Giovani hacker: perché scelgono il lato oscuro dell’hacking

L’età media degli hacker arrestati negli Stati Uniti è precipitata a 19 anni, rispetto ai 37 anni per tutti gli altri crimini, secondo il Supervisory Special Agent William McKeen dell’FBI (maggio 2024), e il 61% dei giovani coinvolti nel cybercrime ha iniziato a sperimentare con tecnologie prima dei 16 anni secondo la UK National Crime Agency.

Questa drammatica inversione generazionale non è un semplice dato statistico, ma il sintomo di una trasformazione radicale nel panorama della sicurezza informatica. I crimini informatici sempre più sofisticati vengono perpetrati da individui “sempre più giovani”, una tendenza definita “terrificante” da McKeen alla RSA Conference 2024.

Il fenomeno si spiega con la convergenza di tre fattori: il crollo delle barriere tecniche all’ingresso nel cybercrime, l’esplosione di strumenti pronti all’uso accessibili su piattaforme mainstream come Telegram (che ha raggiunto 1 miliardo di utenti attivi mensili nel marzo 2025), e motivazioni psicologiche profondamente radicate nell’ego, nel riconoscimento tra pari e nella ricerca di identità. Questo rapporto analizza il decennio 2015-2025, durante il quale Cybersecurity Ventures ha previsto che il cybercrime potrebbe costare 10,5 trilioni di dollari annui entro il 2025, e l’hacktivismo si è trasformato da movimento anti-establishment in strumento, sempre più spesso, di cyber warfare statale.

La psicologia dei giovani hacker: ego, sfida intellettuale e appartenenza

La ricerca accademica degli ultimi dieci anni ha demolito gli stereotipi romantici sull’hacker solitario spinto dalla pura curiosità intellettuale. Lo studio di Hani et al. pubblicato su Frontiers in Computer Science nell’aprile 2024 è riuscito con accuratezza a predire i tipi di hacker utilizzando i Big Five personality traits, identificando quattro temi motivazionali dominanti: la compulsione ad hackerare, la curiosità, il controllo e l’attrazione per il potere, e il riconoscimento tra pari e l’appartenenza al gruppo. La teoria del flusso psicologico (flow state) di Csikszentmihalyi spiega come gli hacker sperimentino stati di concentrazione intensa e distorsione temporale durante gli attacchi, creando un’esperienza intrinsecamente gratificante che facilita l’escalation verso comportamenti criminali man mano che le competenze si sviluppano.

I black hat hacker presentano profili psicologici distintamente diversi dagli ethical hacker. La ricerca ha identificato nell’apertura all’esperienza il tratto dominante dei black hat, caratterizzati dalla volontà di affrontare sfide creative e spinti da fama, guadagno finanziario, vendetta e auto-gratificazione.

Al contrario, i white hat mostrano livelli più elevati di gradevolezza e coscienziosità. I gray hat, che oscillano tra comportamenti etici e malevoli, presentano come tratto dominante il nevroticismo, spesso essendo ex-black hat in fase di transizione. Questa distinzione non è meramente accademica: lo studio coreano del 2023 che ha analizzato i crimini di hacking attraverso interviste con specialisti di polizia ha rivelato che il 35,71% dei crimini di hacking legati all’integrità erano motivati dal “divertimento”, superando qualsiasi altra motivazione.

Il professor Thomas J. Holt della Michigan State University ha documentato attraverso ricerche pluriennali pubblicate su British Journal of Criminology e Crime and Delinquency come i mercati del cybercrime operino con strutture economiche reali e incentivi chiari.

La sua analisi dei forum russi che facilitano la distribuzione di malware ha rivelato dinamiche sociali che strutturano le relazioni acquirente-venditore e il trasferimento di conoscenze tra hacker esperti e novizi. Il software malevolo è diventato così sofisticato che gli individui ora vendono vari programmi e servizi attraverso mercati elettronici dove i dati possono essere comprati e venduti con la stessa facilità di prodotti legittimi. Questa professionalizzazione ha creato un fenomeno economico reale con impatto e conseguenze economiche tangibili, come sottolineato dallo stesso Holt.

La ricerca di riconoscimento tra pari rappresenta un motore motivazionale particolarmente potente per i giovani. Gli studi dimostrano consistentemente che gli hacker “si associano con altri individui che si impegnano anch’essi in comportamenti di hacking sotto forma di associazioni puramente elettroniche, come sessioni di chat online, o più intimamente attraverso club di hacking come Cult of the Dead Cow e Legion of Doom”.

Le convention come DefCon forniscono luoghi dove gli hacker “condividono le loro competenze, idee e informazioni tecniche” per guadagnare status e riconoscimento. La ricerca di Hani et al. ha identificato che gli individui sviluppano identità di hacker attraverso il “desiderio di esprimere se stessi”, “sperimentare autonomia/libertà” e “sviluppare compagnia tra pari”, servendo così funzioni di costruzione identitaria particolarmente rilevanti durante l’adolescenza.

La meta-analisi del 2023 che ha esaminato 48 articoli e 903 effect sizes sul cybercrime giovanile ha confermato che i fattori legati ai pari sono risultati importanti per tutti e tre i tipi di cybercrime studiati (cyberstalking, sexting, hacking). Per il cyberstalking, la precedente perpetrazione e vittimizzazione online e offline sono risultati fattori di rischio significativi. I tratti oscuri della personalità si sono rivelati significativi per cyberstalking e sexting, mentre l’elevata preoccupazione per il computer è emersa come fattore di rischio per cyberstalking e hacking. Lo studio ha trovato che la pressione dei pari per il sexting e i pari devianti per cyberstalking e hacking giocano ruoli cruciali nell’iniziazione e continuazione dei comportamenti criminali online.

Black hat versus hacktivism: motivazioni divergenti, stesse competenze tecniche

La distinzione tra black hat hacker e hacktivisti non risiede nelle capacità tecniche ma nelle motivazioni fondamentali e nelle strutture comunitarie che li supportano.

Lo studio di Romagna del 2023 pubblicato su Information, Communication & Society, basato su interviste con 28 hacktivisti auto-identificati e analisi di database di defacement, ha identificato le motivazioni primarie degli hacktivisti: esporre la cattiva condotta politica/delle élite (18 su 28 rispondenti), esporre i pedofili (4 su 21 coinvolti in #OpPedo e #OpPedoHunt), difesa della giustizia sociale, trasparenza e responsabilità, e resistenza alla censura. Un partecipante alla ricerca ha dichiarato: “Devo sottolineare che ho sempre avuto una bussola moralmente giusta e questo argomento ha toccato un nervo ed è stata la prima operazione ‘hactivista’ a cui mi sono sentito veramente impegnato”.

Gli hacktivisti mostrano “identità di gruppo politicizzate, convinzioni morali più forti, rabbia, credenze di efficacia di gruppo e partecipativa”, elementi che li distinguono nettamente dai black hat focalizzati sulla sofisticazione tecnica per il profitto. Gli hacktivisti cercano visibilità attraverso la copertura mediatica per amplificare i loro messaggi politici, mentre i black hat preferiscono l’anonimato per proteggere le loro operazioni lucrative. Gli attacchi hacktivisti servono spesso come “protesta simbolica” per sollevare consapevolezza su questioni percepite come ingiustizie, mentre gli attacchi black hat perseguono guadagni tangibili attraverso furto di dati, ransomware e vendita di informazioni rubate.

La professoressa Gabriella Coleman di Harvard, con oltre 7.306 citazioni e riconosciuta come la principale autorità sulle culture hacker e Anonymous, ha teorizzato nel suo libro “Hacker, Hoaxer, Whistleblower, Spy: The Many Faces of Anonymous” (2014) il concetto di “generi di hacker” che contestano l’etica hacker singolare.

Coleman identifica genealogie storiche distinte da cui emergono gli hacker, ciascuna con lezioni etiche uniche: gli hacker del Free/Open Source Software, i collettivi hacktivisti come Anonymous, i ricercatori di sicurezza white hat, ognuno con il proprio “mestiere e astuzia dell’hacking”. La sua descrizione di Anonymous attraverso il motivo del trickster archetipico – “spesso non essendo un personaggio molto pulito e rispettabile, ma forse vitale per il rinnovamento sociale” – cattura l’ambiguità morale che caratterizza l’hacktivismo contemporaneo.

Tuttavia, l’evoluzione 2015-2025 ha visto una trasformazione preoccupante: l’hacktivismo tradizionale anti-establishment è stato cooptato da stati nazionali che mascherano operazioni di cyber warfare come movimenti grassroots. La ricerca di Check Point del 2025 utilizzando modellazione tematica e analisi stilometrica ha confermato connessioni tra APT44 (gruppo russo di minacce avanzate persistenti) e multiple persone hacktiviste apparentemente indipendenti, inclusi Cyber Army of Russia Reborn, Solntsepek e XakNet. L’Orange Cyberdefense Security Navigator 2025 ha documentato tre ere distinte dell’hacktivism: l’Era dell’Utopia Digitale (costruire un internet migliore), l’Era Anti-Establishment (esporre difetti attraverso Anonymous e LulzSec), e l’attuale Era Allineata agli Stati, dove i gruppi servono agende statali mantenendo la negabilità plausibile.

L’equazione socio-economica: disoccupazione giovanile e democratizzazione del cybercrime

Lo studio monumentale della Michigan State University su oltre 66.000 giovani in più di 30 paesi ha identificato tre sottogruppi comportamentali distinti tra gli hacker giovanili.

Gli “hacker opportunistici” combinano basso autocontrollo con accesso tecnologico e mostrano hacking di breve durata; gli “hacker influenzati dai pari” sono pesantemente influenzati da gruppi di pari negativi; gli “hacker isolati/traumatizzati” hanno subito vittimizzazione, abuso o isolamento sociale e trovano conforto nelle comunità online. I fattori di rischio identificati includono basso autocontrollo (indipendentemente dalla probabilità di rilevamento), maggiore accesso tecnologico in ambienti privati (dispositivi propri), coinvolgimento nella pirateria, tempo trascorso con pari, attaccamenti e supervisione genitoriale più deboli. Significativamente, lo status socio-economico è risultato associato a rischio di rilevamento ridotto a causa del maggiore accesso tecnologico.

La correlazione tra disoccupazione giovanile e cybercrime opera attraverso tre meccanismi principali: necessità economica, tempo libero non occupato e mancanza di identificazione con membri conformi della società. L’Office of Justice Programs documenta che i giovani delinquenti costituiscono “gli elementi più marginali del pool di occupazione giovanile” e gli studi mostrano che le opportunità di impiego influenzano i tassi di criminalità giovanile.

L’esempio della Nigeria è paradigmatico: i “Yahoo Boys” – laureati ben istruiti con competenze digitali – sono motivati dalla disoccupazione (salita al 41% nel 2023 dal 14,2% del 2016), corruzione e mancanza di leggi sul cybercrime, secondo la ricerca pubblicata su Nature nel 2023. Il paradosso identificato dalla ricerca cross-nazionale è che sia la povertà che la prosperità possono guidare il cybercrime a seconda del contesto: nei paesi a basso reddito, il cybercrime origina nelle aree più sviluppate con migliore infrastruttura internet, mentre nei paesi ad alto reddito è associato a istruzione e reddito più elevati ma anche a maggiore disuguaglianza.

L’acronimo MEECES sviluppato dall’Australian Institute of Criminology sintetizza i motivatori primari: Money (guadagno monetario, profitti da ransomware), Ego (sfida intellettuale, auto-espressione, riconoscimento tra pari), Entertainment (frivolezza giovanile, malizia, curiosità), Cause (attaccare il “sistema”, hacktivismo), Entrance to social groups (senso di appartenenza nei forum di hacking), e Status (fama, notorietà, infamia nelle comunità underground). Il moderno spostamento 2020-2025 ha visto l’ego emergere come driver primario per i giovani hacker secondo la National Crime Agency britannica, con il “senso di appartenenza attraverso i forum di hacking” e il “desiderio di dimostrare se stessi al gruppo” che superano il guadagno finanziario come motivazioni iniziali. Il guadagno finanziario diventa spesso secondario, amplificando l’infamia piuttosto che essere il fine ultimo.

La falsa percezione di anonimato gioca un ruolo cruciale. I giovani hacker operano in spazi online dove l’applicazione della legge è meno visibile rispetto agli spazi fisici, creando un’illusione di impunità. Questa percezione è rafforzata dal fatto che solo il 4-5% degli hacker viene solitamente arrestato, secondo le stime dell’industria. I social media e la cultura popolare hanno inoltre glamourizzato l’immagine dell’hacker, con film, serie TV e rappresentazioni mediatiche che spesso ritraggono gli hacker come figure antieroiche o geniali ribelli piuttosto che come criminali che causano danni reali. Questa romanticizzazione, combinata con l’assenza di educazione etica integrata nei percorsi di apprendimento informali, crea hackers che sanno “come” fare qualcosa ma non imparano mai “dovrei farlo?”.

L’evoluzione 2015-2025: dalla sottocultura underground all’economia criminale da trilioni

Il decennio 2015-2025 ha testimoniato trasformazioni sistemiche che hanno ridefinito il panorama del cybercrime. Il periodo 2015-2017 ha gettato le fondamenta, con Anonymous che dichiara cyber guerra all’ISIS dopo gli attacchi di Parigi del 2015 (rivendicando la segnalazione di circa 20.000 account Twitter), il breach di Hacking Team che espone strumenti di sorveglianza venduti a governi oppressivi, e la botnet Mirai del 2016 che compromette centinaia di migliaia di dispositivi IoT dimostrando nuove superfici di attacco. WannaCry nel maggio 2017 colpisce oltre 150 paesi secondo il Department of Justice statunitense, marcando l’accelerazione del passaggio da hacker individuali a imprese organizzate e ben finanziate. Le motivazioni dell’hacking transizionano dai diritti di vanteria al guadagno finanziario, spionaggio e attivismo politico.

L’era della professionalizzazione 2018-2020 vede l’ascesa dei modelli di business Ransomware-as-a-Service (RaaS). La pandemia COVID-19 del 2020 crea nuovi vettori di attacco e accelera la trasformazione digitale, con un aumento significativo degli attacchi ransomware secondo Harvard Business Review.

Il cybercrime diventa sempre più sofisticato con attacchi guidati dall’intelligenza artificiale. Il 2021-2023 segna l’emergenza dell’hacktivismo sponsorizzato dagli stati: l’invasione russa dell’Ucraina nel marzo 2022 innesca una mobilitazione hacktivista senza precedenti, con gruppi pro-russi che rivendicano oltre 6.000 attacchi DDoS e la formazione dell’IT Army of Ukraine e gruppi contrapposti. Il takedown di Hydra Market nel 2022 (con 5,2 miliardi di dollari di transazioni in criptovaluta dal 2015 secondo il Department of Justice) spinge i cybercriminali su Telegram, mentre il takedown di Genesis Market nel 2023 vede i gruppi riorganizzarsi rapidamente su piattaforme mainstream.

Il panorama attuale 2024-2025 è caratterizzato da collaborazione intensificata tra gruppi hacktivisti, notevole affidamento sul ransomware per operazioni distruttive, e nuovi livelli di sofisticazione. Kaspersky ha rilevato una media di 467.000 file malevoli al giorno nel 2024, un aumento del 14% rispetto ai 411.000 del 2023 secondo i loro Security Bulletin ufficiali. Il Verizon Data Breach Investigations Report 2025 documenta 12.195 breach confermati da 22.052 incidenti di sicurezza in 139 paesi, con il coinvolgimento di terze parti raddoppiato al 30% dal 15% del 2024, lo sfruttamento di vulnerabilità aumentato del 34% (ora 20% dei breach), e il ransomware presente nel 44% di tutti i breach, in aumento dal 32% del 2024.

La migrazione delle piattaforme ha trasformato radicalmente l’ecosistema criminale. I tradizionali forum del dark web sono stati sostituiti da Telegram, Discord e Signal, con il cybercrime che ora “si nasconde in bella vista” tra 1 miliardo di utenti attivi mensili di Telegram (marzo 2025). Il 2022 vede l’ascesa di Telegram dopo il collasso di Hydra, con canali marchiati Hydra che appaiono “entro settimane” e bot Telegram che automatizzano le vendite replicando l’infrastruttura del mercato. SOCRadar ha identificato gruppi chiave monitorati nel 2025 che includono NoName057(16) pro-russo con oltre 6.000 attacchi rivendicati, RipperSec pro-palestinese con 5.100+ abbonati, Moon Cloud con 20.000+ membri e mercati di stealer logs come Observer Cloud e BidenCash con monitoraggio automatizzato dei dati delle carte.

Discord è emerso come territorio di reclutamento per Scattered Spider, i cui membri avevano 15-20 anni durante i primi attacchi. La community gaming fornisce il crossover critico: “Molte persone nella sicurezza erano gamer che volevano capire come imbrogliare”, secondo Intel 471. Dozzine di community sono state tracciate mentre discutono crimini e tecniche di hacking, con messaggistica anonima e distanza dai siti web principali che attraggono cybercriminali di basso-medio livello. Nonostante l’arresto di Pavel Durov nel settembre 2024 e i cambiamenti di policy abbiano spinto l’esplorazione di alternative (Signal, Matrix, Tox, Session, Simplex, Jabber), Telegram rimane la piattaforma più popolare.

Il crollo delle barriere tecniche: quando l’hacking diventa accessibile

Le barriere tecniche all’ingresso nel cybercrime si sono abbassate drasticamente negli ultimi anni. Questo è supportato dal fatto che il 61% degli hacker inizia prima dei 16 anni secondo la UK National Crime Agency, con l’accesso a internet quasi universale e le risorse di apprendimento “a pochi click di distanza”. Le conversazioni essenziali sull’etica e le conseguenze sono state lasciate indietro mentre la conoscenza tecnica è diventata immediatamente disponibile. I servizi DDoS-for-hire sono ampiamente disponibili, gli strumenti DDoS crowdsourced richiedono competenza tecnica minima, i framework di hacking preconfigurati come Metasploit sono accessibili, e oltre 4.000 strumenti di hacking sono disponibili nelle piattaforme di formazione ethical hacking secondo EC-Council CEH v13.

L’esplosione delle risorse di apprendimento gratuito ha democratizzato la conoscenza dell’hacking in modi senza precedenti. YouTube offre tutorial illimitati dalla ricognizione allo sfruttamento; Udemy fornisce corsi gratuiti e a pagamento di ethical hacking; Coursera offre corsi di livello universitario da Maryland, IBM, ISC2; Great Learning Academy fornisce corsi gratuiti con certificati; Hack The Box vanta una community di oltre 1,7 milioni di membri (2025) con laboratori settimanali e sfide gamificate; TryHackMe offre lezioni interattive adatte ai principianti; Refonte Learning fornisce corsi guidati da esperti.

Le metodologie di apprendimento includono microlearning (moduli bite-sized come scansione Nmap un giorno, SQL injection il successivo), gamification (sfide CTF, competizioni “Hacker del Mese”), disponibilità 24/7 con avanzamento auto-guidato, laboratori virtuali con target, reti e strumenti di attacco preconfigurati, e scenari del mondo reale con impegni di mock hacking e sfide CTF di 4 ore.

Il problema critico è che le competenze tecniche sono acquisite senza responsabilità o consapevolezza delle conseguenze. L’etica e i confini legali non sono integrati nell’apprendimento informale, risultando in competenze tecniche senza framework etico. L’evoluzione dell’ecosistema degli strumenti dal 2015 al 2025 è stata drammatica: il 2015-2020 vedeva Kali Linux diventare piattaforma standard con strumenti specializzati che richiedevano setup e configurazione, e i forum del dark web come canale di distribuzione primario. Il 2020-2025 ha portato deployment one-click dell’infrastruttura di attacco, app mobile per penetration testing, piattaforme di hacking basate su browser, strumenti di attacco potenziati dall’AI (scansione automatizzata delle vulnerabilità, generazione di exploit), con “strumenti di livello professionale” nelle mani di amatori con “esperienza zero” secondo Intercede.

Il paradosso della sofisticazione è che individui meno qualificati sono più incauti, non comprendono l’impatto, prendono di mira organizzazioni più grandi, sono più propensi a essere catturati, e selezionano i target guidati dall’ego. Simultaneamente, strumenti più potenti includono exploit potenziati dall’AI, ricognizione automatizzata, malware sofisticato (prontamente disponibile), Ransomware-as-a-Service e tecniche di amplificazione DDoS. Il risultato è che “mentre gli attaccanti diventano più giovani e meno esperti, i loro target diventano più grandi e le conseguenze più severe” secondo Intercede. Le stime indicano che il cybercrime potrebbe costare tra 10,5 trilioni di dollari (previsione Cybersecurity Ventures per il 2025, fatta nel 2020) e proiezioni di 23 trilioni di dollari entro il 2027 secondo alcune analisi di società di consulenza private.

Casi documentati: dai teenager alle operazioni da centinaia di milioni

I casi documentati attraverso atti giudiziari, comunicati stampa del DOJ e reporting investigativo rivelano pattern preoccupanti. Marcus Hutchins, noto come MalwareTech, creò e distribuì il trojan bancario Kronos tra il 2012 e il 2015 quando aveva circa 18-20 anni, ma guadagnò fama mondiale nel maggio 2017 fermando l’attacco ransomware WannaCry registrando il dominio kill switch.

Arrestato dall’FBI a Las Vegas nell’agosto 2017 dopo la conferenza DEF CON quando aveva 23 anni, Hutchins si dichiarò colpevole delle accuse relative a Kronos ma fu condannato nel luglio 2019 al tempo già scontato più un anno di supervisione. Il giudice accreditò la sua riabilitazione e i contributi alla cybersecurity per fermare WannaCry, evitandogli ulteriore carcere. Il caso Hutchins illustra sia il potenziale distruttivo del talento giovanile sia la possibilità di redenzione attraverso la transizione al lavoro di sicurezza legittimo.

Arion Kurtaj rappresenta un caso più oscuro. Membro centrale del gruppo LAPSUS$ tra i 16 e 18 anni (2021-2022), Kurtaj colpì Rockstar Games (leak di GTA 6), Uber, Nvidia, Microsoft, Samsung, T-Mobile, Okta, Revolut e BT/EE.

Nel settembre 2022, mentre era in libertà su cauzione della polizia con il laptop confiscato, hackerò Rockstar Games usando solo un Amazon Fire Stick, una TV d’albergo e un telefono cellulare, trapelando 90 clip di filmati inediti di GTA 6. Arrestato per la prima volta a gennaio 2022 all’età di 16 anni, arrestato nuovamente a marzo 2022, e arrestato per la terza volta a settembre 2022, Kurtaj fu condannato il 21 dicembre 2023 (ritenuto non idoneo a sostenere il processo a causa dell’autismo grave) a detenzione ospedaliera sicura a tempo indeterminato. Il giudice stabilì che rimaneva “ad alto rischio” a causa delle competenze e del desiderio dichiarato di continuare il cybercrime, avendo esibito violenza in custodia.

Thalha Jubair, noto come “Amtrak” e una dozzina di altri alias, rappresenta l’escalation più seria. All’età di 15-19 anni (2021-2025), Jubair fu membro centrale sia di LAPSUS$ che leader delle operazioni Scattered Spider, condusse attività di SIM-swapping precedenti, gestì il canale Telegram Star Chat per servizi di SIM-swapping, violò T-Mobile oltre 70 volte, fu coinvolto nella campagna di phishing SMS di massa 0ktapus, e guidò gli attacchi ransomware contro MGM Resorts e Caesars Entertainment nel settembre 2023 (Caesars pagò 15 milioni di dollari di riscatto secondo documenti FBI) e l’attacco informatico di Transport for London nell’agosto 2024.

Arrestato nel luglio 2025 nel Regno Unito all’età di 19 anni, Jubair affronta l’estradizione negli Stati Uniti con accuse per oltre 120 intrusioni di rete informatica che colpiscono 47 entità statunitensi. I pubblici ministeri statunitensi hanno sequestrato 36 milioni di dollari in criptovaluta dai server controllati da Jubair. Le vittime hanno pagato almeno 115 milioni di dollari in pagamenti di riscatto secondo il Department of Justice. Se condannato, affronta un massimo di 95 anni di prigione.

Graham Ivan Clark orchestrò all’età di 17 anni il massiccio hijacking degli account Twitter del 15 luglio 2020. Clark compromisse 130 account di alto profilo tra cui Barack Obama, Joe Biden, Elon Musk, Bill Gates, Jeff Bezos, Kim Kardashian, Kanye West, Apple e Uber, utilizzando ingegneria sociale contro i dipendenti Twitter fingendosi l’Help Desk IT.

Pubblicò tweet di truffa Bitcoin “raddoppia i tuoi soldi” e raccolse circa 118.000 dollari in valore di Bitcoin da oltre 415 transazioni secondo il New York State Department of Financial Services Investigation Report, vendendo anche l’accesso a handle Twitter desiderabili sul forum OGUsers. Arrestato il 31 luglio 2020 a casa sua a Northdale, Florida, affrontando 30 accuse penali, Clark si dichiarò colpevole nel marzo 2021 sotto il Florida Youthful Offender Act e fu condannato a 3 anni di prigione più 3 anni di libertà vigilata. Fu rilasciato il 16 febbraio 2023.

Kane Gamble dell’operazione Crackas With Attitude commise le sue offese all’età di 15 anni (2015-2016). Gamble hackerò gli account email AOL del direttore della CIA John Brennan, del direttore dell’Intelligence Nazionale James Clapper, del segretario del DHS Jeh Johnson (hackerò anche la TV di casa, chiamando la moglie dicendo “Ti sto spaventando?”), del vice direttore dell’FBI Mark Giuliano, della consigliera per la sicurezza nazionale vicepresidente di Obama Avril Haines, e del consigliere senior di Obama per scienza e tecnologia John Holdren.

Utilizzò ingegneria sociale chiamando Verizon e AOL fingendosi funzionari per reimpostare le password, accedendo a documenti “estremamente sensibili” sulle operazioni militari in Iraq e Afghanistan, pubblicando alcuni dati su WikiLeaks, accedendo alla rete del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e all’FBI Law Enforcement Enterprise Portal, e trapelando dettagli di 20.000 agenti FBI e 9.000 dipendenti DHS. Arrestato a febbraio 2016, si dichiarò colpevole nell’ottobre 2017 e fu condannato nell’aprile 2018 a 2 anni di detenzione giovanile. Dopo il rilascio nel 2019, Gamble partecipò a programmi bug bounty per T-Mobile (5.000 dollari di ricompensa massima), Ministry of Defence e AT&T, scoprendo vulnerabilità nell’app di messaggistica crittografata Wire e in Sitecore (CVE assegnati).

Anonymous e LulzSec: l’ascesa e la caduta dell’hacktivismo idealista

LulzSec rappresenta un capitolo definente nell’evoluzione dell’hacktivismo. Formato nel maggio 2011 come offshoot di Anonymous, LulzSec operò per soli 50 giorni ma lasciò un impatto duraturo, inizialmente operando sotto la filosofia “hacking for the lulz” (intrattenimento).

I sei-sette membri centrali includevano Hector Monsegur (Sabu), leader 29enne disoccupato dal Lower East Side di New York che si trasformò in informatore dell’FBI nell’agosto 2011 dopo l’arresto a giugno 2011, aiutando a identificare 8 co-cospiratori in 7 mesi e ricevendo tempo già scontato più un anno di supervisione nel maggio 2014. Jake Davis (Topiary), 18 anni all’arresto, gestiva le relazioni con i media e gestiva l’account Twitter di LulzSec, precedentemente con Anonymous e noto per aver hackerato la Westboro Baptist Church durante un’intervista in diretta, arrestato il 27 luglio 2011 e condannato nel marzo 2012.

Gli attacchi principali di LulzSec dimostrarono vulnerabilità di sicurezza aziendale su larga scala. Fox.com fu violato trapelando 73.000 dettagli di concorrenti di X Factor; PBS fu attaccato in rappresaglia per una copertura sfavorevole su “Frontline”; Sony Pictures Entertainment subì il furto di oltre 100.000 record utente; Bethesda Softworks perse 200.000+ record utente; i sistemi del Senato degli Stati Uniti furono compromessi; il sito web della CIA fu messo offline; e varie agenzie governative furono violate.

Cody Andrew Kretsinger (Recursion), 25 anni alla condanna, utilizzò SQL injection contro Sony Pictures (fine maggio-inizio giugno 2011), rubando nomi, indirizzi, numeri di telefono, email di decine di migliaia di clienti. Si dichiarò colpevole nell’aprile 2012 a cospirazione e compromissione non autorizzata di computer protetto, ricevendo 1 anno e 1 giorno di prigione federale più 1 anno di detenzione domiciliare più 1.000 ore di servizio comunitario più 605.663 dollari di restituzione nel 2013.

Anonymous rappresenta un fenomeno più complesso e duraturo. Originato nel 2003 sulla imageboard 4chan, Anonymous opera come collettivo decentralizzato e senza leader con filosofia di libertà internet, anti-censura e resistenza all’oppressione governativa. Le operazioni notevoli 2015-2025 includono Operation KKK (ottobre-novembre 2015) rivendicando di aver esposto circa 1.000 membri del KKK attraverso release su Pastebin; supporto alle proteste George Floyd del maggio-giugno 2020 minacciando il Dipartimento di Polizia di Minneapolis e trapelando documenti che esponevano corruzione poliziesca; e la “cyber guerra” dichiarata alla Russia nel febbraio 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina, rivendicando responsabilità per attacchi su agenzie governative russe, media statali e società, disabilitando siti web e trapelando dati da entità russe.

L’evoluzione di Anonymous dal 2022 al 2025 rivela frammentazione significativa. L’aprile 2025 ha visto il rilascio di 10 terabyte di dati presumibilmente da insider politici russi e governo; Anonymous VNLBN ha attaccato sistemi governativi vietnamiti, mirando anche a Francia, Israele e Stati Uniti; The Anonymous 71 (Bangladesh) ha deturpato il sito web di una compagnia aerospaziale indiana; Anonymous Italia ha hackerato due siti web russi; la campagna #OpIsrael di giugno ha visto gruppi multipli (Mr Hamza, Arabian Ghosts, Sylhet Gang) mirare all’infrastruttura israeliana.

Lo status 2025 mostra Anonymous altamente frammentato in fazioni regionali (Anonymous VNLBN in Vietnam, The Anonymous 71 in Bangladesh, Anonymous Italia, ecc.) con operazioni più localizzate e simboliche piuttosto che attacchi su larga scala all’infrastruttura. Il movimento continua ma in formato di gruppo splinter decentralizzato, meno coordinato del picco 2010-2015.

L’hacktivismo sponsorizzato dagli stati: quando i governi indossano la maschera di Guy Fawkes

La trasformazione più preoccupante del 2022-2025 è la cooptazione dell’hacktivismo da parte di attori statali. La ricerca di Orange Cyberdefense che documenta NoName057(16), il gruppo pro-russo più attivo, ha tracciato oltre 6.600 target unici dall’agosto 2022 attraverso oltre 3.200 messaggi in 2 anni, con 42 paesi colpiti e il 96% in Europa. I target primari includevano Ucraina, Polonia, Repubblica Ceca, Lituania, Germania, Francia, Finlandia e Moldavia. Le motivazioni dichiarate erano rappresaglia per russofobia, supporto occidentale all’Ucraina e sanzioni. Le tattiche includevano attacchi DDoS su servizi essenziali (finanza, trasporto, istruzione, governo), interferenza elettorale mirando ai sistemi di voto in Francia, Regno Unito, Finlandia, Belgio e Austria, e attacchi innescati da eventi allineati con festività nazionali, conferenze internazionali e scandali politici.

La ricerca pubblicata nel 2025 utilizzando modellazione tematica di migliaia di messaggi da dozzine di gruppi e analisi stilometrica ha rivelato autorialità comune tra gruppi hacktivisti apparentemente indipendenti. Le connessioni confermate da ricercatori come EclecticIQ mostrano APT44 (il gruppo russo Sandworm identificato da Mandiant/Google Cloud nell’aprile 2024) che opera multiple persone (Cyber Army of Russia Reborn, Solntsepek, XakNet); ulteriori sospetti includono JustEvil e NoName057 che mostrano similarità stilistica; un cluster iraniano con gruppi che mirano all’Albania mostra coordinamento; i takeover di account rivelano improvvisi cambi di stile di scrittura indicando account acquistati/riutilizzati.

L’allineamento geopolitico è evidente: i gruppi pro-russi si allineano con le narrative del Cremlino, i gruppi pro-palestinesi spesso hanno legami iraniani, il sostegno statale consente “meno paura delle autorità e della persecuzione”, e i paesi NATO e UE sono target primari (96% degli attacchi) mentre gli Stati Uniti sono notevolmente assenti dai target hacktivisti russi (evitamento intenzionale).

Il caso di OpIsrael illustra la longevità e l’evoluzione delle campagne hacktiviste. Originata nel 2013 da Anonymous alla vigilia del Giorno della Memoria dell’Olocausto, OpIsrael diventa un evento annuale ogni 7 aprile. Nel 2019, oltre 120 siti web furono violati con backdoor installate. La rivitalizzazione 2023-2025 nel mezzo del conflitto di Gaza ha visto la Holy League coordinare DDoS, deturpamenti e data leak, con Arabian Ghosts, Mr Hamza e Sylhet Gang che coordinavano attacchi, oltre 50 gruppi hacktivisti taggati in chiamate coordinate, e target che includevano Israele, Stati Uniti e alleati del Regno Unito. OpJerusalem coincide con il Giorno di Al-Quds dell’Iran (28 marzo), rivelando connessioni geopolitiche più profonde.

L’evoluzione delle tattiche hacktiviste dal 2015 al 2025 mostra sofisticazione crescente. I metodi tradizionali 2015-2018 includevano deturpamenti di siti web, attacchi DDoS (scala più piccola), data leak e azioni simboliche. L’aumento della sofisticazione 2019-2022 ha introdotto attacchi alla supply chain, integrazione ransomware, targeting dell’infrastruttura critica e sistemi Operational Technology (OT). La guerra ibrida 2023-2025 presenta attacchi cognitivi (campagne di disinformazione, propaganda), operazioni di influenza (plasmare la percezione pubblica, minare la fiducia), estorsione multi-strato (minacce DDoS + data leak + danno reputazionale), collaborazione intensificata (il collettivo Five Families: Stormous, GhostSec, DragonForce, ecc.) e adozione del modello RaaS per sostenibilità finanziaria delle operazioni a lungo termine.

Differenze generazionali: dall’hacker nerd al cybercriminale-bambino

Il profilo dell’hacker ha subito un’inversione demografica drammatica. L’hacker storico (1960-2010) aveva tipicamente dai primi ai metà anni venti, possedeva conoscenza tecnica profonda e competenze di coding che richiedevano anni per svilupparsi. Le motivazioni erano curiosità e sfida intellettuale, risolvere puzzle tecnici, guadagnare diritti di vanteria, spingere i confini “per il brivido” e opporsi alla censura promuovendo la libertà. La cultura includeva piccole comunità underground, incontri e conferenze di persona, estetica del terminale verde-su-nero, leetspeak (l33t), immagine “cool-ma-immatura” e percorso di carriera non ufficiale: hacking → cybersecurity (se si evitavano guai legali). La struttura comunitaria enfatizzava mentorship da hacker esperti, sistemi basati sulla reputazione, alte barriere tecniche all’ingresso, canali IRC e forum privati, con componente offline importante.

L’hacker moderno (2020-2025) presenta caratteristiche radicalmente diverse. Demograficamente molto più giovane con il 61% che inizia prima dei 16 anni, i membri di Scattered Spider condussero i primi attacchi all’età di 15, 17, 17 e 18 anni. IntelBroker (Kai West) iniziò a 22 anni e fu arrestato a 25. La diversità geografica è globale, non più concentrata in regioni specifiche. Le motivazioni primarie sono ego, notorietà e riconoscimento tra pari secondo la National Crime Agency britannica, con il guadagno finanziario secondario (per amplificare l’infamia), dimostrare competenze alle comunità online, brivido di causare interruzione, senso di appartenenza, e meno comune l’impegno ideologico, l’etica o gli obiettivi a lungo termine.

I percorsi di apprendimento rivelano il cambiamento più significativo. Tutorial YouTube forniscono guide step-by-step; app mobile offrono app “Impara Ethical Hacking” con corsi gratuiti; piattaforme online come Udemy, Coursera e Great Learning forniscono accesso gratuito; competizioni CTF offrono sfide gamificate; laboratori virtuali come Hack The Box e TryHackMe forniscono ambienti pratici; e non è richiesta educazione formale essendo “a pochi click di distanza”.

Il paradosso del livello di competenza è sorprendente: gli hacker tradizionali pre-2015 richiedevano comprensione profonda di protocolli (TCP/IP, DNS, HTTP), expertise di programmazione (C, Python, Assembly), conoscenza di amministrazione di sistema, comprensione dell’architettura di rete e anni di pratica con alte barriere di competenza. Gli hacker moderni 2020-2025 utilizzano strumenti pronti all’uso con interfacce point-and-click, DDoS-for-hire senza conoscenza tecnica necessaria, exploit pre-scritti con attacchi copy-paste, scanner automatizzati con rilevamento di vulnerabilità potenziato dall’AI, educazione YouTube seguendo senza comprendere i fondamentali, producendo “grandi violazioni, esperienza zero” secondo Intercede e “danno di livello professionale” da amatori.

La differenza critica nel percorso etico emerge chiaramente. Il percorso positivo (hacker etici) inizia giovane con interesse ICT, motivazione a rendere i sistemi sicuri, visione del reporting delle vulnerabilità come dovere morale, role model da genitori/pari/membri della comunità, reazioni positive dai proprietari dei sistemi, riconoscimento che stimola lo sviluppo, programmi bug bounty che forniscono reddito legittimo, e transizione a carriere di cybersecurity secondo lo studio di Wiley Online Library.

Il percorso negativo (hacker black hat) inizia giovane senza guida etica, motivazione da ego/appartenenza/interruzione, pressione dei pari da comunità criminali, isolamento sociale o trauma, falsa percezione di anonimato, mancanza di consapevolezza delle conseguenze, glamourizzazione da media/cultura pop e incentivi finanziari dall’economia del cybercrime. La presenza o assenza di educazione etica e mentorship positiva durante il periodo di apprendimento formativo rappresenta il punto di biforcazione.

Implicazioni per i professionisti della cybersecurity

I dati presentati richiedono ripensamento delle strategie di difesa e prevenzione. Il Verizon DBIR 2025 documenta che l’elemento umano è coinvolto nel 60% dei breach, con l’abuso di account validi che rappresenta una porzione significativa degli incidenti, rendendo l’identity and access management prioritario. L’aumento del 34% nello sfruttamento delle vulnerabilità (ora 20% dei breach) con tempi di remediation ancora significativi dimostra l’urgenza di patch management migliorato. Il coinvolgimento di terze parti raddoppiato al 30% dal 15% del 2024 necessita di valutazioni rigorose della sicurezza della supply chain e monitoraggio continuo dei partner.

La professionalizzazione del cybercrime attraverso modelli Crime-as-a-Service richiede approcci di difesa stratificati. Gli attacchi di phishing che consegnano infostealer sono aumentati significativamente, con una porzione sostanziale dei sistemi compromessi identificati come dispositivi con licenza enterprise e molti login aziendali trovati su dispositivi non gestiti (BYOD/personali) secondo varie analisi del settore, richiedendo soluzioni endpoint protection complete che si estendono oltre il perimetro aziendale tradizionale. Il ransomware presente nel 44% di tutti i breach secondo Verizon DBIR 2025, con percentuali ancora più alte per le piccole-medie imprese, suggerisce che le PMI necessitano di supporto specializzato e soluzioni di sicurezza accessibili.

L’età decrescente degli attaccanti presenta sfide uniche. Con l’età media di arresto del cybercriminale a 19 anni versus 37 per tutti gli altri crimini secondo l’FBI (maggio 2024), e il 61% che inizia prima dei 16 anni secondo la UK National Crime Agency, le organizzazioni affrontano avversari che possiedono sofisticazione tecnica ma mancano di maturità giudiziale.

Questi giovani attaccanti sono più incauti, non comprendono completamente l’impatto, mirano a organizzazioni più grandi motivati dall’ego piuttosto che dalla valutazione del rischio razionale, e sono più propensi a essere catturati ma anche più propensi a rioffendere se non adeguatamente riabilitati. La ricerca mostra che solo una piccola percentuale degli hacker viene arrestata (stime dell’industria indicano 4-5%), creando percezione di impunità che incoraggia comportamento rischioso.

L’evoluzione dell’hacktivismo sponsorizzato dagli stati richiede intelligence delle minacce potenziata. I oltre 6.600 target unici documentati di NoName057(16) dall’agosto 2022 con il 96% in Europa (secondo Orange Cyberdefense), gli attacchi innescati da eventi allineati con festività nazionali e conferenze internazionali, e le connessioni confermate tra APT44/Sandworm e multiple persone hacktiviste dimostrano che le organizzazioni devono comprendere il contesto geopolitico del loro profilo di rischio. Le organizzazioni in settori strategici (finanza, trasporto, istruzione, governo) in paesi che supportano l’Ucraina o hanno posizioni su conflitti del Medio Oriente affrontano rischio elevato da collettivi hacktivisti che possono avere supporto statale.

Conclusioni: educare, rilevare, deflettere

La ricerca del decennio 2015-2025 rivela che il cybercrime giovanile non è principalmente problema tecnologico ma fenomeno socio-psicologico abilitato dalla tecnologia. Le barriere tecniche sono crollate mentre le barriere etiche non sono mai state costruite. Il professor Thomas J. Holt (oltre 14.300 citazioni accademiche, settembre 2025) e dozzine di ricercatori peer-reviewed confermano che multiple motivazioni coesistono (sfida intellettuale, guadagno finanziario, ideologia, brivido, riconoscimento), l’apprendimento sociale e l’influenza dei pari emergono consistentemente come predittori più forti, i percorsi giovanili differiscono dai pattern adulti con effetti di maturazione sulla motivazione, i black hat e gli hacktivisti mostrano profili motivazionali distinti nonostante metodi tecnici simili, e le teorie criminologiche tradizionali (RAT, autocontrollo, apprendimento sociale) si applicano ma richiedono modifiche per contesti cyber.

I fattori economici e strutturali correlano con i tassi di cybercrime, con disoccupazione e povertà che spingono alcuni giovani verso alternative criminali mentre altri con privilegio e accesso tecnologico si impegnano per ego e appartenenza. La cultura hacker opera come sottocultura funzionante con norme, gerarchie di status e condivisione di conoscenza, ma l’elemento etico che caratterizzava le generazioni precedenti è stato perso nella transizione da comunità underground esclusive a piattaforme mainstream accessibili. La migrazione da IRC e forum del dark web a Telegram e Discord ha democratizzato l’accesso ma anche eliminato processi di vetting e strutture di mentorship che precedentemente incorporavano l’etica insieme alle competenze tecniche.

Le raccomandazioni per i professionisti della cybersecurity e i responsabili politici emergono chiaramente dalla ricerca. L’intervento precoce è critico: la ricerca Europol identifica percorsi comuni (interesse → attività illegale di basso livello → escalation attraverso rinforzo positivo) che possono essere interrotti. L’educazione integrata che incorpora etica, consapevolezza legale e comprensione delle conseguenze nei materiali di apprendimento dell’hacking è essenziale. Le piattaforme di apprendimento etico (Hack The Box, TryHackMe, Coursera) dovrebbero integrare moduli etici obbligatori prima di consentire l’accesso a contenuti tecnici. I programmi bug bounty e percorsi di carriera legittimi nella cybersecurity dovrebbero essere ampiamente pubblicizzati ai giovani interessati alla tecnologia, fornendo alternative positive.

Il bisogno critico enfatizzato attraverso la ricerca è la prevenzione attraverso l’educazione, la comprensione dei percorsi nel cybercrime e il convogliamento delle competenze tecniche in attività legittime piuttosto che concentrarsi esclusivamente sulla deterrenza e la punizione. I casi di Marcus Hutchins e Kane Gamble dimostrano che i giovani offenditori possono transitare con successo a carriere “white hat”, ma richiede intervento precoce, sentenze clementi che permettano la riabilitazione e volontà dell’industria di assumere hacker riformati. Le organizzazioni affrontano la realtà che previsioni del settore indicano costi del cybercrime che potrebbero raggiungere trilioni di dollari annualmente, e questi costi non possono essere affrontati solo attraverso difese tecniche quando l’offerta di giovani attaccanti tecnicamente competenti ma eticamente non guidati continua ad espandersi.

La trasformazione finale del 2022-2025 – la cooptazione dell’hacktivismo da parte degli stati nazionali – presenta le sfide più complesse. Quando i governi mascherano operazioni di cyber warfare come movimenti hacktivisti grassroots, la distinzione tra protezione dell’infrastruttura critica e risposta agli atti di guerra statali si sfuma. Le organizzazioni devono sviluppare intelligence delle minacce che comprenda non solo capacità tecniche ma contesto geopolitico, motivazioni ideologiche e potenziale supporto statale dietro gli attaccanti apparentemente indipendenti. L’analisi stilometrica e la modellazione tematica condotte da ricercatori come EclecticIQ forniscono metodologie per identificare coordinamento nascosto, ma richiedono sofisticazione analitica oltre le capacità di sicurezza tradizionali.

Il decennio 2015-2025 ha testimoniato non semplicemente l’evoluzione del cybercrime ma la sua trasformazione in fenomeno che interseca psicologia dello sviluppo, sociologia, economia, geopolitica e tecnologia. I professionisti della cybersecurity devono espandere le loro prospettive oltre le difese tecniche per comprendere gli avversari umani – sempre più giovani, sempre più motivati da fattori non finanziari, sempre più abilitati da strumenti potenti senza comprensione proporzionale delle conseguenze.

La speranza risiede nei dati che mostrano che i percorsi nel cybercrime sono identificabili e interrompibili, che alternative legittime esistono e attraggono quando rese visibili, e che la riabilitazione è possibile quando le società scelgono l’educazione sulla punizione. La domanda per il prossimo decennio è se i professionisti della sicurezza, gli educatori e i responsabili politici costruiranno quei ponti prima che la prossima generazione di teenager con competenze di livello APT ma giudizio di livello adolescenziale trovi i forum di Telegram che trasformano la curiosità in crimine.

Bibliografia:

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Europol (2016, October). Youth Pathways into Cybercrime. White Paper

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EclecticIQ (2025, January-February). Sandworm APT Targets Ukrainian Users with Trojanized Microsoft KMS Activation Tools in Cyber Espionage Campaigns

Mandiant/Google Cloud (2024, April). Unearthing APT44: Russia’s Notorious Cyber Sabotage Unit Sandworm

McKeen, W. (2024, May). Presentation at RSA Conference San Francisco. FBI Supervisory Special Agent, quoted on cybercrime age demographics and trends.

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Intercede (n.d.). The Rise of the Teen Hacker: Big Breaches, Zero Experience

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Anonymous Collective (2015, November). Operation KKK and Operation ISIS communications via Pastebin and Twitter @Operation_KKK.

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Ignition Italia al Forum ICT Security 2025 per rafforzare l’ecosistema della cybersecurity

Tra i protagonisti del Forum ICT Security 2025, in programma il 19-20 novembre a Roma, ci sarà anche Ignition Italia, che prenderà parte all’evento in qualità di Platinum Sponsor.

L’appuntamento di quest’anno assume un valore particolare per il distributore, che parteciperà per la prima volta con la nuova identità Ignition Italia, nata per rafforzare la presenza diretta del gruppo nel mercato italiano e consolidare la collaborazione con partner e vendor strategici. Si tratta di una tappa significativa nel percorso di crescita dell’azienda, che dopo sei anni di attività come Ingecom in Italia consolida ora la propria presenza con una struttura dedicata.

Il Forum ICT Security, giunto alla sua 23ª edizione, rappresenta da oltre vent’anni uno dei momenti di confronto più autorevoli per esperti, aziende e professionisti del settore. Per Ignition Italia costituisce un’occasione di incontro e dialogo con la community della sicurezza informatica e un momento per valorizzare le partnership tecnologiche e l’esperienza maturata sul territorio.

Le soluzioni di cybersecurity di Ignition Italia – XM Cyber, Mimecast e CrowdStrike protagoniste al Forum ICT Security 2025

Durante l’evento, Ignition Italia metterà in evidenza le soluzioni di due vendor del proprio portfolio: XM Cyber, Mimecast e Crowdstrike, tutte e tre realtà riconosciute nel panorama internazionale della cybersecurity che condividono un approccio proattivo alla sicurezza, basato su prevenzione, analisi continua e resilienza operativa. XM Cyber, è pioniere nel campo del Continuous Threat Exposure Management (CTEM), consente alle organizzazioni di identificare e ridurre in modo dinamico le esposizioni più critiche nei propri ambienti IT e cloud.

Mimecast, invece, è riconosciuta come una delle soluzioni più efficaci per la protezione della posta elettronica e la cyber resilience delle comunicazioni aziendali, difendendo le imprese da pericoli come phishing, ransomware e compromissione dell’identità digitale. CrowdStrike protegge identità, dati ed endpoint attraverso la piattaforma cloud-native Falcon®, che combina intelligenza artificiale, threat hunting avanzato e risposta automatizzata. Recentemente entrata nel portfolio di Ignition Italia, rappresenta un ulteriore asset strategico a supporto dei partner sul territorio.

Inoltre, mercoledì 19 novembre alle ore 13:20, Ignition Italia sarà protagonista di una presentazione dedicata alle tecnologie XM Cyber, tenuta da Andrea Lombardo di Ignition Italia e Sebastien Serrano di XM Cyber. L’intervento offrirà l’occasione per approfondire le potenzialità della piattaforma e conoscere più da vicino l’approccio alla sicurezza proposto da XM Cyber, una delle soluzioni di riferimento all’interno del portfolio del distributore.

La partecipazione al Forum ICT Security 2025 rappresenta per Ignition Italia un’importante occasione di confronto e visibilità, in un contesto che vede riuniti i principali attori del settore della sicurezza informatica dalle istituzioni ai vendor tecnologici, dai partner di canale ai professionisti che ogni giorno operano nella protezione dei sistemi e delle infrastrutture digitali.

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Intelligenza Artificiale (AI) e cybersecurity: la doppia faccia della rivoluzione digitale 2025

Intelligenza Artificiale (AI) e Cybersecurity hanno attraversato nel 2025 una trasformazione che nessuno poteva prevedere con tale precisione solo due anni fa. Il rapporto tra queste due forze è diventato il paradigma dominante della sicurezza digitale moderna. Per la prima volta nella storia, l’AI e i modelli linguistici di grandi dimensioni hanno superato il ransomware come principale preoccupazione per i responsabili della sicurezza aziendale, ridisegnando l’intero panorama delle minacce.

Secondo il rapporto State of Cybersecurity 2025 pubblicato da Arctic Wolf nel maggio 2025, basato su un’indagine condotta da Sapio Research su oltre milleduecento decisori IT e cybersecurity in quindici paesi, Intelligenza Artificiale (AI) e Cybersecurity rappresentano oggi il binomio più critico da comprendere. Dan Schiappa, presidente della divisione Technology and Services di Arctic Wolf, ha commentato: “L’emergere rapido dell’AI sta creando nuova incertezza, non solo nel modo in cui operano gli attaccanti, ma anche in come devono rispondere i difensori”.

Il paradosso che definisce l’era attuale è evidente: la stessa tecnologia che promette di proteggerci è diventata l’arma più sofisticata nelle mani di chi vuole colpirci. Comprendere la relazione tra Intelligenza Artificiale (AI) e Cybersecurity non è più un’opzione per le organizzazioni, ma una necessità strategica per la sopravvivenza digitale.

AI Phishing Attacks: l’evoluzione dell’inganno digitale

Ricordare quando un’email di phishing si riconosceva dagli errori grammaticali sembra appartenere a un’era lontana. Attraverso la relazione innescatasi tra Intelligenza Artificiale (AI) e Cybersecurity, il phishing ha subito una trasformazione radicale, elevandosi da truffa grossolana ad arte sofisticata dove la perfezione linguistica è solo il punto di partenza.

Il CrowdStrike 2025 Global Threat Report, pubblicato nel febbraio 2025, documenta un aumento del quattrocentoquarantadue percento negli attacchi di voice phishing tra la prima e la seconda metà del 2024. Adam Meyers, vicepresidente senior per le operazioni contro gli avversari di CrowdStrike, ha spiegato che “gran parte di questo incremento è guidato dal fatto che gli avversari si rendono conto che le difese tecniche stanno diventando più forti, quindi devono prendere di mira l’anello più debole, che sono gli esseri umani”.

I dati raccolti da Hoxhunt dopo l’analisi di milioni di email malevole inviate a due milioni e mezzo di utenti in centoventuno paesi rivelano che tra lo zero virgola sette e il quattro virgola sette percento delle email di phishing sono completamente generate dall’intelligenza artificiale. Ma la situazione è più complessa: secondo il rapporto External Threat Intelligence di CybelAngel, pubblicato nel febbraio 2025, il sessantasette virgola quattro percento di tutti gli attacchi di phishing nel 2024 ha utilizzato qualche forma di AI.

L’FBI ha emesso un avviso nel 2024, sottolineando come l’intelligenza artificiale aumenti enormemente la velocità, la scala e l’automazione degli schemi di phishing, aiutando i truffatori a creare “messaggi altamente convincenti adattati a destinatari specifici”, aumentando significativamente la probabilità di inganno e furto di dati. Non si tratta più di campagne massive e generiche, ma di attacchi chirurgici dove ogni messaggio è calibrato sul suo bersaglio attraverso l’analisi di profili social, comunicazioni pubbliche e tracce digitali.

Secondo i dati di Keepnet Labs, pubblicati nell’ottobre 2025, gli attacchi di phishing basati su credenziali sono aumentati del settecentotré percento nella seconda metà del 2024. Questo incremento esponenziale non riflette semplicemente un aumento del numero di attaccanti, ma rappresenta un salto qualitativo nelle capacità offensive rese possibili dall’intelligenza artificiale.

Ciò che rende queste minacce particolarmente insidiose è la loro natura multicanale. Gli attacchi moderni non si limitano alle email: l’AI facilita ora la sintesi vocale e la manipolazione video, permettendo agli attaccanti di impersonare dirigenti, colleghi e fornitori attraverso telefonate, videochiamate e messaggi. Quando un dipendente riceve un’email seguita da una telefonata con la voce perfettamente clonata del proprio CEO, anche i più scettici possono essere ingannati.

Deepfake Cyber Attacks: quando la realtà diventa manipolabile

Se il phishing basato su intelligenza artificiale rappresenta l’evoluzione di una minaccia esistente, i deepfake sono qualcosa di qualitativamente diverso: la materializzazione di scenari che fino a pochi anni fa appartenevano alla fantascienza. Nel dibattito su Intelligenza Artificiale (AI) e Cybersecurity, i deepfake rappresentano forse la sfida più inquietante, dove l’identità stessa diventa manipolabile.

Il caso più emblematico e documentato del 2024 riguarda Arup, la società di ingegneria britannica responsabile di progetti iconici come il Sydney Opera House e il Bird’s Nest stadium di Pechino. Nel gennaio 2024, un dipendente dell’ufficio di Hong Kong ha partecipato a una videoconferenza con persone che credeva fossero il chief financial officer e altri membri dello staff senior. Durante la chiamata, gli è stato chiesto di autorizzare una serie di trasferimenti di denaro per quella che sembrava una legittima operazione aziendale. Il dipendente ha autorizzato quindici trasferimenti per un totale di venticinque milioni di dollari. Settimane dopo è emersa la verità devastante: tutti i partecipanti alla chiamata, eccetto la vittima, erano deepfake generati dall’intelligenza artificiale.

Rob Greig, Chief Information Officer di Arup, ha dichiarato al World Economic Forum: “Le indicazioni audio e visive sono molto importanti per noi come esseri umani, e queste tecnologie stanno giocando su questo aspetto. Dobbiamo davvero iniziare a mettere in discussione ciò che vediamo”. Greig ha anche rivelato che, spinto dalla curiosità dopo l’incidente, ha tentato di creare un deepfake video di se stesso in tempo reale utilizzando software open source: “Mi ci sono voluti circa quarantacinque minuti. Non era particolarmente convincente, ma è stato sorprendente ciò che si può ottenere in un periodo di tempo così breve”.

I numeri raccolti da Keepnet Labs nel 2025 dipingono un quadro allarmante: le perdite finanziarie derivanti da frodi abilitate da deepfake hanno superato i duecento milioni di dollari solo nel primo trimestre dell’anno. Il tasso di crescita è esponenziale: i tentativi di frode con deepfake sono aumentati di trentuno volte nel 2023, con un incremento del tremila percento anno su anno. I deepfake vocali sono cresciuti del seicentottanta percento nell’ultimo anno. Una ricerca di Surfshark pubblicata nel 2025 documenta che le perdite totali da frodi deepfake hanno raggiunto ottocentonovantasette milioni di dollari, con quattrocentodieci milioni solo nella prima metà del 2025.

La facilità con cui questi attacchi possono essere orchestrati è l’aspetto più inquietante. Come sottolinea Kount, basta un video Instagram di quindici secondi per creare un deepfake. L’accesso aperto e i costi contenuti significano che gli attori malevoli hanno prontamente disponibili tutorial open-source su reti generative avversarie, piattaforme, librerie e profili social pubblici per lanciare sofisticate campagne deepfake. Alcuni dei più recenti modelli AI offrono la clonazione vocale istantanea con appena tre-cinque secondi di campione vocale.

Verizon, nel suo Data Breach Investigations Report del 2025, conferma che l’ingegneria sociale rimane un modello dominante nelle violazioni, con il phishing e il pretexting che costituiscono una porzione significativa degli incidenti. La convergenza tra deepfake e phishing sta creando un ecosistema di minacce dove la distinzione tra reale e artificiale diventa sempre più sfumata.

AI Malware Detection: la rivoluzione delle difese intelligenti

Di fronte a questo panorama di minacce sempre più sofisticate, Intelligenza Artificiale (AI) e Cybersecurity convergono anche sul fronte difensivo, rappresentando il più grande salto innovativo nella sicurezza informatica degli ultimi decenni. La capacità di analizzare volumi massicci di dati, identificare pattern sottili e rispondere in tempo reale sta ridefinendo cosa significhi proteggere sistemi e informazioni.

Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Big Data nell’aprile 2025, il machine learning offre un approccio ampio che aiuta il rilevamento precoce del malware e l’identificazione dei pattern comportamentali di grandi quantità di dati malevoli. A differenza dei metodi tradizionali basati su firme, che possono identificare solo malware già noto, gli algoritmi di machine learning possono riconoscere minacce zero-day attraverso l’analisi comportamentale.

SuperAGI documenta come, secondo stime recenti, vengano rilevate quotidianamente cinquecentosessantamila nuove minacce malware. La crescita nell’adozione dell’AI aziendale è stata del centoottantasette percento tra il 2023 e il 2025, guidata in parte dalla crescente sofisticazione delle minacce. Le aziende come Arctic Wolf hanno implementato con successo soluzioni di rilevamento minacce basate su AI, con algoritmi di machine learning che identificano e rispondono alle minacce in tempo reale, raggiungendo in alcune implementazioni fino al novantanove percento di accuratezza nel rilevamento.

La rivista accademica Knowledge and Information Systems, in una pubblicazione dell’aprile 2025, sottolinea come l’integrazione dell’intelligenza artificiale e del machine learning nella cybersecurity abbia guidato un cambiamento trasformativo, migliorando significativamente la capacità di rilevare, rispondere e mitigare minacce cyber complesse. I meccanismi di difesa tradizionali sono sempre più inadeguati contro attacchi sofisticati, rendendo necessaria l’adozione di soluzioni di sicurezza guidate dall’AI.

Uno dei vantaggi più significativi dei sistemi basati su AI e ML è la loro capacità di rilevare minacce precedentemente sconosciute attraverso il rilevamento di anomalie e il riconoscimento di pattern. Apprendendo continuamente da nuovi dati, questi modelli evolvono per riconoscere anche i vettori di attacco più sofisticati, offrendo un livello di difesa che i sistemi statici basati su firme non possono raggiungere. Secondo il rapporto IBM Security X-Force, gli algoritmi di machine learning hanno un tasso di accuratezza dell’ottantacinque percento nel rilevamento di attacchi ransomware analizzando i pattern del traffico di rete.

ChatGPT Security Risks: il dilemma della doppia natura

ChatGPT e strumenti simili di intelligenza artificiale generativa hanno rapidamente permeato l’ambiente aziendale, con oltre ottocento milioni di utenti attivi settimanali che elaborano più di un miliardo di query quotidiane. Nel contesto dell’Intelligenza Artificiale (AI) e della Cybersecurity, ChatGPT rappresenta un perfetto esempio di tecnologia a doppio taglio, dove opportunità e rischi coesistono in equilibrio precario.

Gli studi recenti mostrano che il sessantanove percento delle organizzazioni cita le fughe di dati alimentate dall’AI come principale preoccupazione di sicurezza nel 2025, eppure quasi il quarantasette percento non ha controlli di sicurezza specifici per l’AI. Il principale rischio di sicurezza di ChatGPT deriva dalle informazioni che i dipendenti inseriscono nel sistema, spesso senza considerare le implicazioni sulla privacy mentre cercano soluzioni rapide ai problemi aziendali.

Il caso di Samsung Electronics nel 2023 rappresenta un esempio emblematico. Ingegneri della divisione semiconduttori hanno utilizzato ChatGPT per aiutare a debuggare e ottimizzare il codice sorgente, inserendo inconsapevolmente dati sensibili, inclusi codice sorgente proprietario e note di riunioni interne. Poiché ChatGPT conserva gli input degli utenti per perfezionare le sue risposte, questa azione ha rischiato di esporre i segreti commerciali di Samsung a parti esterne, portando l’azienda a implementare politiche rigorose sull’uso di strumenti AI.

SentinelOne documenta come una significativa violazione della sicurezza abbia portato all’esposizione di oltre duecentoventicinquemila credenziali OpenAI sul dark web, rubate da vari malware infostealer, con LummaC2 che è stato il più diffuso. Quando utenti non autorizzati ottengono accesso agli account ChatGPT, possono visualizzare la cronologia completa delle chat, inclusi eventuali dati aziendali sensibili condivisi con lo strumento AI.

Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. Gli attaccanti possono utilizzare ChatGPT per creare malware polimorfico o campagne di phishing convincenti. I ricercatori di cybersecurity hanno osservato che le email di phishing generate dall’AI sono non solo più grammaticalmente accurate, ma anche più convincenti, rendendole più difficili da rilevare. Le previsioni del 2025 avvertono di kit di phishing guidati dall’AI in grado di bypassare l’autenticazione multi-fattore e imitare comunicazioni autentiche con precisione inquietante.

Concentric AI sottolinea che il rischio di sicurezza di ChatGPT non riguarda tanto ciò a cui può accedere, quanto ciò che gli utenti condividono, come i dati vengono elaborati e quali protezioni sono in atto per prevenire che gli errori diventino incidenti. I dipendenti copiano e incollano dati interni in ChatGPT ogni giorno, incluse email dei clienti, roadmap di prodotto e persino linguaggio contrattuale, spesso senza rendersi conto delle implicazioni sulla sicurezza.

Intelligenza Artificiale (AI) e Cybersecurity: il futuro della difesa

Se l’intelligenza artificiale ha amplificato le capacità offensive degli attaccanti, ha anche rivoluzionato il modo in cui le organizzazioni possono difendersi. La cybersecurity alimentata dall’AI non è più una promessa futuristica, ma una realtà operativa che sta trasformando radicalmente il panorama della sicurezza digitale, dimostrando come Intelligenza Artificiale (AI) e Cybersecurity possano creare sinergie positive quando implementate strategicamente.

Darktrace, riconosciuta come leader nel Gartner Magic Quadrant 2025 per il Network Detection and Response, sottolinea come nel 2025 ci si aspetti un’espansione del mercato indirizzabile totale del cybercrimine mentre gli attaccanti aggiungono più tattiche al loro arsenale. Durante il 2024 sono stati annunciati importanti progressi negli agenti AI da parte di OpenAI, Microsoft, Salesforce e altri. Nel 2025, si prevede una crescente innovazione e adozione di agenti AI, così come l’emergere di sistemi multi-agente dove gruppi di agenti autonomi lavorano insieme per affrontare compiti complessi.

IBM, nelle sue previsioni per la cybersecurity del 2025 pubblicate nell’agosto 2025, enfatizza come nel 2025 i team di cybersecurity non saranno più in grado di gestire efficacemente le minacce in isolamento. Le minacce derivanti dall’AI generativa e dall’adozione del cloud ibrido stanno evolvendo rapidamente. La sicurezza dei dati e dell’AI diventerà un ingrediente essenziale dell’AI affidabile. Man mano che l’AI matura dalla prova di concetto alla distribuzione su larga scala, le imprese raccolgono i benefici di produttività e guadagni di efficienza, inclusa l’automazione di compiti di sicurezza e conformità per proteggere i loro dati e asset.

La piattaforma di cybersecurity AI multi-strato di Darktrace può proteggere contro tutti i tipi di minacce, siano esse note, sconosciute, completamente nuove o alimentate dall’AI. Questo viene realizzato apprendendo ciò che è normale per l’organizzazione unica, quindi identificando comportamenti insoliti e sospetti alla velocità delle macchine, indipendentemente da regole e firme esistenti. In questo modo, le organizzazioni possono essere pronte per qualsiasi sviluppo nel panorama delle minacce cybersecurity che il nuovo anno può portare.

Optiv sottolinea come la capacità dell’AI di analizzare vaste quantità di dati a velocità senza precedenti consenta un rilevamento più rapido di pattern, anomalie e potenziali violazioni. Gli algoritmi di machine learning migliorano questa capacità automatizzando le risposte agli incidenti. L’AI e il ML giocheranno un ruolo ancora più grande nel rilevamento e nella risposta alle minacce, quindi possiamo aspettarci strumenti più avanzati di threat hunting e sistemi di risposta agli incidenti automatizzati nel 2025 e oltre.

Il panorama globale: dati e prospettive

Il World Economic Forum, nel suo Global Cybersecurity Outlook 2025, evidenzia come gli attacchi informatici siano in forte crescita. Negli ultimi quattro anni, il loro numero medio settimanale è più che raddoppiato: da ottocentodiciotto per organizzazione nel secondo trimestre del 2021 a millenovecentottantaquattro nello stesso periodo del 2025. Solo negli ultimi due anni, il numero medio globale di attacchi settimanali incontrati dalle organizzazioni è cresciuto del cinquantotto percento.

KPMG, nel suo rapporto annuale Cybersecurity Considerations del giugno 2025, osserva come il panorama digitale continui a evolversi a ritmo sostenuto, scatenando sfide significative e un senso di urgenza nella necessità di misure di cybersecurity robuste. Le connessioni digitali ubique e le tecnologie emergenti rapidamente come l’AI sembrano ridefinire quasi ogni aspetto della vita professionale e personale, rendendo la cybersecurity non solo una preoccupazione aziendale ma una questione universale che colpisce tutti gli aspetti della società. Il KPMG 2024 Global CEO Outlook rivela che i CEO considerano la cybersecurity come la principale minaccia per le imprese nell’ultimo decennio.

Nonostante l’aumento del numero di attacchi, l’analista di settore IANS riporta budget per la cybersecurity in fase di stallo. La crescita è rallentata dal diciassette percento nel 2022 a solo quattro percento nel 2025, invece di aumentare in linea con i livelli di minaccia. A complicare ulteriormente le cose c’è un’acuta carenza di talenti, che rende non solo difficile ma anche costoso reclutare esperti di cybersecurity. La soluzione per molte aziende è incrementare l’uso dell’AI per rafforzare le proprie difese cyber.

Gartner, nelle sue stime, prevede che la spesa IT globale sia cresciuta a un tasso dell’otto percento nel 2024, raggiungendo i cinque virgola uno trilioni di dollari, con l’ottanta percento dei CIO che aumentano i loro budget di cybersecurity. Il rapporto evidenzia anche che le organizzazioni utilizzano in media quarantacinque strumenti di cybersecurity, secondo un’indagine condotta tra agosto e ottobre 2024 su centosessantadue grandi imprese.

Mentre ci addentriamo sempre più nel 2025, diventa chiaro che Intelligenza Artificiale (AI) e Cybersecurity hanno ridefinito fondamentalmente le regole del gioco nella sicurezza digitale. Non stiamo più semplicemente discutendo di nuovi strumenti o tecniche, ma di un cambiamento paradigmatico nel modo in cui concepiamo la protezione dei dati e delle infrastrutture. L’AI non è né buona né cattiva in sé: è uno specchio che amplifica tanto le nostre capacità difensive quanto quelle offensive.

La sfida per le organizzazioni non è scegliere tra adottare l’AI o rinunciarvi, ma piuttosto come integrare queste tecnologie in modo sicuro, responsabile e strategico. Richiede un approccio olistico che combini tecnologia avanzata, governance robusta, formazione continua e una cultura organizzativa che valorizzi la sicurezza come elemento fondamentale piuttosto che come vincolo.

Il futuro della cybersecurity non sarà determinato da chi ha la tecnologia più avanzata, ma da chi saprà utilizzarla con maggiore saggezza, bilanciando innovazione e sicurezza, velocità e prudenza, apertura e protezione. In questa corsa senza fine tra attaccanti e difensori, Intelligenza Artificiale (AI) e Cybersecurity sono destinate a giocare un ruolo sempre più centrale e indissolubile. La domanda non è se l’AI trasformerà la cybersecurity, ma come saremo in grado di guidare questa trasformazione verso un ecosistema digitale più sicuro, resiliente e affidabile per tutti.

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Il 25% dei leader aziendali italiani non comprende l’importanza della cybersecurity


Il nuovo report di Kaspersky, “Real talk on cybersecurity: cosa preoccupa, cosa manca e cosa è davvero utile?, ha fatto emergere un dato piuttosto preoccupante: secondo il 25% dei responsabili IT intervistati, i propri leader aziendali non comprendono il valore strategico della cybersecurity. 

Questo limite crea un’importante discrepanza tra le priorità dei dirigenti e le procedure di sicurezza in uso; ciò non solo aumenta l’esposizione alle minacce, ma complica anche il raggiungimento degli obiettivi.

cybersecurity leader aziendali

A causa di questa “distanza” dei leader aziendali dalla questione, il 17% degli intervistati segnala una carenza di specialisti qualificati, di conseguenza le PMI si affidano o a team IT generici (22%) o a specialisti di cybersecurity (25%). Solo il 42% delle aziende italiane può fare affidamento su un team interno dedicato alla sicurezza informatica, mentre il 12% sceglie partner esterni.

I responsabili della cybersecurity risultano inoltre oberati di lavoro e in difficoltà nel gestire i rischi: il 30% dei decision maker della sicurezza IT ritiene che monitorare le potenziali minacce sia un lavoro a tempo pieno; il 33% dichiara di essere sommerso dagli avvisi; infine,  il 10% afferma di dover dedicare più tempo alla risoluzione dei problemi dei software di sicurezza che all’effettiva difesa dalle minacce. Il 12% aggiunge che le soluzioni di sicurezza rallentano i flussi di lavoro o la produzione.

Quello che emerge non è una carenza di strumenti, ma una mancanza di coerenza. I segnali arrivano più velocemente delle decisioni, quindi i processi di controllo e i flussi di lavoro si scontrano tra loro e non è più chiaro a chi spetti la responsabilità proprio nel momento in cui sarebbero necessari passaggi chiari dal rilevamento all’azione. In molte PMI, la sicurezza quotidiana è affidata a team IT generalisti o a singoli specialisti; solo il 42% delle aziende dispone di un team dedicato alla cybersecurity e questa fragilità è evidente in ogni fase e in ogni processo di escalation” ha affermato Cesare D’Angelo, General Manager Italy, Mediterranean & France di Kaspersky. “La conseguenza è un’esposizione silenziosa: il triage rallenta, il contesto si perde e i problemi che sembrano tattici si accumulano fino a diventare rischi strategici. I decision-maker devono agire subito e fornire ai team di sicurezza strumenti, soluzioni personali adeguati. Soprattutto, devono comprendere la rilevanza della cybersecurity per il business e colmare il divario strutturale tra le priorità del board e la protezione sul campo.

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Architetture critiche: la fragilità nascosta

Nelle architetture critiche la resilienza non è più un’opzione, ma una necessità. L’evoluzione delle minacce, la convergenza tra IT e OT e il principio di “presunzione di compromissione” introdotto dalla direttiva NIS2 impongono un nuovo paradigma di sicurezza: autonomo, distribuito e capace di operare anche in isolamento. Questo articolo esplora come l’automazione e l’intelligenza locale possano trasformare la difesa delle infrastrutture critiche, garantendo continuità operativa anche nei contesti più estremi.

Resilienza e cybersecurity nelle architetture critiche

Nella cybersecurity delle infrastrutture critiche, c’è spesso un “tallone d’achille”: molte architetture sono progettate per funzionare “in sicurezza”, ma non per resistere in contesti di emergenza. La disponibilità di rete, la presenza di operatori qualificati, la connessione costante con un SOC, sono condizioni ideali, ma sempre più spesso non sufficienti per garantire la resilienza

Blackout, attacchi ransomware, incidenti fisici o scelte di isolamento volontario possono facilmente interrompere tali condizioni ed anche in scenari simili, un’infrastruttura deve poter garantire sopravvivenza autonoma.

IT/OT: la convergenza che divide

Promossa come opportunità di efficienza e data-driven operation, la convergenza tra IT e OT sta rivelando anche il suo lato conflittuale.

Se l’IT è fluido, patchabile e orientato al cambiamento, l’OT rimane deterministico, statico e spesso ancorato a sistemi legacy.

Questa convergenza è stata una promessa: efficienza, automazione, analytics, ma per molte organizzazioni si è trasformata in una collisione di linguaggi, cicli di vita e modelli di rischio.

Senza una governance integrata, questa divergenza genera una moltiplicazione della superficie d’attacco e blocca la capacità di risposta coordinata impattando pesantemente sulla resilienza, che, invece, richiede integrazione e non stratificazioni.

NIS2: il principio di “presunzione di compromissione”

Con la Direttiva NIS2, in vigore dal gennaio 2023 e da recepire entro ottobre 2024, cambia il paradigma regolatorio: non si tratta più solo di prevenire gli incidenti, ma di assumere che avverranno.

Il principio di “presunzione di compromissione” introduce un obbligo implicito di continuità operativa anche in condizioni di attacco.

Molte organizzazioni, tuttavia, interpretano ancora la resilienza come una funzione centralizzata di alert management o come il risultato dell’accoppiata SIEM + SOAR. Un modello troppo lento e dipendente da operatori, inadeguato per contesti distribuiti o isolati.

Autonomia operativa: il nuovo requisito implicito della resilienza

Reti energetiche, impianti industriali, ambienti navali e strutture sanitarie condividono oggi la stessa esigenza: garantire operatività anche in assenza di connettività o supporto umano.

Una piattaforma veramente resiliente deve:

  • Operare anche offline
  • Rilevare e mitigare localmente gli incidenti
  • Applicare contromisure automatiche senza escalation
  • Rigenerare il contesto post-evento

Questa capacità, se ben implementata, riduce a zero il tempo di contenimento e il fabbisogno di intervento umano, liberando risorse qualificate per l’analisi strategica e il miglioramento continuo della postura difensiva.

Dalla detection alla reazione distribuita

La detection comportamentale, da sola, non basta. La reazione deve essere distribuita, automatizzata e deterministica, eseguita da ogni singolo nodo dell’infrastruttura.

È qui che emerge il valore di soluzioni come Agger, la piattaforma italiana nata in ambito militare e pensata per ambienti a criticità estrema: impianti industriali isolati, sistemi OT legacy e non patchabili, strutture sanitarie che devono garantire continuità dei servizi o navi in mare senza connettività

Agger: architettura distribuita per scenari complessi

A differenza dei tradizionali sistemi SIEM/SOAR, Agger decentralizza l’intelligenza operativa portandola ai margini della rete.

  • Agent autonomi che applicano in locale le regole di detection e reaction
  • Sonde passive e attive che interrogano direttamente i PLC e gli apparati OT anche in modalità agentless
  • Supporto completo ai protocolli industriali (S7, DNP3, Profinet, Modbus…)
  • Motore AI che apprende il comportamento normale dell’infrastruttura
  • Sistema di tagging e geolocalizzazione degli asset critici per prioritizzare le azioni

Il risultato: una difesa autonoma e distribuita, dove ogni nodo diventa capace di contenere un attacco anche in isolamento totale., capace di reagire anche in assenza di rete, operatori o SOC centrale.

Resilienza significa automazione

La crescita della complessità e dell’interconnessione tra domini IT e OT ha cambiato le regole del gioco; e la continuità del servizio – principio cardine della Direttiva NIS2 – deve poggiare su piattaforme capaci di garantire autonomia decisionale e tempi di reazione compatibili con la velocità delle minacce attuali.

La difesa distribuita, sostenuta da intelligenza locale e automazione deterministica, rappresenta oggi la via più solida verso la resilienza e le organizzazioni che adotteranno un modello operativo realmente autonomo potranno assicurare la sicurezza come funzione intrinseca del sistema, e non come servizio esterno alla sua operatività.

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Cybersecurity nel dominio spaziale: una breve panoramica critica dei rischi

Il conflitto russo-ucraino, iniziato nel 2014, ha registrato un’escalation progressiva delle operazioni militari, culminata con l’invasione russa del 24 febbraio 2022 e la dichiarazione dell’«operazione militare speciale» da parte del Presidente russo Putin alle ore 5:00 (ora di Kiev).

In realtà, i combattimenti erano già iniziati nell’Oblast di Luhansk alle 3:40, prima ancora dell’annuncio ufficiale. Secondo quanto riportato dal sito web di Viasat News, alle 03:02 UTC del 24 febbraio 2022 «sono stati rilevati alti volumi di traffico malevolo provenienti da diversi modem e dispositivi dei clienti fisicamente localizzati in Ucraina e collegati a una delle partizioni di rete KA-SAT destinate ai consumatori. Questo attacco denial of service mirato ha impedito a molti modem di rimanere connessi».

Le 03:02 UTC corrispondono esattamente alle 5:02 ora di Kiev. Possiamo quindi affermare che l’annuncio di Putin è avvenuto simultaneamente all’attacco informatico ai satelliti. Questa simultaneità non può essere una coincidenza: conferma ufficialmente che la guerra cibernetica è diventata parte integrante del conflitto ibrido sin dalla fase iniziale dell’invasione.

Le infrastrutture satellitari continuano a subire attacchi da entrambe le parti. La rete satellitare commerciale Starlink, ad esempio, è bersaglio di attacchi da parte di hacker legati alla Russia, mentre la rete di satelliti russa Statis subisce attacchi da parte di hacker ucraini.

Inoltre, sulla scena bellica sono emersi nuovi attori le cui azioni possono avere valenza tattica o strategica e influenzare le decisioni politiche. Per la prima volta nella storia, i satelliti commerciali al servizio degli Stati partecipano attivamente alle operazioni militari sul campo. La guerra in Ucraina dimostra chiaramente che lo spazio non può essere governato seguendo i modelli tradizionali dei confini statali e delle relazioni politiche convenzionali.

Le aziende spaziali private forniscono oggi capacità C4ISR (Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer, Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione) ai comandi militari ucraini, mentre altri attori spaziali privati si rivelano essenziali, con risultati evidenti sui campi di battaglia. Questa nuova dimensione della guerra solleva numerose questioni nelle relazioni geopolitiche e nelle normative internazionali. Come evidenziato dall’ESPI nel suo rapporto (ESPI+Record, 2023):

«… cosa dovrebbe essere considerato un attacco contro un sistema spaziale? Come si può stabilire se un satellite è civile, militare o a doppio uso?…»

Cercheremo di rispondere a queste e ad altre domande analizzando la dimensione spaziale e le relative problematiche di cybersecurity.

Considerazioni sui domini cyber e spaziale

Il dominio spaziale – comprensivo di satelliti, costellazioni, comunicazioni e relative infrastrutture a monte (upstream) e a valle (downstream) – è strategico ma rappresenta anche una fonte di continue preoccupazioni in termini di sicurezza.

Lo sviluppo tecnologico e gli interessi nazionali di vari paesi hanno trasformato lo spazio in un ambiente di conquista, non solo per finalità scientifiche ma anche militari e di supremazia, al punto da renderlo un’area di potenziale deterrenza contro gli avversari. Attualmente questo confine strategico si è esteso fino a Marte, anche se nel linguaggio comune ci si riferisce principalmente alla regione in cui operano i satelliti.

Il cyberspazio è un dominio trasversale in grado di influenzare anche le infrastrutture spaziali. Occorre comprendere più a fondo la possibile evoluzione futura del cyberspazio in relazione allo spazio, considerando le minacce comuni, i problemi specifici e le criticità evidenziate.

Il dominio cyber attraversa tutti gli altri domini, rappresentando una potenziale minaccia: la sicurezza complessiva dipende dal livello di interdipendenza tra i vari domini e dalla sicurezza di ciascuno di essi. Il dominio spaziale è strettamente connesso al cyberspazio attraverso servizi quali comunicazioni satellitari, identificazione e geolocalizzazione – in sostanza, tutte le attività che coinvolgono tecnologie spaziali e di comunicazione.

Il primo elemento comune tra i domini cyber e spaziale è l’assenza di confini fisici definiti. Questa caratteristica contrasta nettamente con la definizione tradizionale di sicurezza fisica intesa come protezione dei confini degli Stati o dei loro asset strategici.

In questo contesto, anche lo spazio diventa un dominio strategico trasversale che consente l’interazione globale in ambito economico, geopolitico e sociale. Purtroppo, la crescente accessibilità allo spazio da parte di nazioni, attori non statali e soggetti commerciali lo rende anche più vulnerabile.

La nuova economia spaziale

L’avvento della nuova economia spaziale, sia nel segmento orbitale (upstream) che nei servizi terrestri (downstream), ha visto l’ingresso massiccio e strutturato di investitori non istituzionali, a differenza di quanto avvenuto dal dopoguerra ad oggi.

Non esistono più soltanto agenzie spaziali nazionali (come la NASA) o comunitarie (come l’ESA – Agenzia Spaziale Europea) o le agenzie spaziali dell’ex URSS e della Cina: oggi assistiamo a missioni puramente commerciali che forniscono servizi di comunicazione indipendentemente dal paese di origine. Esempi emblematici sono la costellazione StarLink di satelliti per comunicazioni, la società SpaceX e il programma IRIS2 dell’Agenzia Spaziale Europea.

Parallelamente, la corsa allo spazio ha stimolato lo sviluppo e l’applicazione di nuove tecnologie, rappresentando un banco di prova estremamente proficuo. La Figura 1 indica le principali tecnologie che influenzeranno lo spazio e la sua sicurezza nel prossimo futuro.

Figura 1: Tecnologie che contribuiscono allo sviluppo moderno del settore spaziale

L’accesso delle industrie private allo spazio ha innescato una rivoluzione nelle relazioni tra istituzioni pubbliche e private, sollevando questioni legali e commerciali inedite che richiedono ancora soluzioni a livello legislativo, politico e strategico.

La natura dual-use (a doppio uso) della tecnologia avanzata, specialmente nel dominio spaziale, è diventata centrale nei paradigmi della sicurezza nazionale. Nel tempo, accordi, linee guida e risoluzioni hanno tentato di regolamentare quest’area, riconoscendone il valore e il contributo alla sicurezza nazionale e comunitaria.

I programmi spaziali europei

La stessa Unione Europea ha definito il settore spaziale come una nuova frontiera strategica per la sicurezza dei paesi membri. I programmi spaziali europei rappresentano una sfida importante per l’intero ecosistema pubblico-privato (vedi Figura 2).

Figura 2: I principali programmi spaziali europei attuali

I programmi europei dimostrano quanto lo spazio sia cruciale per la sicurezza e la resilienza delle nazioni partecipanti.

Il programma Copernicus è dedicato al monitoraggio della Terra e alla sicurezza civile. Grazie a diverse tipologie di satelliti, ciascuno dedicato a specifiche attività di rilevamento e monitoraggio, l’ecosistema Copernicus raccoglie ed elabora i dati grezzi provenienti dai satelliti ottenendo risultati ottimali. Sei satelliti, denominati Sentinel, sono attualmente in orbita per raccogliere dati sulla superficie terrestre: immagini di vegetazione, suolo, copertura idrica, aree costiere, oceani e composizione atmosferica. In futuro, ulteriori satelliti amplieranno la costellazione Copernicus, fornendo dati ancora più precisi sul monitoraggio delle emissioni di CO2, i ghiacci polari, la topografia della neve e altro ancora, a disposizione degli scienziati e utili per la protezione ambientale, la prevenzione dei disastri e le attività di recupero.

Il programma Space Awareness è un’altra iniziativa dell’Agenzia Spaziale Europea finalizzata a monitorare e valutare i rischi derivanti da detriti spaziali artificiali, minacce orbitali come esplosioni e collisioni, potenziali impatti di oggetti vicini alla Terra (NEO) e gli effetti dei fenomeni meteorologici spaziali sulle infrastrutture spaziali e terrestri.

Il programma Galileo ha l’obiettivo di sviluppare un sistema di navigazione satellitare indipendente ed europeo in sostituzione dell’attuale Global Positioning System (GPS) statunitense.

I restanti programmi sono dedicati al miglioramento della velocità e della sicurezza delle comunicazioni. In quest’area, le nuove tecnologie di comunicazione quantistica e distribuzione di chiavi quantistiche (QKD) rappresentano tecnologie dirompenti che richiedono un’investigazione approfondita e realistica, poiché la supremazia di una nazione nelle comunicazioni spaziali dipende fortemente da queste tecnologie.

Le minacce alla sicurezza spaziale

Tutte le nazioni manifestano preoccupazione per la propria sicurezza spaziale e per le possibili ripercussioni terrestri. La Figura 3 riassume le principali minacce informatiche alle infrastrutture spaziali.

Figura 3: Principali minacce nel dominio spaziale

Queste considerazioni servono a dare un senso concreto alla «distanza» tra lo Stato (o il proprietario del sistema in orbita) e il sistema stesso: i confini fisici sono intrinsecamente assenti, e le minacce devono essere valutate in termini di distanza spaziale e «distanza temporale».

Partendo dalle preoccupazioni e opportunità riscontrate in questo nuovo dominio, nel 2023 la Commissione Europea (CE) ha redatto il primo rapporto di analisi, intitolato EU Space Strategy for Security and Defence, ben approfondito da Reis J. (2024), in cui dichiara esplicitamente la necessità strategica europea di proteggere le proprie risorse spaziali, difendere i propri interessi e scoraggiare attività ostili nello spazio.

L’importanza delle industrie spaziali private nell’analisi strategica deriva dalla consapevolezza che satelliti e tecnologie spaziali possono essere impiegati per scopi difensivi e toccano questioni di sicurezza nazionale. La Comunità Europea, nel proprio piano strategico dedicato al dominio spaziale, sottolinea la necessità di garantire sinergie e scambi proficui in termini di ricerca e sviluppo, proponendo misure concrete per promuovere la collaborazione tra start-up nel settore spaziale e della difesa.

Il problema delle infrastrutture critiche

Tuttavia, negli elenchi ufficiali delle infrastrutture critiche (CI) degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, lo spazio non è esplicitamente menzionato. La letteratura scientifica è ricca di discussioni su questa lacuna, dato che è evidente come il dominio spaziale e le sue tecnologie correlate rappresentino fattori critici per altri settori.

La descrizione dell’infrastruttura spaziale critica rispetto all’infrastruttura informativa critica è stata illustrata nello studio di Sokiran M. (2020), in cui si afferma:

«Si conclude che, nonostante la mancanza di una definizione legittima di ‘infrastruttura spaziale critica’, essa rappresenta un sistema complesso composto da elementi fisici e risorse informative virtuali che devono essere controllati e protetti: se risultano vulnerabili ai rischi, possono causare una crisi in molti sistemi vitali di qualsiasi Stato».

Rischi reali considerando le caratteristiche del cyberspazio e del dominio spaziale

I principali rischi che possono colpire i sistemi spaziali sono i seguenti:

  1. Rischio di missione: Errori di progettazione o difetti non identificati durante i test di laboratorio possono compromettere l’efficienza o il dispiegamento del sistema, causando perdite economiche, fallimento della missione e altre conseguenze (Sanchez A. H., 2024).
  2. Rischio fisico in orbita: Asteroidi e detriti spaziali generati da satelliti dismessi possono colpire o distruggere satelliti attivi o danneggiare stazioni spaziali. Le condizioni meteorologiche spaziali aumentano ulteriormente il rischio per tutti gli asset (Fetzer, A. et al., 2025).
  3. Azioni fisiche da parte di attori ostili: Avversari dotati di armamenti spaziali avanzati – come armi a energia diretta (DEW) che utilizzano microonde, radiofrequenza (RF) o tecniche laser – possono condurre operazioni di guerra elettronica (Hamill-Stewart J., 2025).
  4. Attacchi a lungo raggio: La capacità di colpire a distanza, tramite missili a lungo raggio o attacchi satellitari diretti, rientra nella categoria degli attacchi cinetici (O’Meara, C., 2025; Burdette, Z., 2025).
  5. Minacce alla cybersecurity: Comunicazioni, sistemi e piattaforme satellitari sono vulnerabili alla guerra informatica. Numerosi studi hanno investigato questi problemi, tra cui la ricerca di Varadharajan V. e Suri N. (2024) e il rapporto dell’Agenzia dell’Unione Europea per la Cybersecurity (ENISA, 2025), volti a sensibilizzare la comunità spaziale.

Mentre i primi due rischi possono essere mitigati attraverso studi orbitali proattivi e valutazioni del rischio, i punti 3 e 4 coinvolgono avversari tecnologicamente avanzati, tipicamente sponsorizzati da Stati. Il punto 5 è ancora più critico, poiché introduce la dimensione cyber nel dominio spaziale.

La minaccia cyber nello spazio

Il dominio cyber spesso si trova al di là del controllo dei singoli Stati e attraversa tutti i domini operativi. Guerrieri informatici sponsorizzati da Stati o attori criminali possono infiltrarsi nelle comunicazioni satellitari e nei sistemi software interni, acquisendo il comando e il controllo per scopi terroristici o di riscatto.

La Figura 4 illustra i potenziali vettori di attacchi informatici contro le infrastrutture spaziali, sia nel segmento di volo (upstream) che in quello terrestre (downstream).

Figura 4: Possibili attacchi informatici contro le infrastrutture spaziali

Il Centre for Strategic and International Studies (CSIS, 2025) ha condotto un’analisi comparativa delle azioni malevole elettroniche e informatiche rivolte alle strutture spaziali. Lo studio sottolinea che gli attacchi informatici sono spesso più efficaci degli attacchi elettronici o cinetici, principalmente per la difficoltà nell’attribuirne l’origine. Inoltre, gli attaccanti possono osservare l’impatto delle loro azioni quasi in tempo reale.

Mentre sia gli attacchi informatici che cinetici possono causare danni visibili, l’impossibilità di risalire alla fonte è la caratteristica distintiva degli attacchi informatici contro i sistemi spaziali e satellitari.

La necessità di mantenere la superiorità informativa e migliorare l’intelligence nei processi decisionali spinge allo sviluppo continuo delle tecnologie digitali. Tuttavia, questo amplia anche la superficie di attacco – un paradosso che deve essere attentamente studiato, compreso e gestito per prevenire conseguenze dannose.

Come mitigare i rischi nei domini cyber e spaziale

Attingendo alle esperienze di altri settori strategici, come il campo nucleare, nella prevenzione dei rischi e nella mitigazione delle minacce informatiche – ad esempio quelle condotte dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA, 2022) o dal NIST (National Institute of Standards) attraverso il suo centro NCCoE (Scholl, M., Suloway, T. 2023) – gli specialisti della cybersecurity satellitare forniscono continuamente best practice dedicate anche al settore satellitare commerciale per la gestione del rischio informatico.

Questo problema rappresenta la principale minaccia attualmente «in orbita»: prendere il controllo di un piccolo satellite commerciale tramite attacchi informatici significa moltiplicare esponenzialmente le minacce in tutto il contesto spaziale. Si tratta di una minaccia reale, con casi già verificatisi. I danni possono essere gravi, soprattutto se gli attacchi sono orchestrati da entità protette da Stati avversi: cambio di orbita per provocare collisioni con altri satelliti, alterazione dei valori GPS con conseguenti minacce alle osservazioni e misurazioni terrestri, raccolta di informazioni per scopi di riscatto, ecc.

Politiche di mitigazione

Le misure di mitigazione a tutti i livelli, inclusa la catena di approvvigionamento, dovrebbero almeno rispettare le raccomandazioni NCCoE riportate nella Tabella 1:

Tabella 1: Politica di mitigazione suggerita da NCCoE

Tutte queste misure, adattate alla realtà spaziale, possono mitigare le capacità anti-satellite (ASAT) degli Stati avversari o di attori ostili generici.

L’infrastruttura satellitare completa

L’intera infrastruttura satellitare deve essere coinvolta in questo processo. Il mondo satellitare comprende:

(1) Sistemi terrestri: reti informatiche, antenne, centri C4I, laboratori scientifici, fornitori di servizi su richiesta (GPS commerciale, comunicazioni telefoniche, ecc.), sorveglianza spaziale e tracciamento di oggetti spaziali.

(2) Infrastruttura di comunicazioni: non solo antenne, ma anche protocolli di comunicazione, crittografia, ecc. Il protocollo attuale garantisce una sicurezza adeguata? È ancora valido considerando le attuali capacità negli attacchi informatici e le future minacce della decrittografia quantistica?

(3) Software interno e memorie dei satelliti: accedere a questi elementi significa ottenere il controllo completo del satellite.

L’analisi delle minacce relative alle vulnerabilità SATCOM è documentata in diversi studi, mentre le violazioni dei sistemi satellitari vengono segnalate quotidianamente da varie istituzioni.

Una panoramica interessante è fornita da Sowe E. (2025), che analizza le implicazioni del dominio cyber nelle comunicazioni satellitari per i principali sistemi di trasmissione e gestione del segnale.

Verso una cultura strategica comune

Aumentare la resilienza informatica e la consapevolezza nel settore spaziale deve diventare una priorità per gli Stati a tutti i livelli. È quindi necessario sviluppare una cultura strategica comune riguardo al cyberspazio e al dominio spaziale.

I domini cyber e spaziale rappresentano aree relativamente nuove per investimenti, industrie, ricerca e sicurezza. Il periodo storico in cui le agenzie spaziali hanno sviluppato i loro programmi coincide con l’avvento di computer e software, che hanno immediatamente contribuito alle attività spaziali.

I due domini, in sostanza, percorrono strade parallele e proficue, con un’interazione continua nei loro sviluppi, sfide e opportunità reciproche, come evidenziato da vari studi, tra cui Raghuvanshi, D. e Kumar, S. (2024), in cui anche le comunicazioni quantistiche e il calcolo quantistico sono considerati sia come opportunità che come minacce.

Una comprensione culturale come base per la consapevolezza delle interazioni tra i domini cyber e spaziale è fondamentale per sviluppare una strategia comune che li integri tra loro e compensi le debolezze di un dominio con i punti di forza dell’altro, come indicato da Khan S.K. et al. (2024) e Rajagopalan, R.P. (2019).

Entrambi i domini sono onnipresenti e le loro applicazioni hanno un impatto fondamentale sulla vita quotidiana delle persone e sulle economie nazionali. Sono operativamente interconnessi e condividono minacce comuni: entrambi dipendono dallo spettro elettromagnetico e dall’infrastruttura IT, ed entrambi sono esposti a vulnerabilità asimmetriche causate dalla riduzione delle barriere all’ingresso.

Confronto tra i domini

Cosa hanno realmente in comune i due domini e cosa li differenzia? La seguente tabella riassume i vari aspetti nello stato dell’arte attuale:

Tabella 2: Confronto dei domini spaziale e cyberspazio per vari parametri

Cooperazione europea

Nell’UE sono stati compiuti sforzi con l’European Defence Action Plan (EDAP) per supportare gli Stati membri nella condivisione delle risorse e in una spesa efficiente per la difesa comune. In questo piano, uno dei progetti ammissibili per il Fondo Europeo per la Difesa rientra nel pacchetto Intelligence, Comunicazioni Sicure e Cyber: consapevolezza situazionale e difesa, consapevolezza situazionale spaziale, capacità di preallarme o capacità di sorveglianza marittima.

È evidente che il concetto di consapevolezza integrata cyber-spaziale rappresenta uno degli elementi chiave della cooperazione tra i membri dell’UE in quest’area.

Il controllo delle esportazioni tecnologiche svolge un ruolo cruciale per le tecnologie spaziali e le relative capacità dual-use. Controllare i sistemi e le strutture cyber e il relativo software è ancora più complesso in un dominio privo di confini fisici.

Conclusioni

Le minacce informatiche nel settore spaziale rappresentano un fenomeno relativamente recente che ha raggiunto una reale consapevolezza nei settori correlati solo negli ultimi decenni. Sebbene gli organismi governativi competenti abbiano monitorato il rischio fin dall’inizio, l’esperienza maturata nella gestione della catena di approvvigionamento e in altri settori sta contribuendo a sviluppare solidi protocolli d’intesa tra privati (specialmente nella nuova economia spaziale) e istituzioni a livello transnazionale.

Il binomio spazio-cyber sta quindi diventando sempre più centrale per la sicurezza nazionale. Le tecnologie sviluppate negli ultimi anni hanno generato enormi progressi scientifici ma anche pericolose competizioni per la supremazia, tanto che questi domini sono diventati strategici e, in qualche modo, strumenti di deterrenza tra gli attori coinvolti.

Lo sviluppo di sensori, crittografia e comunicazioni basati su tecnologie quantistiche rappresenta uno degli aspetti che nel settore spaziale saranno di vitale importanza per la posizione strategica delle nazioni.

Fonti:

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Profilo Autore

Dopo la Laurea in Ingegneria Elettronica al Politecnico di Milano e il Master in Information Technology presso il CEFRIEL, si è occupato di collaudi e prove tecnologiche in vari settori sviluppando al contempo software dedicati per applicazioni OT. A queste attività ha affiancato periodi di ricerca e studio sulle nuove tecnologie applicate a infrastrutture critiche e Structural Health Monitoring approfondendo tematiche di Machine Learning e Cybersecurity applicate a architetture OT/IT. Attualmente è CEO di ETS Sistemi Industriali e di ABtech Innovazioni e Consulenze Tecnologiche oltre che WINS Academy Ambassador for Italy.

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Applicazioni pratiche del modello MindShield nelle infrastrutture strategiche

Questo articolo rappresenta la conclusione di una serie dedicata al modello MindShield, un paradigma innovativo per la sicurezza integrata delle infrastrutture critiche. Nel contenuto che segue, esploreremo le applicazioni pratiche del modello in diversi settori strategici, dall’amministrazione civile all’energia, analizzando casi studio reali come Chernobyl, l’11 settembre e l’incidente di Maroochy. Concluderemo con una panoramica sui risultati, le sfide implementative e gli sviluppi futuri di questo approccio multidisciplinare alla sicurezza.

Tutela delle infrastrutture critiche: le soluzioni del modello MindShield

Il modello MindShield, come già accennato, può essere plasmato per accrescere la sicurezza di un ampio spettro di infrastrutture strategiche, consentendo una gestione più efficiente della prevenzione e delle crisi securitarie. In concreto l’approccio multidisciplinare può avere svariati impieghi e, partendo dalla lista delle macroaree precedentemente individuate si possono enumerare alcuni esempi:

  • Amministrazione Civile: MindShield potrebbe implementare misure di sicurezza informatica per tutelare i dati sensibili dei pubblici uffici. Parimenti, potrebbe assicurare una adeguata e continua formazione del personale in tema di sicurezza e risk assesment. Non da ultimo MindShield potrebbe consentire l’ottimizzazione dei flussi informativi sia interni che esterni, favorendo così un aumento della produttività efficienza ed efficacia degli apparati burocratici.
  • Salute: nel settore sanitario, MindShield potrebbe incrementare la sicurezza sia in accezione fisica che logica, nel primo caso garantendo il corretto funzionamento di apparecchiature, il controllo capillare degli accessi, e pesino prevenendo le aggressioni al personale ospedaliero laddove le proiezioni indichino un alto rischio in tal senso; quanto alla sicurezza logica, come si è già fatto menzione, una ottimale gestione della sicurezza informatica potrebbe prevenire gli attacchi ai sistemi gestionali, anagrafici dei pazienti e alle reti ospedaliere, che continuano a tutt’oggi a provocare ingenti danni economici e disservizi alle strutture e ai cittadini.
  • Trasporti: in questo settore MindShield potrebbe irrobustire sistemi di controllo del traffico e le infrastrutture di trasporto da attacchi informatici, tutelando dati dei passeggeri, transazioni e comunicazioni operative. Inoltre, un modello multidisciplinare potrebbe contribuire a garantire la sicurezza fisica dei passeggeri prevenendo incidenti, malfunzionamenti e guasti attraverso una complessa rete di sensori e l’impiego di tecnologie avanzate come l’AI e IoT. Da ultimo la predisposizione di una solida rete di sicurezza, di sensori, alarmi e strumenti di monitoraggio degli accessi, potrebbe prevenire e scoraggiare attacchi terroristici, atti vandalici ed episodi di criminalità comune a bordo dei mezzi di trasporto.
  • Energia: l’impiego di MindShield potrebbe coadiuvare le infrastrutture critiche di tipo energetico sia nella prevenzione di crimini e attacchi esterni (fisici o logici) che per la mitigazione del rischio di incidenti dovuti a guasti, manomissioni ed errore umano. Ad esempio, questo modello, attraverso la propria capillare rete di monitoraggio in tempo reale potrebbe prevenire o rispondere tempestivamente agli attacchi che mirano a interrompere la fornitura di energia.
  • Informazione, Tecnologia e Comunicazione: in questo campo MindShield potrebbe prestarsi a svariate funzioni, dalla protezione (fisica e logica) delle reti di comunicazione e dei server, alla tutela dei dati sensibili, alla scoperta delle notizie, immagini o video falsi creati attraverso i cosiddetti metodi “deep fake[1].
  • Spazio e Ricerca: MindShield potrebbe proteggere le infrastrutture spaziali e di ricerca, come i telescopi e i satelliti, da attacchi informatici, inoltre un modello come quello oggetto del presente studio, potrebbe salvaguardare l’integrità dei i dati di ricerca da accessi non autorizzati e utilizzi impropri;
  • Finanza: il modello sperimentale presentato si presta alla tutela delle infrastrutture finanziarie, come le reti bancarie e i sistemi di pagamento. In tal senso l’approccio sin qui accennato potrebbe tutelare le reti di questi istituti da attacchi informatici, i dispositivi fisici da clonazione o manipolazione così come dal furto di identità e le frodi finanziarie.
  • Sicurezza Pubblica ed Ordine Legale: l’impiego di un approccio di sicurezza integrata potrebbe incrementare notevolmente efficienza ed efficacia dei sistemi di prevenzione e contrasto al crimine. Innanzitutto, MindShield potrebbe tutelare l’integrità delle reti emergenza e dei sistemi informatici di polizia, corti e istituti penitenziari. Parimenti potrebbe tutelare contro attacchi fisici, e coadiuvare le forze di polizia nella lotta contro fenomeni complessi come la criminalità organizzata, il traffico di persone e di droga, l’immigrazione clandestina, il terrorismo e il fenomeno dei foreign fighters.
  • Acqua e Alimenti: il modello MindShield potrebbe implementare la sicurezza delle reti di distribuzione dell’acqua e dei sistemi di produzione alimentare. Ad esempio, potrebbe prevenire gli attacchi che mirano a contaminare l’approvvigionamento di acqua o cibo, limitare gli sprechi e imporre degli standard più elevati per l’utilizzo di medicinali, pesticidi, ogm etc.
  • Industrie Chimiche e Nucleari: in questo campo altamente sensibile MindShield potrebbe sviluppare una solida rete di sicurezza volta alla prevenzione di incidenti, guasti e dispersione di materiale radioattivo o tossico nell’ambiente. Parimenti tale approccio potrebbe imporre l’adozione di standard minimi di sicurezza, controlli regolari delle emissioni, monitoraggi periodici dello stato di salute delle popolazioni limitrofe. Inoltre, come per le altre tipologie sin qui viste, questo modello potrebbe rafforzare le reti delle singole infrastrutture, tutelandone da attacchi informatici, perdita di dati, frodi, interruzioni di servizio etc.

In conclusione, si è mostrato come questo approccio sperimentale possa prestarsi ad una moltitudine di impieghi, ciascuno volto a garantire non soltanto la sicurezza ma anche il benessere psicofisico della popolazione, rimangono quindi da analizzare brevemente alcuni esempi concreti di incidenti securitari realmente avvenuti, per valutare l’eventuale apporto concreto che MindShield potrebbe offrire per la prevenzione, mitigazione del rischio o risposta precoce all’incidente.

Applicazione del modello MindShield a casi reali

In questo paragrafo conclusivo si analizzeranno tre casi di attualità o della storia recente che mostrano se e come il modello sperimentale proposto possa prevenire, monitorare o minimizzare le esternalità negative prodotte da tali tipologie di eventi.

Il primo caso scelto è quello del disastro di Cernobyl. Incidente che non necessità presentazioni, e che per la propria drammaticità ha impattato negativamente su una fascia ampissima di popolazione europea.

Come sappiamo tale centrale nucleare non è l’unica in presente sul suolo europeo, bensì, secondo uno studio promosso da EUROSTAT[2], nel 2020 le centrali nucleari erano presenti in quattordici Stati europei, mentre i reattori attivi erano 109 distribuiti in tredici stati. Orbene è di tutta evidenza come la questione non possa limitarsi ad una triste pagina della storia del vecchio continente, e ciò diventa ancor più chiaro se pensiamo alle continue minacce che alcune delle centrali nucleari d’Europa subiscono in presente[3].

A prescindere dal singolo contesto, che non necessariamente deve essere uno bellico[4], è innegabile che ci si trova di fronte a minacce da non sottovalutare. Il modello proposto in questo lavoro di ricerca potrebbe quindi coadiuvare il lavoro delle agenzie specializzate nello studio e nella rilevazione delle centrali atomiche. Partendo proprio dall’incidente del 1986, tralasciando la conoscenza e l’evoluzione tecnologica odierna, non disponibili all’epoca, non si può fare a meno di considerare che nella gestione di tale incidente hanno assunto un ruolo drammatico alcune scelte ed errori umani.

Ciò che MindShield potrebbe fare in tal senso, al di là della predisposizione di una capillare rete di sensori, rilevatori e controlli fisici degli impianti, sarebbe l’impiego della cooperazione transnazionale per coadiuvare il complesso processo decisionale, non solamente in caso di crisi ma soprattutto nella prevenzione di tali incidenti.

Ciò potrebbe avvenire, difatti, attraverso un meccanismo di confronto tra Stati ed esperti nel settore. In effetti, come abbiamo visto, non sempre è possibile anticipare o prevenire gli incidenti securitari, semplicemente perché in alcuni casi, come quello accaduto in Giappone nel 2011 il fattore di rischio è la natura stessa che, ad oggi non siamo in grado di contenere nelle proprie manifestazioni più violente.

Tuttavia, è innegabile che, la presenza di un tavolo di crisi transnazionale potrebbe mitigare drasticamente il rischio e le conseguenze degli incidenti securitari, contenendo quanto meno le perdite umane, economiche e riducendone l’impatto ambientale.

Il secondo esempio è l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. Altro incidente securitario che ha cambiato drasticamente il nostro modo di vivere, di intendere la sicurezza, ed infine la vita di migliaia di persone in tutto il mondo.

Potrebbe sembrare piuttosto improduttivo, sennonché inopportuno, un ragionamento a posteriori valutando “cosa sarebbe successo se…”, e non è questo lo scopo della presente indagine. Qui ci si propone piuttosto di valutare come il modello sperimentale sin qui delineato può evitare che simili tragedie possano riaccadere.

La domanda potrebbe quasi sembrare retorica a oltre vent’anni dal 11/01, se non fosse che gli attacchi terroristici hanno continuato e continuano a colpire il cuore delle nazioni nei loro punti più sensibili: le popolazioni civili[5].

Cosa può fare MindShiled dunque in questi casi, sempre più frequenti e inafferrabili? Come si è più volte chiarito non è sempre possibile impedire che gli incidenti avvengano, tuttavia, vi sono alcuni accorgimenti e misure che potrebbero ridurre l’incidenza di tali avvenimenti, primo fra tutti è un monitoraggio capillare dei soggetti e degli ambienti a forte rischio di radicalizzazione (di qualunque natura, politica, religiosa, ideologica etc.)[6], lo sviluppo di una rete informativa globale ad esempio potrebbe consentire non solo di individuare i soggetti pericolosi ma altresì di seguirne gli spostamenti laddove essi siano transfrontalieri e persino transcontinentali.

Chiaramente per il monitoraggio ci si potrebbe avvalere di tutta la tecnologia sin qui menzionata, come ad esempio i sistemi di videosorveglianza con riconoscimento facciale in tempo reale ed eventuale segnalazione dei soggetti riconosciuti quali ricercati nei database di pubblica sicurezza dei vari stati. Fantascienza? Se prendiamo ad esempio alcune realtà come Singapore possiamo concludere che i passi in tale direzione siano già stati mossi[7].

Non solo, il tracciamento potrebbe essere ancor più fruttuoso qualora, con i dovuti accorgimenti, venissero tracciati i flussi finanziari, in questo caso si potrebbe svolgere un ruolo importante anche nel contrasto di organizzazioni dedite a varie e persistenti forme di criminalità nazionale o transnazionale.

Difatti, pur risultando sempre più frequente l’impego di “lupi solitari” da parte delle organizzazioni terroristiche è innegabile che alla base delle organizzazioni stesse vi sia generalmente una copiosa fonte di finanziamento da parte di sostenitori e simpatizzanti e, se crediamo nell’equazione “segui i soldi e troverai la mafia”, coniata già nel lontano 1982 da Giovanni Falcone[8], allora si può concludere che un monitoraggio più capillare e coordinato a livello sovranazionale potrebbe quanto meno arginare anche l’incidenza di tali fenomeni.

Il terzo incidente a cui si accennerà brevemente, e il meno noto dei tre, è un incidente avvenuto all’inizio degli anni 2000 nella contea di Maroochy, in Australia. L’incidente ha visto come protagonista un ex impiegato, che lavorava come supervisore in una stazione per il trattamento delle acque fognarie, il quale, dopo essersi dimesso è riuscito a manipolare il sistema informatico SCADA, che gestiva il funzionamento delle pompe (e del quale aveva le credenziali), provocando una serie di incidenti, guasti e malfunzionamenti, che in fine si sono conclusi con il riversamento di 264 galloni di acque reflue nell’ambiente tra cui il fiume e i parchi locali, e zone residenziali[9].

Un incidente pionieristico per l’epoca proprio per le proprie modalità attuative e per l’essere stato eseguito da un soggetto che dall’interno ha colpito l’impianto. Dati gli oltre vent’anni che ci separano dall’incidente e potremmo essere tentati di pensare che incidenti del genere siano meno plausibili sia per l’avanzamento dei sistemi di controllo e monitoraggio che per la sofisticatezza degli impianti moderni, eppure, gli attacchi informatici e in particolare gli attacchi di tipo ransomware – che hanno come scopo quello di bloccare i file presenti in un dispositivo per poi offrirsi di sbloccarli in cambio di un riscatto – stanno diventando sempre più presenti e nocivi.

In tal senso possiamo notare che, secondo i dati riportati dalla Dashboard di ramsomfeed.it, un progetto italiano per il monitoraggio degli attacchi ransomware, gli attacchi rivendicati solo in Italia dall’inizio del 2023 sarebbero 301[10].

È interessante notare che la piattaforma ha compiuto un prezioso lavoro di ricostruzione degli attacchi rivendicati, tuttavia, un progetto come MindShield potrebbe acquisire ed elaborare tali dati con maggiore consapevolezza partendo dalle rilevazioni compiute da organismi statali a ciò preposti.

Inoltre, è indubbio che un rafforzamento e allineamento delle misure di sicurezza globali potrebbe consentire la mitigazione delle vulnerabilità, la creazione di reti sicure e il contrasto delle organizzazioni criminali dedite a tali tipologie di attacchi. Ciò sarebbe possibile non solo grazie alla cooperazione tra la cabina di regia sovranazionale e quelle territoriali ma altresì tra le forze di pubblica sicurezza degli Stati, le quali potrebbero utilizzare i Dipartimenti nazionali come sede di dialogo e cooperazione in ambito giudiziario ottenendo così lo smantellamento di organizzazioni criminali con basi all’estero che colpiscono il proprio Territorio Nazionale.

In questo paragrafo si è solo accennato ad alcuni potenziali impieghi di MindShield partendo da casi realmente accaduti. Pur nella sinteticità che questa sede impone si è dato conto di come esso possa incrementare la sicurezza e il benessere di Stati e popolazioni in svariati contesti. Ci si auspica dunque che la progettazione in tema di sicurezza possa in futuro essere più inclusiva e meno frammentaria, che possa portare a una reale cooperazione tra stati e tra soggetti pubblici e privati. Un simile approccio potrebbe risultare non solamente efficace nel prevenire e mitigare le minacce securitarie ma anche nel diminuire i costi della sicurezza e della mancata sicurezza.

Sintesi dei risultati: obiettivi e scoperte del progetto MindShield

Il presente progetto di ricerca si è dato come obiettivo quello della progettazione di un modello maggiormente rispondente alle esigenze di sicurezza delle infrastrutture critiche e dei servizi pubblici essenziali. Si è quindi partiti delineando alcuni concetti teorici, tra cui cosa si intendesse per sicurezza e quali fossero le infrastrutture critiche e i servizi pubblici considerati. Si è quindi proseguito cercando di chiarire a cosa corrispondessero in questo ambito le terminologie come minacce, vulnerabilità, rischio e mostrandone, seppur brevemente le interazioni.

Successivamente si è mostrata l’articolazione del modello MindShield e le proprie componenti: umana, di ricerca, tecnologica e di innovazione, legislativa, di cooperazione internazionale e di collaborazione Stato – Privati. Si è inoltre sottolineato che ognuna di esse ricopre un ruolo determinate nella creazione di una rete securitaria più solida ed efficiente. Si è dunque affrontato il tema della rilevazione e mitigazione delle minacce, mostrando l’importanza di un e approccio metodologico fondato sulla rilevazione dei dati, l’analisi delle tendenze e la progettazione di piani di prevenzione “sartoriali”.

Il lavoro di ricerca è quindi proseguito passando in rassegna gli strumenti attualmente applicabili alla sicurezza cercando di rappresentarli in un’accezione critica e interrogandosi su quali siano gli approcci più rispondenti a esigenze scientifiche, etiche, giuridiche, politiche e sociali. Chiedendosi quindi a quale prezzo si possa o debba incrementare la sicurezza e quali siano i contrappesi di tali scelte.

Si è quindi illustrato il meccanismo di integrazione fra i differenti livelli di MindShield, dimostrando l’importanza di un approccio multidisciplinare e definendo il modello di “sicurezza a strati”, che prevede una stratificazione delle singole componenti e la loro applicazione sinergica. Si sono offerti esempi di alcune realtà virtuose seppur limitate nel loro ambito applicativo e in fine delineati i rischi di un approccio eccessivamente frammentato e settoriale nell’ambito della sicurezza auspicando la creazione di team di esperti trasversalmente competenti di differenti settori.

In seguito, si è delineato un meccanismo ipotetico di cooperazione internazionale in ambito securitario, mediante la previsione di una cabina di regia a livello globale, con specifiche funzioni sia in tema di ricerca scientifica, di monitoraggio, di armonizzazione legislativa e di gestione delle emergenze. Accanto alla cabina di regia sovranazionale si è ipotizzata una struttura nazionale per la raccolta e il monitoraggio dei flussi informativi interni, per l’interpretazione dei bisogni del territorio, il raccordo tra esigenze nazionali e progettazione sovranazionale, la cooperazione transfrontaliera sia in tema di sicurezza che giudiziaria.

Nell’ultimo capitolo si è dimostrato il potenziale del modello MindShield nelle differenti aree delle infrastrutture critiche e dei servizi pubblici essenziali, e in particolare si è esemplificato il proprio impiego nelle aree del: Amministrazione Civile, Salute, Trasporti, Energia, Informazione, Tecnologia e Comunicazione, Spazio e Ricerca, Finanza, Sicurezza Pubblica ed Ordine Legale, Acqua e Alimenti, Industrie Chimiche e Nucleari. In fine si sono passati in rassegna tre incidenti securitari della storia recente rispetto ai quali si è dimostrato concretamente come il modello sperimentale proposto possa prevenire, monitorare o minimizzare le esternalità negative prodotte da tali tipologie di eventi.

Sfide e limitazioni nell’implementazione di MindShield

Come si è già avuto modo di chiarire tale modello non è esente da sfide e limitazioni. Difatti, pur essendo un progetto che potrebbe concretamente incrementare la sicurezza globale deve fare i conti con alcune criticità.

Quanto alle sfide è evidente che quella più rilevante, soprattutto in un contesto geopolitico sempre più teso, risiede nella creazione di una rete di cooperazione globale per la sicurezza. Difatti, mentre per l’implementazione tecnologica, il monitoraggio e persino l’armonizzazione legislativa alcuni passi si sono già mossi, per implementare una simile rete cooperativa si dovrebbero impiegare risorse e introdurre soluzioni diplomatiche molto complesse.

Altre sfide rilevanti sarebbero in termini di risorse umane ma soprattutto finanziarie da destinare a un incremento nei sistemi di sicurezza nazionale e globale non di tipo bellico; in termini di tutela dei principi fondamentali degli individui tra cui la tutela della propria sfera privata dall’ingestione statale, la potenziale manipolazione di dati e legislazione in nome di un asserito bisogno di sicurezza e la lista potrebbe continuare.

Tuttavia, come si è già avuto modo di chiarire tale modello non si pone come un modello teorico totalmente avulso dalla realtà e perciò stesso concettualmente inespugnabile. Al contrario, ciò che questo modello sperimentale intende proporre è un percorso, attuabile, pur con le proprie limitazioni e criticità, partendo dai bisogni delle istituzioni e della cittadinanza.

Al netto delle sfide e limitazioni che vi albergano, si ritiene che ove fosse attuato esso comporterebbe innegabili benefici per la vita di ciascuno di noi in termini di efficienza, sicurezza e benessere socioeconomico. Da ultimo si chiarisce che nel corso di questo progetto di ricerca sono stati lasciati volutamente sullo sfondo alcuni dettagli operativi del modello MindShield, da un lato per esigenze di sistematicità e dall’altro per consentire la creazione di soluzioni modulabili. L’unico argomento maggiormente dettagliato è stato quello relativo alla cooperazione internazionale in quanto per la comprensione del modello MindShield si rendeva necessario chiarire quale fosse l’idea di cooperazione internazionale ipotizzata in fase di ideazione del progetto sperimentale.

Possibili sviluppi futuri

Essendo un modello sperimentale non è semplice delineare ad oggi quali possono essere gli sviluppi futuri di MindShield.

Tuttavia, come già chiarito questo modello rappresenta un’occasione di riflessione di quanto è già stato compiuto e quanto ancora da compiere per il raggiungimento di un grado sicurezza più elevato per le infrastrutture critiche e i servizi pubblici essenziali. Inoltre, nel corso della ricerca si è mostrato come vi siano attualmente già in atto una serie di iniziative locali o settoriali promettenti, che potrebbero essere ispirate dal presente progetto per dirigersi verso una maggior coesione e omogeneità della sicurezza a livello globale. In tal senso, il modello MindShield intende creare un tracciato e attirare l’attenzione verso il bisogno di sicurezza avvertito in maniera sempre più impellente da cittadini, istituzioni e imprese.

Per approfondire tutti gli aspetti teorici, metodologici e implementativi di questo paradigma, scarica il white paper completo della Dottoressa Livia Cimpoia dal titolo “MindShield” – un nuovo paradigma di sicurezza integrata per infrastrutture critiche”. Un documento essenziale per professionisti della sicurezza, policy maker e ricercatori interessati all’evoluzione della protezione delle infrastrutture strategiche.

Note:

[1] Per maggiori chiarimenti sul “deep fake” si rimanda a Garante per la protezione dei dati personali (GPDP) (2023). Deepfake – Vademecum: Il falso che ti «ruba» la faccia (e la privacy). [richiamato: 28.12.2023].

[2] EUROSTAT (2022). 25% of EU electricity production from nuclear sources. Eurostat. URL

[3] Cfr. ad esempio le notizie di luglio 2023: Rainews, R. (2023). Mosca e Kiev si accusano a vicenda di voler colpire la centrale nucleare di Energodar. Online: [richiamato: 28.12.2023].; Rainews, R. (2023). Ucraina: l’Aiea conferma, mine vicino alla centrale Zaporizhzhia. La controffensiva è in ritardo. [richiamato: 28.12.2023].; o ancora le notizie di inizio dicembre 2023: RSI Radiotelevisione svizzera (2023). A Zaporizhzhia “vicini all’incidente nucleare” – RSI Radiotelevisione svizzera. [richiamato: 28.12.2023].

[4] Basti pensare all’incidente nucleare avvenuto in Giappone nel 2011 a causa di un maremoto: “Era l’11 marzo del 2011 quando un terremoto di magnitudo 9.1 innescò uno tsunami che si abbatté sulle coste settentrionali del Paese, danneggiando la centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Le vittime furono quasi sedicimila” – cfr. Rainews, R. (2023). Preghiere e polemiche a Fukushima a 12 anni dallo tsunami e dal disastro nucleare. RaiNews.

[5] Limitandoci per esigenze esemplificative a citare solo quelli avvenuti in Europa possiamo rievocare incidenti come: Madrid (2004), Londra (2005), Oslo E Utøya (2011), Parigi (2015), Bruxelles (2016), Nizza (2016), Berlino (2016), Stoccolma (2017), Manchester (2017), Strasburgo (2018), Hanau (2020), Vienna (2020), Bruxelles (2023), cfr. SKY Tg24, R. (2023). Allarme terrorismo, quali sono gli attentati più gravi in Europa degli ultimi 20 anni. Sky TG24. URL;

[6] Per le differenti sfaccettature ed accezioni di terrorismo si rimanda a Horgan, J. (2015). Psicologia del terrorismo: Edra Masson.

[7] Agenzia ANSA (2023). Imbarchi senza passaporto all’aeroporto di Singapore dal 2024 – Asia – Ansa.it. [richiamato: 28.12.2023].

[8] Cfr. Galullo, R. e A. Mincuzzi (2022). Segui i soldi, troverai la mafia: un podcast racconta come il «metodo Falcone» fa scuola. Il Sole 24 ORE.

[9] Sayfayn, N. e S. Madnick (2017). Cybersafety Analysis of the Maroochy Shire Sewage Spill. MIT Management Sloan School, Cybersecurity Interdisciplinary Systems Laboratory (CISL).

[10] Cfr. Ransomfeed. ultima consultazione al 28.12.2023

Profilo Autore

Laureata in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano, si è specializzata con il massimo dei voti in Scienze Forensi presso l’Università La Sapienza di Roma, con focus su sicurezza globale, infrastrutture critiche e crimini contro categorie vulnerabili.
Ha acquisito esperienza nella pubblica amministrazione attraverso il Servizio Civile Nazionale e lavorando per diverse amministrazioni pubbliche, occupandosi di contabilità pubblica, servizi sociali e servizio pubblico nei Ministeri degli Interni e della Giustizia.
Attualmente è funzionaria presso il Ministero della Giustizia, in servizio al Tribunale di Milano – XII Sezione Civile, dove si occupa di diritto dell’immigrazione, protezione internazionale e diritto di soggiorno.
Ha partecipato a formazioni di eccellenza organizzate dalla Scuola Nazionale della Magistratura, dal Ministero della Giustizia e dall’Agenzia Europea per l’Asilo (EUAA), acquisendo competenze nella valutazione delle domande di Protezione Internazionale e nella produzione di Report COI.
In conclusione del tirocinio forense, mentre si prepara a conseguire il titolo di avvocato, sta perseguendo una seconda laurea magistrale in psicologia del lavoro e delle organizzazioni.

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Pornografia non consensuale e revenge porn

Questo articolo fa parte di una serie in cui Marta Zeroni analizza il tema della sovraesposizione e controllo dei dati digitali nel mondo contemporaneo. In particolare, l’articolo seguente si focalizza sul tema della pornografia non consensuale e sul fenomeno del revenge porn. L’articolo sottolinea l’importanza di utilizzare la terminologia corretta per evitare una narrazione fuorviante del fenomeno e analizza le problematiche legate alla sua diffusione e al difficile controllo dei contenuti online, evidenziando le gravi conseguenze psicologiche e sociali per le vittime.

Se in tema di sharenting e tutela dei minori online si lamenta talora un vuoto normativo [1], lo stesso non può dirsi per la questione della diffusione di contenuti sessualmente espliciti senza il consenso degli interessati, entrata nel Codice Penale (tra i delitti contro la libertà morale) con il cosiddetto pacchetto di norme “Codice Rosso” del 2019.

Revenge porn e pornografia non consensuale: le differenze terminologiche

Nel linguaggio comune, per far riferimento al reato dell’art. 612-ter, si parla in genere indiscriminatamente di “revenge porn[2]. Ma su tale terminologia è bene sin da ora fare chiarezza: tenendo conto della rubrìca della norma (“Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”), sarebbe forse più corretto preferire “pornografia non consensuale”[3]; mentre gran parte della letteratura scientifica adotta la locuzione “condivisione non consensuale di materiale intimo” (IBSA, Image-Based Sexual Abuse) [4].

Revenge porn costituisce infatti solo un sottoinsieme delle ben più numerose e sfaccettate condotte lesive della riservatezza sessuale di cui alla norma del 2019, e pertanto il suo utilizzo come termine “ombrello” rischia di favorire una narrazione parziale e ingannevole del fenomeno.

Revenge porn: una terminologia fuorviante per la diffusione illecita di immagini

In primis, la semantica sembra suggerire l’esistenza e la rilevanza di un presunto torto perpetrato ab origine da parte della vittima [5]; pone, in altre parole, l’accento sulla causa (penalmente irrilevante) della condotta anziché sulla condotta stessa [6].

Trattasi invero di un’atipicità lessicale rispetto alla quale non sovvengono termini di paragone in ambito criminologico se non, forse, quello dell’espressione “delitto d’onore”. Non sempre, peraltro, la “vendetta” sussiste: nel sondaggio della Cyber Civil Rights Initiative del 2017, il 79% di coloro che avevano condiviso pornografia non consensuale ha dichiarato di non considerare tra le proprie motivazioni la volontà di danneggiare la vittima [7].

Pornografia non consensuale aggravata dal mezzo informatico e responsabilità legali

In secondo luogo, contestualizzare in tal modo il reato significherebbe ridurlo, almeno nella percezione comune, a una dimensione monotematica e quasi esclusivamente interna alla relazione di coppia [8], privando di attenzione quanto esuli da tale narrativa e, d’altro canto, disconoscendo il ruolo cruciale che in tale reato possono giocare, a vario titolo, soggetti privi di relazione con la vittima in particolare nella (più comune) forma di pornografia non consensuale aggravata dal mezzo informatico [9].

La distinzione tra dolo generico e dolo specifico

Giuridicamente, tuttavia, non è neppure corretto affermare che il contesto ed il fine che sorreggono le condotte in parola non rilevino, giacché, al netto delle aggravanti, la fattispecie di cui all’art. 612-ter è strutturata in due ipotesi, sanzionate nella stessa misura ma richiedenti due diverse valutazioni dell’elemento soggettivo in capo all’agente.

Nella circostanza delineata dal primo comma – “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito…” – dovrà essere accertato il solo dolo generico, ossia la coscienza e volontà degli elementi del fatto tipico, a nulla rilevando qualunque ulteriore elemento che possa informare e direzionare l’agente verso un determinato fine od obiettivo (ad esempio la revenge, considerata come finalità anziché come causa).

Il secondo comma si riferisce invece ai “distributori successivi”, che pur non coinvolti in prima persona nella realizzazione o nella sottrazione dei contenuti ne siano venuti altrimenti in possesso, ad esempio avendoli reperiti online od ottenuti da altri (tra cui il soggetto del primo comma).

La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recar loro nocumento.

Costoro sarebbero pertanto punibili ai sensi dell’art. 612-ter comma 2 esclusivamente nella misura in cui possa essere accertato il dolo specifico, ravvisandosi la finalità di arrecare danno alla persona rappresentata nelle foto o nei video [10].

Si è già avuto modo di accennare che la maggior parte dei casi di pornografia non consensuale avviene per scopi anche molto diversi dal quella di procurare detrimento alla vittima.

Si consideri, a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo: lo scambio di immagini all’interno di un gruppo di amici, per scherzo o per fare sfoggio del partner; la minaccia della diffusione per estorcere alla vittima determinati comportamenti o altri contenuti intimi; la pubblicazione su determinate piattaforme per conseguire un vantaggio economico dalle visualizzazioni [11].

Peraltro, nella maggior parte dei casi il materiale oggetto di diffusione non è raccolto o sottratto dal diffusore, ma ricevuto da questi direttamente dalla stessa vittima [12].

Alla luce di quanto sopra, risulta tutto sommato giustificato il timore che una serie di condotte tutt’altro che rare [13] rimangano escluse dal raggio di tutela dell’art. 612-ter. Ci si chiede, ad esempio, se così formulata tale norma avrebbe potuto essere di qualche aiuto nel noto caso Cantone – che pure ne ha ispirato in modo decisivo l’adozione [14] – tenuto conto della ricostruzione secondo la quale le immagini sarebbero state inviate ai diffusori direttamente dalla vittima [15].

“Devastating impact”: i danni psicologici e reputazionali per le vittime di pornografia non consensuale

La vicenda Cantone ci insegna come siano proprio le attività degli ulteriori distributori – a prescindere da qualunque valutazione sull’elemento soggettivo – a determinare la viralità dei contenuti e di conseguenza l’impatto sulla vittima in termini di danno morale (reputazionale e psicologico).

Senza alcuna pretesa di esaustività, si richiama il report reso al Parlamento Australiano dall’organizzazione no-profit Sexual Assault Support Service, che parla di devastating impact, prospettando, tra l’altro, cambiamenti del comportamento, ritiro dalle interazioni e dalle relazioni sociali, possibili danni reputazionali nella sfera sociale e lavorativa. Un’analisi della letteratura sulle banche dati cliniche internazionali nel periodo 2016-2021 ha inoltre evidenziato conseguenze severe sulla salute mentale, con insorgenza di ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico [16].

Tra le vittime sarebbe inoltre piuttosto comune l’ideazione suicida [17], come ormai tristemente noto dalla cronaca – si suicidarono la già citata Tiziana Cantone [18] ma anche Belén San Román [19], e molti sono i tentativi [20].

Doxxing: l’aggravante della diffusione di informazioni personali

Non è raro peraltro che contestualmente al materiale intimo vengano diffuse anche le informazioni personali della vittima – tra cui nome e cognome, recapiti, riferimenti social, talvolta persino indirizzo e luogo di lavoro. È la pratica chiamata doxxing, che, com’è ovvio, comporta conseguenze esponenzialmente più concrete, e non solo reputazionali e psicologiche, potendo esporre la vittima ad ulteriori reati quali atti persecutori, violenza sessuale e molestie [21].

La dottrina ha correttamente parlato di “irrimediabilità del danno” conseguente alla diffusione dei materiali [22]. Basti pensare che, nel 2022, per ben due volte un video esplicito di Cantone è ricomparso online, persino dopo la faticosa opera di rimozione commissionata dalla madre della vittima ad una società specializzata [23].

Rimuovere tali contenuti, infatti, è tutt’altro che semplice, e spesso gli strumenti previsti dalle norme vengono in aiuto solo parzialmente.

Intervento del Garante per la protezione dei dati: l’articolo 144-bis

Nel 2021, il decreto-legge n. 139 ha introdotto l’art. 144-bis con il quale i poteri del Garante per la protezione dei dati si sono allargati sino a ricomprendere anche la tutela delle vittime della pornografia non consensuale. Si noti, però, che le casistiche aventi rilevanza per il Garante divergono da quelli disciplinati dal Codice Penale, configurandosi così una sorta di divaricazione tra le fattispecie.

Per un verso la tutela della vittima risulta ampliata rispetto al perimetro dell’art. 612-ter, a cui l’art. 144-bis non a caso neppure fa riferimento: evidentemente la valutazione penalistica dell’elemento soggettivo non rileva nel caso in parola.

Inoltre, l’intervento del Garante può essere richiesto non solo per foto e video (oggetto dell’art. 612-ter), ma più in generale per qualsiasi “documento informatico a contenuto sessualmente esplicito”, comprese le registrazioni audio; l’interessato può altresì attivare la segnalazione anche in caso di “pericolo”, qualora abbia fondato motivo di ritenere che i contenuti espliciti che lo riguardano possano essere disseminati senza il suo consenso.

Comprensibilmente, la segnalazione può essere inoltrata solo con riferimento alla diffusione (effettiva o temuta) sulle piattaforme digitali, rispetto alle quali il Garante vanta già una fisiologica competenza e familiarità in forza della normativa sulla protezione dei dati.

I limiti dell’art. 144-bis, così come quelli di qualsiasi forma di tutela – pubblica o privata –, sono soprattutto di ordine operativo.

Nelle 48 ore di tempo a disposizione del Garante per attivarsi a fronte della segnalazione – o nel breve lasso di tempo che dovrebbe impiegare la polizia giudiziaria per riferire al p.m. la notitia criminis dell’art. 612-ter [24] – un contenuto online può essere replicato, raccolto da algoritmi di web scraping e ripubblicato altrove, raccolto e riproposto da aggregatori di contenuti, modificato e riadattato, anche ma anche salvato offline, scambiato tra singoli utenti, inoltrato in gruppi più o meno ristretti di utenti, e così via, fino a diventare – nel peggiore dei casi – virale [25].

Tecnologie di prevenzione: funzione di hash e collaborazioni con le piattaforme

Per far fronte a simili dinamiche, il Garante ricorre allo strumento della funzione di hash, in collaborazione con Meta. Quest’ultima già nel 2019, in collaborazione con l’associazione di promozione sociale Permesso Negato, aveva avviato il programma di supporto alle vittime Not Without My Consent basato sulla medesima tecnologia.

Per l’immagine di cui si desidera bloccare la diffusione – che, si specifica, deve essere fornita dal segnalante a Meta o al Garante – viene calcolato il codice di hash, una stringa di caratteri univoca basata sul contenuto informativo dell’immagine stessa, successivamente raffrontato con gli hash esistenti nel database della piattaforma, cercando l’eventuale match.

Della stessa procedura si avvale StopNCII.org, partner di Permesso Negato. Il portale, gestito dalla non-profit Revenge Porn Helpline, condivide il codice univoco con le piattaforme con le quali collabora – tra cui Meta, MindGeek [26], Reddit, Only Fans e TikTok – al fine di assicurare un monitoraggio costante online, anche in ottica di prevenzione[27].

Questo metodo, tuttavia, non è privo di punti deboli: data la stretta correlazione tra la funzione di hash ed il contenuto informativo dell’immagine a cui si riferisce, è sufficiente una piccola modifica dell’immagine stessa (il semplice ritaglio, la modifica della risoluzione o l’applicazione di un filtro) per modificarne il codice, impedendo di trovare la corrispondenza all’interno del database di riferimento.

Inoltre le piattaforme social o quelle dedicate allo sharing sono solo una parte del problema.

Il ruolo problematico di Telegram nella diffusione della pornografia non consensuale

I dati pubblicati annualmente da Permesso Negato a partire dal 2020 mostrano un’escalation dell’utilizzo di gruppi e canali Telegram per la condivisione di materiale pornografico (e talora pedopornografico) non consensuale.

In particolare, nel contesto dell’attività dell’associazione vengono monitorati 147 gruppi e canali, all’interno dei quali nel 2023 risultano attivi più di 16 milioni di utenti non unici [28] che hanno condiviso più di 6 milioni di contenuti.

Il largo utilizzo di Telegram per finalità simili è stato rilevato da più parti [29] ed è presto spiegato.

In primis, l’utente può iscriversi in modo totalmente anonimo, senza dover conferire neppure il numero di cellulare. Telegram, inoltre, permette la creazione di gruppi fino a 100.000 utenti e di canali di trasmissione che possono essere gestiti da bot, rendendo così ancor più complicata l’identificazione del divulgatore.

Nei gruppi vengono condivise immagini, video o link ad altre piattaforme, oppure gli utenti si propongono per scambiare materiale, magari avviando la modalità di conversazione segreta – non disponibile per gruppi e canali – che protegge i due utenti mediante crittografia end-to-end. Infine, l’azienda, con sede negli Emirati Arabi, rifiuta sistematicamente di collaborare con istituzioni e forze dell’ordine per rimuovere contenuti illegali (non solo strettamente legati al c.d. revenge porn).

Il diritto all’oblio

Nel panorama brevemente descritto, l’eradicazione di ogni singola occorrenza di pornografia non consensuale disseminata online risulta un’impresa titanica, simile al tentativo di tagliare le teste di un’idra. Esercitare efficacemente il diritto all’oblio, alla prova dei fatti, è quasi impraticabile – nonostante la collaborazione più o meno fattiva delle maggiori piattaforme –, e la più basilare ed essenziale pretesa di controllo dei dati personali da parte della vittima è un concetto puramente teorico.

Internet never forgets è un mito che è stato sfatato soltanto in parte [30]. Almeno in determinate fattispecie, l’offensività nella sua dimensione online può diventare un fatto permanente, irreparabile, dagli impatti sin troppo concreti.

Il prossimo articolo esplorerà il fenomeno della sovraesposizione online da una prospettiva diversa, concentrandosi su coloro che sfruttano proattivamente la natura iper-pubblica delle informazioni per scopi specifici. L’articolo esaminerà come le tecniche dell’Open Source Intelligence (OSINT) vengano applicate. Per approfondire ulteriormente questo tema cruciale, vi invitiamo a scaricare il white paper di Marta Zeroni “Sovraesposizione e controllo sui dati personali nell’ecosistema informativo online” che fornisce un’analisi dettagliata sull’argomento.

Note:

[1] LAVORGNA A., TARTINI M., op. cit., p. 69. Nell’ambito dei social media le autrici auspicano l’adozione di strumenti di tutela e di forme di autoregolamentazione analoghi alla Carta di Treviso, messa a punto nel 1990 e poi rivista nel 2006 e nel 2021 dall’Ordine dei Giornalisti.

[2] Secondo Caletti, il neologismo potrebbe essere stato codificato per la prima volta nel 2007 da parte degli utenti contributor del dizionario online Urban Dictionary, in risposta al crescente successo di piattaforme dedicate al revenge porn. CALETTI G. M., “Revenge porn” e tutela penale. Prime riflessioni sulla criminalizzazione specifica della pornografia non consensuale in Diritto Penale Contemporaneo, 3, 2018, p. 69.

[3] CALETTI G. M., op. cit., 2018, p. 73.

[4] MCGLYNN C., RACKLEY E., Image-Based Sexual Abuse in Oxford Journal of Legal Studies, 3, 2017, p. 544.

[5] TORRISI C., Perché non dovremmo chiamarlo “revenge porn” (Valigia Blu) ultimo accesso il 9 febbraio 2024. A proposito di victim blaming, McGlynn e Rackley ritengono che anche il riferimento alla pornografia possa suggerire del biasimo (motivo per cui ritengono preferibile la terminologia “abuso sessuale basato sulle immagini”)

MCGLYNN C., RACKLEY E., ibidem. Sul tema pone l’attenzione anche il Sexual Assault Support Service, chiamato a prendere un parere dal Parlamento Australiano: “It is common for victims of sexual offences and domestic abuse to be blamed or seen as culpable for what has happened to them. This is very true for victims of revenge porn.”: LEGAL AND CONSTITUTIONAL AFFAIRS REFERENCES COMMITTEE, Phenomenon Colloquially Referred to as ‘Revenge Porn’ (Commonwealth of Australia) ultimo accesso in data 13 febbraio 2023.

[6] CALETTI G. M., ibidem.

[7] GONZALES M., Nonconsensual Porn: A Common Offense (Cyber Civil Rights Initiative). Ultimo accesso il 10 febbraio 2024.

[8] È bene ricordare, in ogni caso, che la relazione affettiva con la vittima costituisce un’aggravante del reato ai sensi dell’art. 612-ter comma 3 (revenge porn in senso stretto).

[9] Evidente il reato può realizzarsi – e si è realizzato, ante litteram – anche in assenza del mezzo informatico di cui al comma 3. In merito, si noti che la Cassazione penale, Sez. III, n. 4386 del 13/02/2019 ha escluso l’aggravante del mezzo informatico in un caso di diffusione di pornografia non consensuale via MMS da un telefono cellulare non connesso ad internet e ad un numero limitato di destinatari; così anche nel caso della pubblicazione su sito web non accessibile al pubblico (Cassazione penale, Sez. III, n. 12425 del 14/03/2013).

[10] La normativa italiana non è l’unica a prevedere il dolo specifico; così anche la legislazione inglese, che richiede quale elemento costitutivo del reato la volontà dell’agente di causare distress o imbarazzo alla vittima. Revenge Porn (GOV.UK). Ultimo accesso in data 13 febbraio 2023.

[11] CALETTI, op. cit., 2018, p. 71.

[12] È il caso di foto o video self-taken inviati con strumenti di messagistica istantanea (c.d. sexting). Lovers Beware: Scorned Exes May Share Intimate Data and Images Online (Business Wire). Ultimo accesso in data 14 febbraio 2023.

[13] Per un’analisi campionaria in materia pornografia non consensuale in Italia, si faccia riferimento alla ricerca di Permesso Negato APS, principale associazione per la tutela delle vittime a livello europeo, e di Matteo Flora: Revenge Porn Research | Maggio 2020. Analisi campionaria del fenomeno della pornografia non consensuale e del percepito degli italiani sul tema. (Permesso Negato)
ultimo accesso in data 14 febbraio 2023.

[14] CALETTI G.M., “Revenge porn”. Prime considerazioni in vista dell’introduzione dell’art. 612-ter c.p.: una fattispecie “esemplare”, ma davvero efficace? (Diritto Penale Contemporaneo). Ultimo accesso in data 13 febbraio 2023.

[15] Non è del tutto chiaro, in ogni caso, quale sia stata l’effettiva volontarietà della diffusione dei video da parte di Cantone: FACCI F., Storia di Tiziana Cantone (Il Post). Ultimo accesso in data 14 febbraio 2023.

[16] VERONICA V., DI GIACOMO D., Implicazioni psicologiche del fenomeno del revenge porn: prospettive cliniche in Rivista di Psichiatria, 57, 2022, p. 14-16.

[17] ANKEL S., Many revenge porn victims consider suicide – why aren’t schools doing more to stop it? (The Guardian). Ultimo accesso in data 14 febbraio 2023.

[18] Il caso di Tiziana Cantone si è chiuso definitivamente nel gennaio 2024, con l’archiviazione del fascicolo per omicidio a carico di ignoti. DEL PORTO D., Tiziana Cantone, fu suicidio: archiviato il fascicolo con l’ipotesi di omicidio (Repubblica)ultimo accesso in data 14 febbraio 2023.

[19] OLIVA L., Ley Belén: quién era la mujer que se suicidó después de que se difundiera material íntimo sin su consentimiento (La Nación) ultimo accesso in data 14 febbraio 2023.

[20] Si riporta il recente caso di una tredicenne di Roma che ha tentato di togliersi la vita dopo che il fidanzato ha diffuso le foto ed i video che lei gli aveva inviato. DE SANTIS G., Roma, tenta il suicidio a 13 anni: inchiesta sul revenge porn (Corriere della Sera) ultimo accesso in data 14 febbraio 2023.

[21] MCGLYNN C., RACKLEY E., op. cit.

[22] Così CALETTI G. M., op. cit. p. 89.

[23] COVIELLO M., Tiziana Cantone, un suo video privato torna online (Vanity Fair Italia) ultimo accesso in data 14 febbraio 2023.

[24] A meno che la notizia appaia manifestamente infondata, l’obbligo di riferire dovrebbe essere immediato (SORGATO A., et al, Revenge porn. Aspetti giuridici, informatici e psicologici. Giuffrè Francis Lefebvre, 2020, pp. 115-116); ciononostante, Permesso Negato ha denunciato, nel suo report annuale 2022, un disinteresse da parte degli inquirenti. Permessonegato.it presenta State of Revenge. Edizione 2022 (Permesso Negato) ultimo accesso il 14 febbraio 2023.

[25] Anche in questo il caso Cantone è stato purtroppo emblematico: i video hanno acquisito una tale viralità da uscire dal circuito dei siti di revenge e diventare un c.d. meme, arrivando a comparire su gadget, oggettistica e canzoni pop. FACCI F., art. cit.

[26] MindGeek è la società proprietaria dei maggiori siti web per adulti.

[27] StopNCII.org ultimo accesso il 14 febbraio 2023.

[28] Il termine “utenti non unici” rappresenta il conteggio di ogni membro all’interno di gruppi monitorati. Un singolo utente può essere contato più di una volta qualora fosse presente all’interno di più gruppi. Il report completo è disponibile sul sito ufficiale dell’associazione. Permesso Negato presenta IBSA 2023 Report (Permesso Negato) ultimo accesso il 15 febbraio 2023.

[29] FONTANA S., Dentro il più grande network italiano di revenge porn, su Telegram (Wired Italia); KRAUS R., Telegram’s massive revenge porn problem has made these women’s lives hell (Mashable) ultimo accesso il 15 febbraio 2023.

[30] DREYER S., Myth #46: The Internet never forgets. (Internet Governance Forum Berlin) ultimo accesso il 15 febbraio 2023.

Profilo Autore

Consulente Privacy e IT Law, auditor, Data Protection Officer e formatrice in materia di protezione dei dati personali e società digitale. Laureata magistrale in giurisprudenza all’Università degli Studi di Padova, con perfezionamento in criminalità informatica e investigazioni digitali alla Statale di Milano e master di secondo livello in Informatica Giuridica presso La Sapienza di Roma.

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Cybersecurity. Fontana (Aruba): “Protezione digitale non è un costo, ma leva di competitività”

Ottobre è il mese europeo della cybersicurezza (ECSM): un appuntamento annuale promosso dall’Agenzia dell’Unione europea per la cibersicurezza (ENISA) e dalla Commissione europea per accrescere la consapevolezza di istituzioni, imprese e cittadini sull’importanza di proteggere i propri dati e le proprie attività in un mondo sempre più connesso. La sfida non è solo respingere gli attacchi informatici, ma sviluppare una vera cultura della fiducia nel digitale: una condizione imprescindibile per alimentare innovazione, resilienza e competitività.

I numeri non lasciano dubbi: nel 2024 gli attacchi informatici sono aumentati del 27,4% a livello globale (3.541 casi rilevati contro i 2.779 dell’anno precedente). In Italia il Rapporto Clusit 2025 segnala una crescita degli incidenti del 15%, di cui l’80% è stato classificato come critico o grave, contro il 50% del 2020.

Dietro queste percentuali ci sono conseguenze concrete: ransomware in grado di bloccare interi sistemi aziendali per giorni, o violazioni di dati sensibili che espongono informazioni personali e finanziarie, minando fiducia e reputazione. Minacce sempre più evolute, come le APT (Advanced Persistent Threat), sfruttano tecniche persistenti e sofisticate, mentre l’uso dell’AI generativa da parte degli attaccanti aumenta la velocità e la scala degli attacchi. In questo scenario, la reattività non basta più: serve un approccio proattivo. Oggi la cybersecurity non è solo difesa, ma un fattore abilitante per le strategie di business. Difese multilivello, architetture zero trust, segmentazione delle reti, protezione end-to-end del cloud e dell’IoT, e processi integrati tra DevOps e SecOps sono strumenti essenziali per garantire innovazione senza compromessi sulla sicurezza.

Esiste, inoltre, un elemento che sta alla base della tecnologia: la fiducia digitale. È ciò che permette a un’organizzazione di operare in modo sicuro-by-design, senza limitarsi a rispondere agli incidenti. I servizi fiduciari sono la chiave di questa fiducia: le firme elettroniche qualificate certificano l’identità e l’integrità dei documenti; i sigilli digitali ne garantiscono l’origine; le marche temporali attestano con certezza il momento delle transazioni; la PEC assicura la consegna tracciabile delle comunicazioni; i certificati di cifratura proteggono i dati sensibili. Tutti strumenti che prevengono la compromissione prima che avvenga, assicurando autenticità, integrità e tracciabilità in ogni interazione e che rappresentano il pilastro fondamentale per gestire anche i documenti più delicati in modo completamente digitale, nel loro ciclo di vita, che può essere molto lungo, senza mai la necessità di materializzarli.

Non si tratta solo di best practice: normative come DORA per il settore finanziario o NIS2 per le infrastrutture critiche richiedono esplicitamente l’adozione di misure di fiducia digitale e sicurezza avanzata.

DORA e NIS2, però, rappresentano molto più di un semplice obbligo regolamentare: spostano l’attenzione dalla risposta all’incidente alla costruzione sistematica della resilienza. Queste normative promuovono un approccio integrato che coinvolge persone, processi, tecnologie e governance, trasformando la sicurezza in un elemento strutturale della gestione aziendale. Implementare una governance trasversale, capace di unire IT, risk management, compliance e business continuity, significa rendere l’organizzazione più consapevole e pronta a gestire eventi critici. Allo stesso modo, mappare i processi essenziali, formare in modo continuo il personale e utilizzare la reportistica come strumento di consapevolezza e guida agli investimenti consente alle imprese di migliorare la propria efficienza e la qualità delle decisioni.

La conformità a DORA e NIS2, dunque, non è un mero adempimento burocratico, ma una leva di competitività che rafforza la reputazione, accelera l’adozione di tecnologie sicure e rende le aziende più affidabili sul mercato globale. L’Italia ha già dato prova di leadership in questo campo, basti pensare alla diffusione della PEC, che sta facendo da apripista in Europa, dimostrando come soluzioni affidabili possano trasformarsi in standard di sistema.

La vera lezione del mese europeo della cybersicurezza è che la protezione digitale non è un costo né un vincolo, ma una leva di competitività. Costruire fiducia digitale significa prevenire attacchi e incidenti, ma anche guadagnare in efficienza, trasparenza e credibilità, un fattore abilitante anche per l’innovazione e la costruzione di partnership solide e sostenibili. Le aziende che investono in infrastrutture sovrane e certificate, che adottano modelli zero trust e integrano servizi fiduciari nei processi quotidiani, si posizionano meglio non solo per resistere agli attacchi, ma per crescere in mercati globali sempre più esigenti. È qui che la fiducia digitale diventa l’elemento imprescindibile: non un accessorio, ma la base stessa della resilienza in un mondo interconnesso.

Per ulteriori dettagli: https://www.aruba.it/cybersecurity.aspx

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Cyber risk: dalla percezione al dato oggettivo. La sfida delle imprese italiane

Il cyber risk è oggi una priorità strategica per ogni azienda. Comprendere e misurare il rischio informatico è il primo passo per trasformarlo in un dato di business. Scopri nell’articolo come HiCompliance di HiSolution aiuta le organizzazioni a gestire la cybersecurity in modo concreto e misurabile.

Negli ultimi anni il panorama delle minacce informatiche ha subito un’accelerazione senza precedenti. Attacchi mirati, campagne di phishing sempre più sofisticate, ransomware capaci di bloccare intere filiere: la cybersecurity non è più una voce accessoria dei budget IT, ma un tema di sopravvivenza aziendale.

Eppure, nonostante l’attenzione crescente, molte organizzazioni italiane vivono una contraddizione: sono consapevoli del rischio, ma faticano a misurarlo. Spesso le discussioni sulla sicurezza si traducono in slide con elenchi di vulnerabilità, in grafici tecnici difficili da comprendere per i non addetti ai lavori, o in budget chiesti “perché serve”, senza un indicatore chiaro di ritorno per il business.

La difficoltà di parlare al management

Un punto critico rimane la comunicazione con il board. Se da un lato i CIO e i CISO conoscono bene le minacce, dall’altro faticano a tradurle in un linguaggio comprensibile per amministratori delegati, CFO e responsabili di funzione.
Il risultato? Un divario culturale che può rallentare decisioni, ridurre gli investimenti necessari o relegare la cybersecurity a “costo tecnico”, anziché a leva strategica per la resilienza aziendale.

In parallelo, normative come la NIS2 e la spinta verso la compliance a framework internazionali (ISO 27001, GDPR, DORA) rendono ancora più urgente la necessità di dimostrare, con dati oggettivi, il livello di esposizione al rischio.

Dal qualitativo al quantitativo

Oggi le aziende non possono più accontentarsi di un approccio qualitativo: “siamo abbastanza protetti” non basta. Serve invece un dato oggettivo, comparabile nel tempo e confrontabile con standard di mercato.
Solo così diventa possibile:

  • dimostrare il reale livello di esposizione a partner, clienti e istituti finanziari;
  • stabilire priorità d’azione e pianificare investimenti mirati;
  • verificare nel tempo se le contromisure adottate stanno davvero riducendo il rischio.

La risposta: HiCompliance

In questo scenario si inserisce HiCompliance, la piattaforma sviluppata da HiSolution per rendere il cyber risk un dato di business, non un problema tecnico.

La logica è semplice ma rivoluzionaria: un indicatore unico di rischio, espresso in percentuale, aggiornato e comprensibile a tutti i livelli aziendali. A partire da un assessment completo della superficie di attacco e da verifiche sull’esposizione esterna (domini, configurazioni, vulnerabilità, dark web), HiCompliance calcola uno score oggettivo e lo accompagna a un piano di remediation guidato e prioritizzato.

Oltre lo strumento: un servizio gestito

HiCompliance non è un software da installare, ma un servizio gestito triennale:

  • monitoraggio continuo della postura di sicurezza;
  • audit e aggiornamenti annuali;
  • supporto consulenziale dei security specialist di HiSolution;
  • moduli opzionali come Incident Response Plan, Penetration Test e Domain Threat Intelligence.

Un approccio pensato per semplificare la vita al CIO e al CISO, offrendo allo stesso tempo al board un linguaggio comune per discutere di sicurezza: un numero chiaro, utile per decidere.

Un cambio di paradigma

In un’epoca in cui i dati sono la moneta del business, la cybersecurity non può più essere percepita come un comparto a sé stante. Con soluzioni come HiCompliance, le aziende hanno finalmente la possibilità di trasformare il rischio in un indicatore tangibile, comunicabile e monitorabile nel tempo.

Non si tratta solo di protezione tecnologica, ma di resilienza strategica: perché meno rischio significa più fiducia, da parte di clienti, partner e istituti finanziari.

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