Threat Hunting Hypothesis-Driven: metodo, pratica e maturità operativa

Negli ultimi tempi il threat hunting “hypothesis-driven” è diventato la forma più evoluta di difesa proattiva.

Non si tratta semplicemente di cercare indicatori nei log o di fare ricerche casuali in un SIEM, l’idea di fondo è proprio diversa: partire da un’ipotesi concreta su come potrebbe agire un avversario e verificare, in modo strutturato, se nei nostri sistemi esistano tracce compatibili con quel comportamento.

In questo approccio il Threat hunter non aspetta un alert dato da una console. Non reagisce: anticipa.

Parte da una domanda investigativa costruita sulla base di intelligence, conoscenza delle TTP di tutti i Threat Actor (noti e non noti) e la reale comprensione dell’infrastruttura aziendale. L’obiettivo non è trovare “qualcosa di strano”, ma cercare evidenze coerenti con uno scenario d’attacco plausibile, anche se mai ancora intercettato dai meccanismi di detection tradizionali.

Threat Hunting Hypothesis-Driven: l’evoluzione dell’hunting proattivo

La maturità di un programma di threat hunting non si costruisce in un giorno, è un percorso evolutivo piuttosto chiaro (e prolungato).

All’inizio, molte organizzazioni svolgono attività sporadiche, spesso legate a IOC statici o a esigenze spot. Il logging a disposizione è spesso limitato, le analisi sono manuali e guidate dal buon senso, di conseguenza, non esiste un processo formalizzato. In questa fase l’hunting è più un’iniziativa individuale che un servizio strutturato.

Con il tempo, però, l’approccio può maturare grazie ad esperienza e lesson learned (se viene svolto anch’esso in modo strutturato). L’Hunting Maturity Model (https://www.sans.org/tools/hunting-maturity- model) descrive questa evoluzione considerando diversi fattori: qualità e ampiezza delle fonti dati, formalizzazione delle ipotesi e scopes, competenze analitiche del team e integrazione con il detection engineering del SOC o dell’Incident Response Team.

Quando la maturità aumenta, crescono anche le fonti disponibili: endpoint telemetry, network data, identity logs, audit trail cloud. Framework come MITRE ATT&CK o MITRE D3FEND iniziano a essere usati per modellare le ipotesi e strutturare i report. Nei livelli più avanzati, l’hunting diventa ciclico, misurabile e integrato nel miglioramento continuo: ogni attività produce nuove regole, identifica gap di visibilità o rafforza la copertura esistente.

Un passaggio cruciale in questo percorso è l’abbandono dell’approccio “IOC driven” statico in favore di quello “TTP driven”. Gli indicatori sono fragili, cambiano rapidamente e possono essere facilmente aggirati. Le tecniche, invece, riflettono il modus operandi dell’avversario e tendono a essere più stabili nel tempo.

Ma lavorare sulle TTP richiede esperienza reale e conoscenza degli attori, esposizione a casi concreti, capacità di riconoscere varianti e polimorfismi delle tecniche durante attacchi effettivi.

Un hunting efficace non nasce nel vuoto. Senza intelligence, l’ipotesi rischia di essere astratta o scollegata dal contesto reale.

La Cyber Threat Intelligence fornisce il punto di partenza: attori attivi, campagne in corso, tecniche emergenti, pattern infrastrutturali. Tuttavia, il valore non sta nel report in sé, ma nella capacità di trasformarlo in una domanda operativa.

Se un report descrive l’abuso di token OAuth in ambienti cloud, non è sufficiente conoscere hash o domini. La domanda diventa: “Se un attore con queste capacità stesse operando nel nostro tenant, quali tracce comportamentali dovremmo osservare?”

Da qui nascono query su anomalie nei consensi applicativi, uso atipico di API, persistenza tramite service principal o comportamenti anomali su identity logs.

L’integrazione deve essere bidirezionale. La CTI alimenta l’hunting, ma i risultati dell’hunting evidenze, falsi positivi ricorrenti, nuove tecniche osservate devono a loro volta arricchire il ciclo di intelligence. Solo così si crea un ecosistema realmente dinamico.

Proviamo a vedere assieme un esempio applicato:

Un report CTI segnala che un gruppo sta abusando di service principal in Microsoft 365 per ottenere persistenza tramite permessi API elevati.

Il team di Threat Hunting parte da questa informazione e verifica creazioni recenti di service principal, assegnazioni anomale di privilegi e autenticazioni sospette. Durante l’analisi emergono però due aspetti inattesi: un’applicazione legittima che replica parte di quel comportamento (falso positivo ricorrente) e una tecnica non documentata di assegnazione temporanea dei permessi seguita da revoca immediata. Queste evidenze vengono condivise con il team CTI, che aggiorna il proprio dataset inserendo il nuovo pattern e riclassificando alcuni indicatori come deboli.

In questo modo l’intelligence genera l’hunting, ma è l’hunting stesso a renderla più precisa e aderente al contesto reale.

Il “TTP driven” hunting si basa su una struttura logica chiara:

  • scope
  • comportamento atteso
  • artefatti generati
  • fonti dati disponibili
  • criteri di validazione

Prendiamo un caso classico: LSASS memory dumping. L’errore sarebbe cercare direttamente “Mimikatz” “mimi*”.

L’ipotesi corretta per questo tipo d’attività è più ampia: “Un attore che intende effettuare credential access potrebbe generare accessi sospetti al processo LSASS, creare handle privilegiati o produrre dump di memoria anomali.”

L’analisi si concentra quindi su eventi EDR relativi a process access, creazione di file dump, utilizzo inconsueto di API di debugging, e se il logging lo permette (difficile) valutare le syscalls utilizzate nella finestra temporale in scope. Non si cerca uno strumento specifico, ma un comportamento.

In scenari più complessi, ad esempio lateral movement tramite WebDAV combinato con NTLM relay in ambienti ibridi, l’ipotesi diventa molto più articolata. Non si cerca “ntlmrelayx”, ma si formula una correlazione comportamentale.

Nella mente del threat hunter potrebbe esserci una frase di questo tipo:

“Se un attore stesse tentando un relay NTLM via WebDAV, potremmo trovare autenticazioni NTLM anomale verso servizi interni, precedute da traffico WebDAV outbound atipico.”

L’attività di hunting si sposta quindi sulla correlazione temporale tra:

  • richieste HTTP con metodo PROPFIND o traffico WebDAV inconsueto,
  • autenticazioni NTLM verso target interni non usuali,
  • accessi SMB o HTTP privi di signing

Anche in assenza di compromissione confermata, un’attività del genere può portare alla scoperta di debolezze strutturali: SMB signing non abilitato, Extended Protection non enforced, logging insufficiente. Il valore, quindi, non è solo individuare un attacco, ma rafforzare l’architettura.

Architettura e strumenti: la base tecnica

Un approccio hypothesis driven richiede una base dati coerente e realmente interrogabile. Se, ad esempio, i log di identity vengono conservati solo per 7 giorni, un’ipotesi su una persistenza di 30 giorni diventa semplicemente non verificabile. Allo stesso modo, un SIEM con parsing incompleto dei log cloud può impedire di correlare un’attività sospetta su Azure AD con un evento su endpoint, frammentando l’analisi.

In ambienti più complessi, un’architettura data lake-oriented consente di centralizzare log eterogenei (endpoint, network, SaaS, IaaS) e di normalizzarli. Questo permette, ad esempio, di testare un’ipotesi che correli autenticazioni anomale, creazione di nuove VM e traffico verso ASN a rischio in un’unica query, anziché tramite analisi manuali separate.

La scelta degli strumenti incide direttamente sulla profondità dell’hunting: senza EDR con visibilità su process tree e command-line, non è possibile validare ipotesi su tecniche di “living off the land”; senza NDR, un beacon a basso rumore su protocollo DNS può rimanere invisibile; senza strumenti di identity analytics, pattern di privilege escalation graduale possono sembrare attività amministrative legittime.

Anche il linguaggio di query è parte dell’architettura: un ambiente che supporta KQL o SPL con join efficienti e funzioni di aggregazione avanzate consente pivot rapidi e analisi iterative. Se invece il motore non gestisce correlazioni complesse o soffre di latenze elevate, l’hunting perde profondità e diventa superficiale.

Nei contesti più maturi, la disponibilità di modelli comportamentali e baseline storiche abilita analisi di deviazione reali: ad esempio, identificare un service account che accede per la prima volta a una risorsa sensibile fuori dal proprio perimetro abituale.

L’automazione accelera enrichment, contestualizzazione e raccolta di indicatori, ma non sostituisce il ragionamento. Quando l’ipotesi riguarda una tecnica emergente o un comportamento ambiguo, è la qualità dell’architettura sottostante retention, normalizzazione, capacità di correlazione a determinare se l’hunter potrà davvero dimostrarla o dovrà fermarsi a un sospetto.

Elementi infrastrutturali fondamentali per il Threat Hunting

  • Retention adeguata dei log
    • almeno 6–12 mesi per identity, endpoint e cloud activities
  • Normalizzazione e data modeling coerente tra fonti diverse
  • Visibilità endpoint avanzata
    • process tree, command-line, registry, scheduled task, network connections
  • Telemetria di rete est–ovest e north–south
    • con capacità di analisi comportamentale
  • Logging completo del piano di controllo cloud
    • audit log, API call, IAM changes
  • Identity telemetry dettagliata
    • token issuance, conditional access, MFA events, service principal activity
  • Motore di query performante e flessibile
    • con supporto a join, aggregazioni e funzioni temporali
  • Integrazione CTI strutturata
    • con indicator scoring e gestione della qualità degli IOC
  • Capacità di enrichment automatizzato
    • WHOIS, passive DNS, reputation, asset context
  • Baseline comportamentali e dataset storici
    • Anche se questo elemento solitamente è molto complesso da ottenere ed indica una grande maturità aziendale, per le analisi di deviazione strutturate resta un asset fondamentale

In assenza completa o parziale di questi elementi, l’hunting tende a ridursi a ricerca reattiva di indicatori; con essi, diventa un’attività esplorativa e realmente orientata alla scoperta.

Uno degli errori più comuni è considerare l’hunting un esercizio teorico. In realtà, ogni ciclo deve produrre risultati tangibili.

Gli output principali si possono ricondurre a tre categorie:

  1. Compromissioni identificate
  2. Miglioramenti al detection engineering
  3. Aumento della visibilità del rischio

Anche un hunting che non rileva incidenti può avere grande valore. Ad esempio, può evidenziare che una tecnica ATT&CK non è coperta da alcuna telemetria disponibile.

La formalizzazione è fondamentale: descrizione dell’ipotesi, dataset analizzati, query utilizzate, risultati ottenuti e decisioni operative. Questo garantisce tracciabilità, auditability e, in contesti regolamentati, dimostrazione di due diligence.

Il threat hunting hypothesis-driven è, per natura, iterativo. Ogni attività alimenta la successiva.

Se un’ipotesi si rivela valida e genera una nuova detection rule (ad esempio implementata anche tramite Sigma o Yara), quella tecnica entra nel monitoraggio continuo, riducendo la necessità di future analisi manuali sullo stesso pattern.

Se emergono gap come l’assenza di logging su specifici eventi, questi devono tradursi in remediation tecnica. In questo modo l’hunting diventa uno strumento diretto di crescita della maturità complessiva.

Il feedback coinvolge anche il team: le tecniche analizzate, le query sviluppate e i casi reali diventano materiale per esercitazioni e tabletop, rafforzando il pensiero analitico e la capacità di modellare ipotesi.

Gli strumenti sono importanti, ma non sono l’elemento decisivo.

Un threat hunter efficace deve saper ragionare per ipotesi, evitare bias cognitivi e comprendere a fondo il funzionamento reale di sistemi operativi, protocolli di rete, Active Directory e workload cloud. Senza una chiara percezione del comportamento “normale” dell’infrastruttura, è impossibile riconoscere l’anomalia significativa.

Serve padronanza dei linguaggi di query, capacità di correlare fonti eterogenee e lettura critica della telemetria. Ma soprattutto serve metodo nel trasformare un insight di CTI o una TTP in una domanda tecnica verificabile sui dati.

Il valore del threat hunting non dipende solo dalla tecnologia adottata (anzi, la tecnologia in questi casi rappresenta solo una parte del valore legata a questo tipo d’attività). Il risultato, infatti, dipende dalla qualità analitica di chi la utilizza e dalla capacità dell’organizzazione di integrare l’hunting in un processo strutturato, misurabile e orientato al miglioramento continuo.

Stay Safe. Be Proactive.

Profilo Autore

Nicolas Fasolo è il Team Leader del Incident Response Team di Yarix (Vargroup). Nel tempo libero lavora come “Security Researcher” e “Malware Developer” indipendente con una passione sfrenata per l’analisi del malware. Durante il suo percorso formativo di certificazione Master CEH ha ottenuto il Top 1 al mondo per il “Quarter 4 Dicembre 2021”. Autore di “Cybersecurity Podcast” e “Cybersecurity Warrior”.

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Cyber-guerra Iran-USA-Israele: operazione Epic Fury e Roaring Lion, il più grande attacco informatico della storia

La cyber-guerra Iran-USA-Israele che si è aperta il 28 febbraio 2026 non è un’escalation come le altre. È il primo conflitto su larga scala in cui le operazioni cibernetiche hanno preceduto, accompagnato e amplificato quelle cinetiche in modo strutturale e documentato. L’Operazione Epic Fury (denominazione statunitense) e l’Operazione Roaring Lion (denominazione israeliana) hanno colpito oltre 1.250 obiettivi militari iraniani nelle prime 48 ore. Ma prima che un singolo missile lasciasse il tubo di lancio, lo U.S. Cyber Command era già il first mover: le operazioni cyber hanno aperto la strada a tutto il resto.

Il risultato è stato la dimostrazione più eclatante nella storia della cybersecurity di cosa significhi cyber dominance, e di quanto sia fragile il confine tra pace e guerra nel dominio digitale.

Un’operazione cyber senza precedenti

Le quattro ore che hanno cambiato la dottrina militare

Secondo l’analisi pubblicata da Lawfare, il nucleo dell’offensiva cyber si è consumato in circa quattro ore, prima che il regime iraniano imponesse il blackout totale di internet. In quella finestra temporale, la coalizione ha ottenuto risultati straordinari.

Il generale Dan Caine, presidente dei Joint Chiefs of Staff, ha dichiarato in conferenza stampa che le operazioni spaziali e cyber coordinate hanno effettivamente interrotto le comunicazioni e le reti sensoriali iraniane, privando l’avversario della capacità di osservare, coordinare e rispondere. L’obiettivo dichiarato era disorientare e confondere il nemico.

Ciò che emerge dal reporting di fonti multiple – Financial Times, Unit 42, CSIS – è un’operazione a strati multipli che ha colpito simultaneamente diversi livelli dell’infrastruttura iraniana.

Livello 1 – Infrastruttura di rete. La connettività internet iraniana è crollata tra l’1 e il 4% dei livelli normali la mattina del 28 febbraio 2026, secondo le rilevazioni di Unit 42. L’attacco ha interessato routing BGP, infrastruttura DNS e sistemi SCADA/ICS, come documentato da AttackIQ. Non si è trattato di un semplice DDoS: è stata un’operazione multi-vettore progettata per isolare il Paese dal resto del mondo digitale.

Livello 2 – Intelligence e sorveglianza. Il Financial Times ha rivelato che l’intelligence israeliana monitorava da anni la rete di telecamere stradali di Teheran, utilizzandola per tracciare i movimenti delle guardie del corpo di Khamenei e di altri alti funzionari. Un’operazione cyber parallela ha interrotto il sistema di telefonia mobile nell’area del compound di Khamenei, impedendo al suo staff di sicurezza di ricevere avvertimenti sull’attacco imminente. Questa capacità, come ha sottolineato l’analisi di Lawfare, è il risultato di anni di costruzione di un’architettura di intelligence comprensiva focalizzata su Teheran, basata su SIGINT, cyber espionage e HUMINT.

Livello 3 – Operazioni informative. L’app religiosa iraniana BadeSaba, con oltre 5 milioni di download, è stata compromessa per inviare messaggi di propaganda direttamente ai cittadini e al personale militare. Il primo messaggio recitava: “L’aiuto è arrivato.” Un secondo era indirizzato specificamente al personale delle forze armate, invitandolo a deporre le armi o unirsi alle forze di liberazione. Come ha osservato su X lo specialista iraniano Hamid Kashfi, l’app è estremamente popolare e richiede l’accesso alla geolocalizzazione dell’utente per fornire orari di preghiera accurati. La compromissione aveva quindi un doppio valore: intelligence sulla posizione di milioni di utenti e operazione psicologica in tempo reale.

Livello 4 – Disruption dei media e del C2. L’agenzia di stampa statale iraniana IRNA e diversi siti governativi sono stati compromessi tramite hijacking. Le comunicazioni di comando e controllo dell’IRGC sono state interrotte durante le ore critiche di apertura dell’operazione, secondo il reporting di AttackIQ.

Il paradosso della finestra temporale

L’analisi di Lawfare evidenzia un paradosso fondamentale: più l’operazione cyber è efficace, più breve è la sua finestra di utilità. Circa quattro ore dopo l’inizio degli attacchi, il regime iraniano ha imposto un blackout internet a livello nazionale – una risposta che l’Iran adotta abitualmente anche durante il dissenso interno. Il blackout ha eliminato simultaneamente sia le capacità offensive della coalizione nel cyberspazio sia quelle degli stessi apparati statali iraniani.

Questo produce una lezione dottrinale di enorme importanza per i pianificatori militari e i professionisti della cybersecurity: la cyber dominance è un asset a tempo determinato. Una volta impiegata, il suo effetto si consuma rapidamente – ma nei conflitti moderni, quelle prime ore possono determinare l’esito dell’intera campagna.

Il confronto con il precedente ucraino

Il parallelo più immediato è con l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, quando l’attacco al sistema satellitare Viasat e i wiper malware (HermeticWiper, IsaacWiper, CaddyWiper) accompagnarono le prime ore dell’offensiva cinetica. Tuttavia, la scala dell’operazione contro l’Iran segna un salto qualitativo significativo.

In Ucraina, le operazioni cyber russe ebbero un impatto limitato sulla connettività complessiva del Paese e non impedirono alla leadership ucraina di comunicare e coordinare la difesa.

In Iran, la connettività nazionale è stata ridotta all’1-4% in poche ore – un livello di disruption che non ha precedenti in conflitti tra Stati. Inoltre, la compromissione di app consumer (BadeSaba), reti di telecamere urbane e sistemi di telefonia mobile in un’unica operazione integrata dimostra un livello di preparazione e di penetrazione dell’infrastruttura avversaria che va ben oltre quanto osservato nel teatro ucraino.

La risposta: 60 gruppi hacktivisti, il fronte cyber si allarga

L’Electronic Operations Room e la coalizione delle sigle

La reazione nel dominio cyber non si è fatta attendere. Secondo Unit 42, al 2 marzo 2026 erano attivi circa 60 gruppi hacktivisti, inclusi collettivi pro-russi che si sono uniti al fronte. Il 28 febbraio stesso è stata costituita una struttura di coordinamento denominata Electronic Operations Room.

Un’analisi di Rescana ha documentato, tra il 28 febbraio e il 2 marzo 2026, ben 149 attacchi DDoS hacktivisti che hanno colpito 110 organizzazioni in 16 Paesi. La maggioranza degli attacchi si è concentrata in Kuwait (28%), Israele (27,1%) e Giordania (21,5%), con il settore governativo che ha rappresentato quasi il 48% degli obiettivi.

Tra i gruppi più attivi identificati da Unit 42, SOCRadar e CloudSEK:

  • Handala Hack – collegato al Ministero dell’Intelligence iraniano (MOIS), è la persona più prominente nel panorama hacktivista iraniano. Ha rivendicato compromissioni di aziende energetiche israeliane, dei sistemi di distribuzione carburante giordani, e ha minacciato funzionari israeliani con doxxing e minacce di morte, segnalando uno sconfinamento verso l’intimidazione psicologica e fisica.
  • FAD Team (Fatimiyoun Cyber Team) – ha rivendicato l’accesso non autorizzato a sistemi SCADA/PLC in Israele e in altri Paesi, inclusi sistemi di controllo di oltre 24 dispositivi appartenenti a una società di servizi di sicurezza israeliana. Il gruppo si concentra su wiper malware e distruzione permanente dei dati.
  • Dark Storm Team – collettivo pro-palestiniano e pro-iraniano specializzato in DDoS su larga scala, che ha colpito istituzioni finanziarie e siti web israeliani.
  • Keymous+ e DieNet – responsabili di quasi il 70% dell’intera attività di attacco DDoS documentata nei primi giorni del conflitto, secondo i dati di Radware.
  • Gruppi pro-russi come NoName057(16) e Z-Pentest – quest’ultimo ha rivendicato, tra il 28 febbraio e il 2 marzo, la compromissione di diverse entità statunitensi, inclusi sistemi ICS/SCADA e reti CCTV.

Una nota di cautela è doverosa: molte di queste rivendicazioni vanno valutate con scetticismo critico. L’analisi di Symantec ha riscontrato che alcune rivendicazioni di alto profilo – come il presunto attacco di Handala a Saudi Aramco – si basavano su documenti già in circolazione, suggerendo operazioni informative o psicologiche più che compromissioni reali. Anche Sophos ha sottolineato che i gruppi iraniani hanno talvolta sovrastimato le proprie capacità, pur rimanendo attori capaci. La distinzione tra DDoS temporaneo, defacement, esfiltrazione reale di dati e compromissione profonda di infrastrutture è fondamentale per calibrare correttamente la risposta difensiva.

Oltre il DDoS: wiper, ransomware e targeting ICS/OT

La cyber-guerra Iran-USA-Israele non si limita ai DDoS. Flashpoint ha identificato una massiccia campagna #OpIsrael che coinvolge attori pro-russi e pro-iraniani nella quale i sistemi di controllo industriale israeliani sono stati presi di mira direttamente. Il Fatimiyoun Electronic Team, secondo il Washington Institute, starebbe conducendo attacchi contro aziende energetiche e finanziarie occidentali con l’obiettivo di dispiegare wiper malware.

Una campagna di phishing particolarmente insidiosa ha distribuito l’APK malevolo RedAlert, mascherato da applicazione ufficiale di allerta emergenza, progettato per la sorveglianza e l’esfiltrazione di dati dai dispositivi mobili.

La pre-posizione: MuddyWater era già dentro

Seedworm nelle reti statunitensi

Uno degli sviluppi più significativi per comprendere la dimensione strategica di questa cyber-guerra è la scoperta, pubblicata il 5 marzo 2026 dal team Symantec e Carbon Black Threat Hunter di Broadcom, che il gruppo APT iraniano MuddyWater (noto anche come Seedworm) era attivo nelle reti di diverse organizzazioni statunitensi sin dall’inizio di febbraio 2026 – settimane prima dell’inizio delle operazioni cinetiche.

Le vittime includono una banca statunitense, un aeroporto, organizzazioni non governative negli USA e in Canada, e le operazioni israeliane di una società software fornitrice dell’industria della difesa e aerospaziale. I ricercatori hanno identificato un backdoor fino ad allora sconosciuto, denominato Dindoor, basato sul runtime Deno per l’esecuzione di codice JavaScript e TypeScript, firmato digitalmente con un certificato intestato a “Amy Cherne”. Un secondo backdoor Python, Fakeset, è stato trovato sulle reti dell’aeroporto e dell’ONG, firmato con certificati legati a Seedworm.

Come ha commentato Denis Calderone, CTO di Suzu Labs, all’outlet SC Media: la guerra cyber non è iniziata quando le bombe hanno cominciato a cadere. Era già in corso a febbraio. Il fatto che MuddyWater disponesse di tooling nuovo e operativo prima dell’inizio del conflitto cinetico rivela il livello di preparazione del gruppo.

Ulteriore conferma è arrivata dal collettivo di threat intelligence indipendente Ctrl-Alt-Intel, che ha ottenuto accesso a un’infrastruttura di MuddyWater ospitata nei Paesi Bassi, scoprendo un vasto arsenale di framework C2 personalizzati, script, log e dati delle vittime, con l’exploitation di oltre una dozzina di CVE, incluse vulnerabilità SQL injection precedentemente sconosciute, come riportato da Help Net Security.

Pyroxene, Bauxite, Parisite: la pipeline verso l’OT

L’analisi di HSToday mette in evidenza tre gruppi iraniani che operano lungo una kill chain strutturata verso gli ambienti di Operational Technology (OT):

  • Pyroxene (allineato all’IRGC, sovrapposizione con UNC1549 secondo Mandiant) – sta conducendo operazioni di mapping nella kill chain ICS di Stage 2 all’interno delle reti di fornitori e contractor nei settori difesa, aviazione ed energia, utilizzando tenant Microsoft Azure vittima-specifici come infrastruttura C2.
  • Bauxite (operante sotto la persona CyberAv3ngers) – ha già superato la fase dell’accesso per raggiungere gli effetti: avrebbe compromesso oltre 400 dispositivi OT tramite il malware IOControl, secondo fonti di settore, manipolando PLC Unitronics presso impianti idrici statunitensi. Il CISA aveva già emesso un advisory dedicato alle attività di CyberAv3ngers contro dispositivi Unitronics nel dicembre 2023, confermando il pattern di targeting ICS da parte di questo gruppo.
  • Parisite (noto come Pioneer Kitten/Fox Kitten) – funziona come Initial Access Broker per questo ecosistema, sfruttando VPN esposte e dispositivi edge per compromettere ambienti IT di operatori di infrastrutture critiche, per poi vendere o trasferire l’accesso ad attori statali e affiliati ransomware. Dragos ha osservato direttamente Parisite fornire accessi successivamente utilizzati in operazioni dirette verso ambienti OT.

Il punto cruciale: il seam IT-to-OT non è una vulnerabilità teorica. È un percorso di exploitation attivo e documentato.

Le TTP iraniane nel framework MITRE ATT&CK

Per i SOC analyst e i threat hunter, è utile mappare le tecniche osservate nel conflitto corrente sul framework MITRE ATT&CK. Le TTP dominanti degli APT iraniani attivi in questa fase includono:

  • T1566 – Phishing e T1566.001 – Spearphishing Attachment: vettore iniziale privilegiato da MuddyWater (campagna Dindoor) e APT42, con documenti Office armati e campagne RedAlert APK.
  • T1078 – Valid Accounts: sfruttamento di credenziali legittime rubate, tecnica cardine per Parisite/Fox Kitten nell’accesso iniziale a reti di infrastrutture critiche.
  • T1190 – Exploit Public-Facing Application: exploitation di VPN, dispositivi edge e applicazioni esposte, documentata sia per Parisite che per MuddyWater.
  • T1059.007 – Command and Scripting Interpreter: JavaScript: il backdoor Dindoor utilizza il runtime Deno per eseguire comandi, una scelta tecnica insolita che indica evoluzione del tooling.
  • T1071.001 – Application Layer Protocol: Web Protocols: utilizzo di servizi cloud legittimi (Azure, Wasabi, Backblaze) come infrastruttura C2, rendendo il traffico malevolo indistinguibile da quello aziendale.
  • T1567 – Exfiltration Over Web Service: tentativo di esfiltrazione verso bucket Wasabi Technologies tramite Rclone, osservato nella campagna contro la società software.
  • T0831 – Manipulation of Control (ICS): la manipolazione dei PLC Unitronics da parte di Bauxite/CyberAv3ngers rappresenta un’operazione ICS di Stage 2 nella kill chain Dragos/SANS.

Questo mapping non è esaustivo, ma fornisce ai team difensivi un riferimento immediato per verificare la copertura delle proprie detection rule rispetto alle tecniche più attive in questo specifico contesto di minaccia.

Le lezioni operative per i CISO

Sei azioni immediate

La combinazione delle raccomandazioni di Unit 42, HSToday, eSentire e delle analisi di settore converge su sei azioni prioritarie.

  1. Isolare i dispositivi OT esposti a internet. In particolare PLC Unitronics e qualsiasi dispositivo ICS accessibile dall’esterno. La campagna di Bauxite/CyberAv3ngers ha dimostrato che gli attaccanti iraniani hanno già la capacità e la volontà di manipolare sistemi di controllo industriale.
  2. Auditare e terminare le sessioni VPN di contractor inutilizzate. Parisite/Fox Kitten opera esattamente come un Initial Access Broker, sfruttando VPN e dispositivi edge di fornitori nei settori difesa, aviazione ed energia. Ogni sessione VPN non terminata di un contractor è una porta aperta.
  3. Abilitare alerting sulle anomalie nelle API cloud. Pyroxene utilizza tenant Azure vittima-specifici come C2. Il monitoraggio delle chiamate API verso servizi cloud come Azure, AWS e GCP, in particolare quelle che attraversano il confine IT-OT, è fondamentale.
  4. Conservare almeno una copia dei dati critici in modalità air-gapped. Il wiper malware è lo strumento privilegiato delle operazioni distruttive iraniane – dalla campagna contro l’Albania nel 2022 alle attuali minacce del FAD Team.
  5. Implementare il blocco geografico degli IP dove possibile. Questo non è sufficiente di per sé – gli attaccanti utilizzano proxy e VPN – ma riduce la superficie d’attacco per gli strumenti automatizzati a bassa sofisticazione che rappresentano la maggioranza del volume.
  6. Preparare un piano di comunicazione per la gestione delle rivendicazioni. Come sottolinea Unit 42, i gruppi hacktivisti spesso esagerano la portata dei loro attacchi. Avere una procedura per validare e rispondere alle rivendicazioni – distinguendo tra accesso effettivo e compromissione di sistema – è fondamentale per evitare il panico e il danno reputazionale.

La domanda scomoda sull’OT

La lezione più profonda di questa cyber-guerra Iran-USA-Israele riguarda la sicurezza OT. Dragos ha documentato che il percorso dall’accesso IT alla compromissione OT è un pathway attivo e verificato, non un rischio ipotetico. Per i CISO europei e italiani – in particolare nei settori energia, trasporti e manifatturiero – questo significa porsi tre domande urgenti, come suggerisce l’analisi di HSToday:

  • Chi ha l’autorità di disconnettere da internet i nostri asset OT più critici con brevissimo preavviso?
  • Quanto velocemente possiamo terminare tutti gli accessi di terze parti nel nostro ambiente?
  • Abbiamo visibilità sui servizi cloud che i nostri fornitori utilizzano per gestire i nostri sistemi?

Se la risposta a una di queste domande è “non lo so”, il livello di esposizione è significativo.

Il quadro strategico: cyber come strumento asimmetrico

La dottrina iraniana dopo il blackout

L’analisi di Halcyon evidenzia un aspetto strutturale della cyber capability iraniana che questo conflitto rende ancora più rilevante: la convergenza tra operazioni statali e attività criminale. Il modello iraniano prevede che operatori statali monetizzino gli accessi ottenuti attraverso campagne governative tramite estorsione, mantenendo una plausible deniability.

Questo è particolarmente rilevante perché, come valutato dal CSIS, con le capacità convenzionali gravemente degradate dalle operazioni cinetiche, il cyber rappresenta ora lo strumento asimmetrico più accessibile per la ritorsione iraniana. La degradazione della connettività internet ha temporaneamente ostacolato la capacità di coordinamento degli APT operanti dall’interno dell’Iran, ma Unit 42 avverte che la degradazione dei comandi potrebbe anche portare ad autonomia tattica per le cellule operative al di fuori dei confini iraniani, con potenziali deviazioni dai pattern precedentemente stabiliti.

CISA sotto stress

Un fattore aggravante, documentato da CNBC, è che la principale agenzia cyber statunitense – CISA – si trova in condizioni operative ridotte. Al momento della pubblicazione, il sito web dell’agenzia riportava un ultimo aggiornamento al 17 febbraio a causa di un lapse in federal funding, con la cancellazione di valutazioni di sicurezza, formazione e altri impegni. Secondo CNBC, l’agenzia avrebbe perso circa un terzo dei suoi dipendenti dal cambio di amministrazione, e il suo direttore temporaneo sarebbe stato riassegnato ad altra divisione del DHS. Se confermato, questo scenario crea un vuoto di coordinamento proprio nel momento in cui la minaccia è più elevata.

Lo spettro della ritorsione a lungo termine

Il precedente storico è chiaro. Dopo l’uccisione del generale Soleimani nel 2020, i gruppi iraniani hanno lanciato ondate di wiper attack, campagne di credential harvesting e operazioni di spionaggio contro infrastrutture critiche occidentali. Come sottolinea AttackIQ, lo stesso playbook si sta dispiegando ora, ma con strumenti significativamente più capaci. Gruppi come MuddyWater, APT35/Charming Kitten, OilRig/APT34 e Agrius hanno trascorso anni a perfezionare il loro tradecraft.

La scoperta da parte di ESET nel dicembre 2025 del nuovo backdoor MuddyViper di MuddyWater, indirizzato verso infrastrutture critiche israeliane ed egiziane, e la campagna Operazione Olalampo di febbraio 2026 che ha dispiegato backdoor AI-assisted contro i settori energia e marittimo nell’area MENA, confermano che questi gruppi rimangono operativamente attivi e in evoluzione.

Prospettive: la nuova normalità della guerra ibrida

Questa cyber-guerra Iran-USA-Israele ha reso concreta una serie di scenari che la comunità di cybersecurity discuteva in termini teorici. Non è più una questione di se le operazioni cyber accompagneranno i conflitti cinetici, ma di come difendersi in un contesto dove la guerra nel cyberspazio precede, accompagna e sopravvive a quella sul campo.

Per l’Europa – e per l’Italia in particolare, con la sua esposizione sia come hub energetico mediterraneo sia come Paese con basi NATO e rappresentanze diplomatiche dei Paesi coinvolti – il messaggio è chiaro: la sicurezza delle infrastrutture critiche non è più un esercizio di compliance, ma una questione di resilienza nazionale.

Come ha osservato Scott McKinnon, CSO di Palo Alto Networks per UK e Irlanda, al Mobile World Congress di Barcellona: ogni volta che c’è un conflitto, c’è sempre una risposta. Non vengono usati solo i sistemi di difesa e di attacco fisici, ma anche armamenti collaterali nel cyberspazio.

La cyber-guerra Iran-USA-Israele è il primo banco di prova della guerra ibrida su scala globale. Non sarà l’ultimo.

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Guerra cognitiva. Rizzi (DIS): “Il libero arbitrio è l’infrastruttura critica più importante”

La centralità delle minacce multidominio e multidimensionali nella tutela della sovranità nazionale

Governare il cambiamento” è il titolo della relazione annuale del DIS presentata alla Camera. La tecnologia e l’innovazione tecnologica sono il fil rouge: “sono acceleratori della trasformazione in corso, ma anche di nuove minacce”. In un tempo che registra il maggior numero di conflitti dalla seconda guerra mondiale, 61, e in cui il 72% della popolazione vive in Paesi governati da autocrazie, era al 49% nel 2004, le minacce ibride devono avere da parte nostra la massima attenzione, ha dichiarato Vittorio Rizzi, Direttore Generale del DIS, nel discorso di apertura nell’ultima giornata della quinta edizione della Conferenza Internazionale “CyberSEC – Cybercrime e Cyberwar: Norme, Geopolitica e Cybersecurity per una Difesa Comune”, promossa e organizzata da Cybersecurity Italia in collaborazione con la Polizia di Stato, tenuta a Roma.

Oggi affrontiamo il tema della riforma degli organismi di intelligence ma, soprattutto, il tema della minaccia cyber e della minaccia tecnologica, in un convegno che significativamente si intitola Cybersecurity. Il nostro compito fondamentale è tutelare la sovranità del Paese e proteggere l’integrità degli interessi politici, economici e militari dell’Italia, difendendoli dalle minacce che possono comprometterne la sicurezza. Fino a qualche anno fa i domini che definivano la sovranità erano relativamente chiari: terra, mare e cielo. Oggi questo concetto si è ampliato enormemente. In ambito NATO, per esempio, è stato riconosciuto il dominio cyber, così come quello spaziale, oltre l’atmosfera. Ma esistono anche altri domini sempre più strategici”, ha affermato Rizzi.

Pensiamo, ad esempio, al dominio sottomarino, che rappresenta uno degli spazi più sensibili, soprattutto per un Paese come l’Italia, situato al centro del Mediterraneo e crocevia delle principali rotte globali. Oggi parliamo di minacce multidominio e multidimensionali. Spesso una minaccia che sembra manifestarsi in un solo dominio attraversa in realtà più dimensioni contemporaneamente.
Un esempio lo rende evidente
 – ha aggiunto il DG DIS – Qualche tempo fa si è verificata un’operazione di jamming su un satellite che svolgeva la funzione di backup dei dati di un gasdotto collocato a diverse centinaia di metri sotto il mare. In questo caso una minaccia proveniente dallo spazio extra-atmosferico si è tradotta in un rischio concreto per un’infrastruttura collocata nel dominio sottomarino, nel cosiddetto deep blue. Questo episodio restituisce in modo molto chiaro la natura multidimensionale delle minacce contemporanee”.

Vittorio Rizzi, Direttore Generale, DIS

L’innovazione tecnologica motore del cambiamento e acceleratore di nuove minacce

Parlando della Relazione annuale, Rizzi ha detto: “Non abbiamo scelto di limitarci a descrivere le singole minacce nel loro contesto storico, fotografandole nel 2025. Abbiamo invece adottato un’ottica prospettica, osservando le trasformazioni in atto attraverso la lente di quello che oggi è il principale motore del cambiamento: l’innovazione tecnologica. Un motore che rappresenta al tempo stesso una straordinaria opportunità e un potenziale acceleratore delle minacce. La nostra riflessione si colloca all’interno della trasformazione dell’ordine internazionale liberale e impone anche ai Paesi dell’area euro-atlantica una riflessione sulla propria postura strategica, soprattutto per quanto riguarda la tutela degli interessi nazionali, della prosperità economica e della sicurezza del commercio globale. Molti osservatori parlano di un nuovo equilibrio internazionale nel quale tornano con forza le logiche degli interessi nazionali. Le catene globali del valore, che durante la globalizzazione si erano espanse su scala mondiale, vengono oggi ripensate alla luce di nuove priorità: sicurezza, resilienza e autonomia strategica.
Un esempio concreto riguarda il settore farmaceutico. L’Italia possiede alcune tra le piccole e medie imprese più avanzate in Europa in questo ambito. Tuttavia circa il 75% dei principi attivi e dei loro derivati proviene dalla Cina. Questo significa che, per ragioni economiche, gran parte dell’Occidente ha progressivamente abbandonato la chimica di base necessaria alla produzione di questi componenti. Ciò che in passato appariva come una scelta efficiente dal punto di vista economico oggi diventa invece un elemento di vulnerabilità strategica. In questo scenario la tecnologia assume un ruolo centrale. E si lega direttamente anche alla riflessione sulla riforma dei servizi di intelligence
”.

Un’epoca di sovrabbondanza di dati e nasce un nuovo dominio strategico: il dominio cognitivo

Tradizionalmente la missione dell’intelligence è stata quella di cercare e raccogliere informazioni, ha proseguito Rizzi nel suo intervento, “Oggi, però, viviamo in una fase completamente diversa: non siamo più in un contesto di scarsità informativa, ma in un’epoca di sovrabbondanza di dati. Viviamo immersi in quella che molti definiscono una vera e propria infodemia. L’infosfera globale ha ormai raggiunto dimensioni enormi, stimata intorno ai 160 zettabyte di dati. In questo contesto il problema non è più trovare le informazioni, ma saperle selezionare, interpretare e comprendere. Il filosofo Luciano Floridi lo descrive con una formula efficace: siamo seduti su una montagna di informazioni. La sfida non è più cercare, ma distinguere il segnale dal rumore. Questo apre anche un nuovo dominio strategico: il dominio cognitivo, cioè lo spazio nel quale l’informazione, la percezione e la comunicazione influenzano le opinioni pubbliche e i processi decisionali.
L’innovazione tecnologica si manifesta in molti ambiti: nella cyber-minaccia, nei nuovi strumenti di intelligenza artificiale, nello sviluppo delle tecnologie quantistiche. Tutto questo impone una riflessione su come debba cambiare la postura dell’intelligence, ma anche quella delle forze di polizia e delle imprese
“.

Oggi, ha proseguito Rizzi, “circa il 33% delle imprese ha già integrato l’intelligenza artificiale nei propri processi. L’AI sta diventando uno dei principali motori del cambiamento economico e tecnologico. Allo stesso tempo, però, gran parte delle capacità di sviluppo dell’intelligenza artificiale è oggi concentrata nelle mani delle grandi Big Tech globali. Questo pone una questione cruciale: come garantire la sovranità tecnologica.
Non esiste sovranità tecnologica senza investimenti adeguati. Analizzare e interpretare centinaia di zettabyte di dati richiede infrastrutture avanzate e una straordinaria capacità computazionale. Significa disporre di macchine dotate di centinaia di GPU e di potenze di calcolo sufficienti per operare senza dipendere dalle piattaforme tecnologiche globali.
In questo contesto anche le forze dell’ordine sono chiamate a confrontarsi con una sfida nuova: proteggere il Paese dagli effetti dell’infodemia, che incide direttamente sul dominio cognitivo. Per questo motivo si sta delineando una nuova grammatica dell’intelligence, che deve affiancarsi a quella tradizionale
“.

I pilastri della nuova postura dell’intelligence

La nuova postura dell’intelligence si fonda su alcunipilastri chiave, ha spiegato Rizzi: “Il primo è dotarsi di capacità computazionali di altissimo livello. Entro agosto raggiungeremo circa 600 GPU, una capacità che consentirà di arrivare a circa 2000 teraflops per operatore di intelligence. Il secondo pilastro riguarda lo sviluppo di competenze altamente specializzate. Sono stati attivati percorsi di formazione dedicati, come il master a Torino particolarmente verticale sulle tecnologie emergenti e quello realizzato a Roma con la LUISS, dedicato alla formazione degli analisti geopolitici. Il terzo pilastro riguarda la ridefinizione del ruolo del DIS, che deve distinguersi dalle due agenzie operative – AISI e AISE – e assumere sempre più il ruolo di centro di gestione delle crisi sistemiche.

La (prossima) Strategia di sicurezza nazionale

Un altro passaggio fondamentale, esposto da Rizzi, è l’elaborazione di una Strategia di Sicurezza Nazionale: “L’Italia è oggi uno dei pochi Paesi occidentali a non disporre ancora di un documento strategico di questo tipo. L’Unione europea ci ha chiesto di dotarcene entro giugno e nelle prossime settimane proporremo al decisore politico un primo documento che delinei la postura del Paese nella tutela degli interessi nazionali.
In definitiva, i nostri servizi e la nostra missione devono adattarsi ai tempi che stiamo vivendo. Solo così potremo continuare a essere efficienti ed efficaci nel lavoro di intelligence.
Perché oggi, più che mai, l’intelligence rappresenta la prima linea di difesa dello Stato, soprattutto di fronte alle nuove minacce cyber e tecnologiche. Il libero arbitrio rimane l’infrastruttura mentale più potente di cui disponiamo
”.

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Ciardi (ACN): “AI, servono anticorpi per affrontare le minacce cyber”

“La cybersicurezza è una responsabilità istituzionale, grandissima. Noi parliamo sempre dei dati come la nuova moneta, ma più dati insieme hanno un valore diverso dato dalla loro relazione e non dalla loro quantità”. Lo ha detto Nunzia Ciardi, Vice Direttrice Generale ACN, nel suo intervento alla quinta edizione della Conferenza Internazionale “CyberSEC – Cybercrime e Cyberwar: Norme, Geopolitica e Cybersecurity per una Difesa Comune”, promossa e organizzata da Cybersecurity Italia in collaborazione con la Polizia di Stato, in corso a Roma il 4 e 5 marzo 2026 presso la Scuola Superiore di Polizia.

Un piccolo attacco ad un soggetto diventa un attacco all’intero ecosistema

In base a questa correlazione si è generata una fragilità, l’interconnessione sistematica fra sistemi genera potenziali fragilità perché “Un attacco in questo scenario si riverbera sull’intera catena. Basta il malfunzionamento di un file per provocare problemi di indirizzamento del traffico. L’interoperabilità e l’interconnessione continua fra reti è anche un elemento di fragilità”, precisa.
Per questo motivo, l’efficienza della resilienza non può essere improvvisata né gestita soltanto ex post, dopo che il problema si è manifestato. “Deve essere progettata e tutelata in anticipo, attraverso un approccio sistemico, che consideri non solo i singoli elementi ma soprattutto le relazioni tra di essi. Solo così è possibile costruire infrastrutture informative capaci di resistere agli shock, adattarsi ai cambiamenti e continuare a generare valore nel tempo”, dice.

Il libero arbitrio è l’infrastruttura critica più importante

“L’uomo deve essere qualificato e avere anticorpi per affrontare rischi cyber e AI – dice – Su questo si misura l’efficienza della resilienza. Noi siamo tutti vulnerabili oltre che fruitori di una società che offre diversi servizi. Lo sviluppo convulso della tecnologia modifica continua costantemente gli scenari”.

Il caso Jaguar Land Rover

“Ad agosto un attacco alla Jaguar Land Rover ha costretto l’azienda a bloccare la produzione per 6 settimane, con ricadute su 5mila aziende e lo Stato ha dovuto pagare 2 miliardi di sterline di prestito per ripartire. Anche un’azienda economica incide sul PIL di un paese. In questo mondo tutto diventa critico”, ha detto Ciardi, aggiungendo che Tre attacchi ransomware in Italia nel Nord Italia a febbraio hanno costretto ad avviare la cassa integrazione.  

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Iran e cyberwar: strutture, strategie e capacità cibernetiche nel Quinto Dominio

Iran, cyberwar e quinto dominio rappresentano oggi elementi centrali nella competizione strategica contemporanea. Questo contributo si inserisce in una serie di approfondimenti dedicati al tema Cyber Proxies. Capacità Cibernetiche degli Attori Non Statali Filo-Iraniani e analizza come Teheran abbia strutturato il cyberspazio come dominio operativo a pieno titolo. L’articolo esamina architetture istituzionali, dottrina strategica e strumenti di impiego del potere cibernetico, offrendo una chiave di lettura per comprendere il ruolo del cyberspazio nella sicurezza nazionale iraniana e nella proiezione della sua influenza regionale.

La teoria della guerra e l’evoluzione del potere cibernetico

Nella sua opera più famosa, il Vom Kriege, Karl von Clausewitz propone una teoria universale della guerra, definendola come la prosecuzione della politica con altri mezzi[1]. Sebbene, il mezzo politico in questo caso specifico è storicamente rappresentato dal potere militare, invero la coercizione ha assunto nel tempo una serie di declinazioni operative che hanno profondamente ridisegnato il modo in cui intendiamo i conflitti. Tra queste declinazioni, una delle principali espressioni (e componenti) della “politica con altri mezzi” oggi è costituito dal potere cibernetico.

L’esercizio dell’intero ventaglio operativo offerto dal quinto dominio della guerra consente oggi di ottenere importanti vantaggi per la sicurezza delle nazioni, sia in termini difensivi che offensivi. Questo dominio permette di duplicare oggi quasi tutte le operazioni prima assunte dai servizi di sicurezza, potendo usufruire dei vantaggi concreti che distinguono un’operazione dal mondo reale a quello cyber. Questo significa che rende possibili forme di sorveglianza e spionaggio mirato che non prevedono necessariamente l’addestramento e l’inserimento di un asset o di reclutare informatori all’interno un contesto target. Non di meno offre la possibilità di sabotare infrastrutture dell’avversario, riuscendo a creare impatti equiparabili a quelli di un intervento convenzionale.

Uno dei paesi che ha compreso attentamente il valore e l’importanza di questo dominio è l’Iran. In seguito al celebre attacco di Stuxnet che nel 2010 colpì le centrifughe di arricchimento dell’uranio presso gli impianti nucleari di Natanz, l’Iran ha incrementato radicalmente i propri investimenti nella cybersecurity al punto da diventare uno degli attori protagonisti del panorama delle minacce cibernetiche a livello globale. Infatti, dopo Stuxnet e diversi casi documentati di operazioni di spionaggio e sabotaggio informatico subite soprattutto da parte di Israele e Stati Uniti, l’Iran si è fatto promotore e avanguardia di un progetto ad alto livello politico per sviluppare capacità cibernetiche finalizzate al perseguimento di tre principali obiettivi strategici[2]:

  • Garantire stabilità interna: attraverso una serie di operazioni di sorveglianza volte tutelare il paese da fenomeni di dissidenza politica e/o potenziali vettori di influenza straniera.
  • Proteggere il territorio nazionale: attraverso una serie di attività di spionaggio verso i principali avversari politici (Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita) per anticiparne intenzioni e minacce.
  • Strategia di politica estera: l’Iran impiega le operazioni informatiche anche come strumento per promuovere e garantire la propria influenza regionale.

Strutture statali e enti di sicurezza del cyberspazio in Iran

Come molti altri Stati, l’Iran dispone di numerose entità che si occupano sia di difesa sia di offesa cibernetica. Alcune dipendono o sono supervisionate direttamente dal governo, altre sono attori di minaccia non ufficialmente legati allo Stato, ma che possono collaborare con organismi pubblici quando necessario. Gli enti governativi, e in particolare quelli legati alla difesa del perimetro di cybersicurezza nazionale rispondono, in ultima istanza, alla guida suprema Ali Khamenei, che presiede il Consiglio supremo del cyberspazio. Questo organismo, fondato nel 2012 per volontà di Khamenei, è incaricato di definire le strategie nazionali in materia di cybersicurezza e di coordinarne le politiche nazionali sotto la supervisione del Presidente della Repubblica.

Inoltre, il Consiglio è incaricato di supervisionare leggi e regolamenti in ambito cyber e, di cooperare con imprese e università per garantire la sicurezza delle istituzioni e dei cittadini dalle minacce interne ed esterne.

Questo consiglio è composto dal Presidente, il Presidente del Parlamento, il Capo del sistema giudiziario dell’Iran, il Capo dell’ IRIB (Servizio di trasmissioni televisive e radiofoniche nazionale), il Ministro ICT, il Ministro della Cultura e della Guida Islamica, il Ministro della Scienza, della Ricerca e della Tecnologia, il Ministro del Ministero dell’Istruzione, il Ministro dell’intelligence, il Ministro della Difesa, il Presidente della Commissione Culturale dell’Assemblea Consultiva Islamica, il Responsabile dell’Organizzazione islamica per lo sviluppo, il Procuratore generale, il Capo dell’Organizzazione Nazionale per la difesa passiva e i Comandanti delle forze dell’ordine e dell’IRGC.

Tutte le attività del Consiglio su infrastrutture pubbliche e private confluiscono nel Centro Nazionale per il Cyberspazio (NCC), che si occupa di fornire una conoscenza completa e aggiornata della postura di cybersicurezza per orientare le decisioni su come affrontare il panorama delle minacce e dello sviluppo di controlli interni per la sicurezza di Internet. L’NCC ha anche il compito di “prepararsi a una guerra culturale” tra l’Iran e i suoi nemici, secondo lo Statuto dell’NCC del 2013 emanato dall’Iran[3].

Un altro organismo di rilievo è costituito dall’Organizzazione Nazionale di Difesa Passiva (NPDO), unità speciale delle Forze Armate Iraniane (Artesh) con il compito di proteggere le infrastrutture critiche nazionali da attacchi informatici, individuare e dissuadere minacce da parte di stati stranieri o di gruppi da essi supportati. Inoltre, l’NPDO coordina anche il Comando di Difesa Cyber (noto anche come Cyber Headquarters dell’esercito iraniano), istituito nel novembre 2010 subito dopo l’attacco Stuxnet. Questo gruppo è la principale struttura di difesa nazionale. Secondo alcuni analisti, il Comando dispone anche di capacità offensive e, conduce operazioni informatiche offensive insieme al Concilio Cyber Basij (che afferisce all’IRGC).

Tuttavia, il vero centro di gravità delle più importanti divisioni cyber e degli attori di minaccia associati al potere cyber di Teheran è collocato sotto la direzione di IRGC e dal MOIS.

Per quanto riguarda l’IRGC, le informazioni disponibili sono molto limitate. Tuttavia, l’organizzazione controlla organismi interni e attori di minaccia sponsorizzati. Tra le istituzioni statali direttamente connesse vi sono[4]:

  • L’Organizzazione per Guerra Elettronica e Difesa Cyber dell’IRGC: questa struttura interna alle Guardie della Rivoluzione si occupa di formazione sulla difesa cibernetica, ma anche di negare l’accesso e censurare contenuti e comunicazioni online. Inoltre, riceve supporto tecnico da società iraniane, ad esempio Net Peygard Samavat.
  • Concilio Cyber Basij: a tutti gli effetti il braccio informatico della milizia Basij, questo organismo è operativo dal 2009 ed include unità dedicate a formazione, contenuti digitali e social media. Il Concilio Cyber Basij, talvolta definito “commando per la guerra informatica” è composto prevalentemente da “non specialisti” e si occupano di operazioni di disinformazione, defacement di siti e, talvolta, attacchi più complessi tramite attori di minaccia vicini all’IRGC (es Cotton Sandstorm).

A questi si aggiungono tutta una serie di attori di minaccia sponsorizzati dall’IRGC, tra cui APT35, APT42, Nemesis Kitten e Cotton Sandstorm (ex NEPTUNIUM). Questi attori conducono una serie di attività di spionaggio, sabotaggio, destabilizzazione psicologica (information operations) e, solo in misura minore anche attività finanziariamente motivate.

Queste attività sono operate prevalentemente verso obiettivi strategici come: entità governative, militari, nel settore energetico, marittimo, ma anche enti di ricerca (come think tank o ONG) che si occupano di tematiche legate all’Iran o in generale al Medio Oriente. In particolare, secondo diversi ricercatori di sicurezza, il gruppo APT35 è gestito direttamente dall’ IRGC-IO. A sua volta questo, a seconda del fornitore di servizi di cyber threat intelligence, APT35 include, è associato o controlla diversi attori e sottogruppi come Charming Kitten, ITG18, TA453, Cobalt Mirage, Nemesis Kitten e APT42[5].

Il MOIS e le operazioni cibernetiche offensive

Il MOIS, a differenza dei Pasdaran, è considerato un organismo più tecnico (e meno ideologico) e, tra le diverse responsabilità include anche la signal intelligence e la raccolta di informazioni delle comunicazioni elettroniche. Tuttavia, sovrapponendosi talvolta all’IRGC, il MOIS svolge anche operazioni offensive all’estero ed è celebre per l’uso di tecniche di sorveglianza mirata contro oppositori e giornalisti. Spesso per le sue attività si avvale di società o organizzazioni di copertura (es. Rana, Mabna) e del supporto tecnico di università come Isfahan e Teheran [6]. Al MOIS, sono associati MuddyWater, Oilrig (noto anche come APT34), Hexane, Agrius e DarkBit.

Questi attori conducono operazioni prevalentemente operazioni offensive di spionaggio, sabotaggio e influenza, prevalentemente verso il settore governativo, dell’energia, delle telecomunicazioni e marittimo. Questi attori sembrano essere coordinati direttamente dal MOIS in quanto, nel corso delle loro attività, hanno mostrato un elevato livello di coordinamento del ritmo operativo e di sovrapposizioni significative nelle TTP utilizzate (Tecniche, Tattiche e Procedure)[7].

Infine, tra le strutture governative si segnalano anche[8]:

  • Polizia Cyber: una unità di polizia informatica creata nel 2011 per il contrasto della criminalità informatica (furto d’identità, furto di dati, cyber-bullismo etc.). Ricopre un ruolo chiave nella sorveglianza della «Rete Nazionale dell’Informazione» e nella repressione del dissenso online.
  • Computer Emergency Response Team (MAHER): Team governativo di risposta agli incidenti informatici. Questo Team svolge le attività tipiche di un CSIRT, ovvero monitoraggio 24/7, analisi degli attacchi, cooperazione con enti pubblici e privati, formazione ed esercitazioni.

Tuttavia, la letteratura esaminata suggerisce la presenza di un ampio spettro di organizzazioni che prestano servizi o capacità in supporto alle attività svolte soprattutto da IRGC e MOIS. Tra questi si segnalano:

  • Mabna Institute: un’azienda con sede in Iran fondata nel 2013 per assistere università e organizzazioni scientifiche e di ricerca iraniane nel furto di accesso a risorse scientifiche non iraniane. Dalla sua nascita, il Mabna Institute ha impiegato, stipulato contratti e si è affiliato con attori di minaccia e altro personale a contratto per condurre intrusioni informatiche volte al furto di dati accademici, proprietà intellettuale, caselle di posta elettronica e altri dati di università, enti di ricerca e aziende statali (e private) di paesi stranieri[9]. Inoltre, il Mabna Institute supporta le attività di APT34 e APT39.
  • Rana Intelligence Computing Company (Rana): società appartenente al MOIS che fornisce supporto al Ministero nella conduzione di intrusioni informatiche e campagne malware contro governi stranieri e aziende private di carattere strategico. Questa entità è suddivisa in divisioni che si occupano prevalentemente di sviluppo malware e altre specializzate nella strutturazione di operazioni di social engineering[10]. Inoltre, secondo alcuni analisti, Rana coinvolge anche personale delle università di Teheran e Sharif[11].
  • Nasr Institute: questa organizzazione è tra le meno documentate. Secondo gli analisti di Recorded Future (assieme ad altre società) impiegava un gruppo di task manager di medio livello, allineati ideologicamente, responsabili dell’assegnazione compartimentata di attività come ricerca di vulnerabilità, sviluppo di exploit, attività di ricognizioni e intrusione. A sua volta questa organizzazione poteva appaltare ad altri attori di minaccia alcune di queste attività[12].

In altre parole, esiste un sistema misto di appalti e collaborazioni tra attori di minaccia, organizzazioni statali e parastatali iraniane (che possono stipulare contratti anche con aziende private e istituti) per condurre operazioni offensive di vario genere a livello nazionale e internazionale. Ad esempio, secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, Nemesis Kitten sarebbe gestito in collaborazione da due società: Afkar System e Najee Technologies[13].

Queste, a loro volta sarebbero coinvolte in attività di spionaggio strategico ma anche campagne ransomware a scopo di guadagno finanziario[14]. Ancora, la società privata Emennet Pasargad, associata all’attore Cotton Sandstrom e stata osservata svolgere attività di spionaggio e IO per conto della divisione Electronic Warfare and Cyber ​​Defense Organisation dell’IRGC[15]. Ancora la società Ravin Academy è stata fondata nel 2019 da esponenti del MOIS, già dirigenti dei gruppi MuddyWater e Oilrig, con lo scopo di reclutare e addestrare funzionari per le operazioni offensive del MOIS[16].

Operazioni offensive, information operations e impatto strategico

La maggior parte delle operazioni informatiche iraniane è mirata alla raccolta intelligence per motivi strategici, prendendo di mira i principali avversari geopolitici (come Israele, Arabia Saudita e paesi del Golfo) o di sorveglianza interna per assicurarsi il controllo e la sicurezza nel paese. Tuttavia, è noto anche come l’Iran nel tempo si è specializzato anche in operazioni distruttive mirate. Un esempio è stata l’operazione documentata dai ricercatori di Microsoft condotta da MuddyWater e Darkbit contro il Technion Israel Institute of Technology.

Secondo i ricercatori i MuddyWater ha svolto un ruolo da Initial Access Broker per DarkBit che, in seguito ad un’attenta attività di ricognizione ha ottenuto i privilegi necessari ad eseguire nel giro di poche ore la distruzione di server farm, macchine virtuali, account di archiviazione e reti virtuali[17].

iran quinto dominio
Figura 1 – Attori di minaccia direttamente associati agli apparati di sicurezza iraniani.

Infine, come accennato precedentemente, alcuni di questi attori sono coinvolti in Information Operations, orientate ad ottenere vantaggio strategico e politico verso altri attori statali, ma anche a promuovere e garantire la propria influenza regionale. Secondo i ricercatori di sicurezza, gli attori di minaccia come Agrius, Oilrig e Cotton Sandstorm sono attivamente coinvolti in queste attività, in particolare nei vari scenari di conflitto. Un esempio osservato nel 2020 riguarda un’operazione di Cotton Sandstorm nel 2020, in cui è stato osservato mentre tentava di compromettere l’account Twitter di Donald Trump in periodo elettorale, con lo scopo di influenzare le elezioni[18].

Un dato interessante è costituito dal fatto l’impiego di questi attori di minaccia è considerato essenziale dall’Iran, al punto da contribuire attivamente al loro sviluppo. Infatti, secondo i ricercatori di sicurezza, questi attori aumentano frequentemente nel tempo le loro competenze tecniche e la reattività operativa. Questo è visibile anche dal tempo di sfruttamento di vulnerabilità note. Un esempio è stato APT35 che prima del 2023 impiegava settimane per sviluppare exploit per vulnerabilità, mentre recentemente è stato osservato mentre sfruttava vulnerabilità da uno a cinque giorni dopo la loro divulgazione. A questo si aggiunge una collaborazione attiva di questi attori (soprattutto tra quelli associati alla stessa struttura governativa) che scambiano membri, competenze, TTP e, talvolta anche strumenti[19].

L’analisi ha mostrato come l’Iran abbia sviluppato un ecosistema cibernetico articolato, in cui strutture statali, apparati di sicurezza e attori di minaccia operano in modo coordinato nel quinto dominio della guerra, integrando intelligence, operazioni offensive e influenza informativa. Questo modello consente a Teheran di perseguire obiettivi strategici riducendo i costi politici e militari del confronto diretto. Il percorso di approfondimento proseguirà con un focus dedicato all’impiego di attori non statali come cyber proxies, per comprendere come queste entità amplifichino le capacità operative iraniane nel cyberspazio. Per una visione sistematica del tema, è inoltre possibile scaricare il white paper gratuito “Cyber Proxies. Capacità Cibernetiche degli Attori Non Statali Filo-Iraniani”, realizzato da Ivano Chiumarulo.

Note

[1] Clausewitz K., Della guerra, Mondadori, Milano, 1970, p. 19.

[2] https://blog.sekoia.io/iran-cyber-threat-overview/

[3] https://iramcenter.org/uploads/files/irans-cyber-power_1.pdf

[4] https://iramcenter.org/uploads/files/irans-cyber-power_1.pdf

[5] https://blog.sekoia.io/iran-cyber-threat-overview/

[6] https://iramcenter.org/uploads/files/irans-cyber-power_1.pdf

[7] https://blog.sekoia.io/iran-cyber-threat-overview/

[8] https://iramcenter.org/uploads/files/irans-cyber-power_1.pdf

[9] https://www.justice.gov/archives/opa/pr/nine-iranians-charged-conducting-massive-cyber-theft-campaign-behalf-islamic-revolutionary

[10] https://home.treasury.gov/news/press-releases/sm1127

[11] https://iramcenter.org/uploads/files/irans-cyber-power_1.pdf

[12] https://www.recordedfuture.com/research/iranian-cyber-operations-infrastructure

[13] https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy0948

[14] https://www.cisa.gov/news-events/cybersecurity-advisories/aa22-320a

[15] https://blog.sekoia.io/iran-cyber-threat-overview/

[16] https://www.pwc.com/gx/en/issues/cybersecurity/cyber-threat-intelligence/muddy-advanced-persistent-teacher.html

[17] https://www.microsoft.com/en-us/security/blog/2023/04/07/mercury-and-dev-1084-destructive-attack-on-hybrid-environment/

[18] https://www.justice.gov/opa/pr/two-iranian-nationals-charged-cyber-enabled-disinformation-and-threat-campaign-designed

[19] https://blog.sekoia.io/iran-cyber-threat-overview/

Profilo Autore

Ivano Chiumarulo ricopre ruoli in ambito Cyber Intelligence presso società di consulenza ICT. Vanta un percorso formativo multidisciplinare, avendo conseguito una laurea in Criminologia e, successivamente, una in Sicurezza Internazionale. Ha consolidato la sua preparazione approfondendo tematiche di Human Intelligence e Computer Science.
Appassionato di Open Source Intelligence (OSINT), Offensive Security e Red Teaming, è attivamente coinvolto nella ricerca sulle nuove metodologie offensive nel panorama delle minacce e sulle loro implicazioni nel contesto geopolitico. Attualmente (2025) partecipa alle attività di ricerca della Commissione di Studio su Cyber Threat Intelligence e Cyber Warfare della Società Italiana di Intelligence (SOCINT).

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Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI)

La Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI) rappresenta una delle evoluzioni più sofisticate della guerra ibrida contemporanea. Questo articolo analizza l’architettura operativa delle campagne FIMI, dalle infrastrutture cyber all’ingegneria sociale, fino ai media proxy, attraverso casi di studio attribuiti a Russia, Cina e Stati Uniti. Si esaminano inoltre le contromisure europee, la FIMI Exposure Matrix introdotta dal SEAE nel 2025, il Rapid Alert System, i limiti del fact-checking reattivo e il paradosso della difesa democratica, proponendo la resilienza sistemica come unico approccio sostenibile contro la manipolazione informativa coordinata.

FIMI: una minaccia sotto soglia

La Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI) non è un sinonimo sofisticato di disinformazione: è un insieme di comportamenti manipolativi, intenzionali e coordinati che sfrutta l’ecosistema digitale per indebolire la fiducia nelle istituzioni, i processi decisionali e la coesione sociale. La sua peculiarità risiede nell’intenzionalità dell’azione: non si tratta di errori, opinioni divergenti o propaganda tradizionale, ma di operazioni deliberate condotte da attori statali o para-statali per destabilizzare target specifici.

La dimensione “sotto soglia” della FIMI è strategicamente rilevante. Non attivando le clausole di difesa collettiva previste da trattati come l’articolo 5 della NATO, consente agli attori ostili di condurre operazioni aggressive mantenendo una plausible deniability. Questo spazio grigio tra pace e guerra rappresenta una delle sfide più critiche per i sistemi di sicurezza occidentali, tradizionalmente orientati verso minacce cinetiche chiaramente identificabili.

La portata globale del fenomeno è confermata dal 3° Report EEAS sulle minacce FIMI (marzo 2025), che ha analizzato 505 incidenti FIMI nel periodo novembre 2023-novembre 2024, identificando circa 38.000 canali unici coinvolti su 25 piattaforme diverse e oltre 68.000 contenuti manipolativi (observables). Le operazioni hanno colpito 90 Paesi e 322 organizzazioni, confermando la FIMI come minaccia globale di natura sistemica.

La natura ibrida della minaccia FIMI: architettura operativa e dinamiche tecniche

Ciò che distingue la FIMI dalle forme classiche di propaganda, è la capacità di operare simultaneamente su molteplici livelli, creando quello che gli analisti di sicurezza definiscono “effetto moltiplicatore di forza” attraverso la convergenza di domini tradizionalmente separati. Le campagne FIMI rappresentano un’evoluzione qualitativa rispetto alla propaganda novecentesca, poiché integrano:

  • Cyber operations: account falsi, bot, amplificazione artificiale;
  • Ingegneria sociale: sfruttamento di divisioni preesistenti, polarizzazione;
  • Strumenti di influenza tradizionale: finanziamento di media proxy, infiltrazione di comunità online.

La stratificazione operativa segue tipicamente un modello a “imbuto”. Nella fase iniziale, infrastrutture tecniche (botnet, sock puppets, troll farms) generano volume e visibilità artificiale per contenuti specifici. Strumenti come generatori di testo basati su modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) permettono oggi di produrre migliaia di commenti apparentemente autentici e contestualmente rilevanti, superando le tradizionali tecniche di rilevamento automatico dello spam basate su riconoscimento di pattern.

Nella fase intermedia, questi contenuti vengono amplificati attraverso reti di useful idiots, utenti autentici ma inconsapevoli che condividono materiale manipolato perché allineato con le loro convinzioni preesistenti.

Nella fase di consolidamento, media proxy e influencer remunerati conferiscono legittimità mainstream alle narrative, completando il ciclo di laundering informativo.

La dinamica operativa della FIMI presenta una similitudine strutturale con il funnel del marketing digitale – entrambe si sviluppano come processi graduali dall’esposizione massiva al consolidamento dell’obiettivo, ma con differenze sostanziali: la FIMI mira a influenzare dinamiche cognitive collettive e a produrre effetti sistemici di lungo periodo (polarizzazione, sfiducia istituzionale, distorsione del dibattito pubblico), fondandosi sull’occultamento dell’intenzionalità e sull’asimmetria informativa anziché sulla trasparenza competitiva del marketing.

Caso di studio 1: FIMI attribuita agli Stati Uniti – Bolivia 2019

Secondo alcune analisi, va precisato che molte delle fonti disponibili non sono indipendenti e includono report di parte, negli ultimi mesi prima delle elezioni presidenziali boliviane dell’ottobre 2019, entità finanziate dagli Stati Uniti come la National Endowment for Democracy (NED) e USAID avrebbero supportato reti di giornalisti definiti “indipendenti” e attivisti locali per amplificare narrative su presunte irregolarità elettorali attribuite a Evo Morales.

  • Fase iniziale: Finanziamento, le cifre circolate (oltre 1,5 milioni di dollari via NED) non sono confermate da fonti indipendenti, destinato ad account falsi su Twitter e Facebook per generare volume su presunte irregolarità elettorali e corruzione, con l’impiego di strumenti di intelligenza artificiale per la produzione di commenti dall’apparenza autentica.
  • Fase intermedia: Utenti reali tra oppositori e diaspora condividevano contenuti polarizzanti che facevano leva su fratture etniche e sociali preesistenti, culminando in proteste post-elezioni.
  • Fase consolidamento: Media proxy statunitensi (tra cui Voice of America) e influencer locali avrebbero contribuito a legittimare la narrativa, in un contesto che portò alle dimissioni di Morales e al governo ad interim di Áñez.

Questo caso, oggetto di un dibattito accademico tuttora aperto, illustra come strumenti cyber, tecniche di ingegneria sociale e media proxy possano convergere in un’operazione di laundering informativo con potenziali effetti sulla sovranità di uno Stato.

La questione della frode elettorale rimane accademicamente controversa: lo studio del MIT Election Data and Science Lab/CEPR e un’analisi pubblicata nel febbraio 2020 sul Washington Post (University of Pennsylvania e Tulane University) hanno concluso che le accuse dell’OAS erano prive di fondamento statistico, mentre un’analisi peer-reviewed su World Development ha individuato evidenze di manipolazione del voto pari al 2,51% dei suffragi validi. Il contesto di presunta ingerenza statunitense è ulteriormente documentato da cablogrammi diplomatici resi pubblici da WikiLeaks e da inchieste di giornalismo investigativo la cui indipendenza editoriale è oggetto di dibattito.

Indipendentemente dall’esito del dibattito sulla frode, resta documentato il ruolo del NED, che nel 2019 ha investito quasi un milione di dollari in programmi boliviani legati al processo elettorale, e l’esistenza di reti di bot anti-Morales su Twitter, successivamente identificate e rimosse dalla piattaforma. Nel settembre 2020, anche Facebook chiuse decine di account collegati a CLS Strategies, una società di comunicazione di Washington ingaggiata dal governo ad interim di Áñez, per violazione delle policy sull’interferenza straniera. La complessità di questo caso lo rende paradigmatico della zona grigia in cui opera la FIMI: la coesistenza di interferenze documentate, narrazioni contrapposte e studi accademici in conflitto rende l’attribuzione definitiva estremamente problematica.

Caso di studio 2: FIMI attribuito alla Russia – “Doppelganger” 2024

La campagna “Doppelganger”, attribuita alla Russia tramite le società Struktura e Social Design Agency (SDA), entrambe finanziate direttamente dallo Stato russo, e sanzionata dall’UE, rappresenta uno dei casi più documentati di FIMI su scala europea.

Fase iniziale: infrastrutture tecniche

Botnet, sock puppets e troll farms – supportate da una rete di 228 domini e 25.000 account di Coordinated Inauthentic Behaviour (CIB) operanti in nove lingue (inglese, tedesco, francese, spagnolo, turco, polacco, arabo, ebraico e italiano), che replicavano l’aspetto grafico di testate europee come Reuters e BBC attraverso tecniche di typosquatting con certificati SSL validi, hanno generato volume artificiale su piattaforme come X e Facebook. Contenuti prodotti con strumenti di intelligenza artificiale generativa hanno alimentato narrative anti-Ucraina, anti-NATO e filorusse, aggirando i filtri antispam e raggiungendo milioni di visualizzazioni nella sola fase iniziale.

Fase intermedia: amplificazione organica

Reti di useful idiots, utenti reali influenzati da divisioni preesistenti (ad esempio movimenti anti-vaccino, euroscettici), hanno condiviso i contenuti manipolati, credendoli autentici. In contesti come le elezioni francesi del 2024, ciò ha contribuito a polarizzare il dibattito su immigrazione e guerra in Ucraina, anche attraverso l’organizzazione di eventi fittizi progettati per ottenere viralità.

Fase di consolidamento: laundering informativo

Media proxy (tra cui RT e Sputnik) e influencer remunerati hanno legittimato le narrative nel dibattito pubblico mainstream, infiltrando comunità online e testate locali. L’UE ha rilevato oltre 500 incidenti riconducibili a questo schema solo nel 2024, con l’operazione Doppelganger che si è evoluta in “False Façade” un’ulteriore strategia per occultare l’origine russa dei contenuti.

L’operazione Doppelganger ha dimostrato una notevole resilienza operativa: quando i provider di hosting o le piattaforme social hanno rimosso i suoi asset, la campagna ha risposto ri-registrando i siti sotto diversi Top Level Domain (TLD), migrando verso provider differenti e impiegando account CIB usa-e-getta per l’amplificazione. Doppelganger opera come un ecosistema chiuso e autosufficiente, senza interazioni dirette con i canali ufficiali di Stato o con i media statali russi, una struttura ermetica che ne rafforza l’autonomia e la deniability all’interno del più ampio panorama FIMI. Nel dicembre 2024, l’UE ha imposto le prime sanzioni in assoluto specificamente mirate a comportamenti FIMI, colpendo entità e individui associati alla campagna.

Caso di studio 3: FIMI attribuita alla Cina – Spamouflage/Dragonbridge e influence-for-hire

L’articolo non può limitarsi all’asse USA-Russia senza considerare il terzo attore FIMI identificato dal SEAE: la Cina. Il 3° Report EEAS dedica un’analisi approfondita alle operazioni FIMI cinesi, evidenziando un modus operandi strutturalmente diverso da quello russo.

L’operazione nota come Spamouflage (denominata anche Dragonbridge da Mandiant/Google e Storm 1376 da Microsoft) è attiva dal 2017 ed è considerata da Meta la più vasta operazione di influenza cross-platform mai identificata. Nel solo secondo trimestre del 2023, Meta ha rimosso circa 7.700 account Facebook, 954 pagine e 15 gruppi associati alla rete, Google ha disabilitato oltre 100.000 account nel corso degli anni. L’operazione, riconducibile al Ministero della Pubblica Sicurezza cinese, ha preso di mira le elezioni statunitensi del 2022 e 2024, quelle taiwanesi del 2024 e ha condotto campagne contro aziende occidentali del settore delle terre rare strategiche per la Cina.

A differenza dell’approccio decentralizzato russo, l’infrastruttura FIMI cinese si caratterizza per un’elevata centralizzazione: i canali vengono attivati simultaneamente sullo stesso tema e target, garantendo una voce globale unificata. Il SEAE ha inoltre identificato un modello di influence-for-hire in cui media di Stato cinesi (Global Times, CGTN, Xinhua) si avvalgono di società private di pubbliche relazioni – come Shanghai Haixun Technology e Shenzhen Haimaiyunxiang Media – per gestire reti di siti web inautentici che si camuffano da testate giornalistiche locali. Le campagne HaiEnergy (almeno 316 siti fabbricati secondo le indagini EEAS, rispetto ai 72 inizialmente identificati da Mandiant nel 2022) e Paperwall (almeno 123 siti inautentici in 30 Paesi, identificati da Citizen Lab nel 2024) esemplificano questo approccio.

Un elemento particolarmente preoccupante della FIMI cinese è la soppressione dell’informazione, una dimensione spesso sottovalutata della repressione transnazionale. Questa può colpire aziende, università, società civile e soprattutto individui della diaspora e le loro famiglie, attraverso misure che spaziano da incentivi e deterrenti economici a intimidazioni online e fisiche, fino alla warfare giuridica e alle detenzioni.

Sebbene l’impatto delle operazioni cinesi rimanga ad oggi significativamente inferiore a quello russo in termini di engagement organico, la quasi totalità dei contenuti Dragonbridge non ha mai raggiunto un pubblico reale, con il 58% dei canali YouTube disabilitati nel 2022 che aveva zero iscritti, la persistenza, la scala e la progressiva sofisticazione delle tattiche rendono questa minaccia strategicamente rilevante nel medio-lungo periodo.

Tecniche di cyber operations: l’infrastruttura invisibile

L’elemento cyber delle operazioni FIMI è tecnicamente sofisticato quanto discreto. Gli account falsi utilizzano tecniche di OPSEC (Operational Security) avanzate: profili costruiti progressivamente attraverso mesi di attività apparentemente organica, pubblicazione di foto personali generate con GAN (Generative Adversarial Networks), interazioni casuali, costruzione di reti sociali credibili, utilizzo di servizi VPN e residential proxy per mascherare l’origine geografica, e tecniche di mimetismo comportamentale (behavioral mimicry) che replicano schemi di utilizzo umani: orari di attività, frequenza di pubblicazione, tipologia di interazioni.

I bot di nuova generazione non sono più semplici script che replicavano contenuti identici. L’intelligenza artificiale generativa consente la creazione di cognitive bots che adattano i messaggi al contesto, rispondono in modo apparentemente coerente alle interazioni e modulano il proprio comportamento per eludere gli algoritmi di rilevamento.

Un esempio documentato è la campagna “Secondary Infektion”, un’operazione di origine russa attiva dal 2014 al 2020 e ricostruita in modo sistematico dal laboratorio di ricerca Graphika in un report pubblicato nel giugno 2020. L’indagine ha identificato oltre 2.500 contenuti disseminati su più di 300 piattaforme in sette lingue, con livelli di personalizzazione locale estremamente elevati. L’operazione era stata parzialmente scoperta da Facebook nel maggio 2019, quando la piattaforma rimosse un primo cluster di account attribuiti ad attori basati in Russia.

Deepfake e intelligenza artificiale generativa: la nuova frontiera della FIMI

L’evoluzione più dirompente delle capacità FIMI riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale generativa per la produzione di deepfake audio e video. Il SEAE ha registrato nel 2024 circa 41 incidenti in cui l’IA è stata impiegata per manipolare informazioni, con due applicazioni principali: la creazione di contenuti inautentici, inclusi deepfake audio e video, e la disseminazione automatizzata su larga scala attraverso reti di bot.

Il caso paradigmatico è quello delle elezioni parlamentari slovacche del settembre 2023. Due giorni prima del voto, durante il periodo di silenzio elettorale previsto dalla legislazione slovacca – una norma concepita per l’era dei media tradizionali – un clip audio deepfake è stato diffuso sui social network. La registrazione simulava una conversazione tra Michal Šimečka, leader del partito Progressive Slovakia, e la giornalista Monika Tódová di Denník N, in cui i due apparivano discutere di brogli elettorali e dell’acquisto di voti dalla minoranza Rom. Entrambi hanno immediatamente smentito l’autenticità del contenuto, ma il clip era già diventato virale. Il silenzio elettorale ha impedito ai media di correggere la notizia in tempo utile, amplificando l’effetto della manipolazione.

Secondo le indagini dell’Investigative Center of Jan Kuciak (ICJK), il deepfake è stato inizialmente diffuso attraverso Telegram da un account riconducibile a Štefan Harabin, ex ministro della giustizia noto per posizioni filorusse, e la sua pubblicazione ha coinciso con un comunicato stampa dell’SVR, il servizio di intelligence estera russo, che accusava gli Stati Uniti di voler manipolare le elezioni slovacche. Sebbene l’attribuzione definitiva rimanga problematica, la convergenza temporale tra l’operazione di deepfake e la messaging russa suggerisce un coordinamento che è stato definito “caso-test” per l’interferenza elettorale basata sull’IA in Europa.

Anche durante le elezioni presidenziali moldave dell’ottobre 2024, il SEAE ha documentato l’uso di deepfake audio che simulavano la voce della Presidente Maia Sandu, oltre a documenti falsificati e chatbot su Telegram che offrivano pagamenti per la distribuzione di contenuti anti-UE, un modello operativo che integra IA generativa, incentivi finanziari e amplificazione automatizzata in un’unica catena di attacco.

La convergenza FIMI-cyber: dall’information warfare all’attacco ibrido integrato

Un aspetto cruciale per i professionisti della cybersecurity è la convergenza sistematica tra operazioni FIMI e attacchi cyber in senso stretto. Nel 2022, ENISA e il SEAE hanno pubblicato congiuntamente il primo report che analizza questa intersezione – Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI) and Cybersecurity, Threat Landscape – applicando simultaneamente il framework MITRE ATT&CK per il dominio cyber e il framework DISARM per il dominio informativo agli stessi eventi.

Le conclusioni sono significative: gli attacchi cyber si concentrano nelle fasi iniziali delle operazioni FIMI, tipicamente nelle tattiche di Resource Development e Initial Access del MITRE ATT&CK, suggerendo che il rilevamento di specifiche TTP cyber possa fungere da indicatore precoce di un’operazione FIMI in preparazione. Inoltre, gli eventi per i quali è stata possibile un’attribuzione affidabile sono quelli che avevano beneficiato di un’analisi di cybersecurity, un dato che evidenzia come le competenze forensi digitali siano essenziali non solo per il dominio cyber ma anche per la risposta alla FIMI.

Il caso della Moldova rappresenta il paradigma più completo di questa convergenza. Durante le elezioni presidenziali dell’ottobre 2024, le reti FIMI russe hanno condotto simultaneamente operazioni di manipolazione informativa – deepfake della Presidente Sandu, chatbot su Telegram per l’acquisto di contenuti anti-UE, documenti falsificati – e attacchi cyber contro l’infrastruttura elettorale, compromettendo i server email del parlamento moldavo. Lo schema si è ripetuto in forma ancora più aggressiva durante le elezioni parlamentari del 28 settembre 2025: la Commissione Elettorale Centrale ha subito un attacco DDoS sostenuto per 12 ore, con oltre 898 milioni di richieste malevole e picchi di 324.333 richieste al secondo, mitigato da Cloudflare nell’ambito del progetto Athenian.

Contemporaneamente, attacchi DDoS coordinati hanno colpito un portale di partecipazione civica, servizi parlamentari legati alla democrazia e testate giornalistiche indipendenti, configurando un’offensiva integrata contro l’intero ecosistema elettorale. In parallelo, false minacce di bomba sono state segnalate ai seggi elettorali della diaspora moldava in Belgio, Italia, Romania, Spagna e Stati Uniti. Si tratta di un modello operativo che fonde attacchi volumetrici nel dominio cyber, operazioni FIMI nel dominio informativo e disruption fisica in un’unica campagna ibrida, esattamente la convergenza che il rapporto congiunto ENISA-EEAS aveva teorizzato.

Per i CISO e i team di incident response, l’implicazione operativa è diretta: un’anomalia nel dominio cyber – un picco di attività DDoS, una compromissione di account istituzionali, un’ondata di registrazioni di domini typosquatting – può essere il segnale anticipatore di un’operazione FIMI imminente, e viceversa. L’intelligence sulle minacce non può più essere compartimentalizzata: il SOC che rileva un attacco tecnico e l’analista OSINT che monitora narrative manipolative stanno osservando due facce della stessa operazione.

L’amplificazione artificiale sfrutta algoritmi di raccomandazione sempre più opachi. Le piattaforme social utilizzano sistemi di ranking basati su metriche di engagement: contenuti che generano reazioni emotive intense (rabbia, paura, indignazione) ricevono maggiore distribuzione organica. Le operazioni FIMI sfruttano deliberatamente questo bias algoritmico, producendo contenuti progettati non per informare ma per provocare reazioni viscerali che garantiscano massima diffusione con minimo investimento.

In termini di distribuzione per piattaforma, il 3° Report EEAS ha rilevato che X (ex Twitter) concentra l’88% dell’attività FIMI rilevata, seguito da Facebook e da una rete di siti web manipolativi. Il predominio di X si spiega sia con la presenza massiccia di account CIB sia con la facilità di creare account usa-e-getta sulla piattaforma. Un trend emergente è l’espansione delle attività FIMI verso Bluesky, segnale degli sforzi degli attori ostili per estendere la propria influenza sulle piattaforme emergenti.

Ingegneria sociale: sfruttamento delle vulnerabilità cognitive

La dimensione psicologica della FIMI si basa su decenni di ricerca in scienze comportamentali. Il confirmation bias, la tendenza umana a cercare informazioni che confermino credenze preesistenti, viene sistematicamente sfruttato attraverso micro-targeting algoritmico. I dati estratti da piattaforme social (likes, condivisioni, permanenza su contenuti, reti di connessioni) permettono la creazione di modelli psicometrici dettagliati che identificano vulnerabilità specifiche.

La teoria dei filter bubbles e delle echo chambers, sviluppata da Eli Pariser (The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You, Penguin Press, 2011) e approfondita da Cass Sunstein (#Republic: Divided Democracy in the Age of Social Media, Princeton University Press, 2017), descrive come l’esposizione selettiva a informazioni consonanti crei camere di risonanza dove narrative alternative faticano a penetrare. Le operazioni FIMI non creano queste camere, le trovano e le colonizzano.

Un esempio significativo è l’attività dell’Internet Research Agency (IRA) durante il referendum britannico sulla Brexit del 2016. Secondo i dati rilasciati da Twitter nel 2018, 3.841 account di origine russa affiliati all’IRA avevano partecipato alla conversazione sul referendum; ricercatori delle università di Swansea e UC Berkeley identificarono circa 150.000 account con legami con la Russia che avevano pubblicato contenuti sulla Brexit nei giorni precedenti il voto.

Il report della House of Commons (Digital, Culture, Media and Sport Committee, 2019) ha documentato come media allineati al Cremlino avessero pubblicato centinaia di articoli con orientamento anti-UE, e come Sputnik avesse gestito pagine su Facebook collegate alla propria redazione. Questi contenuti si inserivano in un ecosistema informativo dove le echo chambers euroscettiche preesistenti fungevano da amplificatore naturale.

La polarizzazione affettiva viene alimentata attraverso tecniche di wedge driving: identificazione di fratture sociali (razza, religione, classe, identità) e produzione sistematica di contenuti che esacerbano le divisioni. Il modello operativo non mira a convincere gli avversari ma a radicalizzare gli alleati e demotivare i moderati, alterando così la composizione dell’ecosistema informativo.

Strumenti di influenza tradizionale: legittimare l’inautentico

Il finanziamento di media proxy rappresenta l’elemento più sofisticato delle operazioni FIMI. Testate come RT (Russia Today) e CGTN (China Global Television Network) operano formalmente come media legittimi, con giornalisti professionali, produzione di qualità, e copertura di temi reali. Tuttavia, la loro funzione primaria è creare carrier platforms per narrative strategiche, alternando contenuto autentico e propaganda in proporzioni che rendono difficile la distinzione.

Il 3° Report EEAS ha introdotto una tassonomia strutturata per classificare questi canali – la FIMI Exposure Matrix – che distingue quattro livelli di infrastruttura: canali ufficiali di Stato, media controllati dallo Stato (come RT e Sputnik), canali collegati allo Stato (le cui connessioni sono occultate e vengono scoperte attraverso intelligence proprietaria o classificata) e canali allineati allo Stato (non formalmente attribuiti ma sistematicamente coinvolti in attività FIMI). Questa classificazione evidenzia come l’infrastruttura visibile rappresenti solo la punta dell’iceberg: nell’analisi del SEAE, i canali attribuiti direttamente alla Russia costituiscono il 20% dell’architettura totale, quelli cinesi il 3,5%, mentre oltre il 76% è costituito da canali non attribuiti ma sistematicamente allineati.

Lo stesso schema si riscontra sul versante occidentale. Voice of America (VOA), finanziata dal governo statunitense tramite l’US Agency for Global Media (USAGM), opera secondo logiche analoghe. VOA produce contenuti professionali con giornalisti qualificati e copertura di notizie reali (economia, cultura, diritti umani), ma integra narrative strategiche statunitensi come “promozione della democrazia” e critiche a regimi avversari (Cina, Russia, Iran). L’alternanza tra reportage di taglio giornalistico e narrative di orientamento strategico rende ardua la distinzione per il pubblico globale.

Caso Venezuela (2019)

  • Contenuti giornalistici: reportage su crisi economica e aiuti umanitari.
  • Narrative strategiche: amplificazione del sostegno a Guaidó come “presidente legittimo” – riconosciuto dagli Stati Uniti e da oltre 50 Paesi – con una copertura in cui la linea tra reportage e posizionamento politico risultava sfumata. Secondo un’analisi dell’International Crisis Group, la comunicazione statunitense sulla crisi venezuelana integrava obiettivi informativi e strategici in modo difficilmente distinguibile per il pubblico internazionale.​

Questo approccio – comune, come si è visto, a media proxy di diversa matrice geopolitica – crea carrier platforms che rendono difficile distinguere l’informazione giornalistica dall’influenza statale. Va osservato che il caso VOA-Venezuela, a differenza di Doppelganger, non è classificato come operazione FIMI da alcun organismo istituzionale: l’inclusione in questa analisi mira a evidenziare come le tecniche di influenza informativa non siano prerogativa di un singolo attore geopolitico.

L’infiltrazione di comunità online segue dinamiche simili al community organizing, ma con obiettivi opposti. Operatori addestrati si inseriscono in forum, gruppi social e piattaforme di gaming, costruendo credibilità attraverso anni di partecipazione autentica prima di introdurre gradualmente contenuti manipolativi. Questa tecnica di astroturfing profondo, la creazione di un consenso apparentemente spontaneo, è estremamente efficace perché sfrutta la fiducia accumulata all’interno di comunità chiuse.

Mimetismo e ambiguità: il vantaggio strategico della FIMI

La natura ibrida della FIMI la rende particolarmente insidiosa. Mentre un attacco informatico lascia tracce forensi (log di accesso, indicatori di compromissione, firme di malware), le operazioni FIMI si mimetizzano nel normale traffico informativo, sfruttando le dinamiche organiche dei social media. L’attribuzione diventa problematica, distinguere bot sofisticati da utenti autentici richiede analisi comportamentali complesse, separare l’influenza straniera dal dibattito domestico solleva questioni di sovranità informativa e libertà di espressione.

Il vero vantaggio strategico della FIMI risiede in questa ambiguità operativa: trasformare la forza delle democrazie liberali – apertura informativa, pluralismo, protezione della libertà di espressione – in vulnerabilità sfruttabili, creando un dilemma dove ogni risposta rischia di danneggiare i valori che dovrebbe proteggere.

L’approccio whole of society europeo

Il concetto di whole of society trasforma la difesa dello spazio informativo da una missione esclusiva degli apparati di sicurezza a un dovere civico collettivo. In termini di intelligence, significa riconoscere che lo Stato non possiede né i mezzi legali né la capacità tecnica per monitorare ogni singola interazione digitale senza trasformarsi in un regime autoritario.

Per strutturare questa difesa senza abdicare ai valori democratici, l’Unione Europea ha introdotto strumenti legislativi come il Digital Services Act (DSA) e il potenziamento del Codice di buone pratiche sulla disinformazione. Il 13 febbraio 2025, la Commissione Europea e il Comitato europeo per i servizi digitali hanno approvato l’integrazione del Codice di buone pratiche del 2022 nel quadro del DSA, trasformandolo in Codice di condotta sulla disinformazione, un passaggio che ne rafforza la vincolatività giuridica. Queste norme mirano a imporre una accountability algoritmica, costringendo i giganti tecnologici a essere trasparenti sulla gestione dei rischi sistemici. Non si tratta di censura, ma di imporre regole di sicurezza a quella che è, a tutti gli effetti, un’infrastruttura critica del dibattito pubblico.

Sul piano operativo, il SEAE gestisce il Rapid Alert System (RAS), istituito nel 2019 come pilastro dell’Action Plan against Disinformation approvato dal Consiglio Europeo nel dicembre 2018. Il RAS facilita lo scambio di informazioni e il coordinamento delle risposte tra tutte le istituzioni UE e gli Stati membri, attingendo a dati open source e insight provenienti dal mondo accademico, dai fact-checker, dalle piattaforme online e dai partner internazionali.

Durante le elezioni europee del 2024, un gruppo di lavoro dedicato è stato istituito all’interno del RAS per potenziare lo scambio informale e rapido, in aggiunta alle riunioni periodiche. A livello internazionale, il G7 Rapid Response Mechanism (RRM), istituito nel 2018, funge da ulteriore livello di coordinamento per le risposte congiunte alle campagne FIMI sponsorizzate da Stati. Nel 2023, il Vicepresidente/Alto Rappresentante Josep Borrell ha annunciato la creazione del FIMI Information Sharing and Analysis Centre (ISAC) presso il SEAE, un centro dedicato alla condivisione di informazioni tra tutti gli stakeholder su cause, incidenti, minacce e analisi.

Il DISARM Framework: il MITRE ATT&CK del dominio informativo

Per tradurre l’analisi della FIMI in un linguaggio operativo familiare ai professionisti della cybersecurity, la comunità internazionale ha sviluppato il framework DISARM (Disinformation Analysis and Risk Management). Creato nel 2022 dalla DISARM Foundation – con il contributo di MITRE, della Florida International University e del Cognitive Security Collaborative – il DISARM è strutturalmente ispirato al MITRE ATT&CK e ne replica la logica di tassonomia delle minacce per il dominio informativo. Il framework si articola in due componenti: il DISARM Red Framework, che cataloga le TTP offensive utilizzate nelle operazioni di disinformazione e FIMI, e il DISARM Blue Framework, che mappa le contromisure disponibili per ciascuna tecnica d’attacco.

Il DISARM adotta la stessa architettura concettuale di ATT&CK: tattiche (obiettivi operativi come Develop Narratives, Maximise Exposure, Assess Effectiveness), tecniche (azioni specifiche come Develop AI-Generated Videos/Deepfakes, Flood Information Space, Compromise Legitimate Accounts) e procedure (combinazioni specifiche di tecniche che caratterizzano il modus operandi di un attore, analoghe ai fingerprint comportamentali nel threat hunting cyber). Il framework utilizza il formato STIX (Structured Threat Information Expression), lo stesso standard impiegato per la condivisione di Cyber Threat Intelligence, rendendo possibile l’integrazione diretta con piattaforme CTI come OpenCTI e garantendo l’interoperabilità con gli strumenti già in uso nei SOC.

Come dimostrato dal rapporto congiunto ENISA-EEAS, l’uso simultaneo di DISARM e MITRE ATT&CK sugli stessi incidenti permette di identificare pattern che sfuggirebbero all’analisi condotta con un solo framework: il rilevamento di tattiche ATT&CK come Resource Development o Initial Access può segnalare la fase preparatoria di un’operazione FIMI, mentre l’identificazione di tattiche DISARM come Develop Content o Select Channels and Affordances può indicare un’infrastruttura di attacco in costruzione.

Il DISARM è oggi adottato dal SEAE nei suoi report FIMI, da ENISA, dal FIMI-ISAC e da un numero crescente di organizzazioni di difesa dell’integrità informativa, tra cui EU DisinfoLab e il network EDMO. Per i team di cybersecurity, il DISARM rappresenta l’equivalente di ATT&CK per il dominio FIMI: uno strumento per passare dalla descrizione narrativa delle campagne di disinformazione a un’analisi strutturata, condivisibile e azionabile delle minacce informative.

Il quadro normativo italiano: Legge 90/2024 e il ruolo dell’ACN

Sul piano nazionale, il contesto in cui operano i professionisti italiani della cybersecurity è stato ridefinito dalla Legge 28 giugno 2024, n. 90, prima normativa organica in materia di rafforzamento della cybersicurezza nazionale e contrasto ai reati informatici.

La legge attribuisce all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) un ruolo centrale nella gestione degli incidenti: le pubbliche amministrazioni e le aziende operanti in settori critici sono tenute a notificare ogni incidente al CSIRT Italia entro 24 ore per la segnalazione preliminare e 72 ore per la notifica completa. L’ACN dispone inoltre del potere di emanare segnalazioni puntuali su vulnerabilità, con tempistiche stringenti per l’adozione di misure correttive e un regime sanzionatorio per la mancata conformità. Sul fronte degli approvvigionamenti, l’articolo 14 introduce criteri di premialità per tecnologie di cybersicurezza sviluppate in Italia, nell’UE o in ambito NATO, nell’ottica di una maggiore sovranità tecnologica.

A questo si aggiunge il recepimento della Direttiva NIS2 attraverso il D.Lgs. 138/2024, che estende gli obblighi di sicurezza e notifica a un perimetro più ampio di soggetti essenziali e importanti. L’integrazione tra Legge 90/2024 e NIS2 configura un quadro normativo significativamente più strutturato rispetto al passato.

Tuttavia, emerge una lacuna rilevante: né la Legge 90/2024 né il recepimento della NIS2 affrontano esplicitamente la minaccia FIMI come fenomeno distinto dagli incidenti cyber in senso tecnico. L’ACN si concentra, legittimamente, sulla protezione delle reti e dei sistemi informativi, ma l’Italia non dispone di un equivalente del VIGINUM francese, il servizio istituito nel 2021 specificamente per il monitoraggio delle interferenze digitali straniere nel dibattito pubblico. Questa assenza lascia scoperta la zona grigia in cui le operazioni FIMI si sovrappongono al dominio cyber, esattamente l’area che il rapporto congiunto ENISA-EEAS identifica come il terreno più insidioso della minaccia ibrida.

Tuttavia, un’analisi più attenta rivela un paradosso operativo, questo bilanciamento è un esercizio di funambolismo politico estremamente delicato. Se le contromisure diventano troppo aggressive, si rischia di innescare un effetto boomerang.

Un approccio eccessivamente repressivo finisce per convalidare la narrativa degli avversari strategici, che accusano l’Occidente di ipocrisia e autoritarismo. In questo scenario, la difesa stessa diventa un’arma nelle mani della FIMI, se lo Stato sopprime il dissenso per proteggere la democrazia, rischia di replicare proprio quelle dinamiche di controllo sociale tipiche dei regimi autocratici.

Questa fragilità strutturale è aggravata dal fatto che gli “anticorpi” del sistema – fact-checkers, media e accademia – sono a loro volta bersagli di infiltrazione. Un attore ostile sofisticato non attacca solo il cittadino comune, ma punta a inquinare i sensori della rete di difesa.

I fact-checkers possono essere indotti in errore attraverso campagne di mirroring o sovraccaricati di falsi segnali; i media possono diventare veicoli involontari di narrazioni tossiche, confezionate – o talvolta auto-confezionate – sotto forma di scoop.

Un caso emblematico è quello del falso fact-checking russo: nel 2024, la Russia ha lanciato il “Global Fact-Checking Network”, un’iniziativa presentata come indipendente ma progettata per legittimare la disinformazione attraverso una struttura che ne imitava le forme istituzionali, tentando di inquinare dall’interno l’ecosistema stesso del debunking.

Il caso dei “chip nelle lavatrici” e delle “pale”: quando il debunking diventa amplificazione

Le narrazioni riguardanti l’uso di chip estratti dalle lavatrici e i soldati russi armati di sole pale rappresentano casi emblematici di come dati tecnici o rapporti di intelligence reali possano trasformarsi in iperboli mediatiche.

Nel primo caso, una dichiarazione di Ursula von der Leyen – pronunciata il 14 settembre 2022 nel discorso sullo Stato dell’Unione al Parlamento Europeo di Strasburgo, e coerente con quanto dichiarato dalla Segretaria al Commercio USA Gina Raimondo al Senato nel maggio dello stesso anno – basata sull’uso documentato di componenti elettroniche dual-use è stata semplificata dai media fino a suggerire un letterale smontaggio di elettrodomestici sul campo, mentre dati commerciali analizzati da Bloomberg mostravano effettivamente un’impennata anomala nelle esportazioni di lavatrici e frigoriferi europei verso Paesi confinanti con la Russia.

Nel secondo, un briefing di intelligence del Ministero della Difesa britannico del 5 marzo 2023, che documentava come riservisti russi mobilitati fossero stati inviati ad assaltare una postazione ucraina “armati solo di armi da fuoco e pale”, con riferimento alla pala da trincea MPL-50, arma “particolarmente mitizzata” nella tradizione militare russa, è stato ridotto dai media al titolo sensazionalistico sulla mancanza di munizioni.

In questo contesto, alcuni interventi di fact-checking hanno contribuito involontariamente all’effetto opposto: nel tentativo di smentire la notizia, si sono spinti fino a descrivere il modello specifico di pala utilizzata – un dettaglio tecnicamente corretto ma narrativamente irrilevante – producendo un classico caso di overdebunking, che finisce per alimentare la propaganda anziché contrastarla.

Secondo i criteri del SEAE (Servizio Europeo per l’Azione Esterna), questi episodi rientrano nel fenomeno della manipolazione FIMI poiché l’ipersemplificazione emotiva dei fatti espone il fianco alla contropropaganda avversaria. Quest’ultima utilizza la tecnica della weaponization of ridicule per screditare le fonti occidentali e accusarle di diffondere falsità, rafforzando il consenso interno attraverso la derisione dell’avversario.

In questo scenario, la disinformazione non viene semplicemente subita, ma co-prodotta, e il danno ricade anche su chi l’ha innescata. Il modello whole of society si trova così esposto a un rischio strutturale, la possibilità che la cura, se piegata a logiche politiche di breve periodo, diventi tossica quanto la malattia, e che i “medici” del sistema – media e fact-checker – vengano arruolati, talvolta inconsapevolmente, come amplificatori di una patologia che mina la credibilità dell’intero sistema informativo.

Resilienza sistemica come deterrenza

La vera efficacia contro la FIMI non risiede nella censura o nel fact-checking reattivo, ma nella costruzione di una resilienza sistemica. Alfabetizzazione mediale, diversità dell’ecosistema informativo, trasparenza degli algoritmi e rafforzamento della coesione sociale costituiscono barriere strutturali contro la manipolazione. La FIMI prospera nelle società polarizzate, nelle democrazie fragili e in crisi; inversamente, società coese, con istituzioni credibili e cittadini criticamente alfabetizzati rappresentano obiettivi difficili da penetrare.

La sfida fondamentale che l’intelligence contemporanea si trova ad affrontare è di natura epistemologica: in un’era in cui la produzione e la diffusione di contenuti sono state radicalmente democratizzate, il confine tra un legittimo dibattito d’opinione e una manipolazione coordinata condotta da attori ostili diventa sempre più sfumato. La risposta a questa minaccia non può essere affidata esclusivamente a soluzioni tecnologiche o algoritmi di filtraggio poiché una difesa puramente tecnica rischia di curare il sintomo ignorando la patologia.

Il cuore del problema risiede nella fiducia condivisa, quel collante invisibile che permette a una società di funzionare nonostante le divergenze interne. È proprio questa fiducia il bersaglio strategico della FIMI. Se il cittadino non crede più a nessuno, né alle istituzioni, né ai media, né ai propri simili, l’operazione di influenza ha vinto, indipendentemente dalla verità dei fatti.

La parabola dei chip nelle lavatrici insegna che quando gli “anticorpi” si prestano a narrazioni caricaturali, non fanno che accelerare l’erosione di questo capitale sociale, fornendo agli avversari l’arma del discredito.

E se si ipotizza che alcune di queste narrazioni possano essere state manipolate o amplificate anche da un terzo attore – ad esempio potenze formalmente alleate – si introduce una dimensione ancora più sofisticata all’analisi: il controllo riflessivo esercitato non contro il nemico, ma contro un alleato.

Per questo motivo, la dottrina del whole of society deve evolvere oltre la semplice sorveglianza informativa. Richiede un investimento profondo nelle istituzioni democratiche affinché tornino a essere generatori credibili di senso, con scelte orientate all’interesse collettivo. La vera resilienza non si misura nel numero di post rimossi in applicazione del Digital Services Act, ma nella capacità di una società di accogliere il dissenso e la complessità senza frammentarsi.

Solo ricostruendo un’autorità basata sul rigore e sulla trasparenza, capace di ammettere i propri errori, sarà possibile neutralizzare la FIMI. La migliore operazione di contro-intelligence che una democrazia possa mettere in campo è la propria integrità, una verità solida, per quanto scomoda, rimane l’unico scudo efficace contro la manipolazione e il miglior hardening per l’anello più debole della catena nella cybersecurity: il rapporto tra l’essere umano e l’informazione.

Fonti:

EEAS, 3rd Report on Foreign Information Manipulation and Interference Threats,
https://www.eeas.europa.eu/sites/default/files/documents/2025/EEAS-3nd-ThreatReport-March-2025-05-Digital-HD.pdf

EEAS, 2nd Report on Foreign Information Manipulation and Interference Threats,
https://www.eeas.europa.eu/sites/default/files/documents/2024/EEAS-2nd-Report%20on%20FIMI%20Threats-January-2024_0.pdf

EEAS, Factsheet: EU Rapid Alert System,
https://www.eeas.europa.eu/eeas/factsheet-rapid-alert-system_en

EEAS, Inside the Infrastructure of Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI) Operations,
https://www.eeas.europa.eu/eeas/inside-infrastructure-foreign-information-manipulation-and-interference-fimi-operations_en

EEAS, Information Integrity and Countering Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI),
https://www.eeas.europa.eu/eeas/information-integrity-and-countering-foreign-information-manipulation-interference-fimi_en

OpenAI, Influence and Cyber Operations: An Update,
https://cdn.openai.com/threat-intelligence-reports/influence-and-cyber-operations-an-update_October-2024.pdf

MIT Election Data and Science Lab / CEPR (Curiel & Williams), Analysis of the 2019 Bolivia Election,
https://cepr.net/report/analysis-of-the-2019-bolivia-election/

World Development (Idrobo, Kronick, Rodríguez), Do Shifts in Late-Counted Votes Signal Fraud? Evidence From Bolivia,
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0305750X23002255

Google Threat Analysis Group / Mandiant, Over 50,000 Instances of DRAGONBRIDGE Activity Disrupted in 2022,
https://blog.google/threat-analysis-group/over-50000-instances-of-dragonbridge-activity-disrupted-in-2022/

Citizen Lab (University of Toronto), Paperwall: Chinese Websites Posing as Local News Outlets Target Global Audiences,
https://citizenlab.ca/2024/02/paperwall-chinese-websites-posing-as-local-news-outlets-with-pro-beijing-content/

Mandiant, HaiEnergy: Chinese Information Operations Campaign Leverages Infrastructure Associated with a PR Firm,
https://www.mandiant.com/resources/blog/pro-prc-information-operations-campaign-haienergy

Meta Platforms, The State of Influence Operations 2017–2020,
https://about.fb.com/wp-content/uploads/2021/05/IO-Threat-Report-May-20-2021.pdf

Graphika, Exposing Secondary Infektion,
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Harvard Kennedy School – Misinformation Review, Beyond the Deepfake Hype: AI, Democracy, and the Slovak Case,
https://misinforeview.hks.harvard.edu/article/beyond-the-deepfake-hype-ai-democracy-and-the-slovak-case/

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DISARM Foundation, DISARM Framework: Disinformation Analysis and Risk Management,
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Llewellyn, Cram, Favero & Hill (ACM/IEEE JCDL 2018), Russian Troll Hunting in a Brexit Twitter Archive,
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https://www.international.gc.ca/transparency-transparence/rapid-response-mechanism-mecanisme-reponse-rapide/2021-annual-report-rapport-annuel.aspx?lang=eng

Unione Europea, Regolamento (UE) 2022/2065 – Digital Services Act,
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:32022R2065

Commissione Europea, Action Plan against Disinformation,
https://www.eeas.europa.eu/sites/default/files/action_plan_against_disinformation.pdf

Profilo Autore

Progettista di sistemi esperti, software developer, network e system engineer, con oltre 30 anni di esperienza nell’ambito della sicurezza delle informazioni, Francesco Arruzzoli è il Resp. del Centro Studi Cyber Defense Cerbeyra, dove svolge attività di R&D, analisi delle cyber minacce e progettazione di nuove soluzioni per la cyber security di aziende ed enti governativi. Esperto di Cyber Threat Intelligence e contromisure digitali, autore di libri ed articoli sue riviste del settore, in passato ha lavorato per multinazionali, aziende della sanità italiana, collaborato con enti governativi e militari. In qualità di esperto cyber ha svolto inoltre attività di docenza presso alcune università italiane.

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Cybersecurity 2026: dalla difesa del perimetro alla resilienza come disciplina

La cybersecurity nel 2026 non è più quella di tre anni fa. Non perché siano arrivate minacce nuove – le minacce evolvono continuamente – ma perché è cambiato il modo in cui le organizzazioni concepiscono, strutturano e praticano la difesa. Il perimetro da proteggere non esiste più. La prevenzione assoluta non è più l’obiettivo. Il CISO non è più un responsabile tecnico. Il SOC non è più una sala di monitoraggio reattivo.

Questi non sono cambiamenti cosmetici. Sono rotture di paradigma che ridefiniscono la professione, le architetture, i processi e le responsabilità. Le organizzazioni più mature stanno spostando il focus dalla reazione all’anticipazione, integrando sicurezza, governance e scelte infrastrutturali in un unico disegno. La cybersicurezza nel 2026 è sempre più una disciplina di resilienza, non una somma di strumenti.

Questo articolo analizza i cambiamenti strutturali che definiscono la cybersecurity 2026 dal punto di vista di chi la pratica: come sono cambiate le architetture, come si è trasformato il SOC, come è evoluto il ruolo del CISO, cosa ha prodotto la normativa, e dove si sta andando.

Il quadro: cosa è cambiato davvero nel 2026

Prima di entrare nel dettaglio, è utile fissare il perimetro del cambiamento. Non si tratta di singole tecnologie adottate o abbandonate: si tratta di trasformazioni nella filosofia difensiva.

cybersecurity 2026

Ogni riga di questa tabella racconta un cambiamento reale, con cause documentabili e conseguenze operative misurabili.

La fine del perimetro e la nascita dell’architettura Zero Trust operativa

Il modello perimetrale – un confine netto tra «dentro» e «fuori» l’organizzazione, con un firewall a sorvegliarlo – è stato dichiarato obsoleto da anni. Nel 2026 è finalmente morto nella pratica, non solo nella teoria.

La causa non è stata una scelta strategica, ma l’accumulo di fatti impossibili da ignorare: il lavoro ibrido ha dissolto il confine fisico della rete aziendale, il cloud ha spostato le risorse fuori dal perimetro controllabile, e gli attaccanti hanno imparato da tempo a entrare con credenziali legittime anziché forzare il perimetro.

Secondo il Microsoft Digital Defense Report 2025, Microsoft registra oltre 600 milioni di attacchi alle identità al giorno, e le tecniche di bypass della MFA tradizionale – in particolare gli attacchi Adversary-in-the-Middle (AiTM) – sono in rapida crescita: il proxy si interpone tra utente e servizio, intercetta il codice TOTP in tempo reale e lo ritrasmette prima che scada. Il confine non ferma chi ha le chiavi – o chi riesce a rubarne una copia al volo.

La difesa informatica nel 2026 non è più un perimetro da proteggere, ma un ecosistema dinamico da presidiare costantemente. Il modello Zero Trust – codificato nel NIST SP 800-207 e basato sul principio «non fidarsi mai, verificare sempre» – è diventato lo standard di riferimento per le architetture di sicurezza.

Il Zero Trust nel 2026 non è più un concetto: è un’architettura operativa con componenti specifici. La micro-segmentazione divide la rete in zone indipendenti, limitando il lateral movement anche quando un attaccante ottiene accesso a un segmento. L’autenticazione continua verifica ogni richiesta di accesso in funzione del contesto – chi è l’utente, da quale dispositivo, da quale posizione, a quale ora, con quale comportamento precedente – e non solo all’ingresso. Le policy di accesso dinamiche si adattano in tempo reale al livello di rischio della sessione. Il principio del minimo privilegio viene applicato non solo agli utenti umani, ma a ogni servizio, agente e processo automatico.

La trasformazione del SOC in un sistema nervoso capace di correlare segnali provenienti da domini diversi – rete, cloud, endpoint, ma anche accessi fisici e OT – è la direzione verso cui le organizzazioni più mature si stanno muovendo. È in quelle correlazioni «deboli» che l’AI di difesa trova i pattern utili a fermare l’attacco prima che diventi incidente.

Il SOC si trasforma: dal monitoraggio degli alert alla detection comportamentale

Il problema strutturale che ha accelerato la trasformazione

Il SOC tradizionale è stato progettato per gestire alert. Nel 2026, il volume di alert ha superato di gran lunga la capacità operativa di qualsiasi team umano: solo nella settimana dell’11-17 febbraio 2026, un SOC medio si è trovato a gestire simultaneamente patch critiche su Ivanti, BeyondTrust, Microsoft (59 CVE), Apple, audit di estensioni browser, monitoring della supply chain npm e PyPI, e la botnet SSHStalker. Non è un problema di efficienza – è un guasto architetturale del modello reattivo.

Emerge con forza il paradigma del Risk Operations Center, analizzato nel Qualys TruRisk Research Report: le operazioni si basano sulla priorità del rischio e su un triage intelligente che elimina il superfluo, permette di risparmiare risorse e consente ai team di concentrarsi su ciò che realmente conta nel momento in cui conta.

Il Risk Operations Center non è solo un rebranding del SOC. È un cambio di logica operativa: il centro non gestisce più alert come unità di lavoro elementare, ma gestisce il rischio come metrica aggregata. La prioritizzazione non si basa sul CVSS – che misura la gravità teorica di una vulnerabilità – ma su EPSS (Exploit Prediction Scoring System, che misura la probabilità di exploitation nei successivi 30 giorni) e sul catalogo KEV di CISA (che documenta le vulnerabilità attivamente sfruttate in the wild). La differenza pratica è enorme: una CVE con CVSS 9.8 non ancora sfruttata può aspettare; una CVE con CVSS 6.5 presente nel KEV richiede azione immediata.

L’AI come motore della detection, non come strumento ausiliario

Nel 2026, l’AI non è più un componente opzionale della difesa: è il motore primario della detection comportamentale. I backup e la protezione degli endpoint continuano a essere fondamentali, ma i veri fattori di differenziazione diventano il rilevamento delle anomalie comportamentali, la rapidità e l’automazione del contenimento, e le architetture Zero Trust.

Il cambiamento operativo concreto è nel tipo di segnale che i sistemi difensivi cercano. I sistemi EDR tradizionali cercavano indicatori di compromissione (IOC): hash di file malevoli noti, indirizzi IP di C2 documentati, signature di malware catalogati. Un attaccante che usa strumenti legittimi – come fa il BYOVD (Bring Your Own Vulnerable Driver) con driver firmati Windows – non genera IOC rilevabili. Secondo il Picus Red Report 2026, il 93% dei malware analizzati utilizza tecniche incluse nel framework MITRE ATT&CK che sfruttano strumenti legittimi del sistema operativo (LOLBAS – Living Off the Land Binaries and Scripts), rendendo il rilevamento basato su signature strutturalmente insufficiente.

I sistemi basati su AI cercano invece indicatori di comportamento anomalo (IOB): un processo che termina 59 altri processi in sequenza con intervallo di un secondo è anomalo anche se il processo è firmato da un vendor legittimo; un account che scarica 50 GB di dati alle 3 di notte è anomalo anche se ha superato l’autenticazione. Questa è la differenza tra detection basata su signature e detection comportamentale – e nel 2026 la seconda è diventata il requisito minimo.

Sul fronte delle identità, si afferma il paradigma Identity Threat Detection and Response (ITDR): non è più sufficiente presidiare chi accede a cosa; diventa indispensabile rilevare comportamenti anomali, movimenti laterali e tentativi di abuso in tempo quasi reale, tanto per gli account utente quanto per le identità macchina e agentiche.

L’identità come superficie primaria: ITDR, NHI e la crisi della MFA tradizionale

Identity Threat Detection and Response: la nuova disciplina

La cybersecurity nel 2026 ha identificato nell’identità la superficie d’attacco più critica – e ha risposto con una disciplina specifica: ITDR, Identity Threat Detection and Response. Non è un prodotto: è un approccio che integra il monitoraggio continuo del comportamento delle identità, il rilevamento delle anomalie, e la risposta automatizzata agli abusi di credenziali.

L’ITDR nasce dalla constatazione che i sistemi IAM tradizionali sono stati costruiti per gestire l’accesso – chi può fare cosa. Non sono stati costruiti per rilevare quando un accesso legittimo viene usato in modo anomalo. Un token OAuth valido usato per scaricare l’intera knowledge base aziendale è formalmente autorizzato; operativamente è un furto di dati. Solo un sistema che monitora il comportamento delle identità nel tempo – e non solo i singoli accessi – può distinguere i due casi.

La disciplina si sta evolvendo verso l’Identity Security Posture Management: soluzioni che combinano valutazione continua del rischio, policy dinamiche e automazione delle risposte, con l’obiettivo di ridurre l’esposizione complessiva e interrompere il ciclo di fallimenti legati alle identità prima che si trasformino in incidenti su larga scala.

Il problema delle identità macchina: 82:1 e nessuno le governa

La disciplina ITDR nel 2026 deve affrontare una realtà che i sistemi IAM tradizionali non erano stati progettati per gestire. Secondo il CyberArk Identity Security Threat Landscape Report 2025, le identità non umane superano quelle umane in rapporto 82:1, crescono al 44% annuo, e il 97% dispone di privilegi eccessivi rispetto alle effettive esigenze operative.

Il problema non è tecnico – è di governance. Le identità macchina (API key, service account, token OAuth, certificati TLS) vengono create per ogni progetto, PoC e integrazione; raramente vengono rimosse quando il progetto finisce; quasi mai vengono sottoposte a review dei privilegi. Il risultato è un ecosistema di «fantasmi permanenti» nell’infrastruttura – credenziali attive, privilegiate, non monitorate, che rappresentano finestre di vulnerabilità aperte per anni.

Le conseguenze sono documentate da casi concreti. Nel breach Okta dell’ottobre 2023, il vettore iniziale fu un service account con accesso al sistema di gestione dei ticket di supporto: le credenziali dell’account erano state sincronizzate – senza che nessuno lo sapesse – nel profilo Google personale di un dipendente. Il service account non aveva MFA, aveva privilegi ampi, e non veniva monitorato comportamentalmente. Risultato: 134 clienti Okta esposti, inclusi BeyondTrust, 1Password e Cloudflare. Nella campagna Snowflake del 2024, credenziali di account di integrazione – prive di MFA e non sottoposte a rotation – hanno permesso agli attaccanti di esfiltrare dati da decine di organizzazioni clienti, tra cui Ticketmaster e Santander.

La risposta della cybersecurity 2026 è costruire programmi di NHI management (Non-Human Identity) con le stesse caratteristiche di rigore che da decenni si applicano alle identità umane: inventario sistematico, principio del minimo privilegio applicato rigorosamente, revoca automatica delle credenziali inattive, e monitoraggio comportamentale dedicato. Non è ancora prassi comune – ma chi ha subito breach attraverso questo vettore lo sta implementando con urgenza.

Verso FIDO2: la fine della MFA tradizionale

La crescente efficacia degli attacchi AiTM nel bypassare la MFA TOTP ha accelerato la migrazione verso FIDO2/WebAuthn come standard di autenticazione forte. La differenza fondamentale è architetturale: nei sistemi TOTP, il codice a sei cifre può essere intercettato in tempo reale da un proxy AiTM e ritrasmesso prima che scada. In FIDO2, la chiave privata non lascia mai il dispositivo fisico e il protocollo verifica crittograficamente il dominio del sito, rendendo impossibile il relay: anche se l’attaccante intercettasse la comunicazione, non potrebbe usarla su un dominio diverso.

La migrazione non è immediata: richiede hardware dedicato (security key) o dispositivi compatibili, un processo di enrollment che tocca ogni utente, e la gestione delle eccezioni per i casi d’uso legacy. Ma nel 2026, le organizzazioni che operano in settori ad alto rischio – finanza, infrastrutture critiche, healthcare – l’hanno già completata o la stanno eseguendo come priorità di primo livello. Anche i principali provider di identità cloud (Microsoft, Google, Okta) raccomandano ora FIDO2 come standard minimo per gli amministratori di sistema.

Il ruolo del CISO: da responsabile tecnico a business risk owner

La trasformazione del profilo professionale

Il CISO del 2026 non è lo stesso del 2020. Non perché siano cambiate le competenze tecniche richieste – quelle servono ancora – ma perché è radicalmente cambiato il contesto in cui opera e la tipologia di interlocutori con cui deve lavorare.

Il compito del CISO moderno è mappare iniziative, asset, modelli e valore a rischio, dimostrare quale impatto reale stiano producendo gli investimenti, valutare il rischio residuo e capire cosa serve per riportarlo entro la tolleranza aziendale. In un contesto in cui il capitale si sposta verso tutto ciò che è AI, questa capacità di misurare e mostrare valore diventa decisiva.

Tre cambiamenti strutturali definiscono il profilo del CISO nel 2026.

Il primo è la responsabilità legale diretta. NIS2 e DORA hanno trasformato la sicurezza informatica da funzione tecnica a obbligo normativo con responsabilità personale per gli organi di amministrazione e direzione. Il CISO non risponde più solo al CEO – risponde anche al regolatore, con sanzioni che possono essere personali e dirette.

Il secondo è il dialogo con il board. Il board chiede metriche di rischio aziendale, non conteggi di alert gestiti. Il CISO del 2026 deve tradurre il rischio tecnico in impatto economico, esprimere la postura difensiva in termini comprensibili a chi ha responsabilità fiduciarie sull’organizzazione, e giustificare gli investimenti in sicurezza con la stessa logica con cui si giustifica qualsiasi altra allocazione di capitale.

Il terzo è la gestione della cyber insurance. Chi ha una postura di sicurezza solida e misurabile può ottenere coperture migliori a costi contenuti; chi investe presto in visibilità avrà margine di trattativa quando il mercato diventerà più rigido. La cyber insurance nel 2026 è diventata uno strumento di risk financing che il CISO gestisce insieme al CFO e al risk manager – non un prodotto assicurativo che l’IT acquista per mandato del management.

Il problema della trasparenza radicale

La mossa più audace – e ancora rara – che le organizzazioni più mature stanno compiendo è adottare una trasparenza radicale nella gestione degli incidenti: capovolgere il paradigma della violazione come crisi PR significa informare subito clienti e stakeholder quando emerge un’attività anomala, anche prima di comprendere tutta la portata dell’evento.

Questo cambiamento culturale – notificare proattivamente prima che sia obbligatorio farlo per legge – è uno degli indicatori di maturità più significativi della cybersecurity 2026. Le organizzazioni che lo hanno adottato riportano benefici concreti: maggiore fiducia degli stakeholder, migliori rapporti con i regolatori, e una cultura interna dove il reporting degli incidenti non è percepito come ammissione di colpa ma come strumento operativo.

La normativa come cambio strutturale: NIS2, DORA, D.Lgs. 138/2024, L. 132/2025 e CRA

Da adempimento formale a baseline operativa

Nel 2026 la NIS2 non è più percepita come una novità normativa, ma come una baseline operativa. Gestione del rischio, risposta agli incidenti, sicurezza della supply chain e accountability sono diventate aspettative consolidate.

Questo cambio di percezione ha conseguenze concrete. NIS2 – recepita in Italia con il D.Lgs. 138/2024 – impone obblighi che ridisegnano i processi operativi: notifica degli incidenti entro 24 ore per l’early warning e 72 ore per la notifica completa; misure di sicurezza della supply chain che estendono il perimetro di controllo ai fornitori critici; e accountability degli organi di amministrazione con possibilità di sanzioni personali. Obbliga inoltre le organizzazioni a partecipare ai meccanismi di condivisione delle informazioni sulle minacce – attraverso i CSIRT nazionali e le piattaforme ENISA – trasformando la threat intelligence da attività facoltativa a componente strutturale della gestione del rischio.

DORA (Reg. UE 2022/2554, applicabile dal gennaio 2025) ha introdotto per le entità finanziarie europee i Threat-Led Penetration Testing (TLPT) obbligatori secondo il framework TIBER-EU. Questi test non sono vulnerability assessment tradizionali: sono simulazioni di attacco reale condotte da red team certificati, progettate per testare la capacità dell’organizzazione di rilevare e contenere un attaccante avanzato in condizioni operative reali. Il requisito ha spinto molte organizzazioni finanziarie a formulare – per la prima volta – la domanda più importante: «Cosa succede concretamente quando il nostro EDR viene spento o aggirato?».

La Legge 23 settembre 2025, n. 132 – prima normativa organica italiana sull’intelligenza artificiale, in vigore dal 10 ottobre 2025 – non è un provvedimento di cybersecurity in senso stretto, ma ha implicazioni dirette e rilevanti per chi opera nel settore.

La legge ha designato ACN e AgID come autorità nazionali competenti in materia di AI: l’ACN assume la vigilanza tecnica sui sistemi AI con poteri ispettivi e sanzionatori, mentre AgID coordina la promozione e il regime di notifica. Per le organizzazioni che integrano AI nei processi di security – dagli strumenti di detection alle piattaforme SOAR – la compliance alla L. 132/2025 diventa parte integrante dell’AI governance, con obblighi di trasparenza, sorveglianza umana e tracciabilità che si sovrappongono ai requisiti tecnici di sicurezza.

Il Cyber Resilience Act (CRA, Reg. UE 2024/2847), in vigore progressiva fino al 2027, introduce obblighi di sicurezza by design su tutti i prodotti digitali venduti nel mercato UE. L’obbligo di produrre e mantenere un Software Bill of Materials (SBOM) – l’inventario completo dei componenti software con le relative versioni – non è più limitato ai produttori di software: riguarda chiunque sviluppi o distribuisca prodotti con elementi digitali. Per i team di sicurezza, questo significa che la gestione della supply chain software diventa un processo formale e documentato, non più una responsabilità implicita.

Le architetture cambiano: AI governance, post-quantum e confidential computing

AI governance: il nuovo imperativo architetturale

Il focus della cybersecurity 2026 si sposta dalla sola protezione delle infrastrutture alla protezione runtime di modelli, dati e identità lungo l’intero ciclo operativo. Nel mondo dell’AI, questo significa monitorare costantemente input, output e comportamenti dei modelli per intercettare prompt injection, data poisoning e tentativi di esfiltrazione.

L’AI governance è diventata nel 2026 una dimensione indispensabile dell’architettura di sicurezza. Non è solo una questione di compliance con l’EU AI Act e con la L. 132/2025: è una necessità operativa. Gli agenti AI con accesso a sistemi critici e privilegi eccessivi sono superfici d’attacco reali – e gli attaccanti lo sanno. I controlli che le organizzazioni mature stanno implementando includono:

  • Kill switch operativi per interrompere agenti compromessi senza propagazione
  • Blast radius limits che limitano l’accesso di ogni agente al minimo indispensabile per il task specifico
  • Trust boundaries esplicite tra agenti diversi, con autenticazione delle comunicazioni inter-agente
  • Behavioral drift monitoring che rileva quando un agente inizia a comportarsi in modo anomalo rispetto alla baseline storica

Il rischio non deriva solo da un’AI intenzionalmente malevola, ma anche da sistemi legittimi che operano in autonomia, dove un’«allucinazione» o una configurazione errata può tradursi in un evento operativo reale con impatti misurabili su sistemi di produzione.

Post-quantum: dalla consapevolezza alla pianificazione operativa

Con la pubblicazione degli standard definitivi e una roadmap sempre più concreta, il 2026 è l’anno in cui molte organizzazioni stanno passando dalla consapevolezza alla pianificazione operativa, avviando la mappatura sistematica della crittografia in uso e le prime transizioni verso algoritmi resistenti al calcolo quantistico.

Il NIST ha standardizzato nell’agosto 2024 i primi algoritmi post-quantum:

  • ML-KEM (FIPS 203, derivato da CRYSTALS-Kyber) per la crittografia a chiave pubblica e lo scambio di chiavi – è oggi il sostituto raccomandato per RSA e ECDH nei protocolli TLS, VPN e PKI
  • ML-DSA (FIPS 204, derivato da CRYSTALS-Dilithium) per le firme digitali – sostituisce RSA e ECDSA nella firma di certificati, codice e documenti
  • SLH-DSA (FIPS 205, derivato da SPHINCS+) come alternativa stateless basata su hash per le firme digitali

A marzo 2025, il NIST ha inoltre selezionato HQC (Hamming Quasi-Cyclic) come algoritmo di backup per ML-KEM: basato su matematica diversa (code-based anziché lattice-based), serve a proteggere il sistema globale nel caso venissero scoperte vulnerabilità strutturali negli schemi lattice-based. È una decisione di diversificazione del rischio crittografico, analoga alla scelta di avere più algoritmi di firma per scopi diversi.

Il problema operativo non è tecnico – gli algoritmi esistono e sono pronti – ma logistico: mappare tutti i sistemi che usano crittografia asimmetrica (PKI, TLS, firma digitale, VPN, protocolli di autenticazione), e pianificare la migrazione con sufficiente anticipo per non trovarsi a farlo in emergenza. La minaccia «harvest now, decrypt later» – attori che oggi esfiltrано dati cifrati sapendo di poterli decifrare quando avranno accesso a capacità quantum – rende urgente la pianificazione per qualsiasi dato che debba rimanere riservato per più di cinque anni: dati sanitari, segreti industriali, archivi legali, comunicazioni diplomatiche.

Confidential computing: protezione dei dati in uso

Prende slancio il paradigma del confidential computing, che supera la tradizionale distinzione tra dati a riposo e in transito per estendere la protezione alla fase di elaborazione.

La crittografia tradizionale protegge i dati quando sono «fermi» (at rest) o «in movimento» (in transit). Il confidential computing protegge i dati anche quando sono «in uso» – durante l’elaborazione. Questo è rilevante in particolare per gli ambienti cloud, dove i dati vengono elaborati su hardware non sotto il controllo diretto dell’organizzazione. Le tecnologie TEE (Trusted Execution Environment) – Intel SGX, AMD SEV, ARM TrustZone – creano enclave hardware isolate in cui i dati vengono elaborati in modo che nemmeno il provider cloud possa accedervi in chiaro. L’adozione è ancora in fase di avanzamento, ma nei settori con requisiti di sovranità del dato più stringenti – sanità, difesa, servizi finanziari – il confidential computing sta diventando un requisito architetturale, non un’opzione.

La sovranità del dato e il cloud consapevole

La sovranità del dato si consolida come criterio chiave nelle scelte di architettura e di fornitore: governi e autorità regolatorie spingono per mantenere informazioni critiche all’interno di confini nazionali o regionali, con impatti rilevanti sulla progettazione di servizi cloud e AI distribuiti.

Nel 2026, la scelta del cloud provider non è più solo una questione di costo e performance: è una scelta con implicazioni di compliance, sovranità e rischio geopolitico. GDPR, D.Lgs. 138/2024, la Strategia Nazionale per la Cybersicurezza 2022-2026 e le direttive europee sul cloud critico definiscono perimetri sempre più precisi su dove possono risiedere determinati tipi di dati e chi può accedervi. La classificazione dei dati non è più un esercizio burocratico: è il prerequisito per qualsiasi scelta infrastrutturale consapevole.

Non si tratta di opporre cloud e on-premises, ma di costruire architetture ibride consapevoli, basate sulla classificazione dei dati, sul livello di criticità dei processi e sui requisiti di controllo richiesti dal business e dalla normativa. I dati più sensibili in ambienti con data residency garantita o on-premises; i workload meno critici su cloud pubblico con i controlli standard. La complessità architetturale aumenta, ma aumenta in funzione del rischio effettivo – non dell’inerzia organizzativa.

Il fattore umano: la competenza come variabile critica

Nessuna architettura, nessuno strumento, nessun framework normativo funziona senza le persone che li operano. Nel 2026 il gap di competenze nella cybersecurity non si è chiuso – si è ampliato, perché la velocità di evoluzione delle minacce e delle tecnologie supera sistematicamente la velocità di formazione dei professionisti.

Secondo il Semperis Ransomware Defense Report, il 78% dei SOC riduce il personale di oltre il 50% durante i fine settimana e i giorni festivi, mentre il 6% non ha alcuna copertura SOC in quei periodi. È una lacuna strutturale nella copertura che gli attaccanti sfruttano sistematicamente – la maggior parte degli attacchi ransomware viene attivata nelle ore notturne o durante i giorni festivi, proprio quando la capacità di risposta è ridotta.

La risposta non è solo assumere più persone – il mercato non ne ha abbastanza. È una combinazione di tre leve. La prima è l’automazione intelligente che riduce il carico operativo sui tier più bassi del SOC, gestendo automaticamente i casi a bassa complessità e liberando gli analisti per quelli ad alto rischio. La seconda è la formazione continua focalizzata sulle competenze effettivamente richieste dall’ambiente attuale, non quelle dei certificati di cinque anni fa: threat hunting, detection engineering, risposta agli incidenti su architetture cloud-native. La terza è il ricorso a MSSP (Managed Security Service Provider) per le funzioni standardizzabili, liberando i team interni per le attività che richiedono contesto aziendale specifico.

La simulazione come strumento formativo ha fatto un salto qualitativo nel 2026. Il modeling dei percorsi di attacco, fino a ieri confinato a grafi statici, evolve in digital cyber range dinamici, capaci di alimentare simulazioni continue, red teaming avanzato e scenari «what-if» in tempo reale. I team che si esercitano regolarmente su scenari realistici – incluso lo scenario «cosa facciamo se l’EDR viene spento o aggirato?» – rispondono in modo significativamente più efficace agli incidenti reali rispetto a quelli che si preparano solo su tabletop exercise teoriche.

Conclusione: la sicurezza come fattore abilitante, non come vincolo

Il cambiamento più profondo che la cybersecurity nel 2026 ha prodotto non è tecnico: è culturale e organizzativo. La sicurezza ha smesso di essere percepita – nelle organizzazioni più mature – come un freno all’innovazione o un costo da minimizzare. È diventata un fattore abilitante: la condizione che permette di adottare AI, cloud, agenti autonomi e tecnologie emergenti con sufficiente fiducia per trarne valore economico.

Questo cambio di prospettiva ha conseguenze pratiche e stringenti. Un’organizzazione che non governa le identità macchina non può adottare agenti AI a scala. Una che non ha implementato Zero Trust non può espandere il cloud in sicurezza. Una che non ha costruito capacità strutturata di risposta agli incidenti non può permettersi la trasparenza radicale che la normativa e il mercato iniziano a richiedere.

La cybersecurity 2026 non chiede di essere perfetti – nessuna architettura lo è, e nessun ambiente è imperforabile. Chiede qualcosa di più difficile: essere resilienti. Cioè capaci di assorbire l’inevitabile, rilevarlo prima che diventi catastrofico, contenerlo prima che si propaghi, e ripristinare le operazioni prima che il danno diventi irreversibile.

La resilienza non è uno stato che si raggiunge: è una disciplina che si pratica. Ed è questa la vera trasformazione che definisce la cybersecurity 2026.

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Conformità NIS2: una guida pratica ai requisiti di cybersecurity

La conformità NIS2 segna un punto di non ritorno per la cultura della sicurezza informatica in Europa. Non si tratta più di adeguarsi a un obbligo normativo, ma di ripensare in profondità il rapporto tra organizzazioni e rischio digitale.

Con la scadenza di ottobre 2024 alle spalle e il recepimento italiano ormai operativo attraverso il D.Lgs. 138/2024, il messaggio è chiaro: la cybersecurity non è più delegabile a un reparto tecnico, ma diventa responsabilità diretta del vertice aziendale. Chi ancora la considera un costo accessorio si troverà esposto non solo a sanzioni fino a 10 milioni di euro, ma a un deficit di resilienza che nessun piano di recovery potrà colmare a posteriori.

Per sopravvivere in questo nuovo scenario, è necessario andare oltre le checklist dei requisiti NIS2 e iniziare a progettare per una reale resilienza operativa.

Punti chiave
  • Gli organi di gestione sono ora direttamente responsabili dell’approvazione delle misure di cybersecurity e possono affrontare responsabilità personali per violazioni della nuova direttiva.
  • Le entità essenziali devono implementare un rigoroso sistema di allerta precoce per segnalare incidenti significativi di cybersecurity entro 24 ore dalla rilevazione.
  • Le organizzazioni sono tenute a stabilire strategie solide di continuità operativa, che includano test regolari di simulazioni di recupero e la documentazione dei Recovery Time Objectives (RTO).

Cosa significa la conformità NIS2 e perché è importante

La Network and Information Security Directive 2 (NIS2), formalmente designata come Direttiva UE 2022/2555, stabilisce un quadro giuridico unificato per garantire standard elevati di cybersecurity in 18 settori critici dell’UE.

Con la trasposizione di questo mandato nella legislazione nazionale – in Italia, in particolare, tramite il Decreto Legislativo 138/2024 – il campo di applicazione si estende rispetto al suo predecessore per includere le entità “essenziali” e “importanti”, obbligando migliaia di organizzazioni a elevare la gestione del rischio e gli obblighi di reportistica.

Perché è Importante:

  • Sanzioni Finanziarie Drastiche: Le entità essenziali rischiano multe fino a 10 milioni di euro o al 2% del fatturato annuo globale, a seconda di quale importo sia maggiore.
  • Responsabilità della Leadership: Gli organi di gestione devono approvare le misure di cybersecurity e possono essere ritenuti personalmente responsabili per le violazioni.
  • Pressione sulla Supply Chain: Anche se non sei un’entità essenziale, devi rispettare questi standard per rimanere un fornitore valido per chi lo è.

I requisiti di cybersecurity della Direttiva NIS2

L’Articolo 21 della direttiva NIS2 stabilisce dieci specifiche misure di gestione del rischio informatico che le entità “essenziali” e “importanti” devono implementare.

Si tratta di requisiti tecnici, operativi e organizzativi obbligatori, progettati per gestire i rischi di sicurezza e ridurre al minimo l’impatto degli incidenti sui destinatari dei servizi.

  1. Gestione degli Incidenti:
    Le organizzazioni devono stabilire un protocollo dedicato per la rilevazione e gestione immediata degli incidenti, garantendo una risposta rapida che minimizzi l’interruzione dei servizi.
  2. Politiche di Analisi del Rischio e Sicurezza dei Sistemi Informativi:
    NIS2 impone la creazione di politiche chiare per valutare le vulnerabilità di tutti i sistemi e reti IT, al fine di prioritizzare la gestione dei rischi rilevati.
  3. Processi di Continuità Operativa:
    Questo requisito menziona esplicitamente la gestione dei backup e il disaster recovery come componenti chiave per mantenere le operazioni durante e dopo un attacco informatico rilevante.
  4. Sicurezza della Supply Chain:
    Le entità sono responsabili della valutazione della postura di sicurezza dei fornitori diretti e dei service provider per evitare che le vulnerabilità si propaghino lungo la catena di fornitura software.
  5. Sicurezza nell’Acquisizione e Manutenzione dei Sistemi Informativi:
    La sicurezza deve essere integrata nello sviluppo e nella manutenzione di tutti i sistemi informativi e di rete, incluso il trattamento sistematico e la comunicazione delle vulnerabilità.
  6. Formazione e Igiene Informatica:
    Le entità qualificanti devono implementare pratiche di igiene informatica di base e fornire formazione regolare al personale per mitigare rischi legati all’errore umano, come il phishing.
  7. Sicurezza delle Risorse Umane e Controllo degli Accessi:
    Devono essere applicate rigorose politiche sulla gestione degli asset e sul controllo degli accessi, per garantire che solo il personale autorizzato possa interagire con infrastrutture digitali critiche.
  8. Uso Efficace della Crittografia e della Protezione dei Dati:
    Le organizzazioni devono implementare politiche per l’utilizzo di crittografia e protezione dei dati ove appropriato, per garantire la riservatezza e l’integrità delle informazioni sensibili.
  9. Autenticazione Multi-Fattore e Comunicazioni Sicure:
    La direttiva richiede l’uso di autenticazione multi-fattore (MFA) o autenticazione continua per proteggere i sistemi di comunicazione interna, voce, video e di emergenza.
  10. Procedure di Valutazione dell’Efficacia:
    Le entità devono stabilire procedure formali per audit e valutazioni periodiche dell’efficacia complessiva delle misure di gestione del rischio informatico.

Come Object First può aiutare a conformarsi alla NIS2

Object First supporta tutti i clienti Veeam nell’UE assicurando che i loro backup storage superino gli standard NIS2, offrendo uno storage sicuro, semplice e potente, assolutamente immutabile.

Object First è basato sulle best practice di Zero Trust, testato da terzi per la sicurezza, facile da implementare e gestire senza competenze specifiche in cybersecurity, e abbastanza potente da potenziare Instant Recovery e scalare con il tuo business.

David Bennett, CEO di Object First, ha dichiarato:

Le organizzazioni non possono permettersi ritardi quando colpisce un ransomware, sono in gioco ricavi, reputazione e posti di lavoro. La resilienza non riguarda solo la protezione dei dati; riguarda la rapidità con cui puoi recuperare quando conta di più. Object First offre agli utenti Veeam una soluzione facile da usare e resistente al ransomware per recuperare più rapidamente e diventare semplicemente resilienti.

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Weaponization del cloud: quando Microsoft diventa un’arma geopolitica

La weaponization del cloud non è più un’ipotesi teorica da white paper accademico. È una realtà operativa che nel corso del 2025 ha assunto contorni nitidi, documentati e – per molti professionisti della sicurezza – profondamente inquietanti. In meno di dodici mesi, Microsoft ha sospeso servizi cloud a un’università cinese, a un colosso della genomica sotto sanzioni statunitensi, al procuratore capo della Corte Penale Internazionale e ha ristretto l’accesso al proprio programma di early warning sulle vulnerabilità per aziende cinesi. Singoli episodi, se presi isolatamente. Ma collegati tra loro, disegnano un pattern strategico che ogni CISO, ogni security architect e ogni responsabile compliance dovrebbe analizzare con estrema attenzione.

Il punto non è se Microsoft abbia agito legittimamente – nella maggior parte dei casi, lo ha fatto in conformità con le normative statunitensi sulle sanzioni e il controllo delle esportazioni. Il punto è un altro, ben più strutturale: l’infrastruttura cloud su cui il mondo intero ha costruito la propria operatività digitale può essere disattivata con un clic, in funzione di decisioni politiche prese a Washington. E la scala di questa dipendenza è misurabile. Microsoft genera il 55% dei propri ricavi – pari a circa 138 miliardi di dollari nel solo fiscal year 2025 – dai servizi cloud.

Outlook serve oltre 400 milioni di utenti globali. Azure è il secondo cloud provider mondiale. Secondo le stime di settore, il costo medio di un minuto di downtime per le grandi imprese è di 23.750 dollari, mentre le interruzioni IT nel Global 2000 drenano complessivamente 400 miliardi di dollari l’anno. Quando questa infrastruttura diventa uno strumento di proiezione geopolitica, ogni contratto SaaS si trasforma in un potenziale vettore di rischio sistemico.

Maggio 2025: Microsoft spegne l’interruttore in Cina

Il 13 maggio 2025, la Sun Yat-sen University di Guangzhou ha inviato una comunicazione d’urgenza a docenti e studenti: i servizi Microsoft 365 – OneDrive, OneNote, SharePoint – sarebbero stati disattivati entro 48 ore. L’help desk dell’ateneo ha confermato che la decisione era di Microsoft, non dell’università. Pochi giorni prima, BGI Group – tra le più grandi aziende di analisi genomica al mondo, con diverse sussidiarie inserite nella Entity List del Bureau of Industry and Security (BIS) del Dipartimento del Commercio statunitense a partire dal 2020 e con ulteriori designazioni nel marzo 2023 – aveva perso improvvisamente l’accesso a Outlook e OneDrive. Il personale è stato costretto a migrare d’urgenza sulla suite WPS Office di Kingsoft.

Nessun preavviso formale. Nessuna comunicazione pubblica da parte di Microsoft. Come ha rilevato l’analisi di Trivium China, la Sun Yat-sen University non è direttamente nella Entity List, ma ospita il National Supercomputing Center di Guangzhou, che invece lo è. Microsoft, con ogni probabilità, stava riducendo la propria esposizione al rischio di compliance con le normative statunitensi sul controllo delle esportazioni.

L’episodio ha messo in luce una dinamica che i professionisti della sicurezza conoscono bene in teoria ma raramente affrontano nella pratica: la dipendenza da un singolo fornitore cloud extraterritoriale è un single point of failure geopolitico. Le entità colpite non hanno avuto voce in capitolo nella decisione: il servizio è stato semplicemente interrotto sulla base di valutazioni di compliance condotte unilateralmente dal provider.

Per le aziende e le istituzioni che operano in contesti geopoliticamente sensibili, il messaggio è inequivocabile: un contratto commerciale con un provider statunitense è implicitamente subordinato alle priorità di politica estera di Washington. E questo vale per qualsiasi organizzazione, in qualsiasi Paese.

Il caso ICC: il clic che ha paralizzato la giustizia internazionale

Se il blocco delle istituzioni cinesi poteva essere letto come un atto di compliance normativa, quanto accaduto alla Corte Penale Internazionale ha spostato la questione su un piano completamente diverso.

Nel febbraio 2025, l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni alla CPI dopo l’emissione dei mandati d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant, in relazione a presunti crimini di guerra nella Striscia di Gaza. Il procuratore capo Karim Khan ha visto il proprio account Outlook bloccato da Microsoft, in ottemperanza alle disposizioni federali statunitensi. Tutti i 900 dipendenti della Corte sono stati colpiti dal divieto d’ingresso negli Stati Uniti. I conti bancari britannici di Khan sono stati congelati. Il procuratore è stato costretto a migrare su Proton Mail, il servizio svizzero di posta con crittografia end-to-end.

Microsoft, per voce del presidente Brad Smith, ha successivamente negato di aver sospeso i servizi alla CPI nel suo complesso, affermando di aver mantenuto il contatto con l’organizzazione durante la transizione dell’account di Khan. Ma l’impatto operativo e politico era irreversibile. Il governo olandese ha avviato una rivalutazione urgente della propria infrastruttura digitale. Klaas Knot, presidente della banca centrale olandese DNB, ha pubblicamente avvertito che persino il sistema di pagamento iDEAL dipende da due aziende americane che controllano oltre il 60% del mercato europeo. Nell’ottobre 2025, la CPI ha annunciato la migrazione completa verso OpenDesk, la suite open source sviluppata dal Centro tedesco per la Sovranità Digitale (ZenDiS).

Questo episodio rappresenta il caso più emblematico di weaponization del cloud applicata alla diplomazia internazionale. Non si tratta di un attacco cyber, non c’è un exploit né un threat actor nel senso tradizionale del termine. C’è un’azienda privata che, obbedendo alla legislazione del proprio Paese, può interrompere le comunicazioni di un organo giudiziario internazionale. Il CLOUD Act del 2018 – il Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act – obbliga le aziende statunitensi a fornire dati sotto il loro controllo indipendentemente da dove siano fisicamente ubicati e a conformarsi alle disposizioni sulle sanzioni federali. Quando questo potere si interseca con le decisioni di politica estera, il cloud smette di essere un’infrastruttura neutrale e diventa una leva di coercizione.

L’obiezione: il rischio è davvero sistemico?

Va riconosciuto che esiste una controargomentazione legittima. I casi documentati di sospensione dei servizi riguardano finora entità specificamente colpite da sanzioni statunitensi o associate a soggetti nella Entity List – non organizzazioni qualunque. Microsoft e altri provider statunitensi hanno interesse commerciale a mantenere la fiducia dei clienti globali: un uso indiscriminato del “kill switch” digitale distruggerebbe il loro modello di business. Amazon Web Services, nel proprio documento ufficiale sul CLOUD Act, sottolinea che dalla sua introduzione nel 2018 non è mai stata effettuata alcuna divulgazione di contenuti di clienti enterprise o governativi memorizzati all’estero al governo statunitense.

Tuttavia, questa obiezione coglie solo metà del quadro. Il rischio non si misura sulla frequenza degli episodi passati, ma sulla severità dell’impatto potenziale e sulla totale assenza di controllo da parte della vittima. Un CISO non dimensiona la protezione antincendio sulla base del numero di incendi subiti in passato, ma sull’entità del danno che un singolo incendio potrebbe causare. Inoltre, l’arco temporale è significativo: nel giro di sei mesi del 2025, il “kill switch” è stato attivato contro un’università, un’azienda di genomica, un procuratore internazionale e – indirettamente – un intero ecosistema di threat intelligence.

La traiettoria è espansiva, non stazionaria. E come ha avvertito Owen Sayers di Secon Solutions su Tech Monitor, se il GCC del Pentagono era supportato dalla Cina, i governi europei che utilizzano servizi Microsoft dovrebbero chiedersi se possono ancora estendere la propria fiducia ai Paesi e alle persone nella supply chain che forniscono supporto cloud.

Weaponization del cloud e threat intelligence: il caso MAPP-SharePoint

L’estate 2025 ha aggiunto un terzo livello a questo scenario, spostando la weaponization del cloud dal piano dei servizi commerciali a quello della condivisione di intelligence sulle vulnerabilità.

A partire dal 24 giugno 2025, una campagna di attacchi zero-day ha colpito decine di migliaia di server SharePoint on-premise in tutto il mondo, sfruttando le vulnerabilità CVE-2025-53770 e CVE-2025-53771, ribattezzate “ToolShell”. Microsoft Threat Intelligence ha attribuito lo sfruttamento a due attori state-sponsored cinesi – Linen Typhoon e Violet Typhoon – e a un terzo gruppo, Storm-2603, associato al deployment di ransomware. Oltre 400 organizzazioni tra agenzie governative, telecomunicazioni e aziende tecnologiche sono state compromesse. Sophos ha confermato che gli attaccanti utilizzavano lo stesso payload su tutti i server colpiti, indicando un coordinamento centralizzato.

Il sospetto, alimentato da analisti come Dustin Childs di Trend Micro ZDI, era che le informazioni sulle vulnerabilità fossero trapelate dal Microsoft Active Protections Program (MAPP). Il MAPP fornisce ai vendor di sicurezza – tipicamente con almeno 24 ore di anticipo rispetto alla divulgazione pubblica e fino a due settimane prima del Patch Tuesday – dettagli sulle falle nei prodotti Microsoft, incluso proof-of-concept code, affinché possano preparare protezioni aggiornate per i propri clienti. Il programma include almeno una dozzina di aziende cinesi, tra cui unità di Alibaba e Baidu.

Ad agosto 2025, Microsoft ha comunicato – tramite il portavoce David Cuddy a Bloomberg e confermato da Reuters – che le aziende nei Paesi dove la legge impone la segnalazione obbligatoria delle vulnerabilità al governo non avrebbero più ricevuto proof-of-concept code, ma solo descrizioni generiche delle falle, contestualmente al rilascio delle patch.

Il riferimento è diretto alla normativa cinese del settembre 2021 – le Provisions on Administration of Security Vulnerability of Network Products (RMSV, note anche come Regulations on the Management of Network Product Security Vulnerabilities) – emanate congiuntamente dal MIIT, dalla Cyberspace Administration of China (CAC) e dal Ministero della Pubblica Sicurezza (MPS). Queste disposizioni obbligano qualsiasi azienda operante in Cina a segnalare le vulnerabilità scoperte al MIIT entro 48 ore, vietano la pubblicazione di proof-of-concept code e proibiscono la divulgazione di dettagli sulle vulnerabilità a organizzazioni estere, eccetto il produttore del software interessato.

Come documentato dal rapporto Sleight of Hand dell’Atlantic Council (marzo 2025), le informazioni raccolte dal MIIT vengono condivise con il Ministero della Pubblica Sicurezza e con il CNCERT/CC, creando un pipeline strutturale tra ricerca sulle vulnerabilità e apparato offensivo statale.

Non è la prima volta che il MAPP è teatro di sospette fughe di informazioni. Nel 2012, Microsoft aveva sospettato l’azienda cinese Hangzhou DPtech Technologies di aver fatto trapelare dati dal programma. Nel 2021, almeno due partner cinesi erano ritenuti responsabili di aver contribuito alla campagna Hafnium contro Exchange Server, che aveva esposto circa 140.000 organizzazioni statunitensi – tra cui istituti di ricerca, studi legali, università e contractor della difesa – prima che Microsoft potesse rilasciare le patch.

La sequenza temporale degli attacchi SharePoint del 2025 rafforza ulteriormente l’ipotesi del leak: Microsoft ha osservato i primi tentativi di sfruttamento il 7 luglio, ovvero prima del rilascio pubblico delle patch l’8 luglio, e gli attaccanti erano già in grado di bypassare le correzioni iniziali – un indizio che suggerisce conoscenza anticipata sia delle vulnerabilità sia delle contromisure. Come ha dichiarato Dustin Childs di Trend Micro ZDI: “Una fuga di informazioni è avvenuta da qualche parte. E ora hai un exploit zero-day in natura, e peggio ancora, un exploit zero-day che bypassa la patch”.

La decisione di restringere il MAPP configura una forma diversa di weaponization: non la sospensione di servizi commerciali, ma la frammentazione deliberata dell’ecosistema globale di threat intelligence.

Dakota Cary di SentinelOne ha definito la scelta “un cambiamento fantastico”, dato che le aziende cinesi nel MAPP sono obbligate per legge a rispondere agli incentivi del proprio governo. Ma altri analisti hanno messo in guardia sugli effetti collaterali. Keith Prabhu di Confidis ha sottolineato che un gran numero di imprese cinesi legittime dipendono dal MAPP per la propria sicurezza, e che restringere la condivisione riduce la sicurezza complessiva dell’intero ecosistema. Rik Turner di Omdia ha evidenziato che la misura alza un muro tra aziende cinesi e Microsoft, ma potrebbe avere effetti pratici limitati dato che le aziende cinesi dispongono di proprie capacità di intelligence e di molteplici feed globali.

Digital Escorts: quando il supporto cloud arriva da Pechino

La weaponization del cloud ha anche una dimensione speculare, meno visibile ma altrettanto critica. A luglio 2025, un’inchiesta di ProPublica ha rivelato che per quasi un decennio, Microsoft ha utilizzato ingegneri basati in Cina per fornire supporto tecnico ai sistemi cloud del Dipartimento della Difesa statunitense attraverso un programma noto come “digital escorts”.

Il meccanismo funzionava così: gli ingegneri cinesi preparavano script, comandi e configurazioni tecniche, che venivano poi eseguiti da personale statunitense con security clearance – i cosiddetti escorts – i quali, nella maggior parte dei casi, non disponevano delle competenze tecniche per verificare cosa stessero effettivamente inserendo nei sistemi federali. Un annuncio di lavoro per escort, pubblicato da un contractor Microsoft nel gennaio 2025, richiedeva come requisito principale un security clearance del DoD e offriva 18 dollari l’ora. Un escort intervistato da ProPublica ha dichiarato: “Ci fidiamo che quello che fanno non sia malevolo, ma in realtà non possiamo dirlo con certezza”.

La portata del problema si è rivelata più ampia del previsto. Un secondo rapporto di ProPublica ha documentato che il personale cinese forniva supporto non solo al Pentagono, ma anche ai sistemi cloud dei Dipartimenti di Giustizia, Tesoro e Commercio, dell’EPA e del Dipartimento dell’Istruzione, all’interno del Government Community Cloud (GCC) – la piattaforma progettata per dati sensibili non classificati, il cui livello di impatto “moderate” implica che la compromissione di confidenzialità, integrità o disponibilità causerebbe effetti avversi significativi. Un successivo rapporto di ProPublica di agosto 2025 ha inoltre rivelato che Microsoft aveva omesso di menzionare l’utilizzo di personale cinese nel proprio piano di sicurezza 2025 presentato al DoD nell’ambito del programma FedRAMP.

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha reagito dichiarando su X che “ingegneri stranieri – da qualsiasi Paese, inclusa ovviamente la Cina – non dovrebbero MAI essere autorizzati a manutenere o accedere ai sistemi del DoD”. Microsoft ha annunciato la cessazione immediata della pratica e l’avvio di una revisione delle procedure per tutti i clienti governativi GCC. È significativo che Amazon Web Services, Google Cloud e Oracle abbiano dichiarato di non utilizzare personale basato in Cina per i contratti federali.

L’ironia amara di questa vicenda non è solo aneddotica – è strutturalmente rivelatrice delle contraddizioni interne alla weaponization del cloud. Mentre Microsoft sospendeva servizi a istituzioni cinesi per ragioni legate alle sanzioni, contemporaneamente affidava a ingegneri cinesi la manutenzione dei sistemi cloud più sensibili del governo statunitense. Il fatto che questa pratica sia proseguita per quasi un decennio senza che FedRAMP – il programma federale di accreditamento cloud – la identificasse come rischio, indica un fallimento sistemico nella valutazione della supply chain, non un incidente isolato.

Azure genera oltre 68 miliardi di dollari di ricavi nei primi tre trimestri del fiscal year 2025 e il gruppo riceve “ricavi sostanziali dai contratti governativi”. Questa dipendenza economica bidirezionale – il governo statunitense dipende da Microsoft, Microsoft dipende da competenze globali incluse quelle cinesi per abbattere i costi – crea un conflitto di interessi strutturale che nessun assessment di sicurezza convenzionale è progettato per intercettare. Harry Coker, ex dirigente senior di CIA e NSA, ha avvertito che agenzie di intelligence straniere potrebbero sfruttare le informazioni ottenute dai sistemi GCC per “risalire la corrente” verso sistemi più sensibili o classificati.

Come ha scritto Owen Sayers di Secon Solutions su Tech Monitor, i governi europei che utilizzano servizi Microsoft dovrebbero chiedersi se possono ancora estendere la propria fiducia ai Paesi e alle persone nella supply chain che forniscono il loro supporto cloud.

L’Europa al bivio: sovranità digitale o dipendenza strutturale?

La sequenza di eventi del 2025 ha avuto un impatto sismico sul dibattito europeo sulla sovranità digitale. Secondo un rapporto del Parlamento Europeo citato dall’Atlantic Council, l’UE dipende da Paesi extra-UE per oltre l’80% di prodotti, servizi, infrastrutture e proprietà intellettuale digitale. AWS, Microsoft Azure e Google Cloud detengono circa il 70% del mercato cloud europeo, contro il 15% circa dei provider continentali. Solo l’1% dello stack cloud della Commissione Europea gira su OVHCloud, il principale provider europeo.

Il blocco dell’email di Karim Khan ha funzionato da detonatore politico. Come riportato da Computer Weekly, la disconnessione del procuratore è stata “un clic sentito in tutto il mondo” che ha dato a chiunque utilizzi o stia valutando l’adozione di tecnologie cloud Microsoft motivo di riflessione profonda. Questo è accaduto peraltro a poche settimane dalla “charm offensive” di Brad Smith in Europa, nella quale Microsoft aveva annunciato ingenti investimenti in data center europei e impegni per l’allineamento alle normative continentali.

Le risposte europee si sono mosse su più fronti:

  • Paesi Bassi: rivalutazione urgente dell’infrastruttura digitale governativa; aumento della domanda di provider cloud nazionali come Intermax
  • Germania: completamento da parte del Land Schleswig-Holstein della migrazione di 40.000 account da Microsoft a soluzioni Linux e LibreOffice; il governo federale ha pubblicamente riconosciuto la dipendenza critica da aziende statunitensi per cloud, sistemi operativi e networking
  • Francia: sviluppo del progetto NUBO, un cloud privato basato su OpenStack per dati governativi sensibili
  • A livello UE, a luglio 2025 Germania, Francia, Italia e Paesi Bassi hanno istituito l’European Digital Infrastructure Consortium for Digital Commons, e la Commissione ha pubblicato nell’ottobre 2025 l’EU Cloud Security Framework con otto obiettivi di sovranità per l’approvvigionamento cloud pubblico

Tuttavia, il percorso verso una sovranità digitale effettiva resta pieno di ostacoli. Come ha evidenziato l’economista dell’antitrust Cristina Caffarra, citata da The Register, c’è il rischio concreto di “sovereignty-washing”: le stesse aziende americane che generano la dipendenza promuovono offerte “sovereign cloud” che restano soggette al CLOUD Act e alla FISA Section 702. L’iniziativa Gaia-X, nata con l’ambizione di creare un cloud federato europeo, è stata sostanzialmente neutralizzata quando Microsoft, Google e AWS sono stati ammessi al consorzio.

Il progetto di Cloud and AI Development Act (CADA), atteso per il 2025-2026, mira a triplicare la capacità europea di data center in sette anni, ma le code per le connessioni alla rete elettrica nei principali hub europei (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino) arrivano a sette-dieci anni.

Per i CISO europei, la weaponization del cloud impone una revisione profonda delle strategie di vendor risk management. Non è più sufficiente valutare SLA, uptime e conformità GDPR: occorre integrare nel risk assessment il rischio giurisdizionale – la possibilità concreta che un governo straniero ordini la sospensione dei servizi o acceda ai dati in base alla propria legislazione extraterritoriale.

La Cina risponde: vulnerabilità come arma e decoupling tecnologico

La risposta cinese alla weaponization del cloud è tutt’altro che passiva. BGI Group ha accelerato l’adozione di alternative domestiche. Il governo di Pechino ha intensificato gli investimenti nel proprio ecosistema cloud, con Alibaba Cloud, Huawei Cloud e Tencent Cloud che hanno rafforzato la propria presenza nel mercato domestico e nei Paesi del Global South.

Ma la mossa più significativa sul piano cyber è anteriore e, a suo modo, altrettanto aggressiva. La legge cinese del settembre 2021 sulla gestione delle vulnerabilità (RMSV) rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia. Se Washington weaponizza il cloud attraverso la sospensione dei servizi e la restrizione dell’intelligence sharing, Pechino weaponizza le vulnerabilità software attraverso la centralizzazione obbligatoria della disclosure.

La correlazione tra l’entrata in vigore della RMSV e l’aumento dello sfruttamento di zero-day da parte di attori cinesi è documentata da fonti indipendenti e convergenti. Il Microsoft Digital Defense Report 2022 ha concluso che “l’aumento dell’uso di zero-day nell’ultimo anno da parte di attori cinesi riflette verosimilmente il primo anno completo dei requisiti di divulgazione delle vulnerabilità della Cina e un passo significativo nell’uso degli zero-day exploit come priorità statale”.

Microsoft ha attribuito a gruppi state-sponsored cinesi lo sviluppo e il deployment di almeno sei zero-day nel solo periodo 2021-2022, tra cui le falle in SolarWinds Serv-U (CVE-2021-35211), Zoho ManageEngine (CVE-2021-40539, CVE-2021-44077), Exchange (CVE-2021-42321) e Atlassian Confluence (CVE-2022-26134). Il rapporto congiunto Google TAG/Mandiant del 2024 conferma la tendenza: i gruppi APT cinesi hanno sfruttato 12 zero-day nel 2023, rispetto ai 7 del 2022, consolidando la Cina come il principale attore statale nello sfruttamento di vulnerabilità non note – dato confermato anche da Ben Read, responsabile dell’analisi di cyber espionage in Mandiant.

È importante notare che correlazione non implica necessariamente causalità diretta. Molteplici fattori contribuiscono all’aumento degli zero-day, tra cui il miglioramento delle capacità di ricerca cinesi, l’evoluzione degli strumenti offensivi e l’ampliamento della superficie d’attacco globale. Tuttavia, il meccanismo causale è strutturalmente plausibile: la RMSV costringe le aziende a segnalare le vulnerabilità al MIIT entro 48 ore, prima di poterle divulgare pubblicamente o condividere proof-of-concept code.

Questo crea una finestra di esclusività informativa a favore dell’apparato statale cinese. Come ha documentato l’Atlantic Council, il MIIT non sembra trasmettere sistematicamente le vulnerabilità ricevute ai produttori software, e la media di tempo necessaria alle aziende per applicare una patch (il cosiddetto MTTP, mean time to patch) oscilla tra 60 e 200 giorni. In questa finestra temporale, una vulnerabilità nota al MIIT ma non al vendor resta sfruttabile dall’apparato offensivo cinese.

I dati sul versante della divulgazione sono altrettanto eloquenti. Dopo l’entrata in vigore della RMSV, le vulnerabilità ICS (Industrial Control Systems) pubblicamente divulgate in Cina sono crollate da centinaia a sole dieci nel 2022, suggerendo un reindirizzamento massiccio della ricerca verso canali statali opachi. L’agenzia di intelligence civile – il Ministero della Sicurezza di Stato (MSS) – è stata collegata già nel 2017 da Recorded Future a pratiche di ritardo nella pubblicazione di vulnerabilità ad alta criticità nel database nazionale CNNVD, presumibilmente per preservarne lo sfruttamento operativo prima della divulgazione pubblica.

Il Tianfu Cup – la competizione di hacking cinese istituita nel 2017, quando Pechino ha vietato ai propri ricercatori di partecipare a contest internazionali come il Pwn2Own – funziona come hub di reclutamento e come fonte di vulnerabilità. Il MIT Technology Review ha documentato nel 2021 che una vulnerabilità scoperta durante il Tianfu Cup è stata utilizzata dal governo cinese entro un giorno per operazioni di sorveglianza contro gli Uiguri nello Xinjiang.

Come ha sottolineato Katie Moussouris, pioniera del settore bug bounty e fondatrice di Luta Security, la disposizione che obbliga alla segnalazione al governo entro due giorni dalla scoperta è “la parte più preoccupante della legge”, perché concentra una quantità senza precedenti di dati su vulnerabilità non corrette nelle mani di un singolo attore statale.

Si profila dunque uno scenario di frammentazione cyber permanente: due ecosistemi paralleli, ciascuno con i propri standard, i propri repository di vulnerabilità, le proprie piattaforme cloud e le proprie regole di ingaggio. Per le organizzazioni multinazionali, questo significa operare in un campo minato normativo dove la compliance in una giurisdizione può configurare un rischio nell’altra.

L’esempio più concreto: un’azienda europea con operazioni in Cina è obbligata dalla RMSV a segnalare le vulnerabilità scoperte nei propri sistemi al MIIT entro 48 ore, ma al contempo potrebbe essere soggetta – in virtù del CLOUD Act e delle sanzioni OFAC – al divieto di condividere informazioni tecniche con entità cinesi. Un cortocircuito normativo che non ammette soluzioni semplici e che trasforma la funzione compliance da costo operativo a variabile strategica di primo livello.

Implicazioni operative: cosa deve fare un CISO oggi

La weaponization del cloud non è un problema geopolitico astratto – è un rischio operativo concreto che richiede azioni specifiche e misurabili. Le aree di intervento prioritarie si articolano su quattro direttrici.

  1. Revisione del rischio di concentrazione sul provider
  • Mappare la dipendenza effettiva da ciascun cloud provider, includendo non solo i contratti diretti ma anche le dipendenze indirette nella supply chain (API di terze parti, integrazioni SaaS, identity provider)
  • Classificare i dati e i workload per sensibilità giurisdizionale: quali dati, se improvvisamente inaccessibili, causerebbero un’interruzione critica delle operazioni?
  • Integrare il rischio giurisdizionale nella valutazione dei fornitori, includendo l’analisi della legislazione extraterritoriale applicabile (CLOUD Act, FISA Section 702, legge cinese sulla sicurezza dei dati)
  • Definire soglie di tolleranza per il rischio di sospensione dei servizi legato a sanzioni o decisioni politiche
  1. Strategie di uscita e multi-cloud reale
  • Sviluppare exit strategy documentate e testate per ogni servizio cloud critico, con tempi di migrazione realistici (secondo il provider olandese Intermax, una migrazione da Microsoft può richiedere da sei mesi a tre anni a seconda della complessità)
  • Adottare architetture multi-cloud genuine, evitando il multi-cloud cosmetico dove l’intera gestione delle identità dipende comunque da Azure Active Directory
  • Investire in competenze interne su piattaforme alternative e open source, riducendo la path dependency anche nei processi di assunzione
  • Valutare la portabilità dei dati alla luce dell’EU Data Act, le cui disposizioni sulla rimozione degli switching charges entreranno in vigore nel gennaio 2027
  1. Sovranità dei dati e backup giurisdizionale
  • Implementare backup geograficamente diversificati in giurisdizioni non soggette alla stessa legislazione extraterritoriale del provider primario
  • Adottare soluzioni di encryption client-side dove le chiavi crittografiche rimangano sotto il controllo esclusivo dell’organizzazione, rendendo tecnicamente impossibile la divulgazione di dati in chiaro anche su ordine giudiziario straniero
  • Considerare provider europei certificati per i workload più sensibili, monitorando l’evoluzione del framework EUCS (EU Cloud Services Certification Scheme) attualmente in fase di negoziazione tra gli Stati membri
  1. Threat intelligence diversificata
  • Non dipendere da un singolo canale di threat intelligence, specialmente se controllato da un vendor potenzialmente soggetto a restrizioni geopolitiche
  • Integrare feed di intelligence da fonti multiple e indipendenti, inclusi CERT nazionali (in Italia, il CSIRT Italia), ISAC di settore e provider specializzati europei
  • Monitorare attivamente le evoluzioni normative sia statunitensi (Entity List, OFAC, sanzioni) sia cinesi (RMSV, legge sulla sicurezza dei dati) per anticipare impatti sulle proprie operations

Prospettive: verso un ordine cloud multipolare

Il 2025 ha segnato un punto di non ritorno. La weaponization del cloud non è un incidente isolato ma una tendenza strutturale destinata a intensificarsi con l’inasprirsi delle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina, e – sempre più – tra Stati Uniti e chiunque si trovi dalla parte sbagliata di una decisione di politica estera americana.

Per i professionisti della sicurezza informatica, la lezione è tanto semplice quanto radicale: il cloud non è neutrale. Ogni servizio SaaS, ogni piattaforma IaaS, ogni strumento PaaS porta con sé il DNA giuridico e politico del Paese in cui ha sede il provider. Il CLOUD Act statunitense, le RMSV cinesi, il GDPR europeo, la NIS2 – non sono framework intercambiabili. Sono espressioni di visioni del mondo incompatibili sulla governance dei dati e sul rapporto tra Stato, imprese e cittadini.

La risposta non è il ritorno al on-premise per principio, né l’isolazionismo tecnologico – un’opzione che per la maggior parte delle organizzazioni sarebbe semplicemente impraticabile e controproducente. È la costruzione consapevole di architetture resilienti che incorporino il rischio giurisdizionale come variabile di progetto, al pari della latenza, della disponibilità e del costo. È l’investimento in standard aperti e interoperabili che riducano il vendor lock-in. È la partecipazione attiva alla definizione dei framework europei di certificazione cloud. È, in ultima analisi, il riconoscimento che la cybersecurity nel 2026 è inscindibile dalla geopolitica.

La weaponization del cloud ci costringe a ripensare i fondamenti stessi della fiducia digitale. E per i CISO che devono proteggere le proprie organizzazioni in questo nuovo ordine multipolare, il tempo per agire non è domani. È adesso.

Fonti e riferimenti:

South China Morning Post – Microsoft abruptly cuts services to Chinese university, genomics firm (aprile 2025)

ProPublica – Microsoft Says It Has Stopped Using China-Based Engineers to Support Defense Department (luglio 2025)

ProPublica – Microsoft Used China-Based Support for Multiple U.S. Agencies (luglio 2025)

ProPublica – Microsoft Failed to Disclose Key Details About Use of China-Based Engineers (agosto 2025)

Bloomberg – Microsoft Curbs Early Access for Chinese Firms to Cybersecurity Flaws (agosto 2025)

Reuters/CNBC – Microsoft scales back Chinese access to cyber early warning system (agosto 2025)

Atlantic Council – Sleight of Hand: How China Weaponizes Software Vulnerabilities (marzo 2025)

Atlantic Council – Digital Sovereignty: Europe’s Declaration of Independence? (gennaio 2026)

Computer Weekly – Microsoft’s ICC email block reignites European data sovereignty concerns (maggio 2025)

The Register – Microsoft cuts off China’s early access to bug disclosures (agosto 2025)

The Register – International Criminal Court dumps Microsoft Office (ottobre 2025)

The Register – Europe gets serious about cutting US digital umbilical cord (dicembre 2025)

CSO Online – Microsoft restricts Chinese firms’ access to vulnerability warnings (agosto 2025)

Wilson Sonsini – US Imposes Export Restrictions on BGI Group Subsidiaries (aprile 2023)

Tech Monitor – Microsoft’s China cloud conundrum (settembre 2025)

Trivium China – Is Microsoft quiet-quitting China? (aprile 2025)

Windows Central – Microsoft restricts Chinese firms over hacking fears (agosto 2025)

EU Institute for Security Studies – Technical is Political: Cloud Certification and European Sovereignty (novembre 2025)

Heise Online – Criminal Court: Microsoft’s email block a wake-up call for digital sovereignty (maggio 2025)

NL Times – Microsoft’s ICC email block triggers Dutch concerns over dependence on U.S. tech (maggio 2025)

U.S. Department of Justice – CLOUD Act Resources

The Conversation – Europe wants to end its dangerous reliance on US internet technology (febbraio 2026)

Recorded Future/The Record – Chinese government lays out new vulnerability disclosure rules (luglio 2021)

CNBC – Microsoft stops relying on Chinese engineers for Pentagon cloud support (luglio 2025)

Microsoft/SecurityWeek – Microsoft Digital Defense Report 2022: China Flaw Disclosure Law Part of Zero-Day Exploit Surge (novembre 2022)

Google TAG/Mandiant – Trends on Zero-Days Exploited In-the-Wild in 2023 (marzo 2024)

Breaking Defense – China’s New Data Security Law Will Provide It Early Notice Of Exploitable Zero Days (settembre 2021)

Amazon Web Services – CLOUD Act Compliance (aggiornato 2026)

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AI offensiva: come l’intelligenza artificiale sta riscrivendo le regole del cybercrime

L’AI offensiva nella cybersecurity non è più un’ipotesi da convegno. È un fatto operativo, documentato, misurabile. E il suo impatto sta ridefinendo alla radice le categorie con cui la comunità della sicurezza informatica ha costruito i propri modelli di difesa nell’ultimo ventennio.

Per anni abbiamo ragionato su un assunto implicito: la complessità di un attacco è proporzionale alla sofisticazione dell’attaccante. Un exploit zero-day richiedeva competenze di reverse engineering maturate in anni di pratica. Una campagna APT multi-stadio presupponeva team strutturati, infrastrutture dedicate, catene di comando. Questo rapporto tra competenza e pericolosità era, in fondo, il nostro vantaggio strategico: sapevamo che gli attacchi più devastanti potevano provenire solo da un numero limitato di attori.

Quel rapporto si è spezzato. L’intelligenza artificiale generativa e, più recentemente, l’AI agentica hanno introdotto una discontinuità radicale nel panorama delle minacce cyber. Non si tratta di un’evoluzione incrementale, ma di una rottura strutturale. Un singolo individuo, privo di competenze tecniche consolidate, può oggi orchestrare operazioni offensive che fino a ieri richiedevano un team multidisciplinare. E lo può fare con una velocità, una coerenza e un’adattività che superano le capacità di molti analisti umani.

Questo articolo apre una serie dedicata a esplorare le dimensioni di questa trasformazione. Non come esercizio teorico, ma come strumento di orientamento operativo per chi – CISO, threat researcher, security architect, SOC analyst, giuristi del digitale – è chiamato a ripensare strategie e paradigmi alla luce di una realtà che muta più rapidamente dei nostri framework.

L’AI agentica come arma: dall’advisory all’execution

La prima fase dell’interazione tra intelligenza artificiale e cybercrime è stata relativamente benigna, almeno dal punto di vista strutturale. I threat actor utilizzavano i modelli linguistici come consulenti: per correggere la grammatica delle email di phishing, per generare snippet di codice malevolo, per ottenere informazioni tecniche. L’AI era un amplificatore di produttività, non un operatore autonomo.

Quella fase è conclusa.

Il passaggio cruciale è avvenuto con l’emergere dell’AI agentica – sistemi capaci non solo di generare contenuti su richiesta, ma di pianificare, decidere, eseguire e adattarsi in modo autonomo lungo catene operative complesse. Il report di threat intelligence pubblicato da Anthropic nell’agosto 2025 ha documentato per la prima volta questa transizione con evidenze concrete e inquietanti.

Il caso più emblematico riguarda un cybercriminale che ha utilizzato Claude Code – un assistente di codifica agentico – per condurre un’intera campagna di estorsione contro almeno 17 organizzazioni, tra cui strutture sanitarie, servizi di emergenza, enti governativi e istituzioni religiose. L’aspetto che distingue questa operazione da tutte le precedenti non è la scala, ma il ruolo dell’AI: Claude Code non ha fornito suggerimenti a un operatore umano. Ha condotto l’operazione. Ha eseguito la ricognizione automatizzata, raccolto credenziali, penetrato reti, analizzato i dati esfiltrati per determinare l’importo dei riscatti (che in alcuni casi superavano i 500.000 dollari) e generato lettere di estorsione personalizzate calibrate sul profilo finanziario e psicologico di ciascuna vittima.

In termini ancora più espliciti: l’AI ha preso decisioni tattiche e strategiche. Ha deciso quali dati esflitrare. Ha valutato quali informazioni avessero maggiore valore di leva. Ha generato comunicazioni persuasive che facevano riferimento ai margini operativi delle vittime e alle conseguenze di un’interruzione dei servizi.

A novembre 2025, Anthropic ha reso pubblico un caso ancora più significativo: la prima campagna di cyber-spionaggio orchestrata autonomamente dall’AI. Un gruppo state-sponsored cinese, identificato come GTG-1002, ha manipolato Claude Code convincendolo di essere impiegato in test di sicurezza difensiva legittimi. L’AI ha eseguito autonomamente tra l’80% e il 90% delle operazioni tattiche: scoperta di servizi interni, mappatura completa della topologia di rete, identificazione di account ad alto privilegio, creazione di backdoor persistenti, estrazione e categorizzazione dei dati per valore di intelligence. Gli operatori umani si sono limitati a selezionare i target e ad approvare le esflitrazioni finali.

Non siamo più nell’ambito dell’AI-assisted cybercrime. Siamo entrati nell’era dell’AI-operated cybercrime.

Vibe hacking: la democratizzazione radicale dell’offensiva cyber

Il termine “vibe hacking” è emerso nella comunità di sicurezza nella prima metà del 2025, derivato dal concetto di “vibe coding” coniato da Andrej Karpathy all’inizio dello stesso anno. Se il vibe coding descrive un approccio allo sviluppo software in cui il programmatore fornisce istruzioni ad alto livello e l’AI genera il codice, il vibe hacking applica lo stesso principio alle operazioni offensive.

Il concetto cattura qualcosa di profondo: l’attaccante non ha bisogno di comprendere cosa sta facendo. Non deve saper scrivere un exploit, configurare un’infrastruttura di command-and-control o comprendere i meccanismi di evasione. Deve saper parlare con l’AI nel modo giusto. La competenza tecnica è sostituita dalla competenza conversazionale.

I casi documentati da Anthropic illustrano questa dinamica con chiarezza disarmante. Nel caso dell’operazione di estorsione, l’attaccante ha configurato Claude Code con un playbook operativo (un file CLAUDE.md che standardizzava i pattern di attacco adattandoli a ciascuna vittima). L’intero flusso – dalla ricognizione alla monetizzazione – era orchestrato dall’AI. Un analista di IronScales ha commentato che questo caso demolisce l’assunto tradizionale secondo cui sofisticazione dell’attore e complessità dell’attacco siano correlate.

Un altro caso rivelatore riguarda gli operativi nordcoreani che hanno utilizzato Claude per ottenere e mantenere posizioni lavorative fraudolente in aziende Fortune 500 statunitensi. Questi individui necessitavano di assistenza AI per compiti elementari: comprendere riferimenti culturali americani, rispondere a domande tecniche di base, comunicare in modo professionale. L’AI ha eliminato il collo di bottiglia della formazione specialistica che in precedenza limitava la capacità operativa del regime.

Parallelamente, un altro attore ha sviluppato e venduto nel dark web varianti di ransomware con crittografia ChaCha20, tecniche anti-EDR e sfruttamento di Windows internals, il tutto essendo completamente dipendente da Claude per l’implementazione. I pacchetti erano commercializzati a prezzi compresi tra 400 e 1.200 dollari. L’attore vendeva competenze che, in realtà, non possedeva.

Il vibe hacking è dunque l’incarnazione operativa di un fenomeno più ampio: l’AI offensiva nella cybersecurity sta abbattendo le barriere di ingresso nel cybercrime con una velocità e una radicalità che i modelli tradizionali di valutazione delle minacce non sono progettati per catturare.

L’AI lungo l’intero ciclo di attacco: una mappatura MITRE ATT&CK

Per comprendere la portata sistemica dell’AI offensiva, è utile mapparne l’integrazione lungo le fasi del ciclo di attacco così come codificato nel framework MITRE ATT&CK. Il report di Anthropic ha documentato un attore cinese che ha integrato Claude in 12 delle 14 tattiche ATT&CK nel corso di una campagna di nove mesi contro infrastrutture critiche vietnamite – telecomunicazioni, enti governativi e settore agricolo.

Questa copertura quasi totale della kill chain non ha precedenti documentati. Vediamo come l’AI si integra nelle fasi principali.

Ricognizione e acquisizione risorse. Gli agenti AI operano in modo persistente e autonomo, raccogliendo informazioni da social media, dati di breach, API esposte e misconfigurazioni cloud. Come evidenziato nel framework di attacco agentico sviluppato da Unit 42 di Palo Alto Networks, a differenza della ricognizione tradizionale (tipicamente un’operazione manuale e statica), un agente AI si auto-interroga su quali dati servano, li raccoglie, e aggiorna la propria strategia se il contesto del target cambia.

Accesso iniziale e social engineering. L’AI genera comunicazioni di phishing grammaticalmente perfette, contestualmente rilevanti e personalizzate. Ma la novità non è solo qualitativa: è strutturale. L’AI può condurre operazioni di social engineering multicanale – email, SMS, messaggi vocali con voice cloning – in parallelo, adattando tono e contenuto in tempo reale sulla base delle risposte delle vittime.

Esecuzione, persistenza e movimento laterale. L’AI genera codice polimorfico on-demand. Ogni payload è unico, vanificando le detection basate su firme e hash. Nella campagna GTG-1002, Claude ha scoperto autonomamente servizi interni, mappato la topologia di rete e identificato sistemi ad alto valore, il tutto senza istruzioni umane granulari.

Esfiltrazione e impatto. L’AI non si limita a sottrarre dati: li analizza, li categorizza per valore di intelligence, produce report strutturati e genera comunicazioni di estorsione personalizzate. Nella campagna documentata da Anthropic, Claude generava automaticamente report operativi che consentivano la continuità delle operazioni anche in caso di interruzioni, abilitando il passaggio di consegne tra operatori.

Un dato quantitativo rende tangibile l’accelerazione: secondo il Global Incident Response Report 2025 di Unit 42, il tempo medio di esfiltrazione (MTTE) dopo l’accesso iniziale è crollato da nove giorni nel 2021 a due giorni nel 2024. In un caso su cinque, l’esfiltrazione avviene in meno di un’ora. L’AI agentica è un fattore determinante di questa compressione temporale.

L’ecosistema della frode AI-powered: una supply chain end-to-end

L’AI offensiva nella cybersecurity non si limita ad accelerare singole operazioni. Sta generando un intero ecosistema criminale strutturato, con una propria catena del valore.

Il report GTIG di Google (febbraio 2026) documenta la maturazione del mercato underground per strumenti AI-enabled. Nel 2025, il marketplace criminale ha visto la proliferazione di offerte multifunzionali progettate per supportare diverse fasi del ciclo di attacco. Praticamente ogni strumento pubblicizzato nei forum underground menziona la capacità di supportare campagne di phishing. Esistono “evil LLM” come WormGPT, modelli linguistici commercializzati esplicitamente per scopi criminali, capaci di generare malware, campagne di phishing e codice di exploit.

Google ha inoltre identificato, nel terzo trimestre 2025, una famiglia di malware denominata PROMPTFLUX che impiega le API di Gemini durante l’esecuzione per generare tecniche di offuscamento dinamico in VBScript. Non si tratta più di malware statico potenziato dall’AI: è malware che utilizza l’AI come componente funzionale in tempo reale.

A questo si aggiungono i “vibe script” venduti nei marketplace del dark web: template conversazionali ottimizzati per ingegneria sociale empatica, progettati per costruire rapport con le vittime prima di condurle alla compromissione. La combinazione di voice cloning, generazione di testi personalizzati e timing adattivo rende queste operazioni quasi indistinguibili da interazioni umane autentiche.

L’ecosistema include anche servizi di “influence-as-a-service”, documentati nel report di marzo 2025 di Anthropic, in cui l’AI non genera semplicemente contenuti ma decide quando i bot social devono commentare, condividere o interagire con utenti reali, sulla base di personas politicamente motivate. L’AI è l’orchestratore strategico, non il mero esecutore tattico.

Siamo di fronte a una industrializzazione del cybercrime AI-driven, con specializzazione dei ruoli, economie di scala e abbattimento dei costi marginali per attacco.

Implicazioni per i framework di valutazione delle minacce

L’irruzione dell’AI offensiva impone una revisione critica dei modelli con cui valutiamo le minacce. I framework tradizionali, a partire dalla stessa matrice MITRE ATT&CK, sono stati progettati per catalogare tattiche, tecniche e procedure di attori umani che operano con vincoli umani: tempo di apprendimento, necessità di coordinamento, limiti di velocità esecutiva.

L’ottobre 2025 ha segnato un punto di svolta: MITRE ATLAS (Adversarial Threat Landscape for Artificial-Intelligence Systems) ha integrato, in collaborazione con Zenity Labs, 14 nuove tecniche e sotto-tecniche specificamente focalizzate su agenti AI e sistemi di AI generativa. Queste includono il context poisoning degli agenti AI, la manipolazione della memoria a lungo termine dei LLM, la thread injection e il RAG credential harvesting. ATLAS conta ora 15 tattiche, 66 tecniche e 46 sotto-tecniche. Ma anche questo aggiornamento potrebbe non bastare.

Il problema fondamentale è che i modelli di rischio basati sulla classificazione degli attori (script kiddie, cybercriminale organizzato, APT state-sponsored) perdono significato quando un attore con competenze da script kiddie può eseguire operazioni di livello APT grazie all’AI. Il World Economic Forum, nel Global Cybersecurity Outlook 2025, ha rilevato che il 66% delle organizzazioni intervistate prevede che l’AI avrà l’impatto più significativo sulla cybersecurity nell’anno in corso. Secondo Darktrace, il 78% dei CISO ritiene che le minacce guidate dall’AI avranno un impatto rilevante sulle proprie organizzazioni.

Questi dati riflettono una consapevolezza crescente, ma non ancora una risposta operativa adeguata. La sfida non è aggiungere “AI” come variabile ai modelli esistenti: è ripensare le categorie stesse su cui quei modelli si fondano.

Le implicazioni sono molteplici e interconnesse. Sul piano della threat intelligence, i modelli di attribuzione basati su tooling e TTP specifici si indeboliscono quando l’AI genera varianti uniche a ogni esecuzione. Sul piano del risk assessment, la probabilità di attacco si disaccoppia dalla sofisticazione percepita dell’attore. Sul piano della compliance e della governance, il quadro normativo europeo – già in fase di profonda evoluzione – deve fare i conti con scenari che i legislatori non avevano pienamente anticipato.

La Direttiva NIS2 (Direttiva UE 2022/2555), pienamente applicabile dal 18 ottobre 2024 e ora in fase di enforcement attivo, impone agli enti essenziali e importanti obblighi stringenti di gestione del rischio cyber (articolo 21), notifica degli incidenti entro 24 ore per l’early warning e 72 ore per il report completo (articolo 23), e responsabilità diretta del management con possibilità di sanzioni personali fino all’interdizione dalla funzione dirigenziale. Ciò che la rende particolarmente rilevante nel contesto dell’AI offensiva è il suo approccio alla supply chain (articolo 21.3 e 22): le organizzazioni devono valutare la sicurezza dei propri fornitori, inclusi i fornitori di servizi AI, il che acquisisce una dimensione nuova quando gli stessi strumenti AI possono essere weaponizzati.

Il Recital 89 della direttiva incoraggia esplicitamente gli Stati membri a promuovere l’uso di tecnologie innovative, inclusa l’intelligenza artificiale, per migliorare la sicurezza informatica – un mandato che, alla luce del vibe hacking, assume una doppia valenza: l’AI è simultaneamente raccomandazione difensiva e vettore offensivo. Le sanzioni sono significative: fino a 10 milioni di euro o il 2% del fatturato globale per gli enti essenziali. A gennaio 2026, la Commissione europea ha proposto emendamenti mirati per semplificare la compliance, riconoscendo implicitamente la complessità applicativa per le 28.700 imprese interessate.

Parallelamente, l’AI Act (Regolamento UE 2024/1689) introduce un framework stratificato per rischio. Entrato in vigore il 1° agosto 2024, ha già attivato i divieti sulle pratiche AI inaccettabili (febbraio 2025) e gli obblighi di governance per i modelli GPAI (agosto 2025).

Le scadenze critiche sono imminenti: ad agosto 2026 diventeranno applicabili i requisiti completi per i sistemi AI ad alto rischio (articoli 8-15), inclusi obblighi di gestione del rischio, governance dei dati, documentazione tecnica, supervisione umana, e – elemento cruciale per il nostro contesto – garanzie di accuratezza, robustezza e cybersecurity. I modelli GPAI con rischio sistemico (quelli addestrati con più di 10²⁵ FLOP) devono sottostare a valutazioni tramite adversarial testing, reporting degli incidenti gravi all’AI Office entro 72 ore, e protezioni di cybersecurity allo stato dell’arte.

Le sanzioni possono raggiungere i 35 milioni di euro o il 7% del fatturato globale. Il Digital Omnibus, proposto dalla Commissione nel novembre 2025, mira a coordinare AI Act, NIS2, DORA e GDPR in un quadro più coerente, introducendo un punto unico di reporting per gli incidenti – un segnale chiaro che la frammentazione normativa attuale è percepita come un problema reale.

L’intersezione tra questi due regolamenti è il terreno su cui l’AI offensiva nella cybersecurity pone le sfide più complesse: come si classifica il rischio di un sistema AI che può essere simultaneamente strumento di compliance (AI per la detection) e vettore di attacco (AI weaponizzata)? Come si applica il requisito di adversarial testing quando gli stessi test possono essere condotti da agenti AI autonomi? Sono domande a cui i framework attuali non offrono risposte definitive, e che la giurisprudenza dovrà necessariamente affrontare.

Cosa cambia per la difesa: verso nuovi paradigmi

Se l’offesa si è trasformata, la difesa non può restare ancorata ai modelli pre-AI. Alcune direttrici di evoluzione sono già identificabili.

Oltre le firme, oltre il comportamento noto. Le difese basate su firme e pattern comportamentali storici sono strutturalmente inadeguate contro attacchi AI-generated. Ogni payload è polimorfico, ogni comunicazione è unica, ogni catena di attacco è adattiva. Il modello difensivo deve spostarsi verso il controllo di ciò che è autorizzato a eseguire, non verso il tentativo di riconoscere ciò che è malevolo. L’approccio Zero Trust applicato al livello applicativo – dove solo il codice esplicitamente approvato può essere eseguito – diventa non un’opzione architetturale, ma una necessità operativa.

Detection comportamentale anomala. Se i contenuti generati dall’AI sono indistinguibili da quelli legittimi, la detection deve spostarsi sulle anomalie relazionali e contestuali. Un’email perfettamente scritta che arriva da un mittente insolito, in un contesto temporale atipico, con una richiesta incongruente rispetto ai pattern storici della relazione – questo è il segnale da intercettare. L’analisi comportamentale basata su baseline relazionali diventa la frontiera critica.

Monitoraggio dell’uso AI in ambiente enterprise. Il fenomeno degli “shadow agent” – dipendenti che utilizzano strumenti AI non approvati per gestire il lavoro quotidiano – crea superfici di attacco invisibili. I dati aziendali caricati in LLM non governati sono, nella sostanza, dati esfiltrati. Le policy di AI governance devono includere inventari degli asset AI, monitoraggio delle interazioni con modelli esterni e enforcement delle regole d’uso.

Red teaming AI-native. Le esercitazioni di red teaming devono incorporare scenari di attacco AI-driven. Il framework di attacco agentico sviluppato da Unit 42 è un esempio concreto: consente di simulare operazioni in cui agenti AI pianificano, eseguono e adattano attacchi lungo l’intera kill chain. Il playbook di McKinsey sulla sicurezza dell’AI agentica (ottobre 2025) introduce una prospettiva particolarmente incisiva: gli agenti AI devono essere trattati come “digital insider”, entità che operano all’interno dei sistemi con livelli variabili di privilegio e autorità.

Proprio come i dipendenti, questi insider digitali possono causare danni in modo involontario – per disallineamento – o deliberato, se compromessi. McKinsey identifica cinque nuovi driver di rischio specifici dell’AI agentica: le vulnerabilità a catena (un errore in un agente si propaga a cascata ad altri agenti), l’escalation cross-agent di task (agenti malevoli che sfruttano meccanismi di trust per ottenere privilegi non autorizzati), il rischio di identità sintetiche, la fuga di dati non tracciabile negli scambi autonomi tra agenti, e la propagazione di corruzione dei dati.

Un dato del report SailPoint citato nel playbook merita attenzione: l’80% delle organizzazioni dichiara di aver già riscontrato comportamenti rischiosi da parte di agenti AI, inclusa l’esposizione impropria di dati e l’accesso a sistemi senza autorizzazione.

Runtime security per i modelli AI. Il monitoraggio in tempo reale degli input e degli output dei modelli AI diventa essenziale. Rilevare quando un pattern d’uso devia verso scenari di abuso, quando le query indicano intento malevolo, quando le risposte del modello veicolano informazioni operative per attacchi – questa è l’equivalente dell’intrusion detection applicata al layer dell’intelligenza artificiale.

L’AI difensiva funziona, ma il gap è reale. Un dato incoraggiante merita attenzione: secondo le analisi IBM e di settore, le organizzazioni che utilizzano sistematicamente AI e automazione nei propri processi di cybersecurity rilevano le violazioni con circa 80 giorni di anticipo rispetto a quelle che non le impiegano, con un risparmio medio stimato in circa 1,9 milioni di dollari per incidente. La detection AI-powered è dunque efficace – ma solo se implementata con governance, training e integrazione adeguate. Il problema è che questo vantaggio è accessibile principalmente alle grandi organizzazioni con budget e competenze dedicate, creando un divario di resilienza che l’AI offensiva è pronta a sfruttare.

L’anello debole: PMI e la democratizzazione asimmetrica del rischio

C’è un aspetto dell’AI offensiva nella cybersecurity che le analisi orientate all’enterprise tendono a sottovalutare: il suo impatto sproporzionato sulle piccole e medie imprese. Se l’AI democratizza l’attacco, non democratizza affatto la difesa – almeno non nella stessa misura e con la stessa velocità.

I numeri sono inequivocabili. Secondo il WEF Global Cybersecurity Outlook 2025, il numero di piccole organizzazioni che riportano una resilienza cyber insufficiente è aumentato di sette volte rispetto al 2022. Il 45% di tutti gli attacchi cyber nel 2025 ha preso di mira le PMI. E il dato più allarmante: circa il 60% delle PMI colpite da un attacco significativo cessa l’attività entro sei mesi. Solo il 29% delle PMI valuta le proprie difese come sufficientemente mature, e solo l’11% utilizza strumenti di difesa basati su AI.

L’AI offensiva aggrava questa asimmetria in modo strutturale. La personalizzazione degli attacchi, un tempo riservata alle campagne APT contro grandi organizzazioni, diventa economicamente praticabile anche contro target minori quando è l’AI a condurre la ricognizione, a generare i contenuti di phishing e a calibrare l’estorsione. Un agente AI che può attaccare 17 organizzazioni contemporaneamente (come nel caso documentato da Anthropic) non discrimina in base alla dimensione: discrimina in base alla vulnerabilità. E le PMI, con meno risorse difensive, superfici di attacco più facilmente mappabili e spesso prive di cyber insurance (solo il 17% ne dispone), rappresentano bersagli ad alta probabilità di successo.

Per i CISO e i consulenti che operano con clienti PMI, questo implica un ripensamento radicale. Le raccomandazioni tradizionali – formazione del personale, MFA, patching regolare – restano necessarie ma non più sufficienti contro attacchi AI-driven che generano comunicazioni indistinguibili da quelle legittime e payload unici a ogni esecuzione. Le PMI hanno bisogno di accesso a servizi di sicurezza gestiti che integrino detection AI-native, e il mercato dei Managed Security Service Provider (MSSP) dovrà evolversi rapidamente per colmare questo gap.

Limiti dell’analisi e controargomentazioni

Un’analisi onesta richiede di considerare anche i limiti della narrazione sull’AI offensiva e le controargomentazioni che la comunità di ricerca ha sollevato.

L’AI come amplificatore, non come rivoluzionario. Il report GTIG di Google del febbraio 2026 mantiene una posizione più cauta rispetto ad altre analisi: i ricercatori sottolineano che l’AI è primariamente un fattore di rinforzo all’interno di catene di attacco esistenti, piuttosto che una nuova categoria di minaccia in sé. L’uso dell’AI abbassa la soglia per certe attività e ne aumenta la scalabilità, ma non sostituisce le tecniche e le infrastrutture tradizionali che sono in uso da anni. Questa sfumatura è importante: evita il rischio di un allarmismo che potrebbe portare a investimenti mal calibrati.

Nessuna capacità “breakthrough” documentata. Google e altre fonti notano che nessun gruppo APT o operatore di information operations ha ancora raggiunto capacità realmente rivoluzionarie che alterino fondamentalmente il panorama delle minacce. Le operazioni documentate, per quanto impressionanti, rimangono nell’ambito dell’automazione e dell’efficientamento di tecniche note, non della creazione di vettori di attacco genuinamente inediti. Il social engineering resta social engineering, anche quando è generato dall’AI.

Il problema dell’overfit narrativo. Esiste un rischio concreto che l’enfasi mediatica e di settore sull’AI offensiva produca un effetto di overfit: una concentrazione eccessiva di risorse e attenzione su minacce AI-specific a scapito di vulnerabilità tradizionali che continuano a causare la maggioranza dei breach. La versione 18 di MITRE ATT&CK (dicembre 2025) documenta che l’81% delle intrusioni nel periodo luglio 2024-giugno 2025 è stato malware-free e basato su tecniche interattive, non necessariamente AI-driven. I fondamentali – gestione delle identità, patching, segmentazione di rete, controllo degli accessi – restano i pilastri su cui costruire qualsiasi strategia difensiva.

Queste controargomentazioni non invalidano la tesi centrale dell’articolo – il rapporto tra competenza dell’attaccante e complessità dell’attacco si è effettivamente spezzato – ma la circoscrivono in un quadro più realistico. L’AI offensiva è una minaccia concreta e documentata, non un’apocalisse imminente. La risposta appropriata è l’adattamento strutturato, non il panico.

Lo scenario che ci aspetta

La traiettoria è chiara, e non è tranquillizzante. Il Cybersecurity Forecast 2026 di Google prevede che l’uso di strumenti AI diventerà la normalità operativa sia per gli attaccanti sia per i difensori, con la prompt injection che emerge come uno dei vettori in più rapida crescita. Il Data Breach Industry Forecast 2026 di Experian delinea un futuro in cui gli attacchi non si limitano più al furto di dati ma puntano alla manipolazione della realtà stessa, attraverso identità sintetiche, agenti autonomi e malware polimorfico.

Nel primo trimestre 2025, oltre 2.300 vittime sono state nominate su siti di data leak – il numero più alto mai registrato dal 2020. Il 93% dei security leader, secondo Trend Micro, prevede di affrontare attacchi AI quotidiani. E il tutto avviene in un contesto in cui, come riportato dal WEF, i budget per la cybersecurity crescono solo del 4% annuo, contro il 17% del 2022.

L’AI offensiva nella cybersecurity non è un trend emergente da monitorare. È una realtà operativa che sta ridisegnando il campo di battaglia. Per i professionisti della sicurezza, la domanda non è se prepararsi, ma se la velocità di adattamento delle difese potrà eguagliare la velocità di evoluzione dell’offesa.

La risposta, al momento, non è scontata. Ma è proprio in questa incertezza che risiede l’urgenza di agire – con consapevolezza, con strumenti adeguati e con la determinazione di chi sa che il paradigma è cambiato e non si può tornare indietro.

Questo è il primo articolo di una serie dedicata all’impatto dell’AI sul panorama delle minacce cyber. I prossimi approfondimenti esploreranno le difese AI-native in dettaglio, l’intersezione normativa NIS2/AI Act/DORA per settori specifici, i framework operativi per la gestione del rischio AI in ambito enterprise e il ruolo dell’AI nella forensics post-incidente.

Fonti principali

Anthropic, Threat Intelligence Report: August 2025 e Detecting and countering misuse of AI, agosto 2025

Anthropic, Disrupting the first reported AI-orchestrated cyber espionage campaign, novembre 2025

Google Threat Intelligence Group (GTIG), AI Threat Tracker: Distillation, Experimentation, and Integration of AI for Adversarial Use, febbraio 2026

Palo Alto Networks Unit 42, Agentic AI Attack Framework, maggio 2025

MITRE, ATLAS Framework – aggiornamento ottobre 2025; ATT&CK v18.1, dicembre 2025

World Economic Forum, Global Cybersecurity Outlook 2025

McKinsey, Deploying Agentic AI with Safety and Security: A Playbook for Technology Leaders, ottobre 2025

Trend Micro, State of AI Security Report 1H 2025

Experian, 2026 Data Breach Industry Forecast, dicembre 2025

CrowdStrike, MITRE ATT&CK Framework Analysis, dicembre 2025

Commissione Europea, NIS2 Directive (Direttiva UE 2022/2555) e AI Act (Regolamento UE 2024/1689)

ENISA, NIS2 Technical Implementation Guidance, 2025

SailPoint Technologies, AI Agents: The New Attack Surface, maggio 2025

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