Anticipare la cybersecurity del 2023: 8 previsioni

Il rischio informatico sarà un criterio fondamentale per la selezione dei fornitori

Con l’aumento del rischio di attacchi alla supply chain, fattori come la resilienza informatica, la valutazione della vulnerabilità e il livello di assicurazione informatica diventeranno parte dei criteri di selezione di nuovi fornitori. Sarà fondamentale classificarli in base alla postura di rischio e valutare se sono assicurabili o meno dal punto di vista informatico. Una parte decisiva della selezione dovrebbe concentrarsi sulla loro dipendenza da codice open-source – il loro processo di verifica diventerà sempre più sofisticato.

L’ascesa degli attacchi cinetici coordinati

Il cyberspazio è stato un campo di battaglia per molti Paesi durante il 2022. Nel 2023 assisteremo a un aumento dell’attività coordinata sia in ambito cyber che fisico rivolta alle infrastrutture critiche. Nel settore privato, la sicurezza fisica degli utenti contro attacchi coordinati che abusano dei sistemi IoT o OT sarà una delle principali preoccupazioni. Gli Autonomous Security Fusion Center che combinano elementi informatici e fisici possono fungere da sistema di notifica precoce per rilevare e rispondere a questi attacchi. Allo stesso modo, l’attività combinata di squadre di sicurezza informatica e fisica può aiutare a coordinare le risposte.

La responsabilità sociale e ambientale entra nelle agende dei CISO

Poiché si prevede che le attività digitali rappresenteranno il 7% delle emissioni di gas serra entro il 2025, le aziende si affidano alla trasformazione digitale come leva per ridurre le proprie emissioni. Oltre ai CIO, i CISO avranno obiettivi di sostenibilità nelle loro roadmap e, più in generale, dovranno partecipare alla strategia CSR e ambientale della loro organizzazione. La cybersecurity è un fattore abilitante che, oltre a garantire la sicurezza delle infrastrutture critiche, garantisce la fiducia necessaria per implementare nuove tecnologie che aiutino a raggiungere obiettivi di sostenibilità.

Il quadro normativo dell’UE sta cambiando

Con la revisione della NIS (v2) e il futuro Cyber Resilience Act (CRA), sia le infrastrutture critiche che le supply chain digitali dovranno pianificare un quadro normativo in evoluzione in tutta l’Unione Europea. Poiché sempre più aziende integrano elementi digitali nella loro supply chain, i CISO dovranno lavorare per rendere la normativa un futuro vantaggio competitivo, mentre i consigli di amministrazione prendono in considerazione l’implementazione di comitati di sicurezza dedicati.

Dal ransomware agli attacchi stealth

Gli attori delle minacce utilizzano sempre più spesso software e tecniche truffaldine per rubare i dati senza che le vittime se ne accorgano. A differenza del modello di business del ransomware, che richiede il pagamento di un riscatto, le informazioni o i wallet di criptovalute rubati vengono venduti o sfruttati direttamente mentre l’hacker agisce silenzioso. Per questo, le competenze e gli aggiornamenti per la gestione della superficie di attacco e le capacità di rilevamento delle risorse critiche digitali dell’azienda aumenteranno in modo significativo.

L’anno del consolidamento

Con la riduzione dei budget e l’incertezza economica al centro dell’attenzione, uno dei principali obiettivi dei CISO sarà di consolidare le risorse di sicurezza, evitando più fornitori, riducendo così rischi e costi. Sarà fondamentale spostare l’attenzione verso piattaforme convergenti per SASE, XDR, cloud e all’interno del SOC. Facendo un ulteriore passo avanti, i team di sicurezza dovrebbero allineare questi sforzi alle metriche del valore aziendale complessivo, assicurando così livelli di protezione basati sulla propensione al rischio del consiglio di amministrazione.

Sicurezza nel cloud, ma non troppo…

La necessità di casi d’uso a bassa latenza (IoT, robot), l’esperienza ottimale dell’utente e le preoccupazioni normative, come la localizzazione delle informazioni, richiederanno che le capacità di elaborazione dei dati siano situate vicino al luogo in cui l’utente consuma il servizio. I servizi di sicurezza basati su cloud dovranno essere in grado di scalare su un’infrastruttura sempre più distribuita e localizzata. Il Secure Access Service Edge (SASE) offrirà le migliori user experience e prestazioni operative per consentire la futura crescita digitale, aprendo così la strada all’edge computing.

Troppi dati sui dipendenti metteranno i CxO nei guai

Alimentato dal passaggio al lavoro ibrido, il monitoraggio dei dipendenti ha raggiunto il massimo volume per sostenere e incrementare la produttività. Quale dovrebbe essere il limite per le organizzazioni? La raccolta di dati come la battitura dei tasti, le snapshot del desktop o persino il monitoraggio degli spostamenti dei dipendenti possono violare le leggi sulla protezione dei dati come il GDPR. Quando si tratta di raccogliere informazioni, i CISO devono mettersi nei panni dei dipendenti e porsi due domande: Quale è il limite?

Cosa succederebbe se il dipendente volesse riprendere possesso dei propri dati?

A cura di Raphael Marichez, CISO SEUR di Palo Alto Networks

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L’evento del Cerchio ICT sulla cybersecurity, come rivederlo

Ha riscosso un grande successo ‘Fit4Digital Cybersecurity’, l’evento ibrido organizzato dal Cerchio ICT (gruppo nato dell’accordo stretto tra le società in house Lepida, Informatica Alto Adige, Pasubio Tecnologia e Trentino Digitale) che si è tenuto lo scorso 28 novembre da 4 sedi fisiche (Bolzano, Bologna, Schio e Trento), riunite su un’unica piattaforma online.

Una platea complessivamente di oltre 3.200 spettatori in presenza e da remoto ha confermato un forte interesse verso il tema della sicurezza informatica, tema sempre più attuale e importante per le infrastrutture critiche a livello nazionale, regionale e locale.

Ad aprire l’evento l’imprenditore Andrea Barchetti che ha illustrato gli effetti di un cyber attacco realmente subito, seguito dai saluti di apertura dei 4 Presidenti delle in house.

L’evento è proseguito affrontando gli aspetti operativi, normativi e di tutela del dato personale, con gli interventi di: Agenzia per la Cybersicurezza, Garante per la protezione dei dati personali, Polizia Postale, personalità di spicco del mondo accademico ed esperti di settore.

A seguire la sessione relativa all’Agenda Digitale 2022-2026 focalizzata su strategie e investimenti, con gli interventi dell’Assessora di Regione Emilia-Romagna Paola Salomoni e di una corrispettiva rappresentanza politica per i territori delle altre in house.

La prima parte del pomeriggio è stata dedicata a sessioni unilaterali, durante le quali ciascuna in house ha calato le tematiche affrontate durante le sessioni mattutine sulle realtà del territorio.

Successivamente, di nuovo in plenaria, è stato affrontato il tema delle competenze e del mercato del lavoro per chiudere con le strategie e le convergenze tra le in house.

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Cybercriminali, per sconfiggerli devi conoscerli

“Conosci il tuo nemico”.

Questa antica frase del generale cinese Sun Tzu riguardava la guerra fisica, ma è valida ancora oggi per il mondo online. Se vuoi proteggere i tuoi asset digitali, è fondamentale conoscere in che modo i tuoi nemici, gli hacker malintenzionati, potrebbero attaccarli.

Questa esortazione descrive appieno l’obiettivo del “Software Vulnerability Snapshot“, un recente rapporto realizzato dal Synopsys Cybersecurity Research Center (CyRC), che analizza i dati ottenuti da 4.400 test condotti su 2.700 applicazioni sia web che mobile, file di codice sorgente e sistemi mirati.

I test si sono concentrati sulla conoscenza del nemico e sono stati realizzati grazie ai servizi di Application Security Testing (AST) di Synopsys, progettati per sondare le applicazioni in esecuzione in modo simile a come lo farebbe un attaccante reale, e perciò, in grado di identificare ed evidenziare le vulnerabilità critiche da correggere.

I test invasivi “black box” e “gray box” includevano test dinamici di sicurezza delle applicazioni (DAST), analisi di test di sicurezza delle applicazioni mobili (MAST) e penetration test – attacchi simulati, progettati per valutare la sicurezza di un’applicazione o di un sistema.

DAST e MAST sono strumenti automatizzati che trovano difetti nel codice in esecuzione, mentre i penetration test vengono eseguiti manualmente e consentono alle organizzazioni di trovare e correggere le vulnerabilità nella fase finale di sviluppo del software o dopo il deployment.

I test hanno rilevato numerosi problemi: il 95% delle applicazioni presentava almeno una vulnerabilità o una configurazione errata e il 25% delle vulnerabilità rilevate erano a rischio elevato o critico. L’unico aspetto confortante di percentuali così alte di errori è quello di dimostrare la validità degli strumenti di analisi utilizzati poiché lo scopo dei test di sicurezza del software è quello di trovare le vulnerabilità affinché vengano risolte prima che i malintenzionati possano individuarle e sfruttarle.

Come afferma il rapporto, “le organizzazioni devono testare le proprie applicazioni Web nello stesso modo in cui lo faranno gli attaccanti, quindi identificare ed eliminare le vulnerabilità prima che vengano sfruttate da agenti esterni”.

Emerge inoltre che le probabilità che il software che stai creando e/o utilizzando abbia dei difetti sono prossime al 100% e che un quarto di questi difetti sono in grado di causare danni significativi se non identificati e corretti con prontezza

Dal report di Synopsys emergono dati allarmanti

I ricercatori di CyRC hanno scoperto che il 77% degli obiettivi presentava vulnerabilità che compaiono nella lista top 10 dell’Open Web Application Security Project (OWASP).

Tra le peggiori in questo elenco ci sono le vulnerabilità che consentono il cross-site scripting (XSS), in grado di consentire agli attaccanti di accedere a risorse e dati delle applicazioni. Synopsys AST services ha rilevato che il 22% degli obiettivi presi in esame dal test era esposto a vulnerabilità XSS riflesse, memorizzate o basate su DOM (Document Object Model), che possono consentire agli hacker di iniettare un payload dannoso in una pagina web.

Altre vulnerabilità a rischio critico, come l’esecuzione di codice in modalità remota e l’SQL Injection, consentono agli attaccanti di eseguire codice su un’applicazione Web o su un server applicativo con il fine di accedere a dati sensibili.

Quali sono i modi migliori per garantire la sicurezza del software?

Il rapporto contiene diversi punti chiave che possono aiutare le organizzazioni a conoscere meglio i propri nemici e ad adottare misure efficaci per sconfiggerli. Di seguito alcuni consigli per migliorare la security posture:

Utilizza tutti gli strumenti di test disponibili

Strumenti diversi funzionano in modi diversi e sono perciò in grado di individuare un numero maggiore di punti deboli all’interno del software. Le organizzazioni dovrebbero usarli tutti.

Oltre a DAST, MAST e penetration test menzionati in precedenza, i test di sicurezza delle applicazioni statiche (SAST) sono in gradi di segnalare i difetti nel codice mentre viene scritto e l’analisi della composizione del software (SCA) aiuta ad individuare le componenti open source e la loro provenienza, quale versione viene utilizzata e se contengono vulnerabilità note o conflitti di licenza.

Sii consapevole dei pericoli di terze parti

I prodotti software odierni sono assemblati più che scritti: includono una combinazione di codice proprietario, di terze parti e open source. E’ significativo sapere che circa il 77% di ogni codebase utilizza software open source. E questo, come qualsiasi altro software, è imperfetto.

Secondo il rapporto, le vulnerabilità delle librerie di terze parti – classificate come “critiche” all’interno della Top 10 di OWASP – sono state trovate in oltre il 20% dei penetration test e nel 25% dei SAST effettuati.
Risulta chiaro perciò che una organizzazione non può essere al sicuro se non conosce le versioni di tutti i componenti impiegati e/o il codice utilizzato non è supportato o aggiornato costantemente.

Crea una Bill of Materials del software (SBOM)

Un produttore di veicoli non rimarrebbe in attività a lungo se non tenesse traccia della provenienza dei suoi componenti. Tuttavia troppe organizzazioni hanno poca o nessuna idea di quali componenti siano presenti all’interno dei prodotti software che utilizzano, ignorando così una catena di approvvigionamento complessa che si struttura su tanti livelli arrivando a coinvolgere coinvolgendo centinaia, se non migliaia, delle cosiddette dipendenze e in grado di determinare una superficie di attacco molto ampia e perciò difficile da proteggere.

Un esempio dell’impatto che può avere una simile condotta lo abbiamo avuto lo scorso dicembre, quando con la scoperta di una vulnerabilità nella libreria di registrazione open source Apache Log4j, chiamata Log4Shell, gran parte delle organizzazioni hanno realizzato che non tenere traccia della supply chain può avere reali e devastanti ripercussioni. È proprio questo livello di criticità che rende utile e fondamentale uno SBOM, cioè l’inventario di ogni componente software che un’organizzazione utilizza, e restituisce il giusto valore a quello strumento indispensabile che è lo SCA (Software Composition Analysis), in grado di rintracciare i diversi componenti e di determinare se e quali di essi presentano delle vulnerabilità note.

Come si legge nel report, “visto che molte aziende che utilizzano centinaia di applicazioni o sistemi software, ognuna dei quali probabilmente dispone di centinaia o migliaia di diversi componenti di terze parti e open source, è urgentemente necessario un SBOM accurato e aggiornato per tenere traccia efficacemente di tali componenti“.

Oggi, la buona notizia è che si è finalmente raggiunta una maggiore consapevolezza, rispetto al passato, di questa problematica come dimostrato da un recente report di Synopsys “Walking the Line: GitOps and Shift Left Security“, che riporta un dato molto interessante: il 73% degli intervistati ha aumentato i propri sforzi per proteggere la supply chain del software all’interno della propria organizzazione.

A dimostrazione della indispensabilità di una strategia di sicurezza che preveda al proprio interno i strumenti sopra elencati arriva l’”Ordine esecutivo sul miglioramento della sicurezza informatica della nazione” del maggio 2021, dove il presidente Biden chiede esplicitamente alle organizzazioni, sia pubbliche che private, di creare e mantenere un elenco dei componenti integrati nei software (Software Bill of Materials, SBOM) confermando così la validità di tali soluzioni.

Non lasciare che i difetti a basso rischio diventino ad alto rischio

Le vulnerabilità etichettate come a basso rischio – generalmente ottengono tale classificazione perché è improbabile che causino molti danni o perché è implausibile che un utente malintenzionato possa sfruttarle – non sono da trascurare poiché, a seconda del profilo di un’organizzazione, tale vulnerabilità potrebbe diventare ad alto impatto o a probabilità elevata. Ne è un esempio la vulnerabilità Verbose Server Banners che, sebbene considerata a basso rischio, è in grado di fornire il nome del server, il tipo e il numero di versione, informazioni che potrebbero consentire agli aggressori di eseguire attacchi mirati su stack tecnologici specifici.

Seguire queste raccomandazioni può aiutare aziende ed organizzazioni a raggiungere obiettivi di messa in sicurezza del software difficilmente raggiungibili gli strumenti e le accortezze sopra citate.

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Ancora più protezione per gli utenti enterprise di Microsoft Defender for Endpoint


Microsoft Defender for Endpoint si arricchisce di una nuova funzionalità: la built-in protection è disponibile per tutti gli utenti enterprise. La feature aiuta a proteggere gli endpoint esposti dell’organizzazione dai ransomware e altre minacce avanzate.

La protezione built-in comprende un insieme di impostazioni di default che verranno installate progressivamente nel corso delle prossime settimane. Tra le prime funzionalità ci sarà la tamper protection, ovvero la protezione da potenziali manomissioni a impostazioni di sicurezza da parte dei criminali informatici. Questa funzionalità diventerà attiva a breve per tutti i clienti enterprise e rimarrà tale se non disattivata esplicitamente.

Microsoft Defender Endpoint

“La protezione contro le manomissioni verrà attivata in tutti i sistemi Defender Enterprise e applicata ai dispositivi Windows dell’organizzazione” spiega Microsoft sul suo blog. “Quando vengono aggiunti dei nuovi dispositivi a Defender for Endpoint, la built-in protection verrà applicata di default a ognuno di essi”.

La tamper protection blocca qualsiasi altra applicazione che cerchi di modificare le impostazioni di sicurezza real-time e cloud, di monitoraggio e dei componenti Defender come IOfficeAntivirus. Molti attaccanti mirano infatti a manomettere queste impostazioni per poi attaccare indisturbati, senza essere individuati dai sistemi di sicurezza.

Gli amministratori di sistema riceveranno una notifica con l’avviso dell’arrivo della built-in protection di Defender, che verrà poi attivata nei giorni a seguire. È possibile modificare queste impostazioni in qualsiasi momento, disattivando la nuova protezione di Microsoft per Defender for Endpoint e ripristinando le proprie configurazioni.

Microsoft Defender Endpoint

Gli amministratori possono comunque personalizzare queste impostazioni e decidere di attivare la protezione solo per alcuni dispositivi. Grazie ai profili e alle policy di sicurezza disponibili in Defender, è possibile definire comportamenti diversi per gruppi di dispositivi e utenti.

Microsoft, in ogni caso, consiglia di mantenere i settings preimpostati per garantire la migliore protezione possibile. Built-in protection, essendo un set di impostazioni di default, può essere riabilitato in qualsiasi momento ripristinando l’intero bundle.

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Perché le piattaforme cloud sono un obiettivo per gli hacker e come difendersi

Nell’ultimo decennio, l’adozione di ambienti cloud ha conosciuto una crescita esponenziale. Ciò che, in origine, rappresentava un semplice sistema di archiviazione dei dati, è adesso diventata una piattaforma di computing distribuita su larga scala, di fatto determinando un cambiamento radicale nei modelli di condivisione, archiviazione, ottimizzazione e gestione delle informazioni adottati dalle imprese.

Tuttavia, anche gli attaccanti si sono adeguati a questo cambiamento di paradigma, consapevoli che la digital transformation ed il progressivo passaggio a modelli di lavoro ibridi e tecnologie cloud-based sono ormai un fenomeno avviato e inevitabile.

Questa rivoluzione ha da una parte convinto per i servizi cloud estremamente vantaggiosi e dall’altra ha attirato l’interesse degli hacker, che approfittano dell’elevato volume di dati sensibili condiviso tra le organizzazioni e i loro fornitori di servizi cloud. Opportunisti per natura, i cyber criminali in fase di pianificazione di una campagna APT mirano a trarre vantaggio dall’uso di credenziali deboli, configurazioni applicative errate e del “fattore umano”.

Nonostante i crescenti problemi di sicurezza non abbiano rallentato il percorso di adozione del cloud, è fondamentale che le aziende abbiano visibilità delle superfici di attacco delle proprie piattaforme cloud e un piano di contromisure attuabili per metterle in sicurezza.

Il numero degli attacchi cloud è in aumento

Gli attacchi agli ambienti cloud sono aumentati drasticamente negli ultimi anni, anche a causa dalla pandemia COVID-19 che ha spinto le aziende di ogni dimensione e settore ad adattarsi rapidamente a mezzi operativi alternativi.

Secondo Gartner, la pandemia e l’aumento dei servizi digitali hanno reso il cloud il “centro delle nuove esperienze digitali” e il suo fatturato globale ammonterà a 474 miliardi di dollari nel 2022, con un aumento di 66 miliardi di dollari rispetto all’anno precedente. La società di ricerca prevede inoltre che oltre il 95% dei nuovi workload digitali sarà distribuito su piattaforme cloud native, con un aumento del 30% anno su anno.

Le imprese devono pianificare strategie di sicurezza che vadano oltre quelle tradizionali, per poter gestire una superficie di attacco sempre più ampia e i rischi associati ai servizi cloud. Le statistiche che seguono mostrano l’aumento dell’adozione del cloud e quanto questo sia stato oggetto di attacchi negli ultimi anni:

  • Il 69% delle imprese ha accelerato la migrazione al cloud negli ultimi 12 mesi. Si prevede che la percentuale delle aziende che gestirà la parte più consistente o l’intera l’infrastruttura IT in cloud aumenterà dal 41% al 63% nei prossimi 18 mesi (Foundry, 2022).
  • Il 49% dei professionisti IT ha riferito che gli attacchi cloud-based hanno portato a spese ulteriori non preventivate.
  • L’80% dei CISO intervistati da PurpleSec non è stato in grado di identificare la presenza di accessi e permessi di accesso massivo ai dati nei propri ambienti cloud.
  • Il 79% delle organizzazioni ha subito almeno una violazione dei dati in cloud negli ultimi 18 mesi. Inoltre, il 43% ha riportato 10 o più violazioni nello stesso arco temporale (Emertic, 2021).
  • L’83% delle violazioni in cloud deriva da vulnerabilità legate a politiche di gestione degli accessi inadeguate (CyberTalk.org, 2021).

Comprendere i rischi del cloud

L’utilizzo di servizi cloud espone ad accessi non autorizzati, insider threat e rischi a livello di supply chain. Per un attaccante, le vulnerabilità del cloud sono strumenti utili ad ottenere l’accesso, per esfiltrare i dati dalla rete dell’organizzazione presa di mira, sia tramite interruzioni del servizio, ransomware o trasferimento non autorizzato di informazioni. I gruppi criminali più sofisticati possono adottare anche tecniche di lateral movement, di evasione del rilevamento o di appropriazione indebita di account, al fine di stabilire e mantenere dei punti di appoggio e persistenza all’interno dell’infrastruttura.

I rischi più comuni per la sicurezza del cloud includono:

  • Furto e appropriazione di account utente – Sia che le credenziali vengano reperite tramite phishing, brute force o malware, l’assenza di policy di controllo sulla qualità delle password spesso porta alla compromissione di account utenti.
  • Configurazioni errate – I cloud service provider offrono diversi livelli di servizio, a seconda delle esigenze del cliente. Questo permette al cloud di scalare con le esigenze operative delle organizzazioni. Tuttavia, molte imprese non dispongono delle misure di protezione necessarie per garantire la sicurezza di questi servizi attraverso l’intero ciclo di sviluppo e implementazione. Gli applicativi mal configurati rappresentano una delle principali cause di compromissione quando si tratta di attacchi basati in cloud.
  • API pubbliche vulnerabili – Le API pubbliche consentono agli utenti autorizzati di interagire con i sistemi in cloud; tuttavia, se esposte a vulnerabilità, possono diventare veicolo preferenziale per l’accesso non autorizzato e l’estrazione di dati sensibili dalle piattaforme, nonché una formidabile backdoor per garantire persistenza agli attaccanti.
  • Insider Threat – Anche le organizzazioni con un ecosistema IT in salute e a norma, possono essere vittime di un utente legittimo e malintenzionato a far fuoriuscire dati aziendali. Avendo accessi a dati sensibili, possono intervenire anche nei protocolli di sicurezza e disattivarli. Le architetture Zero Trust e soluzioni di Identity & Access Management (IAM) rappresentano un validissimo approccio in grado di mitigare i rischi di insider threat.
  • Attacchi Denial-of-Service (DoS) – Progettati per sovraccaricare un sistema e impedirne l’accesso agli utenti, gli attacchi DoS sono particolarmente devastanti per gli ambienti cloud. A fronte di un sempre crescente carico di lavoro, l’infrastruttura fornisce, in maniera orchestrata ed elastica, ulteriore potenza di calcolo, con la conseguente impossibilità, per gli utenti legittimi, di continuare ad accedere ai propri dati e servizi.
  • Terze parti – È importante che le imprese valutino i rischi di terze parti quando utilizzano i servizi dei vendor. Le infrastrutture e le piattaforme cloud sono suscettibili di attacchi alla supply chain quando gli attaccanti si infiltrano in una rete attraverso terze parti non protette, che collaborano con l’organizzazione. Il rischio di sicurezza si propaga quando le organizzazioni scelgono di collaborare con vendor che hanno una postura di cybersecurity più permissiva e debole della propria.

Difendere il cloud – L’importanza della “cyber hygiene”

La sicurezza in cloud inizia dalle fondamenta. Gli ambienti cloud richiedono pianificazione, implementazione e strategie di sicurezza a breve e lungo termine, e la predisposizione della cyber hygiene ne è il presupposto fondamentale.

Le organizzazioni che dispongono di processi per la gestione delle password, l’autenticazione a più fattori, la gestione delle patch, gli aggiornamenti del software e la sicurezza dei dispositivi possono impedire agli attaccanti di colpire facilmente e ridurre la superficie d’attacco cui puntare.

Proteggersi alla base con lo Zero Trust e la segmentazione

Essere immuni agli attacchi è impossibile ma adottare un approccio Zero Trust è sicuramente di grande aiuto, nell’ambito di una strategia di difesa olistica. Gli hacker causano i danni maggiori quando sono in grado di diffondersi attraverso la rete e raccogliendo progressivamente privilegi più elevati lungo il percorso di attacco. Il principio dell’approccio Zero Trust funziona eliminando la “trust by default“, richiedendo l’autenticazione e la valutazione contestuale della postura di sicurezza di ogni utente e dispositivo, prima che questi possano accedere ai dati in modalità esclusiva, in base al proprio ruolo.
La segmentazione della rete è importante per una corretta implementazione del concetto di Zero Trust: segmentando la rete in micro-contesti autonomi ed indipendenti, consente agli amministratori di controllare e proteggere i flussi di traffico corrispondenti tramite regole granulari, con il beneficio aggiunto di poter individuare più facilmente eventuali problemi tecnici e di migliorare le attività di monitoraggio.

Elaborare una strategia di gestione del cloud

Le infrastrutture e piattaforme cloud sono state progettate per aiutare le aziende a scalare e ad archiviare dati, non per fornire sicurezza. Per molte organizzazioni, i sistemi e applicativi cloud sono gestiti dai team DevOps e CloudOps piuttosto che dal team di sicurezza interno. In organizzazioni frammentate, le misure di sicurezza potrebbero non essere uniformi tra i diversi team e potrebbero causare discrepanze nelle strategie di protezione del cloud. La difesa dell’infrastruttura cloud richiede una strategia integrata e olistica, in cui i dati devono essere raccolti e analizzati da tutte le fonti disponibili, in modo che i team di sicurezza possano analizzarli e interpretarli al meglio.

Semplificare le sfide degli ambienti Multi-Cloud

Molte organizzazioni dispongono di più ambienti cloud per ottimizzare il supporto di un’infrastruttura più ampia, aumentandone però al contempo la complessità ed i costi di gestione. Proteggere gli ambienti multi-cloud significa individuare un modello comune di protezione agnostico rispetto a contesti unici per caratteristiche di deployment, requisiti normativi e politiche di gestione. Gli ambienti multi-cloud diventano più complessi da gestire se sono forniti da vendor diversi, e l’integrazione tra le varie soluzioni cloud può diventare difficile e comportare una perdita del controllo delle configurazioni. Per affrontare queste sfide è necessario considerare il futuro e il presente, procedendo con investimenti tecnologici che potranno integrarsi con quelli di domani. Molte imprese hanno già compreso la necessità di adottare una piattaforma XDR, ma servirà una piattaforma XDR aperta, che integri le soluzioni esistenti e che sia capace di analizzare i dati, ricevere avvisi e gestire in maniera coordinata ed automatica le risposte necessarie.

Conclusioni

L’adozione di infrastrutture e piattaforme cloud based è una componente significativa della trasformazione digitale in corso a livello globale, e ha permesso alle imprese di ridurre i costi, aumentare l’agilità organizzativa e migliorare la scalabilità a lungo termine. Per anticipare gli attaccanti, le imprese devono comprendere appieno le modalità di implementazione e manutenzione dei servizi cloud. La visibilità all’interno del cloud è fondamentale per capire come viene effettuata la condivisione dei file, il tipo dei dati archiviati e la relativa sicurezza, e a quali utenti e applicazioni sono associati.

SentinelOne aiuta le organizzazioni a migliorare la strategia di sicurezza del cloud attraverso una piattaforma unificata che unisce funzionalità di detection e response degli endpoint (EDR), threat hunting autonomo e sicurezza a runtime contro gli agenti di minaccia cloud based, senza compromettere l’agilità, continuità e disponibilità operativa.

Per ulteriori informazioni consultare SentinelOne Singularity Cloud.

A cura di Marco Rottigni

Profilo Autore

Technical Director di SentinelOne

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Cybersecurity in Italia: mancano integrazione e automazione


L’Italia è in ritardo sull’integrazione e automazione delle tecnologie di cybersecurity. Lo ha evidenziato Axitea, azienda di soluzioni di sicurezza di Milano, spiegando che nel nostro paese manca ancora una strategia per la gestione unificata delle minacce e un’architettura condivisa.

cybersecurity Italia

Definire un percorso comune tra le aziende di cybersecurity in Italia significa apportare benefici a tutte le realtà del paese. Le piattaforme SOAR – Security Orchestration, Automation and Response permettono di descrivere funzionalità, scenari e attività relative alla sicurezza, oltre che di condividere dati di intelligence sulle minacce.

Andrea Lambiase, Chief Digital Strategy & Innovation Officer di Axitea, ha illustrato come queste piattaforme si rivelano l’elemento chiave per contrastare i cyberattacchi. Le SOAR offrono vantaggi indiscussi, primo fra tutti la capacità di rispondere agli incidenti in maniera rapida ed efficiente. Nel caso di un attacco informatico il tempo di risposta è critico: prima si risponde alla minaccia, minori saranno gli impatti subiti.

Questi sistemi puntano a condividere la conoscenza, così che gli analisti possano giovare di un pool sempre aggiornato. In questo modo è possibile definire processi più coerenti, standardizzati e allineati alle ultime best practice. La parola chiave è collaborazione: la risoluzione ottimale delle anomalie può avvenire solo se c’è cooperazione tra diverse realtà. Questi sistemi permettono anche di esportare le metriche e i flussi di risposta alle minacce, così da poterli condividere con altre organizzazioni.

cybersecurity Italia

Le SOAR mirano inoltre ad automatizzare i task per migliorare quelli di routine e ridurre la probabilità di errore umano. I processi, essendo automatizzati e già validati, permettono al team di sicurezza di concentrarsi sull’analisi degli eventi.

Investire sulla condivisione della conoscenza è più che mai urgente nell’attuale contesto socio-politico. I cyberattacchi stanno continuando ad aumentare, in particolare quelli legati all’information warfare e verso bersagli multipli: l’obiettivo degli attaccanti è diventato ormai quello di alimentare il clima di paura e insicurezza.

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Think You’ve Just Been Exposed to a Cyber Criminal? Here Are 8 Ways You Can Save Yourself and Others From Being Scammed.

Opinions expressed by Entrepreneur contributors are their own.

Statistics on the number of scam websites that litter the internet are disturbing. During 2020, Google registered more than 2 million phishing websites alone. That means more than 5,000 new phishing sites popped up every day — not to mention the ones that avoided Google’s detection. In 2021, the U.S. Federal Bureau of Investigation (FBI) reported nearly $7 billion in losses from cybercrime that is perpetrated through these sites.

What exactly are scam websites? Scam websites refer to any illegitimate website that is used to deceive users into fraud or malicious attacks. Many scammers operate these fake websites and will download viruses onto your computer or steal passwords or other personal information.

Reporting these sites as they are encountered is an important part of fighting back. In other words, if you see something, say something. Keeping quiet, even if you avoid falling prey, allows the scammers to aim at another target.

Perhaps you’ve received a suspicious link in an email? Or maybe a strange text message that you haven’t clicked on. Fortunately, there are many organizations out there that have launched efforts aimed at reducing the threat that they pose. In general, these organizations put scam websites on the radar by collecting and sharing information about them. In some cases, they prompt an investigation into the scammers behind the sites.

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It’s free to report a suspicious website you’ve encountered, and it takes just a minute. Here are eight ways you can report a suspected scam website to stop cyber criminals and protect yourself and others online.

1. The Internet Crime Complaint Center

The IC3, as it is known, is an office of the FBI that receives complaints from those who have been the victims of internet-related crime. The IC3 defines the internet crimes that it addresses to include illegal activity involving websites. Complaints filed with the IC3 are reviewed and researched by trained FBI analysts.

2. Cybersecurity and Infrastructure Security Agency

CISA, which is an agency of the U.S. Department of Homeland Security, targets a wide range of malicious cyber activity. It specifically requests reports on phishing activity utilizing fraudulent websites. Information provided to CISA is shared with the Anti-Phishing Working Group, a non-profit focused on reducing the impact of phishing-related fraud around the world.

3. econsumer.gov

The econsumer.gov site, run by the International Consumer Protection and Enforcement Network, is for reporting international scams. It is supported by consumer protection agencies and related offices in more than 65 countries. A secure version of their site is used by law enforcement agencies to share info on scams.

4. Google Safe Browsing

While Google does not have a mechanism for reporting all varieties of website scams, there is a form for reporting sites that are suspected of being used to carry out phishing. Reports made via the form are managed by Google’s Safe Browsing team. Google’s Transparency Report provides information on the sites that it has determined to be “currently dangerous to visit.”

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5. PhishTank

This service was founded by Cisco Talos Intelligence Group to “pour sunshine on some of the dark alleys of the Internet.” Phishtank includes an ever-growing list of URLs reported as being involved in phishing scams. To date, it has received more than 7.5 million reports of potential phishing sites. It says that more than 100,000 of the sites are still online.

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6. Antivirus Apps

Antivirus providers such as Norton, Kaspersky, and McAfee have forms that can be used to identify pages that users feel should be blocked. Scam sites would definitely fall under that category. With some antivirus platforms, reporting forms can only be accessed by registered users. Norton’s is open to anyone.

7. Web host

There is a chance that the DNS service hosting the scam site will take action to shut it down. There are a variety of online resources that can help you to find the DNS of a particular site. Once you identify it, send a message to their customer service reporting the site in question and the experience that you had.

8. Share your experience on social media

This is actually more like sounding an alarm than filing a report, but it might protect one of your connections who stumbles upon the same site or is targeted by the same type of scam. At the very least, it could draw attention to the fact that scam sites affect real people. A post on Facebook about a close call you had with a scam might better equip your network to avoid any dangerous entanglements. If it does, they’ll thank you.

https://www.entrepreneur.com/article/438213




Industrial Cybersecurity: scenari di rischio ed esigenze di difesa

Il settore industriale è sicuramente fra i più interessati dalla trasformazione digitale.

L’assioma Industry 4.0, reso possibile dall’evoluzione delle tecnologie legate alla gestione di sistemi complessi e in Italia già destinatario dell’omonimo piano nazionale d’intervento, oggi apre il passo all’ancor più dinamico Industry 5.0.

Su questo settore in espansione si concentrano, inevitabilmente, anche mire e ambizioni del crimine informatico; tendenza tanto più preoccupante se si considera come nel settore industriale rientrino asset altamente critici in ottica di sicurezza nazionale.

Standard internazionali di sicurezza

Proprio in ragione della sua elevata criticità, il settore industriale è da tempo oggetto di prescrizioni e linee guida che stabiliscono – ai vari livelli internazionali, comunitari o statali – regole condivise a garanzia della sicurezza fisica dei prodotti. Negli anni recenti sempre più fonti in materia includono standard o divieti mirati anche alla tutela di informazioni e dati coinvolti, di volta in volta concentrandosi su criteri generali oppure su particolari campi di attività.

Tuttavia, la normativa fatica a tenere il passo dell’innovazione.

Infatti la crescente integrazione uomo-macchina, l’automazione di numerosi processi e servizi, l’impiego dell’Intelligenza Artificiale e la generalizzata interconnessione tra dispositivi fisici e digitali non hanno solo reso più vulnerabili i contesti preesistenti. Hanno anche portato al proliferare di nuovi ecosistemi ibridi che esigono una protezione su molteplici fronti: fra questi il paradigma IoT (qui inteso come IIoT o Industrial Internet of Things, destinatario di specifiche e insidiose categorie di minacce) o lo Smart Manufacturing, dove guadagnano assoluta centralità la Operation Technology Security e gli Industrial Control Systems (ICS).

Fronti di vulnerabilità e tipologie di minacce

Come per ogni altro contesto, anche nel mondo produttivo e manifatturiero la digitalizzazione degli ultimi decenni ha portato a una massiccia espansione delle superfici d’attacco.

Lo confermano le statistiche di settore, concordi nell’evidenziare un significativo e progressivo aumento delle minacce informatiche rivolte alle industrie. Nel 2022 il settore è salito al terzo posto fra i più frequentemente colpiti da un cyberattack, con 68 incidenti di sicurezza segnalati solo nel primo semestre dell’anno.

Oltre alla persistente prevalenza dei ransomware (che oggi frequentemente scelgono come obiettivi singoli “anelli” delle articolate supply chain sottostanti a ogni produzione o servizio complesso), a preoccupare sono anche gli attacchi di tipo Hijacking volti a sabotare singole componenti dei macchinari o ad assumerne il controllo da remoto; insieme alla rilevante ascesa del cyber espionage finalizzato al furto di informazioni o codice di proprietà industriale.

Prospettive future per la cyber-resilienza industriale

Simili rischi rendono evidente la necessità, per le aziende, di pianificare adeguate strategie di Risk Assessment e adottare strumenti che sappiano proteggere sistemi e dati senza compromettere la continuità operativa, garantendo monitoraggio e aggiornamento ininterrotti dei relativi ambienti (fisici o digitali) senza trascurare la possibilità di eventuali Insider Threat.

Ma è anche evidente come a tale scopo le buone pratiche di sicurezza informatica e la compliance alle normative, per quanto fondamentali, non bastino.

La continua innovazione dei processi deve procedere in parallelo a una altrettanto rapida evoluzione dei meccanismi di difesa; obiettivo possibile soltanto promuovendo strette collaborazioni fra organizzazioni del settore industriale, istituzioni ed enti di ricerca che facciano della cybersecurity un reale fattore abilitante per lo sviluppo di prodotti e servizi intrinsecamente sicuri.

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Gli hacker sfruttano la psicologia umana e gli appuntamenti mondani per ingannare le vittime

Gli attacchi phishing aumentano del 90% in occasione di grandi manifestazioni come i mondiali. Secondo la divisione di Cyber Threat Profiling di Innovery, le truffe informatiche raddoppiano facendo leva sugli utenti sfruttando stress, desiderio e senso di urgenza.

I criminali informatici sfruttano le vulnerabilità psicologiche delle vittime derivanti da una fiducia eccessiva negli altri, immoderata superficialità o particolari situazioni di stanchezza. È quanto emerge da una recente indagine condotta dalla divisione di Cyber Profiling di Innovery, multinazionale italiana esperta di cybersecurity, che evidenzia come questa tipologia di attacchi informatici, che sfruttano lo stato emotivo delle vittime, aumentino di oltre il 90% in occasione di grandi manifestazioni o particolari ricorrenze, quali il Black Friday, le feste natalizie o i mondiali di Calcio in Qatar come in questo periodo.

Questi contesti sono dei veri catalizzatori di attacchi che i malintenzionati sfruttano per sferrare offensive ben strutturate (dal ransomware al phishing), allo scopo di adescare quante più vittime possibili che sono alla ricerca dell’occasione, dell’offerta o della promozione del momento.

La conoscenza da parte dei criminali di strategie persuasive, che fanno leva su alcune vulnerabilità della psicologia, contribuisce a far abbassare le difese dei malcapitati e a far sì che gli attacchi vadano maggiormente a segno. Gli attacchi sono progettati infatti allo scopo di stimolare particolari aree del cervello per indurre le vittime ad assumere comportamenti automatizzati e meno controllati, portandoli a compiere, quasi inconsciamente, l’azione richiesta.

Per ingannare maggiormente la fiducia del prossimo gli attaccanti sfruttano contesti di rilevante attualità, come accaduto durante il periodo dei vaccini Covid, con la realizzazione di centinaia di siti web e QR Code malevoli, che i criminali utilizzavano per sottrarre informazioni sensibili delle vittime.

La medesima cosa sta accadendo nelle ultime settimane: gli attacchi phishing che si sono moltiplicati nei paesi del Medio Oriente a ridosso dei mondiali di calcio in Qatar ne sono la prova. Molte sono state le segnalazioni di pagine web fittizie che ricalcano perfettamente quelle ufficiali dei Mondiali, create appositamente per impadronirsi dei dati e delle credenziali dei tifosi ignari, attraverso interfacce che appaiono credibili.

Promozioni, offerte, campagne a premi diffuse via mail, sms, app e siti web sono gli strumenti principali attraverso cui i cyber criminali arrivano alle vittime facendo leva sulla loro parte emotiva (stimolando sensazioni negative o positive) e sensoriale, le quali, convinte dell’autenticità del contenuto ricevuto, abbassano la guardia e cascano nella trappola.

In particolare, social media e app di messaggistica istantanea costituiscono il territorio di caccia preferito, non a caso oltre l’80% degli attacchi di phishing è stato condotto su WhatsApp. Inoltre, come anticipato precedentemente, un altro strumento sfruttato dai cyber criminali negli ultimi anni per veicolare contenuti malevoli è il QR Code, il cui utilizzo è aumentato notevolmente a seguito della pandemia, dal momento che risulta complesso definirne la liceità senza un’analisi di contesto. Secondo dati recenti un italiano su due utilizza il QR Code senza alcun timore, non preoccupandosi del reale pericolo che vi si cela dietro.

La familiarità con queste app di messagistica, con i social network e più in generale con tutto ciò che può essere ricondotto all’utilizzo dei cellulari, induce le persone a condividere informazioni sensibili come dati anagrafici e coordinate bancarie, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Con l’arrivo delle festività natalizie e il conseguente aumento dello shopping online, le minacce legate ad attacchi ransomware e di ingegneria sociale proseguiranno almeno fino a gennaio 2023. Gli esperti di Innovery suggeriscono di mantenere alta l’attenzione, la consapevolezza è sempre la prima barriera di difesa. Piccoli accorgimenti come controllare link anziché cliccare in maniera compulsiva, gli indirizzi mittenti prima di rispondere alle e-mail nonché accedere a servizi esclusivamente attraverso piattaforme ufficiali, possono fare la differenza.

“L’inganno e la distrazione sono le due armi più potenti nelle mani degli hacker. La maggior parte degli attacchi che analizziamo ogni giorno sono costruiti per sfruttare lo stato emotivo delle vittime, e fare in modo che le loro difese si abbassino. Questi stratagemmi vogliono andare a sollecitare comportamenti automatici e primordiali tipici del cervello rettiliano (la parte del nostro cervello legato a una serie di attività irrazionali e istintive) e a inibire la “neo corteccia” (sfera razionale del cervello con cui compiamo scelte più ragionate e consapevoli) – Spiega Angelo Alabiso Cyber Security Analyst di Innovery – In occasione di eventi di grande risonanza, come appunto i mondiali di calcio in Qatar o il Black Friday, la nostra attenzione si abbassa, lasciando spazio ad automatismi, come cliccare su un link senza pensare, ed è più facile essere vittime di truffa. La mancanza di attenzione unita ad una attuale conoscenza non diffusa dei rischi del mondo informatico è una delle principali cause dell’ancora elevato numero di attacchi che vanno a buon fine. Capire e conoscere come funziona la psiche dei criminali ci può aiutare a ridurre l’efficacia dei loro attacchi e salvaguardare imprese e cittadini.”

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Cybersecurity maturity, l’Italia si posiziona all’11 posto

Il 2022 volge al termine e iniziano a circolare le prime anticipazioni relative ai trend per l’anno che verrà, insieme agli inevitabili bilanci conclusivi.

Anche la prestigiosa MIT Technology Review ha da poco diffuso il proprio Cyber Defense Index, in cui le prime 20 economie mondiali vengono classificate in base alla loro preparazione in campo di sicurezza informatica.

Al vertice c’è l’Australia, che precede i Paesi Bassi e la Corea del Sud. Appena fuori dal podio (al 4° e 5° posto) gli Stati Uniti e il Canada, seguiti da Polonia – il più alto in classifica tra i Paesi europei – Regno Unito, Francia, Giappone e Svizzera.

L’Italia è all’undicesimo posto, appena oltre questa prima metà dell’elenco e subito prima della Cina; procedendo verso il basso troviamo Germania, Spagna, Arabia Saudita, Messico e India, mentre in coda compaiono il Brasile (18°), la Turchia (19°) e ultima l’Indonesia.

Le performance scrutinate, tramite l’analisi di dati ufficiali e una survey rivolta a 1000 senior executives dei vari Stati, riguardano quattro “pilastri” da ciascuno dei quali dipende tra il 15% e il 35% del punteggio complessivo:

  1. critical infrastructure;
  2. cybersecurity resources;
  3. organizational capacity;
  4. policy commitment.

Se nella maggioranza delle aree analizzate l’Italia si conferma su posizioni intermedie (rispettivamente all’8° posto per la protezione delle infrastrutture critiche, al 6° per le risorse dedicate alla sicurezza di informazioni e dati, all’11° nell’adozione di adeguate policy regolatorie) le cose cambiano rispetto alle capacità organizzative, che condizionano il 20% del punteggio finale.

Tale voce prende in considerazione la “cybersecurity maturity and digital experience of the country’s businesses and institutions” e ci vede terzultimi, al diciassettesimo posto su venti.

Un dato che non sorprende, ma che sembra confermare l’urgenza di innalzare i livelli di maturità di istituzioni e imprese per consentire al sistema Paese di fronteggiare al meglio un panorama di minacce in netta espansione.

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