Ciardi (ACN): “Il compito dell’Agenzia? Accrescere la consapevolezza cyber a istituzioni e aziende”

È’ prioritario trovare un livello di competenza adeguato per gestire “le questioni della cybersecurity e della protezione dei dati, ma “noi scontiamo un deficit di competenze assoluto nel nostro paese, com’è anche in altri paesi”.

Lo ha affermato Nunzia Ciardi, vicedirettore dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn), a margine di un convegno sul tema organizzato oggi a Firenze dalla Fondazione Cesifin. Una giornata di approfondimenti sul rapporto fra cybersicurezza e protezione dei dati personali da un punto di vista normativo e applicativo.

“L’Agenzia ha anche il compito di stimolare la crescita di nuove professionalità su questo tema – ha proseguito –, di accrescere la consapevolezza a livello di aziende e istituzioni, ma anche a livello di singoli, perché la cybersicurezza non si può totalmente delegare. Le istituzioni hanno il compito di elevare i livelli di resilienza del paese, ma ogni singolo deve avere consapevolezza e responsabilità nell’interfacciarsi con la rete, e farlo nel modo più sicuro possibile”.

Ciardi ha sottolineato che “il compito è quello di ridurre il più possibile i margini di rischio in questa interazione che è oramai fondamentale per il progresso economico e sociale di ogni paese”.

Ciardi (ACN): “Negli anni abbiamo avuto un incremento degli attacchi”

“E’ evidente che un conflitto come questo incide direttamente, ha un impatto diretto sulla cybersicurezza”, in un contesto nel quale “abbiamo negli anni avuto un incremento di attacchi, una cybersicurezza sempre più stressata dalle esigenze dovute ai rischi che si evolvono rapidamente”.

“Abbiamo avuto due anni piuttosto faticosi ultimamente – ha proseguito –, la pandemia prima e il conflitto dopo, che ci stanno mettendo a dura prova, perché ovviamente ogni situazione di tensione internazionale si riverbera su un sistema di interrelazioni che per sua natura è transnazionale, che investe tutti gli ambiti della nostra vita”.

Proprio dal conflitto russo-ucraino si evidenziano numerose pericoli. Nell’ultimo anno i cyberattacchi nation-state, cioè dove dietro c’è uno stato, che hanno preso di mira infrastrutture critiche sono passati dal 20% al 40%.

Secondo le ultime evidenze del ‘Digital Defense Report 2022’, I paesi membri della Nato sono stati l’obiettivo del 90% degli attacchi condotti da attori russi, con il 48% di questi attacchi che hanno interessato aziende informatiche con sede nei paesi della Nato.

Ma non esiste solo il conflitto ucraino, “anche l’Iran – spiega l’analisi – “ha intensificato gli attacchi in seguito alla transizione del potere presidenziale e lanciato offensive distruttive contro Israele e infrastrutture critiche extra territoriali. E la Corea del Nord, che ha intrapreso il suo periodo più aggressivo di test missilistici nella prima metà del 2022, attraverso vari attori ha lanciato una serie di attacchi per rubare tecnologia alle aziende aerospaziali e ai ricercatori di tutto il mondo e per ottenere accesso a dati e fondi a sostegno dell’economia locale”. Infine, la Cina ha aumentato i suoi attacchi informatici di spionaggio e furto di informazioni “nel tentativo di esercitare una maggiore influenza nel Sud-est asiatico e contrastare il crescente interesse degli Stati Uniti”.

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Fortinet rilascia patch per 6 vulnerabilità ad alto rischio


Fortinet, compagnia attiva nell’ambito della cybersecurity, ha rilasciato le patch per 16 vulnerabilità dei suoi prodotti, 6 delle quali considerate di alto rischio. Non si sono invece registrate falle critiche.

L’azienda offre numerose soluzioni sia hardware che software per la sicurezza informatica delle aziende ed è una delle realtà più importanti al mondo. Fortinet è trai membri dell’Istituto Europeo per le Norme delle Telecomunicazioni. Tutte le apparecchiature Fortinet sono equipaggiate col sistema operativo FortiOS, basato sul kernel Linux.

I prodotti affetti dalle vulnerabilità erano FortiDetector, FortiTester, FortiADC, FortiSIEM, FortiSOAR e FortiAnalazyer. Una delle vulnerabilità più gravi affliggeva FortiTester, un tool per testing dei dispositivi di rete: la falla permetteva agli attaccanti di eseguire una command injection senza essere autenticati.

La falla che ha colpito FortiSOAR derivava invece da un problema nel database Postgres che consentiva agli attaccanti di loggarsi nel DB usando un account privilegiato senza password e sottrarre informazioni sensibili.

Fortinet patch

In FortiSIEM la vulnerabilità permetteva di eseguire operazioni con permessi di admin sul server Glassfish ed era causata da credenziali memorizzate in chiaro. La maggior parte delle falle riguardava bug presenti nel cross-site scripting che permettevano agli attaccanti di eseguire codice remoto senza autenticazione.

Tutte le vulnerabilità sono state superate con le versioni successive dei prodotti. Fortinet raccomanda quindi di aggiornare tutti i tool alle ultime versioni e di seguire il blog ufficiale in caso di ulteriori indicazioni.

Di recente Fortinet aveva anche notificato l’esistenza di una vulnerabilità in FortiOS, FortiProxy e FortiSwitchManager per la quale non è ancora stata rilasciata una patch. La falla permette a un attaccante di eseguire operazioni nell’interfaccia di amministratore dei tre prodotti tramite richieste HTTP e HTTPS costruite ad hoc. Per il momento si può solo adottare un workaround illustrato dal team di ricercatori dell’azienda.

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Progetto Precint, la rete Lepida per la sicurezza delle infrastrutture

A settembre è stato avviato il Living Lab di Bologna volto a implementare e testare la piattaforma ecosistemica del progetto europeo PRECINCT, dedicata all’incremento della resilienza delle infrastrutture critiche (IC).

La rete pubblica di Lepida svolge un duplice ruolo: è sia una IC e connette anche le altre IC coinvolte nell’area sperimentale ovvero l’Aeroporto, la Stazione Centrale e i loro transiti per il trasporto passeggeri (People Mover e autobus).

Lepida mette a disposizione le proprie tecnologie, conoscenze e competenze. L’obiettivo è condividere un approccio comune e integrato di gestione della sicurezza cyber-fisica per garantire maggiore protezione ai cittadini, ai servizi pubblici e alle infrastrutture del territorio.

Fin dalle prime fasi di definizione degli scenari di rischio del complesso ambito di sperimentazione, Lepida sta prefigurando servizi e soluzioni più resilienti: un termine molto in voga oggi, ma che per la società ha un chiaro significato nel senso di guida verso la continuità delle comunicazioni, anche in situazioni inattese.

Le soluzioni richiedono l’acquisizione di una grande mole di dati. Il Living Lab (LL) offre un ulteriore potenziale spunto per arricchire le iniziative che si stanno sviluppando nel territorio regionale nell’ambito della gestione dei big data e della loro elaborazione, anche in ottica Internet of Things o IoT.

In coerenza con la propria mission, Lepida intende usare il LL per sperimentare il coinvolgimento diretto degli stakeholder privati e pubblici delle infrastrutture critiche nell’area oggi di Bologna, acquisendo maggiore consapevolezza della mission e dei requisiti specifici degli utenti finali, e in particolare dei suoi azionisti.

La sperimentazione, i risultati e l’ulteriore interazione con i soggetti portatori di interesse consentiranno a Lepida di ampliare, modellare e replicare questo approccio rispondendo alla sua mission di fornitore regionale di connettività per il territorio.

https://www.key4biz.it/progetto-precint-la-rete-lepida-per-la-sicurezza-delle-infrastrutture/423249/




SandStrike, l’applicazione VPN è uno spyware per Android


Nuova minaccia per gli utenti Android: si chiama SandStrike ed è un’applicazione VPN che nasconde uno spyware. Lo ha reso noto Kaspersky in un post sul suo blog, specificando che il malware non era mai stato identificato prima d’ora.

SandStrike, fingendosi un’applicazione VPN, esegue sul dispositivo uno spyware in grado di sottrarre i log delle chiamate, la lista dei contatti e altri dati sensibili, oltre a tracciare le attività dell’utente.

L’obiettivo degli attaccanti sono i membri della Baháʼí, una religione minoritaria i cui devoti sono per lo più di lingua persiana. Per indurre le vittime a scaricare l’applicazione gli hacker hanno creato degli account Facebook e Instagram dove pubblicano materiale religioso e avvicinano i credenti.

Gli attaccanti, tramite un canale Telegram, offrono alle vittime l’app VPN per permettergli di accedere a siti banditi nelle regioni in cui si trovano. L’applicazione nasconde però uno spyware in grado di accedere a una grande quantità di informazioni degli utenti.

SandStrike spyware Android

Secondo i dati evidenziati da Kaspersky, il terzo quarto del 2022 ha visto un importante aumento di attacchi con minacce persistenti. Il target sono stati in particolare i dispositivi mobili. L’agenzia ha bloccato circa 5 milioni e mezzo di malware indirizzati ai device mobili.

Gli smartphone sono diventati ormai tra gli obiettivi prediletti dagli attaccanti vista la quantità di informazioni che contengono e la facilità con cui possono essere compromessi. Gran parte degli hacker sfrutta i social network per distribuire spyware che possono rimanere in attività anche per diversi mesi prima di essere individuati. 

Anche le campagne di phishing tramite SMS hanno registrato un aumento di vittime. In generale il social engineering è il vettore preferito dagli attaccanti e anche quello più proficuo, in ogni sua declinazione.

I dispositivi Android continuano ad essere i più colpiti rispetto a quelli iOS, dal momento che, a differenza dei secondi, permettono di installare applicazioni non ufficiali di terze parti.

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Bug Bounty: cosa sono e perché sono utili

Tempi d’oro per i cacciatori di bug: mai come oggi, la velocità imposta dal mercato ai produttori di tecnologie fa sì che molti prodotti vengano rilasciati senza adeguate verifiche, mettendo in circolo vulnerabilità capaci di produrre effetti devastanti. E poiché individuarle per tempo, così da predisporre adeguate patch, rappresenta un’impresa spesso insostenibile per le aziende, entra in gioco il lavoro di ricercatori e appassionati che portano alla luce – talvolta per puro caso, talvolta per mestiere – difetti o problematiche di sicurezza ancora ignote.

Sempre più spesso sono gli stessi produttori a organizzare campagne di Bug Bounty, offrendo premi e ricompense a chi segnali loro le vulnerabilità riscontrate; di solito, ovviamente, alla condizione che non ne venga fatta disclosure al pubblico. Tra le più note rientrano la ricerca di punti deboli nei prodotti Amazon o l’Apple Security Research Device Program, come pure gli analoghi progetti di Google (che nel 2021 ha erogato ricompense per un valore pari a quasi 9 milioni di dollari), Microsoft o Meta. Tra le iniziative istituzionali compaiono invece quelle del Dipartimento della Difesa USA oppure il FOSSA (Free and Open Source Software Audit) dell’Unione Europea, focalizzato sulla ricerca di vulnerabilità nei principali software OS.

Simili programmi hanno, per i promotori, la duplice utilità di far emergere i problemi prima che vengano notati dagli utenti nonché di individuare nuovi talenti della cybersecurity da includere nei loro team.

Ma anche dalle scoperte “spontanee” possono derivare notevoli guadagni. È il caso di due italiani che hanno recentemente svelato un serio errore di configurazione nel popolare CDN Akamai, ricavandone quasi 50 000 dollari in ricompense ottenute da alcuni suoi importanti clienti (tra i quali figurano realtà del calibro di PayPal, Airbnb o Goldman Sachs) nonostante l’azienda non abbia riconosciuto loro alcuna ricompensa.

In ogni caso, quale che sia l’origine della scoperta, le opportunità a disposizione di un Bug Bounty Hunter non sono mai state così numerose e remunerative.

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Exprivia, il cybercrime va in pausa d’estate: il report


Exprivia ha pubblicato un report che evidenza il calo di attacchi e incidenti tra luglio e settembre rispetto al trimestre precedente. Si parla di 481 fenomeni contro i 766 di aprile, maggio e giugno. Gli attacchi sono calati del 34% e gli incidenti del 43%.

Un risultato positivo che dovrà essere confrontato con l’ultimo trimestre, ma che comunque non rassicura: rispetto allo stesso periodo dello scorso anno c’è stato un aumento del 76%.

Domenico Raguseo, direttore Cybersecurity di Exprivia, ha espresso la sua preoccupazione in merito: “Riteniamo il dato del trimestre più correlato a una “pausa” estiva che a una migliorata capacità difensiva dell’ecosistema. Temiamo, infatti, che i primi mesi del 2023 possano riservare molte insidie”. L’attenzione deve quindi rimanere alta nonostante il cybercrimine si sia preso una pausa estiva.

La maggior parte dei fenomeni registrati (l’87%) è attribuibile ad attività di crimini informatici; l’hacktivism ha registrato solo l’8% dei fenomeni e i data breach sono scesi al 6%.

Exprivia report

Il settore più bersagliato è quello finanziario, seguito da software e hardware (società di servizi IT, e-commerce, sistemi operativi) e da quello dell’industria. La pubblica amministrazione invece continua a registrare un trend al ribasso con soli 48 casi sul totale.

Tra le tecniche più usate spicca il social engineering e in particolare il phishing; a seguire ci sono i malware e gli attacchi DDoS. Di questi ultimi, anche se globalmente sono in rialzo, si è registrato un solo caso in Italia.

Exprivia nel suo report ha anche sottolineato alcune differenze tra i sistemi del nord e del sud Italia. Il sud ha riacquistato terreno per quanto riguarda la consapevolezza delle minacce e dei danni che si possono verificare nei sistemi. Sempre in queste zone è aumentato il numero di dispositivi considerati sicuri. Il nord continua a essere quello più colpito, nonostante il rapporto tra servizi e vulnerabilità identificate sia migliorato.

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Nuovo report cybersecurity di Exprivia: pausa estiva per il cybercrime, tra luglio e settembre calano le minacce informatiche in italia

Il cybercrime si concede una pausa. Diminuiscono nel periodo estivo gli attacchi e gli incidenti informatici e si riapre leggermente la forbice tra i primi e i secondi: segnali che evidenziano come il crimine informatico viaggi in parallelo con l’attività economica.

È quanto emerge dal nuovo report ‘Threat Intelligence Report’ dell’Osservatorio Cybersecurity di Exprivia sulle minacce informatiche in Italia che, tra luglio e settembre 2022, registra 251 attacchi, 203 incidenti – ovvero attacchi andati a buon fine – e 27 violazioni della privacy.

Netta la diminuzione dei fenomeni osservati (481 in totale) rispetto ai 766 del trimestre precedente, con un calo del 34% degli attacchi e del 43% degli incidenti, mentre per le violazioni della privacy non emerge una variazione significativa.

Il rapporto stilato dal gruppo ICT pugliese – che prende in considerazioni 113 fonti aperte (siti di aziende colpite, siti pubblici di interesse nazionale, agenzie di stampa online, blog e social media) –rileva che l’87% dei fenomeni è attribuibile ad attività legate al crimine informatico, ormai da sette trimestri in cima alle motivazioni degli attaccanti. A netta distanza hacktivism – ovvero azioni di disobbedienza civile in rete – (8% circa), e data breach (6% circa). Crolla vertiginosamente il cyber warfare (guerra cibernetica) che, con lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, si era aggiunto alla lista delle motivazioni degli hacker registrando un’impennata nel secondo trimestre del 2022, fino a quasi scomparire nel terzo (-96%).

Se tra i pretesti usati dagli attaccanti primeggia il banking on line, compare anche il security alert – una vera e propria trappola per trarre in inganno gli utenti indotti, ad esempio, a fornire informazioni riservate – seguito dagli acquisti virtuali.

“Dopo un periodo in cui le minacce informatiche sono cresciute continuamente, nei mesi estivi si è verificato un considerevole ridimensionamento dei casi e un allargamento della forbice tra attacchi e incidenti – commenta Domenico Raguseo, direttore Cybersecurity di Exprivia. Paragonando, però, il terzo trimestre del 2022 allo stesso periodo dell’anno precedente, si nota un sensibile peggioramento della situazione, e riteniamo il dato del trimestre più correlato a una “pausa” estiva che a una migliorata capacità difensiva dell’ecosistema. Temiamo, infatti, che i primi mesi del 2023 possano riservare molte insidie”.

Nonostante la riduzione dei casi rispetto ai mesi precedenti, infatti, il terzo trimestre dell’anno risulta sensibilmente peggiore rispetto allo stesso periodo del 2021 (con una crescita del 76%), quando i fenomeni registrati erano stati 273.

Secondo l’Osservatorio di Exprivia il settore Finance – che comprende dagli istituti bancari alle assicurazioni, alle piattaforme di criptovalute – pur registrando un trend in diminuzione rispetto al trimestre precedente, rimane quello maggiormente bersagliato dagli attaccanti, con 177 casi rilevati tra luglio e settembre. Al secondo posto il settore Software/Hardware, quindi società ICT, di servizi digitali, piattaforme di e-commerce, dispositivi e sistemi operativi, con 71 casi contro i 130 del trimestre precedente. Questo settore conferma un incremento a settembre, in concomitanza con la ripresa delle attività economiche e commerciali.

Il settore Industria si conferma al terzo posto con 55 casi, mentre la Pubblica Amministrazione resta in linea con il trimestre precedente (48 casi) segnando un significativo trend al ribasso nell’andamento dei fenomeni, mentre primeggiava durante la fase più acuta della pandemia di Covid-19.

Tra luglio e settembre torna al primo posto tra le tecniche di attacco il phishing/social engineering con 248 casi, confermando però un trend discendente nel corso dell’anno. Seguono i malware, ossia vettori di attacco volti a sottrarre informazioni sensibili (172 casi, in diminuzione del 45% rispetto al trimestre precedente) mentre gli attacchi DDOS (malfunzionamento o interruzione dei servizi informatici) passano dai 112 casi del secondo trimestre a un solo caso registrato nei mesi estivi.

Dal report di Exprivia emerge, inoltre, che in Italia i dispositivi IoT sono cresciuti del 6% e i nuovi indici elaborati dall’Osservatorio evidenziano un forte recupero del Sud nel rapporto tra dispositivi sicuri e non. Migliora anche il rapporto tra servizi digitali analizzati e vulnerabilità identificate su tutto il territorio nazionale, con maggiore intensità al Nord, che mantiene comunque un ritardo rispetto al Centro-Sud poiché i servizi digitali a disposizione del cittadino continuano a essere maggiormente presi di mira dagli hacker.

Ai dispositivi analizzati (come telecamere di video sorveglianza o stampanti), si aggiungono all’analisi dell’Osservatorio quelli medicali, dei quali solo l’8,6% è vulnerabile, risultando quindi meno a rischio rispetto agli altri.

“Nell’ultimo trimestre si riscontra una maggiore consapevolezza del Sud sui danni che può provocare una inefficace gestione della sicurezza dei dispositivi IoT – prosegue Domenico Raguseo – rispetto a quanto evidenziato in precedenza. Questo ci fa ben sperare anche sul lavoro dell’Osservatorio, che mira proprio a sensibilizzare su temi legati alla cultura della sicurezza informatica, non solo delle imprese ma anche degli ecosistemi individuali”.

Exprivia, che recentemente ha ottenuto la certificazione Cybersecurity Made in Europe assegnata dal Comitato Nazionale per la Ricerca in Cybersecurity e promossa dall’European Security Organization (ECSO), ha presentato il report nell’ambito dell’‘Apulia Cybersecurity Forum’, quattro giorni di eventi organizzati dal gruppo ICT sul tema della sicurezza informatica.

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Industria 4.0, il punto di contatto tra cybersecurity e sicurezza sul lavoro

La cybersecurity è essenziale per garantire sicurezza in un moderno ambiente di lavoro industriale. Negli ultimi decenni la sicurezza sul lavoro ha assunto un’importanza sempre maggiore, tanto da diventare una questione vitale dal punto di vista etico e legale, per responsabili e consigli di amministrazione. Grazie a questa attenzione, il costante miglioramento della sicurezza sul lavoro ha portato a una continua riduzione degli incidenti sul lavoro. Ad esempio, negli Stati Uniti, tra il 2000 e il 2020, il numero di lavoratori è aumentato del 9% e il numero di decessi legati al lavoro è diminuito del 22%,1 con una tendenza senza dubbio molto positiva. I luoghi di lavoro industriali, come il manifatturiero, servizi pubblici e risorse, hanno fatto un ulteriore passo avanti e reso la sicurezza sul lavoro una parte fondamentale della propria cultura organizzativa, tanto che in questi settori è comune che tutti i dipendenti assumano un ruolo attivo nel garantire un luogo di lavoro sicuro.

Come la sicurezza sul lavoro, anche la cybersecurity sta seguendo una traiettoria di crescita simile, diventando una delle principali preoccupazioni dei consigli di amministrazione e dei team manageriali. Infatti, Gartner prevede che entro il 2025, il 40% dei consigli di amministrazione avrà un comitato dedicato alla cybersecurity sotto il suo diretto controllo., in crescita rispetto alla percentuale attuale, pari a meno del 10%.2 Non c’è da sorprendersi, perché sfruttando l’automazione robotica intelligente e guidata dai dati, l’Industria 4.0 sta creando un nuovo paradigma negli ambienti industriali che deve accompagnarsi a un nuovo approccio alla sicurezza sul posto di lavoro. Questo significa adottare un approccio ponderato e strategico alla cybersecurity.

Sicurezza e nuovo ambiente di lavoro industriale

Un tempo le macchine industriali erano macchinari pesanti dotati di elettronica incorporata. L’Industria 4.0 ha dato vita ai robot industriali, essenzialmente computer con macchinari collegati. Si prevede che l’uso dei robot negli ambienti industriali crescerà nei prossimi anni, fino a diventare onnipresente nelle organizzazioni di questo settore e questi dispositivi diventeranno sempre più autonomi grazie all’intelligenza artificiale e molto più mobili, convivendo e lavorando a fianco dei lavoratori umani.

Poiché robot e persone lavorano a stretto contatto, aumenta il rischio che un robot industriale possa causare danni all’uomo. Dal punto di vista della cybersecurity, i robot industriali devono essere trattati come qualsiasi altra risorsa informatica e devono essere sicuri nella progettazione e nel funzionamento. L’Industria 4.0 è il punto di contatto tra sicurezza sul lavoro e cybersecurity, con quest’ultima che rappresenta ora un requisito fondamentale per un ambiente di lavoro industriale sicuro e moderno.

Un luogo di lavoro industriale sicuro è anche cyber protetto

Vi sentireste tranquilli a guidare un veicolo autonomo a 150 chilometri all’ora se sapeste che la sua sicurezza informatica è stata compromessa? Allo stesso modo, vi sentireste sicuri a lavorare con un robot industriale non del tutto sicuro? Gartner prevede che “entro il 2025, gli attaccanti informatici avranno “armato” gli ambienti tecnologici operativi (industriali) per danneggiare o uccidere con successo gli esseri umani”.3 La necessità di sicurezza IT negli ambienti di lavoro industriali non è mai stata così importante come oggi. I dirigenti aziendali hanno la responsabilità di fornire un luogo di lavoro sicuro e, in un mondo Industria 4.0, ciò equivale a un luogo di lavoro sicuro dal punto di vista informatico. L’Industria 4.0 può adottare le seguenti misure per garantire la sicurezza dei propri sistemi autonomi:

  • Promuovere le responsabilità e la loro condivisione. Le organizzazioni dell’Industria 4.0 devono avere la proprietà e la responsabilità della cybersecurity, a partire dal consiglio di amministrazione. Solitamente, avranno un Chief Information Security Officer con il mandato di gestire i rischi di cybersecurity e creare una cultura consapevole della sicurezza, che deve essere considerata una priorità e inserita in ogni decisione.
  • Ricercare la massima visibilità. Visualizzare tutto quello che si possiede è essenziale per identificare la vasta gamma di dispositivi IoT e robotici presenti nei moderni ambienti industriali. Un dispositivo non può essere protetto finché non viene identificato. Inoltre, una visibilità continua fornisce un monitoraggio costante del comportamento del dispositivo per identificare attività anomale e potenzialmente dannose.
  • Sfruttare la microsegmentazione. Segmentare l’infrastruttura in più aree permette di isolare e proteggere meglio ogni sistema industriale. L’utilizzo di un firewall di nuova generazione per ridurre la superficie di attacco di ciascun sistema industriale diminuisce drasticamente la probabilità di compromissione del sistema e di spostamento laterale dell’attore della minaccia tra i sistemi.
  • Rendere Zero Trust lo standard. Adottare Zero Trust, un approccio strategico alla sicurezza informatica che protegge un’organizzazione eliminando la fiducia implicita e convalidando continuamente ogni fase dell’interazione digitale. Per garantire le diverse tecnologie e la natura dinamica dell’Industria 4.0 sarà meglio adottare l’approccio incentrato sui dati e sulle risorse per un’architettura di sicurezza che Zero Trust comporta.

Man mano che i robot industriali diventano onnipresenti e la loro mobilità consente la coabitazione sul posto di lavoro con le persone, la cybersecurity sarà considerata una base essenziale per la sicurezza sul posto di lavoro. Di conseguenza, l’Industria 4.0 deve iniziare a trattare la cybersecurity come un problema di sicurezza sul lavoro e allineare i programmi di security e safety per ridurre i rischi.

Note

1. “Work-related Fatality Trends,” National Safety Council, 2021.
2. “Gartner Predicts 40% of Boards Will Have a Dedicated Cybersecurity Committee by 2025,” Gartner, January 28, 2021.
3. “Gartner Predicts By 2025 Cyber Attackers Will Have Weaponized Operational Technology Environments to Successfully Harm or Kill Humans,” Gartner, July 21, 2021.

A cura di Umberto Pirovano, Senior Manager Systems Engineering di Palo Alto Networks

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L’importanza del DevSecOps nella Blockchain, nei protocolli e nelle applicazioni decentralizzate

La sicurezza è sempre stata uno degli aspetti più importanti dell’informatica e oggi molte organizzazioni e i loro sviluppatori adottano una mentalità orientata alla sicurezza nella realizzazione delle applicazioni. Questi principi e azioni sono spesso descritti collettivamente come “DevSecOps”, che comprende l’intera cultura e l’approccio alla sicurezza delle applicazioni. DevSecOps sta per sviluppo, sicurezza e operations. L’obiettivo è incorporare una mentalità orientata alla sicurezza in tutti gli aspetti della tecnologia e dell’infrastruttura informatica.

Uno dei mercati più nuovi ed entusiasmanti dell’information technology è quello della blockchain, che si presenta come un gigantesco ecosistema di protocolli e applicazioni decentralizzate, che mirano a portarci in una versione aggiornata del web, quella che molti definiscono web3.

Che cos’è il web3 e che cos’è esattamente un’applicazione decentralizzata?

Il termine web3 comprende vari concetti che si concentrano sugli aspetti dell’architettura delle applicazioni e dell’esperienza utente:

  • Decentralizzazione
  • Apertura
  • Immutabilità
  • Programmabilità
  • Trasparenza

Questi concetti fondamentali mirano a restituire agli utenti il controllo della propria identità utilizzando la crittografia a chiave pubblica e a far crescere l’adozione dell’economia peer-to-peer attraverso varie meccaniche e protocolli blockchain. Molte blockchain e i protocolli che le circondano possono elaborare transazioni avanzate e gestire lo stato utilizzando contratti intelligenti che vengono eseguiti all’interno di ambienti virtualizzati isolati.

Questi vengono poi sincronizzati tra tutti i nodi della rete attraverso un meccanismo chiamato algoritmo di consenso. Si tratta di un meccanismo che consente agli utenti o ai nodi di coordinarsi in un ambiente distribuito, per garantire che tutti i nodi del sistema possano concordare su un’unica source of truth, anche se alcuni agenti falliscono. Inoltre, molte blockchain operano in modo censorship-resistant, mantenendo i loro protocolli aperti e senza restrizioni.

Come si presenta la struttura?

L’architettura basata su DevSecOps presenta un rischio intrinseco, in quanto la colonna portante della rete è tipicamente alimentata da una criptovaluta digitale basata su token e solitamente ha un valore economico. Questi token sono conservati in indirizzi, generalmente memorizzati in conti di proprietà esterna o all’interno di smart contract. Inoltre, poiché la sicurezza è gestita anche grazie all’uso della crittografia a codice pubblico, ogni indirizzo della rete è soggetto ad attacchi.

Il bilancio di ciascun account è condiviso in rete su un registro, conosciuto come libro contabile pubblico, visibile a chiunque, il che lascia una finestra aperta agli hacker per colpire utenti o contatti specifici. Ciò rende la privacy e l’anonimato un aspetto particolarmente importante per la blockchain. Spesso gli individui, che gestiscono questi conti, sono bersaglio di attacchi o ricevono troppa credibilità e possono agire in modo illecito:

  • Social Engineering
  • Trust o codici di accesso gestiti in modo inadeguato
  • Appropriazione indebita e frode
  • Truffe

Inoltre, la portata tecnologica di queste varie tipologie di blockchain, protocolli e applicazioni decentralizzate è già ampia e in rapida crescita. È quindi importante riflettere sulle implicazioni per la sicurezza di questo ecosistema in veloce espansione. Tutto ciò che è costruito con un concetto essenziale di decentralizzazione si riferisce a uno scenario più ampio e quindi a numero maggiore di possibilità di attacchi che devono essere attentamente analizzati e messi in sicurezza.

Ecco alcuni punti che vale la pena considerare quando si verifica la sicurezza delle applicazioni decentralizzate e dell’infrastruttura tecnologica:

  • Blockchain di livello 1 (Bitcoin ed Ethereum)
  • Blockchain di livello 2 (Sidechain e Rollup)
  • Smart contract
  • Compilatori
  • Portafogli software
  • Portafogli hardware
  • Client blockchain (minatori e validatori)
  • Borse depositarie (centralizzate)
  • Scambi DeFi (decentralizzati)
  • Fornitori
  • Mercati (NFT)

Attacchi frequenti negli smart contract

Quando si parla di DevSecOps nel ciclo di vita dello sviluppo di un’applicazione, in genere ci si riferisce allo sviluppo guidato dalla sicurezza. Questo è anche comunemente noto come l’atto di “spostare la sicurezza a sinistra” (shifting security left). È uno degli aspetti più importanti della cultura DevSecOps, perché inizia con gli sviluppatori che pensano alla sicurezza come codice. Poiché gli smart contract basati su blockchain possono immagazzinare valore e agire come una banca, ciò rende il codice al loro interno estremamente vulnerabile agli attacchi e deve essere scritto tenendo conto di una sicurezza rigorosa.

Abbiamo assistito a diversi hack che hanno preso di mira gli smart contract e le vulnerabilità sono solitamente incentrate sullo sfruttamento del codice. Una delle più grandi violazioni della storia ha avuto luogo l’anno scorso, quando Poly Network, un protocollo cross-chain, ha riferito che un aggressore ha violato uno smart contract, trasferendo l’equivalente di 610 milioni di dollari USA spostando vari beni ad indirizzi di portafogli esterni controllati dall’hacker.

Le vulnerabilità dello sviluppo di smart contract sono numerose, ma alcuni degli attacchi più frequenti sono:

  • Underflow e Overflow – In genere si verificano quando le operazioni aritmetiche fanno sì che i numeri interi senza segno raggiungano la dimensione massima del byte, causando un “avvolgimento” del valore che potrebbe provocare un comportamento imprevisto nella logica aziendale dell’applicazione.
  • Rientranza del contratto – L’azione di sfruttare un contratto rientrando più volte, dove l’attaccante di solito preleva più fondi di quelli consentiti.
  • Transaction Front Running – Si riferisce al processo in cui qualcuno utilizza la tecnologia o il vantaggio di mercato per ottenere una conoscenza preventiva delle transazioni imminenti.
  • Segreti mal gestiti.
  • Controllo degli accessi mal implementato.

Cosa si può fare per spianare il terreno?

  • Costruire una cultura orientata alla sicurezza, i concetti di DevSecOps sono un ottimo punto di partenza per le organizzazioni che vogliono costruire una cultura della sicurezza.
  • Eseguire audit. Le verifiche conferiscono una nuova prospettiva sulla logica dell’applicazione e sui processi operativi, aiutano ad infondere fiducia nel codice e negli utenti dell’applicazione. MythX e Slither, ottimi strumenti per la verifica degli smart contract di Ethereum.
  • Offrire bug bounty ed eseguire pen-test crowd sourced. La sicurezza basata sul crowd sourced è un metodo comprovato per contribuire a rafforzare la vostra impronta di sicurezza. Inserendo la vostra azienda in programmi di bug bounty ed eseguendo test di penetrazione delle vostre applicazioni e infrastrutture, sarà possibile essere all’avanguardia rispetto a vulnerabilità e hacking.
  • Adottate una strategia open source. La trasparenza della vostra applicazione è importante in una tecnologia come la blockchain, perché consente ai partecipanti di scegliere in base alla verifica e agli audit del vostro codice. Inoltre, la presenza di componenti open source consente una maggiore responsabilità del progetto in un contesto di comunità.
  • Implementare la firma multipla per le operazioni amministrative. L’implementazione di smart contract che adottano un’architettura a firma multipla per le funzioni amministrative come il trasferimento di proprietà, fondi e altre operazioni critiche fornirà un ulteriore livello di sicurezza alla vostra applicazione.

Conclusione

Blockchain, applicazioni decentralizzate e i vari protocolli che le circondano stanno crescendo rapidamente. Questi nuovi ed entusiasmanti modi di distribuire le applicazioni hanno il potenziale per sconvolgere molti settori diversi fra loro. Tuttavia, è fondamentale concentrarsi su una mentalità orientata alla sicurezza e implementare una cultura DevSecOps ove possibile.

Ulteriori letture

Il primo passo nella blockchain dovrebbe essere leggere il whitepaper associato al protocollo che si sta costruendo.

Studiate gli hack e le vulnerabilità, arrivando persino a provare a riprodurre l’hack nel vostro ambiente di sviluppo.

Per imparare la sicurezza su Ethereum, consiglio i programmi CTF, in cui le fragilità sono nascoste in programmi o siti web volutamente vulnerabili per insegnare i fondamenti della sicurezza.

A cura di Kevin Jones, Senior Product Manager per NGINX, F5

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L’agenzia per l’energia atomica dell’Iran è stata hackerata


L’agenzia per l’energia atomica dell’Iran è stata hackerata: lo ha reso noto l’organizzazione stessa. A essere colpito è stato un server email di una delle sue filiali.

L’attacco è stato opera di un gruppo iraniano chiamato Black Reward per riportare l’attenzione sulle proteste nel paese in seguito alla morte di Mahsa Amini.

Dopo 16 giorni di manifestazioni, che hanno portato a morti sia tra i contestanti che tra le forze di sicurezza, il gruppo di hacktivisti ha minacciato su Twitter di rilasciare diversi documenti sensibili riguardanti i piani operativi di Tehran e di diverse centrali nucleari, in particolare quella di Bushehr.

La richiesta del gruppo era di rilasciare tutti i prigionieri politici, di coscienza e tutte le persone arrestate nelle recenti proteste.

Iran agenzia energia atomica

Il governo del paese e l’organizzazione per il nucleare hanno deciso di non rispondere all’ultimatum e, 24 ore dopo, il gruppo ha pubblicato alcuni file. Tra essi ci sono mappe delle centrali, video del sito nucleare, le buste paga di alcune dipendenti e accordi energetici con partner nazionali e internazionali. Si tratterebbero di informazioni ottenute tramite scambi di email tra dirigenti e dipendenti della centrale.

Il gruppo è attivo anche su Telegram e proprio sul suo canale ha pubblicato altro materiale tecnico e link a scambi di email interne all’agenzia.

L’agenzia per l’energia atomica dell’Iran, pur avendo confermato l’attacco, ha minimizzato le conseguenze, affermando che si tratta di documenti tecnici di poca importanza e di normali scambi di email.

Secondo l’organizzazione l’attacco è stato eseguito “in preda alla disperazione” per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media.

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