dell’hacktivismo da parte degli stati nazionali – presenta le sfide più complesse. Quando i governi mascherano operazioni di cyber warfare come movimenti hacktivisti grassroots, la distinzione tra protezione dell’infrastruttura critica e risposta agli atti di guerra statali si sfuma. Le organizzazioni devono sviluppare intelligence delle minacce che comprenda non solo capacità tecniche ma contesto geopolitico, motivazioni ideologiche e potenziale supporto statale dietro gli attaccanti apparentemente indipendenti. L’analisi stilometrica e la modellazione tematica condotte da ricercatori come EclecticIQ forniscono metodologie per identificare coordinamento nascosto, ma richiedono sofisticazione analitica oltre le capacità di sicurezza tradizionali.

Il decennio 2015-2025 ha testimoniato non semplicemente l’evoluzione del cybercrime ma la sua trasformazione in fenomeno che interseca psicologia dello sviluppo, sociologia, economia, geopolitica e tecnologia. I professionisti della cybersecurity devono espandere le loro prospettive oltre le difese tecniche per comprendere gli avversari umani – sempre più giovani, sempre più motivati da fattori non finanziari, sempre più abilitati da strumenti potenti senza comprensione proporzionale delle conseguenze.

La speranza risiede nei dati che mostrano che i percorsi nel cybercrime sono identificabili e interrompibili, che alternative legittime esistono e attraggono quando rese visibili, e che la riabilitazione è possibile quando le società scelgono l’educazione sulla punizione. La domanda per il prossimo decennio è se i professionisti della sicurezza, gli educatori e i responsabili politici costruiranno quei ponti prima che la prossima generazione di teenager con competenze di livello APT ma giudizio di livello adolescenziale trovi i forum di Telegram che trasformano la curiosità in crimine.

Bibliografia:

Hani, J., Nashaat, M., Ahmed, M., Emad, Z., Amer, E., & Mohammed, A. (2024). Psychological profiling of hackers via machine learning toward sustainable cybersecurity. Frontiers in Computer Science

Europol (2016, October). Youth Pathways into Cybercrime. White Paper

Romagna, M. (2023). Becoming a hacktivist: Examining the motivations and the processes that prompt an individual to engage in hacktivism. Information, Communication & Society.

S. Department of Justice (2022, April 5). Justice Department Investigation Leads to Shutdown of Largest Online Darknet Marketplace

S. Department of Justice (2025, September 18). United Kingdom National Charged in Connection with Multiple Cyber Attacks, Including on Critical Infrastructure

S. Department of Justice (2018, September 6). North Korea Responsible for WannaCry Ransomware Attack

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CISA (2023, November 16). Scattered Spider [Cybersecurity Advisory AA23-320a].

Verizon (2025). 2025 Data Breach Investigations Report.

Kaspersky (2024, December). Kaspersky Security Bulletin: The Cyber Surge – 467,000 Malicious Files Detected Daily in 2024

Kaspersky (2023, December). Year in Review: Cybercriminals Unleashed 411,000 Malicious Files Per Day in 2023

Orange Cyberdefense (2024, December). Security Navigator 2025. Analysis of NoName057(16) hacktivist activities.

EclecticIQ (2025, January-February). Sandworm APT Targets Ukrainian Users with Trojanized Microsoft KMS Activation Tools in Cyber Espionage Campaigns

Mandiant/Google Cloud (2024, April). Unearthing APT44: Russia’s Notorious Cyber Sabotage Unit Sandworm

McKeen, W. (2024, May). Presentation at RSA Conference San Francisco. FBI Supervisory Special Agent, quoted on cybercrime age demographics and trends.

EC-Council (n.d.). Certified Ethical Hacker (CEH) v13 Program.

United States District Court, Southern District of New York (2012, March 6). Criminal complaints and indictments against LulzSec members

Florida State Court (2021, March). State of Florida v. Graham Ivan Clark. Florida Youthful Offender Act proceedings.

Old Bailey, London (2018, April 20). Sentencing of Kane Gamble

Cybersecurity Ventures (2020, November). Cybercrime To Cost The World $10.5 Trillion Annually By 2025

Intercede (n.d.). The Rise of the Teen Hacker: Big Breaches, Zero Experience

SOCRadar (2025). Dark Web Profile: Scattered Spider. Cybercrime intelligence report.

Anonymous Collective (2015, November). Operation KKK and Operation ISIS communications via Pastebin and Twitter @Operation_KKK.

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OSINT: un antidoto al caos digitale?

In questo articolo esaminiamo il ruolo dell’Open Source Intelligence (OSINT) nel panorama informativo attuale, analizzando questo approccio si inserisca nel più ampio contesto della gestione e dell’utilizzo delle informazioni pubblicamente accessibili. Il contenuto fa parte di una serie di approfondimenti redatti da Marta Zeroni incentrati sulla complessa tematica della sovraesposizione e del controllo sui dati nell’ecosistema digitale contemporaneo.

Se sino ad ora si è osservato il fenomeno della sovraesposizione online attraverso la lente delle sue vittime – effettive o potenziali –, è pur vero che a tale angolo di visuale ne corrisponde un altro di segno opposto, ossia quello di chi anziché subire la natura iper-pubblica delle informazioni è in grado di sfruttarla in modo proattivo per un determinato fine.

L’OSINT come strumento di analisi

Del resto, ciascun archivio di materiale pedopornografico o di pornografia non consensuale di immagini o video provenienti dal surface web dal deep web [1], è stato popolato da utenti che hanno attinto metodologicamente a fonti aperte online per reperire il materiale, filtrarlo, categorizzarlo ed infine metterlo a disposizione di una determinata cerchia di fruitori.

Le attività descritte, pur illecite ed esecrabili, ricalcano quelle che sono le fasi proprie dell’Open Source Intelligence (c.d. OSINT o intelligence delle fonti aperte), disciplina che trova il proprio presupposto essenziale nella disponibilità ed accessibilità delle fonti informative aperte [2].

L’attività di intelligence delle fonti aperte non è di per sé illecita; tanto è vero che già nel 2001 la NATO la considerava una componente vitale della propria visione futura [3]. L’OSINT, infatti, consentirebbe di raccogliere informazioni senza travalicare limiti di legge [4]e mantenendo un approccio estremamente dinamico, considerato che può avvalersi, come si vedrà, di un ambito di indagine in continua espansione e strumenti sempre più sofisticati.

Per comprendere cosa sia l’intelligence delle fonti aperte – fermo che non ne esiste, ad oggi, una definizione unanime e condivisa a livello nazionale, europeo o internazionale – ci si può rifare a quanto riportato dalla stessa Alleanza Atlantica nel NATO Open Source Intelligence Handbook:

Open Source Intelligence, or OSINT, is unclassified information that has been deliberately discovered, discriminated, distilled and disseminated to a selected audience in order to address a specific question[5].

In termini analoghi si esprime a sua volta il Direttore dell’Intelligence nazionale statunitense con l’Intelligence Community Directive 301 firmata nel 2006:

Open-source intelligence (OSINT) is intelligence that is produced from publicly available information and is collected, exploited, and disseminated in a timely manner to an appropriate audience for the purpose of addressing a specific intelligence requirement [6].

Da entrambi gli enunciati si desume che per Open Source Intelligence debba intendersi il prodotto (intelligence) di una serie di attività e operazioni effettuate su informazioni non riservate o pubblicamente accessibili. Di conseguenza, l’OSINT propriamente detta dovrà essere tenuta ben distinta dalle mere informazioni raccolte da fonti aperte che non siano state sottoposte a specifiche valutazioni [7](cosiddette OSINF, Open Source Information).

Il ciclo dell’OSINT

Una volta identificati gli obiettivi dell’indagine, l’Open Source Intelligence richiede pertanto l’avvio di una serie di fasi [8]per il vaglio e la valutazione di fonti ed informazioni secondo un metodo il più possibile scientifico. L’Open Source Intelligence cycle – così definito dalla NATO – si svolge sostanzialmente in quattro momenti fondamentali:

  1. Discover (Know Who Knows): l’analista inizia la raccolta di informazioni da una varietà di fonti aperte, tra cui siti web, social media, database pubblici, quotidiani, riviste;
  2. Discrimination (Know What’s What): durante questa fase, l’analista seleziona e raggruppa le fonti per importanza e rilevanza, distinguendole tra attendibili o meno, attuali od obsolete, anche in funzione di eventuali valutazioni costi-benefici;
  3. Distillation (Know What’s Hot): vengono estratte le informazioni rilevanti ed identificati pattern, tendenze, relazioni significative;
  4. Dissemination (Know Who’s Who): l’intelligence viene condivisa con i soggetti interessati (ad esempio mediante rapporti ad hoc), mantenendone successivamente traccia mediante archiviazione [9].

Il ruolo chiave delle fonti aperte

Appurata la necessità di seguire il processo o ciclo descritto, risulta evidente all’interno dello stesso il ruolo centrale che assume la fonte aperta; essa si presenta come un’entità di varia natura – più o meno organizzata, più o meno strutturata –, portatrice di un certo contenuto informativo (c.d. “valore informativo aggiunto”) [10].

Non si parla pertanto, delle sole fonti online, ma anche di tutte quelle fonti per così dire “classiche” quali quotidiani, periodici, riviste, libri, radio e tv, fotografie ed immagini satellitari, come pure della c.d. grey literature, rappresentata da materiale legalmente accessibile ma da reperire mediante il ricorso a fonti specializzate (es. documenti non riservati a rilevanza interna prodotti da organizzazioni, istituti di formazione e aziende) [11].

“Nell’intelligence delle fonti aperte tutto o quasi è una fonte” [12]e, viceversa, circa l’80% dell’intelligence proverrebbe da fonti aperte [13]. Innegabilmente, internet – con la sua crescita esponenziale e le sue varie declinazioni – ha allargato a dismisura il perimetro delle fonti, rivoluzionando l’OSINT in modo decisivo [14]: la NATO lo menziona espressamente nel suo Handbook – pubblicato, non a caso, proprio nel pieno della bolla tecnologica delle dot-com – ma al tempo stesso mette in guardia gli analisti affinché affrontino tale fonte “with great caution” [15]; e questo approccio cautelativo risulta tanto più necessario nel panorama attuale.

Dal fitness tracker alla geolocalizzazione delle basi militari

Anche da informazioni in apparenza innocue ed impersonali, l’analista OSINT – o il semplice utente amatore – può desumere dettagli estremamente puntuali.

È ben noto il caso dell’applicativo di fitness tracking Strava, che nel 2017 ha reso pubbliche le sue heath map globali, comprensive di “700 milioni di attività, 1.4 trilioni di punti di latitudine e longitudine, 7.7 trilioni di pixel rasterizzati, 5 terabyte di dati di raw input, per una distanza totale di 16 miliardi di chilometri e una durata totale di attività registrate pari a 100mila anni” [16], suscitando immediate reazioni: sulla base di tali dati, molti utenti identificarono con relativa facilità basi ed avamposti militari le cui posizioni sarebbero dovute rimanere riservate [17].

Si pensi poi, senza spostarsi dall’ambito della georeferenziazione, a come il geoguessing sia diventato un passatempo diffusissimo tra gli utenti, i quali, sfidandosi all’interno di varie community, si cimentano nel risalire alla localizzazione di immagini casuali, ad esempio estratte da Street View [18].

Il Social Media Intelligence (SOCMINT)

Tra le fonti aperte è d’obbligo menzionare i social media, che negli anni hanno naturalmente acquisito crescente rilevanza, al punto da esserne sovente considerati una branca d’intelligence a sé stante (c.d. SOCMINT) [19].

Fig. 3 i percorsi dei runner disegnano il perimetro di una base militare in Afghanistan. Fonte: The Guardian

Nel contesto social, le relazioni tra gli utenti possono essere facilmente identificate e mappate; le attività di persone fisiche e giuridiche risultano ben monitorabili, talvolta in tempo reale, anche visionando commenti e/o conversazioni tra utenti, dati di geolocalizzazione e diversi tipi di materiali multimediali (ad es. testi, foto e video), disponendo per altro di strumenti integrati per il filtro dei contenuti, mediante tag, chiavi di ricerca o l’indagine mirata all’interno di specifici gruppi o network [20].

Sfide etiche e legali nell’OSINT: il rischio di violazione della privacy

L’accesso a una tale mole di fonti, tuttavia, non è sempre un vantaggio per l’analista OSINT. Quest’ultimo, dotato di risorse intrinsecamente finite, si trova a doversi orientare in un patrimonio informativo potenzialmente illimitato, con esigenze di liceità, esattezza e pertinenza delle fonti che con ogni evidenza vanno al di là del mero rispetto formale delle regole del gioco, riguardando lo stesso obiettivo sostanziale dell’attività di intelligence.

Assicurare una corretta conduzione dell’Open Source Intelligence cycle significa anche evitare le distorsioni che possano inficiarne il processo, tra le quali si ricorda il rischio di violazioni di dati personali, richiamando il c.d. privacy paradox secondo cui le informazioni sono disponibili ed accessibili, e pertanto non private, ma allo stesso tempo possono risultare estremamente sensibili e di natura personale, e pertanto private [21].

Inoltre, informazioni in apparenza anonime, se interconnesse con altri dati, potrebbero identificare in modo univoco l’interessato nel corso dell’investigazione.

L’ammissibilità legale delle prove OSINT

Per altro verso, l’analista dovrà in genere considerare l’ammissibilità della prova ottenuta tramite OSINT nel corso di un eventuale giudizio, dovendo assicurare che la fonte delle informazioni risulti chiaramente identificata, affidabile e che le stesse informazioni siano state raccolte lecitamente e presentino i necessari profili di integrità ed affidabilità.

Tali sfide hanno reso cruciale il ricorso agli algoritmi, grazie ai quali è possibile raccogliere, organizzare e vagliare enormi volumi di dati, identificando pattern e possibili anomalie, ed automatizzando molte attività [22]. In particolare, l’intelligenza artificiale sembra pronta a giocare un ruolo fondamentale – quasi un cambio di paradigma – nel futuro dell’OSINT, in tutte le fasi del ciclo d’intelligence.

Naturalmente, a fronte di una serie di innegabili vantaggi operativi, l’impiego dell’AI nell’Open Source Intelligence può comportare almeno altrettante criticità – o sfide, se si preferisce: anzitutto l’attività di revisione e controllo sul codice dell’algoritmo, la conoscibilità di quest’ultimo, il ruolo dei soggetti di diritto privato che forniscono il tool di AI, la crescente complessità e frammentarietà dei sistemi su cui l’analista si trova a dover fare affidamento e non ultimo la questione dell’accountability in caso di errori, bias o danni.

Uso dell’OSINT per contrastare le fake news e i cyber crime

Tali questioni ad oggi restano aperte, ma lo sviluppo di strumenti e strategie per consentire un approccio proattivo alla disponibilità informativa risulta tanto più urgente e fondamentale quanto più l’ecosistema online continua a dilatarsi. L’Open Source Intelligence, se utilizzato deontologicamente, potrebbe così rappresentare una “forza uguale e contraria” rispetto alle distorsioni delle nuove tecnologie dell’informazione.

Si pensi ad iniziative come Bellingcat [23], il sito web fondato da Eliot Higgins, che utilizza dati liberamente accessibili da fonti pubbliche per promuovere la diffusione di notizie esatte, contrastare le fake news e rendere conoscibili a tutti le tecniche di giornalismo investigativo; così come agli strumenti di tutela per le vittime di pornografia non consensuale già citate nel capitolo precedente, anch’essi intimamente legati alla filosofia e ai meccanismi OSINT [24].

Combattere la pornografia minorile e per rintracciare persone scomparse

L’iniziativa Europol Trace an Object si avvale di una forma di intelligence delle fonti aperte in crowdsourcing [25]. Europol mette a disposizione una serie di immagini decontestualizzate di oggetti, ritagliate dallo sfondo di fotografie o materiale video a contenuto sessualmente esplicito riguardante minori, richiedendo il supporto degli utenti per risalire alla provenienza geografica degli oggetti stessi. In seguito, anche l’Australian Center to Counter Child Exploitation ha adottato una propria versione dell’iniziativa [26].

Fig. 4 “Can you help us recognize these objects”? Fonte: l’Australian Center to Counter Child Exploitation

Analogamente, anche l’organizzazione non-profit Trace Labs si avvale – ferma l’attività di triage di un team di professionisti dell’OSINT e hacker – della collaborazione di una comunità di utenti volontari per assistere nei casi di persone scomparse, istituendo veri e propri gruppi di ricerca online, anche mediante la condivisione di software e script da utilizzare per le attività di Open Source Intelligence [27].

Bilanciare rischi e opportunità dell’OSINT

Confrontando i case studies qui brevemente richiamati con l’esempio con cui si era aperto il capitolo – l’altra faccia della medaglia dell’OSINT e l’utilizzo delle sue tecniche per finalità illecite o dannose [28]– risulta chiaro come, pur a fronte di un’innegabile problematicità insita nelle dinamiche della sovraesposizione online, la presente trattazione non possa trovare il suo punto d’arrivo nella completa stigmatizzazione delle innovazioni tecnologiche della società dell’informazione.

Il tema dovrebbe essere evidentemente considerato da entrambe le angolazioni, ragionando sia sui potenziali rischi e sull’impatto che la diffusione dei dati può comportare che sull’opportunità di utilizzo delle fonti pubbliche in ottica proattiva, aumentando ed affinando gli strumenti di controllo e di tutela a disposizione degli interessati.

Adottando la dovuta cautela, si può allora tentare di orientarsi nella “biblioteca di Babele” della rete accentando, per quanto possibile, la dissonanza cognitiva che le sue dinamiche ci suscitano, con spirito analogo a quello espresso dalla prima legge di Kranzberg:

Technology is neither good nor bad; nor is it neutral [29].

Privacy ed evoluzione tecnologica: sfide nell’era digitale

Come premesso, e peraltro ampiamente osservato sino ad ora, l’avanzare delle tecnologie dell’informazione comporta, in parallelo, un inevitabile aumento dell’esposizione massiva degli individui e delle informazioni che li riguardano.

Le preoccupazioni di Warren e Brandeis alla fine del diciannovesimo secolo non erano poi così dissimili da quelle odierne; allo stesso tempo però, è evidente che, nello sconfinato macrocosmo della rete, le conseguenze della propagazione di dati personali risultano amplificate e così anche le esigenze di tutela degli utenti.

In questo scenario, la privacy – considerata, nel suo nocciolo duro, come il diritto ad esercitare un controllo sui propri dati personali – somiglierebbe a una risposta immunitaria alle manifestazioni patologiche della sovraesposizione online.

I limiti degli attuali strumenti di tutela della privacy

Tuttavia, interrogandosi sull’efficacia sostanziale degli strumenti di tutela a disposizione degli interessati per esercitare effettivamente tale controllo, ci si è scontrati con una realtà sconfortante.

Considerati i casi pratici riguardanti i minori esposti precocemente in rete e le vittime di diffusione illecita di materiale pornografico, si è osservato come le conseguenze lesive della diffusione dei dati online possano assumere natura irreparabile, comportando per gli interessati un danno, reputazionale e nondimeno psicofisico, potenzialmente permanente.

Se per un verso entropia ed ingovernabilità si presentano come caratteristiche quasi costitutive della nuova società dell’informazione, resta la necessità di uno sforzo ulteriore, dal valore costruttivo – al fine, quantomeno, di riacquistare un margine di controllo sul dato.

Una possibile forma di utilizzo proattivo delle c.d. fonti aperte è stata ravvisata nella filosofia e nelle tecniche dell’Open Source Intelligence. Questa disciplina ha il potenziale di aumentare proporzionalmente la propria efficacia al dilatarsi del patrimonio informativo pubblicamente accessibile – ma non senza complessità.

Per operare correttamente come strumento azione a sostegno della collettività, l’OSINT richiede di procedere con metodo, individuando e rispettando standard etici, tenendo ben presente le regole del gioco ma con uno sguardo quanto più possibile aperto sui possibili sviluppi tecnologici dai quali questa forma d’intelligence possa trarre giovamento.

Verso un nuovo paradigma di protezione dei dati

L’auspicio è che l’approccio descritto possa conservare un valore al di là del caso di specie, funzionando come una bussola all’interno dell’ecosistema informativo digitale.

Per recuperare l’effettività del controllo sui dati personali, le regole formali non bastano, ma è necessario affrontare le trasformazioni tecnologiche senza giudizi di valore, discriminandone i contesti e valutandone concretamente gli impatti, a breve e a lungo termine, sugli interessati. Così, se non perderemo di vista la dimensione concreta della privacy, forse potremmo salvarla dall’obsolescenza.

Per approfondire il tema vi invitiamo a scaricare il white paper realizzato da Marta Zeroni “Sovraesposizione e controllo sui dati personali nell’ecosistema informativo online”.

[1] La terminologia surface web fa riferimento alla porzione di web indicizzata all’interno dei motori di ricerca e pertanto soggetta al massimo regime di pubblicità (pari appena al 4% del totale dei contenuti totali online). Quanto non indicizzato rappresenta il deep web, da non confondere con il dark web (piccola frazione dello stesso, criptata e generalmente dedicata ad attività illegali). Deep web (Britannica) . Ultimo accesso il 22 febbraio 2023.

[2] Tradizionalmente, l’intelligence include cinque principali discipline di raccolta di informazioni da diverse fonti: HUMINT (human intelligence, es. informatori), SIGINT (signal intelligence, es. intercettazioni), IMINT (imagery intelligence, es. immagini satellitari), MASINT (measurement and signature intelligence, es. analisi delle firme chimiche) e OSINT. BAKER R., Deep Dive. Exploring the real-world value of open source intelligence, Wiley, 2023, pos. 1131.

[3] NATO Open Source Intelligence Handbook, NATO Standardization Agency, 2001, p. V.

[4] “It is important to note that OSINT is a purely passive method of intelligence collection, meaning that we view information such as a person’s credentials in a database, but we do not use those credentials to access anything or to log in. Using credentials or actively scanning/intruding into a system is active reconnaissance, which should be left to ethical hackers (…)”: BAKER R., op. cit., pos. 1017.

[5] NATO Open Source Intelligence Handbook, ibidem.

[6] Intelligence Community Directive, number 301 (Director of National Intelligence). Ultimo accesso il 19 febbraio 2024.

[7] Nel presente capitolo si è scelto di far riferimento all’ultima fase delle attività di OSINT con il termine “disseminazione” anziché con il più comune (ed equivalente) “diffusione”, così da non confonderlo con l’omonimo concetto proprio della disciplina privacy e già trattato nei capitoli precedenti.

[8] Nello specifico, rifiuta l’impostazione dell’OSINT come “modello a fasi”: NACCI G., Open Source Intelligence Application Layer, Edizione Epoké, 2017, p. 29.

[9] NATO Open Source Intelligence Handbook, pp. 15-35.

[10] NACCI G., Open Source Intelligence Abstraction Layer, Edizioni Epoké, 2014, pos. 1872.

[11] NATO Open Source Intelligence Handbook, p. 5. A proposito di categorie di fonti, con ogni probabilità una prima versione ante litteram dell’OSINT nacque durante la Seconda Guerra Mondiale in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dove furono istituiti organismi per il monitoraggio dei media stranieri (rispettivamente il BBC Monitoring Service e il Foreign Broadcast Monitoring Service): SCHRAURER F., STORGER J., The Evolution of Open Source Intelligence (OSINT) in Journal of U.S. Intelligence Studies, 19, 3, 2013, pp. 53-56.

[12] NACCI G., 2017, p. 220.

[13] GHIONI R., TADDEO M., FLORIDI L., Open source intelligence and AI: a systematic review of the GELSI literature (AI & Society). Ultimo accesso il 23 febbraio 2024.

[14] GHIONI R., TADDEO M., FLORIDI L., art. cit.

[15] NATO Open Source Intelligence Handbook, p. VI.

[16] ROBB D., Building the Global Heatmap (strava-engineering). Ultimo accesso il 22 febbraio 2024.

[17] Fitness tracking app Strava gives away location of secret US army bases (The Guardian). Ultimo accesso il 22 febbraio 2024. L’utente Nathan Ruser ha fatto notare su Twitter come le basi USA risultassero chiaramente identificabili e mappabili. Ultimo accesso il 22 febbraio 2024). Altri utenti hanno identificato basi francesi in Niger. Ultimo accesso il 22 febbraio 2024 e black site della CIA. Ultimo accesso il 22 febbraio 2024).

[18] Ad esempio all’interno dell’app GeoGuessr o nella community Reddit “r/geoguessing”. C’è chi si spinge oltre e utilizza l’OSINT per identificare i luoghi a partire dalle tipologie di alberi presenti nelle foto: DEGENER J., How to Do OSINT With Urban Tree Data (Better Programming) ultimo accesso il 22 febbraio 2024.

[19] OMAND D., BARTLETT J., MILLER C., Introducing social media intelligence (SOCMINT) in Intelligence & National Security, 27, 6, 2012.

[20] L’intelligence sui social media ha impattato in modo particolare nella lotta al terrorismo. GHIONI R., TADDEO M., FLORIDI L., art. cit.

[21] GHIONI R., TADDEO M., FLORIDI L., art. cit.

[22] AA. VV., Automating Open Source Intelligence, Syngress, 2016, pp. 1-18.

[23] bellingcat – the home of online investigations ultimo accesso il 22 febbraio 2024.

[24] Supra, cap. 6.

[25] Stop Child Abuse – Trace an Object (Europol). Ultimo accesso il 22 febbraio 2024.

[26] Stop Child Abuse – Trace an Object (Australian Center to Counter Child Exploitation). Ultimo accesso il 22 febbraio 2024.

[27] Trace Labs ultimo accesso il 22 febbraio 2024.

[28] È d’obbligo specificare che, al di là dei casi diametralmente opposti qui riportati, l’OSINT è quotidianamente utilizzato anche in ambiti del tutto comuni, quali, ad esempio: due diligence o valutazione dell’affidabilità (c.d. background check) di un fornitore effettuate in contesti aziendali, attività di investigazione da parte di forze dell’ordine, agenzie di investigazione privata e avvocati difensori, controlli assicurativi, etc.

[29] KRANZBERG M., Technology and History: “Kranzberg’s Laws” in Technology and Culture, 27, 3, 1986, p. 547.

Profilo Autore

Consulente Privacy e IT Law, auditor, Data Protection Officer e formatrice in materia di protezione dei dati personali e società digitale. Laureata magistrale in giurisprudenza all’Università degli Studi di Padova, con perfezionamento in criminalità informatica e investigazioni digitali alla Statale di Milano e master di secondo livello in Informatica Giuridica presso La Sapienza di Roma.

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Le cyber-operazioni israeliane e la “guerra ombra” contro l’Iran: dall’operazione Stuxnet al conflitto del giugno 2025

Le cyber-operazioni israeliane hanno trasformato radicalmente i conflitti moderni, dimostrando che tastiere e codici possono infliggere danni paragonabili alle armi cinetiche. Al cuore di questo arsenale digitale si trova l’Unità 8200, una forza d’élite di intelligence dei segnali che ha orchestrato alcune delle operazioni più sofisticate della storia, dal noto caso di Stuxnet agli attacchi alle infrastrutture critiche iraniane, culminati nella “Guerra dei 12 Giorni” del giugno 2025.

La portata delle cyber-operazioni israeliane è diventata drammaticamente evidente durante il conflitto israelo-iraniano del giugno 2025, documentato da istituzioni e media internazionali. Questo conflitto ha dimostrato come i membri dell’Unità 8200 abbiano raggiunto un’influenza strategica paragonabile alle divisioni militari tradizionali, operando dalla stazione di ascolto di Urim nel deserto del Negev e dal quartier generale a Glilot Junction, a nord di Tel Aviv.

L’evoluzione da Stuxnet alla guerra sistemica delle infrastrutture

Il precedente di Stuxnet: la prima cyberweapon della storia

L’operazione Stuxnet del 2010 ha segnato un momento cruciale nella storia della guerra cibernetica israeliana. Questa operazione congiunta USA-Israele, parte della più ampia iniziativa “Olympic Games”, ha dispiegato malware con un livello di sofisticatezza senza precedenti: 500 kilobyte di codice che utilizzavano quattro exploit zero-day simultaneamente, secondo l’analisi di Kaspersky Lab.

Il worm prendeva di mira specificamente il software Siemens SIMATIC WinCC/Step-7, che controllava i controllori logici programmabili presso la struttura nucleare iraniana di Natanz. Come riportato dall’IEEE Spectrum nel 2025, “l’operazione distrusse circa 1.000 centrifughe” presso la struttura. L’Institute for Science and International Security ha confermato nelle sue analisi che “Stuxnet potrebbe aver distrutto circa 1.000 centrifughe presso l’impianto di arricchimento combustibile di Natanz alla fine del 2009 o all’inizio del 2010”.

Secondo la Stanford University, “è attualmente stimato che il worm Stuxnet abbia distrutto 984 centrifughe per l’arricchimento dell’uranio”, mentre CSO Online riporta che “Stuxnet distrusse quasi un quinto delle centrifughe nucleari dell’Iran”.

Le innovazioni tecniche di Stuxnet andavano oltre la mera interruzione: il malware dimostrò la penetrabilità dell’air-gap attraverso unità USB e utilizzò certificati digitali rubati da RealTek e JMicron per apparire legittimo, ottenendo la distruzione fisica delle centrifughe IR-1.

Come riportato dal Council on Foreign Relations nel documento “Confronting the Cyber Threat“:

Stuxnet fu “il primo software malevolo specificamente progettato per colpire un particolare tipo di sistema di controllo industriale”, che “causò il malfunzionamento delle centrifughe” mentre “il sabotaggio si verificava mentre la direzione dell’impianto osservava una facciata di funzionamento normale”. Il CFR conferma inoltre nel suo Cyber Operations Tracker che Stuxnet rappresenta “il primo caso pubblicamente noto in cui un’operazione cyber ha causato danni fisici al di fuori di un ambiente di test controllato”.

L’evoluzione tattica delle cyber-operazioni israeliane: dagli attacchi mirati alle campagne sistemiche

L’evoluzione da Stuxnet rivela un cambiamento strategico nella dottrina cyber israeliana. Mentre Stuxnet si concentrava su un singolo obiettivo di alto valore con precisione chirurgica, le operazioni successive hanno dimostrato un targeting più ampio delle infrastrutture.

L’attacco dell’aprile 2021 al sistema di distribuzione elettrica di Natanz causò guasti significativi alle cascate di centrifughe, secondo The Washington Post che citava “fonti di intelligence americane”.

L’attacco dell’ottobre 2021 al sistema di distribuzione del carburante iraniano ha rappresentato un’evoluzione significativa nella guerra cibernetica regionale. Rendendo 4.300 stazioni di servizio dell’Iran incapaci di elaborare pagamenti, l’episodio ha mostrato che un attacco informatico può avere conseguenze dirette non solo sulle infrastrutture ma anche sui servizi ai cittadini.

Il gruppo Predatory Sparrow: warfare psicologico digitale

Il gruppo “Predatory Sparrow” (Gonjeshke Darande in persiano) ha rivendicato la responsabilità dell’operazione contro il sistema di carburante iraniano. Come riportato da Ynet News, “circa 4.300 stazioni di servizio – il 70% di tutte le stazioni in Iran – sono state chiuse” durante l’attacco del 2021.

Secondo The Times of Israel, “il gruppo noto come Gonjeshke Darande, o Predatory Sparrow, disse di aver disabilitato «la maggioranza delle pompe di benzina in tutto l’Iran»”.

L’aspetto più innovativo di questi attacchi è stato aver integrato elementi di warfare psicologico: durante l’attacco del 2021, secondo Wikipedia, “gli aggressori presero anche il controllo dei cartelloni digitali per mostrare messaggi critici verso la Guida Suprema dell’Iran”, incluso il messaggio “Khamenei! Dove è il nostro carburante?”, seguito dal numero di telefono personale del leader supremo iraniano.

Il gruppo ha ripetuto attacchi simili nel dicembre 2023, con Iran International che riporta: “l’attacco cibernetico responsabile della paralisi delle stazioni di servizio in tutto l’Iran lunedì è stato rivendicato dal gruppo hacker Gonjeshk-e-Darande o Predatory Sparrow“.

Unità 8200: il motore della supremazia cyber israeliana

Struttura e dimensioni dell’organizzazione

L’Unità 8200 rappresenta molto più di un’unità di intelligence militare: funziona come il crogiolo tecnologico di Israele. Peter Roberts – Direttore delle Scienze Militari presso il Royal United Services Institute – la descrive come “probabilmente la principale agenzia di intelligence tecnica al mondo, alla pari con la NSA in tutto tranne che nelle dimensioni”.

This is Beirut riporta che:

“secondo vari esperti, il personale dell’Unità 8200 varia da 5.000 a 10.000 membri, con circa la metà attiva in qualsiasi momento, rappresentando quasi l’80% della forza lavoro totale di Aman”.

La struttura organizzativa dell’unità riflette la sua duplice natura militare e civile. Formalmente designata come Unità Nazionale SIGINT Israeliana (ISNU), opera sotto la Direzione dell’Intelligence Militare (Aman). Come riportato dal sito ufficiale delle IDF, “l’Unità 8200 è la principale unità di raccolta informazioni della Direzione dell’Intelligence Militare”.

Capacità operative e infrastrutture

Secondo uno studio del 2019 dell’ETH Zurich, “l’Unità 8200 ha dimostrato capacità avanzate nell’intelligence dei segnali e nelle operazioni cyber”. Le sue sotto-unità includono l’Unità Hatzav per la raccolta di intelligence open-source, l’Unità 81 per lo sviluppo di tecnologie classificate e Gedasim per la trasmissione in tempo reale di informazioni dal campo di battaglia.

Come riportato da Le Monde diplomatique nel 2010:

l’unità “gestisce una grande base SIGINT nel Negev, una delle più grandi basi di ascolto al mondo, capace di monitorare chiamate telefoniche, email e altre comunicazioni, in tutto il Medio Oriente, Europa, Asia e Africa”.

L’unità mantiene anche “postazioni di ascolto coperte nelle ambasciate israeliane all’estero, intercetta cavi sottomarini, mantiene unità di ascolto coperte nei territori palestinesi e ha jet Gulfstream equipaggiati con apparecchiature di sorveglianza elettronica”.

Sistema di reclutamento e formazione

Il reclutamento inizia durante le scuole superiori, attraverso programmi specializzati come “Magshimim”, che insegna ai giovani svantaggiati programmazione in Python e C++, reverse engineering e crittografia. Il processo di selezione è estremamente competitivo, richiedendo prestazioni nel 89° percentile nei test psicometrici, secondo fonti militari israeliane documentate da Darknet Diaries.

Le reclute selezionate subiscono un addestramento intensivo di sei mesi, con giornate di 12/18 ore, come riportato da Le Temps in un articolo del 2017 che citava un ex membro dell’unità. L’addestramento enfatizza concetti come “chutzpah” (audacia) e “rosh gadol” (pensiero strategico), incoraggiando le reclute a mettere in discussione l’autorità e pensare creativamente.

Come spiegato da Darknet Diaries, “nel militare americano non è una buona idea sfidare i tuoi leader: ma nell’ambiente militare israeliano, i soldati con rosh gadol sono incoraggiati a sfidare i loro leader”. Questa filosofia ha portato molti ex membri dell’Unità 8200 a diventare fondatori di aziende tecnologiche al termine del servizio militare.

Impatto sull’industria tecnologica globale

La rete di ex membri dell’unità ha fondamentalmente plasmato i mercati globali della cybersicurezza. Ex membri dell’Unità 8200 hanno fondato Check Point Software (capitalizzazione di mercato di 16 miliardi di dollari), Palo Alto Networks, CyberArk e Wiz, che Google ha acquisito per 32 miliardi di dollari nel 2025.

Anche il controverso NSO Group – creatore dello spyware Pegasus – è stato fondato da veterani dell’Unità 8200. Secondo l’8200 Alumni Association, citata da Calcalist Tech, l’associazione “ha lanciato un programma globale per supportare le startup israeliane”, evidenziando l’impatto economico dell’unità nel settore tecnologico nazionale.

Questa «8200 Mafia», come viene spesso chiamata, ha creato oltre 300 aziende attraverso programmi acceleratori per alunni, con uscite totali che superano i 4,5 miliardi di dollari, dimostrando come in Israele la formazione di intelligence militare si traduca in innovazione commerciale.

Operazioni documentate e casi di studio

L’unità avrebbe dimostrato le sue capacità in operazioni documentate. Come affermato dal sito ufficiale delle IDF nel 2018, “l’Unità 8200 ha sventato un attacco ISIS” nel febbraio dello stesso anno, intercettando messaggi e prevenendo un attacco terroristico in un paese occidentale non meglio specificato.

L’unità “ha inviato i messaggi al paese occidentale dove era pianificato l’attacco, e con quelle informazioni, le autorità hanno arrestato gli attori e salvato innumerevoli civili”.

Un ex comandante dell’Unità 8200, Yair Cohen, ha rivelato il ruolo centrale dell’unità nell’intelligence israeliana: “Il 90% del materiale di intelligence in Israele proviene dall’8200… non c’è un’operazione importante, del Mossad o di qualsiasi agenzia di sicurezza dell’intelligence, in cui l’8200 non sia coinvolta”.

Durante il conflitto del giugno 2025, secondo The Times of Israel, “le esplosioni dei pager di Hezbollah hanno messo i riflettori sull’Unità 8200 di guerra cibernetica di Israele”, con numerosi esperti che attribuiscono le sofisticate cyber-operazioni israeliane alle capacità avanzate dell’unità.

Le dinamiche regionali della guerra cibernetica ridisegnano la sicurezza mediorientale

L’evoluzione delle capacità cyber iraniane

Il conflitto tra Iran e Israele ha catalizzato una corsa regionale agli armamenti cyber, documentata dagli analisti internazionali. Le capacità cyber iraniane si sono evolute significativamente da quando hanno subito l’attacco Stuxnet, con gruppi Advanced Persistent Threat (APT) come APT33 (Elfin), APT34 (OilRig) e APT35 (Charming Kitten) che conducono operazioni altamente complesse, secondo le analisi di Google Cloud e Microsoft Security.

Questi gruppi – collegati al Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza iraniano (MOIS) e al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) – impiegherebbero ingegneria sociale potenziata dall’IA, tecniche di compromissione degli account cloud e sviluppo di malware personalizzato.

Escalation degli attacchi nella regione

Secondo Iran International, “nel 2023 Israele ha visto aumentare del 43% gli attacchi cyber dall’Iran e Hezbollah”, con 3.380 incidenti documentati inclusi 800 ritenuti significativi dai ricercatori di sicurezza.

In base ai dati citati da Positive Technologies Security, l’Arabia Saudita è diventata il paese più colpito nella regione, risultando destinataria di circa il 40% degli incidenti cyber, con costi medi di 8,75 milioni di dollari per incidente: quasi il doppio della media globale.

La risposta del Regno include l’implementazione dei Controlli Essenziali di Cybersicurezza (ECC) e, secondo analisti locali, la cooperazione «dietro le quinte» con Israele sulla difesa cyber, nonostante l’assenza di relazioni diplomatiche formali.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno sviluppato partnership simili attraverso la dimensione cyber degli Accordi di Abramo, ospitando importanti conferenze di cybersicurezza e collaborando su sistemi di difesa basati sull’IA.

Vulnerabilità delle infrastrutture critiche

Le dinamiche regionali hanno creato nuove vulnerabilità. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa il 25% del commercio petrolifero marittimo globale, rappresenta un punto critico vulnerabile alla disrupzione cyber. Diversi servizi di intelligence hanno documentato infiltrazioni iraniane dei fornitori di telecomunicazioni negli Stati del Golfo.

Inoltre, lo sviluppo dell’infrastruttura 5G crea superfici di attacco aggiuntive che gli attori statali stanno attivamente esplorando. Il World Economic Forum ha evidenziato come “gli stati del GCC stiano rafforzando la loro resilienza di cybersicurezza nell’era digitale” in risposta a queste crescenti minacce.

Il conflitto del giugno 2025: integrazione cyber-cinetica

Operazione Rising Lion: un nuovo paradigma di guerra

Il conflitto del giugno 2025 ha rappresentato un punto di svolta nella guerra moderna. Il conflitto, anche noto come Guerra dei Dodici Giorni (13 giugno – 24 giugno 2025), iniziò con attacchi a sorpresa israeliani su strutture militari e nucleari chiave in Iran.

Come documentato dalla CNN, “Israele ha colpito il cuore del complesso nucleare, missilistico e militare iraniano” nell’operazione “Rising Lion”. Il Primo Ministro Netanyahu ha annunciato che “Israele ha lanciato l’operazione Rising Lion, un’operazione militare mirata per far arretrare la minaccia iraniana alla sopravvivenza stessa di Israele”.

Il conflitto ha dimostrato l’integrazione senza precedenti di cyber-operazioni israeliane e militari convenzionali. Secondo l’analisi del Center for Strategic and International Studies, “l’operazione israeliana denominata Rising Lion si è sviluppata in due atti distinti ma mutuamente rinforzanti”, combinando “sciami di piccoli droni esplosivi che i commando israeliani avevano posizionato in Iran mesi prima” con “oltre 200 aerei da combattimento israeliani”.

Analisi tattica e strategica

Secondo l’US Naval Institute Proceedings, “gli attacchi iniziali sembravano comprendere due componenti principali: attacchi tradizionali a lungo raggio multi-aereo e attacchi drone a corto raggio”, con “più di 200 aerei da combattimento che trasportavano una varietà di armi” contro “oltre 100 obiettivi nucleari e militari in tutto l’Iran, inclusi leader militari”.

Il Royal United Services Institute (RUSI) ha ricostruito che “l’Operazione Rising Lion ha dimostrato la vasta superiorità convenzionale che Israele gode sull’Iran, evidenziando l’importanza di intelligence, sorpresa e difesa aerea e missilistica efficaci”.

L’operazione è stata progettata per durare una settimana e ha coinvolto “oltre 200 aerei da combattimento che colpiscono oltre cento obiettivi” nelle prime 24 ore.

Nell’analisi dell’Hudson Institute, “il 13 giugno, la Repubblica Islamica dell’Iran ha sperimentato un collasso strategico che ha alterato l’equilibrio di potere in Medio Oriente” attraverso l’eliminazione di “personale militare e scientifico iraniano chiave” nonché il degrado delle “infrastrutture missilistiche del paese e i sistemi di allarme precoce”.

Componenti cyber dell’operazione

L’aspetto più innovativo dell’operazione Rising Lion è stata l’integrazione di operazioni cyber sofisticate. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), “i video pubblicati dal governo israeliano indicano una combinazione di intelligence e forze speciali israeliane che hanno eseguito raid DEAD simili all’Operazione Spiderweb dell’Ucraina”.

Il personale israeliano, “che secondo quanto riferito operava all’interno dell’Iran da mesi, ha eseguito attacchi tattici con droni sui siti di difesa aerea e missili balistici iraniani”.

Come riportato dall’Atlantic Council, il conflitto ha rivelato che “mentre le operazioni cyber forniscono vantaggi tattici e effetti psicologici, rimangono più efficaci quando integrate con operazioni cinetiche piuttosto che come strumenti strategici autonomi”.

La risposta internazionale

Come riportato da Al Jazeera, “un cessate il fuoco mediato da Trump è in vigore per ora” dopo che “Israele e Iran sono passati da una guerra in escalation a un fragile cessate il fuoco” il 24 giugno 2025.

Il conflitto ha coinvolto direttamente gli Stati Uniti, con il Presidente Trump che avrebbe “ordinato supporto a Israele” e bombardato “tre siti nucleari iraniani” il 22 giugno.

In occasione del vertice 2025 in Canada, i leader del G7 hanno emesso una dichiarazione che recitava:

“Affermiamo che Israele ha il diritto di difendersi”, mentre un sondaggio degli elettori di Trump ha mostrato che “il 53% ha detto che gli Stati Uniti non dovrebbero essere coinvolti nel conflitto Iran-Israele”.

Implicazioni internazionali: il futuro della guerra cibernetica

Sfide normative internazionali

Il conflitto cyber israeliano-iraniano ha profonde implicazioni per la sicurezza internazionale. Secondo un documento dello United Nations Office for Disarmament Affairs (UNODA), le 11 norme volontarie delle Nazioni Unite per il comportamento responsabile degli stati nel cyberspazio mancano di meccanismi di applicazione efficaci.

Queste includono la protezione delle infrastrutture critiche, la cooperazione nelle indagini criminali e il rispetto dei diritti umani nel cyberspazio.

Come analizzato dal Center for Strategic and International Studies, “creare responsabilità per le norme cyber globali” rimane una sfida significativa per la comunità internazionale. Il Manuale di Tallinn fornisce linee guida sulle operazioni cyber sotto il diritto internazionale, ma i requisiti di attribuzione e le soglie per l’attacco armato rimangono contestati.

Stuxnet ha stabilito un precedente per operazioni cyber sotto la soglia del conflitto armato tradizionale: tuttavia l’integrazione di operazioni cyber nella guerra cinetica, osservata nel corso del 2025, rappresenta un’evoluzione verso il trattamento del cyberspazio come un dominio convenzionale di guerra.

Sviluppi tecnologici e minacce emergenti

La sofisticazione tecnica continua ad avanzare rapidamente. L’integrazione dell’intelligenza artificiale migliora sia le capacità offensive che difensive, come documentato nei report di Google Cloud sulla “minaccia dell’uso improprio dell’IA generativa”.

Contemporaneamente, gli sviluppi del quantum computing minacciano gli standard di crittografia attuali, potenzialmente rivoluzionando la guerra cibernetica entro il prossimo decennio.

La proliferazione di gruppi hacktivist crea sfide di attribuzione e rischi di escalation dei conflitti. Durante il conflitto del 2025, secondo Flashpoint, sono stati “tracciati oltre 170 gruppi” che operavano su entrambi i lati, creando “sfide di attribuzione e rischi di escalation poiché gli attori statali utilizzano sempre più questi gruppi per una negazione plausibile”.

Convergenza di minacce statali e criminali

La convergenza tra attori statali e reti cybercriminali crea nuove minacce ibride inasprite da pressioni economiche e sanzioni. La cooperazione iraniana con Russia e Cina sulle capacità cyber, documentata dai servizi di intelligence occidentali, minaccia di accelerare lo sviluppo delle capacità.

La frammentazione nelle capacità cyber a livello regionale riduce le opportunità di cooperazione proprio quando la difesa collettiva diventa più critica.

L’Unione Europea ha sviluppato il Cyber Diplomacy Toolbox, che fornisce quadri per sanzioni e risposte diplomatiche; ma lotta con le sfide di attribuzione e la velocità delle operazioni cyber.

Implicazioni strategiche e sfide operative

Lezioni apprese e limitazioni

Le recenti cyber-operazioni israeliane rivelano una strategia sofisticata che include obiettivi multipli: degradare le capacità nucleari iraniane, imporre costi economici, creare pressione politica interna e dimostrare capacità deterrenti.

Il targeting di precisione delle infrastrutture critiche, evitando vittime civili di massa, riflette una gestione dell’escalation progettata per ottenere effetti strategici senza scatenare una guerra generalizzata.

Tuttavia, persistono sfide significative. L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha rappresentato un importante fallimento dell’intelligence israeliana, nonostante le sofisticate capacità dell’Unità 8200.

Come riportato da The New York Times nel novembre 2023:

“un analista veterano dell’Unità 8200 aveva avvertito a luglio che Hamas si stava preparando per un attacco transfrontaliero” ma “le preoccupazioni dell’analista furono respinte dalla leadership militare senior come totalmente immaginarie”.

Secondo l’Institute for Defense Analyses, questo evento ha evidenziato “i fallimenti dell’intelligence israeliana prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre”, nonché “i limiti dell’intelligence tecnica quando si affrontano avversari determinati che impiegano rigorose pratiche di sicurezza operativa”.

Controversie etiche e accountability

Anche a livello etico non mancano zone d’ombra e preoccupazioni, condivise persino dagli stessi membri dell’intelligence israeliana: nel 2014, 43 veterani dell’Unità 8200 hanno pubblicato una lettera condannando le operazioni di sorveglianza sui civili palestinesi e rifiutandosi di partecipare alle operazioni nei territori occupati, sostenendo che tali attività violassero i diritti umani fondamentali.

Amnesty International ha evidenziato l’uso del sistema di riconoscimento facciale Red Wolf per limitare la libertà di movimento dei palestinesi. L’organizzazione descrive “Red Wolf come un sistema di riconoscimento facciale utilizzato dalle forze armate israeliane ai checkpoint nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata” che “utilizza dati biometrici per determinare se un individuo può passare attraverso il checkpoint“.

Prospettive future e corsa agli armamenti

La corsa agli armamenti cyber nella regione non mostra segni di rallentamento. L’Iran ha sviluppato capacità significative attraverso gruppi come APT33, APT34 e APT35, mentre mantiene una rete di proxy regionali che includono Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen.

La cooperazione cyber di Teheran con Mosca e Pechino, secondo i servizi di intelligence occidentali, include condivisione di strumenti, tecniche e informazioni che accelera lo sviluppo delle capacità di tutti e tre i paesi.

Infine, la convergenza di attori statali con reti cybercriminali crea nuove minacce ibride, dove le sanzioni economiche spingono gli Stati a utilizzare anche metodi criminali per generare entrate.

Conclusioni: la nuova realtà del conflitto cyber persistente

L’eredità di trasformazione dell’Unità 8200

Le cyber-operazioni israeliane e le attività dell’Unità 8200 hanno trasformato irreversibilmente la guerra del XXI secolo: l’evoluzione avvenuta dall’attacco chirurgico di Stuxnet alle campagne integrate di guerra cyber-cinetica del 2025 mostra la maturazione delle operazioni cyber da strumenti sperimentali a componenti centrali della strategia militare contemporanea.

Il duplice ruolo dell’Unità 8200 – da un lato centro di intelligence militare, dall’altro incubatore tecnologico – ha creato un ecosistema dove gli imperativi di sicurezza nazionale guidano l’innovazione commerciale.

Questo modello ha prodotto leader globali della cybersicurezza come Check Point, Palo Alto Networks e CyberArk, attraverso continue innovazioni nelle capacità offensive e difensive.

Precedenti stabiliti e implicazioni strategiche

Durante il conflitto tra Israele e Iran del giugno 2025, l’integrazione delle cyber-operazioni israeliane con l’azione militare convenzionale ha stabilito nuovi precedenti per i conflitti futuri.

Come documentato dal Center for Strategic and International Studies nell’analisi post-conflitto, il successo dell’Operazione Rising Lion ha dimostrato che “la guerra moderna combina scala e precisione” attraverso “navigazione autonoma, progetti attribile a basso costo e reti di intelligence cross-domain” che permettono ai pianificatori di “coreografare centinaia di punti di mira su distanze massive”.

In altre parole, mentre le operazioni cyber da sole raramente raggiungono risultati strategici decisivi, la loro sincronizzazione con le operazioni cinetiche moltiplica significativamente l’efficacia del campo di battaglia.

Infine, l’impatto psicologico di simili operazioni – dimostrare la capacità di penetrare i sistemi più protetti degli avversari – potrebbe rivelarsi tanto prezioso quanto gli effetti operativi.

Sfide per il futuro e implicazioni globali

Tuttavia, questa nuova realtà comporta implicazioni preoccupanti per la stabilità internazionale. La normalizzazione degli attacchi alle infrastrutture civili, l’erosione dei tradizionali meccanismi di controllo delle escalation e la difficoltà di attribuzione delle responsabilità nel cyberspazio creano un’instabilità persistente.

L’assenza di meccanismi di governance internazionale efficaci, come sottolineato dalle analisi delle Nazioni Unite, significa che questa «guerra ombra» continuerà probabilmente a intensificarsi.

Come osservato da War on the Rocks circa le lezioni del conflitto tra Israele e Iran, “il dominio nelle capacità cyber e di intelligence può fornire vantaggi temporanei ma non può sostituire strategie politiche sostenibili per gestire conflitti regionali”. Le operazioni cyber creano infatti nuove vulnerabilità e dipendenze, che possono essere sfruttate da avversari determinati.

L’era del campo di battaglia ibrido

Man mano che l’IA e il quantum computing rivoluzionano le capacità cyber, le innovazioni pionieristiche dell’Unità 8200, testate nel conflitto israelo-iraniano, plasmeranno le dinamiche di sicurezza globale per i decenni a venire. La capacità di condurre operazioni simultanee nel dominio fisico e digitale è diventata un moltiplicatore di forza critico.

Comprendere le cyber-operazioni israeliane – in termini di sofisticazione tecnica, strategia e limitazioni – diventa essenziale per i decisori politici, i professionisti della sicurezza e i cittadini che navigano in un’era dove il campo di battaglia digitale è diventato tanto importante quanto quello fisico.

Il conflitto del giugno 2025 ha dimostrato definitivamente che il campo di battaglia digitale non è una frontiera teorica, ma una realtà operativa consolidata. Gli architetti della guerra cibernetica dell’Unità 8200 hanno stabilito un modello che combina innovazione strategica e integrazione operativa, creando capacità che ridefiniscono i parametri del potere nazionale nel XXI secolo.

Mentre entriamo in un’era di conflitto ibrido persistente – dove le linee tra pace e guerra, civile e militare, fisico e digitale continuano a sfumare – l’esperienza dell’Unità 8200 può aiutarci a comprendere come le nazioni tecnologicamente avanzate modelleranno il futuro della sicurezza globale.

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Industrial Cybersecurity

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https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/cyber-operazioni-israeliane/




Sophisticated Malware Deployed in Oracle EBS Zero-Day Attacks

Google Threat Intelligence Group (GTIG) and Mandiant have continued to analyze the recent Oracle E-Business Suite (EBS) extortion campaign and their researchers have identified some of the pieces of malware deployed in the attacks.

The attacks came to light on October 2, when GTIG and Mandiant warned that executives at many organizations using Oracle EBS had received extortion emails. It has since been determined that hackers likely exploited known EBS vulnerabilities patched in July, likely along with a zero-day flaw tracked as CVE-2025-61882.

The hacker groups ShinyHunters and Scattered Spider (now calling themselves Scattered LAPSUS$ Hunters) have published a proof-of-concept (PoC) exploit that appears to target CVE-2025-61882, but it’s still unclear which other CVEs are involved in the exploit chain. It’s worth noting that even on its own, according to Oracle, CVE-2025-61882 allows unauthenticated remote code execution.

CrowdStrike has found evidence that exploitation of CVE-2025-61882 started on August 9. A blog post published on Thursday by GTIG and Mandiant reveals that some suspicious activity was seen as early as July 10, right before Oracle published its July patches. 

GTIG and Mandiant have not obtained definitive proof, but they say it’s plausible that the July 10 activity was an early attempt to exploit EBS servers. 

GTIG and Mandiant researchers have also analyzed the exploit chain and malware deployed in the Oracle EBS campaign.

The attackers created a malicious template in vulnerable Oracle EBS databases, which stored a payload triggered in the final stage of the exploit chain. 

Two types of payloads have been identified in the malicious templates. One of them is a downloader tracked by Google as GoldVein.Java, which attempts to fetch a second-stage payload from a C&C server. However, the tech giant’s researchers have not been able to retrieve this second-stage payload.

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The second payload delivered through malicious templates is actually a “nested chain of multiple Java payloads”. A loader named SageGift loads a dropper named SageLeaf, which in turn installs a Java servlet filter named SageWave that enables the threat actor to deploy the final payload. Again, the final payload could not be retrieved by the researchers. 

GoldVein, SageGift, SageLeaf, and SageWave have been described as sophisticated, multi-stage, fileless malware that can evade file-based detection.

The Cl0p name has been used in the extortion emails sent to victims (likely due to Cl0p’s reputation), but GTIG and Mandiant immediately discovered some links to a cybercrime group tracked as FIN11, based on the compromised email accounts used to send out the extortion messages. 

GTIG said it has yet to attribute the attack to a specific threat group, but pointed out that it has found further links to FIN11, which appears to have multiple activity clusters. Connections to FIN11 include the hackers being known for using Cl0p ransomware, and the malware used in the latest attacks being similar to malware previously linked to FIN11. 

Despite them leaking the PoC exploit, there is no evidence that the Scattered LAPSUS$ Hunters hackers were involved in the Oracle campaign. 

Google researchers believe dozens of organizations have been hit, and noted that the hackers managed to steal significant amounts of data from some of the victims. 

This is not surprising, as the previous large-scale campaigns linked to FIN11 and Cl0p — they targeted Cleo, MOVEit, Fortra and Accellion file transfer products via zero-day flaws — also resulted in large amounts of information being stolen, in some cases from hundreds of organizations.   

The Cl0p leak website currently displays a message suggesting that victims of the Oracle EBS campaign will soon be named unless they pay a ransom. However, similar to the previous Cl0p extortion campaigns, it will likely take weeks for the victims to be named.

Related: Recent Fortra GoAnywhere MFT Vulnerability Exploited as Zero-Day     

Related: All SonicWall Cloud Backup Users Had Firewall Configurations Stolen

https://www.securityweek.com/sophisticated-malware-deployed-in-oracle-ebs-zero-day-attacks/




Hackers Launch Extortion Campaign Targeting Oracle E-Business Suite Customers

A significant number of organizations have received extortion emails from hackers who claim to have stolen sensitive information from their Oracle E-Business Suite instances, Google’s Threat Intelligence Group and Mandiant unit warn.

Oracle E-Business Suite (EBS) is a suite of integrated business applications used by large organizations to automate and manage business processes. Oracle says thousands of organizations around the world use this enterprise resource planning (ERP) system.

According to Google Threat Intelligence Group (GTIG) and Mandiant, the malicious activity allegedly targeting Oracle EBS appears to have started on or around September 29. The attackers have sent extortion emails to executives at “numerous” companies, claiming to be affiliated with the notorious Cl0p cybercrime group.

GTIG and Mandiant researchers have described the attacks as a high-volume email campaign leveraging hundreds of compromised accounts, including ones previously linked to a profit-driven threat group named FIN11. This long-running cybercrime gang is known to engage in ransomware deployment and extortion.

The researchers also found some evidence indicating a connection to Cl0p. Specifically, the contact information provided by the attackers in the emails sent to targeted organizations matches contact addresses listed on the Cl0p leak website.

Mandiant and GTIG said they are in the early stages of their investigations and could not confirm whether the hackers’ claims are substantiated. 

“It is critical to note that while the tactics align with an extortion motive and the actor is explicitly claiming this connection, GTIG does not currently have sufficient evidence to definitively assess the veracity of these claims,” said Charles Carmakal, CTO of Mandiant.

Carmakal added, “Attribution in the financially motivated cybercrime space is often complex, and actors frequently mimic established groups like Clop to increase leverage and pressure on victims.”

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If Cl0p or FIN11 hackers are confirmed to be behind the attacks, it would not come as a surprise. Both groups are known to launch campaigns that target many organizations through vulnerable software, often via the exploitation of zero-day flaws. 

Cl0p last year claimed to have stolen data from dozens of organizations after exploiting a zero-day vulnerability in Cleo file transfer tools. The group previously managed to steal the information of tens of millions of users from thousands of organizations through the exploitation of a zero-day in MOVEit Transfer file transfer software. 

In addition, Cl0p was blamed for a 2023 attack that involved a Fortra GoAnywhere managed file transfer product zero-day and which hit dozens of organizations. 

A few years ago, the FIN11 group was behind a similar campaign that involved the theft of sensitive data from dozens of organizations that had been using an Accellion file transfer service. That campaign also involved the exploitation of a zero-day vulnerability. 

In some campaigns analyzed in the past, researchers had found links between Cl0p and FIN11. 

SecurityWeek has reached out to Oracle for comment and will update this article if the company responds.

Related: Infostealers: The Silent Smash-and-Grab Driving Modern Cybercrime

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https://www.securityweek.com/cybercriminals-claim-theft-of-data-from-oracle-e-business-suite-customers/




Cyberattack on Beer Giant Asahi Disrupts Production 

Japanese brewing giant Asahi Group Holdings on Monday announced that its operations in the country have been disrupted by a cyberattack.

The incident, the company said, resulted in system failures that affected orders and shipments at all its subsidiaries in the country, as well as call center operations, customer service desks included.

Reuters reported that production at some of Asahi’s 30 domestic factories has been suspended due to the cyberattack.

“At this time, there has been no confirmed leakage of personal information or customer data to external parties,” the company said in a Monday notice.

Asahi said it is investigating the attack and working on restoring the affected systems, but could not provide an estimated timeline for recovery.

“The system failure is limited to our operations within Japan,” it said.

The company has not disclosed the nature of the cyberattack it fell victim to, but the system-wide outage could indicate that file-encrypting ransomware might have been used.

SecurityWeek has emailed Asahi for additional information on the attack and will update this article if the company responds.

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One of the largest breweries in Japan, Asahi owns several known international beer brands, such as Grolsch, Peroni, and Pilsner Urquell, as well as Fullers in the UK, which produces London Pride.

“While the disruption is currently confined to one country, Asahi has a significant market share in Japan of almost 40%. Therefore, disruption to production will be costly to Asahi and potentially re-sellers,” Immersive senior cyber manager Kevin Marriott said.

“As we have seen recently with the retail sector and JLR, production and supply chain halts can be extremely expensive for businesses. This is why having procedures in place that protect operations is crucial,” Marriott added.

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https://www.securityweek.com/cyberattack-on-beer-giant-asahi-disrupts-production/