Explainable Security: dalle fiabe alla cybersecurity – quando Cenerentola insegna l’autenticazione multifattore

Al 23° Forum ICT Security, il Professor Luca Viganò del King’s College di Londra ha proposto un approccio rivoluzionario alla comunicazione della sicurezza informatica: utilizzare le narrazioni universali per rendere comprensibili concetti tecnici complessi.

La sicurezza informatica è difficile. È difficile da ottenere, da analizzare, da capire e, soprattutto, da spiegare. Se non fosse così, ha esordito Luca Viganò aprendo il suo intervento al Forum ICT Security 2025, “non saremmo qui. Probabilmente ci occuperemmo di altre cose perché avremmo risolto il problema.”

Il Professor Viganò, che dirige il Cybersecurity Group presso il Department of Informatics del King’s College di Londra, lavora all’intersezione tra sicurezza informatica, ingegneria del software, intelligenza artificiale e logica. Da questa posizione privilegiata ha sviluppato un approccio innovativo denominato Explainable Security (XSec), che affronta una questione tanto semplice quanto fondamentale: come comunicare efficacemente i concetti di sicurezza a pubblici diversi?

Il paradosso della colpa condivisa

Uno studio IBM citato dal Professor Viganò rivela un dato impressionante: il 95% delle vulnerabilità informatiche deriva da errori umani. Questa statistica ha alimentato per decenni la narrazione secondo cui gli esseri umani rappresentano “l’anello più debole della catena” (the weakest link). Ma il relatore invita a una riflessione più profonda: di chi è davvero la colpa?

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“Se noi chiediamo al sistema, il sistema dirà: è stato un errore umano”, ha spiegato. “Ma se chiediamo all’utente, molto spesso l’utente non è nemmeno conscio di questa cosa, giustamente. E dirà: è stato un errore tecnico, un technical glitch.”

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Questa dissonanza rivela due problemi interconnessi che la Explainable Security si propone di affrontare. Il primo riguarda gli utenti che non comprendono la sicurezza, spesso per una combinazione di ignoranza (nel senso letterale di non conoscere, non sapere), incomprensioni e comportamenti involontari. Il secondo, forse meno ovvio, riguarda gli esperti che non comprendono gli utenti.

Il mondo non è in bianco e nero

Il professore ha illustrato questo secondo problema attingendo alla propria esperienza di ricercatore specializzato in analisi formale. Nel modellare sistemi di sicurezza, gli esperti tendono a dividere il mondo in due categorie nette: da un lato gli attaccanti, dall’altro gli agenti onesti che si comportano esattamente come il programmatore aveva previsto.

“Questa divisione è molto utile perché ci consente di ottenere dei risultati”, ha ammesso. “Il problema è che gli esseri umani non sono neri, perché tipicamente non hanno le capacità di un attaccante, ma non sono nemmeno bianchi, perché magari non sanno nemmeno che cosa aveva in testa il programmatore.”

Con una punta di ironia, il professore ha ricordato l’evoluzione dei telefoni cellulari: “Sono vecchio a sufficienza da ricordarmi quando sono usciti i primi cellulari, che erano spessi diverse dita e arrivavano con un manuale spesso altrettanto. Oggigiorno i cellulari sono sottilissimi e non c’è il manuale.” Come può dunque un utente sapere esattamente come comportarsi?

La risposta dell’Explainable Security

Il framework dell’Explainable Security, sviluppato da Viganò insieme al collega Daniele Magazzini (oggi dirigente per JP Morgan), adotta un approccio sistematico basato sulle classiche sei domande del giornalismo: chi, cosa, come, dove, quando e perché.

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Chi fornisce le spiegazioni e chi le riceve? Cosa viene spiegato: un attacco, una strategia di difesa, un processo di recovery? Dove e quando si colloca la spiegazione nel ciclo di vita del software o nell’utilizzo di un sistema? E, naturalmente, perché abbiamo bisogno di questa spiegabilità e come possiamo realizzarla?

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Il cuore della proposta di Viganò sta nel passaggio da un approccio puramente tecnico a uno socio-tecnico. “La soluzione è molto semplice”, ha affermato: “invece di considerare un sistema tecnico, dobbiamo considerare un sistema socio-tecnico, ovvero includere esplicitamente gli esseri umani all’interno delle nostre analisi e delle nostre difese.”

Ma c’è un elemento in più, che il relatore chiama provocatoriamente Human Learning. “Parliamo tanto di machine learning”, ha osservato, “però non dobbiamo dimenticarci che dobbiamo fare in modo che siano anche gli utenti ad apprendere, non solamente le macchine e gli algoritmi.”

Cenerentola e l’autenticazione a due fattori

Come rendere concreto questo cambiamento culturale? La risposta di Viganò è tanto inaspettata quanto affascinante: attraverso le fiabe.

“Sono trent’anni che mi occupo di cybersecurity, sono trent’anni che sento Humans are the weakest link“, ha dichiarato. “E questo vuol dire che non abbiamo risolto il problema ancora, quindi forse è perché non abbiamo usato le parole giuste.”

In un articolo intitolato The Cybersecurity of Fairy Tales, il professore ha mappato 16 fiabe tradizionali su molteplici concetti di sicurezza informatica: dal controllo degli accessi all’anonimità, dall’autenticazione agli attacchi di tipo replay.

L’esempio più illuminante è quello di Cenerentola, una storia che esiste in circa 700 versioni diverse in tutto il mondo. Quando il principe cerca di identificare la misteriosa fanciulla del ballo usando la scarpetta di cristallo, sta essenzialmente implementando un protocollo di autenticazione. La scarpetta rappresenta un fattore biometrico: qualcosa che Cenerentola è (la dimensione del suo piede).

Ma il protocollo ha una vulnerabilità. Nella versione dei fratelli Grimm, le sorellastre tentano un attacco di impersonificazione, arrivando a mutilarsi i piedi per farli entrare nella scarpetta. L’attacco viene sventato solo grazie a quello che potremmo definire un runtime monitor: un soldato che nota il sangue.

La vera lezione arriva nel finale. Quando i soldati trovano finalmente Cenerentola, lei non si limita a calzare la scarpetta: estrae dalla tasca la seconda. “Cenerentola è una fiaba sull’autenticazione multifattore”, ha concluso Viganò. “Su qualcosa che Cenerentola è, un fattore biometrico, ovvero la dimensione del suo piede, e su un fattore di possesso, ovvero qualcosa che Cenerentola ha: la seconda scarpetta.”

Nella versione Disney, questo principio viene ulteriormente enfatizzato: quando la matrigna rompe la prima scarpetta, è il secondo fattore a salvare la situazione.

Da Ulisse a Pinocchio: un patrimonio nascosto

Ma Cenerentola non è un caso isolato. Il relatore ha dimostrato come l’autenticazione multifattore fosse già presente nell’Odissea. Quando Ulisse torna a Itaca dopo vent’anni di assenza, nessuno lo riconosce immediatamente. L’identificazione avviene attraverso tre fattori distinti: il cane Argo lo riconosce dall’odore (qualcosa che è), la nutrice Euriclea lo identifica da una cicatrice d’infanzia (qualcosa che ha sul corpo), e infine dimostra la propria identità tendendo l’arco che nessun altro può usare e scoccando una freccia attraverso dodici asce (qualcosa che sa fare). Esiste perfino un quarto fattore: la conoscenza del segreto del letto nuziale, costruito sopra un albero.

Alì Babà e i Quaranta Ladroni, dal canto suo, offre un vero catalogo di vulnerabilità: dalla password intercettata (“Apriti Sesamo”) alla coercizione, dalla password dimenticata all’anonimità compromessa.

E Pinocchio? L’episodio del Gatto e la Volpe nel Campo dei Miracoli rappresenta, secondo Viganò, l’archetipo della truffa nota come Nigerian Prince email scam. “Che cosa dicono il Gatto e la Volpe? Dicono: Pinocchio, ti faremo ricco. L’unica cosa, ci devi dare un po’ di monete d’oro prima, che le seppelliamo nel campo sotto l’albero e poi crescerà l’albero di monete.” È esattamente la struttura dello Spanish Prisoner e delle moderne truffe via email.

L’evidenza scientifica

Ma funziona davvero? Viganò non si è accontentato dell’intuizione: ha condotto studi empirici rigorosi per verificare l’efficacia di questo approccio. I risultati confermano che l’utilizzo di film, fiabe e altre forme artistiche migliora effettivamente la comprensione della sicurezza informatica da parte degli utenti.

“Il risultato è sì, anche se non sempre”, ha precisato con onestà scientifica. Per comprendere meglio questi limiti, ha collaborato con l’artista inglese Alistair Gentry, che si traveste da automa e interagisce con le persone interrogandole sulla sicurezza informatica.

Gli studi, sia quantitativi che qualitativi, hanno rivelato che l’approccio narrativo funziona, ma talvolta richiede moderazione: in alcuni casi l’efficacia è diretta, in altri serve un facilitatore che guidi la comprensione. Questo non diminuisce il valore dell’approccio, ma ne chiarisce le condizioni ottimali di applicazione.

Verso una nuova narrativa

L’intervento rappresenta un invito a ripensare radicalmente il modo in cui comunichiamo la sicurezza informatica. Non si tratta semplicemente di “semplificare” concetti complessi, ma di attingere a un patrimonio narrativo universale che contiene già, in forma implicita, le strutture logiche della sicurezza.

Il professore ha concluso menzionando The First, un cortometraggio di cui ha scritto la sceneggiatura, dedicato all’intelligenza artificiale, al test di Turing e “alla difficoltà di essere umani in un mondo autonomo”. Un progetto che testimonia come la contaminazione tra discipline scientifiche e umanistiche possa produrre nuove forme di comprensione.

Figlio di un’informatica e di un critico cinematografico, Viganò incarna questa sintesi. E la sua proposta ci ricorda che, forse, per affrontare le sfide più tecniche del nostro tempo, abbiamo bisogno di riscoprire le storie più antiche.

Guarda il video completo dell’intervento:

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Profilo Autore

Luca Viganò is Professor at the Department of Informatics of King’s College London, UK, where he heads the Cybersecurity Group. His research focuses on formal analysis of socio-technical cybersecurity and on explainable cybersecurity, where, in addition to more formal approaches, he has been investigating how different kinds of storytelling can be used to explain cybersecurity.

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Crittografia post-quantistica: tra minacce concrete e opportunità rivoluzionarie

Al Forum ICT Security 2025, Daniele Venturi dell’Università Sapienza traccia la roadmap di una rivoluzione crittografica già in corso. Quando il quantum computing diventerà realtà, i nostri sistemi di sicurezza attuali potrebbero crollare in pochi istanti. Ma la sfida quantistica nasconde anche opportunità straordinarie che cambieranno per sempre il modo in cui proteggiamo i dati.

L’intervento del professor Daniele Venturi, ordinario presso il Dipartimento di Informatica dell’Università di Roma Sapienza, ha aperto uno squarcio sul futuro della cybersecurity nell’era quantistica. Durante la 23ª edizione del Forum ICT Security, tenutosi a Roma il 19-20 novembre 2025, il relatore ha presentato un quadro complesso dove minacce e opportunità si intrecciano, delineando scenari che vanno ben oltre la semplice sostituzione degli algoritmi crittografici attuali.

Il titolo dell’intervento, “Crittografia (Post-)Quantistica: Sfide ed Opportunità”, racchiude già la duplice natura della rivoluzione in corso: da un lato la necessità urgente di proteggere i sistemi esistenti, dall’altro le straordinarie possibilità tecnologiche che le nuove assunzioni matematiche ci offrono.

Il paradigma della sicurezza dimostrabile: le fondamenta della crittografia moderna

“La crittografia moderna si basa su quello che chiamiamo il paradigma della sicurezza dimostrabile”, ha esordito Venturi, richiamando le pietre miliari poste da Shafi Goldwasser e Silvio Micali negli anni Ottanta. L’idea fondamentale è avere una prova matematica rigorosa della sicurezza di un crittosistema, non basarsi solo su intuizioni o test empirici.

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Crittografia classica – Schema del paradigma della sicurezza dimostrabile

Il primo passo è definire con precisione cosa significa che un cifrario o uno schema di firma è sicuro. Una volta stabilita la definizione, si procede alla dimostrazione matematica, che può avvenire in due modalità: incondizionata (è vera sempre, punto) oppure condizionata a specifiche assunzioni matematiche.

“Violare la sicurezza del sistema diventa equivalente a violare l’assunzione X”, ha spiegato l’esperto. Gli esempi classici di queste assunzioni sono la difficoltà computazionale di fattorizzare grandi numeri interi o calcolare logaritmi discreti in gruppi finiti: problemi su cui generazioni di matematici si sono arrovellate per centinaia di anni senza trovare algoritmi efficienti.

Questa solidità matematica ci rende sicuri: se esistesse un attacco efficace contro RSA o altri sistemi, avremmo automaticamente scoperto come fattorizzare numeri interi rapidamente, il “Santo Graal” della teoria dei numeri che i matematici inseguono da secoli.

L’algoritmo di Shor: quando la minaccia quantistica diventa concreta

In questo scenario consolidato irrompe la computazione quantistica. L’algoritmo di Shor, presentato da Peter Shor nei primi anni Novanta, ha dimostrato che un calcolatore quantistico sufficientemente potente può fattorizzare numeri interi e risolvere il problema del logaritmo discreto in tempo polinomiale – una velocità che renderebbe inutili gran parte dei sistemi crittografici attuali.

“Fattorizzare un intero di 1.024 bit richiede circa 2.050 qubit logici e miliardi di gate quantistici”, ha precisato Venturi, sottolineando che siamo ancora molto lontani da questo obiettivo tecnologico. Il record attuale di implementazione reale dell’algoritmo di Shor è la fattorizzazione del numero 21, senza progressi significativi negli ultimi dieci anni.

Eppure il NIST (National Institute of Standards and Technology) statunitense ha già avviato e in gran parte completato il processo di standardizzazione dei crittosistemi resistenti agli attacchi quantistici. Il motivo di questa apparente urgenza? Il principio precauzionale sintetizzato nell’espressione inglese “better safe than sorry” (meglio prevenire che curare).

“Gli attacchi quantistici potrebbero già stare avvenendo in questo momento”, ha ammonito il relatore con tono grave. “Un attaccante potrebbe raccogliere oggi grandi quantità di dati cifrati per decifrarli domani, quando i computer quantistici saranno finalmente disponibili”. Uno scenario noto come “harvest now, decrypt later” (raccogli ora, decifra poi) che rende urgente la migrazione verso algoritmi post-quantistici anche prima che i computer quantistici operativi esistano.

Post-quantistica versus quantistica: una distinzione cruciale

Lo speaker ha tenuto a chiarire una distinzione fondamentale, spesso confusa nel dibattito pubblico e nelle comunicazioni commerciali.

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Distinzione tra crittografia post-quantistica e quantistica

Nella crittografia post-quantistica, Alice e Bob (mittente e destinatario, secondo la nomenclatura classica) utilizzano computer tradizionali e scambiano messaggi classici attraverso canali di comunicazione standard. Tuttavia, devono proteggersi da un avversario che dispone di un computer quantistico. Il requisito minimo è quindi sfruttare assunzioni matematiche basate su problemi che rimangono difficili da risolvere anche per calcolatori quantistici.

Nella crittografia quantistica, invece, tutti i partecipanti – Alice, Bob e potenzialmente anche l’avversario – dispongono di capacità quantistiche. La comunicazione può avvenire tramite stati quantistici, i messaggi possono essere codificati in qubit, e le chiavi crittografiche stesse possono essere stati quantistici. Questa tecnologia sfrutta i principi fondamentali della fisica quantistica per realizzare applicazioni completamente impossibili nel mondo classico.

“La distinzione è cruciale”, ha sottolineato Venturi, “perché confondere i due ambiti porta a fraintendimenti sulle capacità reali e sui limiti delle tecnologie disponibili”.

Learning with Errors: la matematica dietro i nuovi standard

Per illustrare le basi matematiche della crittografia post-quantistica, il professore ha presentato uno dei problemi fondamentali alla base dei nuovi standard NIST: il problema Learning with Errors (LWE), letteralmente “apprendimento con errori”.

Si tratta essenzialmente di risolvere un sistema di equazioni lineari modulari (equazioni in aritmetica modulo un certo numero primo q) che sono state perturbate aggiungendo del “rumore” casuale con una specifica distribuzione statistica. Normalmente, se si dispone di un numero sufficiente di equazioni, un sistema lineare è sempre risolvibile in modo efficiente con gli algoritmi studiati nei corsi universitari di algebra lineare.

“Ma quando queste equazioni sono perturbate da rumore con una certa distribuzione, il problema diventa computazionalmente difficile da risolvere”, ha spiegato Venturi. Sotto specifiche condizioni parametriche e certe assunzioni matematiche, questo problema diventa equivalente ad alcuni classici problemi sui reticoli (lattice problems) che i matematici studiano da decenni senza aver trovato algoritmi efficienti – né classici né quantistici.

“Congetturiamo che questi algoritmi efficienti non esistano”, ha aggiunto il relatore, “ed è proprio su questa congettura che fondiamo la sicurezza dei nuovi crittosistemi post-quantistici”.

L’opportunità nascosta: la cifratura omomorfa

Ma ecco la svolta inaspettata, l’aspetto che ha acceso l’entusiasmo del relatore. “Queste nuove assunzioni matematiche, oltre ad aprire la porta a sistemi sicuri in ambito post-quantistico come quelli standardizzati dal NIST, ci permettono di realizzare forme completamente nuove di strumenti crittografici che prima erano impensabili”.

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Schema della cifratura omomorfa

Una di queste tecnologie rivoluzionarie è la cifratura omomorfa (fully homomorphic encryption), ovvero la capacità di eseguire calcoli arbitrari su dati cifrati senza mai doverli decifrare.

Il caso d’uso è illuminante: “Immaginate di cifrare un messaggio e inviarlo al cloud. Volete che il cloud calcoli una funzione sui vostri dati, ma non volete rivelargliela in chiaro per questioni di privacy. Come può il cloud operare su dati che non può vedere?”

La risposta sembra quasi magica. Il cloud, conoscendo solo la chiave pubblica, la descrizione della funzione da calcolare e i dati cifrati, applica un algoritmo speciale e produce un nuovo ciphertext (testo cifrato). Quando il proprietario dei dati lo decifra con la propria chiave privata, ottiene esattamente il risultato della funzione applicata ai dati originali – senza che il cloud abbia mai “visto” i dati in chiaro.

“Questa era una delle domande aperte più grandi e affascinanti nella crittografia a chiave pubblica fin dalla sua invenzione negli anni Settanta”, ha ricordato Venturi. Ron Rivest, uno degli inventori dell’algoritmo RSA, parlava già dei cosiddetti “privacy homomorphisms”. Alcuni crittosistemi classici come RSA o ElGamal soddisfano parzialmente questa proprietà, ma solo per operazioni molto ristrette (ad esempio la moltiplicazione): moltiplicando due ciphertext si ottiene un ciphertext che decifra al prodotto dei due plaintext originali.

“Quello che vogliamo fare è realizzare questa proprietà per tutte le funzioni computabili, non solo per operazioni elementari”, ha precisato il relatore. Questo problema è rimasto aperto per oltre trent’anni, fino a quando Craig Gentry, allora dottorando a Stanford, lo ha risolto nel 2009 con una costruzione basata proprio su problemi legati ai reticoli.

Il progresso da allora è stato rapidissimo. Oggi esistono librerie software che implementano schemi di cifratura omomorfa basati su LWE e su varianti correlate, con prestazioni che si avvicinano all’utilizzabilità pratica per applicazioni reali – dal calcolo su dati medici sensibili all’elaborazione di informazioni finanziarie nel cloud.

Offuscamento dei programmi: il codice che custodisce i propri segreti

Un’altra opportunità rivoluzionaria emersa dallo studio delle assunzioni post-quantistiche riguarda l’offuscamento dei programmi (program obfuscation).

La domanda di ricerca è tanto semplice quanto profonda: “È possibile che un programma mantenga i propri segreti anche quando il codice eseguibile sta fisicamente nelle mani di un attaccante, senza fare affidamento su alcun hardware fidato (trusted hardware)?”

L’esempio più immediato è un programma che contiene una password e la confronta con l’input dell’utente. Normalmente, per proteggere la password, si memorizza solo il suo hash crittografico, accettando l’input solo se il suo hash corrisponde. Ma per programmi più complessi questo approccio non è sufficiente.

L’obiettivo dell’offuscamento è creare una versione trasformata del programma originale che: (1) calcoli esattamente la stessa funzione dell’originale, (2) sia completamente incomprensibile, (3) non riveli alcuna informazione sui segreti incorporati nel codice, come password, chiavi crittografiche o logiche di business proprietarie.

“Questa tecnologia ha portato a una vera e propria rivoluzione nel mondo accademico della crittografia negli ultimi dieci anni”, ha sottolineato Venturi con enfasi. “Permette di costruire applicazioni crittografiche che erano completamente sconosciute in tutta la storia precedente della disciplina”.

La sfida aperta? “Costruire l’offuscamento dei programmi basandosi soltanto su LWE rimane ad oggi uno dei problemi aperti più importanti della crittografia teorica”. Le costruzioni esistenti richiedono assunzioni matematiche molto più forti e controverse rispetto a LWE, il che ne limita la fiducia e l’applicabilità pratica.

La trappola delle dimostrazioni: il riavvolgimento quantistico

Il professore ha poi affrontato un aspetto tecnico cruciale, spesso trascurato anche da esperti del settore: la transizione alla sicurezza post-quantistica non si limita a sostituire le assunzioni matematiche di base.

“L’illusione è che basti rimpiazzare l’assunzione con una variante resistente al quantistico e il gioco è fatto. Purtroppo non è così”, ha avvertito Venturi. “Anche le definizioni di sicurezza e le tecniche di dimostrazione devono essere compatibili con la presenza di avversari quantistici”.

L’esempio tecnico del riavvolgimento quantistico (quantum rewinding) illumina il problema. Molte dimostrazioni di sicurezza nella crittografia classica utilizzano una tecnica chiamata “riavvolgimento”: durante la dimostrazione matematica, si considera l’algoritmo dell’avversario e lo si “riavvolge” a uno stato precedente per analizzarne il comportamento.

Se l’avversario è un algoritmo classico, questa operazione è perfettamente lecita e non modifica il modello di calcolo. Ma se l’avversario dispone di un computer quantistico, “riavvolgendolo” si perturba inevitabilmente il suo stato quantistico interno, e l’avversario quantistico “se ne accorge” perché le leggi della fisica quantistica impediscono di copiare o riavvolgere stati quantistici sconosciuti senza disturbarli.

Questo effetto fa letteralmente “crollare” molte dimostrazioni di sicurezza classiche quando si tenta di applicarle al contesto quantistico. “È necessario intervenire con tecniche più sofisticate per estendere quelle dimostrazioni e renderle valide contro avversari quantistici”, ha spiegato il relatore.

“Questa è una misconception diffusa: non basta utilizzare assunzioni post-quantistiche. Bisogna verificare attentamente anche quali garanzie di sicurezza vengono fornite e come sono costruite le prove matematiche che le supportano”.

Quantum Key Distribution: promesse teoriche e limiti pratici

Passando alla crittografia quantistica vera e propria – quella dove anche gli utenti legittimi sfruttano tecnologie quantistiche – Venturi ha analizzato criticamente la Quantum Key Distribution (QKD), ovvero la distribuzione quantistica delle chiavi crittografiche.

La QKD sfrutta le leggi fondamentali della fisica quantistica, in particolare il principio che misurare uno stato quantistico lo perturba inevitabilmente, per permettere ad Alice e Bob di condividere una chiave segreta su un canale di comunicazione completamente insicuro e potenzialmente intercettato.

La buona notizia? “Nel mondo classico, condividere una chiave su un canale insicuro richiede assolutamente assunzioni computazionali, come la difficoltà della fattorizzazione. Non si può fare in maniera incondizionata, nemmeno per proteggere solo da intercettazioni passive. Nel mondo quantistico invece è possibile ottenere sicurezza incondizionata – garantita dalle leggi della fisica, non da congetture matematiche”.

Inoltre, non sono necessari computer quantistici universali completi: “Bastano tecnologie più accessibili come la comunicazione in fibra ottica con fotoni singoli o collegamenti da satellite”, ha precisato il relatore.

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Limiti della QKD con dati tecnici

Le cattive notizie, però, sono sostanziali. “Purtroppo la maggior parte dei fotoni non riescono ad arrivare da Alice a Bob, e questo effetto peggiora in modo esponenziale con la distanza”. Le attenuazioni tipiche nelle fibre ottiche limitano drasticamente la portata operativa.

I numeri parlano chiaro: il record mondiale è 511 chilometri di distanza con un bit rate di 3,37 bit al secondo. “È una velocità assolutamente bassissima, praticamente inutilizzabile per applicazioni reali”, ha commentato con realismo il professore.

Il problema si aggrava ulteriormente considerando che la vera sicurezza incondizionata richiede l’uso del cifrario di Vernam (o one-time pad), dove la chiave deve essere lunga esattamente quanto il messaggio da cifrare. “Questo è un limite inerente delle leggi dell’informatica: non si può fare di meglio. Quindi 3,37 bit al secondo per generare chiavi che devo poi usare per cifrare messaggi della stessa lunghezza… il conto non torna per usi pratici”.

I sistemi ibridi: un compromesso inevitabile

La soluzione pratica attualmente perseguita sono i sistemi ibridi QKD che combinano la distribuzione quantistica delle chiavi con cifrari simmetrici veloci come AES.

Lo schema funziona così: la QKD genera periodicamente chiavi condivise tra Alice e Bob, seppur a basso bit rate. Queste chiavi vengono poi utilizzate come input per cifrari a blocchi standard (come AES) che permettono di cifrare messaggi a velocità normale, praticamente illimitata. Le implementazioni più avanzate di sistemi ibridi raggiungono ad esempio 66 kilobit al secondo a 70 chilometri di distanza.

Ma qui Venturi ha inserito un’osservazione pungente che smonta gran parte della retorica commerciale sulla QKD: “A quel punto, però, potete ottenere esattamente lo stesso risultato con poche centinaia di righe di codice software, usando una Key Derivation Function (KDF) crittografica e AES”.

Lo schema alternativo classico funziona così: Alice e Bob condividono inizialmente una chiave segreta K (magari scambiata con un protocollo di key exchange tipo Diffie-Hellman post-quantistico). Poi utilizzano una KDF per generare da K una sequenza di chiavi derivate K₁, K₂, K₃… indipendenti tra loro, che usano con AES per cifrare i messaggi successivi. “Nessun dispositivo quantistico costoso, nessun limite di distanza ai 511 chilometri, nessun problema di attenuazione”.

L’unico vantaggio della QKD? “Se un attaccante compromette fisicamente l’intero dispositivo di Alice o Bob, con la soluzione classica perde tutta la sicurezza. Con la QKD mantieni alcune garanzie”. Ma anche questo vantaggio può essere ottenuto, ha notato il relatore, “al prezzo di utilizzare tecniche più complesse che sfruttano assunzioni post-quantistiche, come i sistemi basati su LWE”.

La conclusione implicita è chiara: i benefici pratici della QKD rispetto ad alternative post-quantistiche puramente software sono molto più limitati di quanto il marketing tecnologico lasci intendere.

Monete quantistiche: il denaro digitale non clonabile

Guardando al futuro post-computer quantistico, il relatore ha presentato due applicazioni affascinanti ma ancora lontane dalla realizzazione pratica.

Le monete quantistiche (quantum money) sfruttano uno dei principi fondamentali della meccanica quantistica: il teorema del no-cloning, che stabilisce che stati quantistici sconosciuti non possono essere copiati perfettamente. “Se gli stati quantistici non sono clonabili, posso usarli come banconote digitali?” La domanda, posta per la prima volta decenni fa, è brillante nella sua semplicità.

Il problema fondamentale del denaro digitale classico è infatti proprio la facilità di duplicazione: copiare un file è banale, quindi come impedire il double spending (la doppia spesa della stessa “banconota” digitale)? Le criptovalute come Bitcoin risolvono il problema con registri distribuiti (blockchain), ma richiedono infrastrutture complesse e consumano enormi quantità di energia.

“Con le monete quantistiche, la fisica stessa impedisce la clonazione. È un’idea geniale”, ha ammesso Venturi con entusiasmo. Purtroppo l’implementazione pratica è estremamente complicata.

Le uniche costruzioni funzionanti finora sono schemi “a chiave privata” (secret-key quantum money), dove per verificare l’autenticità di una moneta è necessario contattare direttamente l’ente che l’ha emessa. “Questo ovviamente non scala: è come dover chiamare la Banca Centrale ogni volta che qualcuno vuole verificare una banconota”.

Quello che servirebbe sono monete quantistiche a chiave pubblica (public-key quantum money), dove chiunque possa verificare autonomamente l’autenticità di una moneta quantistica senza dover contattare l’emittente. “Questo è molto, molto, molto più complicato da realizzare”, ha sottolineato il professore. “Esistono tantissimi tentativi falliti e una bellissima linea di ricerca attiva che studia questo problema, ma ad oggi rimane un problema aperto per essere risolto in maniera efficiente”.

Copyright protection quantistico: l’antipirateria definitiva

L’ultima applicazione futuristica presentata è la protezione quantistica del copyright (quantum copy protection), che affronta il problema della pirateria software.

L’idea, proposta dal fisico teorico Scott Aaronson nel 2009, è ancora una volta elegantemente semplice: “Se posso associare uno stato quantistico a un programma software, riesco a impedirne la copia illegale sfruttando il teorema del no-cloning?”

Nel mondo classico si usa il watermarking digitale: un marchio incastonato nel codice che tutti possono verificare ma che è difficile da rimuovere senza danneggiare il programma. È un deterrente contro la pirateria, non una protezione assoluta.

La protezione quantistica promette di più, ma ha limiti intrinseci. “Purtroppo è impossibile per programmi learnable“, ha spiegato Venturi. Se un programma è sufficientemente semplice da poter essere “imparato” sottoponendogli varie query di test e osservandone gli output, allora una volta imparato può comunque essere replicato, indipendentemente dalla protezione quantistica.

“Quindi questa forma di protezione funziona inerentemente solo per programmi complessi, non facilmente apprendibili tramite interrogazioni”. Ma il problema è che per questi programmi complessi “la protezione quantistica del copyright sembra implicare matematicamente l’esistenza di monete quantistiche a chiave pubblica”. E come abbiamo visto, quelle non sappiamo ancora costruirle efficientemente.

“Sembra anche implicare l’offuscamento dei programmi, un altro problema aperto”, ha aggiunto. Esistono costruzioni per sottoclassi ristrette di programmi, sotto assunzioni matematiche molto forti, ma nulla di pratico o generale.

Conclusioni: tra realismo e lungimiranza strategica

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Conclusioni

Nelle note conclusive, Venturi ha mantenuto un equilibrio sapiente tra entusiasmo per le possibilità future e realismo sullo stato attuale della tecnologia.

“C’è sempre la barzelletta nel settore: sono già vent’anni che il computer quantistico ‘uscirà tra cinque anni’”, ha scherzato il professore suscitando risate in platea. “Però staremo a vedere. La ricerca avanza, gli investimenti crescono, i progressi ci sono. Non sappiamo quando, ma probabilmente accadrà”.

Le conclusioni pratiche per i professionisti della sicurezza informatica sono chiare:

Sui crittosistemi post-quantistici: “Esistono già, sono basati su problemi che rimangono difficili anche per computer quantistici, e per le applicazioni crittografiche principali l’efficienza è ormai comparabile a quella delle soluzioni classiche attuali”. La transizione è quindi tecnicamente fattibile e va pianificata seriamente.

Sulle opportunità: “La cosa che spero di avervi comunicato è che utilizzare questo tipo di assunzioni matematiche apre nuovi orizzonti nel mondo della crittografia. Permette di realizzare applicazioni molto interessanti – come la cifratura omomorfa – che potranno essere utilizzate nel mondo classico, indipendentemente poi dallo sviluppo o meno dei computer quantistici”. La minaccia quantistica ha paradossalmente accelerato la scoperta di nuove possibilità crittografiche.

Sulla Quantum Key Distribution: qui il tono è diventato più critico. “I crittosistemi quantistici possono dare la possibilità di fare cose completamente impossibili nel mondo classico, come la QKD senza assunzioni computazionali. Però attenzione: brevi distanze, bit rate limitatissimo, e soprattutto è possibile in pratica solo se abbandoniamo la sicurezza incondizionata – che è l’unico aspetto veramente interessante e distintivo della QKD“.

“Questo aspetto è spesso trascurato nelle presentazioni commerciali e risulta in affermazioni esagerate sulle capacità reali della QKD”, ha ammonito il relatore con franchezza.

Sulle applicazioni futuristiche: “Le applicazioni più sorprendenti come le monete quantistiche e la protezione quantistica del copyright richiedono capacità computazionali quantistiche che sono ancora molto lontane dall’essere realizzate praticamente”.

Un intervento che ha saputo bilanciare rigore tecnico e visione strategica, evitando sia il catastrofismo sulla minaccia quantistica sia l’entusiasmo acritico per tecnologie ancora immature. La rivoluzione quantistica non è solo una minaccia da cui difendersi, ma anche – e forse soprattutto – un’opportunità storica per ripensare radicalmente i paradigmi fondamentali della sicurezza informatica e della protezione dei dati.

“Rimaniamo sintonizzati”, ha concluso Venturi con un sorriso. La partita è appena iniziata.

Guarda il video completo dell’intervento:

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Profilo Autore

Daniele Venturi è Professore Ordinario presso il Dipartimento di Informatica dell’Università di Roma Sapienza, dove dirige il Laboratorio SCRYPTO dal 2016. La sua ricerca si focalizza sulla crittografia teorica ed applicata.

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La sicurezza informatica riparte dall’individuo: il paradigma Human-Centric di Proofpoint

Al 23° Forum ICT Security, Marco Zani di Proofpoint ha illustrato come l’approccio incentrato sulla persona rappresenti la terza grande evoluzione della cybersecurity, superando i modelli tradizionali focalizzati su perimetro e applicazioni

Il fattore umano resta il cuore pulsante – e al tempo stesso il tallone d’Achille – della sicurezza informatica aziendale. È questo il messaggio centrale emerso dall’intervento “Human Centric Security, il valore della piattaforma” tenuto da Marco Zani, Country Manager Italia di Proofpoint, durante il Forum ICT Security 2025.

Il manager ha aperto il suo intervento con una riflessione che tocca le corde più profonde del dibattito sulla cybersecurity attuale: «Quando si parla di questi temi, sconfinare su ambiti legati alla psicologia e alla filosofia è immediato. Parlare di psicologia significa inevitabilmente parlare di social engineering, di meccanismi di manipolazione della persona facendo leva sulle emozioni: il senso di urgenza, l’altruismo, le vulnerabilità personali».

Un approccio olistico che mette la persona al centro

La Human-Centric Security, come ha spiegato il relatore, rappresenta un cambio di paradigma fondamentale: un approccio olistico alla cybersecurity che tiene conto dell’individuo e dei suoi comportamenti per definire la strategia di sicurezza, andando oltre la tradizionale attenzione rivolta esclusivamente a endpoint, applicazioni e reti.

Zani ha richiamato anche la filosofia del “capitale umanistico” di Brunello Cucinelli per sottolineare quanto sia determinante riconoscere la centralità della persona: «L’uomo è un individuo singolo, unico, che genera una causa-effetto nel nostro mondo della cybersecurity, con impatti importanti a livello economico e aziendale».

I numeri del Voice of the CISO 2025

A supporto della propria tesi, lo speaker ha presentato i risultati di un’indagine condotta su 1.600 Chief Information Security Officer in 16 paesi, tutti operanti in aziende con oltre 1.000 dipendenti.

Cybersecurity risk: still human risk

I dati sono eloquenti: il 68% dei CISO a livello globale ritiene che i dipendenti abbiano una comprensione adeguata della data security e delle best practice, ma questo non basta a mitigare il rischio. In Italia la percentuale si attesta al medesimo valore del 68%, mentre emerge un dato curioso relativo alla Spagna, che presenta un gap di quasi 30 punti percentuali rispetto agli Stati Uniti, storicamente benchmark di riferimento per l’innovazione tecnologica.

Le statistiche più allarmanti riguardano però la percezione del rischio imminente: «Il 76% dei CISO pensa che subirà un attacco nei prossimi 12 mesi», ha evidenziato l’esperto. «È interessante l’aspetto legato all’inesorabilità: sanno che accadrà, anche se non sanno in che misura e quale impatto potrà avere in termini economici e di operatività aziendale». A conferma di questa consapevolezza, l’89% dei CISO ha già subito una perdita materiale di dati sensibili nell’ultimo anno.

La tassonomia delle minacce interne

L’intervento ha offerto una classificazione dettagliata delle tipologie di attacco legate al fattore umano. Gli insider malintenzionati – dipendenti che utilizzano impropriamente i dati per danneggiare l’organizzazione – rappresentano il 34% del totale.

Alla stessa percentuale si attestano gli insider imprudenti, ovvero dipendenti che inconsapevolmente usano in modo improprio i dati, spesso con leggerezza. A questi si aggiungono gli insider compromessi, le cui credenziali sono state rubate: Zani ha ricordato il caso di un hacker che ha sottratto 70.000 identità da hotel di lusso nel Sud Italia, rimettendole in vendita nel dark web a 20.000 euro ciascuna.

L’intelligenza artificiale generativa come fattore di rischio

Un capitolo significativo dell’intervento è stato dedicato all’impatto dell’AI generativa sulla sicurezza aziendale. Il 60% dei CISO a livello globale considera la GenAI un fattore di alto rischio per la propria organizzazione, in aumento rispetto al 54% dell’anno precedente. In Italia la percentuale si attesta al 57%, con un incremento del 45% anno su anno.

2025 Voice of the CISO Report, GenAI risk

«I recenti sviluppi legati all’AI – i Large Language Model, Gemini, ChatGPT – hanno cambiato sostanzialmente le regole del gioco», ha osservato lo speaker. «Creare, condividere, salvare ed esporre informazioni nell’ombra è diventato molto facile».

La risposta delle organizzazioni è stata prudente: il 59% dei CISO blocca o restringe fortemente l’utilizzo dell’AI all’interno delle proprie strutture, mentre il 68% prevede di implementare soluzioni basate sull’intelligenza artificiale nei prossimi mesi, adottando al contempo politiche e approcci etici strutturati.

L’evoluzione del panorama delle minacce

Il confronto tra passato e presente offre una fotografia nitida della trasformazione in atto. Se prima l’email rappresentava il vettore di attacco principale, il social engineering era manuale e soggetto a errori, e la perdita dati avveniva principalmente attraverso email ed endpoint gestiti, oggi lo scenario è radicalmente mutato.

Evoluzione delle cyber minacce – Before vs Now

«C’è una scalabilità potente», ha spiegato l’esperto. «L’AI generativa sta creando opportunità senza precedenti per chi fa il mestiere criminale. Attraverso le app di collaborazione si ricevono link su cui si clicca molto facilmente; l’AI è in grado di definire con precisione i linguaggi a seconda del paese e del ruolo della persona, che spesso è molto presente sui social e quindi facilmente profilabile».

Tra le tecniche più insidiose, il relatore ha menzionato la TOAD (Telephone Oriented Attack Delivery), l’Advanced Persistent Threat e le frodi al pagamento anticipato, in cui la vittima viene contattata con false urgenze legate a spedizioni bloccate o presunti benefici economici.

La piattaforma Human-Centric: architettura e funzionamento

Zani ha quindi illustrato l’architettura della piattaforma Proofpoint, che si basa su due pilastri fondamentali: la Threat Resilience (attacco, vulnerabilità e privilegi) e la Data Security. Il sistema è in grado di applicare policy adattive in modo dinamico, evolvendo in funzione del rischio introdotto.

Human Risk in Context by Intent

La valutazione degli utenti a rischio avviene attraverso l’intersezione di tre dimensioni: utenti attaccati (soggetti ad account takeover, business email compromise, phishing avanzato), utenti vulnerabili (chi fallisce le simulazioni di phishing, non segue i training, clicca con leggerezza sui link) e utenti con privilegi elevati (CEO, CFO, amministratori di sistema, personale coinvolto in operazioni di M&A).

«Dobbiamo smettere di considerare il dipendente come un soggetto a rischio», ha sottolineato lo speaker, «e renderli parte di un processo aziendale seamless, nel corso del quale sviluppare una cultura forte, in linea con le policy e le regolamentazioni».

Verso la sicurezza agentica

L’intervento si è concluso con uno sguardo al futuro. La Human-Centric Security rappresenta, secondo l’esperto, la base per abbracciare con maggiore sicurezza lo spazio agentico e digitale che si sta delineando.

«La piattaforma odierna incentrata sulla persona è fondamentale per la sicurezza di domani, che sarà incentrata sia sull’uomo che sugli agenti», ha concluso Zani, annunciando un evento dedicato (“Protect”) previsto per il primo trimestre del prossimo anno, in cui verranno presentate le novità in ambito agentico. «Al di là della narrativa, c’è concretezza: i quick wins che possono già essere messi in campo oggi».

La correlazione degli eventi comportamentali e la gestione dei dati sensibili attraverso un approccio integrato alla sicurezza possono dunque essere implementate sin d’ora, posizionando le organizzazioni italiane al passo con quei paesi che, come evidenziato dai dati del report, mostrano già una maggiore predisposizione ad accogliere questo tipo di evoluzione tecnologica.

Profilo Autore

Marco Zani è Country Leader per l’Italia di Proofpoint, Inc., azienda leader globale nella cybersecurity e nella compliance. Nel suo ruolo è responsabile della strategia e delle operazioni sul mercato italiano, con focus sull’accelerazione della crescita e sul supporto alle aziende locali nel rafforzamento delle difese contro le minacce informatiche mirate all’individuo.

Professionista con oltre 25 anni di esperienza nel settore IT, Zani ha costruito una solida carriera ricoprendo posizioni di leadership in realtà internazionali di primo piano. In qualità di Country Manager di GitLab, ha guidato con successo la crescita strategica e lo sviluppo del business in Italia. Precedentemente ha ricoperto ruoli chiave in Snowflake e ServiceNow, dove ha costruito e coordinato team ad alte prestazioni, concludendo contratti complessi di grande valore.

Riconosciuto come esperto nel cloud computing enterprise e nelle tecnologie di sicurezza, Zani si distingue per la sua capacità di sviluppare strategie incentrate sul cliente e di guidare team eterogenei a livello europeo. Le sue consolidate competenze manageriali e relazionali, unite a una visione orientata alla crescita, lo rendono una figura chiave per il piano di espansione di Proofpoint nel mercato italiano.

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Dalla dottrina militare alla cybersecurity civile: come le Cyber Operations stanno ridefinendo la difesa digitale

Al 23° Forum ICT Security, Francesco Arruzzoli – Responsabile del Centro Studi Cyber Defense di Cerbeyra -ha illustrato perché la sicurezza informatica non può più essere solo tecnologia, ma deve diventare disciplina operativa

Quando si parla di cyber operations, il pensiero corre immediatamente alle attività militari nel dominio digitale. Eppure, come ha spiegato Francesco Arruzzoli, Responsabile del Centro Studi Cyber Defense di Cerbeyra, durante il suo intervento “Cyber Operations in ambito civile: difesa, intelligence e resilienza cibernetica” al 23° Forum ICT Security tenutosi a Roma il 20 novembre 2025, i principi delle operazioni cibernetiche militari stanno diventando sempre più rilevanti anche per il mondo civile.

«Oggi tutta la nostra continuità operativa, come società e come nazione, è sempre più legata al dominio cyber», ha esordito il relatore. «Infrastrutture tecnologiche, reti, telecomunicazioni che gestiscono la continuità della nostra attività sociale vengono gestite sempre più all’interno del dominio cyber».

Il concetto di guerra ibrida, ormai entrato nel lessico comune, descrive esattamente questa realtà: accanto ai domini tradizionali del conflitto — terra, mare, aria e spazio — si è aggiunto a pieno titolo il cyberspazio. Ma ciò che interessa maggiormente alle organizzazioni civili non è tanto la componente offensiva, quanto quegli «aspetti peculiari delle cyber operations che possono e devono essere riportati sempre più spesso nel mondo civile, perché ci danno la possibilità di contrastare tutta una serie di nuove minacce emergenti».

La lezione degli scarponi: quando la disciplina salva la vita

Per spiegare il valore della disciplina operativa, l’esperto ha attinto a un ricordo personale del servizio di leva. Durante l’addestramento presso un reparto operativo dell’esercito, le reclute erano tenute ogni sera a pulire gli anfibi e posizionarli in modo preciso davanti alla branda, a disporre la mimetica sempre nello stesso modo, il berretto sempre nella tasca destra. Rituali che sembravano quasi atti di nonnismo.

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La regola degli scarponi

«Poi, dopo la terza settimana di addestramento, alle quattro della mattina, completamente al buio, veniamo svegliati per un allarme», ha raccontato. «La caserma era completamente al buio. Io ho visto in tre minuti persone vestirsi e mettersi in fila davanti all’armeria. Noi ci eravamo vestiti, preparati, equipaggiati senza vedere niente».

Nessuno si scontrò, nessuno perse gli anfibi. E gli scarponi erano pure lucidi. «Questo è un esempio di quello che può essere la disciplina quando andiamo a lavorare in determinati ambienti», ha sottolineato lo speaker. «Vuol dire essere pronti nel momento in cui si manifesta un’emergenza e non sappiamo quando si manifesta. Significa eliminare qualsiasi attrito».

Il parallelo con la cybersecurity è immediato: «Quando parliamo di attacchi cyber, ci riferiamo esattamente a questo. Ci riferiamo a minacce che sono l’equivalente digitale di un attacco notturno. Invisibili, imprevedibili, e spesso ce ne accorgiamo quando ormai è troppo tardi».

Malware che ragionano: la nuova frontiera delle minacce

Il cuore tecnico dell’intervento ha riguardato le nuove tipologie di malware potenziate dall’intelligenza artificiale, minacce che stanno emergendo dai laboratori di ricerca e che presto potrebbero diffondersi nel mondo reale.

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PROMPTFLUX

La prima categoria presentata è quella del malware generativo adattivo, esemplificato da PROMPTFLUX. Si tratta di software malevolo capace di adattarsi all’ambiente in cui si trova, privo di codice malevolo riconoscibile al suo interno. «I sistemi normali non identificano quel software come malevolo perché non ha armi, non ha codice per fare reverse shell già integrato nel suo eseguibile», ha spiegato l’esperto. «Lui parla semplicemente con un’intelligenza artificiale esterna — potrebbe essere Gemini o qualsiasi altro LLM — e chiede istruzioni su come cambiare il suo codice, modificarlo, per rendersi invisibile a quella specifica infrastruttura».

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WormGPT – Based Malware

La seconda tipologia riguarda i malware progettati direttamente dall’intelligenza artificiale, costruiti in modo specifico per una determinata organizzazione. È il concetto di spear-malware, analogo a quello di spear-phishing: non attacchi massivi e generici, ma strumenti costruiti su misura per penetrare una struttura specifica.

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AI-Assisted Living-Off-The-Land (AI-LOTL)

La terza categoria, forse la più insidiosa, è quella denominata AI-Assisted Living Off The Land (AI-LOTL). Questi malware non portano con sé alcun payload malevolo: si presentano come normali applicazioni, invisibili agli antivirus e ai sistemi di intrusion detection. Il loro trucco? Sfruttano i comandi legittimi già presenti nei sistemi operativi.

L’intervento ha incluso una dimostrazione pratica: un malware che utilizza comandi PowerShell di Windows per esfiltrare un file password.txt attraverso una normale connessione HTTP. Ma la vera innovazione sta nella versione evoluta, dotata di un piccolo LLM locale addestrato su tutti i possibili comandi PowerShell. «Col primo malware, quando gli abbiamo chiuso la connessione HTTP, non era più in grado di esfiltrare il file», ha raccontato Arruzzoli. «Il secondo si è accorto che avevamo chiuso la connessione HTTP, è andato a controllare in tutti i possibili comandi PowerShell qual era una possibile soluzione, e l’ha trovata. Ha esfiltrato il file attraverso il DNS».

La conclusione è netta: «Qui ci troviamo di fronte a oggetti che ragionano, pensano. E siccome la capacità di elaborazione di un essere umano è infinitamente più lenta di un computer, voi capite che se ci mettiamo a ragionare su come difenderci da certi tipi di attacchi, è finita».

Harvest Now, Decrypt Later: la minaccia che viene dal futuro

Un’altra minaccia illustrata durante l’intervento ha un sapore quasi da spy story: il paradigma Harvest Now, Decrypt Later. Stati, enti governativi e criminali informatici stanno acquisendo enormi quantità di dati crittografati — comunicazioni TLS, trasferimenti bancari, dati su cloud — per immagazzinarli in attesa di poterli decifrare in futuro, quando i computer quantistici saranno sufficientemente potenti.

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HNDL e Utah Data Center

«Il problema è che questo tipo di attacco non ce lo dobbiamo immaginare solamente da nemici, ma anche da alleati», ha precisato il relatore, citando il CLOUD Act del 2018 e la Sezione 702 del FISA. Queste normative statunitensi consentono alle agenzie di intelligence americane di acquisire dati dai data center delle Big Tech — Google, Amazon, Microsoft — anche quando si trovano su suolo straniero e riguardano cittadini non americani.

Esistono da tempo numerosi rumors che alimentano il sospetto che pratiche di sorveglianza avanzata siano già operative da anni. Un articolo pubblicato su Forbes nel 2013 segnalava l’esistenza di un sito nato come parodia della NSA, rivelatosi poi sorprendentemente ricco di informazioni provenienti da fonti governative statunitensi e abilmente correlate tra loro. Molti di quei contenuti ufficiali non sono oggi più raggiungibili attraverso i link originali, ma restano parzialmente consultabili grazie al servizio di archiviazione di archive.org.

Tra le immagini più emblematiche riportate da quel sito spicca la fotografia del data center NSA nello Utah, con la lapide d’ingresso che recita: «If you have nothing to hide, you have nothing to fear» — «Se non hai nulla da nascondere, non hai nulla da temere».

La risposta del relatore, citando l’hacker Kevin Mitnick, ribalta perfettamente la prospettiva: «Io non avrò nulla da temere, ma ho tante cose da proteggere».

La dottrina militare applicata alla sicurezza civile

Come rispondere a minacce così sofisticate? La soluzione proposta passa attraverso l’adozione della dottrina militare nel contesto civile. «Una delle particolarità della dottrina militare, se applichiamo le cyber operations in ambito civile, è il fatto che ci permette di operare nel caos», ha spiegato l’esperto. «Anche quando siamo nel caos più totale, siamo in grado di gestire la situazione».

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Dottrina militare come fondamento

Tre sono le certezze da cui partire: non esistono organizzazioni troppo piccole per essere colpite; gli attacchi non chiedono permesso e non valutano il fatturato delle aziende prima di colpire; l’ecosistema tecnologico guidato dall’IA sta abbassando sempre di più i tempi di azione degli attacchi, fino a raggiungere i millisecondi.

«Le cyber operations non possiamo delegarle», ha aggiunto lo speaker. «Non è un lusso per pochi, è qualcosa che proprio perché coinvolge tutti, deve essere gestito da tutti».

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Perché le Cyber Operations sono indispensabili

Playbook e Runbook: gli ordini di combattimento del cyberspazio

Nel trasferire la dottrina militare al mondo della sicurezza informatica, due strumenti emergono come fondamentali: i playbook e i runbook.

Playbook: Dottrina militare, strategia, regole d’ingaggio

«Quando un militare fa la ronda, se qualcuno si avvicina dà tre comandi: alt chi va là, un colpo in aria, il colpo addosso. Non ci sono particolari protocolli», ha esemplificato Arruzzoli. «Così vale anche per le cyber operations».

I playbook rappresentano la componente strategica: definiscono cosa fare quando si verifica un ransomware, un data breach, un attacco specifico. Sono l’equivalente delle regole di ingaggio militari, documenti che stabiliscono non come sparare, ma quando, perché e in quale contesto.

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Runbook: manuale tattico, procedure d’azione, drill operativi

I runbook sono invece il braccio operativo: procedure dettagliate, passo dopo passo. «Il ransomware? Apro il runbook ransomware e c’è scritto: stacca il computer, fai login nella console, spegni tutti i servizi. Operazioni alla fine molto semplici, ma la cosa importante è che devono essere eseguite senza pensare».

È questo il punto cruciale: «La forza di questi sistemi vale nel momento in cui riesco a farli esercitare in maniera automatica. Ho un attacco? Automaticamente chi è disposto alla sicurezza deve aprire il runbook ed eseguirlo riga per riga senza pensare. È l’unico modo per andare a interagire e bloccare certi tipi di attacchi».

Il SOC non è un ufficio: la disciplina del processo

L’intervento ha dedicato ampio spazio ai Security Operation Center, il cui mercato in Italia è in forte crescita: da circa 1,1 miliardi di dollari nel 2024, si prevede raggiunga i 4,5 miliardi entro il 2035. Un trend trainato inizialmente dalle grandi imprese, ma che vedrà le PMI superarle numericamente nei prossimi anni.

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Mercato SOC in Italia

«Quello che va capito è che il SOC non è un ufficio», ha precisato il relatore. «Non vi immaginate gente che va in ufficio alle otto. Stiamo parlando di un centro operativo che deve monitorare e controllare tutta una serie di segnali importanti». E ha aggiunto con forza: «La cosa più importante di un centro operativo non è la tecnologia. È la disciplina del processo».

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SOC come unità tattica

Un monito chiaro per chi si affaccia a questo mercato: «Diffidate da chi vi vende il SOC come tecnologia. Il SOC non è tecnologia, il SOC è processi. La tecnologia serve a far sì che i processi possano operare più velocemente. Diffidate da chi vi dice: vi metto due o tre endpoint e poi vi controllo i log. Lì non avete un SOC, avete qualcuno che vi sta guardando la rete, e poi incrociate le dita».

Un modello italiano: l’esperienza Vianova-Cerbeyra

A conclusione dell’intervento, è stato presentato un esempio concreto di applicazione di questi principi. Cerbeyra, parte del gruppo Vianova — quarto operatore nazionale nel segmento business per servizi avanzati di telecomunicazione — opera con un’infrastruttura interamente italiana: reti, data center, software applicativi sviluppati e gestiti in Italia. Una scelta che risponde alle preoccupazioni sulla sovranità digitale emerse nella prima parte dell’intervento.

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Metriche e disciplina del processo

I numeri presentati testimoniano l’efficacia dell’approccio basato sulla disciplina del processo: oltre il 96% di retention dei clienti nel 2024, e il 73% di incidenti intercettati prima ancora che il cliente se ne accorgesse. «Ci prendono per matti a volte perché ci apriamo il ticket da soli e poi avvertiamo il cliente», ha commentato con un sorriso l’esperto. «Eppure è così. Riusciamo a individuare le anomalie perché abbiamo il controllo dell’intera infrastruttura».

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SOC Cerbeyra

Capire la minaccia prima che colpisca: dalla difesa passiva all’intelligence attiva

La chiusura dell’intervento ha offerto una riflessione che sintetizza l’intero messaggio: «La sicurezza non è ciò che impedisce l’attacco, ma è ciò che ci permette di comprendere la minaccia e bloccarla prima che si sviluppi appieno».

Un cambio di paradigma profondo, che trasforma la cybersecurity da presidio tecnico ad attività operativa permanente. Non più reagire agli eventi, ma interpretarli e, possibilmente, anticiparli. Non difendere un perimetro, ma operare in un dominio. Non installare tecnologie, ma orchestrare informazioni.

Come nella migliore tradizione militare, la prontezza non è un atto istantaneo ma un’abitudine. Non un riflesso casuale, ma un comportamento costruito giorno dopo giorno. Perché quando l’allarme suona — nel cyberspazio come nella caserma di un tempo — non c’è tempo per cercare gli scarponi: bisogna averli già ai piedi.

Guarda il video completo dell’intervento:

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Profilo Autore

Progettista di sistemi esperti, software developer, network e system engineer, con oltre 30 anni di esperienza nell’ambito della sicurezza delle informazioni, Francesco Arruzzoli è il Resp. del Centro Studi Cyber Defense Cerbeyra, dove svolge attività di R&D, analisi delle cyber minacce e progettazione di nuove soluzioni per la cyber security di aziende ed enti governativi. Esperto di Cyber Threat Intelligence e contromisure digitali, autore di libri ed articoli sue riviste del settore, in passato ha lavorato per multinazionali, aziende della sanità italiana, collaborato con enti governativi e militari. In qualità di esperto cyber ha svolto inoltre attività di docenza presso alcune università italiane.

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Impianti hardware malevoli: la minaccia invisibile che compromette la supply chain

USBsamurai e l’Internet of Offensive Things: quando un cavo da 15 euro può paralizzare un impianto industriale

Al 23° Forum ICT Security di Roma, l’intervento intitolato “USBsamurai & the Internet of Offensive Things” ha sollevato il velo su una delle minacce più sofisticate e insidiose del panorama cybersecurity contemporaneo: gli impianti hardware malevoli che infiltrano la catena di approvvigionamento. Luca Bongiorni, Direttore del Cybersecurity Lab di ZTE Italia e fondatore del progetto WHID (We Hack In Disguise), ha condotto il pubblico attraverso un’analisi tecnica che parte dalle rivelazioni di Edward Snowden per arrivare alle più recenti evoluzioni degli hardware implants.

Con oltre 19 anni di esperienza in offensive security e una lunga carriera dedicata allo sviluppo di dispositivi hardware per operazioni di red teaming, lo speaker ha dimostrato come la sicurezza fisica dei componenti hardware rappresenti oggi un anello debole critico nelle strategie di difesa aziendale.

Il leak di Snowden e la nascita di una nuova era di minacce

“Nel 2013 Edward Snowden sparì, fece il giro del mondo portando con sé computer e flash drive contenenti documenti classificati top secret”, ha esordito il relatore, ricostruendo la genesi del suo percorso di ricerca. Tra i documenti trafugati dai server della NSA, particolare rilevanza aveva l’ANT Catalog (Advanced Network Technology), un catalogo classificato di 50 pagine che documentava le tecnologie offensive sviluppate dalla Tailored Access Operations Unit (TAO), considerata una delle unità di intelligence più avanzate al mondo per operazioni in ambienti ostili.

Il documento rivelava operazioni sistematiche di supply chain interdiction: componenti hardware venivano intercettati durante la spedizione dal produttore al cliente finale e compromessi con impianti malevoli prima di raggiungere la destinazione. Agenti della NSA aprivano i pacchi in transito, installavano beacon e impianti hardware, quindi sigillarono nuovamente le confezioni come se nulla fosse accaduto.

Supply chain interdiction – foto operative NSA

“Mi sono detto: interessante, se riescono a svilupparlo loro, perché non posso svilupparlo io?”, ha raccontato Bongiorni, descrivendo l’inizio di un percorso di ricerca e sviluppo decennale condotto insieme a una comunità internazionale di ricercatori di sicurezza. L’obiettivo era chiaro: democratizzare queste tecnologie offensive, renderle accessibili ai professionisti della sicurezza attraverso progetti open source a basso costo, permettendo così ai team di difesa di comprendere realmente le minacce che devono fronteggiare.

La gallery degli orrori: quando l’hardware diventa un’arma

L’intervento ha documentato un’ampia panoramica di impianti hardware malevoli già utilizzati in attacchi reali, con conseguenze documentate. Il relatore ha mostrato dispositivi sviluppati da cybercriminali per intercettare dati di carte di credito attraverso POS compromessi, cavi USB contenenti chip nascosti e miniaturizzati, e componenti per attacchi a sistemi industriali.

Cavi USB con chip nascosti e GSM bug

Gli impianti non si limitano alle classiche chiavette USB. Bongiorni ha illustrato come praticamente qualsiasi dispositivo che comunica tramite protocollo USB possa essere weaponizzato: dai cavi di ricarica ai mouse, dalle tastiere agli alimentatori, persino dispositivi apparentemente innocui come ventilatori USB o scaldatazze possono nascondere al loro interno microcomputer completi.

“Le porte USB sono dovunque”, ha sottolineato lo speaker. “Nei nostri laptop, nei dispositivi industriali, nei sistemi di controllo ICS, negli impianti nucleari, nei sistemi di trattamento acque. Qualsiasi cosa con una porta USB è potenzialmente vulnerabile a questo tipo di attacco.”

La minaccia concreta: attacchi documentati contro infrastrutture critiche

Il talk ha preso una piega ancora più seria quando il relatore ha iniziato a mostrare articoli di cronaca relativi a incidenti reali che hanno coinvolto impianti industriali compromessi attraverso dispositivi USB.

News su attacchi USB a impianti industriali

Tra i casi documentati: un impianto nucleare tedesco infettato da malware, centrali elettriche statunitensi compromesse tramite mouse USB contenenti ransomware, e il caso degli ATM Diebold Nixdorf, dove ricercatori di Positive Technologies hanno dimostrato la possibilità di installare firmware modificato attraverso la porta USB del dispenser, permettendo di bypassare la crittografia e prelevare denaro contante.

“Questi non sono scenari ipotetici”, ha sottolineato Bongiorni. “Sono attacchi reali, condotti da threat actor motivati economicamente o da attori statali, che hanno causato danni concreti e misurabili.”

Il pericoloso mito delle chiavette USB

Uno dei punti centrali dell’intervento ha riguardato un pericoloso misconception diffuso nei programmi di security awareness aziendale. “Tutti i nostri posti di lavoro fanno security awareness training in cui ci dicono: se trovate una chiavetta USB per terra, lasciatela lì”, ha osservato il relatore. “Ma questa narrazione crea un falso senso di sicurezza.”

Common Misconception: USB devices are NOT ONLY Flash Drives

La realtà è che le flash drive rappresentano solo una minuscola frazione del vettore di attacco USB. Qualsiasi dispositivo che si connette tramite USB – cavi di ricarica per smartphone, mouse, tastiere, hub, ventilatori, lampade USB, persino dispositivi medicali – può potenzialmente nascondere un impianto malevolo. E a differenza di una chiavetta USB sospetta trovata per terra, questi dispositivi vengono attivamente utilizzati quotidianamente senza destare alcun sospetto.

La democratizzazione degli offensive tools: il progetto open source

Quasi dieci anni fa, ispirato dai documenti di Snowden, Bongiorni ha iniziato a sviluppare – insieme a colleghi ricercatori in Europa – una serie di dispositivi hardware offensivi con una filosofia precisa: “L’idea era crearli, renderli open source e a basso costo, in maniera tale che altri colleghi esperti del settore potessero crearli, configurarli, flasharli, programmarli e utilizzarli durante le operazioni di penetration testing quotidiane”, ha spiegato.

Opensource Offensive Devices – WHID Injector e P4wnP1

Il progetto WHID Injector (2017) è stata la prima generazione: un dispositivo hardware open source multipiattaforma (Windows, Linux, macOS) con WiFi integrato, al costo di soli 11 euro. Seguito dal P4wnP1 di Marcus (2017), basato su Raspberry Pi Zero W, che introduceva capacità di emulazione USB keyboard e network, con funzionalità di autocall back al server di comando e controllo.

Nel corso degli anni, la community ha continuato a evolvere questi strumenti, miniaturizzandoli progressivamente fino a renderli completamente invisibili all’interno di cavi USB standard.

EvilCrow Cable e EvilCrow Keylogger

Cottonmouth: l’origine di tutto

Prima di introdurre USBsamurai, il relatore ha voluto rendere omaggio al dispositivo che ha ispirato tutta questa linea di ricerca.

COTTONMOUTH-I ANT Product Data e schema operativo

Cottonmouth era il nome in codice dell’impianto hardware sviluppato dalla NSA e documentato nell’ANT Catalog. Si trattava di un cavo USB modificato che permetteva a un operatore remoto, attraverso comunicazioni wireless via radio, di controllare e infettare un determinato target dall’esterno dell’edificio in cui il cavo era inserito. Il costo unitario era di circa 20.300 USD secondo i documenti leakati, e offriva capacità di bridging wireless in reti target, persistenza software e capacità di load/exploit su PC target.

“Cottonmouth aveva una caratteristica particolarmente interessante: la capacità di bypassare sistemi air-gapped”, ha sottolineato Bongiorni. “Un sistema air-gapped è per definizione isolato da reti esterne – non può essere raggiunto dall’esterno e non può raggiungere l’esterno. Cottonmouth aggirava questa protezione utilizzando quella rete wireless radio da remoto.”

La genesi di USBsamurai: dalla noia alla rivoluzione

“Nel maggio 2019, Marcus – noto come Mame82 – iniziò il reverse engineering dei dispositivi RF Logitech, scoprendo numerose vulnerabilità e rilasciando ad agosto 2019 due strumenti fondamentali: Munifying e LOGITacker”, ha raccontato il relatore, mostrando il tweet originale che documentava la nascita di USBsamurai.

“Durante l’ultima ora ero annoiato… quindi ho creato #USBsamurai! Un DIY [Do It Yourself] controllato remotamente e RF non rilevabile #BadUSB!”, recitava il tweet di aprile 2019. Quello che era iniziato come un esperimento durante un momento di noia si è trasformato in uno degli strumenti di offensive security più potenti e accessibili mai sviluppati.

“Avevamo fatto brainstorming e unito le due idee. Così sono state aggiunte funzionalità offensive. Il resto è storia: USBsamurai era nato!”, ha concluso, descrivendo la collaborazione che ha portato alla fusione delle due linee di ricerca in un unico strumento.

USBsamurai: anatomia di un impianto da 15 euro

La vera innovazione di USBsamurai risiede nella sua semplicità costruttiva e nel suo costo irrisorio. “Con 15 euro di componenti acquistabili su Amazon o eBay, chiunque abbia competenze elettroniche di base può costruirlo”, ha spiegato Bongiorni, mostrando il processo di assemblaggio.

Il cuore del sistema è un dongle USB Logitech standard (modello C-U0012 raccomandato), quello che normalmente si usa per connettere mouse e tastiere wireless. Questo viene modificato, inserito all’interno di un cavo USB e flashato con firmware personalizzato open source.

Ma è nelle capacità operative che USBsamurai rivela il suo vero potenziale:

Controllo remoto stealth: Il dispositivo può essere controllato da remoto – fino a 30-50 metri senza amplificatori, distanze significativamente maggiori con power amplifier e low noise amplifier – attraverso un protocollo wireless proprietario criptato AES-256 che opera sulla frequenza 2.4 GHz ma non utilizza il protocollo WiFi standard.

“Questa è la caratteristica chiave”, ha sottolineato il relatore. “Se utilizzassimo wireless Intrusion Detection System in azienda che fanno detection di fake Access Point o chiavette USB WiFi maliziose che fanno injection, non lo troverebbero. Utilizza la stessa frequenza del WiFi, ma non lo stesso protocollo, quindi fa blending e si mimetizza perfettamente nel rumore di fondo delle reti wireless circostanti.”

Il meccanismo tecnico è sofisticato: USBsamurai viene collegato alla macchina target, l’attaccante si connette remotamente al dispositivo attraverso LOGITacker (l’antenna di controllo), e invia comandi. LOGITacker trasmette frame RF HID++ invalidi con dati arbitrari (i comandi dell’attaccante) che USBsamurai relay all’host USB. Il software Logitech legittimo installato sul sistema li ignora, mentre l’agent malevolo iniettato da USBsamurai li riceve e li esegue. L’agent quindi esegue i comandi e invia l’output (STDOUT) attraverso il tunnel HID++ cifrato, che l’attaccante riceve remotamente.

La demo che replica Stuxnet: ingegneria sociale al contrario

La dimostrazione pratica ha mostrato uno scenario direttamente ispirato a Stuxnet, il celebre malware scoperto nel 2010 che compromise le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio dell’impianto nucleare iraniano di Natanz.

Prima una demo preliminare: l’iniezione ed esecuzione di codice malevolo su un sistema standard. Una volta inserito il cavo USB compromesso nel computer target – che in questo caso mostrava una replica di interfaccia HMI di un impianto nucleare – l’attaccante, operando da remoto, ha inviato comandi attraverso LOGITacker.

“Per registrare questa demo ero lì vicino, ma il range operativo è di 30-40-50 metri senza amplificatori. Aggiungendo un power amplifier e un low noise amplifier, il range aumenta significativamente. Ho fatto demo negli anni in cui montavo l’antenna LOGITacker su un drone, lo controllavo da terra e lo facevo volare all’altezza del piano dove si trovava il target, all’esterno dell’edificio”, ha raccontato il relatore.

In pochi secondi, il sistema è stato compromesso con l’iniezione e l’esecuzione di un ransomware simulato (WannaCry), dimostrando quanto sia rapida e devastante questa tipologia di attacco.

L’attacco ICS: far esplodere un serbatoio senza lasciare traccia

La demo culminante ha replicato la logica di Stuxnet applicata a un impianto di trattamento tossine simulato.

USBsamurai Vs AirGap: schema della rete isolata

Il setup consisteva in due laptop connessi tramite un router LAN-only (senza accesso Internet, per simulare un ambiente air-gapped): uno fungeva da PLC Modbus Server, l’altro da HMI – Human Machine Interface – il dashboard di controllo che l’ingegnere di impianto monitora costantemente.

“L’obiettivo è far esplodere il tank, il serbatoio con le tossine, senza che l’ingegnere che guarda la HMI sia a conoscenza di quello che sta succedendo. E quando l’attacco verrà scoperto, il serbatoio sarà già esploso, quindi troppo tardi per rimediare”, ha spiegato Bongiorni.

Il malware iniettato tramite USBsamurai eseguiva una tripla manipolazione simultanea: manteneva attiva la pompa di alimentazione causando il riempimento continuo del serbatoio, bloccava la valvola di sfogo d’emergenza impedendo lo svuotamento automatico, e falsificava i valori mostrati sulla HMI facendo credere all’operatore che tutto procedesse normalmente.

Durante l’esecuzione dell’attacco, visibile nella parte sinistra dello schermo, il serbatoio si riempiva progressivamente di tossine rappresentate graficamente dal logo Umbrella Corporation. Il livello saliva oltre la soglia di sicurezza, la valvola di emergenza rimaneva bloccata, e le tossine iniziavano a fuoriuscire. Ma nel dashboard HMI che l’ingegnere sta monitorando, tutto appariva normale: “Tank Spilled Status: 1 Liters”, indicatori verdi, nessun alert.

“Come vedete, sul lato destro l’ingegnere nota solo un litro di spill, che potrebbe essere un glitch, un bug del sistema. Può assumere che tutto vada bene. Ma nella realtà, di quei puntini verdi ce ne sono molti di più”, ha commentato il relatore mentre la demo procedeva.

L’attacco durava circa 120 secondi. Quando il malware cessava la sua attività, i valori reali venivano improvvisamente mostrati sulla HMI.

“Da un litro di tossina persa, improvvisamente salta a 199 litri. Ma ormai è tardi. Il tempo che intercorre prima che qualcuno si accorga che il tank è esploso e le tossine sono già disperse nell’ambiente è il tempo in cui il danno è fatto e l’operazione è stata un successo”, ha concluso Bongiorni.

La demo dimostrava perfettamente il principio operativo di Stuxnet: “Il malware cosa faceva? Da un lato aumentava o diminuiva la frequenza di rotazione delle centrifughe a livello fisico, dall’altro diceva al sistema che tutto andava bene e la frequenza rimaneva stabile. Ci sono voluti mesi prima che gli ingegneri capissero cosa stesse succedendo, e nel frattempo le turbine si rompevano continuamente, costringendoli a spendere milioni per sostituirle mentre il programma di arricchimento dell’uranio veniva drasticamente rallentato.”

WHID Elite: l’evoluzione con connettività globale

L’ultima generazione degli strumenti sviluppati dalla community WHID porta le capacità offensive a un livello completamente diverso.

WHID Elite: GSM-enabled Open-Source Multi-Purpose Offensive Device

WHID Elite integra connettività GSM/2G che permette il controllo remoto letteralmente da qualsiasi parte del mondo, non più limitato al range di comunicazione radio. Le funzionalità includono remote HID injection, bypass di ambienti air-gapped, mousejacking attacks, radio hacking, embedded USB HUB per weaponizzare gadget esistenti, geo-location tracking e remote audio surveillance.

“Una volta che questo tipo di impianto viene inserito durante un attacco supply chain – per esempio, l’azienda ordina nuove tastiere e noi riusciamo a intercettare la spedizione – vi ritrovereste con tastiere compromesse dotate di batteria LiPo e connessione cellulare. Posso controllarle da remoto, letteralmente da un’altra nazione, senza mai dover essere fisicamente vicino al target”, ha spiegato il relatore.

Implicazioni per la sicurezza delle infrastrutture critiche

L’intervento si è concluso con una riflessione sulle implicazioni più ampie di questa ricerca. “Gli impianti hardware rappresentano una minaccia concreta che deve essere inclusa nella threat modeling di ogni organizzazione, specialmente quelle che gestiscono infrastrutture critiche”, ha sottolineato il relatore.

La facilità di realizzazione – componenti da 15 euro acquistabili su marketplace commerciali – unita alla difficoltà estrema di detection, rende questi attacchi accessibili non solo ad attori statali ma potenzialmente anche a gruppi criminali organizzati o insider malintenzionati.

“Supply chain attacks, sia lato software che lato hardware, sono un problema reale e concreto. È fondamentale tenere gli occhi aperti in tutti i casi”, ha concluso Bongiorni.

L’intervento ha lasciato il pubblico del Forum ICT Security con una consapevolezza amplificata: nell’era della supply chain globale e della proliferazione di dispositivi IoT e IIoT, la fiducia nei componenti hardware non può più essere data per scontata. Le misure di protezione devono estendersi ben oltre i tradizionali perimetri di difesa digitale, includendo vetting rigoroso dei fornitori, ispezioni fisiche dei dispositivi prima del deployment in ambienti critici, segmentazione di rete anche per sistemi air-gapped con controlli sugli accessi fisici, monitoring anomalo del traffico USB e dei pattern di comportamento dei dispositivi, e formazione del personale sulla reale portata delle minacce hardware.

La presentazione di USBsamurai non è stata solo una dimostrazione tecnica impressionante, ma un campanello d’allarme per un’intera industria: la minaccia hardware è reale, accessibile, devastante nelle sue conseguenze, e drammaticamente sottovalutata nei modelli di rischio tradizionali.

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Profilo Autore

Luca Bongiorni attualmente ricopre il ruolo di Direttore del Cybersecurity Lab di ZTE Italia. Negli anni ha maturato un’esperienza professionale a livello internazionale nel ramo della Sicurezza Informatica. Specializzandosi perlopiù sul lato offensivo della materia. Luca ha anche contribuito al mondo InfoSec attraverso la divulgazione delle sue ricerce inerenti diverse tematiche presso le più importanti conferenze del settore (i.e. BlackHat, DEFCON, HackInParis, TROOPERS, OWASP Chapters, Hardwear.ioetc.). Al momento, oltre ad occuparsi quotidianamente di 5G Security, lavora a ricerce a-latere inerenti l’analisi forense di apparti IIoT, il bypass di sistemi di accesso a controllo biometrico ed allo sviluppo di device IoOT (Internet of Offensive Things).

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Machine Learning e cybersecurity: potenzialità e limiti nell’individuazione delle minacce

Intervento di Giorgio Giacinto al 23° Forum ICT Security – “Il Machine Learning aiuta a individuare i componenti malevoli di una minaccia?”

Il machine learning rappresenta oggi uno strumento imprescindibile nella lotta contro le minacce informatiche, ma la sua efficacia dipende da una progettazione accurata e dalla consapevolezza dei suoi limiti intrinseci. È questo il messaggio centrale emerso dall’intervento del Professor Giorgio Giacinto, ordinario di Ingegneria Informatica presso l’Università di Cagliari, durante il 23° Forum ICT Security tenutosi a Roma il 19 e 20 novembre 2025.

Lo speaker ha aperto la sua relazione contestualizzando il tema all’interno del panorama della ricerca italiana in cybersicurezza, citando il progetto SERICS (Security and Rights in the Cyberspace), un partenariato esteso finanziato dal PNRR che ha coinvolto l’intero sistema universitario nazionale. L’iniziativa, nata in seno al Cybersecurity National Lab del CINI, ha dato vita a 27 progetti di ricerca, cui si aggiungono altri 54 finanziati attraverso bandi a cascata, con l’assunzione di 134 nuovi ricercatori e un investimento complessivo di 113 milioni di euro.

Dall’interpretazione dei sensi umani alla cybersecurity

L’esperto ha ricordato come l’intelligenza artificiale abbia mosso i primi passi nell’interpretazione dei sensi umani: immagini, video, suoni. La sfida attuale consiste nel trasferire questa conoscenza, maturata in un contesto “umano”, verso un mondo completamente artificiale come quello informatico. I fattori chiave di questo sviluppo sono stati molteplici: modelli sempre più sofisticati capaci di simulare alcuni aspetti specifici del ragionamento umano, l’accumulo di enormi quantità di dati, le tecnologie IoT e la crescente disponibilità di risorse computazionali.

Applicando queste tecniche alla cybersecurity, il relatore ha evidenziato come gli attacchi stiano diventando sempre più sofisticati per diverse ragioni: sono realizzati con componenti diverse, ciascuna delle quali presa singolarmente non appare malevola; vengono eseguiti in più fasi; assomigliano sempre più ad attività legittime; sfruttano vulnerabilità del software non immediatamente emergenti. Ha citato come esempio recente le vulnerabilità scoperte in applicazioni come WhatsApp, dove un eseguibile malevolo era stato nascosto all’interno di un’immagine contenuta in un file zip.

L’analisi delle applicazioni Android: un caso di studio illuminante

Particolarmente interessante è stato l’approfondimento sulle tecniche di analisi del malware per applicazioni Android. L’approccio adottato dal gruppo di ricerca dell’Università di Cagliari non si è limitato a far apprendere al sistema l’applicazione nella sua interezza, ma ha proceduto scomponendola in componenti elementari: da un lato il codice, dall’altro le risorse associate, come le immagini potenzialmente utilizzate per nascondere contenuti malevoli.

Un esperimento particolarmente significativo ha riguardato la rappresentazione semplificata delle applicazioni attraverso la sequenza delle chiamate a funzioni critiche, ovvero quelle che il sistema Android stesso definisce come sensibili (accesso alla rete, al Bluetooth, alla localizzazione). L’obiettivo non era tanto dimostrare se un’applicazione fosse malevola o meno, quanto verificare la possibilità di spiegare all’esperto umano quali componenti rendessero sospetta un’applicazione.

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Capacità di rilevazione nelle Applicazioni Android

I risultati hanno messo in luce un fenomeno cruciale: nel 2018 si è verificato un crollo significativo nelle prestazioni del sistema di rilevamento. La causa? Android aveva modificato in modo sostanziale il paradigma di programmazione delle applicazioni, rendendo obsoleto l’addestramento precedente del modello. Questo episodio dimostra plasticamente come i sistemi di machine learning dipendano strettamente dai dati storici su cui sono stati addestrati.

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Individuazione componenti malevole nelle Applicazioni Android

L’aspetto più innovativo di questo approccio risiede nella capacità di fornire spiegazioni. Analizzando uno spyware, il sistema è stato in grado di indicare quali funzioni — legate ad esempio alla localizzazione GPS e alle connessioni WiFi — contribuissero maggiormente alla classificazione come malevolo. Confrontando questo risultato con l’analisi di un’applicazione legittima, dove tutte le caratteristiche puntavano verso la classificazione benigna, emerge il valore di questi strumenti per il professionista della sicurezza: non solo un verdetto, ma una spiegazione delle ragioni che lo sostengono.

I Large Language Model entrano in gioco

L’intervento ha poi esplorato le frontiere più recenti della ricerca, con l’utilizzo dei Large Language Model per l’analisi dinamica delle applicazioni. A differenza dell’analisi statica, che esamina il codice senza eseguirlo, l’analisi dinamica richiede di far funzionare l’applicazione in un ambiente controllato, simulando le interazioni di un utente reale.

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Analisi dinamica con LLM

Il sistema sviluppato combina un modello visuale (VLM), capace di interpretare ciò che appare sullo schermo, con un LLM che analizza il testo presente. Questa combinazione, integrata con l’analisi del codice dell’applicazione, permette di governare automaticamente una sequenza di interazioni — click, inserimenti, navigazione — che coprono in modo più completo i possibili comportamenti dell’applicazione, registrando le attività svolte per individuare eventuali comportamenti malevoli.

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LLM per Cyber Threat Intelligence

Un ulteriore ambito di applicazione riguarda la Cyber Threat Intelligence. I rapporti sulle minacce informatiche comprendono documenti di natura eterogenea: da quelli strutturati per la comunicazione machine-to-machine (indicatori di compromissione) a report testuali destinati agli esperti umani. L’idea del gruppo di ricerca è di suddividere questi documenti in piccole unità concettuali, più facilmente elaborabili dai motori di intelligenza artificiale, per sintetizzare le precondizioni che rendono possibile un attacco e le postcondizioni che ne segnalano l’avvenuta esecuzione. L’obiettivo finale è disporre di un sistema capace di simulare gli effetti di un attacco sulla propria infrastruttura aziendale, anticipandone le conseguenze.

L’IA come arma a doppio taglio

Lo speaker non ha mancato di sottolineare come l’intelligenza artificiale sia uno strumento nelle mani di entrambe le parti. Anche gli attaccanti la utilizzano per sviluppare i propri attacchi: non tanto per creare malware da zero — poiché l’IA si basa sulla conoscenza passata e non può inventare il futuro — quanto per accelerare significativamente la fase di sviluppo e test delle singole componenti. Esistono già rapporti, tra cui uno di Google, che documentano tentativi di utilizzare gli LLM per creare codice malevolo, aggirando le protezioni dei sistemi.

Ma la stessa strategia può essere impiegata a scopo difensivo: interrogare sistematicamente questi modelli per individuare possibili vettori di attacco e verificare costantemente la propria postura di sicurezza.

Le insidie dell’apprendimento automatico

Una parte sostanziale dell’intervento è stata dedicata alle vulnerabilità intrinseche dei sistemi di machine learning. Il relatore ha identificato tre snodi critici nella catena dell’apprendimento automatico: l’acquisizione dei dati, la loro rappresentazione e il meccanismo di ottimizzazione.

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Le insidie dell’IA

Sul primo aspetto, la domanda fondamentale riguarda l’affidabilità delle fonti e di chi “etichetta” i dati, distinguendo ciò che è malevolo da ciò che è legittimo. Se qualcuno manipola le etichette, l’intero sistema viene compromesso. Sulla rappresentazione, l’esperto ha ricordato che questi strumenti lavorano su dati numerici: è cruciale che la rappresentazione numerica rifletta fedelmente le somiglianze e le differenze del mondo reale. Infine, il meccanismo di ottimizzazione — la funzione matematica che separa “legittimo” e “malevolo” — dipende dalla definizione stessa di “ottimo”, che non è univoca.

Le domande che ogni professionista dovrebbe porsi sono dunque: il dataset di addestramento rappresenta uno scenario reale? Le etichette sono affidabili? Le correlazioni individuate dal sistema concordano con l’esperienza degli esperti? Quali metriche vengono utilizzate per valutare le prestazioni? Un falso senso di sicurezza può aprire la strada agli avversari.

Adversarial Machine Learning: quando l’IA viene attaccata

Il gruppo di ricerca dell’Università di Cagliari si occupa da oltre un decennio di Adversarial Machine Learning, ovvero lo studio delle debolezze dei sistemi di intelligenza artificiale inquadrate nella classica triade della cybersecurity: integrità, disponibilità e riservatezza.

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Adversarial Machine Learning

Gli attacchi più tipici sono di due tipi. Gli attacchi di evasione mirano a creare campioni malevoli che attraversano la superficie di decisione del sistema, apparendo come benigni. Ancora più insidiosi sono gli attacchi di poisoning (avvelenamento), che mirano a inquinare i dati di addestramento per deviare il processo di apprendimento e introdurre backdoor sfruttabili successivamente.

Il relatore ha fatto notare come la comunità scientifica, non disponendo di risorse infinite, e avendo necessità di produrre risultati replicabili, spesso utilizzi dataset condivisi gratuitamente. Proprio in questi archivi un attaccante potrebbe inserire dati manipolati che compromettono silenziosamente i modelli addestrati.

MITRE ha sistematizzato queste tipologie di attacco nella matrice ATLAS (Adversarial Threat Landscape for Artificial-Intelligence Systems), mappando tecniche e tattiche nelle diverse fasi di un attacco: ricognizione, sviluppo delle risorse, accesso iniziale e così via.

AttackBench: uno strumento per la verifica della robustezza

Nell’ambito del progetto SERICS, il laboratorio dell’Università di Cagliari ha sviluppato AttackBench, uno strumento automatico che consente a chi sviluppa sistemi di intelligenza artificiale di verificarne la robustezza rispetto agli attacchi noti. Il sistema sottopone il modello a diverse tipologie di attacco e restituisce indicazioni sulla necessità di interventi correttivi.

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AttackBench – Valutare la robustezza di sistemi di IA

Conclusioni

L’intelligenza artificiale si conferma uno strumento potente, capace di elaborare rapidamente grandi quantità di dati eterogenei provenienti da sistemi diversi. Ma la stessa potenza è a disposizione degli attaccanti. L’efficacia della difesa, ha concluso il Professor Giacinto, dipende dalla conoscenza approfondita sia dei meccanismi di apprendimento automatico sia delle tecniche di attacco. Solo questa duplice competenza consente di sviluppare strumenti di difesa realmente efficaci e non soltanto apparentemente tali.

Guarda il video dell’intervento completo:

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Profilo Autore

Giorgio Giacinto è professore di Ingegneria Informatica presso l’Università di Cagliari, dove è coordinatore del corso di Laurea Magistrale in Computer Engineering, Cybersecurity and Artificial Intelligence. L’attività di ricerca, svolta nell’ambito di progetti finanziati a livello locale, nazionale e Europeo, è principalmente focalizzata su tecniche di machine learning per la cybersicurezza. E’ componente del collegio dei docenti del Dottorato in ingegneria Elettronica e Informatica dell’Università di Cagliari e del Dottorato di Interesse nazionale in Cybersicurezza, coordinato da IMT Lucca. Ha pubblicato circa 200 articoli in conferenze e riviste internazionali. All’interno del consorzio CINI è uno dei vice direttori del Cybersecurity National Lab e un componente del comitato di gestione dell’Artificial Intelligence & Intelligent Systems Lab. E’ componente della delegazione italiana del MUR nel Comitato di Programma di Horizon Europe, Cluster III “Civil Security for Society”. E’ guest professor presso la Lulea University of Technology, Svezia, all’interno del gruppo di ricerca Pervasive and Mobile Computing. E’ fellow della IAPR (International Association for Pattern Recognition) per le attività di ricerca in sicurezza informatica ed è senior member della IEEE Computer Society e dell’ACM.

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Dal quantum computing alla crittografia del futuro: la roadmap verso la sicurezza post-quantum

La transizione verso nuovi standard crittografici è urgente: entro il 2030 le infrastrutture critiche dovranno essere protette dagli attacchi dei computer quantistici. Al Forum ICT Security 2025, Marco Baldi illustra stato dell’arte, sfide tecnologiche e il contributo della ricerca italiana agli algoritmi di nuova generazione

La corsa verso il quantum computing sta accelerando in modo esponenziale, e con essa l’urgenza di ripensare completamente la sicurezza delle nostre infrastrutture digitali. Al 23° Forum ICT Security, svoltosi a Roma il 19 e 20 novembre 2025, il professor Marco Baldi, docente di Telecomunicazioni presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università Politecnica delle Marche, ha tracciato un quadro dettagliato e allarmante delle sfide che attendono il mondo della cybersecurity con il suo intervento “Tecnologie quantistiche per la sicurezza ICT e transizione alla crittografia post-quantum“.

I progressi della scienza dell’informazione quantistica stanno infatti rendendo possibili applicazioni che fino a pochi anni fa erano soltanto teoriche. Ma con queste opportunità arrivano anche nuovi, gravissimi rischi: un attaccante dotato di un computer quantistico sufficientemente potente sarà in grado di compromettere la maggior parte dei sistemi crittografici su cui oggi si basa la sicurezza di Internet, delle transazioni bancarie, delle comunicazioni governative e di tutte le nostre infrastrutture digitali.

Quantum Information Science – Schema divisione Quantum Computing vs Quantum Communications]

Due facce della rivoluzione quantistica

Il relatore ha esordito con una distinzione fondamentale, spesso confusa nel dibattito pubblico e mediatico. «È molto utile dividere le due grandi famiglie di tecnologie quantistiche che oggi abbiamo a disposizione, anche per evitare di cadere nel minestrone quantum in cui qualche volta ci ritroviamo», ha spiegato Baldi.

La prima famiglia è quella del quantum computing: computer che utilizzano fenomeni della meccanica quantistica, come la sovrapposizione quantistica, per eseguire calcoli. Il concetto chiave è il quantum bit, o qubit, che a differenza del bit classico può esistere in uno stato di sovrapposizione quantistica. Questo consente «una sorta di parallelismo intrinseco che accelera notevolmente alcuni calcoli», aprendo possibilità di calcolo impossibili per i computer tradizionali.

La seconda famiglia, molto distinta, è quella delle quantum communications: tecniche che utilizzano proprietà della meccanica quantistica per trasmettere informazioni con garanzie di sicurezza fisica. L’esempio più noto è la Quantum Key Distribution (QKD), che sfrutta il teorema di non clonazione: qualsiasi tentativo di intercettazione perturba il fenomeno quantistico stesso, rendendo l’attacco teoricamente rilevabile

Timeline “Verso il Quantum Computer” con evoluzione 2007-2025

L’escalation tecnologica: da D-Wave a IBM Nighthawk

Lo sviluppo dei computer quantistici è passato dalla teoria alla pratica con un’accelerazione impressionante negli ultimi due decenni. Nel 2007 l’azienda canadese D-Wave presentò il primo processore quantistico basato su quantum annealing, una tecnica che sfrutta fenomeni quantistici meno generali della sovrapposizione quantistica ma che ha comunque consentito di raggiungere migliaia di qubit basati su annealing.

Nel frattempo, IBM ha guidato la corsa verso processori basati su sovrapposizione quantistica, il fenomeno più generale, arrivando nel 2023 con il chip Condor a superare la soglia dei 1.000 qubit fisici. Ma l’esperto ha sottolineato un aspetto cruciale spesso trascurato: «Quei qubit sono qubit fisici e per realizzare un qubit logico servono addirittura centinaia di quei qubit fisici, per cui questo è un traguardo importante ma che purtroppo si presta male alla scalabilità».

Ed è proprio sulla scalabilità che si è concentrata la competizione dal 2023 in poi. Il problema fondamentale è la rumorosità dei qubit, che limita drasticamente la possibilità di aumentare il numero di qubit logici effettivamente utilizzabili. Google nel 2024 ha presentato il processore Willow con 105 qubit: apparentemente un passo indietro dai numeri di IBM, ma in realtà un salto in avanti qualitativo verso sistemi scalabili.

Il 2025 è stato definito dal relatore «un anno fantastico» per questa tecnologia. Microsoft ha introdotto Majorana One con apparentemente solo 8 qubit, ma organizzati in una struttura topologica innovativa che si presta alla scalabilità. Amazon è entrata in gioco con Ocelot, 9 qubit fault tolerant, cioè tolleranti agli errori e alla rumorosità.

Di pochi giorni fa, ha ricordato Baldi, l’annuncio di IBM che è tornata protagonista con due processori rivoluzionari: Nighthawk, con 120 qubit interconnessi tra loro in una struttura di distributed computing quantistico, e Loon, con 112 qubit che incorporano capacità di correzione degli errori. Entrambi progettati specificamente per la scalabilità.

«Quello che era un concetto teorico abbastanza lontano da noi sta diventando sempre più concreto e, come vedete, c’è un’accelerazione negli ultimi anni verso la costruzione di computer quantistici sempre più grandi e sempre più scalabili», ha avvertito il professore.

L’altra faccia: le comunicazioni quantistiche

Sul versante difensivo, le tecnologie di quantum communications offrono la possibilità di trasmissioni punto-punto con garanzie matematico-fisiche di confidenzialità. La Quantum Key Distribution esegue «la trasmissione punto-punto su link ottico in fibra o spazio libero di un’informazione segreta codificata in stati quantistici».

Il teorema di non clonazione garantisce che «se un attaccante tentasse di fare un’intercettazione, nell’eseguire la misura andrebbe a perturbare il fenomeno quantistico e quindi verrebbe deteriorata l’informazione stessa». Questo fornisce una garanzia matematico-fisica di non intercettabilità che va oltre la sicurezza computazionale tradizionale.

Quantum Computer e Quantum Communications: Applicazioni nel mondo ICT e Security

Le applicazioni: opportunità e minacce

Il quantum computer, ha spiegato l’esperto, avrà applicazioni generiche nel mondo ICT: accelererà la sintesi di molecole, l’addestramento di grandi reti neurali, la soluzione di problemi di ottimizzazione complessi. Le quantum communications aumenteranno la capacità trasmissiva delle reti, con prospettive verso un quantum Internet.

Ma è sul fronte della sicurezza che l’impatto sarà più drammatico. «Il quantum computer, ahimè, ha una forte applicazione in sicurezza dal punto di vista crittoanalitico», ha avvertito il relatore. «Un attaccante dotato di un quantum computer può sovvertire la sicurezza di molti degli algoritmi crittografici asimmetrici che noi oggi utilizziamo».

Le quantum communications, invece, hanno un’applicazione difensiva, garantendo confidenzialità delle comunicazioni punto-punto attraverso tecniche come la Quantum Key Distribution o le Quantum Secure Direct Communications.

Quantum Computer e Crittografia – Schema impatto su cifrari asimmetrici vs simmetrici

La bomba a orologeria: l’impatto sulla crittografia attuale

L’impatto del quantum computing sulla crittografia è profondamente asimmetrico. Il professor Baldi ha illustrato come sia necessario distinguere tra due grandi famiglie di cifrari:

I cifrari asimmetrici – quelli che utilizziamo per lo scambio automatico di chiavi, la cifratura asimmetrica, la firma digitale (RSA, ElGamal, DSA, ECDSA, Diffie-Hellman, curve ellittiche) – subiranno un impatto «drammatico». La complessità della soluzione dei problemi matematici su cui si basa la loro sicurezza viene ridotta da esponenziale a polinomiale nella lunghezza dell’input. In termini pratici: «Noi dobbiamo abbandonare gli attuali cifrari asimmetrici che sono vulnerabili al quantum computer».

I cifrari simmetrici – quelli usati per la bulk encryption con chiave precondivisa, come AES, ChaCha20, e le funzioni hash SHA-2, SHA-3 – subiscono un impatto «molto più contenuto». Il livello di sicurezza rimane esponenziale, pur subendo una riduzione quadratica. «Possiamo ancora utilizzare AES, ad esempio, oppure SHA-3, eventualmente adattando la lunghezza delle chiavi e la lunghezza dei digest», ha rassicurato l’esperto.

La risposta: la crittografia post-quantum

La soluzione esiste ed è già in fase avanzata di standardizzazione. La crittografia post-quantum (PQC) utilizza sistemi che non si basano più sui problemi matematici vulnerabili ai computer quantistici, ma su altri problemi: reticoli, codici correttori di errori, sistemi multivariati, isogenie, funzioni hash.

«Le tecniche crittografiche devono essere standardizzate attraverso processi competitivi internazionali», ha sottolineato Baldi. Il NIST (National Institute of Standards and Technology) americano coordina dal 2016 il più importante processo di standardizzazione di primitive crittografiche post-quantum.

Il percorso è stato rigoroso: nel 2017 furono presentati 69 candidati, ridotti a 26 nel 2019, 15 nel 2020, fino a quattro candidati standardizzati nel 2022. Nel frattempo, nel 2022 si decise di riaprire un ulteriore bando per aumentare la diversità negli algoritmi di firma digitale: 40 nuovi candidati raccolti nel 2023, ridotti a 14 nel 2024.

A marzo 2025 è stato aggiunto un algoritmo a quelli standardizzati, e per il 2026 si attende la conclusione del secondo processo di standardizzazione. Gli algoritmi finora standardizzati sono:

  • Due algoritmi per lo scambio di chiave (che sostituiranno Diffie-Hellman): ML-KEM e HQC-KEM (quest’ultimo aggiunto a marzo 2025)
  • Tre algoritmi per la firma digitale: ML-DSA, FN-DSA e SLH-DSA
LEDAcrypt, CROSS e LESS

Il contributo italiano: LEDAcrypt, CROSS e LESS

Con evidente orgoglio, il professor Baldi ha presentato tre algoritmi che vedono protagonista la ricerca italiana, tutti appartenenti alla famiglia dei sistemi post-quantum basati su codici correttori di errori.

LEDAcrypt (Low-dEnsity parity-check coDe-bAsed cryptographic systems) fornisce una famiglia di algoritmi per lo scambio di chiave e la cifratura asimmetrica. Si basa su un framework introdotto nel 1978 da Robert McEliece, «sostituendo le famiglie di codici con codici più moderni che si chiamano LDPC e MDPC, si ottengono sistemi molto compatti e molto veloci». Sebbene non sia stato standardizzato per questioni parametriche, «la versione 3 è sicura, compatta e veloce».

CROSS (Code and Restricted Object Signature Scheme) e LESS (Linear Equivalence Signature Scheme) sono due algoritmi di firma digitale tuttora in competizione, «gli unici due che sono stati ammessi al secondo round della gara attuale nella famiglia degli algoritmi basati su codici».

CROSS si basa sul problema di decodifica ristretta, «è molto veloce e ottiene delle firme ragionevolmente compatte». LESS si basa sul problema di equivalenza tra codici, «è ragionevolmente veloce ma le firme sono molto compatte».

«Spesso si parla di sovranità digitale, qualche volta in crittografia si parla anche del sospetto di backdoor», ha commentato Baldi. «Ecco, questi sono algoritmi il cui progetto è nato da spunto di ricercatori italiani».

Alternative alla PQC
Information-theoretic security

Il dibattito: PQC o QKD?

Una domanda legittima che il relatore ha affrontato: esistono alternative alla crittografia post-quantum? La risposta è articolata e richiede di comprendere due paradigmi distinti di sicurezza.

La crittografia post-quantum rientra nel paradigma della sicurezza computazionale (computational security): si richiede che la complessità di un attacco superi un certo valore (2^λ, dove λ è il livello di sicurezza in bit) anche per un attaccante dotato di quantum computer.

Esiste però un altro paradigma, quello della sicurezza information-theoretic, cui rispondono tecniche come il One-Time Pad (usato durante la Seconda Guerra Mondiale per le comunicazioni tra Roosevelt e Churchill), la Quantum Key Distribution e le Quantum Secure Direct Communications. In questo caso «la confidenzialità non dipende dalla capacità computazionale di un attaccante, perché si dimostra in modo matematico».

Il problema, ha spiegato l’esperto, è che questi due paradigmi offrono funzionalità diverse:

  • La PQC fornisce funzioni asimmetriche: cifratura asimmetrica, scambio automatico di chiavi, firma digitale
  • Le tecniche di sicurezza information-theoretic producono nativamente solo funzioni simmetriche basate su chiave precondivisa: cifratura simmetrica, distribuzione di chiave simmetrica

«Allora potremmo chiederci: usiamo information-theoretic security?», ha proseguito Baldi. «Da una parte è vero che offre una garanzia indipendente dalla capacità di calcolo dell’attaccante. Però i sistemi per information-theoretic security offrono solo funzioni simmetriche, che sono quelle meno impattate dal quantum computer, e richiedono delle chiavi precondivise manualmente».

Inoltre, alcuni sistemi come la QKD hanno limitazioni tecniche significative: breve distanza, limitato tasso di chiavi distribuite, mancanza di certificazioni. Il relatore ha citato position paper congiunti rilasciati dalle agenzie di sicurezza nazionali tedesca (BSI), francese (ANSSI), svedese e olandese che «descrivono molto dettagliatamente le limitazioni a cui va incontro la Quantum Key Distribution».

Si potrebbe pensare di adottare un approccio misto, mescolando QKD con PQC e funzioni hash per superare questi limiti e recuperare l’autenticazione automatica. «Però se noi facciamo così, ritorniamo nel paradigma della computational security, che è quello crittografico», ha obiettato il professore. «E allora non ha molto senso questo mescolamento, perché rimanendo nel paradigma crittografico, la sola crittografia post-quantum ci offre già tutte le funzioni necessarie senza limiti di fattibilità, con costi oltretutto notevolmente più bassi».

PQC vs QKD – Tabella applicabilità

PQC o QKD: applicabilità a confronto

La slide di confronto presentata dal relatore è stata inequivocabile. «Innanzitutto non è giusto contrapporli, perché PQC ci dà funzioni asimmetriche e QKD ci dà solo funzioni simmetriche», ha premesso.

Ma guardando all’applicabilità:

La PQC può essere applicata in tutti gli scenari in cui oggi usiamo crittografia:

  • Firma digitale
  • Navigazione web sicura
  • Reti private virtuali aziendali
  • Pagamenti elettronici
  • Sicurezza del cloud
  • Sicurezza wireless
  • Paradigmi futuri e avanzati come The Onion Routing (TOR), blockchain e criptovalute

Esistono già standard ed esistono certificazioni per la PQC.

La QKD, invece, è una tecnologia che «può essere di interesse perché ci dà una confidenzialità matematicamente dimostrabile, ma in alcuni casi di nicchia»:

  • Comunicazioni punto-punto su breve distanza
  • Con chiavi precondivise
  • Senza, per il momento, certificazioni di sicurezza e standard consolidati
Schema sfide della Transizione alla PQC

Le sfide della transizione: non basta lo standard

«Attrezziamoci per andare verso la transizione alla post-quantum cryptography», ha esortato Baldi. Ma ha anche avvertito che la standardizzazione degli algoritmi «è il primo passaggio fondamentale per avere una crittografia interoperabile, ma non è l’ultimo passaggio».

Le sfide sono molteplici:

1. Implementazioni sicure ed efficienti

Gli algoritmi devono essere implementati in hardware e software in modo non solo efficiente, ma anche sicuro. «Ci sono attacchi come i side-channel attacks che riguardano non tanto gli algoritmi ma le loro implementazioni», ha spiegato. «È necessario che le implementazioni hardware e software che noi andiamo a utilizzare siano sicure anche contro side-channel attacks, oltre che certificate».

2. Integrazione nei sistemi esistenti

Anche disponendo di algoritmi standard e implementazioni sicure, resta il problema di «prendere questi algoritmi e inserirli nei sistemi che utilizziamo». E qui emerge un problema concreto: le dimensioni delle chiavi e delle firme.

Il relatore ha mostrato una tabella di confronto tra sistemi di firma digitale che ha reso evidente la sfida: ECDSA (basato su curve ellittiche, quantum-vulnerable) ha chiavi e firme piccolissime. I sistemi post-quantum standardizzati – ML-DSA, FN-DSA, SLH-DSA – hanno chiavi pubbliche, chiavi private e firme con dimensioni «che non sono nemmeno lontanamente paragonabili» con quelle dei sistemi classici.

«Bisognerà andare a integrare e studiare come integrare queste nuove primitive crittografiche nei protocolli e nei sistemi che utilizziamo tutti i giorni per la sicurezza dei dati e delle reti», ha sottolineato.

3. L’urgenza: gli attacchi “store-now-decrypt-later”

L’aspetto forse più inquietante riguarda la dimensione temporale della minaccia. «Esistono attacchi di tipo store-now-decrypt-later», ha avvertito l’esperto. «I dati che io scambio oggi sulla mia rete potrebbero essere memorizzati oggi, con il cifrario che io sto usando oggi, per essere attaccati da un attaccante domani, quando l’attaccante avrà il quantum computer».

In altre parole, un attaccante può intercettare e archiviare oggi comunicazioni cifrate con algoritmi classici, in attesa di disporre domani di un quantum computer per decifrarle. Questo vale per dati sensibili, segreti industriali, comunicazioni governative, informazioni mediche: tutto ciò che deve rimanere confidenziale non solo oggi, ma anche tra 5, 10, 15 anni.

«Quindi non è una transizione che possiamo ritardare», ha ammonito Baldi.

La roadmap: dal 2016 al 2035

«Non a caso, sia a livello nazionale che internazionale si stanno delineando delle timeline per la transizione alla crittografia post-quantum», ha concluso il relatore presentando le scadenze che attendono governi, aziende e organizzazioni.

Standardizzazione della PQC, roadmap 2016 – 2026

La situazione di partenza è chiara: «Veniamo da un mondo in cui la crittografia è quantum-vulnerable. Quella che stiamo usando oggi per connetterci a Internet è quantum-vulnerable».

La roadmap delineata prevede:

  • 2016: il NIST inizia il processo di standardizzazione
  • 2022: primi algoritmi standardizzati
  • 2030: deadline per la transizione delle infrastrutture critiche. «È comunemente accettato che bisognerà essere riusciti a eseguire la transizione almeno delle infrastrutture critiche» entro questa data
  • 2035: completamento della transizione di tutte le infrastrutture digitali

L’obiettivo dichiarato è raggiungere entro il 2035 la cosiddetta quantum safety: «Essere resilienti anche nei confronti di attaccanti dotati di un quantum computer».

Il supporto della ricerca italiana

Prima di concludere, il professor Baldi ha voluto riconoscere il supporto di alcuni progetti di ricerca che sostengono l’attività italiana nella crittografia post-quantum:

  • Il programma PE SERICS (SEcurity and RIghts in the CyberSpace), finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) – Missione 4, componente 2, investimento 1.3 – finanziato dall’Unione Europea – NextGenerationEU
  • Il progetto QSAFEIT (Quantum-safe cryptographic tools for the protection of national data and information technology assets), finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Fondo Italiano per le Scienze Applicate (FISA) 2022

Un segnale chiaro che l’Italia sta investendo nella ricerca di frontiera su tecnologie che saranno decisive per la sicurezza nazionale e la sovranità digitale nel prossimo decennio.

Conclusioni

La sfida è lanciata: la transizione alla crittografia post-quantum non è più un’opzione, ma una necessità urgente. Con computer quantistici sempre più potenti all’orizzonte e la minaccia concreta degli attacchi store-now-decrypt-later, governi, aziende e organizzazioni hanno meno di cinque anni per proteggere le proprie infrastrutture critiche. La ricerca italiana, con algoritmi come LEDAcrypt, CROSS e LESS, sta contribuendo attivamente a costruire le difese crittografiche del futuro. Ma come ha avvertito il professor Baldi: il tempo stringe, e ciò che proteggiamo oggi determinerà la sicurezza delle nostre informazioni per i decenni a venire.

Guarda il video dell’intervento completo:

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Profilo Autore

Marco Baldi è professore associato in Telecomunicazioni presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università Politecnica delle Marche, dove partecipa al Centro di Ricerca e Servizio per la Privacy e la Cybersecurity (CRiSPY). È membro del comitato di gestione del Laboratorio Nazionale di Cybersecurity del CINI e ne coordina il nodo locale presso l’Università Politecnica delle Marche. È socio fondatore e membro del comitato scientifico dell’Associazione Nazionale di crittologia De Componendis Cifris. Svolge attività didattica, di ricerca e progettuale nell’area dell’affidabilità e della sicurezza delle comunicazioni, ed in particolare della crittografia post-quantum. È coautore di oltre 200 articoli scientifici apparsi in riviste, capitoli di libri e atti di conferenze internazionali, un libro e quattro brevetti. È membro di CINI, CNIT, GTTI, IEEE Communications Society, IEEE Information Theory Society e membro senior di IEEE. È stato vicepresidente per il periodo 2021-2023 ed è presidente per il periodo 2024-2025 del capitolo italiano della IEEE Information Theory Society. È coordinatore o membro dei gruppi di lavoro di progetti di ricerca nazionali ed internazionali commissionati da enti pubblici e privati. È co-organizzatore e membro del comitato tecnico di programma di conferenze e workshop internazionali nell’ambito dell’affidabilità e della sicurezza delle comunicazioni. Fa parte del gruppo proponente degli schemi crittografici LEDAcrypt, LESS e CROSS, che hanno partecipato o stanno partecipando al processo di standardizzazione internazionale di schemi crittografici post-quantum coordinato dal NIST. È membro del Quantum Technologies Coordination Group nominato dal Presidente del Consiglio dei Ministri su indicazione del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione tecnologica.

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Il prezzo nascosto dell’AI: quando i tuoi dati diventano merce di scambio

L’intervento di Andrea Pavan di Beliven al Forum ICT Security 2025 svela i rischi che le Big Tech preferiscono non raccontare.

C’è una narrazione dominante sull’intelligenza artificiale che rischia di gettare fumo negli occhi. ChatGPT, Copilot, Gemini, Claude: strumenti presentati come bacchette magiche capaci di moltiplicare la produttività, automatizzare il lavoro ripetitivo, rendere accessibile a tutti ciò che prima richiedeva competenze specialistiche. La promessa è seducente, i risultati spesso impressionanti. Ma c’è un prezzo da pagare, e non è quello dell’abbonamento premium.

Al 23° Forum ICT Security, Andrea Pavan di Beliven ha squarciato il velo su una realtà che molti preferiscono ignorare: ogni prompt che digitiamo, ogni documento che carichiamo, ogni conversazione che intratteniamo con un assistente AI alimenta un ecosistema di dati su cui abbiamo sempre meno controllo. E le conseguenze, per aziende e privati, possono essere molto più serie di quanto si immagini.

L’AI come l’elettricità: una metafora da prendere sul serio

“AI / Nuovo inizio – Come l’elettricità alla fine dell’Ottocento”

Il paragone proposto nell’intervento non è casuale. L’intelligenza artificiale oggi presenta caratteristiche analoghe a quelle dell’energia elettrica alla fine dell’Ottocento: è una tecnologia pervasiva, abilita l’automazione su scala prima impensabile, apre possibilità di riorganizzazione del lavoro e, aspetto cruciale, genera dipendenza.

Chi, oggi, potrebbe rinunciare all’elettricità? Allo stesso modo, chi potrà permettersi di ignorare l’AI nei prossimi anni? La risposta è evidente: nessuno. Ma proprio per questo diventa fondamentale comprenderne non solo il potenziale, ma anche i rischi e le applicazioni corrette. Come ha sottolineato il relatore, chi saprà governare questa transizione sarà avvantaggiato; chi la subirà passivamente rischia di trovarsi esposto a vulnerabilità che oggi fatica persino a immaginare.

Beliven, tech company del Friuli Venezia Giulia con circa quaranta sviluppatori e partecipazioni in quattro startup tecnologiche, si occupa quotidianamente di realizzare soluzioni software personalizzate integrando l’intelligenza artificiale. Il focus dell’intervento, però, non era celebrativo: l’obiettivo dichiarato era quello di evangelizzare le aziende sui rischi concreti e sulle strategie per affrontarli.

Entro il 2030, il 90% dei contenuti sarà generato dall’AI

“AI Generativa / Attenzione” con dati sul 90% dei contenuti

Le proiezioni parlano di un futuro in cui la stragrande maggioranza di ciò che leggeremo, vedremo e ascolteremo online sarà prodotto da sistemi di intelligenza artificiale generativa. Un dato che solleva interrogativi profondi: come distingueremo il vero dal verosimile? Chi sarà responsabile delle informazioni errate? E soprattutto, dove finiranno tutti i dati che alimentano questa produzione di massa?

L’intervento ha messo in luce tre criticità fondamentali dei Large Language Model che troppo spesso vengono taciute. Primo: gli LLM non si occupano di dire la verità. Generano risposte statisticamente plausibili, non necessariamente accurate. Il loro obiettivo è produrre testo coerente, non verificare fatti. Secondo: non sono infallibili né illimitati. Hanno limiti di contesto, possono “allucinare” informazioni inesistenti, e le loro prestazioni variano enormemente in base al dominio. Terzo, e forse più importante: i datacenter che li ospitano non sempre sono GDPR compliant, e di base molti provider utilizzano i dati inseriti dagli utenti per addestrare e migliorare i propri modelli.

Quest’ultimo punto merita un approfondimento. Quando un dipendente carica un documento riservato su ChatGPT per farselo riassumere, quando un programmatore incolla codice proprietario per chiedere una revisione, quando un manager condivide dati di vendita per ottenere un’analisi: tutte queste informazioni entrano in un sistema su cui l’azienda non ha alcun controllo. E potrebbero non uscirne mai.

Il paradosso della proprietà: di chi è l’output generato?

La questione della proprietà intellettuale sui contenuti generati dall’AI è tutt’altro che risolta. Durante l’intervento è stato mostrato un estratto significativo delle policy di OpenAI: l’utente mantiene i diritti sull’input e possiede l’output. Fin qui, tutto bene. Ma la formulazione legale lascia spazio a interpretazioni inquietanti.

Come ha evidenziato il relatore, esiste sempre una clausola che, da un punto di vista legale, lascia intendere che in futuro ci potrebbe essere una rivendicazione da parte di strumenti come OpenAI sulla sovranità del dato generato. In altre parole: oggi l’output è tuo, domani potrebbe non esserlo più. E le policy, come vedremo, cambiano con una frequenza allarmante.

Tutto quello che non dicono sulla privacy

Il cuore dell’intervento ha affrontato il tema più scottante: la gestione dei dati da parte delle Big Tech. La policy di Google del 2023 si riserva il diritto di usare praticamente tutto ciò che viene pubblicato online per addestrare le proprie AI. Non solo i contenuti caricati volontariamente sulle piattaforme Google, ma potenzialmente qualsiasi cosa indicizzata dal motore di ricerca.

Il rischio, tradotto in termini concreti, è questo: immaginate di condividere con un assistente AI un esame medico, un contratto riservato, un pezzo di codice che rappresenta il vostro vantaggio competitivo. Dove finiscono queste informazioni? Per quanto tempo vengono conservate? Chi può accedervi? E soprattutto: verranno usate per addestrare modelli che poi risponderanno anche ai vostri concorrenti?

Le risposte a queste domande sono spesso sepolte in documenti legali di decine di pagine, scritti in legalese incomprensibile, che cambiano unilateralmente senza un reale consenso informato. Come ha osservato il relatore, riceviamo continuamente email di aggiornamento delle policy che raramente leggiamo. Nel frattempo, le regole del gioco cambiano.

Un fenomeno particolarmente insidioso riguarda le PMI. Dialogando con tantissime piccole e medie imprese, emerge spesso che il dipendente o la persona di turno utilizza sistemi esterni rispetto agli strumenti aziendali per elaborare informazioni che sono dati del cliente. Il documento riservato viene caricato su ChatGPT personale, il codice sorgente finisce su GitHub Copilot, l’analisi finanziaria passa per un tool AI gratuito. E l’azienda perde completamente traccia di dove siano finiti i propri asset informativi.

Una tassonomia dei rischi: dall’input al processing

“Data Privacy / Esempi di rischio”

L’intervento ha proposto una classificazione sistematica dei rischi che merita di essere analizzata nel dettaglio, perché aiuta a comprendere la complessità del problema.

Rischi lato User Input. La prima linea di vulnerabilità è quella dell’utente stesso. La divulgazione involontaria di dati sensibili è il rischio più comune: si carica un file senza rendersi conto che contiene informazioni riservate, si copia un testo che include riferimenti a clienti o partner. A questo si aggiunge l’assenza di controlli d’accesso adeguati: chi può usare gli strumenti AI in azienda? Con quali limiti? La scarsa formazione e consapevolezza del personale amplifica il problema, mentre la manipolazione fraudolenta dei prompt apre scenari di social engineering di nuova generazione.

Rischi lato Provider Interface e API. Il secondo livello riguarda l’interfaccia con il provider. L’intercettazione dei dati durante la trasmissione e la crittografia insufficiente sono rischi tecnici noti ma spesso sottovalutati. Più subdolo è il phishing attraverso la clonazione delle interfacce: siti che replicano l’aspetto di ChatGPT o altri tool per carpire credenziali e informazioni.

Rischi lato LLM Processing. Il terzo livello è forse il più opaco. Le inferenze involontarie sui dati inseriti permettono al sistema di dedurre informazioni che l’utente non intendeva condividere. La conservazione di dati sensibili oltre i termini dichiarati, le analisi comportamentali sui log di utilizzo, il rischio di cessione a terzi e le politiche di conservazione non conformi al GDPR completano un quadro preoccupante.

Ma i rischi non si fermano qui. Come ha sottolineato il relatore, non è un servizio fine a se stesso: c’è anche una distribuzione del dato su altre piattaforme. I servizi AI sono interconnessi, si appoggiano a infrastrutture cloud di terze parti, utilizzano API che a loro volta possono coinvolgere altri attori. La catena di custodia del dato diventa rapidamente inestricabile.

Quando i giganti cadono: casi concreti di violazioni

La teoria trova purtroppo abbondante conferma nella cronaca recente. L’intervento ha passato in rassegna una serie di incidenti che dimostrano come anche i player più blasonati non siano immuni da errori, vulnerabilità e scelte discutibili.

ChatGPT Data Breach, marzo 2023. Una falla nel sistema espone conversazioni private e informazioni di pagamento degli abbonati. Non dati anonimi o aggregati: conversazioni reali di utenti reali, con tanto di dettagli delle carte di credito.

Il caso Amazon. Il colosso dell’e-commerce vieta esplicitamente ai propri programmatori di usare ChatGPT per revisionare il codice interno. Il motivo? Le risposte generate dal sistema avevano iniziato a riportare dati simili a quelli interni di Amazon. Un segnale inequivocabile che i dati inseriti dagli utenti influenzano le risposte fornite ad altri.

La vulnerabilità del “repeat forever”. Prima che OpenAI intervenisse per bloccarla, esisteva una tecnica per far rivelare a ChatGPT dati di addestramento identificativi: bastava chiedere al sistema di ripetere una parola infinite volte. A un certo punto, il modello iniziava a “vomitare” frammenti di testo provenienti dal training set, incluse informazioni personali.

EchoLeak, giugno 2025. Una delle vulnerabilità più recenti e sofisticate ha colpito Microsoft 365 Copilot. Si tratta di una “zero-click prompt injection”: attraverso email di phishing elaborate automaticamente da Copilot, era possibile manipolare il sistema per estrarre informazioni dall’ecosistema Microsoft dell’utente. In pratica, l’AI che doveva proteggere diventava il vettore dell’attacco.

Otter.ai e le trascrizioni non autorizzate. Il servizio di trascrizione automatica delle riunioni è finito al centro di una causa legale per autorizzazioni insufficienti. Un problema particolarmente rilevante considerando che spesso i bot di trascrizione gratuiti si appoggiano a terze parti per gestire i dati, moltiplicando i punti di vulnerabilità.

Replika e la gestione dei minori. L’applicazione che permette di creare “chat partner” virtuali ha ricevuto una sanzione significativa per la gestione inadeguata dei dati dei minorenni. Non veniva effettuata una vera validazione sull’età degli utenti, esponendo bambini e adolescenti a interazioni potenzialmente dannose.

DeepSeek Data Breach. I database contenenti le informazioni degli utenti del sistema AI cinese sono stati esposti pubblicamente, dimostrando che i problemi di sicurezza non sono un’esclusiva occidentale.

Il caso LinkedIn: quando la policy cambia sotto i piedi

Il caso più recente e forse più emblematico riguarda LinkedIn. All’inizio di novembre 2025, Microsoft ha annunciato che i dati presenti sulla piattaforma professionale potranno essere utilizzati per il training dei propri modelli di AI. Post, articoli, commenti, informazioni del profilo: tutto può diventare materiale di addestramento.

L’unica difesa? Una spunta nascosta nelle impostazioni del profilo che permette di bloccare l’utilizzo dei propri dati. Una spunta che la stragrande maggioranza degli utenti non sa nemmeno esistere, e che comunque richiede un’azione positiva per essere attivata. Il default, naturalmente, è il consenso.

VOLUBILI/ CASO LINKEDIN

Il messaggio che emerge da questa carrellata è brutale nella sua chiarezza: anche gli strumenti più blasonati, anche le Big Tech con i loro eserciti di ingegneri e legali, commettono errori. E nel frattempo hanno accesso ai nostri dati. Non dati astratti: conversazioni, documenti, codice, analisi, strategie. Il patrimonio informativo di milioni di aziende e miliardi di individui.

La soluzione esiste: il concetto di GPT privato

Di fronte a questo scenario, rinunciare all’AI non è un’opzione realistica. I vantaggi competitivi che offre sono troppo significativi per essere ignorati. La domanda diventa quindi: come beneficiare dell’intelligenza artificiale senza esporsi a rischi inaccettabili?

L’intervento ha presentato il concetto di “GPT privato” come risposta a questa esigenza. Non si tratta di reinventare la ruota, ma di costruire un perimetro sicuro all’interno del quale sfruttare le potenzialità dell’AI generativa mantenendo il controllo sui propri dati.

I pilastri di questo approccio sono quattro

Sovranità dei dati e sicurezza. Le informazioni vengono gestite in un environment dedicato al cliente, senza transitare per infrastrutture condivise o datacenter di terze parti non controllabili. Il dato resta dove deve restare: all’interno dell’organizzazione.

Conformità e governance GDPR. La selezione di datacenter italiani o europei garantisce il rispetto delle normative sulla protezione dei dati. Non è solo una questione legale: è una questione di fiducia nei confronti di clienti e partner che affidano le proprie informazioni all’azienda.

Personalizzazione e integrazione. Un sistema AI cucito su misura può dialogare con i sistemi gestionali esistenti, accedere alle basi documentali interne, rispettare le policy aziendali. Non è un tool generico uguale per tutti: è uno strumento che conosce l’azienda e ne rispetta le specificità.

Trasparenza e auditabilità. Ogni interazione può essere tracciata, ogni accesso monitorato, ogni anomalia rilevata. L’azienda mantiene la visibilità completa su cosa succede ai propri dati.

Beliven ha sviluppato in questa direzione ClosyTalk, una soluzione che replica le funzionalità delle piattaforme di mercato ma all’interno di un ambiente controllato. L’applicativo web permette di generare risposte con e senza agenti specializzati, analizzare documenti creando knowledge base basate su tecnologie RAG (Retrieval-Augmented Generation), automatizzare compiti e interagire con modelli di AI sia privati che pubblici.

La flessibilità architetturale è un elemento chiave: il sistema può appoggiarsi a Foundation Model ospitati su cloud provider come Azure, Google Cloud o AWS, oppure funzionare in modalità completamente on-premise per le organizzazioni che richiedono il massimo livello di controllo.

Non serve una rivoluzione: l’approccio a step progressivi

L’ultimo messaggio dell’intervento riguarda la metodologia di adozione, e sfata un mito diffuso: non serve una rivoluzione per iniziare a beneficiare dell’AI in modo sicuro. Anzi, l’approccio raccomandato è esattamente l’opposto: partire leggeri, procedere per step, costruire competenza e consapevolezza prima di scalare.

La roadmap proposta si articola su quattro orizzonti temporali.

Bootstrap (0-6 mesi). La fase iniziale è dedicata alla formazione e alla sperimentazione controllata. Workshop, attività di accompagnamento, proof of concept su casi d’uso limitati. L’obiettivo non è trasformare l’azienda, ma far comprendere come questi strumenti possano aumentare la produttività e quali precauzioni adottare.

Quick Wins (6-12 mesi). Identificati i casi d’uso più promettenti, si passa all’implementazione di soluzioni che generano valore immediato con rischio contenuto. Automazione di task ripetitivi, assistenza alla redazione documentale, analisi di dati strutturati.

Enterprise (1-2 anni). La terza fase prevede l’integrazione profonda con i processi aziendali: connessione ai sistemi gestionali, creazione di agenti specializzati per le diverse funzioni, deployment su scala.

Transformative Innovation (3+ anni). L’orizzonte di lungo periodo è quello della trasformazione vera e propria: ripensamento dei processi, nuovi modelli di business abilitati dall’AI, vantaggio competitivo strutturale.

Questo approccio graduale ha un vantaggio fondamentale: permette all’organizzazione di sviluppare anticorpi. Ogni step costruisce consapevolezza sui rischi, competenza nell’utilizzo, capacità di governance. Quando si arriva alle fasi più avanzate, l’azienda non è più vulnerabile: ha imparato a muoversi in questo nuovo territorio.

Conclusione: governare la rivoluzione, non subirla

L’intelligenza artificiale generativa è davvero una rivoluzione paragonabile all’elettricità. E come per l’elettricità, la differenza tra chi ne beneficia e chi ne resta fulminato sta nella conoscenza: sapere come funziona, dove sono i pericoli, quali precauzioni adottare.

Le Big Tech hanno costruito strumenti straordinari, ma il loro modello di business si fonda sull’estrazione di valore dai dati degli utenti. Non è complottismo: è il loro bilancio. Ogni conversazione con ChatGPT, ogni documento caricato su Copilot, ogni prompt digitato su Gemini alimenta un sistema progettato per monetizzare quelle informazioni.

Per le aziende, la scelta non è tra usare l’AI o non usarla. È tra usarla consapevolmente, all’interno di un perimetro controllato, con strumenti che rispettano la sovranità del dato, oppure affidarsi ciecamente a piattaforme su cui non si ha alcun controllo, sperando che le policy non cambino, che i data breach non accadano, che i propri segreti industriali non finiscano nel training set di qualcun altro.

L’intervento di Andrea Pavan al Forum ICT Security 2025 ha avuto il merito di mettere sul tavolo questi temi con chiarezza e concretezza. Non per spaventare, ma per informare. Non per frenare l’innovazione, ma per permettere di cavalcarla in sicurezza.

Perché l’AI è qui per restare. La domanda è: saremo noi a governarla, o lei a governare noi?

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Profilo Autore

Nello sviluppo software da sempre e voglio ringraziare questa disciplina perché mi ha permesso di lavorare con realtà importanti come il CERN di Ginervra. La vita da ingegnere si svolge in modo molto metodico e focalizzato ma dentro ho sempre nitrito un certo dinamismo.
Questa pulsione mi ha portato a fondare un’azienda e poi a dedicarmi al Business Development, iniziando a entrare un mondo ad alta variabilità: quello delle relazioni.
Oggi in Beliven uso il connubio di queste mie due vite seguendo i Cliente nella costruzione dei progetti più utili alla digitalizzazione e ottimizzazione dei loro processi.

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Smart Grid Security: vulnerabilità della demand response e minacce beyond smart meter

La narrazione sulla sicurezza delle smart grid si è focalizzata per anni sugli smart meter, ma questa visione circoscritta non coglie la vera complessità delle moderne infrastrutture energetiche digitalizzate. Le reti elettriche intelligenti rappresentano un ecosistema cyber-fisico stratificato dove i Distributed Energy Resources (DER) proliferano esponenzialmente, e i vettori d’attacco più insidiosi si annidano nei sistemi di gestione della domanda energetica, ben oltre i dispositivi di misura.

L’architettura distribuita delle smart grid moderne

Le smart grid integrano tecnologie digitali, Internet delle Cose (IoT) e Advanced Metering Infrastructure (AMI) per abilitare flussi energetici bidirezionali, monitoraggio in tempo reale ed efficienza operativa. La generazione distribuita attraverso impianti fotovoltaici residenziali, sistemi di accumulo e veicoli elettrici richiede meccanismi sofisticati di coordinamento: qui entra in scena il demand response, la capacità di modulare dinamicamente i consumi in risposta alle condizioni di rete.

Il demand response rappresenta una componente critica per la stabilità della grid moderna. Attraverso protocolli come OpenADR (Open Automated Demand Response), sviluppato negli Stati Uniti e adottato progressivamente a livello internazionale, gli operatori comunicano in tempo reale con aggregatori di carico e sistemi di gestione energetica per orchestrare riduzioni o spostamenti dei consumi.

Le vulnerabilità critiche del protocollo OpenADR

Un’analisi delle vulnerabilità condotta sul software OpenADR ha identificato oltre 700 violazioni delle regole di sicurezza nell’implementazione open source CERT Java-based del protocollo. Le specifiche OpenADR 2.0b utilizzano messaggi XML per le transazioni tra Virtual End Nodes (VEN) e Virtual Top Nodes (VTN), ma la definizione ambigua dei transaction identifier crea vulnerabilità che facilitano attacchi di parameter tampering e falsificazione del flusso dei servizi.

Un attaccante che comprometta un VTN o inietti messaggi fraudolenti può manipolare i segnali di demand response, creando picchi di carico artificiosi o riduzioni massive coordinate. Gli attacchi di load redistribution (LR) non alterano la domanda totale di potenza ma ne modificano la distribuzione geografica e temporale, forzando il sistema SCED a riconfigurazioni costose e causando il trip di linee specifiche.

Per approfondire le sfide della protezione delle infrastrutture critiche energetiche, è essenziale comprendere le interdipendenze tra i settori energetico, ICT e trasporti.

Convergenza IT/OT: la superficie d’attacco si espande

I protocolli industriali come Modbus, DNP3 e IEC 61850 sono stati progettati in un’epoca dove l’isolamento fisico delle reti OT era considerato sufficiente. Oggi queste reti devono interfacciarsi con sistemi IT aziendali, cloud e dispositivi IoT distribuiti sul territorio, creando percorsi d’attacco che collegano vulnerabilità enterprise a componenti critiche di controllo della rete elettrica.

Gli advisory CISA e DoE hanno documentato come threat actor relativamente poco sofisticati riescano a compromettere sistemi ICS/SCADA nel settore energetico sfruttando password predefinite, dispositivi OT esposti su internet e carenze nella segmentazione di rete. Il fatto che attaccanti “unsophisticated” possano penetrare le infrastrutture critiche con effetti domino dimostra quanto sia ampia e mal protetta la superficie d’attacco.

Gli attacchi alle reti elettriche ucraine: un precedente preoccupante

Il 23 dicembre 2015, le reti elettriche di due regioni occidentali dell’Ucraina furono compromesse attraverso un cyberattacco che causò blackout per circa 230.000 consumatori per periodi da 1 a 6 ore. L’attacco, attribuito al gruppo APT Sandworm legato all’intelligence militare russa (GRU), utilizzò il malware BlackEnergy per compromettere i sistemi SCADA e aprire manualmente i circuit breaker di 30 sottostazioni.

Nel dicembre 2016, Sandworm sviluppò Industroyer, un malware significativamente più avanzato, progettato specificamente per manipolare sistemi di controllo industriale con conoscenza integrata dei protocolli IEC 60870-5-101 e IEC 61850 usati nelle sottostazioni elettriche europee. Questi attacchi hanno stabilito un precedente allarmante per la sicurezza delle grid globali, dimostrando che le capabilities per causare blackout estesi attraverso cyberattacchi esistono e sono state utilizzate in contesti di guerra ibrida.

Digital forensics nelle smart grid: sfide e complessità

Quando si verifica un incidente cyber in un ambiente industriale complesso, la capacità di ricostruire la catena degli eventi è compromessa da molteplici fattori: i sistemi SCADA non mantengono log dettagliati, molti Intelligent Electronic Devices nelle sottostazioni non hanno primitive di memoria volatile facilmente analizzabili.

La proliferazione di malware progettati per evitare tracciamento (come Stuxnet, Flames, Triton) sfrutta la fragilità dell’evidenza digitale per lanciare attacchi senza lasciare tracce. L’eterogeneità dei protocolli di comunicazione complica le indagini forensi, richiedendo competenze specialistiche nella decodifica di traffico Modbus-TCP, analisi di time-series SCADA e correlazione di eventi attraverso domini tecnologici diversi.

Il quadro normativo: NIS2 e NERC-CIP

La Direttiva NIS2 dell’Unione Europea, entrata in vigore nel gennaio 2023 con deadline di trasposizione nazionale ottobre 2024, estende significativamente l’ambito di applicazione rispetto alla NIS del 2016, coprendo esplicitamente produttori di elettricità, operatori di mercato, gestori di punti di ricarica per veicoli elettrici.

Le sanzioni NIS2 sono state inasprite: le entità essenziali rischiano multe fino a 10 milioni di euro o il 2% del fatturato globale annuale (a seconda di quale sia maggiore), mentre le entità importanti fino a 7 milioni di euro o l’1,4% del fatturato.

Negli Stati Uniti, gli standard NERC-CIP prevedono penalità che possono raggiungere 1 milione di dollari al giorno per violazione. ABB ha sottolineato che gli operatori che non implementano autenticazione multi-fattore e segmentazione di rete rischiano penalità significative.

Per una panoramica completa delle normative europee, si veda l’analisi su NIS2, CER e DORA per le infrastrutture critiche.

Intelligenza artificiale: opportunità e nuove superfici d’attacco

Framework come DerGuard sviluppato da Georgia Tech utilizzano reti neurali ricorrenti e digital twin cyber-fisici per identificare pattern anomali nei Distributed Energy Resources. I digital twin che simulano dinamicamente il comportamento della rete possono distinguere fluttuazioni legittime da manipolazioni malevole.

Tuttavia, questi approcci introducono nuove superfici d’attacco: un modello di machine learning addestrato su dati avvelenati produrrà sistematicamente decisioni errate. Gli attaccanti stanno già sperimentando tecniche di adversarial machine learning per eludere sistemi di detection basati su AI.

Veicoli elettrici: un ulteriore vettore di vulnerabilità

Ogni charging station è essenzialmente un edge device che comunica con la rete attraverso protocolli come OCPP e ISO 15118. Le vulnerabilità side-channel permettono il profiling dei veicoli attraverso l’analisi dei pattern di corrente durante la ricarica, rappresentando sia un rischio privacy che un potenziale vettore per attacchi più sofisticati.

Un attaccante che comprometta l’infrastruttura di gestione di una flotta di charging station potrebbe orchestrare picchi di carico sincronizzati attraverso migliaia di veicoli, con effetti potenzialmente destabilizzanti per la rete locale.

Threat landscape: APT e guerra ibrida

Nell’ottobre 2022, Sandworm ha causato un blackout in Ucraina coordinandolo con attacchi missilistici, utilizzando tecniche “living off the land” per compromettere un sistema MicroSCADA e inviare comandi ai remote terminal units delle sottostazioni. Questo rappresenta l’evoluzione più recente delle capabilities cyber-fisiche russe contro infrastrutture critiche.

In un contesto geopolitico teso, le smart grid rappresentano obiettivi strategici per operazioni di pre-positioning. Mentre il sistema elettrico europeo non ha ancora subito un cyberattacco su larga scala, il rischio è tutt’altro che ipotetico, con evidenze di intrusioni nei sistemi informatici di energy companies nell’UE e negli Stati Uniti.

Resilienza e difesa in profondità: verso un nuovo paradigma

La resilienza delle smart grid richiede un approccio olistico che integri prevenzione, detection, response e recovery. La segmentazione delle reti OT secondo il modello Purdue, con zone demilitarizzate tra IT e OT e controlli rigorosi sui flussi tra livelli, è diventata best practice riconosciuta, anche se la sua implementazione rimane sfidante in infrastrutture legacy.

Il mercato della cybersecurity per smart grid è stato valutato 7,5 miliardi di dollari nel 2024 e si prevede raggiunga 22,7 miliardi entro il 2034, riflettendo un CAGR dell’11,7%. Questa crescita è trainata dalla digitalizzazione rapida dei sistemi di potenza che amplia la superficie d’attacco, dai contatori intelligenti ai DER e ai caricatori EV.

Conclusioni: verso la resilienza cyber-fisica

La convergenza tra cyber warfare e infrastrutture critiche energetiche rappresenta una delle sfide più pressanti per la sicurezza nazionale. I cyberattacchi al settore elettricità sono aumentati drasticamente dal 2018, spingendo governi e utility a rafforzare le misure di resilienza mentre la connettività accelera.

Le competenze richieste sono intrinsecamente multidisciplinari: un cybersecurity expert nel dominio smart grid deve comprendere non solo tecniche di penetration testing e incident response, ma anche fondamenti di ingegneria elettrica, teoria del controllo dei sistemi di potenza e vincoli regolatori del mercato energetico.

L’evoluzione verso architetture sempre più decentralizzate basate su energia rinnovabile intermittente aumenterà la dipendenza da sistemi digitali di coordinamento e controllo. La protezione delle smart grid richiede investimenti non solo in tecnologie di difesa, ma soprattutto in formazione, ricerca e sviluppo di standard che integrino nativamente la sicurezza nelle architetture future.

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Sovranità digitale e cybersecurity: la sfida italiana ed europea verso il 2030

Sovranità digitale è la parola chiave che lega intelligenza artificiale, quantum computing e cybersecurity nel dibattito inaugurale del Forum ICT Security 2025. Non più solo una questione di difesa, ma il terreno su cui si gioca l’autonomia tecnologica dell’Europa e la capacità dell’Italia di affermarsi come protagonista nello scenario globale.

Questo il filo conduttore della tavola rotonda di apertura del 23° Forum ICT Security, che ha riunito esponenti di primo piano del mondo istituzionale e industriale per tracciare una mappa delle opportunità e delle criticità che il Paese dovrà affrontare nei prossimi anni.

A confrontarsi sul tema sono stati Raffaele Boccardo, AD e Presidente di BV Tech; Alessandra Michelini, Presidente e AD di Telsy; Luca Tagliaretti, Executive Director dello European Cybersecurity Competence Center (ECCC); e Antonio Maria Tambato, Direttore della Direzione Innovazione e Transizione Digitale di AgID. A moderare il dibattito Matteo Lucchetti, Direttore Operativo di Cyber 4.0.

Sovranità digitale è la parola chiave che lega intelligenza artificiale, quantum computing e cybersecurity nel dibattito inaugurale del Forum ICT Security 2025: A confrontarsi sul tema sono stati Raffaele Boccardo, AD e Presidente di BV Tech; Alessandra Michelini, Presidente e AD di Telsy; Luca Tagliaretti, Executive Director dello European Cybersecurity Competence Center (ECCC); e Antonio Maria Tambato, Direttore della Direzione Innovazione e Transizione Digitale di AgID. A moderare il dibattito Matteo Lucchetti, Direttore Operativo di Cyber 4.0.

La minaccia che evolve: attacchi AI-driven e quantum computing

Il contesto in cui si inserisce la discussione è tutt’altro che rassicurante.
Matteo Lucchetti ha aperto i lavori richiamando una notizia di pochi giorni prima: il primo attacco di cyberspionaggio completamente realizzato da agenti AI, capaci di eseguire scansioni, individuare vulnerabilità e sfruttarle in modo pressoché automatico. In tale scenario, l’operatore umano è necessario esclusivamente per definire il target da colpire.

A questo si aggiunge la minaccia del quantum computing, che promette di rendere obsoleti gli algoritmi crittografici su cui si fonda l’intera infrastruttura digitale mondiale. «Una sorta di Armageddon» – per usare l’espressione del moderatore – che alcuni esperti collocano al 2030, ma che potrebbe concretizzarsi anche in un orizzonte temporale più vicino.

E poi c’è il dato strutturale: oltre il 70% dei servizi e dei prodotti di cybersecurity utilizzati in Italia è erogato da aziende non nazionali. Una dipendenza tecnologica che pone interrogativi profondi sulla reale autonomia del sistema Paese.

BV Tech racconta il gap con gli Stati Uniti: 1 a 50

Nella prima testimonianza dal mondo dell’industria, Raffaele Boccardo ha offerto una fotografia impietosa dello stato dell’arte. «Negli ultimi anni», ha osservato, «l’Italia e l’Europa hanno dormito sonni tranquilli», mentre la stragrande maggioranza dei prodotti di cybersecurity e delle tecnologie più innovative proveniva da imperi tecnologici di altri continenti.

Raffaele Boccardo, AD e Presidente BV Tech: Sovranità digitale è la parola chiave che lega intelligenza artificiale, quantum computing e cybersecurity nel dibattito inaugurale del Forum ICT Security 2025
Raffaele Boccardo, AD e Presidente BV Tech al Forum ICT Security 2025

Si parla di un rapporto di 1 a 50 tra Europa e Stati Uniti sulla Generative AI; «e sul calcolo quantistico i numeri testimoniano una distanza ancora superiore».

Una riflessione che parte da lontano: «I calcolatori sono stati pensati per essere sempre più piccoli e sempre più veloci, non intrinsecamente sicuri». Dagli anni ’60, all’incirca ogni biennio se ne dimezzava la dimensione, mentre raddoppiava la potenza. Oggi stanno arrivando architetture nuove; il calcolo quantistico è ormai prossimo e si stanno presentando nuovi scenari in ordine a sicurezza, disponibilità e integrità del dato.

BV Tech investe circa 20 milioni l’anno in tecnologie proprietarie, coprendo l’intera catena del valore della cybersecurity: assessment del rischio, compliance alle normative nazionali ed europee, prodotti e servizi di mitigazione, piattaforme e formazione, per un investimento complessivo di 200 milioni nell’arco di dieci anni. Ma sono ancora ordini di grandezza inferiori rispetto ai competitor d’oltreoceano.

Un miliardo e seicento milioni per la cybersecurity europea

Negli ultimi tempi, il quadro degli investimenti europei ha però assunto dimensioni senza precedenti. Come ha illustrato Luca Tagliaretti, entro il 2027 il bilancio complessivo dell’Unione Europea destinato allo sviluppo di tecnologie cyber affidato all’ECCC supererà il miliardo e seicento milioni di euro. A questi si aggiungono i fondi Horizon per la ricerca pura, che oscillano tra i 60 e i 90 milioni annui; un terzo del totale «è destinato allo sviluppo di nuove tecnologie, in particolare AI e quantum».

Luca Tagliaretti, Executive Director dello European Cybersecurity Competence Center (ECCC): Sovranità digitale è la parola chiave che lega intelligenza artificiale, quantum computing e cybersecurity nel dibattito inaugurale del Forum ICT Security 2025
Luca Tagliaretti, Executive Director dello European Cybersecurity Competence Center (ECCC) al Forum ICT Security 2025

L’Italia si posiziona stabilmente tra i primi Paesi beneficiari di questi finanziamenti. Tagliaretti ha citato in particolare il progetto SECURE,«di cui l’Italia è capofila insieme ad altri Stati europei», con il coordinamento di Cyber 4.0: un’iniziativa dedicata alla preparazione per il Cyber Resilience Act (CRA), che testimonia la capacità del Paese di intercettare progetti di grande respiro.

Tuttavia, emerge un paradosso. L’Italia eccelle nei grandi progetti con forte coordinamento nazionale, attraverso ACN e i centri di competenza; altri Paesi – come Grecia, Slovacchia o Romania – risultano invece più forti su progetti di piccola scala, dove startup e PMI riescono a presentare proposte interessanti anche in assenza di una regia centrale. Una riflessione che chiama in causa la capacità del tessuto imprenditoriale italiano di competere nelle dimensioni più agili.

La corsa al post-quantum: un laboratorio europeo entro dicembre

L’ECCC ha destinato circa 110 milioni di euro nel triennio 2025-2027 alle tecnologie quantum e all’intelligenza artificiale. Un dato significativo riguarda l’evoluzione della domanda: se nelle prime iniziative del 2024 le società interessate a partecipare erano poche, oggi la situazione è radicalmente cambiata. L’ultima call Horizon sul quantum ha registrato un numero di domande pari a quindici volte i fondi disponibili.

Tagliaretti ha annunciato che a dicembre verrà pubblicata la gara d’appalto per la creazione di un laboratorio europeo di prova per gli algoritmi quantistici: un’infrastruttura pensata «per mettere insieme mondo accademico e industriale», accessibile a startup, PMI e centri di ricerca a costi contenuti o persino gratuitamente. Il progetto avrà una durata quadriennale e rappresenta un tassello della strategia post-quantum pubblicata dall’UE nell’aprile 2024.

In parallelo, sono previsti altri due progetti: uno da circa 10 milioni per la transizione al post-quantum, un altro da 6-7 milioni (che partirà nel 2027) per l’implementazione di tecnologie resistenti agli attacchi quantistici negli hub nazionali e nei SOC governativi.

Rispetto alle certificazioni, Tagliaretti ha precisato che i tempi sono diversi a seconda delle tecnologie. Sull’intelligenza artificiale il lavoro è più avanzato ed esistono già dei draft elaborati da ENISA, mentre sul post-quantum non si è ancora vicini a un risultato concreto.

Il lavoro attuale – in linea con la roadmap europea sulla transizione quantum, che prevede proprio questa fase preliminare – è principalmente di mappatura: quali tecnologie sono disponibili, quali stakeholder risultano coinvolti, quali profili di rischio sarà necessario contemplare. «Entro il 2026», ha anticipato il relatore, «si chiariranno anche le ambizioni politiche dell’Unione Europea rispetto al creare una certificazione in ambito quantistico».

Telsy e la crittografia made in Italy

Sul fronte industriale, Telsy rappresenta un caso emblematico di come l’Italia possa giocare un ruolo da protagonista. L’azienda ha recentemente acquisito QTI (specializzata in quantum key distribution) e sta sviluppando prodotti di crittografia post-quantum interamente realizzati in Italia, con una filiera completamente nazionale.

Alessandra Michelini, Presidente e AD di Telsy: Sovranità digitale è la parola chiave che lega intelligenza artificiale, quantum computing e cybersecurity nel dibattito inaugurale del Forum ICT Security 2025
Alessandra Michelini, Presidente e AD di Telsy al Forum ICT Security 2025

«Quando parliamo di quantum, parliamo di tecnologie che si muovono a una velocità fotonica», ha esordito Alessandra Michelini, tracciando un parallelo illuminante con l’intelligenza artificiale: «qualche anno fa ne parlavamo come di qualcosa che sarebbe arrivato, senza riuscire a immaginare una data precisa. Oggi la usiamo in modo pervasivo nella realtà quotidiana. Il quantum seguirà probabilmente lo stesso percorso: forse sarà il 2030, forse anche prima».

La sfida, ha sottolineato Michelini, sarà evitare che i processi di standardizzazione, omologazione e certificazione – indispensabili per i prodotti di sicurezza – diventino un freno anziché un abilitatore.

L’Italia dispone oggi di «un vantaggio temporale e competitivo, fondato su un patrimonio di know-how scientifico e accademico che va preservato e valorizzato». L’auspicio è che i tavoli europei dedicati a questi temi siano il più possibile aperti, permettendo di ragionare insieme su come velocizzare il percorso e mettere a sistema questo vantaggio a livello continentale.

Sovranità digitale: non solo protezione, ma governo del dato

L’intervento di Antonio Maria Tambato (AgID) ha offerto una lettura più ampia del concetto di sovranità digitale, sottraendolo alla dimensione puramente difensiva. «Il significato del termine “sovranità”» ha chiarito «non è solo protezione, o diventerebbe isolamento. La sovranità è il governo, è lo sviluppo, è l’identità. Tutti questi aspetti vanno declinati nel digitale. Questa è la sfida più importante; ed è una sfida propria della Pubblica Amministrazione».

Antonio Maria Tambato, Direttore della Direzione Innovazione e Transizione Digitale di AgID: Sovranità digitale è la parola chiave che lega intelligenza artificiale, quantum computing e cybersecurity nel dibattito inaugurale del Forum ICT Security 2025
Antonio Maria Tambato, Direttore della Direzione Innovazione e Transizione Digitale di AgID al Forum ICT Security 2025

Il relatore ha richiamato l’attenzione sull’infrastruttura pubblica digitale italiana – dal wallet alla PDND, fino alla firma digitale e ai pagamenti elettronici – come esempio concreto di sovranità tecnologica costruita attraverso partnership tra pubblico e privato. Sono i pilastri su cui posa l’identità digitale nazionale. «Un sistema affidabile di riconoscimento dei cittadini è fondamentale per garantire allo Stato di esercitare pienamente la propria sovranità nello spazio digitale.»

La fattura elettronica, in particolare, è stata citata come caso di successo: «un passo di digitalizzazione enorme, che altri Paesi ci invidiano».

Il nodo del procurement pubblico

Sul fronte dell’intelligenza artificiale nella Pubblica Amministrazione, Tambato ha descritto un panorama in rapida evoluzione ma non privo di ostacoli significativi. Le linee guida AgID, di prossima emanazione, puntano a creare una domanda pubblica sfidante che stimoli la competitività nazionale, ma il vero “collo di bottiglia” è nel procurement.

«Se non si cambia paradigma di procurement», ha avvertito Tambato, «non si riesce a far fronte all’intelligenza artificiale».

Il messaggio alle amministrazioni è chiaro: aggregarsi, non affrontare l’intelligenza artificiale da soli, scambiarsi «esperienze e problemi, più che codice sorgente».

Tra le esperienze già avviate Tambato ha citato il progetto Reg4IA, che vede quattro regioni capofila aggregare le altre per sperimentazioni in sanità, trasporti e digitalizzazione della PA; anche INAIL e ISTAT hanno sviluppi importanti nell’ambito dell’intelligenza artificiale.

I rischi: inefficacia e immobilismo

In tale scenario, i rischi che la Pubblica Amministrazione deve fronteggiare sono duplici.

Da un lato, l’inefficacia: investimenti ingenti senza miglioramenti reali, il classico scenario di hype tecnologico che non si traduce in valore concreto. Dall’altro, l’immobilismo: una paralisi generata dalla complessità del quadro regolamentare, con un «puzzle di norme» che si sovrappongono tra loro.

Tambato ha ricordato come stia finalmente vedendo la luce il “Digital Omnibus” dell’Unione Europea, con la speranza che possa offrire un aiuto nell’interpretazione di questo intreccio di norme.

Il caso degli atti notarili e la sfida post-quantum per la PA

Tambato ha poi sollevato una questione concreta che illustra la portata della sfida post-quantum. «Oggi abbiamo la sicurezza che un atto notarile venga conservato per sempre, immutato, presso gli studi notarili o le banche. Domani, con l’avvento del post-quantum, quella certezza potrebbe venire meno».

È un problema che coinvolge l’intera filiera dei conservatori, degli identity provider, delle partnership pubblico-private che sostengono l’infrastruttura digitale nazionale. Da qui la necessità di creare campioni nazionali e lavorare insieme – AgID con ACN e l’intera filiera – altrimenti arriveranno tecnologie e mentalità estere «che ormai attraversano gli oceani molto velocemente».

L’Africa “più digitale di noi”

Una provocazione, ma non troppo: «L’Africa in questo momento è più digitale di noi. Il mondo africano ha fatto il salto totale», con una pubblica amministrazione «digitale di default», anche perché in alcuni casi mancavano infrastrutture tradizionali su cui costruire.

Un competitor inatteso, che ricorda come la partita della trasformazione digitale si giochi sempre più su scala globale.

Il Polo Strategico Nazionale e la protezione dei dati

Alessandra Michelini – che è anche membro del board del Polo Strategico Nazionale – ha approfondito il tema dell’integrazione tra infrastruttura cloud sovrana e tecnologie crittografiche proprietarie.

«Il concetto di sovranità digitale», ha osservato, «non si declina al singolare». Riguarda scelte architetturali, realizzazione dell’infrastruttura, lavoro sul dato. La cifratura di per sé non basta: bisogna garantire il ciclo di vita delle chiavi, sapere chi accede al dato, quando e perché.

Temi «collaterali ma fondamentali» su cui Telsy sta lavorando in modo sempre più serrato, per contribuire alla definizione di livelli di sicurezza differenziati in base alla classificazione dei dati (strategici, critici, ordinari) che le amministrazioni porteranno sul PSN.

Il problema della dimensione: da 1 miliardo a 10 miliardi

Raffaele Boccardo ha portato la testimonianza di BV Tech, passata in vent’anni da 10 a 200 milioni di fatturato, con un piano per raggiungere il miliardo e l’ambizione di federarsi con altri attori europei per posizionarsi intorno ai 10 miliardi nel mercato della cybersecurity continentale.

I numeri, ha spiegato, sono la chiave per comprendere la portata della sfida. «Chi progetta, realizza, gestisce infrastrutture di rete o informatiche e applicazioni domina la sicurezza, la disponibilità e l’integrità del dato». Eppure oltre il 70% delle realizzazioni italiane, in ambito sia civile che militare (con percentuali non molto diverse), «sono opera di soggetti non nazionali né europei».

Nel mercato civile italiano si parla di 10-12 miliardi, in quello della difesa ci si avvicina a 15: complessivamente, circa 25 miliardi. «Moltiplicando per 20 si ottiene il mercato europeo. Sono numeri incredibilmente grandi», che attualmente nessun player nazionale – e nemmeno l’insieme dei Paesi europei – riesce a interpretare con una forte identità e la giusta sovranità tecnologica.

Il progetto ICTalia, lanciato al Senato nel 2023, nasce proprio per «aggregare intenti coerenti in ordine al recupero di una capacità e coscienza tecnologica italiana ed europea».Il vero ostacolo, secondo Boccardo, è infatti di natura culturale. «Quanti di noi», si è chiesto, «pensano che una società con ricavi di un miliardo l’anno sia ancora “troppo piccola” per servire l’Europa?» La speranza è che tra cinque anni tutti siano convinti della necessità di lavorare insieme per costruire player nazionali ed europei più importanti e rispettati a livello globale.

“L’allineamento delle stelle”

Nel giro finale di interventi, tutti i relatori hanno espresso un cauto ottimismo sulla possibilità che l’Italia possa affermarsi come leader europeo entro il 2030.

Alessandra Michelini ha parlato di «una congiuntura particolarmente favorevole»: fondi disponibili, competenze consolidate, tecnologie già sviluppate e una normativa che accelera l’adozione. La chiave è il coordinamento tra tutti gli attori coinvolti, irrobustendo l’ecosistema cyber nazionale «per evitare che tali energie vengano dissipate».

Antonio Maria Tambato ha insistito sulla necessità di selezionare le priorità: «Sostituire completamente i chip che arrivano da oltreoceano oggi è impossibile. Bisogna programmarlo, non per soppiantarli ma per portare un’alternativa». Ricordando quando una mareggiata negli anni 2000 rese introvabili le memorie per mesi in tutto il mondo, ha concluso: «Anche questa è sovranità e libertà».

Raffaele Boccardo ha rilanciato sul tema dell’indirizzamento della spesa pubblica e privata verso gli attori nazionali ed europei. «A livello continentale parliamo di 600 miliardi. Servono collaborazioni con (e tra) le migliori università; e serve un cambio di cultura sulla dimensione».

La nota positiva: l’Europa come campione mondiale

Luca Tagliaretti ha chiuso con quella che ha definito una nota positiva. «Vedo un allineamento delle stelle in tanti campi: supercomputer, più di 70 offerte europee di gigafactory, laboratori di standardizzazione, test sui chip…» e naturalmente la cybersecurity, dove Italia ed Europa stanno emergendo tra i campioni mondiali.

Il prossimo bilancio europeo (2028-2034) prevede non solo stanziamenti significativi per la digitalizzazione e la sovranità tecnologica, ma anche una semplificazione radicale nella loro distribuzione: dagli attuali 70 fondi separati si passerà a 16-17, «per favorire sinergie ed evitare dispersioni».

In questo la Commissione UE è estremamente attiva. «Mentre anni fa il focus era soprattutto su standardizzazione e creazione di normative», ha sintetizzato Tagliaretti, l’obiettivo attuale è «permettere una politica industriale di successo dell’Unione Europea», nonché «aumentare la resilienza e le difese del nostro mercato digitale».

Le parole chiave per il futuro

Il moderatore Matteo Lucchetti ha sintetizzato i temi emersi dal dibattito in cinque direttrici: ecosistema pubblico-privato, con il coinvolgimento dell’accademia; coordinamento nazionale sotto la guida degli enti preposti; scelta strategica nell’indirizzamento della spesa; cambiamento culturale rispetto alla dimensione di mercato aggredibile; guida dell’Unione Europea nell’implementazione di un corpo normativo già pronto e di prim’ordine a livello mondiale.

Matteo Lucchetti, Direttore Operativo di Cyber 4.0 : Sovranità digitale è la parola chiave che lega intelligenza artificiale, quantum computing e cybersecurity nel dibattito inaugurale del Forum ICT Security 2025
Matteo Lucchetti, Direttore Operativo di Cyber 4.0 al Forum ICT Security 2025

La sfida per l’Italia, in definitiva, non è dimostrare di avere le competenze: quelle ci sono.
È riuscire a fare sempre più “massa e sistema”, superando la frammentazione – e la cultura del “piccolo è bello” – per costruire realtà nazionali ed europee capaci di competere su scala globale. Il tempo stringe: il 2030 è dietro l’angolo e la sovranità digitale è un’esigenza non ulteriormente rimandabile.

Guarda il vedo completo della tavola rotonda “Cybersecurity, Innovazione, Governance e Scenari Futuri” tenutasi durante il Forum ICT Security 2025.

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