IA e sicurezza, cambia davvero qualcosa?

L’intelligenza artificiale (IA) rappresenta una delle tecnologie più promettenti e dirompenti dell’epoca attuale. Tuttavia, come ogni grande innovazione, l’IA porta con sé una serie di sfide e rischi che devono essere gestiti con attenzione dai decisori politici e da tutti gli stakeholder interessati.

In questo articolo si approfondirà brevemente come l’IA influisca sui settori tecnologici maggiormente connessi e contigui alla stessa. Rispetto a questi aspetti, si tenterà di chiarire se i mutamenti siano davvero così rivoluzionari come la stampa di opinione – e una percezione diffusa nel corpo sociale – sembrano affermare.

Intelligenza artificiale e AI Act europeo: definizioni e classificazioni

Prima di entrare in medias res, appare utile riflettere brevemente su alcuni aspetti definitori e di classificazione al fine di inquadrare al meglio le argomentazioni successive. E vale la pena partire da un contesto più ampio di quello nazionale, vale a dire quello comunitario.

A questo riguardo, il 13 marzo 2024 il Parlamento europeo ha adottato il Regolamento sull’intelligenza artificiale (AI Act) il quale ha il fine di proteggere i diritti fondamentali e promuovere l’innovazione, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese. Questo Regolamento rappresenta un passo significativo per garantire un’IA affidabile ed etica in tutta l’Unione Europea. La proposta è stata presentata come parte della strategia digitale dell’UE e mira a stabilire un quadro giuridico che promuova l’innovazione senza comprometterne i valori fondamentali.

L’AI Act, in particolare all’art. 3, fornisce una definizione di IA, descrivendola come un “sistema basato su una macchina progettato per funzionare con diversi livelli di autonomia e che può mostrare adattività dopo l’implementazione e che, per obiettivi espliciti o impliciti, deduce, dall’input che riceve, come generare output quali previsioni, contenuti, raccomandazioni o decisioni che possono influenzare ambienti fisici o virtuali”.

Vale qui evidenziare che questa definizione viene puntualmente ripresa dall’art. 2, lett. a) del D.D.L. sull’IA presentato dal Governo italiano[1].

Coerentemente con l’approccio utilizzato dall’Unione europea, questa definizione non solo delinea le caratteristiche tecniche dei sistemi di IA ma pone anche l’accento del loro impatto potenziale sul più generale ecosistema digitale e naturale, evidenziando così la necessità di un approccio normativo rigoroso in materia, che è poi quello che l’AI Act comunitario tenta di applicare.

Tuttavia, questo è un approccio definitorio assai circoscritto e molti altri sono possibili: alcuni considerano l’intelligenza implicata nel termine IA alla stregua di una proprietà dei processi di pensiero e di ragionamento interni, mentre altri si concentrano sul comportamento intelligente, sottolineandone di fatto una caratterizzazione esterna.

Da qui, la simulazione di azione vs. pensiero umano.

In generale, dall’esame della letteratura scientifica può derivare una molteplicità di definizioni, le quali riflettono l’evoluzione delle tecnologie e delle loro applicazioni nel tempo.

A solo titolo esemplificativo, una modalità per categorizzarle può essere suddividerle in base alle definizioni: 1) tecniche; 2) funzionali; 3) etiche e normative.

Mediante le prime, si mettono in evidenza soprattutto le capacità computazionali e gli algoritmi su cui esse si basano. Ad esempio, Russell e Norvig[2] la definiscono come la disciplina che studia come far fare alle macchine ciò che richiede intelligenza umana: “building intelligent entities, machines that can compute how to act effectively and safely in a wide variety of novel situations” (Russell & Norvig, 2020:1).

Le definizioni funzionali si focalizzano, invece, sugli obiettivi e sulle applicazioni pratiche. Secondo Poole e Mackworth[3], questa è la scienza e l’ingegneria che studia “the synthesis and analysis of computational agents that act intelligently” (Poole & Mackworth, 2023:3), ovvero che si occupa di costruire agenti intelligenti che percepiscono il loro ambiente e compiono azioni per massimizzare le probabilità di successo. In quest’ottica, l’ingegnerizzazione dell’IA ha il fine di arrivare a degli “useful artifacts” (ibidem: 4).

Con le definizioni etiche e normative, infine, vengono messi in risalto i diritti umani e le responsabilità etiche degli sviluppatori prima e delle macchine dopo. Da qui, l’elaborazione di una serie innumerevoli di memorandum, di appelli firmati da esponenti di spicco del mondo tecnologico e della società civile, in sedi quali il Vaticano e l’ONU, ai fini di una regolamentazione normativa di questi sistemi. Il rapporto della Commissione Europea sull’IA etica (2019)[4]sottolinea che essa deve servire il bene comune e deve essere progettata tenendo conto dei diritti fondamentali (Commissione Europea, 2019).

Il Regolamento europeo introduce, invece, una classificazione basata sul rischio, articolata in quattro livelli.

1) Rischio inaccettabile: sistemi vietati per il loro potenziale dannoso, come quelli che sfruttano vulnerabilità umane.

2) Rischio elevato: modelli che richiedono di garantire la conformità a requisiti specifici prima della commercializzazione.

3) Rischio limitato: sistemi con obblighi minori, come quelli utilizzati dai chatbot.

4) Rischio minimo: modelli esenti da obblighi normativi, come videogiochi o filtri antispam.

L’obiettivo precipuo per cui l’Unione Europea ha voluto introdurre questa classificazione basata sul risk assessment è garantire un livello uniforme di protezione dei diritti fondamentali per tutti i cittadini comunitari, cercando allo stesso tempo di contemperare il diritto alla privacy con quello all’innovazione nel settore dell’IA.

Dopo aver illustrato alcuni aspetti riconducibili a una definizione funzionale di IA, in quanto più adeguata ai fini di questo breve articolo, basata sul fattore tecnologico, si passerà a una breve disamina critica dei due settori connessi e contigui all’IA: il settore della robotica e quello dell’energia.

L’impatto di queste tecnologie abilitanti sulla cybersecurity costituirà l’oggetto del paragrafo finale.

Il fatto tecnologico

È interessante osservare – anche in base agli esempi citati – come le definizioni tecniche e funzionali siano tipiche del contesto anglosassone a dominanza statunitense. Nella vecchia Europa domina l’approccio etico e normativo; e considerazioni analoghe valgono per l’ONU e la Santa Sede.

Se tuttavia in questi due ultimi casi, per ovvie ragioni, siamo di fronte a uno stato di cose del tutto naturale, comprensibile e ragionevole, desta qualche preoccupazione un’attenzione europea prevalentemente orientata agli aspetti non tecnico/funzionali. Essa denota una disarmante lontananza dal fatto tecnologico – inteso come sviluppo, possesso e tutela delle tecnologie abilitanti, essenziale anche nel contesto dell’IA – e lascia intendere un’accettazione, per il futuro, della situazione attuale in cui il cutting edge dell’Information Technology (IT) e dell’IA vede fondamentalmente come dominus l’alleato USA; tuttavia quest’ultimo è affiancato in tale ambito – e lo sarà sempre di più – anche da attori asiatici, alcuni alleati, come Giappone, Taiwan e India, altri in prospettiva di competizione, come la Cina.

Si insiste sul fatto tecnologico in quanto fattore abilitante di natura strategica. Come già accaduto per l’Information Technology, trascurandolo si resta “a rimorchio” di chi ha, invece, sviluppato le tecnologie principali e necessarie per abilitare nuove applicazioni.

Senza voler ripercorrere, anche solo per sommi capi, la storia dell’IA, è noto che le reti neurali – che ne costituiscono una componente abilitante – sono state definite e concepite decenni fa; ma solo i progressi della microelettronica ne hanno reso possibile la pratica implementazione, ad esempio tramite le GPU di Nvidia. Esse sono frutto della spinta tecnologica dei semiconduttori, come del resto tutta l’IT.

Ciò significa che l’Europa – sino a quando non avrà investito in modo efficace nei semiconduttori di alta e altissima gamma, nonché nelle relative fonderie – rimarrà sempre un passo indietro; anche, inevitabilmente, nella gestione dell’impatto dell’IA sugli aspetti di cyber sicurezza.

Inutile poi illudersi – in assenza di un marcato cambio di passo derivante proprio dal fatto tecnologico – che qualcosa possa cambiare qualora si affermassero le reti neurali cosiddette ibride, ovvero integranti materiale biologico: il Nord America è già leader mondiale nelle biotecnologie e nella farmaceutica, oltre che nell’IA.

I due settori tecnologici maggiormente connessi e contigui

Poiché l’IA è per sua natura trasversale, si può ben sostenere che nessun campo dell’attività umana – e, quindi, nessun settore tecnologico – potrà sfuggire alla sua influenza.

Ve ne sono tuttavia due che meritano un breve approfondimento: il settore della robotica e quello dell’energia.

Una parte significativa delle applicazioni dell’IA sarà collegata al primo dei settori menzionati, per conferire alle varie possibili tipologie di robot – di cui gli umanoidi asimoviani costituiscono solo una parte – l’intelligenza operativa e applicativa necessaria. Però, mentre l’intelligenza umana usa una “piattaforma” biologica eccezionalmente ottimizzata e consuma solo una ventina di watt, le forme di IA sinora sviluppate sono molto più energivore, anzi estremamente energivore: basti pensare che, per alimentare le applicazioni di IA di Microsoft, è stato necessario riattivare uno dei reattori in stand-by della centrale di Three Mile Island (proprio quella del famoso incidente del 1979, evidentemente considerata poi non così pericolosa).

Gli aspetti energetici condizionano l’IA a tal punto che, ad oggi, non è possibile corredare i robot con le implementazioni di IA maggiormente performanti. Avremo quindi, verosimilmente e almeno all’inizio, dei robot non particolarmente intelligenti che avranno bisogno di collegarsi, per le funzioni superiori, a un’IA centralizzata che, per dimensioni, consumi energetici e refrigerazione, potrà disporre di quanto necessario. Tale collegamento sarà certamente wireless e costituirà, pertanto, uno dei principali clienti delle reti wireless e del 6G in arrivo.

Pur senza entrare in dettagli numerici, le esigenze energetiche dell’IA – ma anche di altre applicazioni ad essa correlate e affini, come la blockchain e, in genere, ogni settore dell’IT che necessiti di forme di supercalcolo – sono pertanto davvero elevate; e potranno solo continuare a crescere.

Ciò in misura tanto maggiore quanto più ampio sarà il ricorso a forme di quantum computing che – qualora si dovesse concretizzare secondo le tecnologie ritenute più promettenti, ovvero i superconduttori e gli atomi freddi – avrà richieste di potenza ed energia molto maggiori rispetto a quelle attuali, in ragione della maggiore complessità dei sistemi nonché delle eccezionali performance richieste ai sistemi criogenici e di refrigerazione.

Considerate le esigenze di decarbonizzazione e la necessità di operare nel settore energetico – pena il suicidio economico e geopolitico – quasi certamente, secondo un principio di neutralità tecnologica, si arriverà quindi a reintrodurre l’energia nucleare, incrementare le rinnovabili, usare sistemi di cattura della CO2 e sviluppare reti di distribuzione intelligenti, mentre si continuano ad usare i sistemi tradizionali, che potranno uscire di scena solo lentamente.

I due settori tecnologici considerati, impattati dall’IA come descritto, daranno luogo a un incremento degli aspetti IoT – i robot costituendo oggetti in rete e anche complessi – e del numero delle infrastrutture critiche di natura energetica a loro volta bisognose di difese cyber.

Impatto sulla cybersecurity

L’IA potrà modificare il modo in cui si conducono le operazioni in ambito di cybersecurity, perché potrà essere utilizzata per inventare nuovi attacchi oltre che per pianificarne ed eseguirne di nuovi; mentre, specularmente e come sempre accade, potrà essere impiegata per scopi difensivi.

Non si vuole qui trattare l’impatto dell’IA in ambito Difesa, che merita un approccio separato e dedicato.

Tuttavia le tecnologie di cybersecurity ricadono almeno in parte, se non completamente, fra quelle di uso duale; ed è naturale che vi siano similitudini, esaltate dal fatto – certo anche militare – che in ambito cyber, pur volendo limitarsi a un profilo non aggressivo, si viene attaccati e ci si deve saper difendere. E anche per esse esiste – o dovrebbe esistere – una dimensione internazionale di cooperazione e di confronto.

In primo luogo si porrà il tema dell’autonomia del sistema di volta in volta impiegato, che potrà essere del tipo:

1) “man in the loop”, ovvero l’operatore umano dà sempre il consenso ad operare e il sistema è definito “semiautonomo”;

2) “man on the loop”, ovvero l’operatore umano sorveglia il processo potendo intervenire se lo giudica opportuno e il sistema è definito “autonomo supervisionato”;

3) “man out of the loop”, ovvero l’operatore umano è escluso e il sistema è definito “completamente autonomo”.

Quest’ultima categoria, pur presentando i più alti rischi, risulta estremamente interessante in un’ottica difensiva. Le analogie con il caso militare sono evidenti, nonché altrettanto vere e realistiche.

Altra questione che presenta analogie con il caso militare è la più facile proliferazione dei sistemi e applicazioni AI based; il concetto di proliferazione richiama, correttamente, alla mente gli armamenti nucleari.

Tuttavia – a differenza di quanto avveniva in passato, quando erano pochi a disporre delle capacità distruttive legate all’atomo – l’IA è uno strumento che può venire utilizzato da una molteplicità di attori. Gli algoritmi dell’IA sono più agevoli da diffondere e copiare degli oggetti fisici: i modelli di IA saranno, pertanto, presto gestibili anche dai più comuni smartphone.

Nessuna tecnologia con analogo potenziale, in termini sia di danno arrecabile sia di perdita di controllo, è mai stata così accessibile a livello globale. Se infatti la creazione di modelli di IA richiede, come già detto, grandi risorse tecnologiche ed energetiche, una volta messi a punto tali modelli si presterebbero ad essere utilizzati per insidiosi attacchi informatici che potrebbero essere sferrati usando comuni dispositivi.

Si pone quindi un problema di controllo dell’accesso all’IA in un’ottica di non proliferazione.

In altre parole, l’esperienza fatta dall’umanità in termini di gestione di strumenti dall’alto potenziale distruttivo vede un paradigma classico nella gestione dell’equilibrio nucleare. Quest’ultimo, rispetto all’IA, era più facile da gestire e più nettamente definito; e poteva avvalersi dell’effetto dell’equilibrio del terrore.

Le armi nucleari, infatti, erano facili da tracciare e avevano una potenza nota. Le capacità informatiche e cyber – specie se potenziate e amplificate dall’IA – sono al contrario estremamente dinamiche, flessibili, non stabilmente fissate e difficili da tracciare.

Inoltre, nei negoziati relativi alle forze nucleari era possibile descrivere, almeno entro certi limiti, le caratteristiche delle proprie testate e dei relativi vettori senza comprometterne la funzione e l’efficacia; mentre nel campo dei tool cibernetici è più facile che lo svelamento delle caratteristiche dei dispositivi possa provocarne la neutralizzazione da parte degli avversari.

In sintesi, considerato anche quanto espresso in termini di fatto tecnologico e di settori tecnologici connessi e contigui, l’IA comporterà un incremento molto significativo della complessità della cybersecurity. Essa continuerà a rappresentare una forma di difesa da minacce – e potenzialmente di offesa e neutralizzazione delle stesse – verso infrastrutture basate su hardware e software; anche gli obiettivi e i fini della cybersecurity resteranno i medesimi.

Quindi, da un certo punto di vista, non cambierà nulla; ma l’incremento di complessità sarà verosimilmente molto significativo e, talora, tale da produrre uno stress potenzialmente critico all’infrastruttura cyber nazionale.

L’analisi del fatto tecnologico, ovvero di quanto riguarda il possesso e lo sviluppo delle tecnologie abilitanti, ci dice che difficilmente si vedrà un ruolo da protagonista dell’Italia che continuerà, quindi, fortemente a inseguire nella global race for AI; considerazioni analoghe valgono per l’Unione Europea.

Secondo alcuni studiosi, il dominio nel campo dell’IA – e quindi anche nel suo impatto sulla cybersecurity – verrà conteso nei quattro ambiti seguenti:

  1. talenti, ovvero risorse umane;
  2. attori pubblici e privati che operano in campo tecnologico;
  3. computer sempre più sofisticati, ovvero sistemi di calcolo;
  4. ingenti basi di dati.

Sistemi e componenti hardware e software, almeno quelli di principale rilevanza strategica, saranno verosimilmente poco conosciuti, progettati e prodotti nei confini nazionali. Ciò comporterà maggiori difficoltà operative e complessità sistemica; a meno che non abbia luogo il menzionato, marcato cambio di passo in relazione alle tecnologie abilitanti. Ma di ciò non sembra si possa scorgere alcun segnale, sia in termini di semiconduttori sia in termini di tecnologie quantistiche o addirittura di biotecnologie.

Peraltro, anche decidendo una svolta immediata in tal senso, i risultati degli ingenti investimenti necessari si manifesterebbero necessariamente con un ritardo di molti anni.

La crescita numerica di robot nell’IoT e di infrastrutture critiche legate all’energia contribuiranno a rendere più complesso il contesto, incrementandone la rilevanza strategica.

Di conseguenza il cambiamento che l’IA indurrà, in modo diretto, nel contesto operativo della cybersecurity, per quanto spiegato nell’analogia con le armi nucleari, imporrà una gestione più complessa anche per quanto riguarda le relazioni internazionali.

Sarà infatti necessario che, negli auspicati ambiti di cooperazione e confronto – anche internazionali – operino scienziati e tecnici IA competenti a supporto dei decision maker nazionali. Ciò con riferimento sia alle questioni sollevate dai sistemi autonomi, sia alla problematica della proliferazione.

Conclusioni

L’IA offre enormi opportunità per migliorare la cyber sicurezza in vari settori: ad esempio questi sistemi possono analizzare grandi volumi di dati per rilevare minacce in tempo reale, migliorare la sorveglianza e la prevenzione delle frodi e ottimizzare le risposte alle emergenze.

Tuttavia, l’implementazione di tali modelli richiede una gestione attenta per evitare rischi come la violazione della privacy, la discriminazione algoritmica e la vulnerabilità ai cyberattacchi.

Nonostante i progressi significativi, quest’ultima rimane fortemente dipendente dall’hardware e dal software: ciò significa che la sicurezza dell’IA è strettamente legata alla sicurezza delle infrastrutture tecnologiche su cui si basa. Gli attacchi agli hardware e ai software, dunque, possono compromettere l’integrità e l’affidabilità di questi sistemi, rendendo essenziale l’adozione di misure di sicurezza robuste e aggiornate.

L’IA, inoltre, sta rapidamente trasformando il campo della cyberwar.

A questo riguardo, gli attaccanti possono utilizzarla per sviluppare malware più sofisticati e difficili da rilevare, mentre i difensori per migliorare la rilevazione e la risposta alle minacce. Questa corsa agli armamenti tecnologici richiede una costante innovazione e collaborazione tra il settore pubblico e privato, nei termini che si sono descritti nelle pagine precedenti, al fine di mantenere un vantaggio competitivo per il Paese.

Oltre a ciò, l’IA sta anche rivoluzionando l’information warfare e, in questo senso, gli algoritmi possono essere utilizzati per creare e diffondere disinformazione su larga scala, manipolando l’opinione pubblica e influenzando le decisioni politiche. Allo stesso tempo, nondimeno, può essere impiegata per contrastare la disinformazione, analizzando i contenuti online al fine di identificare e neutralizzare le campagne di propaganda.

In generale, quindi, l’impatto profondo sulla sicurezza sociale, economica, geopolitica e militare è al livello di una tecnologia general purpose, con tutti i pro e i contro che da essa promanano.

A livello sociale, infatti, l’IA può migliorare i servizi pubblici e la qualità della vita ma, se non gestita nelle modalità più appropriate, può anche esacerbare le disuguaglianze sociali. Economicamente, può stimolare l’innovazione e la crescita ma può anche portare a disoccupazione e instabilità del mercato del lavoro.

A livello geopolitico l’IA sta diventando un fattore chiave nelle relazioni internazionali, con le nazioni che competono per il dominio tecnologico; così come, a livello militare, può migliorare le capacità di difesa e offesa, pur sollevando preoccupazioni etiche e legali sull’uso di armi autonome.

In conclusione – e in estrema sintesi – si avrà sempre più un incremento della complessità e della rilevanza strategica dell’impatto dell’IA sulla cyber sicurezza.

È chiaro, infine, che a tale impegno l’Italia non si potrà sottrarre, in quanto ad essere in gioco sono la stessa sovranità tecnologica e sicurezza nazionale. Per quanto già discusso in precedenza, infatti, in merito al fatto tecnologico, si può fare davvero poco a livello nazionale e in autonomia, ovvero da soli.

Rimane allora da capire se convenga allacciare un forte rapporto bilaterale con gli Stati Uniti, o se si debba mantenere una postura prettamente europea. L’esame del quesito esula dallo scopo di questo breve testo; ma ha certo notevole rilevanza e non andrebbe procrastinato né ignorato.

Per chi desidera approfondire ulteriormente questi temi cruciali e accedere a un’analisi più dettagliata delle strategie di cybersecurity nell’era dell’intelligenza artificiale, è disponibile una risorsa specializzata che esamina in modo approfondito le interconnessioni tra IA, sicurezza nazionale e sovranità tecnologica.

Scopri di più consultando il white paper “Quaderni di Cyber Intelligence #7”, dove troverai analisi avanzate, case study e prospettive strategiche per navigare le sfide della cybersecurity nel contesto dell’intelligenza artificiale.

Note

[1] Cfr. “un sistema automatizzato progettato per funzionare con livelli di autonomia variabili e che può presentare adattabilità dopo la diffusione e che, per obiettivi espliciti o impliciti, deduce dall’input che riceve come generare output quali previsioni, contenuti, raccomandazioni o decisioni che possono influenzare ambienti fisici o virtuali”, Schema di Disegno di legge recante disposizioni e delega al Governo in materia di intelligenza artificiale.

[2] Stuart Russell & Peter Norvig, Artificial Intelligence. A Modern Approach, Pearson Education; 4° edizione, 2020.

[3]David L. Poole & Alan K. Mackworth, Artificial Intelligence. Foundations of Computational Agents, Cambridge University Press; 3° edizione, 2023.

[4]Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni, Creare fiducia nell’intelligenza artificiale antropocentrica, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52019DC0168&from=IT.

Profilo Autore

Ricercatore senior della Struttura Mercato del Lavoro dell’INAPP (ex ISFOL). Laurea in Sociologia all’Università di Roma “La Sapienza”, Master in Data Science (DS) all’Università di Roma “Tor Vergata” nel 2015 e Master in Cybersecurity (SIIS) all’Università di Roma “La Sapienza” nel 2021. Svolge studi e ricerche sull’innovazione tecnologica, sulla cyber intelligence, sulla cybersicurezza, sulle professioni, sull’incrocio tra domanda ed offerta di lavoro, sulla formazione continua, sull’invecchiamento attivo, sulla contrattazione collettiva e, in generale, su tematiche di sociologia economica. Sta attualmente
svolgendo il I Dottorato nazionale in Cybersecurity presso IMT Lucca e IIT CNR.

Profilo Autore

Il Contrammiraglio (aus) Dario Alessandro Maria Sgobbi è un Ufficiale con oltre quarant’anni di attività; ha conseguito due lauree, ingegneria elettronica e scienze politiche, ed un master di secondo livello in sistemi spaziali. Ha servito a bordo delle Unità Navali, nei settori dell’Intelligence militare, della security e del C4I&Space, lavorando anche negli USA presso il Link22 Project Office e in Olanda all’Agenzia Spaziale Europea presso il Galileo Security Office. Attualmente è consulente del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti.

Condividi sui Social Network:

https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/ia-sicurezza/




Proposta di Legge n. 2318 – Verso una Strategia Nazionale Anti-Ransomware

La proposta di legge n. 2318, presentata alla Camera dei Deputati il 24 marzo 2025, costituisce il primo tentativo organico del legislatore italiano di articolare una risposta strategica e coordinata a questa forma particolare di criminalità informatica. Nel panorama contemporaneo della sicurezza informatica, poche minacce hanno dimostrato una capacità di impatto sistemico paragonabile al fenomeno ransomware. L’iniziativa normativa, che si propone di delegare al Governo la definizione di una strategia nazionale per il contrasto degli attacchi informatici a scopo di estorsione, merita un’analisi approfondita tanto per la sua valenza sistemica quanto per le implicazioni operative che ne deriverebbero.

Il quadro fenomenologico di riferimento

L’elaborazione della proposta muove da una constatazione empirica di particolare gravità: l’Italia si trova attualmente in una posizione di preminenza negativa nel panorama globale delle vittime di attacchi ransomware, collocandosi al vertice della graduatoria europea e al terzo posto di quella mondiale. Tale posizionamento riflette vulnerabilità strutturali che investono il tessuto produttivo e l’architettura istituzionale del Paese.

La fenomenologia degli attacchi presenta caratteristiche di particolare complessità, manifestando quella che la dottrina specialistica definisce “natura duale“: da una parte, la dimensione puramente criminale orientata al profitto economico immediato; dall’altra, l’utilizzazione crescente di tali vettori per finalità di intelligence, influenza e sabotaggio digitale da parte di attori statuali. Questa biforcazione strategica del fenomeno comporta implicazioni profonde per la conceptualizzazione delle contromisure, richiedendo un approccio che trascenda la mera dimensione di law enforcement per abbracciare considerazioni di sicurezza nazionale.

L’analisi della distribuzione settoriale degli attacchi rivela inoltre una concentrazione particolarmente significativa nel comparto manifatturiero e nei distretti industriali settentrionali, evidenziando come le piccole e medie imprese – caratterizzate spesso da limitata sofisticazione in termini di postura di sicurezza informatica – costituiscano l’anello debole della catena di resilienza nazionale.

Proposta di Legge n. 2318 – L’architettura normativa

Il paradigma del divieto di pagamento

L’elemento più controverso e al contempo innovativo della proposta risiede nell’introduzione di un divieto categorico di pagamento dei riscatti per i soggetti ricompresi nel perimetro di sicurezza nazionale cibernetica. Tale disposizione, che trova precedenti limitati nel panorama normativo internazionale, si fonda su una logica di deterrenza economica: privando i gruppi criminali degli incentivi finanziari che alimentano la loro attività, si mirerebbe a ridurre progressivamente l’attrattiva economica del modello di business ransomware.

Tuttavia, l’implementazione di tale divieto solleva questioni di notevole complessità operativa. La rigidità della formulazione normativa potrebbe infatti generare situazioni di paralisi funzionale in settori critici dell’economia nazionale, particolarmente laddove il ripristino tempestivo delle funzionalità informatiche risulti essenziale per la continuità dei servizi essenziali. La previsione di una clausola di salvaguardia, attivabile discrezionalmente dal Presidente del Consiglio dei Ministri in presenza di “rischio grave e imminente per la sicurezza nazionale“, introduce certamente elementi di flessibilità necessaria, ma al contempo potrebbe generare incertezza interpretativa e pressioni politiche inappropriate nel momento decisionale.

La valutazione dell’efficacia deterrente di tale misura deve inoltre confrontarsi con la realtà operativa dei gruppi ransomware, i quali potrebbero reagire all’introduzione del divieto intensificando gli attacchi verso soggetti non ricompresi nel perimetro di protezione ovvero modificando le proprie tattiche per massimizzare il danno e la pressione sulle vittime designate.

La riorganizzazione dell’ecosistema istituzionale

La proposta delinea una significativa riconfigurazione dell’architettura istituzionale deputata alla gestione degli incidenti informatici, attribuendo al CSIRT Italia un ruolo di coordinamento centrale nell’ecosistema di risposta nazionale. Tale centralizzazione presenta indubbi vantaggi in termini di omogeneizzazione delle procedure, efficientamento dei flussi informativi e creazione di un punto focale per il coordinamento interistituzionale.

L’istituzione di un nucleo d’intervento nazionale specializzato rappresenta un’evoluzione naturale delle capacità operative esistenti, rispondendo alla necessità di disporre di expertise dedicata per la gestione di una tipologia di incidenti caratterizzata da specificità tecniche e operative peculiari. La previsione che tale nucleo operi in modalità integrata con tutti gli attori istituzionali destinatari delle notifiche testimonia la consapevolezza della necessità di un approccio olistico alla gestione delle crisi informatiche.

Tuttavia, l’efficacia di tale riorganizzazione dipenderà criticamente dalla capacità del sistema di dotarsi delle risorse umane, tecnologiche e procedurali necessarie per sostenere l’incremento del carico operativo derivante dalla centralizzazione delle funzioni. Il rischio di generare colli di bottiglia informativi o operativi costituisce una preoccupazione non trascurabile, particolarmente in considerazione della crescente sofisticazione e frequenza degli attacchi informatici.

Il regime delle notifiche: tempestività versus accuratezza

L’introduzione dell’obbligo di notifica entro sei ore dal momento della conoscenza dell’incidente rappresenta una delle disposizioni più stringenti nel panorama normativo internazionale. Tale termine riflette l’urgenza di attivare rapidamente le contromisure necessarie per contenere la propagazione dell’attacco e minimizzarne l’impatto, in linea con le best practice della incident response che enfatizzano l’importanza del fattore temporale nelle prime fasi della gestione dell’incidente.

Tuttavia, la brevità del termine imposto solleva legitimate preoccupazioni circa la qualità e completezza delle informazioni trasmesse. La fase iniziale di un attacco ransomware è tipicamente caratterizzata da elevata incertezza circa la natura, l’estensione e le modalità dell’attacco, rendendo problematica una valutazione accurata nel ristretto lasso temporale previsto. Il rischio conseguente è quello di generare un flusso di segnalazioni incomplete o imprecise, con potenziali effetti distorsivi sull’efficacia della risposta sistemica.

La previsione che l’adempimento dell’obbligo di notifica non pregiudichi eventuali ulteriori obblighi derivanti da altre normative settoriali costituisce un elemento di coordinamento normativo apprezzabile, evitando potenziali conflitti interpretativi e garantendo la coerenza dell’ordinamento.

Innovazioni negli strumenti investigativi e di intelligence

La proposta introduce significative innovazioni nell’ambito delle capacità investigative e di intelligence applicabili ai fenomeni di criminalità informatica. L’estensione delle attività sotto copertura alle reti, sistemi informativi e servizi informatici localizzati al di fuori dei confini nazionali riconosce la natura intrinsecamente transnazionale del fenomeno ransomware e la necessità di dotare gli organi investigativi di strumenti adeguati alla dimensione globale della minaccia.

Analogamente, l’attribuzione al Presidente del Consiglio dei Ministri della facoltà di applicare misure di intelligence di contrasto in ambito cibernetico anche in situazioni gestibili attraverso mere azioni di resilienza rappresenta un’evoluzione significativa nell’approccio nazionale alla cybersecurity, superando la tradizionale separazione tra dimensione difensiva e dimensione offensiva delle contromisure informatiche.

Tali innovazioni, pur rispondendo a esigenze operative concrete, dovranno essere implementate con particolare attenzione agli aspetti di proporzionalità e rispetto delle garanzie costituzionali, considerata la potenziale incidenza sui diritti fondamentali e sulla privacy dei cittadini.

Il sistema incentivante: prevenzione e ristoro

Il fondo nazionale di risposta: innovazione e sostenibilità

L’istituzione del Fondo nazionale di risposta agli attacchi informatici a scopo di estorsione costituisce probabilmente l’elemento di maggiore originalità della proposta nel panorama internazionale. La logica sottostante è quella di creare un meccanismo di mutualizzazione del rischio che, da una parte, fornisca alle vittime un’alternativa economicamente sostenibile al pagamento del riscatto e, dall’altra, contribuisca a ridurre gli incentivi finanziari che alimentano l’economia criminale del ransomware.

La subordinazione dell’accesso al ristoro all’adempimento degli obblighi di notifica e all’applicazione delle misure preventive contenute nel piano d’azione nazionale introduce un elemento di condizionalità virtuosa, incentivando l’adozione di comportamenti conformi agli obiettivi di sicurezza collettiva. Tale approccio riflette una comprensione matura della cybersecurity come bene pubblico, la cui tutela richiede la cooperazione attiva di tutti gli attori dell’ecosistema digitale.

Tuttavia, l’efficacia del meccanismo dipenderà criticamente dalla definizione di criteri oggettivi e trasparenti per la quantificazione dei danni ristorabili, nonché dalla dotazione finanziaria effettivamente assegnata al Fondo. Il rischio di moral hazard – ovvero la riduzione degli incentivi alla prevenzione derivante dalla disponibilità di meccanismi di ristoro – dovrà essere attentamente monitorato e gestito attraverso appropriati meccanismi di governance.

Gli incentivi per l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale

La previsione di incentivi economici specifici per l’ACN nell’ambito della realizzazione delle attività previste dalla strategia riconosce implicitamente la necessità di potenziare significativamente le capacità operative dell’Agenzia per far fronte alle nuove responsabilità che le verrebbero attribuite. Tale approccio risulta coerente con le migliori pratiche internazionali, che evidenziano come l’efficacia delle strategie nazionali di cybersecurity dipenda criticamente dalla disponibilità di risorse adeguate per la loro implementazione.

Considerazioni di sostenibilità finanziaria e operativa

La subordinazione dell’attuazione della delega alla disponibilità di risorse finanziarie, sancita dal comma 4 dell’articolo unico, introduce un elemento di prudenza fiscale apprezzabile ma al contempo una potenziale incertezza circa la completezza e tempestività dell’implementazione della strategia. L’esperienza comparata dimostra come l’efficacia delle politiche di cybersecurity sia strettamente correlata alla continuità e adeguatezza degli investimenti nel tempo, rendendo essenziale una programmazione finanziaria di lungo periodo.

La complessità dell’architettura proposta richiederà inoltre investimenti significativi in termini di capacity building, sia per quanto concerne la formazione di personale specializzato sia per lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche necessarie per supportare le nuove funzioni. La sfida principale risiederà nella capacità del sistema di attrarre e trattenere competenze di elevata qualificazione in un mercato del lavoro caratterizzato da forte competizione per i profili specialistici in cybersecurity.

Analisi comparativa e posizionamento internazionale

Nel contesto internazionale, la proposta italiana si distingue per l’approccio particolarmente assertivo adottato, specialmente in relazione al divieto di pagamento dei riscatti e all’istituzione del meccanismo di ristoro pubblico. Tale posizionamento, pur comportando rischi operativi non trascurabili, potrebbe collocare l’Italia in una posizione di leadership nel dibattito europeo sulla governance del ransomware, influenzando potenzialmente lo sviluppo di future iniziative normative comunitarie.

L’approccio statunitense, caratterizzato da una maggiore enfasi sulla partnership pubblico-privato e sulla condivisione volontaria di threat intelligence, presenta elementi di flessibilità operativa che potrebbero risultare più facilmente implementabili nel breve periodo. Tuttavia, l’efficacia deterrente di tale approccio appare limitata dal mantenimento di incentivi economici per i gruppi criminali.

Il modello francese, che integra più strettamente le dimensioni di cybersecurity e cyber-intelligence, offre spunti interessanti per la gestione della natura duale del fenomeno ransomware, particolarmente in relazione agli attacchi condotti da attori statuali o para-statuali.

Sfide implementative e raccomandazioni operative

Capacità tecniche e risorse umane

L’implementazione efficace della strategia richiederà un potenziamento senza precedenti delle capacità tecniche nazionali, con particolare riferimento al rafforzamento del CSIRT Italia e alla creazione del nucleo d’intervento specializzato. Tale processo dovrà affrontare la sfida della scarsità di competenze specialistiche nel mercato del lavoro italiano, suggerendo la necessità di programmi strutturati di formazione e sviluppo professionale.

La creazione di piattaforme tecnologiche per la gestione automatizzata delle notifiche e la condivisione di threat intelligence costituirà un prerequisito essenziale per l’operatività del sistema, richiedendo investimenti significativi in infrastrutture IT e protocolli di sicurezza.

Coordinamento interistituzionale e governance

La molteplicità degli attori coinvolti nella strategia (ACN, Ministero dell’Interno, Ministero della Difesa, autorità di vigilanza settoriali, organismi di informazione per la sicurezza) richiede lo sviluppo di meccanismi di coordinamento sofisticati per evitare sovrapposizioni funzionali e conflitti di competenza. L’esperienza internazionale suggerisce l’utilità di istituire meccanismi di governance dedicati, con chiare attribuzioni di responsabilità e procedure standardizzate per la gestione delle crisi.

Engagement del settore privato

Il successo della strategia dipenderà criticamente dalla capacità di ottenere la cooperazione attiva del settore privato, particolarmente delle piccole e medie imprese che costituiscono il target preferenziale degli attacchi ransomware. Tale obiettivo richiederà programmi strutturati di sensibilizzazione, formazione e supporto tecnico, nonché meccanismi incentivanti per l’adozione volontaria di standard di sicurezza elevati.

Prospettive di evoluzione e considerazioni conclusive

La proposta di legge n. 2318 rappresenta un tentativo ambizioso e per molti versi innovativo di affrontare sistematicamente la sfida del ransomware attraverso un approccio strategico coordinato. L’originalità dell’impianto normativo, particolarmente evidente nelle disposizioni relative al divieto di pagamento e al meccanismo di ristoro pubblico, potrebbe posizionare l’Italia come laboratorio avanzato per lo sviluppo di politiche anti-ransomware, con potenziali ricadute positive sull’evoluzione del dibattito internazionale.

Tuttavia, l’ambizione della proposta dovrà necessariamente confrontarsi con le complessità implementative derivanti dalla natura multidimensionale del fenomeno ransomware e dalla necessità di bilanciare efficacia delle contromisure con operatività del sistema economico nazionale. Il processo di discussione parlamentare e l’eventuale attività emendativa offriranno l’opportunità di raffinare ulteriormente l’impianto normativo, incorporando le lezioni apprese dall’esperienza internazionale e adattando le disposizioni alle specificità del contesto nazionale.

In ultima analisi, il successo dell’iniziativa dipenderà dalla capacità del sistema-Paese di trasformare un framework normativo sofisticato in un ecosistema operativo efficace, attraverso investimenti adeguati in risorse umane e tecnologiche, sviluppo di competenze specialistiche e costruzione di partnership durature tra settore pubblico e privato. Solo attraverso tale approccio integrato e di lungo periodo l’Italia potrà aspirare a invertire il trend negativo che attualmente la caratterizza nel panorama globale della vittimizzazione da ransomware, trasformando una condizione di vulnerabilità in un’opportunità di leadership nella cybersecurity internazionale.

Condividi sui Social Network:

https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/proposta-di-legge-n-2318/




Comunicazioni Quantistiche: un viaggio tra presente e futuro

Le comunicazioni quantistiche rappresentano oggi l’evoluzione più significativa nel panorama della cybersecurity contemporanea, segnando un punto di svolta epocale dove i tradizionali paradigmi di protezione basati sulla complessità computazionale stanno cedendo il passo a una nuova era fondata sui principi della fisica quantistica.

Durante la 13ª Cyber Crime Conference Davide Bacco, Professore Associato presso l’Università di Firenze, ha approfondito il tema con l’intervento “L’evoluzione delle reti quantistiche: dal presente al futuro”.

Nella duplice veste di accademico e imprenditore (è infatti co-fondatore di QTI – Quantum Telecommunications, società spin-off del CNR recentemente acquisita all’80% dal gruppo TIM attraverso la sua controllata Telsy), Bacco ha offerto una prospettiva illuminante su come la fisica quantistica stia trasformando radicalmente il concetto stesso di sicurezza delle comunicazioni.

Guarda la registrazione vide dell’intervento di Davide Bacco alla Cyber Crime Conference 2025:

[embedded content]

Le vulnerabilità nascoste dei sistemi crittografici tradizionali

La presentazione ha saputo tradurre concetti estremamente complessi in una narrazione accessibile, guidando l’uditorio attraverso le fondamenta teoriche della crittografia fino alle sue più recenti implementazioni pratiche.

Come spiegato dal professore, la crittografia – etimologicamente derivante dalle parole greche “kryptos” (nascosto) e “graphein” (scrivere) – rappresenta l’arte millenaria di proteggere le informazioni da occhi indiscreti.How does cryptography work? Comunicazioni Quantistiche: un viaggio tra presente e futuro, Davide Bacco alla CyberCrime Conference

Bacco ha chiarito il concetto mediante la classica metafora di “Alice e Bob”, i due interlocutori che desiderano comunicare in modo sicuro senza essere intercettati da Eve, l’eterna antagonista: come esemplificato dal relatore, a tale scopo il mittente convertirà il messaggio in testo cifrato e, in seguito, solo il destinatario potrà decifrarlo con la sua chiave privata.

Nel mondo digitale contemporaneo, la sicurezza delle comunicazioni si fonda principalmente su sistemi di crittografia a chiave pubblica, tra cui il celebre algoritmo RSA. Questi sistemi si basano su ciò che Bacco ha definito “sicurezza computazionale”, ovvero la difficoltà pratica di risolvere determinati problemi matematici con le risorse di calcolo attualmente disponibili.

«Se vi do due numeri (ad esempio 12 e 13) e vi chiedo di moltiplicarli, otterrete facilmente il numero 156», ha spiegato; «ma se vi do il 156 e vi chiedo quali numeri ho utilizzato per ottenerlo, ci metterete un po’ ad arrivare a questa soluzione».

Tale asimmetria – in cui alla facilità di eseguire un’operazione in una direzione si contrappone l’estrema difficoltà di invertirla – costituisce la base su cui si regge l’intero edificio della cybersecurity moderna.

Tuttavia l’orizzonte tecnologico sta cambiando rapidamente e, con esso, i paradigmi della sicurezza computazionale. L’avvento dei computer quantistici minaccia di scardinare queste fondamenta, potendo potenzialmente risolvere in tempi ragionevoli problemi matematici che anche ai computer classici più potenti richiederebbero miliardi di anni.

Per illustrare questa imminente rivoluzione, Bacco ha utilizzato una metafora illuminante. «Abbiamo un labirinto e stiamo utilizzando un computer classico. Come lo affronteremo? In maniera abbastanza semplice: proviamo una strada, se è sbagliata ne proviamo un’altra e continuiamo in questo modo. Prima o poi, statisticamente, finiremo per trovare la strada giusta».

Nella dimensione quantistica, la situazione cambia radicalmente. «Nel mondo quantum ciò avviene in modo del tutto diverso. Immaginiamo lo stesso labirinto avendo, però, una particella quantistica in ingresso al labirinto: quello che succede è che c’è un effetto chiamato sovrapposizione, cioè la mia particella è in grado di esplorare allo stesso tempo tutte le varie “strade” e, quindi, di arrivare alla soluzione in un tempo molto più breve».

Le risposte alla minaccia quantistica

Di fronte a questa sfida epocale, la comunità scientifica e tecnologica si è mossa lungo due direttrici principali: da un lato lo sviluppo di protocolli post-quantum, progettati per resistere agli attacchi dei computer quantistici pur utilizzando hardware classico, dall’altro la creazione di sistemi di distribuzione di chiavi basati sui principi della fisica.

È in questo secondo ambito che si colloca la Quantum Key Distribution (QKD), tecnologia su cui Bacco e il suo team hanno concentrato i propri sforzi.

La QKD rappresenta un autentico cambio di paradigma, poiché non si basa sulla complessità computazionale di problemi matematici ma sfrutta le leggi fondamentali della meccanica quantistica per garantire la sicurezza delle comunicazioni.Quantum key distribution: Comunicazioni Quantistiche: un viaggio tra presente e futuro, Davide Bacco alla CyberCrime Conference«La differenza è che qui ho due canali di comunicazione: uno quantistico e uno classico», ha spiegato Bacco. Mentre le comunicazioni viaggiano sul canale tradizionale, «il canale quantistico lo sfrutto per spedire singole particelle di luce (fotoni) che hanno delle proprietà quantistiche: se qualcuno cerca di manipolare informazioni codificate nello stato quantistico, “Alice e Bob” se ne accorgono e quindi sono in grado di capire se qualcuno ha manipolato la comunicazione».

Questa peculiarità deriva dal principio di indeterminazione di Heisenberg, facendo sì che qualsiasi tentativo di misurare un sistema quantistico ne alteri lo stato lasciando tracce indelebili dell’intrusione; lo si potrebbe definire un meccanismo “naturale” di rilevamento delle intrusioni, quasi un sistema di allarme incorporato nelle leggi fisiche dell’universo.

L’implementazione globale della crittografia quantistica: una tecnologia che attraversa i continenti

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’intervento è stata la rivelazione che questa tecnologia sia già ampiamente implementata in diverse parti del mondo. Contrariamente alla comune percezione che la collocherebbe in un orizzonte futuristico, la crittografia quantistica sta già dimostrando la sua efficacia in applicazioni reali e strategiche.

«In Cina ci sono già delle reti distribuite, installate tra Shanghai e Pechino, basate su comunicazioni quantistiche» ha rivelato Bacco, evidenziando come la potenza asiatica stia investendo massicciamente in questo settore.

A livello europeo, «a Londra c’è una rete di tre nodi in collaborazione fra Toshiba e BT; a Madrid ci sono reti in fase di sviluppo; e un paper scientifico uscito un paio di settimane fa dimostra una rete quantistica in Germania, fra Bonn e Berlino. ».Satellite QCs SoTA. Comunicazioni Quantistiche: un viaggio tra presente e futuro, Davide Bacco alla CyberCrime ConferenceLa rivoluzione quantistica non si limita alle infrastrutture terrestri, estendendosi fino allo spazio celeste, nonché alle profondità subacquee. Come ha raccontato il relatore, «nel 2018 la Cina ha mostrato la capacità di spedire stati quantistici da satellite a terra (poche settimane fa è uscito un lavoro scientifico molto interessante in cui si utilizza un micro-satellite per distribuire chiavi quantistiche) e anche nello spazio sottomarino questa possibilità è già stata dimostrata».

Underwater QCs SoTA. Comunicazioni Quantistiche: un viaggio tra presente e futuro, Davide Bacco alla CyberCrime ConferenceQuesta diffusione globale sottolinea non solo la maturità tecnologica raggiunta ma, soprattutto, l’importanza strategica che le potenze mondiali attribuiscono alla sicurezza quantistica nell’ecosistema delle comunicazioni del futuro.

L’eccellenza italiana: un ponte tra innovazione quantistica e infrastrutture esistenti

In questo scenario globale in rapida evoluzione, l’Italia non è rimasta a guardare; attraverso le attività di QTI, ora parte del gruppo TIM, il nostro paese sta infatti giocando un ruolo significativo nello sviluppo e nell’implementazione di soluzioni di crittografia quantistica.

L’approccio adottato da Bacco e dal suo team si distingue per la sua pragmaticità e visione d’insieme. Invece di proporre una sostituzione radicale delle infrastrutture esistenti – strada che sarebbe economicamente insostenibile e logisticamente irrealizzabile nel breve periodo – QTI ha sviluppato una strategia di integrazione che consente alla tecnologia quantistica di coesistere e amplificare la sicurezza delle reti tradizionali.Quantum-safe networks 1/2. Comunicazioni Quantistiche: un viaggio tra presente e futuro, Davide Bacco alla CyberCrime Conference«Non andiamo a toccare nulla per quanto riguarda la parte superiore della rete» ha spiegato Bacco. «La differenza è che aggiungiamo, a livello più basso, un layer quantistico formato sia da dispositivi in grado di scambiarsi le chiavi tramite tecnologia QKD, sia da dispositivi basati su crittografia post-quantum».

Questa visione ibrida è particolarmente rilevante considerando gli attuali vincoli infrastrutturali: «per comunicare, la crittografia quantistica necessita di un canale ottico (ad esempio una fibra ottica), di cui possiamo ben immaginare come non tutti gli utenti in Italia siano dotati».

La combinazione di tecnologie QKD e protocolli post-quantum rappresenta, quindi, la risposta più realistica ed equilibrata alle sfide della transizione verso un paradigma di sicurezza quantistica generalizzato.

Dalla teoria alla pratica: dimostrazioni sul campo dell’efficacia quantistica

Il valore di una tecnologia è dato non solo dalla sua eleganza teorica ma, soprattutto, dalla sua capacità di rispondere a esigenze concrete. In questo senso, Bacco ha presentato una serie di implementazioni reali che testimoniano la maturità e la versatilità della crittografia quantistica.The first intergovernmental quantum communication between three countries. Comunicazioni Quantistiche: un viaggio tra presente e futuro, Davide Bacco alla CyberCrime ConferenceUn primo esempio significativo risale al 2021, durante il G20 a Trieste: come ha raccontato il professore, «abbiamo dimostrato la prima rete fra tre paesi europei (Croazia, Italia e Slovenia) utilizzando questo tipo di tecnologia, implementando una videochiamata securizzata dalla QKD». Una dimostrazione che evidenzia la capacità della tecnologia di operare efficacemente in un contesto internazionale, superando confini e infrastrutture diverse.

Di particolare rilevanza strategica è stata anche l’implementazione realizzata in Grecia. «Un altro esempio che abbiamo realizzato poco tempo fa, grazie a un’azienda italiana del gruppo TIM, è stato mettere in sicurezza due data center nell’area metropolitana di Atene, mettendo in comunicazione sicura tutti i dati che passavano per questi due data center».

La protezione dei data center rappresenta uno degli ambiti più critici della cybersecurity contemporanea, considerando l’enorme quantità di dati sensibili che questi custodiscono e la crescente sofisticazione degli attacchi informatici diretti verso queste infrastrutture.

Un ulteriore caso emblematico riguarda il recente G7 ospitato dall’Italia. «Lo scorso anno abbiamo realizzato una connessione ultra-sicura fra il resort di Borgo Egnazia dove erano presenti i vari Primi Ministri e la fiera di Bari; questo link è stato utilizzato per trasmettere informazioni in modo sicuro». In un contesto di tale rilevanza politica internazionale, la scelta di impiegare tecnologia quantistica per garantire la sicurezza delle comunicazioni testimonia la fiducia riposta in questa soluzione ai massimi livelli istituzionali.

L’interoperabilità: chiave dell’ecosistema quantistico futuro

Un aspetto cruciale per l’adozione su larga scala di qualsiasi nuova tecnologia è la sua capacità di integrarsi in ecosistemi eterogenei. Bacco ha sottolineato come QTI stia lavorando attivamente per garantire l’interoperabilità dei propri sistemi con quelli sviluppati da altre aziende operanti nel settore.

Come efficacemente sintetizzato, in questo modo «non è necessario utilizzare lo stesso tipo di tecnologia, ma aziende diverse riescono ad interoperare fino a parlarsi in maniera valida».

Questa filosofia di apertura e cooperazione – anziché di esclusiva competizione – rappresenta un approccio illuminato che potrà accelerare significativamente la diffusione della tecnologia quantistica, a tutto beneficio della sicurezza collettiva.

L’integrazione multilivello: il futuro è già qui

A conclusione del suo intervento, Bacco ha presentato la più recente e impressionante dimostrazione realizzata da QTI alla OFC (Optical Fiber Communication Conference) di San Francisco, considerata la più importante fiera mondiale nel settore delle telecomunicazioni ottiche.

«Abbiamo dimostrato che siamo riusciti, nello stesso istante, a dare chiavi quantistiche a tre diversi layer in contemporanea: significa che le nostre chiavi generate dalla crittografia quantistica venivano utilizzate sia da un cifrante di livello uno a livello fisico, sia da un cifrante di livello tre con un livello IP, ma anche da un’applicazione direttamente collegata ad un computer».

Tale capacità di integrazione multilivello rappresenta un traguardo fondamentale, mostrando come la tecnologia quantistica non sia confinata a specifici strati della rete ma possa permeare l’intera infrastruttura di comunicazione, offrendo protezione dal livello fisico fino alle applicazioni utente.

«Ciò prova che questo tipo di tecnologia può essere integrata all’interno delle nostre reti di telecomunicazioni a diversi tipi di livello. Non è necessario solo securizzare i livelli bassi, ma può essere portata fino al livello applicativo» ha concluso Bacco, aprendo uno squarcio sul futuro prossimo delle comunicazioni sicure.

Presente e futuro delle comunicazioni sicure

L’intervento di Davide Bacco alla Cyber Crime Conference ha tracciato un descrizione completa del panorama attuale e prospettico delle comunicazioni quantistiche, evidenziando come questa tecnologia stia rapidamente transitando dai laboratori di ricerca alle implementazioni pratiche su scala globale.

Ne emerge un’evoluzione armoniosa, piuttosto che una rivoluzione traumatica: un’integrazione progressiva della tecnologia quantistica nel tessuto esistente delle telecomunicazioni, che ne aumenta la sicurezza senza richiederne la sostituzione integrale, probabilmente la strategia più efficace per navigare la complessa transizione verso un’era in cui la meccanica quantistica diventerà il fondamento della sicurezza digitale.

In un mondo sempre più interconnesso e vulnerabile a minacce informatiche sofisticate, il contributo della ricerca e dell’innovazione appare fondamentale per garantire che le nostre comunicazioni più sensibili rimangano protette anche nell’era dei computer quantistici. La crittografia quantistica non è più solo una promessa teorica o una visione futuristica: è una realtà concreta che sta già ridisegnando i confini della sicurezza digitale, con l’Italia che gioca un ruolo da protagonista in questa rivoluzione silenziosa ma inarrestabile.

Condividi sui Social Network:

https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/comunicazioni-quantistiche/




Zero-Knowledge Proofs: tra criminalità informatica e privacy digitale

Nel panorama in continua evoluzione della cybersecurity, emerge una tecnologia tanto potente quanto ancora poco conosciuta al grande pubblico: le Zero-Knowledge Proofs.

Durante la 13ª Edizione della Cyber Crime Conference, il Prof. Ivan Visconti (ordinario di Informatica presso il DIAG dell’Università Sapienza) ha offerto una profonda analisi di questo strumento di crittografia avanzata, delineandone le implicazioni sia positive che problematiche.

Vivere nel cyberspace: nuovi paradigmi di sicurezza

«Viviamo ormai gran parte delle nostre giornate nel cyberspace: i nostri dati sono lì e ci sono anche diversi livelli di insicurezza da considerare», ha esordito Visconti.

Il relatore ha poi guidato il pubblico attraverso una progressione storica dei livelli di protezione dei dati digitali, partendo dalle fondamenta per arrivare alle frontiere più avanzate.

Il primo livello riguarda la protezione dei dati “a riposo” – quelli archiviati, come ad esempio i backup – che rappresentano uno scenario relativamente gestibile dal punto di vista della sicurezza: come ha ricordato il professore, esistono infatti algoritmi di cifratura che, se implementati correttamente, offrono un buon livello di protezione.

Guarda il video completo dell’intervento di Ivan Visconti durante la Cyber Crime Conference 2025:

[embedded content]

Il secondo livello, già più complesso, riguarda i dati in transito sulla rete: «anche qui, da decenni ormai, siamo abbastanza sicuri», ha spiegato Visconti. «Abbiamo protocolli ben collaudati, come TLS, [affinché] tutto sia cifrato». Tale evoluzione rappresenta un passo significativo verso la “privacy by default”, principio secondo cui la protezione dei dati dovrebbe essere una configurazione predefinita e non un’opzione aggiuntiva.

Tuttavia il professore ha evidenziato un problema fondamentale di questo modello, ovvero la necessità di affidare i propri dati a terze parti a fini di elaborazione.

Concretamente, ciò implica una serie di passaggi: «ogni volta che si ha bisogno che venga fatto qualche calcolo sui dati, li si invia a un server che li processa e poi dà il risultato» ha spiegato. «Fortunatamente in rete i dati sono protetti, però intanto li stiamo dando al server; il che significa che i server collezionano grandi quantità di dati e, se vengono “bucati”, i dati possono finire in mano ai criminali».

Dopo aver richiamato i numerosi casi di violazioni di dati che quotidianamente riempiono le cronache, il professore ha smentito l’illusione del “perimetro sicuro”, ricordando che «Nessuno ha, all’interno della propria organizzazione, esclusivamente software e hardware proprietario».

Evidenziando come la complessità delle moderne infrastrutture IT, formate da componenti di diverse origini, renda di fatto impossibile un controllo totale, ha quindi invitato con realismo ad «assumere che, in un certo senso, l’avversario può essere sempre lì; se non adesso, può arrivare domani».

Il terzo livello: Data Ownership e la promessa di una nuova era

È in questo contesto che Visconti ha citato il terzo livello di protezione – relativo ai data in use – introducendo il concetto di “Data Ownership”, un cambio di paradigma fondamentale nella gestione dei dati.

«Questo significa che i dati devi pensare a tenerli tu; e, anziché mandarli ai server, fare dei calcoli insieme al server per arrivare insieme a decidere il servizio o risultato che ti serve».

Un simile approccio – che potrebbe sembrare puramente teorico o futuristico – si presta già a numerose applicazioni pratiche, illustrate da Visconti con un esempio concreto. «Ho controllato questa mattina: se aprite questo link vedrete come sia in costruzione quello che dovrebbe essere il portafoglio digitale che tutti, in Europa, useremo tra qualche anno».Zero-Knowledge Proofs e Decentralizzazione per la Protezione dei Dati nel Cyberspace, Cybercrime conference, Ivan ViscontiNella documentazione ufficiale del progetto europeo, come ha evidenziato il professore, viene enunciato il principio “Your data – Your control”, facendo un esplicito riferimento alle Zero-Knowledge Proofs in qualità di tecnologia abilitante.

La profezia del 2016: criminali all’avanguardia tecnologica

Con un balzo temporale all’indietro, Visconti ha richiamato l’attenzione della platea su un paper accademico del 2016, firmato da ricercatori di chiara fama. «Questo articolo è incredibile per quello che prevede: eravamo nel 2016 e già, nel titolo, c’è la parola “criminale”» ha osservato.

«In questo lavoro c’è scritto che “i ransomware sono un problema e cresceranno con Bitcoin”: evidentemente, avevano ragione», ha commentato Visconti.

Ha poi evidenziato come gli autori della ricerca avessero previsto un ulteriore pericolo: «Ethereum è partita proprio a fine 2016, insieme a una piattaforma per abilitare gli smart contract, cioè “denaro programmabile, uno strumento molto più potente rispetto a quello che è possibile fare con Bitcoin”».

I ricercatori non si limitavano a prevedere l’ascesa di queste tecnologie, identificando lo specifico strumento «che i criminali avrebbero potuto sfruttare: le Zero-Knowledge Proofs, definite “uno strumento che possono usare per attaccare”. Quindi, il primo versante sotto cui le presenterò è sul fronte dell’attacco», ha specificato il professore.

Ransomware e Fair Exchange: quando anche il crimine cerca garanzie

Visconti ha quindi illustrato un caso d’uso sorprendente delle Zero-Knowledge Proofs nell’ambito del ransomware, toccando un punto controverso del dibattito sulla sicurezza informatica: «Quando si sente parlare di ransomware, spesso si dice che “non bisogna assolutamente pagare”, in particolare perché se paghi non è detto che poi [l’attaccante] ti dia la chiave».

In effetti, ha ricordato il professore, solitamente «i criminali sono i primi a utilizzare le nuove tecnologie». Ma cosa accadrebbe se esistesse un meccanismo che garantisce alla vittima di ricevere effettivamente la chiave in cambio del pagamento?

Un simile concetto, noto come “Fair Exchange” (scambio equo), è ben collaudato nel mondo reale: tipicamente nelle compravendite immobiliari, in cui «io verso dei soldi e l’altro mi consegna il bene, con un notaio che garantisce il tutto».

Nel mondo digitale – e in particolare nell’ecosistema delle criptovalute – questa funzione di garanzia può essere svolta dagli smart contract. Come ha chiarito il relatore, «è questa la novità introdotta da queste piattaforme: non serve andare dal notaio, perché la sua funzione è svolta da un programma chiamato appunto smart contract».

Tuttavia, il sistema presenta criticità significative quando applicato a scambi che coinvolgono chiavi di decifratura: «Questo è un notaio pubblico, cioè […] quello che accade lo vedono tutti». Di conseguenza, se un criminale condividesse direttamente la chiave sulla blockchain, la stessa diventerebbe immediatamente di dominio pubblico.

Inoltre, come verificare che la chiave sia autentica? Visconti ha spiegato come si potrebbe, teoricamente, implementare un meccanismo di verifica. «Quello che potrei fare è mandare alcuni dei miei file che sono stati cifrati; e questo “notaio” (che è il programma) va a controllare che la chiave effettivamente decifri bene».

Anche in questo caso, però, emerge un problema di privacy. Infatti, a quel punto, «tutto il mondo potrebbe vedere il mio file decifrato, perché questo “notaio” lavora in modo trasparente».

Zero-Knowledge Proofs: la soluzione matematica

A questo punto, Visconti ha introdotto il meccanismo delle Zero-Knowledge Proofs come soluzione a questo apparente paradosso: «In pratica il criminale non mette la chiave sulla blockchain così com’è, ma inserisce soltanto un hash. Questo significa che nessuno capisce qual è la chiave».

Il processo si articolerebbe, quindi, in diversi passaggi:

  1. il criminale pubblica sulla blockchain non già la chiave necessaria a decifrare i dati, bensì un suo hash (un’impronta digitale crittografica);
  2. la vittima carica sulla blockchain alcuni file cifrati, scelti casualmente tra quelli compromessi dall’attacco;
  3. il criminale produce una “Zero-Knowledge Proof”, ossia una dimostrazione matematica “a conoscenza zero”, che prova – senza rivelare la chiave stessa – l’esistenza di una chiave K corrispondente all’hash H(K) che può decifrare correttamente i file.

Visconti ha paragonato questa dimostrazione ad un teorema matematico: «così come vedete la dimostrazione del teorema di Pitagora, è vero e basta. Non c’è da dubitare». Allo stesso modo, una Zero-Knowledge Proof fornisce la certezza matematica che una certa proprietà sia vera (in questo caso, che esista una chiave in grado di decifrare i file), senza rivelare la chiave in questione.

Nell’esempio del relatore, una volta verificata questa dimostrazione la vittima «può configurare uno smart contract, stabilendo che “chiunque inserisca sulla blockchain la chiave K – cifrata con la mia chiave pubblica, così lo decifro solo io – riceva i soldi”».

Il criminale, a questo punto, fornisce la chiave cifrata con la chiave pubblica della vittima. Lo smart contract, verificatene le condizioni, trasferisce automaticamente il pagamento; e soltanto la vittima, in possesso della propria chiave privata, potrà decifrare il messaggio per ottenere la chiave K, che potrà usare per recuperare tutti i propri dati.

«Quindi la transazione si conclude in uno scambio equo» ha concluso Visconti, sottolineando come questo meccanismo garantisca che nessuna delle parti possa imbrogliare l’altra: il criminale riceve il pagamento solo se fornisce la chiave corretta, mentre la vittima ottiene la chiave solo una volta effettuato il pagamento.

Applicazioni reali: ZCash e Tornado Cash

Le Zero-Knowledge Proofs non sono rimaste confinate alla teoria o agli scenari ipotetici prefigurati dai ricercatori. Nella seconda parte dell’intervento, infatti, Visconti ha illustrato due casi di applicazione reale già ampiamente diffusi: ZCash e Tornado Cash.

ZCash è una criptovaluta nata nel 2017, con una capitalizzazione di mercato di mezzo miliardo di dollari, che utilizza le ZKP per garantire l’anonimato delle transazioni. «Questa criptovaluta ti permette di mandare una transazione di pagamento dove ad esempio dici “io ho dei soldi” ma il pagante non è identificato», ha spiegato Visconti. «Però, se non avessi dei soldi, non riuscirei a superare questa prova matematica».

A differenza di Bitcoin ed Ethereum – che funzionano «come bonifici aperti, di cui si vedono mittente e destinatario» – ZCash opera più come il contante fisico: nell’efficace sintesi di VIsconti, «i soldi passano di tasca in tasca senza che si veda».

Ancora più controverso è il caso di Tornado Cash, uno smart contract per Ethereum che implementava simili principi per assicurare l’anonimato delle parti coinvolte. La sua efficacia è tale da aver attirato l’attenzione delle autorità statunitensi: «Funziona così bene che l’unico modo per scoraggiarne l’uso è stato dichiararlo illegale, per cui alcuni cittadini americani sono andati in carcere solo per averlo usato».

Visconti ha aggiunto che Tornado Cash «negli Stati Uniti è stato illegale fino a pochi giorni fa», facendo riferimento al recente allentamento delle restrizioni sulle criptovalute voluto dall’amministrazione Trump.

Il professore ha voluto precisare che, in questi ultimi due esempi, non si parla necessariamente di applicazioni criminali: «È noto che alcuni strumenti sono usati anche a fini di riciclaggio; ma che li si usi, invece, per [proteggere] la privacy mi sembra assolutamente nobile».

Combattere la disinformazione: il lato positivo delle ZKP

Nella parte finale dell’intervento Visconti ha voluto evidenziare le applicazioni positive di questa tecnologia, in particolare nella lotta alla disinformazione e ai deepfake.

«La disinformazione è una brutta cosa», ha esordito. «Le immagini sono importanti, soprattutto nella diffusione delle notizie; ma con l’intelligenza artificiale veramente è diventato facile realizzare delle immagini false che sembrano assolutamente vere».Lo standard C2PA: Zero-Knowledge Proofs e Decentralizzazione per la Protezione dei Dati nel Cyberspace. Cybercrime conference, Ivan ViscontiVisconti ha quindi rivelato come i grandi attori tecnologici stiano già lavorando a una soluzione: «Molti non sanno che i colossi digitali, già da diversi anni, hanno stabilito uno standard chiamato C2PA (Coalition for Content Provenance and Authenticity)».

Questo standard prevede l’uso di firme digitali per certificare l’autenticità delle immagini direttamente al momento della loro creazione: «Quando facciamo una fotografia, dalla fotocamera le viene associata immediatamente una firma digitale».

Il problema di questo approccio, ha spiegato Visconti, è che le firme digitali tradizionali sono estremamente fragili rispetto alle modifiche. «Nella grandissima parte dei casi, quando si ha bisogno di utilizzare un’immagine, non la si usa così com’è. Pensateci: voi fate una foto per poi pubblicarla “tale e quale”, o la modificate un po’?»

E qui sorge il problema: «Modificare un documento digitale significa buttare la firma nella spazzatura. Se cambi un solo bit la firma non serve a niente, non viene più verificata».

Le Zero-Knowledge Proofs offrono una soluzione a questo problema. Visconti ha spiegato come, nel suo gruppo di ricerca, abbiano dimostrato sperimentalmente che è possibile utilizzare questa tecnologia per mantenere la verificabilità dell’origine anche dopo modifiche legittime: «Abbiamo visto che, dopo aver ottenuto la firma di un’immagine, se ne fai una trasformazione “normale” (ad esempio un resize) è possibile generare una Zero-Knowledge Proof che dice “questa immagine viene da un resize di un’altra immagine, nient’altro”».ZK-Proof: Zero-Knowledge Proofs e Decentralizzazione per la Protezione dei Dati nel Cyberspace. Cybercrime conference, Ivan Visconti

Questa prova matematica garantisce che l’immagine modificata derivi effettivamente dall’originale attraverso una trasformazione legittima e dichiarata.

Visconti ha sottolineato l’importanza di questa applicazione al fine di abilitare lo standard C2PA, prevedendo che questa tecnologia arriverà presto nei nostri smartphone: «È un po’ complesso sul piano tecnologico, ma succederà entro qualche anno».

Lo scenario italiano: un ritardo preoccupante

Concludendo la sua presentazione, Visconti ha offerto una valutazione schietta della situazione italiana rispetto a queste tecnologie avanzate. «Come siamo messi in Italia? Malissimo», ha dichiarato senza mezzi termini; ciò a meno di non ritenere trascurabili le evoluzioni esaminate, dal momento che «tutta l’industria che sta lavorando su queste tecnologie non si trova in Italia».

Anche a livello di formazione, il quadro non è incoraggiante. Una carenza formativa con conseguenze a lungo termine, come Visconti ha ricordato citando un intervento precedente della conferenza: «Quando risolvi il problema dal punto di vista formativo, poi aspetti vent’anni per vederne i risultati».

Nonostante questa nota pessimistica, il professore ha concluso con un’apertura verso la dimensione globale: «Siamo sempre più una società borderless, senza confini, per cui a questo punto magari non dobbiamo guardare più solo a quello che c’è in Italia, ma guardare insieme come fanno le cose altrove».

Riflessioni finali

Le Zero-Knowledge Proofs (ZKP) rappresentano una tecnologia di frontiera che sta trasformando radicalmente il modo in cui concepiamo la privacy e la sicurezza dei dati nell’ecosistema digitale.
E come spesso accade, i primi ad adottare queste innovazioni sono stati coloro che operano ai margini della legalità.

Tuttavia le potenzialità positive di questi strumenti sono immense, soprattutto in un’epoca in cui la proprietà e la gestione dei dati diventano sempre più centrali, mentre la privacy sembra essersi trasformata in un lusso per pochi.

La principale sfida per il futuro sarà integrare queste tecnologie avanzate in applicazioni legittime e trasparenti: in questo senso, le Zero-Knowledge Proofs potrebbero rappresentare uno strumento fondamentale per restituire agli utenti un reale controllo sui propri dati personali.

Condividi sui Social Network:

https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/zero-knowledge-proofs/




Bring Your Own Vulnerable Driver: l’ascesa inarrestabile degli attacchi BYOVD

Nel panorama in costante evoluzione della cybersecurity, poche tecniche di attacco hanno dimostrato una crescita tanto rapida e preoccupante quanto quella che gli esperti chiamano “Bring Your Own Vulnerable Driver”, o più semplicemente BYOVD. Si tratta di una metodologia di attacco tanto elegante quanto insidiosa, che trasforma i driver legittimi e firmati digitalmente in vere e proprie chiavi di accesso ai sistemi più protetti.

Un Fenomeno in Espansione Vertiginosa

I dati del 2024 raccontano una storia allarmante: dall’inizio dell’anno, abbiamo assistito a un aumento allarmante degli episodi di Bring Your Own Vulnerable Driver (BYOVD) – quadruplicando il tasso di occorrenza. Questa crescita esponenziale non è casuale, ma riflette un cambiamento fondamentale nelle strategie degli attaccanti, che hanno scoperto in questa tecnica un metodo estremamente efficace per aggirare anche le difese più sofisticate.

Quasi uno su quattro attacchi ransomware che abbiamo visto ha utilizzato qualche forma di anti-EDR (evasione o manomissione) o escalation di privilegi alimentata da tecniche BYOVD. Questi numeri non rappresentano solo statistiche aride, ma indicano una trasformazione radicale del panorama delle minacce informatiche, dove i confini tradizionali tra software legittimo e malware si stanno progressivamente sfumando.

L’Anatomia di un Attacco Sofisticato

Per comprendere appieno la portata di questa minaccia, è essenziale analizzare come funziona un attacco BYOVD. La tecnica si basa su un paradosso apparente della sicurezza informatica moderna: gli stessi meccanismi progettati per proteggere i sistemi – come la firma digitale dei driver – diventano strumenti nelle mani degli attaccanti.

Il processo inizia con l’identificazione di driver legittimi che contengono vulnerabilità. Questi driver, prodotti da aziende rispettabili e firmati con certificati validi, passano inosservati attraverso i controlli di sicurezza tradizionali. Una volta installati sul sistema target, gli attaccanti sfruttano le vulnerabilità contenute per ottenere accesso al kernel – il cuore pulsante del sistema operativo.

I driver operano al ring 0, il livello di privilegio più elevato del sistema operativo. Questo garantisce loro accesso diretto alla memoria critica, alla CPU, alle operazioni I/O e ad altre risorse fondamentali. È proprio questo accesso privilegiato che rende gli attacchi BYOVD così devastanti: una volta ottenuto il controllo a livello kernel, gli attaccanti possono disabilitare qualsiasi sistema di sicurezza e ottenere il controllo completo del sistema compromesso.

Il Paradosso della Fiducia Digitale

Uno degli aspetti più insidiosi degli attacchi BYOVD risiede nel fatto che sfruttano la fiducia intrinseca che i sistemi di sicurezza ripongono nei componenti firmati digitalmente. Poiché questi driver sono firmati e affidabili, le soluzioni di sicurezza spesso li escludono da analisi e monitoraggio più approfonditi. Questo significa che gli attaccanti possono letteralmente nascondersi dietro il mantello della legittimità, utilizzando componenti che sono stati progettati per essere trusted.

Il fenomeno ha raggiunto dimensioni tali che i ricercatori di cybersecurity hanno scoperto una nuova campagna malevola che sfrutta una tecnica chiamata Bring Your Own Vulnerable Driver (BYOVD) per disarmare le protezioni di sicurezza e ottenere infine l’accesso al sistema infetto. Un esempio particolarmente significativo è rappresentato da un malware che utilizza un driver anti-rootkit legittimo di Avast per condurre le proprie operazioni maligne – un’ironia che evidenzia perfettamente il paradosso della fiducia digitale.

L’Evoluzione da Elite a Mainstream

Quello che rende ancora più preoccupante il fenomeno BYOVD è la sua democratizzazione. Inizialmente, la tecnica BYOVD era utilizzata da gruppi APT di alto livello come Turla e il Gruppo Equation. Tuttavia, con la diminuzione del costo degli attacchi, anche altri attori di minacce hanno iniziato a sfruttarla per raggiungere i loro obiettivi.

Questa transizione da strumento esclusivo di gruppi di stato-nazione a metodologia accessibile anche ai cybercriminali comuni ha avuto conseguenze drammatiche. Gli attaccanti possono sviluppare i propri strumenti o incorporare strumenti open-source, il che ha contribuito ad abbassare il costo degli attacchi BYOVD. L’emergere di tool commerciali come “Terminator”, venduto per 3.000 dollari e capace di terminare ventitré diverse soluzioni antivirus, EDR e XDR, illustra perfettamente questa commercializzazione del crimine informatico.

Il Database delle Vulnerabilità: Un’Arma a Doppio Taglio

Un elemento cruciale nell’ecosistema BYOVD è rappresentato dal progetto LOLDrivers (Living Off The Land Drivers), che ha catalogato oltre 700 driver legittimi utilizzabili dagli attaccanti. Sebbene questo progetto sia nato con l’obiettivo di aiutare i difensori a identificare e bloccare i driver vulnerabili, ha involontariamente creato un arsenale facilmente accessibile per i cybercriminali.

I progetti come LOLDrivers hanno aumentato significativamente la popolarità dei driver vulnerabili. Anche se lo scopo di tali progetti è strettamente focalizzato su misure difensive, l’esistenza di un enorme database regolarmente aggiornato di driver vulnerabili apre anche lo spazio per operazioni offensive. Questo fenomeno illustra perfettamente una delle sfide fondamentali della cybersecurity moderna: il bilanciamento tra trasparenza e sicurezza operativa.

Le Lacune delle Difese Tradizionali

L’efficacia degli attacchi BYOVD deriva in gran parte dalle limitazioni delle soluzioni di sicurezza tradizionali. Anche i meccanismi di protezione più avanzati, come l’Hypervisor-Protected Code Integrity (HVCI) di Microsoft, mostrano delle debolezze significative quando si tratta di contrastare questa minaccia.

Una protezione promettente disponibile dall’aggiornamento di Windows 11 del 2022 è la blocklist dei driver vulnerabili di Microsoft. I driver vulnerabili vengono bloccati di default quando si utilizza l’Hypervisor-Protected Code Integrity (HVCI). Tuttavia, questo approccio è efficace solo se il driver vulnerabile è noto in anticipo e fa parte della blocklist.

Il problema fondamentale risiede nella natura reattiva di questo approccio: la blocklist viene tipicamente aggiornata 1-2 volte all’anno, creando finestre di opportunità che gli attaccanti possono sfruttare per mesi prima che le loro tecniche vengano neutralizzate.

Bring Your Own Vulnerable Driver (BYOVD): Il Contesto delle Vulnerabilità del 2024

Per comprendere pienamente l’impatto degli attacchi BYOVD, è fondamentale considerarli nel contesto più ampio del panorama delle vulnerabilità del 2024. Il totale delle vulnerabilità è aumentato a 1.360 nel 2024, un record dall’inizio del report. La categoria Escalation di Privilegi (EoP) ha rappresentato un massiccio 40% (554) del totale delle vulnerabilità dell’anno scorso.

Questo dato è particolarmente significativo perché per il quinto anno consecutivo, le vulnerabilità EoP hanno guidato tutte le categorie di vulnerabilità, costituendo il 40% delle divulgazioni di Microsoft nel 2024. È un promemoria che agli attaccanti spesso risulta più facile accedere che hackerare, specialmente quando possono sfruttare account legittimi ed escalare l’accesso.

Case Study: L’Attacco Avast

Un esempio particolarmente illuminante dell’evoluzione delle tecniche BYOVD emerso di recente coinvolge un malware che prende una strada più sinistra: lascia cadere un driver anti-rootkit legittimo di Avast (aswArPot.sys) e lo manipola per portare avanti la sua agenda distruttiva. Questo caso studio rivela come gli attaccanti abbiano imparato a sfruttare non solo driver generici, ma anche componenti di sicurezza specificamente progettati per proteggere i sistemi.

Il malware sfrutta l’accesso profondo fornito dal driver per terminare i processi di sicurezza, disabilitare il software protettivo e prendere il controllo del sistema infetto. L’ironia di utilizzare un driver anti-rootkit per installare effettivamente capacità simili a rootkit dimostra il livello di sofisticazione raggiunto dagli attaccanti moderni.

L’Impatto sui Gruppi Ransomware

I gruppi ransomware hanno rapidamente adottato le tecniche BYOVD come parte standard del loro arsenale. Il gruppo ransomware noto come Kasseika è diventato l’ultimo a sfruttare l’attacco Bring Your Own Vulnerable Driver (BYOVD) per disarmare i processi relativi alla sicurezza sugli host Windows compromessi, unendosi ai gruppi come Akira, AvosLocker, BlackByte e RobbinHood.

Questa adozione diffusa tra i gruppi ransomware è particolarmente preoccupante perché la tattica consente agli “attori delle minacce di terminare processi e servizi antivirus per il dispiegamento di ransomware”. In altre parole, gli attacchi BYOVD sono diventati un moltiplicatore di forza che amplifica l’efficacia di altre forme di malware.

Le Statistiche Allarmanti del 2024

I dati del 2024 dipingono un quadro sempre più preoccupante. Entro la metà del 2024, sono stati riportati 22.254 CVE (Common Vulnerabilities and Exposures), riflettendo un aumento del 30% rispetto al 2023 e un incremento del 56% rispetto al 2022. Inoltre, entro la fine del 2024, una media di 115 CVE venivano divulgati quotidianamente, testimonianza della crescente complessità delle minacce informatiche moderne.

Particolarmente rilevante per il contesto BYOVD è il fatto che nel 2024, il 14% delle violazioni è iniziato con lo sfruttamento di vulnerabilità come metodo di accesso iniziale – quasi tre volte superiore rispetto all’anno precedente.

Le Sfide per i Difensori

La rapidità con cui evolve il panorama BYOVD presenta sfide significative per i professionisti della sicurezza informatica. Una volta che un driver vulnerabile viene divulgato pubblicamente, è molto probabile che venga aggiunto rapidamente al database LOLDrivers. Anche se Microsoft decide di includere tale driver nella sua blocklist, gli attaccanti hanno una finestra di almeno sei mesi per sfruttarlo prima che la blocklist venga aggiornata.

Questo ritardo sistematico crea un vantaggio strutturale per gli attaccanti, che possono operare con relativa impunità durante questi periodi di grazia. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che non tutti i driver identificati come vulnerabili nel progetto LOLDrivers sono inclusi nella blocklist dei driver vulnerabili di Microsoft.

L’Impatto sui Sistemi Sanitari e Infrastrutture Critiche

Gli attacchi BYOVD non si limitano agli ambienti aziendali tradizionali, ma hanno iniziato a prendere di mira settori critici come la sanità. Le organizzazioni sanitarie sono state tra i principali bersagli della criminalità informatica nel 2024, e l’utilizzo di tecniche BYOVD in questi contesti presenta rischi particolarmente elevati data la natura critica dei servizi forniti.
Questo trend si inserisce in un contesto più ampio dove i costi globali dei danni da criminalità informatica dovrebbero crescere, raggiungendo 10,5 trilioni di dollari USA annuali quest’anno, secondo Cybersecurity Ventures.

Le Previsioni per il 2025

Guardando al futuro immediato, gli esperti prevedono che la minaccia BYOVD continuerà a evolversi e intensificarsi. Guardando al 2025, si prevede che il ransomware evolverà sfruttando vulnerabilità non convenzionali, come dimostrato dall’uso da parte del gruppo Akira di una webcam per aggirare i sistemi di rilevamento e risposta degli endpoint e infiltrarsi nelle reti interne.

Questa evoluzione verso lo sfruttamento di vulnerabilità “non convenzionali” suggerisce che gli attaccanti stiano espandendo la definizione stessa di cosa costituisce un “driver vulnerabile”, potenzialmente includendo componenti che tradizionalmente non erano considerati parte della superficie di attacco.

L’Importanza della Ricerca Proattiva

Un aspetto cruciale emerso dalle ricerche più recenti è l’identificazione proattiva di driver vulnerabili prima che vengano sfruttati in natura. La Carbon Black Threat Analysis Unit (TAU) ha scoperto 34 driver vulnerabili unici (237 hash di file) che accettano l’accesso al firmware. Sei consentono l’accesso alla memoria del kernel. Tutti danno il controllo completo dei dispositivi agli utenti non amministratori.

Questa ricerca proattiva è fondamentale perché sfruttando i driver vulnerabili, un attaccante senza privilegi di sistema può cancellare/alterare il firmware e/o escalare i privilegi. L’identificazione precoce di queste vulnerabilità può potenzialmente prevenire la loro inclusione nel database LOLDrivers e la loro successiva weaponizzazione.

Le Raccomandazioni Strategiche

Affrontare efficacemente la minaccia BYOVD richiede un approccio multi-dimensionale che va oltre le soluzioni tecniche tradizionali. Gli esperti raccomandano l’implementazione di strategie di difesa a più livelli che includano:

Gestione Proattiva delle Vulnerabilità: Le organizzazioni devono implementare processi per identificare e catalogare tutti i driver presenti nei loro ambienti, mantenendo un inventario aggiornato che permetta di rispondere rapidamente alle nuove minacce identificate.

Monitoraggio Comportamentale Avanzato: Poiché i driver BYOVD sono per definizione legittimi e firmati, è essenziale implementare sistemi di monitoraggio che si concentrino sui comportamenti anomali piuttosto che esclusivamente sui signature malware tradizionali.

Principio del Privilegio Minimo: L’implementazione rigorosa del principio del privilegio minimo può limitare significativamente l’impatto degli attacchi BYOVD, anche quando questi riescono a ottenere accesso iniziale al sistema.

Il Ruolo dell’Intelligenza Artificiale

Un elemento emergente nella lotta contro gli attacchi BYOVD è l’uso dell’intelligenza artificiale sia per l’attacco che per la difesa. Nel 2024, l’ingegneria sociale, le intrusioni cloud e le tecniche senza malware sono aumentate, e gli attori stato-nazione hanno intensificato lo spionaggio informatico e aggiunto l’IA al loro arsenale.

Questo sviluppo suggerisce che il futuro della cybersecurity vedrà un’escalation tecnologica dove sia gli attaccanti che i difensori utilizzeranno l’intelligenza artificiale per raggiungere i propri obiettivi. Nel contesto BYOVD, questo potrebbe tradursi in algoritmi capaci di identificare automaticamente driver vulnerabili o, dal lato difensivo, sistemi IA capaci di rilevare pattern di comportamento sospetti anche in driver apparentemente legittimi.

Verso un Nuovo Paradigma di Sicurezza

Gli attacchi Bring Your Own Vulnerable Driver rappresentano più di una semplice tecnica di attacco: simboleggiano un cambiamento fondamentale nel panorama della cybersecurity moderna. Stiamo assistendo alla fine dell’era in cui la firma digitale e la reputazione del vendor erano sufficienti a garantire la sicurezza di un componente software.

Il quadruplicarsi degli attacchi BYOVD nel 2024 non è solo una statistica allarmante, ma il segnale di una trasformazione profonda nelle dinamiche tra attaccanti e difensori. Gli attaccanti hanno dimostrato una capacità straordinaria di trasformare i meccanismi di sicurezza contro se stessi, utilizzando la fiducia del sistema come vettore di compromissione.

Per affrontare efficacemente questa sfida, la comunità della cybersecurity deve abbracciare un nuovo paradigma basato sulla “fiducia zero” anche verso i componenti apparentemente più legittimi. Questo significa implementare sistemi di monitoraggio che assumano che qualsiasi driver, indipendentemente dalla sua provenienza e dalla sua reputazione, possa potenzialmente essere compromesso o sfruttato.

Il futuro della difesa contro gli attacchi BYOVD risiederà nella combinazione di tecnologie avanzate di rilevamento comportamentale, gestione proattiva delle vulnerabilità, e soprattutto, in un cambiamento culturale che riconosca che in un mondo interconnesso, la sicurezza non può più basarsi sulla fiducia implicita, ma deve essere costantemente verificata e rivalidata.

Mentre ci dirigiamo verso il 2025, una cosa è certa: gli attacchi BYOVD continueranno a evolversi e proliferare. Solo attraverso una comprensione approfondita di questa minaccia e l’implementazione di strategie difensive innovative, le organizzazioni potranno sperare di mantenere un passo di vantaggio su attaccanti sempre più sofisticati e determinati.

Bibliografia:

Condividi sui Social Network:

https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/bring-your-own-vulnerable-driver-byovd/




Sicurezza digitale vs indagini criminali: la complessa sfida della crittografia End-to-End

Nella cybersecurity contemporanea, pochi temi generano dibattiti tanto accesi quanto la crittografia end-to-end (E2EE).

In occasione della 13ª Cyber Crime Conference, Luca Cadonici (Digital Forensics & Cybersecurity Expert, membro ONIF e docente presso l’European Forensic Institute) ha condiviso un’illuminante analisi circa l’impatto di questa tecnologia sulle indagini criminali moderne, delineando il complesso equilibrio tra protezione della privacy e necessità investigative.

La crittografia end-to-end rappresenta una delle tecnologie più avanzate per proteggere le comunicazioni digitali. Si tratta di un meccanismo diverso dalla tradizionale cifratura server-based, come Cadonici ha spiegato durante il suo intervento: «La crittografia end-to-end è un meccanismo di sicurezza che cifra i dati in maniera che siano cifrati da un endpoint all’altro, dal mittente al destinatario, senza che l’intermediario – il service provider – possegga la chiave per decifrarli».

Il funzionamento di questa tecnologia si basa su un sofisticato sistema di doppia chiave. Quando un utente invia un messaggio, questo viene cifrato con la chiave pubblica del destinatario; il contenuto può essere decifrato esclusivamente con la chiave privata, che risiede unicamente sul dispositivo fisico del ricevente.

«Sui server ci sono soltanto le chiavi pubbliche. Concretamente io prendo la chiave pubblica del destinatario, cifro il messaggio sul mio dispositivo e i server (ad esempio di WhatsApp) lo inoltrano in forma cifrata; anche perché non hanno la chiave privata, che è fisicamente sul dispositivo del destinatario, il quale potrà invece decifrarlo», ha precisato l’esperto.

Guarda il video completo dell’intervento:

[embedded content]

Il conflitto strutturale: privacy versus sicurezza pubblica

Questa architettura crea una protezione straordinariamente robusta. «I messaggi sono protetti anche da una compromissione del server. Qualsiasi tipo di leak o esposizione, senza la compromissione degli endpoint, risulta inefficace», ha sottolineato Cadonici.

Tuttavia, la stessa robustezza genera quello che l’esperto definisce “un conflitto strutturale” tra privacy e sicurezza pubblica: «Neanche volendo il provider può fornire i dati decifrati alle forze dell’ordine, pur in presenza di un regolare mandato. Si parla di “warrant-proof zone”, cioè “zone a prova di mandato” protette dal meccanismo della cifratura».

Questa situazione ha creato una frattura tra due visioni diametralmente opposte della sicurezza digitale.

Da un lato, i difensori della privacy considerano la crittografia end-to-end un elemento essenziale per la tutela dei diritti umani nell’era digitale. Dall’altro, le forze dell’ordine di numerosi paesi lamentano l’impossibilità di accedere a comunicazioni potenzialmente cruciali nelle loro indagini, specialmente in casi delicati come l’adescamento di minori o il terrorismo.

Casi emblematici: quando la teoria incontra la pratica

Cadonici ha illustrato questo conflitto attraverso diversi casi emblematici verificatisi negli ultimi anni.

Sicurezza digitale vs indagini criminali: la complessa sfida della crittografia End-to-End: Cybercrime Conference, Luca Cadonici

Nel febbraio 2024, quando Meta ha avviato l’implementazione della crittografia end-to-end come impostazione predefinita su Facebook Messenger, il procuratore generale del Nevada (USA) ha tentato di bloccare questa iniziativa, specificamente per quanto riguardava le chat dei minori. A questa richiesta si è fermamente opposta una coalizione di difensori della privacy, tra cui l’Electronic Frontier Foundation e Mozilla, sostenendo che la crittografia end-to-end sia uno strumento fondamentale per tutelare i diritti umani e che, paradossalmente, i minori non protetti dalla crittografia delle chat possono essere esposti a cyber criminali di ogni tipo.

Particolarmente significativo, secondo Cadonici, è il caso Pochesov c. Russia, in cui la Corte Europea dei Diritti Umani si è pronunciata con una sentenza dirimente nel riconoscimento della crittografia come strumento a tutela dei diritti fondamentali. Il caso riguardava il rifiuto di Telegram di fornire alle autorità russe una backdoor per accedere alle “chat segrete” protette da crittografia end-to-end, che erano state presumibilmente utilizzate da sospetti terroristi.

«Citando l’art. 8 CEDU (che riconosce l’inviolabilità della vita privata) la Corte, in maniera forse lungimirante e sicuramente innovativa, ha riconosciuto la cifratura come elemento di tutela dei diritti umani, come uno scudo che previene in primis gli abusi» ha spiegato Cadonici.

Le iniziative legislative: tentativi di regolamentare l’inviolabile

La sentenza della Ct. EDU ha esplicitamente contrastato anche l’idea di una conservazione indiscriminata dei dati che, secondo la Corte, porterebbe inevitabilmente a forme di sorveglianza generalizzata e ingiustificata; una visione progressista che, tuttavia, si scontra con le iniziative legislative adottate in varie giurisdizioni.

In merito Cadonici ha citato la controversa proposta della Commissione UE, nota come “Regulation on Child Sexual Abuse” e soprannominata dai critici “Chat Control”. Questa normativa introdurrebbe «lo scanning automatico di messaggi, immagini e video sugli endpoint degli utenti», rappresentando l’unica misura tecnica che permetterebbe il monitoraggio di materiale illegale su dispositivi protetti da crittografia end-to-end.

La proposta di regolamento ha suscitato feroci opposizioni ed è stata rimandata più volte, proprio per le preoccupazioni relative alla sorveglianza di massa che potrebbe comportare.

Anche il Regno Unito è stato coinvolto in una simile vicenda. Cadonici ha infatti menzionato la recente richiesta del governo britannico ad Apple, avvenuta nel febbraio 2025, per consentire l’accesso ai dati protetti da crittografia end-to-end.

La risposta di Apple, riportata da Cadonici, è stata lapidaria: “Non abbiamo mai costruito una backdoor e non lo faremo mai”.

Apple: Sicurezza digitale vs indagini criminali: la complessa sfida della crittografia End-to-End. Cybercrime Conference, Luca CadoniciPiuttosto che compromettere la sicurezza dei propri sistemi, Apple ha preferito disabilitare completamente la funzionalità Advanced Data Protection (ADP) per gli utenti britannici, scusandosi con loro ma continuando a mantenere ferma la sua posizione sulla privacy.

La “questione backdoor”: una falsa soluzione

Questo richiamo alla vicenda di Apple ha portato Cadonici a ricordare il famoso caso dell’iPhone 5C utilizzato dall’attentatore di San Bernardino, quando l’FBI chiese ad Apple di creare una backdoor per accedere ai dati del dispositivo del sospettato.

Anche in quel caso, Apple si rifiutò categoricamente di compromettere la sicurezza dei propri prodotti; e il caso fu infine risolto attraverso l’intervento di un’azienda israeliana specializzata in software per dispositivi mobili.

La questione delle backdoor rappresenta uno dei nodi più complessi di questa discussione. Cadonici le ha definite senza mezzi termini “una falsa soluzione”, spiegando che «le backdoor sono un canale di accesso nascosto utilizzabile dalle forze dell’ordine; ma una volta compromesse – come qualsiasi sistema informatico – non possono distinguere tra un agente che agisce in forza di un mandato e un cyber criminale».

Backdoors: Sicurezza digitale vs indagini criminali: la complessa sfida della crittografia End-to-End. Cybercrime Conference, Luca CadoniciA sostegno di questa tesi, l’esperto ha citato un clamoroso episodio di spionaggio contro gli USA.

«È già successo in uno dei casi più gravi di spionaggio informatico che ha colpito l’amministrazione statunitense. L’ATP “Salt Typhoon”, sponsorizzato dalla Cina, è riuscito a inserirsi nelle backdoor dei service provider americani, create in forza della normativa CALEA (Communications Assistance for Law Enforcement Act) negli apparati di rete, proprio per permettere l’intercettazione legale delle comunicazioni di soggetti indagati dalle agenzie statunitensi. E questo ha avuto come risultato l’accesso alle comunicazioni degli ufficiali più alti».

Il caso mostra chiaramente come le vulnerabilità introdotte per scopi legittimi possano essere sfruttate da attori malevoli, creando rischi per la sicurezza nazionale che superano di gran lunga i benefici sul piano investigativo.

Un cambio di paradigma: quando la sicurezza prevale sull’accesso

Al riguardo, Cadonici ha citato anche il recente cambiamento di paradigma negli Stati Uniti riguardo alla crittografia.

«C’è stato un cambio di orientamento della politica americana, con una rivalutazione dell’encryption by default: il direttore dell’Agenzia della cybersecurity statunitense ha esortato i cittadini americani a utilizzare app come Signal o WhatsApp (che includono la cifratura end-to-end) per proteggere le proprie comunicazioni dagli attacchi cinesi».

U.S. Shift on Encryption After Salt Typhoon - L'Impatto della Crittografia End-to- End (E2EE) sulle Indagini Criminali Contemporanee. Cybercrime Conference, Luca CadoniciQuesta inversione di rotta testimonia la complessità della questione e la difficoltà di trovare un equilibrio che soddisfi tutte le parti coinvolte.

Soluzioni alternative: indagare senza compromettere la privacy

Di fronte a uno scenario così complesso Cadonici ha proposto un approccio pragmatico, basandosi su una ricerca accademica che ha coinvolto 13 professionisti di 11 servizi online, tra cui Facebook, Instagram, WhatsApp e Wikipedia.

La ricerca ha distinto due principali categorie di tecniche investigative: quelle “content-dependent” (dipendenti dal contenuto), come lo scanning o la supervisione umana; e quelle “content-oblivious” (indipendenti dal contenuto), come i report degli utenti o l’analisi dei metadati.

«Nella maggior parte dei casi esaminati, le tecniche “content-oblivious” si rivelano di fatto più efficaci» ha affermato Cadonici, evidenziando l’esistenza di alternative valide che non richiedono la compromissione della crittografia end-to-end.

Investigating E2EE Protected Data - L'impatto della Crittografia End-to-End (E2EE) sulle Indagini Criminali Contemporanee. Cybercrime Conference, Luca CadoniciTra le soluzioni proposte figura lo “user reporting”, che nelle parole del relatore prevede di «Agevolare, educare, permettere agli utenti di segnalare il materiale illegale: i dati vengono momentaneamente decifrati sul dispositivo dell’utente con la sua chiave e poi inviati sui server del provider, che inoltrerà la segnalazione all’agenzia di law enforcement».

Questa tecnica preserva l’integrità della crittografia mantenendo il controllo nelle mani dell’utente.

L’analisi dei metadati rappresenta un’altra soluzione promettente.
«L’indirizzo IP, i “subscriber data” forniti al momento dell’iscrizione, la storia dell’account, eventuali report precedenti, la storia dei nickname, sono elementi analizzabili non relativi al contenuto», ha spiegato Cadonici; sebbene questi dati non rivelino il contenuto delle comunicazioni, possono infatti fornire indizi preziosi per le indagini.

Tecniche investigative innovative e tradizionali

Anche l’analisi comportamentale può offrire indicazioni significative: «Picchi di attività, utilizzo di massa di VPN, comportamenti automatizzati…» ha elencato Cadonici, citando come esempio il recente report sulla trasparenza di TikTok che ha identificato la creazione anomala di account in sostegno di un candidato alla presidenza della Romania, poi estromesso dal processo elettorale.

Behavioral monitoring - L'impatto della Crittografia End-to-End (E2EE) sulle Indagini Criminali Contemporanee. Cybercrime Conference, Luca CadoniciIn questo caso, i dati sono stati acquisiti mediante un ordine di preservazione per poi essere acquisiti dalla Commissione Europea, utilizzando lo strumento del Digital Service Act (DSA).

Le tradizionali operazioni sotto copertura, d’altronde, mantengono la loro rilevanza anche nell’era contemporanea. «Se mi inserisco in un certo gruppo o avvio una chat con un certo contatto, ho la chiave sul dispositivo e quindi non ho il problema della crittografia», ha spiegato il relatore; naturalmente, però, questo approccio richiede «formazione e risorse per le forze dell’ordine, sia quantitative che qualitative».

Infine, la cooperazione internazionale assume un’importanza crescente.

Cadonici ha fatto riferimento alla Convenzione di Budapest e alle direttive UE per l’accesso ai dati transfrontalieri, che hanno «velocizzato miracolosamente l’accesso a provider esteri, permettendo – ad esempio – a un’autorità giudiziaria italiana di richiedere dati direttamente a un provider straniero, individuando un referente nel paese, senza dover passare dall’autorità giudiziaria locale. Considerato che in questo tipo di indagini il tempo è tutto, si tratta di uno strumento fondamentale che spero si diffonda sempre di più».

Digital forensics e interventi tecnologici

Il relatore ha sottolineato che l’analisi forense rimane uno strumento fondamentale, pur richiedendo investimenti significativi: come ha sottolineato Cadonici, la Digital forensics esige infatti «un’attività formativa, per avere personale preparato, nonché l’acquisto di strumenti che (soprattutto in campo Mobile) hanno costi veramente alti».

International LEA Cooperation - L'impatto della Crittografia End-to-End (E2EE) sulle Indagini Criminali Contemporanee. Cybercrime Conference, Luca CadoniciServizi cloud e backup possono offrire ulteriori vie d’accesso. «Non tutti [i fornitori] utilizzano cifratura end-to-end, oppure, come Facebook Messenger, conservano la chiave sui server del cloud; quindi probabilmente il backup è cifrato ma, se attivi l’opzione, io posso chiedere al provider di fornirmi la chiave», ha suggerito Cadonici.

Come ultima risorsa è stata menzionata la compromissione degli endpoint attraverso l’uso di software di monitoraggio, anche noti come “captatori informatici” o trojan.

«Sicuramente è la soluzione più delicata, perché oggi abbiamo parlato di sorveglianza e abbiamo recentemente visto, nel caso Paragon/Graphite, come questi strumenti possano essere usati per investigare non solo sui criminali. Dev’essere ovviamente uno strumento usato con estrema cautela, però va nominato tra quelli a disposizione per le forze dell’ordine», ha avvertito.

Conclusioni: verso un bilanciamento sostenibile

In conclusione, Cadonici ha sottolineato la necessità di trovare un bilanciamento sostenibile tra la sicurezza e i diritti fondamentali: «È opportuno che una società evoluta metta in sicurezza sé stessa; e la cybersecurity è sempre più legata alla sicurezza della società nel suo complesso».

Balancing Security and Fundamental Rights - L'impatto della Crittografia End-to-End (E2EE) sulle Indagini Criminali Contemporanee. Cybercrime Conference, Luca CadoniciCome ha affermato con realismo, «Credo che – volenti o nolenti – con la cifratura end-to-end dovremo fare i conti; quindi dobbiamo sviluppare una serie di tecniche non basate sul contenuto per arrivare a ottenere le informazioni che ci servono, agevolare la cooperazione internazionale e focalizzarci sull’acquisizione degli endpoint, investendo nella formazione per arrivare a un’attività investigativa che sia mirata, precisa, evoluta e capace di tutelare sia la sicurezza della società sia i diritti di tutti noi».

Il messaggio finale di Cadonici suona come un invito alla ragionevolezza e alla collaborazione tra tutte le parti interessate: se infatti la sicurezza delle comunicazioni incarna un diritto fondamentale, essa deve coesistere con la necessità di combattere le attività criminali.

Le soluzioni proposte dall’esperto suggeriscono che tale equilibrio è non solo possibile, ma essenziale per una società che aspira a essere tanto sicura quanto rispettosa dei diritti individuali.

Sebbene la sfida sia complessa, l’intervento ha dimostrato come non si richieda di sacrificare né la privacy né la sicurezza pubblica, essendo piuttosto arrivato il momento di ripensare e modernizzare gli approcci investigativi per adattarli alle tecnologie del nostro tempo.

Condividi sui Social Network:

https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/crittografia-end-to-end/




Gruppo APT41: collettivo di cybercriminali sponsorizzato dallo Stato cinese

Nel panorama delle minacce informatiche globali, pochi gruppi di hacker riescono a distinguersi per la loro sofisticazione e capacità operativa quanto APT41, un collettivo di cyber-criminali sponsorizzato dallo Stato cinese. Questo gruppo, conosciuto nella comunità di sicurezza informatica con diversi nomi quali WICKED PANDA, Bronze Atlas, Brass Typhoon ed Earth Baku, rappresenta una delle minacce più pericolose e innovative del nostro tempo.

Ciò che rende APT41 particolarmente interessante dal punto di vista dell’analisi delle minacce è la sua natura ibrida, non si tratta infatti di un semplice gruppo di spionaggio governativo, bensì di un’organizzazione che combina abilmente attività di intelligence statale con operazioni criminali orientate al profitto economico. Questa duplice natura lo rende estremamente versatile e difficile da prevedere nelle sue mosse.

La presente analisi si propone di esaminare in dettaglio le metodologie operative di questo gruppo, i suoi strumenti tecnologici più avanzati e le innovazioni recenti che hanno caratterizzato le sue campagne di attacco. Particolare attenzione verrà dedicata all’evoluzione delle tecniche di evasione e all’espansione geografica delle operazioni, che hanno portato il gruppo ben oltre i tradizionali obiettivi dell’area Asia-Pacifico.

Chi è realmente APT41?

Per comprendere appieno la minaccia rappresentata da APT41, è necessario innanzitutto chiarire la sua struttura organizzativa e i suoi obiettivi strategici. Secondo le analisi di CrowdStrike Intelligence, APT41 non è un gruppo monolitico, ma piuttosto un’aggregazione di diversi sottogruppi e contractor che operano sotto l’egida dello Stato cinese.

Questa struttura complessa permette al gruppo di mantenere una certa flessibilità operativa, mentre alcuni sottogruppi si concentrano su obiettivi di intelligence strategica per conto del governo cinese, altri si dedicano ad attività criminali tradizionali come il furto di dati finanziari, il ransomware e la sottrazione di proprietà intellettuale per scopi commerciali.

È probabile che questa duplice attività avvenga con l’approvazione tacita delle autorità cinesi che beneficiano sia delle informazioni di intelligence raccolte, sia dell’indebolimento economico dei competitor internazionali.

La storia operativa di APT41 risale almeno al 2007, il che lo rende uno dei gruppi APT più longevi attualmente attivi. Nel corso degli anni, ha dimostrato una capacità straordinaria di adattamento tecnologico e strategico, rinnovando continuamente il proprio arsenale di strumenti e tattiche. Questa evoluzione continua è testimoniata dalle recenti campagne che sfruttano servizi cloud legittimi come Google Calendar e Google Drive per le comunicazioni di comando e controllo, una tecnica che rappresenta un’innovazione significativa nel campo delle minacce informatiche.

L’arsenale tecnologico: un’analisi dettagliata

KEYPLUG: l’arte del controllo remoto sofisticato

Uno degli strumenti più rappresentativi della sofisticazione tecnica di APT41 è senza dubbio KEYPLUG, un malware che esemplifica perfettamente l’approccio metodico e avanzato del gruppo alla compromissione dei sistemi target. Sviluppato in linguaggio C++, KEYPLUG è un backdoor modulare che rappresenta un’evoluzione significativa rispetto ai tradizionali strumenti di accesso remoto.

La caratteristica più importante di KEYPLUG è la sua versatilità, il malware è stato progettato per operare efficacemente sia su sistemi Windows che Linux, una capacità che permette agli attaccanti di mantenere il controllo su un’ampia varietà di infrastrutture tecnologiche. Questa flessibilità cross-platform è particolarmente preziosa negli ambienti aziendali moderni, dove spesso coesistono diverse architetture e sistemi operativi.

Dal punto di vista tecnico, KEYPLUG si distingue per la sua capacità di supportare molteplici protocolli di comunicazione per il traffico di comando e controllo. Questo significa che il malware può adattarsi dinamicamente alle condizioni di rete dell’ambiente compromesso, scegliendo il protocollo più appropriato tra HTTP tradizionale, TCP diretto, KCP over UDP per connessioni ad alta velocità, e WebSocket Secure (WSS) per comunicazioni cifrate che appaiono come traffico web legittimo.

Un aspetto particolarmente avanzato di KEYPLUG è l’implementazione di tecniche avanzate di evasione. Il malware utilizza algoritmi personalizzati per l’hashing delle API, una tecnica che rende più difficile l’analisi statica del codice da parte dei ricercatori di sicurezza. Inoltre, il gruppo ha sviluppato un sistema ingegnoso di “dead drop resolver“, essenzialmente nascondigli digitali su forum tecnologici pubblici dove il malware può recuperare indirizzi di server di comando e controllo aggiornati senza dover contattare direttamente l’infrastruttura degli attaccanti.

Questa tecnica dei dead drop è particolarmente brillante dal punto di vista operativo poiché, utilizzando forum tecnologici legittimi come intermediari, gli attaccanti possono aggiornare le istruzioni per il malware semplicemente pubblicando post apparentemente innocui che contengono dati codificati. Questo approccio rende estremamente difficile bloccare completamente le comunicazioni del malware, poiché richiederebbe il blocco di interi forum utilizzati legittimamente da migliaia di utenti.

DodgeBox e MoonWalk: l’evoluzione dell’evasione

Nel luglio 2024, i ricercatori di Zscaler ThreatLabz hanno scoperto quella che rappresenta probabilmente una delle innovazioni più significative nell’arsenale di APT41, un sistema a due componenti costituito da DodgeBox e MoonWalk. Questa scoperta illustra perfettamente come il gruppo continui a investire risorse significative nello sviluppo e nel perfezionamento dei propri strumenti.

DodgeBox rappresenta un’evoluzione del precedente malware StealthVector, ma con capacità significativamente migliorate. Funziona come un loader, essenzialmente un programma la cui funzione principale è quella di caricare e avviare altri programmi malevoli, ma con caratteristiche tecniche molto avanzate. Il malware implementa tre tecniche di evasione particolarmente sofisticate:

Il DLL sideloading è una tecnica che sfrutta il modo in cui i sistemi Windows caricano le librerie dinamiche. Invece di utilizzare file eseguibili tradizionali che potrebbero essere facilmente rilevati dai sistemi antivirus, DodgeBox si camuffa come una libreria legittima che viene caricata automaticamente da un programma originale. Questo approccio rende molto più difficile il rilevamento, poiché il comportamento appare del tutto normale al sistema operativo.

Il DLL hollowing è una tecnica ancora più sofisticata che prevede la sostituzione del contenuto di una libreria legittima con codice malevolo, mantenendo però l’aspetto esteriore del file originale. È come svuotare un libro e riempirlo con pagine diverse mantenendo la copertina originale, dall’esterno tutto appare normale, ma il contenuto è completamente diverso.

Il call stack spoofing è probabilmente la tecnica più avanzata delle tre. Il call stack è una struttura dati che tiene traccia di quali funzioni un programma sta eseguendo e in che ordine. Manipolando artificialmente questa struttura, DodgeBox può far credere ai sistemi di monitoraggio che stia eseguendo operazioni completamente diverse da quelle reali.

MoonWalk, il payload finale di questo sistema, rappresenta un’innovazione significativa nell’uso di servizi cloud per attività malevole. Invece di utilizzare server tradizionali per le comunicazioni di comando e controllo, MoonWalk sfrutta Google Drive, un servizio legittimo utilizzato da milioni di persone in tutto il mondo. Questo approccio è geniale dal punto di vista operativo poiché le comunicazioni del malware risultano completamente indistinguibili dal traffico legittimo verso Google Drive, rendendo praticamente impossibile bloccarle senza impedire l’accesso al servizio per tutti gli utenti legittimi.

TOUGHPROGRESS: la rivoluzione del Comando e Controllo (C2)

La scoperta più recente e forse più innovativa nell’armamentario di APT41 è stata documentata da Google Threat Intelligence Group nel maggio 2025. Si tratta di un malware denominato TOUGHPROGRESS che introduce un concetto completamente nuovo nell’ambito delle comunicazioni di comando e controllo: l’utilizzo di Google Calendar come canale di comunicazione.

Per comprendere l’innovazione di questa approccio, è importante spiegare come funzionano tradizionalmente le comunicazioni di comando e controllo nei malware. Normalmente, un malware installato su un sistema compromesso deve comunicare con server controllati dagli attaccanti per ricevere istruzioni e inviare i dati rubati. Questa comunicazione rappresenta sempre un punto di vulnerabilità, poiché può essere rilevata e bloccata dai sistemi di sicurezza.

TOUGHPROGRESS risolve questo problema in modo elegante utilizzando Google Calendar come intermediario. Il malware crea eventi calendario apparentemente innocui in date specifiche predeterminate, nascondendo i dati rubati e i comandi nelle descrizioni di questi eventi. Dal punto di vista di un amministratore di rete, il traffico verso Google Calendar appare completamente legittimo, dopotutto, milioni di persone utilizzano questo servizio quotidianamente per organizzare i propri impegni.

Il processo tecnico è particolarmente sofisticato. Una volta installato, TOUGHPROGRESS crea automaticamente un evento calendario di durata zero in una data specifica hardcoded nel codice. In questo evento, il malware inserisce informazioni dettagliate sul sistema compromesso, inclusi dettagli sull’hardware, il software installato, gli utenti presenti e la configurazione di rete. Tutte queste informazioni vengono cifrate utilizzando un algoritmo crittografico personalizzato prima di essere inserite nella descrizione dell’evento.

Gli attaccanti, dal canto loro, possono inviare comandi al malware creando eventi calendario in date specifiche, anch’esse hardcoded nel malware. TOUGHPROGRESS controlla periodicamente queste date, scarica i nuovi eventi, decifra i comandi contenuti nelle descrizioni e li esegue sul sistema compromesso. I risultati dell’esecuzione vengono poi cifrati e inviati agli attaccanti attraverso la creazione di nuovi eventi calendario.

Il sistema crittografico utilizzato da TOUGHPROGRESS è stato analizzato in dettaglio dal team di Google in collaborazione con Mandiant FLARE. Il malware utilizza una combinazione di tecniche, prima comprime i dati utilizzando l’algoritmo LZNT1 (lo stesso utilizzato internamente da Windows per la compressione di file), poi applica una cifratura XOR utilizzando due chiavi separate: una chiave fissa di 10 byte hardcoded nel malware e una chiave variabile di 4 byte generata dinamicamente per ogni messaggio.

Le strategie di attacco: dal riconoscimento alla compromissione

L’arte della penetrazione iniziale

Una delle caratteristiche più impressionanti di APT41 è la sua capacità di sfruttare rapidamente le vulnerabilità appena scoperte, spesso nel giro di poche ore dalla pubblicazione degli advisory di sicurezza. Questo aspetto del loro modus operandi merita un’analisi approfondita perché illustra il livello di organizzazione e preparazione del gruppo.

Un esempio emblematico di questa capacità è rappresentato dalla loro risposta alla divulgazione della vulnerabilità Log4j nel dicembre 2021. Log4j è una libreria software estremamente diffusa utilizzata in migliaia di applicazioni Java in tutto il mondo. Quando fu scoperta la vulnerabilità CVE-2021-44228 (soprannominata “Log4Shell”), rappresentò immediatamente una delle minacce informatiche più gravi degli ultimi anni, poiché permetteva agli attaccanti di eseguire codice arbitrario su qualsiasi sistema che utilizzasse versioni vulnerabili della libreria.

La rapidità di risposta di APT41 fu sorprendente, nel giro di poche ore dalla pubblicazione dell’advisory di sicurezza della Apache Foundation, il gruppo aveva già iniziato campagne di attacco su larga scala sfruttando questa vulnerabilità. Questo significa che devono aver avuto team dedicati al monitoraggio continuo delle pubblicazioni di sicurezza, capacità di sviluppo rapido di exploit e infrastrutture pronte per il deployment immediato. Un livello di preparazione che suggerisce risorse significative e un’organizzazione militare delle operazioni.

Ma APT41 non si limita a sfruttare vulnerabilità già note. Il gruppo ha dimostrato capacità di ricerca e sviluppo di exploit per applicazioni molto specifiche e di nicchia. Un esempio interessante è lo sfruttamento della vulnerabilità CVE-2021-44207 in USAHerds, un’applicazione specializzata per la segnalazione di emergenze sanitarie veterinarie utilizzata da diciotto stati americani. Lo sviluppo di un exploit per un’applicazione così specifica richiede non solo competenze tecniche avanzate, ma anche un’accurata ricognizione dei sistemi target e una comprensione approfondita dell’architettura software specifica.

ShadowPad: il successore evoluto di PlugX

Nell’arsenale di APT41, un posto di particolare rilievo è occupato da ShadowPad, un Remote Access Trojan (RAT) che rappresenta l’evoluzione naturale del precedente malware PlugX. Per comprendere l’importanza di ShadowPad, è necessario spiegare brevemente cosa sia un RAT e perché sia uno strumento così prezioso per gli attaccanti.

Un Remote Access Trojan è essenzialmente un programma che permette a un attaccante di controllare completamente un computer da remoto, come se fosse fisicamente seduto davanti ad esso. Può vedere lo schermo, muovere il mouse, digitare sulla tastiera, accedere ai file, installare altri programmi e, in generale, fare tutto ciò che potrebbe fare un utente legittimo. La differenza cruciale è che tutto questo avviene all’insaputa dell’utente reale.

ShadowPad porta questo concetto a un livello superiore di sofisticazione. Il malware è progettato con un’architettura modulare, il che significa che può essere facilmente esteso con nuove funzionalità senza dover riscrivere l’intero codice. Questa modularità permette agli attaccanti di personalizzare il malware per specifiche operazioni: possono aggiungere moduli per il keylogging (registrazione dei tasti premuti), per la cattura di screenshot, per l’esfiltrazione di specifici tipi di file, o per il movimento laterale all’interno di una rete aziendale.

Un aspetto particolarmente interessante di ShadowPad è la sua tecnica di distribuzione attraverso il DLL sideloading. Questa tecnica sfrutta una caratteristica del sistema operativo Windows quando un programma ha bisogno di utilizzare una libreria dinamica (DLL), prima cerca questa libreria nella stessa cartella del programma, e solo successivamente nelle cartelle di sistema. Gli attaccanti sfruttano questa caratteristica piazzando una DLL malevola con lo stesso nome di una libreria legittima nella cartella di un programma originale.

Nel caso dell’attacco al centro di ricerca taiwanese documentato da Cisco Talos, APT41 ha utilizzato un binario IME (Input Method Editor) di Microsoft Office obsoleto come vettore di caricamento. L’IME è un componente software che aiuta gli utenti a inserire caratteri in lingue come il cinese o il giapponese utilizzando tastiere standard. Sfruttando una versione obsoleta e vulnerabile di questo componente, gli attaccanti sono riusciti a caricare ShadowPad senza destare sospetti.

L’infrastruttura operativa: resilienza e adattabilità

La strategia dei servizi di hosting gratuiti

Dall’agosto 2024, i ricercatori hanno osservato una significativa evoluzione nella strategia infrastrutturale di APT41, l’adozione sistematica di servizi di hosting web gratuiti per la distribuzione del malware. Questa scelta strategica merita un’analisi approfondita perché rappresenta un esempio brillante di come i gruppi APT si adattino alle contromisure implementate dai difensori.

Tradizionalmente, i gruppi di hacker utilizzano server dedicati per ospitare i loro strumenti e comunicare con i sistemi compromessi. Questo approccio, però, presenta diversi svantaggi: i server costano denaro, richiedono manutenzione, possono essere tracciati attraverso i pagamenti e, soprattutto, possono essere facilmente identificati e bloccati dalle autorità o dai fornitori di servizi internet.

APT41 ha risolto questi problemi adottando una strategia completamente diversa e cioè l’utilizzo di servizi di hosting gratuiti legittimi. Servizi come Cloudflare Workers, InfinityFree e TryCloudflare offrono hosting gratuito per piccoli siti web e applicazioni, principalmente per sviluppatori che vogliono testare i loro progetti senza costi iniziali. Questi servizi sono completamente legittimi e utilizzati da milioni di sviluppatori in tutto il mondo.

Sfruttando questi servizi, APT41 ottiene diversi vantaggi strategici. Prima di tutto, i costi sono azzerati, non c’è bisogno di pagare per server o domini, eliminando completamente la tracciabilità finanziaria. Secondo, l’infrastruttura appare completamente legittima poiché i domini utilizzati appartengono a servizi riconosciuti e affidabili, rendendo molto meno probabile che vengano bloccati preventivamente dai sistemi di sicurezza. Terzo, la resilienza è notevolmente migliorata visto che, se un account viene chiuso, il gruppo può semplicemente crearne un altro in pochi minuti.

Il gruppo ha dimostrato una particolare predilezione per i subdomain di Cloudflare Workers, un servizio che permette di eseguire codice JavaScript direttamente sui server edge di Cloudflare. Questo servizio è particolarmente attraente per gli attaccanti perché permette di creare rapidamente piccole applicazioni web che possono fungere da proxy o redirect per nascondere la vera destinazione del traffico malevolo.

Tecniche di persistenza e occultamento

Un aspetto fondamentale delle operazioni di APT41 è la capacità di mantenere l’accesso ai sistemi compromessi per lunghi periodi senza essere rilevati. Questa persistenza è ottenuta attraverso una combinazione di tecniche sofisticate che meritano un’analisi dettagliata.

Una delle tecniche più interessanti utilizzate dal gruppo è il “guardrailing”, un termine che deriva dal mondo delle corse automobilistiche e si riferisce alle barriere che impediscono alle auto di uscire dalla pista. Nel contesto del malware, il guardrailing si riferisce a tecniche che assicurano che il codice malevolo si esegua solo sui sistemi target specifici, evitando l’esecuzione su sistemi di ricerca o sandbox utilizzati per l’analisi del malware.

Le prime versioni del malware DEADEYE utilizzato da APT41 implementavano il guardrailing basandosi sul numero seriale del volume del disco rigido del sistema target. Ogni disco rigido ha un numero seriale univoco, e il malware era programmato per eseguirsi solo su sistemi con specifici numeri seriali. Questo approccio, però, aveva alcuni limiti pratici, poiché richiedeva una conoscenza preventiva molto specifica dei sistemi target.

Le versioni più recenti hanno adottato un approccio più flessibile, utilizzando il nome host del computer e/o il dominio DNS come criteri di guardrailing. Questo permette al malware di adattarsi più facilmente a diversi ambienti aziendali, dove i computer spesso seguono convenzioni di naming standardizzate (ad esempio, tutti i computer di un dipartimento potrebbero avere nomi che iniziano con un prefisso specifico).

Un’altra tecnica particolarmente sofisticata utilizzata da APT41 è la segmentazione dei file malware. Invece di distribuire i loro strumenti come singoli file eseguibili (che potrebbero essere facilmente rilevati), il gruppo divide spesso il malware in più parti che sembrano innocue se analizzate singolarmente. Ad esempio, durante lo sfruttamento della vulnerabilità Log4j, APT41 ha diviso un binario KEYPLUG.LINUX in quattro file separati denominati “xaa”, “xab”, “xac”, e “xad” – nomi che potrebbero sembrare parti di un archivio compresso frammentato.

Inoltre, il gruppo ha iniziato a modificare i metadati dei file per confondere i sistemi di rilevamento automatico. Ad esempio, mentre utilizzano VMProtect (un software legittimo per la protezione del codice) per offuscare i loro malware, modificano i nomi delle sezioni del file da “.vmp” (che potrebbe essere rilevato come indicatore di VMProtect) a “.upx” (che si riferisce a un diverso software di compressione). Questa tecnica può ingannare i sistemi di sicurezza che cercano specifici pattern nelle intestazioni dei file.

Espansione geografica e diversificazione degli obiettivi

Oltre l’Asia: la strategia globale di Earth Baku

Una delle evoluzioni più significative nelle operazioni di APT41 è rappresentata dall’espansione geografica orchestrata dal sottogruppo denominato Earth Baku. Questa espansione merita particolare attenzione perché segna un cambiamento strategico importante nell’approccio del gruppo alle operazioni internazionali.

Storicamente, APT41 ha concentrato le proprie operazioni principalmente nella regione Asia-Pacifico, con un focus particolare su Taiwan, Hong Kong, Giappone e Corea del Sud – paesi di particolare interesse strategico per la Cina. Questa concentrazione geografica era comprensibile dal punto di vista delle priorità di intelligence cinesi e delle competenze linguistiche e culturali necessarie per operazioni di spionaggio efficaci.

Earth Baku ha cambiato questo paradigma, estendendo le operazioni verso Europa, Medio Oriente e Africa. Le campagne documentate hanno preso di mira organizzazioni in Italia, Germania, Emirati Arabi Uniti e Qatar, utilizzando infrastrutture di comando e controllo basate in Georgia e Romania. Questa diversificazione geografica non è casuale, ma riflette probabilmente una combinazione di fattori strategici.

Dal punto di vista geopolitico, l’espansione verso l’Europa e il Medio Oriente allinea le operazioni di APT41 con le priorità più ampie della politica estera cinese, in particolare l’iniziativa Belt and Road e la crescente influenza cinese in queste regioni. Dal punto di vista operativo, la diversificazione geografica offre vantaggi significativi poiché riduce la dipendenza da specifiche regioni, permette di sfruttare diverse legislazioni e capacità di risposta alle minacce informatiche, e aumenta la complessità per i difensori che devono coordinare la risposta attraverso molteplici giurisdizioni.

L’espansione è accompagnata da un’evoluzione nelle capacità tecniche. Earth Baku ha iniziato a utilizzare strumenti post-exploitation più avanzati, incluso il backdoor hardware Rakshasa, uno strumento particolarmente sofisticato che può mantenere la persistenza anche quando il sistema operativo viene reinstallato. Il gruppo utilizza anche TailScale, un software legittimo per la creazione di reti private virtuali, per mantenere accesso persistente alle reti compromesse, e MEGAcmd per l’esfiltrazione efficiente di grandi volumi di dati attraverso il servizio cloud MEGA.

La diversificazione settoriale: dall’opportunismo alla strategia

L’analisi delle campagne recenti di APT41 rivela una significativa diversificazione nei settori target che va ben oltre i tradizionali obiettivi di alto valore strategico. Mentre i gruppi APT tendono tradizionalmente a concentrarsi su obiettivi come agenzie governative, contractor della difesa e aziende tecnologiche, APT41 ha dimostrato un approccio molto più ampio.

I settori presi di mira includono ora manifatturiero, sanitario, logistico, dell’ospitalità, educativo, dei media e dell’aviazione. Questa diversificazione può essere interpretata attraverso diverse lenti analitiche. Da un lato, riflette la natura ibrida del gruppo, che combina obiettivi di intelligence statale con motivazioni criminali. Il settore sanitario, ad esempio, può essere interessante sia per informazioni di intelligence (dati su funzionari governativi) sia per scopi criminali (dati personali vendibili sul mercato nero).

Dall’altro lato, questa diversificazione potrebbe riflettere un approccio più sofisticato all’intelligence, che riconosce il valore di informazioni apparentemente secondarie. Il settore logistico, ad esempio, può fornire informazioni preziose sui flussi commerciali internazionali, mentre il settore educativo può essere una fonte di ricerca avanzata e proprietà intellettuale.

Un aspetto particolarmente interessante è l’attenzione crescente verso il settore manifatturiero, che potrebbe essere collegato agli sforzi cinesi per avanzare nelle tecnologie manifatturiere avanzate e ridurre la dipendenza da fornitori stranieri in settori strategici. L’acquisizione di know-how tecnico attraverso il cyber-spionaggio può accelerare significativamente lo sviluppo tecnologico interno.

Contromisure e strategie difensive

Rilevamento e analisi: le sfide tecniche

Il rilevamento delle operazioni di APT41 presenta sfide tecniche significative che richiedono approcci innovativi e multistrato. La sofisticazione degli strumenti utilizzati dal gruppo e la loro continua evoluzione rendono inefficaci molte delle tecniche di rilevamento tradizionali basate su signature o pattern statici.

Una delle sfide principale è rappresentata dall’uso crescente di servizi cloud legittimi per le comunicazioni di comando e controllo. Tradizionalmente, i sistemi di sicurezza di rete identificano il traffico malevolo monitorando le connessioni verso domini o indirizzi IP sospetti. Quando però il malware comunica attraverso servizi come Google Calendar, Google Drive o Dropbox, questo approccio diventa inefficace, poiché bloccare questi servizi significherebbe impedire l’accesso a strumenti legittimi utilizzati quotidianamente dagli utenti.

La soluzione a questa sfida richiede un approccio più sofisticato basato sull’analisi comportamentale. Invece di concentrarsi su dove va il traffico, i sistemi di difesa devono analizzare come il traffico si comporta. Ad esempio, un utente normale di Google Calendar tipicamente crea pochi eventi al giorno, con descrizioni brevi e leggibili. Un malware che utilizza Calendar per C2, invece, potrebbe creare molti eventi con descrizioni lunghe e apparentemente casuali a intervalli regolari.

Questo tipo di analisi richiede sistemi di machine learning capaci di apprendere i pattern normali di utilizzo e identificare anomalie significative. Tuttavia, la sfida è complicata dal fatto che APT41 dimostra consapevolezza di queste tecniche di rilevamento e adatta continuamente i propri strumenti per minimizzare le anomalie comportamentali.

Un altro aspetto critico è il rilevamento delle tecniche di evasione avanzate utilizzate dal gruppo. Il DLL sideloading, ad esempio, è particolarmente difficile da rilevare perché sfrutta funzionalità legittime del sistema operativo. Un approccio efficace richiede monitoraggio a livello di kernel per tracciare tutti i caricamenti di DLL e identificare situazioni sospette, come il caricamento di librerie non firmate digitalmente o con hash crittografici sconosciuti.

Framework difensivo integrato

La complessità e sofisticazione delle operazioni di APT41 richiedono un approccio difensivo altrettanto sofisticato e multidimensionale. Non è sufficiente implementare singole soluzioni tecniche, è necessario un framework integrato che combini tecnologie avanzate, processi ottimizzati e competenze specialistiche.

Il primo pilastro di questo framework è rappresentato dal monitoraggio comportamentale avanzato. Questo approccio va oltre il semplice rilevamento di malware noti e si concentra sull’identificazione di comportamenti anomali che potrebbero indicare la presenza di attaccanti. Ad esempio, un sistema di monitoraggio comportamentale potrebbe rilevare che un account utente che normalmente accede solo a file di documenti improvvisamente inizia a scaricare grandi quantità di dati dal database aziendale durante ore notturne.

L’implementazione efficace del monitoraggio comportamentale richiede la raccolta e correlazione di dati da molteplici fonti: log di sistema, traffico di rete, accessi ai file, esecuzione di processi, e attività degli utenti. Questi dati devono essere analizzati utilizzando algoritmi di machine learning capaci di identificare pattern anomali senza generare troppi falsi positivi che potrebbero sopraffare i team di sicurezza.

Il secondo pilastro è la gestione proattiva delle vulnerabilità. Data la capacità dimostrata da APT41 di weaponizzare rapidamente nuove vulnerabilità, le organizzazioni non possono permettersi di seguire cicli di patching tradizionali che potrebbero richiedere settimane o mesi. È necessario implementare processi di patch management accelerati che possano rispondere a vulnerabilità critiche nel giro di ore, non giorni.

Questo richiede non solo processi ottimizzati, ma anche architetture tecniche che supportino il patching rapido. Ad esempio, l’utilizzo di container e architetture di microservizi può facilitare l’aggiornamento rapido di componenti specifici senza dover riavviare interi sistemi. Similmente, l’implementazione di architetture immutabili, dove i server non vengono mai modificati ma sostituiti interamente quando necessario, può semplificare significativamente il processo di patching.

Il terzo pilastro è l’implementazione di architetture zero-trust. Il concetto di zero-trust parte dal principio che nessuna entità – utente, dispositivo o applicazione – dovrebbe essere considerata fidata per default, indipendentemente dalla sua posizione nella rete. Ogni accesso deve essere verificato e autorizzato esplicitamente.

Nel contesto delle minacce rappresentate da APT41, questo approccio è particolarmente importante per limitare il movimento laterale. Anche se gli attaccanti riescono a compromettere un sistema, l’architettura zero-trust può impedire loro di estendere facilmente il controllo ad altri sistemi della rete. Questo si ottiene attraverso microsegmentazione della rete, autenticazione continua, e controllo granulare degli accessi basato su policy dinamiche.

Il quarto pilastro è il hardening specifico delle appliance di rete. APT41 ha dimostrato un crescente interesse verso l’infrastruttura di rete critica, prendendo di mira dispositivi come switch Cisco Nexus, firewall Fortinet e altri componenti fondamentali dell’infrastruttura IT. Questi dispositivi spesso ricevono meno attenzione dal punto di vista della sicurezza rispetto ai server e workstation, ma rappresentano obiettivi estremamente preziosi per gli attaccanti.

L’hardening delle appliance di rete richiede un approccio sistematico che includa: configurazioni di sicurezza robuste con disabilitazione di servizi non necessari, implementazione di autenticazione multi-fattore per tutti gli accessi amministrativi, logging dettagliato di tutte le attività amministrative e di configurazione, monitoraggio continuo per rilevare modifiche non autorizzate, e implementazione di processi di change management rigorosi per tracciare tutte le modifiche alla configurazione.

Indicatori tecnici e metodologie di attribution

L’identificazione accurata delle operazioni di APT41 richiede una comprensione approfondita degli indicatori tecnici che caratterizzano le loro operazioni. Questi indicatori vanno ben oltre i semplici hash di file o indirizzi IP, includendo pattern comportamentali, tecniche specifiche e caratteristiche del codice che persistono attraverso diverse campagne.

Uno degli indicatori più interessanti identificati dai ricercatori è l’algoritmo di hashing API utilizzato da KEYPLUG. Questo algoritmo presenta sorprendenti similarità con quello utilizzato dal malware Nuclear Bot (anche noto come TinyNuke) documentato da NetScout nel 2016. Questa connessione suggerisce possibili legami storici, riutilizzo di codice, o condivisione di sviluppatori tra diversi progetti malware.

L’analisi del codice rivela anche preferenze specifiche negli strumenti di sviluppo e nelle tecniche di offuscazione. APT41 mostra una particolare predilezione per VMProtect come strumento di protezione del codice, ma con modifiche personalizzate per eludere le signature di rilevamento. Il gruppo ha inoltre sviluppato tecniche proprietarie di control flow obfuscation che utilizzano overflow intenzionali di registri a 64 bit per calcolare dinamicamente gli indirizzi delle funzioni.

Un altro indicatore significativo è rappresentato dalle convenzioni di naming utilizzate per i file temporanei e i componenti malware. Il gruppo tende a utilizzare nomi apparentemente casuali ma che seguono pattern specifici, come l’uso di estensioni .jpg per file che in realtà non sono immagini, o la divisione di payload in file con nomi sequenziali (xaa, xab, xac, xad).

Intelligence sharing e cooperazione internazionale

La minaccia rappresentata da APT41 trascende i confini nazionali e settoriali, richiedendo una risposta coordinata a livello internazionale. L’efficacia delle operazioni del gruppo deriva in parte dalla loro capacità di sfruttare le disconnessioni nella cooperazione internazionale di cybersecurity e le differenze nelle legislazioni nazionali.

La condivisione di intelligence sulle minacce rappresenta un elemento cruciale nella lotta contro APT41. Organizzazioni come il Cyber Threat Alliance, i-ISAC (Industry Information Sharing and Analysis Centers), e iniziative governative come il NCSC (National Cyber Security Centre) britannico svolgono un ruolo fondamentale nel facilitare la condivisione tempestiva di informazioni sulle minacce.

Tuttavia, la condivisione efficace di intelligence richiede standardizzazione nei formati dei dati, processi per la sanitizzazione delle informazioni sensibili, e meccanismi per la verifica dell’affidabilità delle fonti. Standard come STIX (Structured Threat Information Expression) e TAXII (Trusted Automated Exchange of Intelligence Information) forniscono framework tecnici per questo scambio, ma la loro adozione richiede investimenti significativi in tecnologie e processi.

Implicazioni strategiche e tendenze future

L’evoluzione del modello operativo

L’analisi dell’evoluzione di APT41 nel corso degli anni rivela tendenze importanti che potrebbero caratterizzare il futuro delle minacce APT. Una delle tendenze più significative è la crescente professionalizzazione e specializzazione delle operazioni. Il gruppo ha evoluto da un collettivo relativamente informale di hacker a un’organizzazione strutturata con diversi team specializzati in diverse fasi dell’attack chain.

Questa specializzazione è evidente nell’organizzazione delle loro operazioni: team dedicati al riconoscimento e alla raccolta di intelligence sui target, team specializzati nello sviluppo di exploit per vulnerabilità specifiche, team responsabili dello sviluppo e manutenzione dell’arsenale malware, e team operativi responsabili dell’esecuzione delle campagne di attacco.

Un altro aspetto dell’evoluzione è rappresentato dalla crescente attenzione alla sostenibilità operativa a lungo termine. Invece di concentrarsi su operazioni ad alto impatto ma di breve durata, APT41 ha dimostrato capacità di mantenere accesso persistente ai sistemi target per mesi o anni, estraendo gradualmente informazioni preziose senza destare sospetti. Questo approccio richiede discipline operative rigorose, inclusa la rotazione regolare degli strumenti e delle tecniche per evitare la rilevazione.

Il modello “Malware-as-a-Service”

Una delle innovazioni più significative nell’ecosistema di APT41 è l’evoluzione verso un modello che i ricercatori hanno definito “malware factory”. Invece di sviluppare strumenti esclusivamente per uso interno, elementi del gruppo hanno iniziato a ridistribuire i loro strumenti ad altri attori di minacce cinesi, probabilmente attraverso una rete di “quartermaster” che fungono da intermediari.

Questo modello presenta vantaggi strategici significativi per la Cina come stato-nazione. Prima di tutto, massimizza il ritorno sull’investimento in ricerca e sviluppo: invece di limitare l’uso di strumenti avanzati a un singolo gruppo, li rende disponibili a un ecosistema più ampio di attori allineati.

Secondo, crea ridondanza operativa: anche se APT41 venisse neutralizzato, gli strumenti e le tecniche sviluppate continuerebbero a essere utilizzate da altri gruppi.

Terzo, e forse più importante, questo modello complica significativamente l’attribution e la risposta dei difensori. Quando lo stesso strumento viene utilizzato da diversi gruppi con diversi modi operandi, diventa molto più difficile tracciare specifiche operazioni ai loro autori reali. Questa ambiguità nell’attribution è strategicamente vantaggiosa per uno stato-nazione, poiché crea spazio per il “plausible deniability”.

Implicazioni per la deterrenza cibernetica

L’evoluzione di APT41 solleva questioni importanti sull’efficacia delle attuali strategie di deterrenza cibernetica. Gli sforzi tradizionali di deterrenza, incluse sanzioni economiche, incriminazioni penali e “naming and shaming” pubblico, sembrano aver avuto un impatto limitato sulle operazioni del gruppo.

Nel 2020, il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato sette individui collegati ad APT41, ma le operazioni del gruppo sono continuate senza interruzioni significative. Questo suggerisce che il modello organizzativo distribuito del gruppo, con molteplici contractor e sottogruppi, fornisce resilienza significativa contro le azioni legali tradizionali.

Le sanzioni economiche, similmente, hanno mostrato efficacia limitata contro un gruppo che deriva molto del suo finanziamento da attività criminali piuttosto che da budget governativi diretti. La capacità del gruppo di generare profitti attraverso ransomware, furto di criptovalute e vendita di dati rubati riduce la sua dipendenza da fonti di finanziamento tracciabili e sanzionabili.

Questo solleva questioni fondamentali su come gli stati democratici possano rispondere efficacemente a minacce cibernetiche sofisticate sponsorizzate da stati autoritari. Potrebbero essere necessari approcci più innovativi che combinano deterrenza tradizionale con azioni offensive mirate, cooperazione internazionale rafforzata e investimenti massicci in capacità difensive.

Conclusioni e prospettive future

Lezioni apprese

L’analisi approfondita delle operazioni di APT41 offre diverse lezioni importanti per la comunità di cybersecurity. Prima di tutto, dimostra che la linea tra criminalità informatica e spionaggio statale si sta progressivamente offuscando. I modelli tradizionali che cercano di categorizzare nettamente gli attori delle minacce potrebbero non essere più adeguati per comprendere e rispondere a gruppi ibridi come APT41.

Secondo, l’evoluzione continua degli strumenti e delle tecniche del gruppo sottolinea l’importanza di approcci difensivi dinamici e adattivi. Le soluzioni di sicurezza statiche, basate su signature o blacklist, sono intrinsecamente inadeguate contro avversari che investono continuamente in ricerca e sviluppo. È necessario un approccio più sofisticato basato su intelligence delle minacce, analisi comportamentale e machine learning avanzato.

Terzo, la crescente sofisticazione nell’uso di servizi cloud legittimi per attività malevole rappresenta una sfida fondamentale per i modelli di sicurezza tradizionali. I difensori devono sviluppare nuove metodologie per distinguere tra uso legittimo e abuso di questi servizi senza compromettere la funzionalità business.

La strada verso il futuro

Guardando al futuro, è probabile che APT41 continui a evolversi e adattarsi alle contromisure implementate dai difensori. Alcune tendenze sembrano particolarmente probabili:

  • Maggiore sofisticazione nell’AI e machine learning, è probabile che il gruppo inizi a incorporare tecniche di intelligenza artificiale nei propri strumenti, sia per l’automazione delle operazioni che per l’evasione dei sistemi di rilevamento basati su ML;
  • Espansione verso nuovi vettori di attacco, con la crescente adozione di tecnologie IoT, cloud computing e edge computing, APT41 probabilmente espanderà il proprio focus verso questi nuovi domini di attacco;
  • Maggiore integrazione con l’ecosistema criminale, il modello ibrido del gruppo potrebbe evolvere verso una maggiore integrazione con reti criminali internazionali, sfruttando le competenze specialistiche di diversi attori;
  • Evoluzione delle tecniche di attribution evasion, è probabile che il gruppo sviluppi tecniche sempre più sofisticate per confondere l’attribution, includendo possibly false flag operations e l’uso di infrastrutture compromesse appartenenti ad altri stati-nazione.

Raccomandazioni per la comunità di sicurezza

Per rispondere efficacemente alla minaccia rappresentata da APT41 e gruppi simili, la comunità di cybersecurity deve:

  • Investire in ricerca e sviluppo: è necessario un investimento sostenuto in ricerca su nuove tecniche di rilevamento e risposta, con particolare attenzione alle minacce che abusano di servizi cloud legittimi.;
  • Migliorare la cooperazione internazionale: la natura transnazionale delle minacce richiede meccanismi più efficaci per la condivisione di intelligence e la coordinazione delle risposte;
  • Sviluppare competenze specialistiche: la sofisticazione crescente delle minacce richiede analyst e responder con competenze tecniche sempre più avanzate;
  • Adottare approcci proattivi: invece di limitarsi a rispondere agli attacchi, le organizzazioni devono investire in threat hunting proattivo e intelligence-driven defense.

La minaccia rappresentata da APT41 è complessa e in continua evoluzione, ma non è insormontabile. Con gli investimenti giusti in tecnologie, processi e competenze, combinati con una cooperazione internazionale efficace, è possibile sviluppare difese efficaci contro anche le minacce più sofisticate. La chiave del successo risiede nel riconoscere che la cybersecurity è una disciplina dinamica che richiede apprendimento e adattamento continui.

L’analisi di APT41 ci ricorda che nel dominio cibernetico, come in molti altri aspetti della sicurezza nazionale, la preparazione e la vigilanza costanti sono il prezzo della libertà. La sfida è significativa, ma la posta in gioco – la protezione delle nostre democrazie, economie e società digitali – giustifica pienamente lo sforzo richiesto.

Bibliografia e Fonti:
Condividi sui Social Network:

https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/gruppo-apt41-hacking/




BadSuccessor: vulnerabilità negli ambienti Active Directory Enterprise

Nel panorama della cybersecurity moderna, poche scoperte hanno avuto l’impatto della vulnerabilità BadSuccessor identificata dai ricercatori di Akamai nel maggio 2025. Questa falla di sicurezza rappresenta un perfetto esempio di come le innovazioni progettate per migliorare la sicurezza possano paradossalmente aprire nuovi vettori di attacco.

La storia inizia con le migliori intenzioni, Microsoft aveva introdotto in Windows Server 2025 una nuova funzionalità chiamata Delegated Managed Service Accounts (dMSA), pensata per risolvere uno dei problemi più persistenti nella gestione delle identità enterprise – gli attacchi di Kerberoasting. Tuttavia, come spesso accade nel mondo della sicurezza informatica, la soluzione ha creato un problema ancora più grave.

Yuval Gordon, ricercatore di sicurezza presso Akamai, ha scoperto che questa nuova funzionalità può essere sfruttata per compromettere qualsiasi utente in Active Directory, inclusi i Domain Administrator, utilizzando privilegi apparentemente innocui che molti utenti già possiedono.

La vulnerabilità BadSuccessor: anatomia di un attacco sofisticato

Cosa sono i Delegated Managed Service Accounts

Per comprendere la gravità di BadSuccessor, dobbiamo prima spiegare cosa sono i dMSA e perché Microsoft li ha introdotti. I Delegated Managed Service Accounts rappresentano l’evoluzione degli account di servizio tradizionali utilizzati dalle applicazioni per autenticarsi nei domini Active Directory.

Storicamente, gli account di servizio hanno rappresentato un punto debole nella sicurezza enterprise. Questi account utilizzano password statiche che raramente vengono cambiate, rendendoli vulnerabili agli attacchi di Kerberoasting – una tecnica che permette agli attaccanti di estrarre e craccare offline le password degli account di servizio.

I dMSA dovevano risolvere questo problema attraverso:

  1. Rotazione automatica delle password: Le credenziali vengono cambiate automaticamente senza intervento umano;
  2. Binding alle identità macchina: L’autenticazione è legata a specifiche macchine, limitando l’uso improprio delle credenziali:
  3. Migrazione trasparente: Gli account di servizio esistenti possono essere migrati verso dMSA senza interruzioni operative.

Come funziona l’attacco BadSuccessor

La vulnerabilità sfrutta il meccanismo di migrazione dei dMSA in modo estremamente sofisticato. Ecco come procede un attaccante:

Fase 1: Creazione del dMSA Malicioso
L’attaccante crea un nuovo dMSA utilizzando permessi CreateChild su qualsiasi Organizational Unit (OU) del dominio. Questi permessi sono comunemente assegnati per operazioni di amministrazione di routine e spesso non destano sospetti.

Fase 2: Manipolazione degli Attributi Critici
L’attacco si basa sulla modifica di due attributi specifici:

  • msDS-ManagedAccountPrecededByLink: Viene impostato per puntare all’account target che si vuole compromettere (ad esempio, un Domain Admin);
  • msDS-DelegatedMSAState: Viene configurato per simulare una migrazione in corso

Fase 3: Impersonificazione Automatica
Il Key Distribution Center (KDC) di Active Directory, vedendo questi attributi, assume che il dMSA stia legittimamente sostituendo l’account target e gli concede automaticamente tutti i privilegi e le appartenenze ai gruppi dell’account originale.

L’aspetto più pericoloso: nessun permesso richiesto sull’account target

Quello che rende BadSuccessor particolarmente insidioso è che l’attaccante non ha bisogno di alcun permesso diretto sull’account che vuole compromettere. Come spiega Gordon: “È sufficiente avere permessi di scrittura sugli attributi di un dMSA per compromettere qualsiasi utente del dominio.

Questo significa che un utente con privilegi apparentemente limitati può scalare i propri privilegi fino a diventare Domain Administrator senza lasciare tracce evidenti nelle configurazioni degli account target.

L’impatto reale: numeri che fanno riflettere

Una vulnerabilità sistemica, non un caso isolato

Le ricerche condotte da Akamai hanno rivelato la portata allarmante del problema. In 91% degli ambienti Active Directory esaminati, sono stati trovati utenti al di fuori del gruppo domain admins con i permessi necessari per eseguire questo attacco. Questo dato trasforma BadSuccessor da una curiosità teorica in una minaccia concreta per la stragrande maggioranza delle organizzazioni enterprise.

Esposizione universale

Un aspetto particolarmente preoccupante è che la vulnerabilità diventa disponibile in qualsiasi dominio che abbia almeno un domain controller Windows Server 2025, anche se l’organizzazione non utilizza attivamente i dMSA. Questo significa che le organizzazioni potrebbero essere vulnerabili semplicemente per aver aggiornato i loro domain controller, senza aver mai configurato o utilizzato la nuova funzionalità.

La controversia: Microsoft vs. Akamai sulla severità

Due visioni diverse del rischio

La scoperta di BadSuccessor ha generato un dibattito significativo sulla valutazione del rischio cybersecurity. Microsoft ha classificato la vulnerabilità come “moderata severità” e ha dichiarato che non soddisfa i criteri per una patch immediata, sostenendo che l’exploitation richiede permessi specifici sull’oggetto dMSA, indicativi di privilegi già elevati.

Tuttavia, i ricercatori di Akamai contestano fermamente questa valutazione, sottolineando che i modelli di delega diffusi nelle enterprise moderne rendono i diritti di creazione dMSA tutt’altro che rari.

Il problema dei “Shadow Admin”

Gordon spiega che nelle organizzazioni moderne, i permessi CreateChild vengono spesso assegnati per supportare modelli di delega operativa. Questi “shadow admin” – utenti con privilegi limitati ma specifici – possono non essere considerati a rischio elevato nelle valutazioni di sicurezza tradizionali, ma BadSuccessor dimostra come questi privilegi apparentemente benigni possano essere trasformati in chiavi per il regno digitale.

Strategie di mitigazione e best practices

Misure immediate di protezione

In assenza di una patch ufficiale, le organizzazioni devono implementare misure di mitigazione proattive:

Audit dei Permessi dMSA
Akamai ha rilasciato uno script PowerShell che enumera tutti i principali non predefiniti che possono creare dMSA e elenca le Organizational Unit in cui ciascun principale ha questo permesso. Questo strumento è essenziale per comprendere l’esposizione attuale.

Restrizione dei Privilegi
Le organizzazioni dovrebbero limitare immediatamente i permessi per creare dMSA esclusivamente ad amministratori fidati e documentati. Questa misura riduce significativamente la superficie di attacco.

Implementazione del Monitoraggio
È cruciale implementare logging e monitoraggio per:

  • Eventi di creazione dMSA;
  • Modifiche agli attributi msDS-ManagedAccountPrecededByLink e msDS-DelegatedMSAState;
  • Eventi di autenticazione dMSA anomali.

Principi di sicurezza a lungo termine

BadSuccessor sottolinea l’importanza di applicare consistentemente il principio del privilegio minimo. Le organizzazioni devono rivedere sistematicamente le assegnazioni di permessi, specialmente quelli che sembrano innocui ma possono essere concatenati per escalation dei privilegi.

L’evoluzione del panorama cybersecurity nel 2025

NIST Cybersecurity Framework 2.0: una nuova era

La scoperta di BadSuccessor coincide con significativi sviluppi nelle linee guida di sicurezza nazionali. NIST ha aggiornato il Privacy Framework per mantenerlo allineato con il Cybersecurity Framework 2.0, rilasciato nel febbraio 2024. Questo aggiornamento enfatizza la governance come funzione elevata, sottolineando che la cybersecurity deve essere integrata nella strategia complessiva dell’organizzazione.

Executive Order 2025: mandati governativi per la sicurezza

L’Executive Order del gennaio 2025 “Strengthening and Promoting Innovation in the Nation’s Cybersecurity” ha incaricato NIST di migliorare l’accountability per i fornitori di software e servizi cloud. Questo mandato include lo sviluppo di aggiornamenti al Secure Software Development Framework (SSDF) e la promozione dell’uso innovativo di tecnologie emergenti nella cybersecurity.

L’importanza della ricerca proattiva

NIST deve ora dare priorità alla ricerca su metodi di interazione uomo-AI per l’analisi cyber difensiva e per rendere più sicura l’assistenza AI nella programmazione. Questa direzione riflette la crescente consapevolezza che il 40% di tutti gli attacchi cyber è ora guidato dall’AI.

Zero Trust: dal concetto alla realtà operativa

L’accelerazione dell’adozione Zero Trust

Il caso BadSuccessor illustra perfettamente perché le architetture Zero Trust stanno diventando essenziali. Gartner prevede che il 60% delle enterprise adotterà ‘Zero Trust’ come punto di partenza per la sicurezza nel 2025, riflettendo un cambiamento paradigmatico fondamentale.

I 3 pilastri dello Zero Trust

Il modello Zero Trust, come definito nel framework NIST 800-207, si basa su tre principi che sono direttamente applicabili alla mitigazione di vulnerabilità come BadSuccessor:

“Never Trust, Always Verify”
Questo principio richiede che nessuna entità – utente, dispositivo o applicazione – sia considerata fidata per default. Nel contesto di BadSuccessor, significa che ogni richiesta di creazione o modifica dMSA deve essere verificata e autorizzata esplicitamente.

Accesso condizionale basato sul rischio
L’accesso dovrebbe essere concesso basandosi su una valutazione dinamica del rischio. Le organizzazioni possono implementare controlli che richiedono approvazioni aggiuntive per operazioni sui dMSA basate su fattori di rischio contestuali.

Assunzione di violazione
Questo principio assume che le violazioni possano verificarsi in qualsiasi momento, richiedendo monitoraggio continuo e segmentazione per limitare l’impatto laterale.

L’integrazione dell’AI nelle architetture Zero Trust

L’intelligenza artificiale sta diventando centrale nelle architetture Zero Trust del 2025, con AI e machine learning che automatizzano il rilevamento delle minacce, il controllo degli accessi e la detection delle anomalie. Questa evoluzione è particolarmente rilevante per identificare pattern di comportamento anomali che potrebbero indicare exploitation di vulnerabilità come BadSuccessor.

Impatti settoriali: il caso dell’healthcare

Una tempesta perfetta di vulnerabilità

Il settore sanitario offre un esempio illuminante dell’impatto potenziale di BadSuccessor. Le organizzazioni sanitarie hanno affrontato sfide cybersecurity senza precedenti nel 2025, con oltre 133 milioni di cartelle cliniche esposte nel 2024 e un costo medio delle violazioni che ha raggiunto $11 milioni.

Ransomware e downtime critico

Il ransomware rappresenta ora il 71% di tutti gli attacchi contro le organizzazioni sanitarie, causando un downtime medio di 11 giorni per incidente. In questo contesto, una vulnerabilità che permette la compromissione completa di Active Directory assume una criticità esistenziale.

Soluzioni innovative per la microsegmentazione

Le soluzioni Zero Trust nel settore sanitario stanno evolvendo verso approcci più sofisticati di microsegmentazione, con capacità di controllo dinamico delle policy basate su intelligence in tempo reale. Questi sviluppi sono direttamente applicabili alla mitigazione di vulnerabilità come BadSuccessor.

Tendenze nell’exploitation delle vulnerabilità: il quadro generale

Cambiamenti qualitativi nelle minacce

Mentre il numero totale di vulnerabilità note sfruttate (KEV) si è mantenuto relativamente stabile tra il quarto trimestre 2024 e il primo trimestre 2025, si osserva un cambiamento qualitativo significativo nei target degli attaccanti.

Focus sulle tecnologie enterprise

I sistemi di gestione dei contenuti (CMS) sono stati la categoria più popolare per i KEV nel primo trimestre 2025, con 35 flaw sfruttati, mentre Microsoft Windows (15) è stata la piattaforma più presa di mira. Questa tendenza sottolinea come le tecnologie enterprise stiano diventando obiettivi primari.

Prioritizzazione basata su metriche

NIST ha pubblicato il Cybersecurity White Paper 41, “Likely Exploited Vulnerabilities: A Proposed Metric for Vulnerability Exploitation Probability”, per aiutare le organizzazioni a identificare vulnerabilità attivamente sfruttate e misurare la prioritizzazione dopo il patching. Questo approccio quantitativo è essenziale per gestire efficacemente il volume crescente di vulnerabilità.

Password Policy e IAM: l’evoluzione delle best practices

Superare la complessità superficiale

Le linee guida NIST per le password raccomandano di eliminare le regole di composizione tradizionali (come l’obbligo di caratteri speciali) e di implementare controlli contro password precedentemente compromesse. Questa evoluzione riflette una comprensione più matura della sicurezza delle password.

Integration con Zero Trust

L’enfasi si è spostata dalla complessità all’efficacia, incoraggiando password più lunghe e uniche piuttosto che combinazioni prevedibili di caratteri speciali. Questo approccio è complementare ai principi Zero Trust, enfatizzando l’efficacia reale rispetto alla complessità apparente.

Raccomandazioni strategiche per le organizzazioni

Framework di gestione del rischio integrato

BadSuccessor dimostra la necessità di approcci olistici alla gestione del rischio cyber. Le organizzazioni moderne devono:

Implementare governance multi-livello
La cybersecurity deve essere integrata nelle decisioni architetturali fin dalle fasi iniziali di progettazione. Ogni nuova funzionalità deve essere valutata non solo per i benefici che apporta, ma anche per i nuovi vettori di attacco che potrebbe introdurre.

Adottare Zero Trust incrementalmente
L’implementazione di Zero Trust deve essere graduale, bilanciando sicurezza e operatività. Le organizzazioni possono iniziare con controlli granulari su funzionalità critiche come i dMSA, espandendo progressivamente l’approccio.

Sviluppare capacità di Threat Intelligence
L’investimento in intelligence proattiva è essenziale per identificare vettori di attacco emergenti prima che diventino mainstream.

Testing di Sicurezza Proattivo

La scoperta di BadSuccessor sottolinea l’importanza di:

  • Red Team Exercises: Team di sicurezza interni o esterni dovrebbero regolarmente testare nuove funzionalità per identificare potenziali abuse cases;
  • Threat Modeling: Ogni nuova implementazione dovrebbe includere una valutazione sistematica dei possibili vettori di attacco;
  • Continuous Security Assessment: I controlli di sicurezza devono essere rivalutati ogni volta che vengono introdotte nuove funzionalità.

Il futuro della cybersecurity: lezioni da BadSuccessor

L’Importanza della Collaborative Disclosure

Il caso BadSuccessor evidenzia la necessità di processi di disclosure migliorati che bilancino trasparenza e mitigazione del rischio. La decisione di Akamai di pubblicare i dettagli completi dopo che Microsoft ha classificato la vulnerabilità come moderata solleva importanti questioni su come l’industria dovrebbe gestire le divergenze nella valutazione del rischio.

Continuous Monitoring come necessità

La natura di BadSuccessor – che sfrutta funzionalità progettate per migliorare la sicurezza – dimostra che il monitoraggio continuo non è più opzionale ma essenziale. Le organizzazioni devono sviluppare capacità per:

  • Rilevare configurazioni anomale in tempo reale;
  • Identificare pattern di comportamento che potrebbero indicare exploitation;
  • Correlare eventi apparentemente disconnessi per identificare attacchi sofisticati.

L’evoluzione verso Security by Design

BadSuccessor rappresenta un caso di studio perfetto per l’importanza del “security by design”. Le funzionalità future devono essere progettate con controlli di sicurezza integrati fin dall’inizio, non aggiunti successivamente come afterthought.

Trasformare le sfide in opportunità

La vulnerabilità BadSuccessor, pur rappresentando una seria minaccia per la sicurezza enterprise, offre anche importanti opportunità di apprendimento e miglioramento. La sua scoperta evidenzia come la cybersecurity moderna richieda un approccio olistico che integri governance strategica, implementazione tecnica granulare e monitoraggio continuo.

BadSuccessor dimostra che la sicurezza non può essere considerata un obiettivo raggiungibile una volta per tutte, ma deve essere vista come un processo evolutivo che richiede adattamento continuo.

Le organizzazioni devono sviluppare la capacità di vedere i propri sistemi dalla prospettiva degli attaccanti, identificando come funzionalità apparentemente innocue possano essere concatenate per creare vettori di compromissione.

La scoperta e la disclosure di BadSuccessor evidenziano l’importanza della collaborazione tra ricercatori di sicurezza, vendor e organizzazioni utenti per identificare e mitigare le minacce emergenti.

NIST rimane il framework di cybersecurity più valorizzato per il secondo anno consecutivo, fornendo una base solida per affrontare sfide come BadSuccessor. L’evoluzione verso architetture Zero Trust, supportata da framework NIST aggiornati e mandati governativi, crea le condizioni per una sicurezza più robusta e adattiva.

Le organizzazioni che riusciranno a trasformare la gestione del rischio cyber da funzione reattiva a vantaggio competitivo proattivo saranno quelle meglio posizionate per prosperare nell’ecosistema digitale del futuro. BadSuccessor, paradossalmente, può servire da catalizzatore per questa trasformazione, spingendo le organizzazioni ad adottare approcci di sicurezza più maturi e sofisticati.

La lezione finale di BadSuccessor è che nell’era della trasformazione digitale, la sicurezza efficace richiede non solo tecnologie avanzate, ma anche una comprensione profonda delle interdipendenze sistemiche e un impegno continuo verso l’evoluzione delle best practices. Solo attraverso questo approccio integrato le organizzazioni potranno navigare con successo la complessità crescente del panorama delle minacce cyber.

Bibliografia e Fonti:

Condividi sui Social Network:

https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/badsuccessor-vulnerabilita/




Sophos Annual Threat Report: i malware e gli strumenti più abusati del 2024


Nel 2024, le piccole e medie imprese, spesso considerate il punto d’ingresso più vulnerabile all’interno di filiere IT complesse, hanno rappresentato un bersaglio privilegiato per i cybercriminali.

Lo afferma il Sophos Annual Threat Report, che analizza le minacce più frequentemente rilevate nei casi gestiti dai team MDR (Managed Detection and Response) e Incident Response dell’azienda.

Il quadro che emerge è quello di un ecosistema criminale sempre più articolato, in cui il ransomware resta una minaccia centrale, ma si colloca quasi sempre al termine di una catena d’attacco ben più lunga, fatta di accessi iniziali, movimenti laterali e raccolte di credenziali. E proprio gli strumenti utilizzati in queste fasi, dai malware loader ai tool di amministrazione remota, fino ai software legittimi impiegati in modo improprio, offrono oggi la chiave di lettura più precisa per comprendere le tendenze del cybercrimine moderno.

Stealer e strumenti di comando prima della crittografia

Il dato più rilevante è che quasi il 60% degli incidenti MDR gestiti da Sophos nel 2024 non ha coinvolto direttamente ransomware. Il quale si posiziona come atto conclusivo in una lunga sequenza di compromissioni che vedono protagonisti infostealer, RAT, loader, tool di exploit e accesso remoto.

Il recente studio di Sophos rivela una chiara ripartizione delle minacce cibernetiche: i malware di tipo Loader, Downloader e Dropper dominano la scena, rappresentando quasi il 40% (39,74%) delle infezioni. Seguono a distanza gli spyware e gli stealer con il 18,63%, a sottolineare l’elevato interesse per il furto di dati. Le RAT (Remote Access Trojan) e le backdoor costituiscono il 15,52%, evidenziando la ricerca di accesso persistente.

Le categorie di malware più comunemente osservate nel 2024.

I tool di attacco e gli exploit pesano per il 7,95%, mentre l’hijacking di browser è presente nel 3,6% dei casi. Il ransomware si attesta a un più contenuto 1,18%, e i miner a un 0,89%. Infine, il 12,79% è attribuibile ad altri strumenti, e quasi un decimo del malware rilevato (9,13%) è distribuito come Malware-as-a-Service (MaaS), a indicare una crescente “democratizzazione” degli attacchi.

L’approccio moderno degli attaccanti è dunque modulare. A monte del ransomware troviamo sempre più spesso strumenti come Lumma Stealer, capace di raccogliere credenziali, cookie, configurazioni di wallet crypto, dati da browser e FTP. Cresciuto esponenzialmente negli ultimi mesi del 2024, Lumma ha soppiantato vecchi nomi come Raccoon Stealer e Strela Stealer, portandosi al centro della scena come primo passaggio per access broker e gruppi RaaS.

Continuano a essere impiegati anche ChromeLoader e Gootloader, due malware specializzati nel caricamento di payload successivi, spesso utilizzati per aprire backdoor o per facilitare l’esecuzione di tool come Cobalt Strike e Web Shell. Entrambi sono stati rilevati in percentuali molto elevate, e in particolare Cobalt Strike è stato presente in oltre l’8% degli incidenti totali, salendo a quasi l’11% nei soli casi legati al ransomware.

Accanto a questi, strumenti classici come SystemBC, Metasploit, Sliver e occasionalmente anche Brute Ratel continuano a essere utilizzati per consolidare la presenza all’interno dell’infrastruttura vittima, spesso tramite moduli di esfiltrazione dati o per il pivoting laterale.

L’ascesa dei dual-use tool

L’analisi di Sophos getta luce su una tattica sempre più diffusa tra i cybercriminali: l’abuso di strumenti legittimi per scopi malevoli. Non si tratta di malware complessi ma di software comuni, spesso utilizzati per la gestione IT o l’assistenza remota, che vengono deviati dal loro scopo originale per facilitare attacchi sofisticati.

Tra i più sfruttati spiccano SoftPerfect Network Scanner (19,51%), PsExec (18,28%), AnyDesk (17,40%) e Impacket (17,05%), con percentuali di abuso che rivelano la loro centralità nelle operazioni illecite. Accanto a questi, strumenti come RDPclip, Mimikatz, Advanced IP Scanner, WinRAR, ScreenConnect, PuTTY, 7-Zip, Rclone, FileZilla e Advanced Port Scanner completano l’arsenale, registrando percentuali che variano dal 4% al 19%.

I 15 principali strumenti “dual-use” rilevati negli incidenti di Sophos MDR e Sophos Incident Response.

Particolarmente preoccupante è l’impiego massiccio di tool di accesso remoto commerciale. Sophos ha rilevato l’uso diffuso di versioni trial o licenze pirata di software come ScreenConnect, AnyDesk, TeamViewer, Splashtop, Atera e OpenSSH. Questo indica una chiara tendenza a sfruttare la funzionalità di accesso e controllo remoto offerta da questi programmi per mantenere la persistenza nelle reti compromesse e per muoversi lateralmente.

Nonostante la varietà di strumenti, il cavallo di battaglia degli attaccanti rimane PSExec di Microsoft. Questo tool legittimo, progettato per eseguire comandi da remoto e avviare shell interattive, è il più impiegato in questo contesto, sottolineando come l’ingegnosità degli hacker si concentri spesso sull’abuso delle risorse esistenti piuttosto che sulla creazione di nuove minacce da zero.

Molti attaccanti sfruttano versioni trial o pirata di questi strumenti, installandoli dopo l’accesso iniziale tramite malware dropper, shell web o, in alcuni casi, convincendo direttamente la vittima a installarli tramite social engineering. Questo approccio rende più difficile il rilevamento, poiché le attività malevole si mimetizzano tra quelle legittime.

Le famiglie ransomware più attive nel 2024

Se la famiglia di ransomware LockBit è risultata la più rilevata nei dati del 2024—complice la fuga di codice del 3.0 e la conseguente proliferazione di varianti da parte di gruppi terzi—è stato invece il gruppo Akira a dominare l’anno in termini di incidenti reali gestiti da Sophos.

Attivo almeno dal 2022, il collettivo criminale ha incrementato le sue operazioni nel corso del 2023, per poi consolidarsi nel 2024 come uno degli operatori RaaS più prolifici. Ad agosto, gli affiliati legati ad Akira sono stati responsabili del 17% delle infezioni ransomware rilevate da Sophos, raddoppiando la quota dei primi sei mesi dell’anno.

Le principali famiglie di ransomware incontrate negli incidenti di Sophos MDR e Incident Response.

È poi cresciuto l’uso del ransomware Fog, spesso da parte di affiliati ex-Akira. RansomHub, invece, è emerso nella seconda metà dell’anno con una serie di attacchi che, secondo CISA, hanno colpito oltre 210 vittime tra febbraio e agosto. Il loro vettore di ingresso ha spesso incluso abusi di RDP, uso di strumenti remoti come AnyDesk e sfruttamento di vulnerabilità note, come la CVE-2017-1444 nei dispositivi SMB.

In sintesi, ecco cosa tenere d’occhio

Il risultato di quanto scritto finora dipinge un quadro chiaro delle minacce in evoluzione, evidenziando alcuni nomi ricorrenti che dominano la scena del cybercrime. Per fornire una visione di insieme, ecco un riassunto del Sophos Threat Report 2024.

Tra gli stealer, spiccano Lumma Stealer, Raccoon Stealer e StealC, noti per la loro efficacia nel sottrarre informazioni sensibili. Sul fronte dei loader e dropper, che agiscono da veicoli per infezioni successive, ChromeLoader e Gootloader sono tra i più attivi.

Per quanto riguarda le piattaforme di Command & Control (C2) e i Remote Access Trojan (RAT), i cybercriminali continuano a sfruttare Cobalt Strike, Web Shell, SystemBC, Sliver e Metasploit, strumenti che consentono il controllo remoto e l’esecuzione di comandi malevoli. Nel campo del ransomware, sebbene non sia la minaccia più diffusa in termini di volume, nomi come LockBit (con le sue varianti), Akira, Fog, RansomHub, Black Basta e Playcrypt rimangono un incubo per le organizzazioni.

Le principali rilevazioni di malware “information-stealing” riportate dai clienti con protezione endpoint.

Il vero punto di svolta evidenziato dal rapporto è però l’utilizzo di strumenti “dual-use”, ovvero software legittimi che vengono abusati dagli attaccanti. Tra questi troviamo PsExec, AnyDesk, ScreenConnect, SoftPerfect Network Scanner, Rclone, FileZilla, Mimikatz e Impacket. Questi strumenti sono spesso utilizzati per la gestione di sistemi e reti, ma vengono deviati dal loro scopo originale per facilitare l’accesso iniziale, il movimento laterale e l’esfiltrazione dei dati.

Il filo conduttore che unisce tutte queste minacce è la crescente abilità dei threat actor nel combinare strumenti legittimi con malware modulare per orchestrare attacchi complessi e multifase. Per i professionisti della sicurezza IT, ciò significa che affidarsi alla sola rilevazione del ransomware è ormai un approccio obsoleto e tardivo.

È fondamentale piuttosto implementare una visibilità approfondita sulla rete, un controllo applicativo rigoroso e praticare un threat hunting continuo, specialmente nelle fasi iniziali di accesso e durante il movimento laterale all’interno dell’infrastruttura. Solo così le aziende possono anticipare e neutralizzare le minacce prima che causino danni irreversibili.

Condividi l’articolo



Articoli correlati

Altro in questa categoria


https://www.securityinfo.it/2025/05/30/sophos-annual-threat-report-i-malware-e-gli-strumenti-piu-abusati-del-2024/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=sophos-annual-threat-report-i-malware-e-gli-strumenti-piu-abusati-del-2024




Cybersecurity nel 2025: l’indipendenza tecnologica europea come pilastro di sicurezza

In un contesto globale in rapida trasformazione, la cybersecurity assume un ruolo sempre più cruciale nella strategia di resilienza delle nazioni e delle organizzazioni.

Nel corso della 13ª Cyber Crime Conference, Luca Bonora (Cyber Security Evangelist di Cyberoo) ha offerto una disamina delle nuove dinamiche che caratterizzano il panorama della sicurezza informatica nel 2025, mettendo in luce l’interconnessione tra geopolitica e vulnerabilità digitali.

«Il mondo è cambiato: oggi è già qualcosa di diverso rispetto a quello che avevamo sotto gli occhi soltanto l’anno scorso o due anni fa» ha esordito Bonora, sottolineando come questa metamorfosi abbia investito simultaneamente la comunità della cybersecurity e l’ecosistema del crimine informatico, nonché il posizionamento strategico dell’Europa e dell’Italia nel contesto globale.

La trasformazione costante del panorama tecnologico richiede un adattamento continuo delle strategie difensive, rendendo necessario un approccio sistemico che trascenda le singole soluzioni tecniche per abbracciare una visione onnicomprensiva.

Guarda il video completo dell’intervento di Luca Bonora, Cyber Security Evangelist di Cyberoo durante la 13ª Cyber Crime Conference:

[embedded content]

L’imperativo dell’indipendenza tecnologica europea secondo la visione di Draghi

Il fulcro dell’analisi proposta da Bonora si articola attorno a un documento recentemente presentato alla Comunità Europea. «Mario Draghi ha detto che le strategie europee devono accrescere l’innovazione, la competitività e l’indipendenza dell’Europa» ha evidenziato Bonora, individuando in questi tre pilastri le direttrici su cui costruire il futuro tecnologico del continente.

Il concetto di indipendenza assume una connotazione particolare nell’interpretazione offerta da Bonora: «Indipendenti non vuol dire “ognuno per sé”; vuol dire anzi cominciare a lavorare insieme, consapevoli di voler creare relazioni forti, solide, stabili e vicine». Questa visione si configura dunque non in termini isolazionisti, ma come forma di autonomia strategica che consenta all’Europa di determinare il proprio destino tecnologico attraverso la creazione di ecosistemi interni collaborativi.

Approfondendo ulteriormente il documento presentato da Draghi, Bonora ha illustrato come l’Europa debba «finanziare le aziende innovative e favorire la scalabilità, la standardizzazione e l’interoperabilità». Questi elementi costituiscono i prerequisiti essenziali per la creazione di un ambiente in cui gli investimenti possano diventare «sempre più auto consistenti e rilevanti», permettendo al continente di aumentare la propria competitività «in tutto: nelle infrastrutture, nei dati, nella tecnologia».

La questione cruciale – secondo Bonora – riguarda la capacità dell’Europa di trattenere i capitali all’interno dei propri confini: «È evidente che, se portiamo i capitali all’esterno della Comunità europea, arricchiamo qualcun altro e soprattutto ci rendiamo dipendenti da qualcun altro».

Questa riflessione pone l’accento sulla necessità di sviluppare un ecosistema finanziario e industriale che consenta all’Europa di mantenere il controllo sui propri asset strategici, riducendo al contempo le dipendenze da tecnologie e servizi esterni.

Il dilemma europeo: tra regolamentazione e innovazione tecnologica

Un aspetto particolarmente critico sollevato da Bonora concerne il delicato equilibrio tra la necessità di regolamentare e l’imperativo dell’innovazione.

APPROCCIO NORMATIVO EUROPEO - Cybersecurity nel 2025: sfide e cambiamenti, l'Europa leader di sicurezza: Luca Bonora Cyberoo Evangelist

Riferendosi al panorama normativo europeo, caratterizzato da strumenti come la direttiva NIS2, il regolamento DORA e l’AI Act, Bonora ha osservato come «l’approccio normativo oggi privilegia ancora la precauzione rispetto all’innovazione».

Una tendenza che – pur rispondendo a legittime preoccupazioni in materia di sicurezza ed etica – rischia di porre l’Europa in una posizione di svantaggio competitivo rispetto ad altre potenze tecnologiche: «Non possiamo pensare che gli Stati Uniti producano delle intelligenze artificiali che tutti utilizziamo e la Cina produca delle intelligenze artificiali che in molti utilizziamo, mentre noi in Europa restiamo a guardare».

Bonora ha quindi condiviso un’esortazione a ripensare il rapporto tra regolamentazione e innovazione. «Non possiamo continuare a dire “prima regolamentiamo e poi produciamo”. No: cominciamo a produrre, cominciamo a rispondere alle nostre esigenze».

Secondo il relatore questa inversione di priorità non implica un abbandono delle preoccupazioni etiche e di sicurezza, tendendo piuttosto a una loro integrazione entro processi di sviluppo tecnologico non ostacolati da un eccesso di cautela.

La riflessione sull’intelligenza artificiale generativa offre un esempio pratico di questo dilemma. Bonora ha sottolineato come questa tecnologia stia «cambiando il mondo dell’industria» consentendo «lo sviluppo di software a una velocità pazzesca» e aprendo la strada a innovazioni, come i robot domestici, che prima erano confinati agli ambienti industriali.

Entro un contesto in rapida evoluzione, un approccio eccessivamente cauto rischia di relegare l’Europa al ruolo di “spettatore passivo” di una rivoluzione tecnologica guidata da altri.

La resilienza come paradigma della cybersecurity moderna

Nel delineare le sfide della cybersecurity contemporanea, Bonora ha posto particolare enfasi sul concetto di resilienza, definendola come «la capacità di un’azienda di mantenere attivo il proprio business mentre è sotto attacco».

Una definizione che sposta il focus dalla mera prevenzione degli attacchi alla capacità di garantire la continuità operativa nonostante essi. Come ha sintetizzato il relatore, «ormai siamo certi che saremo attaccati. La differenza è: il nostro business continua a funzionare o no?».

Questo approccio pragmatico riconosce l’inevitabilità degli attacchi informatici in un contesto di crescente sofisticazione delle minacce e di espansione della superficie di attacco. La questione non è più “se” un’organizzazione sarà attaccata, ma quando lo sarà e come risponderà.

In questa prospettiva, Bonora ha invitato le aziende ad adottare un approccio proattivo che trascenda il semplice adempimento normativo: «dobbiamo cominciare ad aprire gli occhi, cominciare a lavorare e a pensare in modo proattivo».

L’intervento ha anche sollevato un interrogativo fondamentale sulla scelta delle tecnologie e dei partner di sicurezza: «nel momento in cui scegliete una tecnologia, un servizio o una soluzione, fra le caratteristiche importanti, valutate se è un’azienda vicino a voi, se è un’azienda italiana, se è un’azienda europea, se è qualcuno che comprende a fondo la vostra realtà?».

Una domanda che pone l’accento sull’importanza di considerare non solo le caratteristiche tecniche delle soluzioni di sicurezza ma anche il contesto normativo, culturale e strategico in cui queste si inseriscono.

L’Osservatorio Cyberoo 2025: uno specchio delle minacce contemporanee

L’analisi proposta da Bonora ha incluso la dimensione empirica attuale attraverso la presentazione dei dati raccolti dall’Osservatorio Cyberoo 2025, che offre una panoramica delle minacce informatiche registrate nell’anno precedente.

I-SOC Cyberoo - Cybersecurity nel 2025: sfide e cambiamenti, l'Europa leader di sicurezza: Luca Bonora Cyberoo Evangelist

Basandosi sull’esperienza con i propri clienti (principalmente medie e grandi imprese italiane), l’Osservatorio ha rivelato un quadro preoccupante: «[nel 2024] abbiamo 293.000 casi per 700 aziende. È un numero pazzesco. Vuol dire che c’è una quantità di attacchi veramente importante».

Questi attacchi hanno dato luogo a ben 360 casi rilevanti, definiti come «attacchi complessi, dove anche noi siamo stati messi in difficoltà», a conferma della crescente sofisticazione delle minacce. Oltre a tali numeri, l’analisi dell’Osservatorio ha identificato diverse tendenze preoccupanti.

In primo luogo un aumento delle violazioni dei dati personali, fenomeno che assume particolare rilevanza nel contesto normativo europeo caratterizzato dal GDPR.

In secondo luogo un incremento delle campagne ransomware, che continuano a rappresentare una delle minacce più significative per la continuità operativa delle organizzazioni.

In terzo luogo un maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale negli attacchi, che conferisce agli aggressori nuove capacità di automazione e personalizzazione.

Infine una crescita degli attacchi attraverso la supply chain, strategia che sfrutta le vulnerabilità dei fornitori per penetrare nelle organizzazioni target.

Quest’ultimo punto è stato oggetto di particolare attenzione da parte di Bonora: «I vostri fornitori, a cui fornite accesso ai dati e ai sistemi, vengono attaccati perché ad oggi hanno meno consapevolezza di voi, probabilmente hanno anche investito meno budget [nella sicurezza] e vengono sfruttati per entrare “in casa vostra”».

L’osservazione evidenzia come la sicurezza di un’organizzazione sia intrinsecamente legata a quella dell’ecosistema in cui opera, rendendo necessario un approccio che comprenda l’intera catena del valore.

L’etica distorta dei gruppi di attaccanti

Un ulteriore aspetto dell’intervento di Bonora ha riguardato la caratterizzazione dei gruppi di attaccanti e la loro presunta etica.

PRINCIPALI THREAT ACTOR - Cybersecurity nel 2025: sfide e cambiamenti, l'Europa leader di sicurezza Luca Bonora, Cyberoo Evangelist

«Abbiamo visto più di 350 threat actor» ha dichiarato, sottolineando come alcuni di questi gruppi criminali si presentino con una propria morale: «Interlock dice “ti attacco solo se non sei già stato attaccato”, Ransom Hub “io non attacco le ONLUS”, qualcun altro “faccio un attacco solo per dimostrarti che hai usato male i dati dei tuoi dipendenti, dei tuoi clienti o dei tuoi fornitori”».

Questa autoproclamata etica viene tuttavia ritenuta da Bonora una mera facciata: «sono etici? No, sono criminali». Questa demistificazione è fondamentale per comprendere la vera natura delle minacce informatiche contemporanee, che non rispondono a principi genuini ma a logiche di profitto criminale.

Come sottolineato da Bonora, «l’attaccante lo fa per profitto. Certo, tutti lavoriamo per ottenere un profitto; peccato che l’attaccante lo faccia a scapito di qualcun altro».

I 6 fondamenti per una strategia di cybersecurity efficace

Nella parte conclusiva del suo intervento, Bonora ha proposto un framework articolato in sei domande fondamentali che ogni organizzazione dovrebbe porsi per sviluppare una strategia di cybersecurity efficace.

DIFENDERSI OGGI NEL CYBERSPAZIO - Cybersecurity nel 2025: sfide e cambiamenti, l'Europa leader di sicurezza, Luca Bonora, Cyberoo Evangelist

A differenza di quanto avviene in matematica, dove «cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia», nella cybersecurity la sequenzialità assume infatti un’importanza cruciale.

La prima domanda – “Come mi accorgo di essere sotto attacco?” – pone l’accento sulla capacità di rilevamento precoce delle minacce. «Accorgersi di avere un problema è un elemento fondamentale» ha sottolineato Bonora, evidenziando come la consapevolezza tempestiva di un attacco possa fare la differenza tra un incidente gestibile e una compromissione disastrosa. La capacità di rilevamento deve estendersi oltre i confini dell’organizzazione, monitorando ad esempio «se esternamente in Internet ci sono dei tuoi dati in vendita, qualcuno dimostra interesse nei confronti della tua azienda, della tua proprietà, del tuo CDA…»

La seconda domanda – “Se mi accorgo di essere sotto attacco, cosa faccio?” – sposta l’attenzione dalla rilevazione alla risposta. Allo stesso modo, “Chi me lo dice? Ho le competenze per farlo?”, sono interrogativi che mettono in luce la necessità di disporre non solo di strumenti tecnologici adeguati ma anche delle competenze necessarie per interpretare gli allarmi e attivare le procedure di risposta appropriate.

La terza domanda – “Se sono sotto attacco non sono ancora fermo, non sono ancora bloccato, posso porvi rimedio?” – riguarda la capacità di contenimento e mitigazione degli attacchi. Bonora ha osservato come in alcuni casi esistano sistemi che lo fanno in automatico, mentre in altri sia necessario “intervenire a mano”, sottolineando l’importanza di disporre di processi chiari e di personale adeguatamente formato.

La quarta domanda – “Cosa succede se mi fermano i servizi o mi rubano dei dati?” – affronta il tema della gestione degli incidenti e della continuità operativa. “Ho un incident response plan, ho i processi coerenti e corretti?”. Queste domande assumono particolare rilevanza alla luce delle statistiche citate da Bonora, secondo cui «in media un’azienda [colpita da un attacco] resta ferma 22 giorni», con conseguenze potenzialmente devastanti in termini economici e reputazionali.

La quinta domanda – “Come migliorare la visione del livello di rischio di tutta la filiera?” – amplia la prospettiva dalla singola organizzazione all’intero ecosistema in cui opera. Richiamando la direttiva NIS2, Bonora ha sottolineato come essa imponga di «tenere sotto controllo anche i fornitori, perché tutto è forte quanto l’anello debole». In merito ha auspicato la creazione di standard condivisi per la valutazione della sicurezza dei fornitori, così da evitare la proliferazione di questionari eterogenei che disperdono tempo e risorse senza garantire valutazioni significative.

La sesta e ultima domanda – “Cosa fate per formare il primo firewall della vostra azienda: le vostre persone?” – pone l’accento sulla dimensione umana della cybersecurity.

In merito il relatore ha contestato l’idea secondo cui “l’anello debole della catena”, definendola «una sciocchezza enorme»; al contrario, ha sostenuto che «le persone sono il firewall più diffuso che avete in azienda».

Il fattore umano: da anello debole a risorsa strategica

L’approccio di Bonora al fattore umano nella cybersecurity si distingue per la sua visione delle persone non come vulnerabilità ma come risorsa strategica, sottolineando l’importanza di investire nella loro formazione e sensibilizzazione alla sicurezza informatica.

Particolarmente significativa è la riflessione sulla gestione degli errori umani, rispetto ai quali ha proposto un approccio costruttivo e non punitivo. «A quella persona dico: “guarda, ti sei comportato nel modo sbagliato ma non ti preoccupare, non hai combinato nulla di grave. Però non devi più farlo, perché per noi tu sei importante nel processo”».

Riconoscendo la fallibilità umana come una componente inevitabile della sicurezza, questo paradigma la inserisce in un processo di apprendimento continuo che rafforza – anziché indebolirla – la postura complessiva dell’organizzazione.

Conclusione: verso una visione integrata di cybersecurity

L’intervento ha offerto una visione articolata della cybersecurity nel contesto geopolitico attuale. Integrando considerazioni strategiche, analisi empiriche e riflessioni pragmatiche, il relatore ha delineato un approccio alla sicurezza informatica che trascende la dimensione puramente tecnologica per abbracciare aspetti normativi, organizzativi e umani.

La visione proposta si fonda su un presupposto fondamentale: la sicurezza informatica non è più una questione meramente tecnica, incarnando una componente essenziale della strategia aziendale e, più in generale, della sovranità tecnologica europea, intesa come capacità di autodeterminazione basata su un ecosistema di relazioni solide e collaborative all’interno del continente.

Bonora ha concluso il suo intervento ribadendo l’impegno di Cyberoo nel contribuire concretamente alla costruzione di un’autonomia tecnologica europea che non si limiti alla retorica, traducendosi in soluzioni accessibili e concrete.

In ultima analisi, la cybersecurity nel 2025 si configura come un test cruciale rispetto alla capacità dell’Europa di affermare la propria autonomia strategica in un mondo sempre più digitalizzato.

La risposta a questa sfida richiederà investimenti in tecnologie e competenze ma soprattutto un profondo ripensamento del rapporto tra regolamentazione e innovazione, sicurezza e competitività, dimensione tecnica e umana: solo una visione integrata che abbracci questi diversi aspetti potrà costruire un ecosistema digitale comunitario sicuro, resiliente e competitivo.

Condividi sui Social Network:

https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/cybersecurity-nel-2025/