WithSecure scopre una falla nella crittografia di Office 365


WithSecure, conosciuta anche come F-Secure, un’azienda finlandese di software per la sicurezza informatica, ha individuato una falla nella crittografia dei messaggi di Office 365.

OME (Office 365 Message Encryption) è il servizio di crittografia per le email di Office, inviate sia all’interno che all’esterno del proprio network. La vulnerabilità è dovuta all’implementazione di Electronic Codebook (ECB), conosciuta per soffrire della perdita di informazioni strutturali dai messaggi.

Un attaccante in grado di sfruttare la falla nella crittografia di Office 365 può accedere all’intero contenuto dei messaggi. L’attaccante può agire anche offline: questo significa che potrebbe compromettere anche i messaggi precedenti.

La vulnerabilità di ECB sta nel fatto che ogni blocco di cifratura viene criptato individualmente e i diversi blocchi di una stessa email vengono codificati sempre con la stessa chiave; questo significa che ogni blocco che contiene la stessa sequenza di dati produce lo stesso blocco cifrato.

Falla crittografia Office 365

Essendo così semplice, questa tecnica rivela informazioni sulla struttura del messaggio cifrato. Un attaccante che ha un numero sufficiente di email OME può individuare i pattern ripetuti e ricavare parte del o tutto il contenuto del messaggio.

““Gli attaccanti che riescono a mettere le mani su più messaggi possono utilizzare le informazioni BCE trapelate per carpire il contenuto crittografato. Con un numero maggiore di email questo processo diventa più semplice e accurato, quindi è un’operazione che gli attaccanti possono eseguire dopo essere riusciti ad accedere ad archivi di email rubati durante un data breach, oppure introducendosi nell’account di posta elettronica di qualcuno, nel server di posta elettronica o ottenendo l’accesso ai backup” ha detto Harry Sintonen, il ricercatore di WithSecure che ha scoperto il problema.

WithSecure ha condiviso con Microsoft i risultati della sua ricerca, ma l’azienda, pur comprendendo i rischi, ha deciso di non modificare l’implementazione. 

L’unica cosa che possono fare gli utenti, quindi, è non utilizzare il metodo OME, anche se questo non serve a proteggere le vecchie email scambiate con quel tipo di crittografia.

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CISA individua nuove vulnerabilità per Advantech e Hitachi


La Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA), agenzia governativa statunitense, ha individuato nuove vulnerabilità nei prodotti di Hitachi Energy e di Advantech. I bug sono stati classificati come critici.

Tre delle vulnerabilità individuate riguardano R-Seenet, un software di Advantech che monitora lo stato dei router Conel. Due di queste hanno a che fare con falle di buffer overflow e permettono a un attaccante di eseguire codice remoto. I bug sono presenti nelle versioni 2.4.17 e in quelle precedenti.

L’altra vulnerabilità è più trasversale ed è presente già dalla versione 2.4.19. Se sfruttata un attaccante è in grado di cancellare file PDF dai sistemi target sfruttando codice PHP esposto.

CISA vulnerabilità

La situazione è ben peggiore per Hitachi, in particolare per il suo sistema APM – Asset Performance Management, un software per il monitoraggio delle performance e la gestione delle risorse del sistema: si parla di circa 30 vulnerabilità, molte delle quali già notificate a dicembre 2021. Le versioni impattate sono la 1.0, la 2.0 e la 3.0.

Il bug è presente in alcune componenti open source, come OpenSSL, LibSSL, libxml2 e GRUB2, un bootloader per le distribuzioni Linux molto usato.

Il software è usato da molte aziende del settore energetico per gestire i trasformatori. Le decine di vulnerabilità notificate da CISA permettono agli attaccanti di bloccare interi sistemi e di conseguenza tutto il flusso operativo. Per ora l’unica soluzione è aggiornate il software alla versione 4.0.

Hitachi Energy e Advantech non sono le uniche aziende che soffrono di vulnerabilità. Dall’inizio dell’anno CISA ha individuato 681 bug di sicurezza e il 40.7% di essi è considerato critico. Se da una parte le organizzazioni devono investire su sistemi di sicurezza per proteggersi dalle minacce, dall’altra parte è necessario che i fornitori di software si impegnino a rendere più sicuri i loro prodotti.

Non sempre, infatti, le aziende possono aggiornare interi sistemi, o perlomeno non in breve tempo. Gli attaccanti potrebbero nel frattempo approfittare delle vulnerabilità conosciute.

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Gli aeroporti italiani alzano le cyber difese

Si conclude presso il Centro di controllo d’area di ENAV, la società che gestisce il traffico aereo civile in Italia, l’evento dedicato al Progetto in materia di cybersecurity ITAIR ISAC (Italian Airports Information Sharing Analysis Center), il Centro di condivisione e analisi delle informazioni in ambito cyber per mitigare e contrastare gli attacchi informatici.

Il progetto, realizzato da Assaeroporti in qualità di project leader, vede la partecipazione attiva del Gruppo ENAV, di SEA Aeroporti di Milano, dell’Aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna, di SACBO Aeroporto di Bergamo e di SAGAT Aeroporto di Torino.

Essere parte di una comunità di information sharing che coinvolge molteplici attori a livello nazionale e internazionale. Questa la base dell’iniziativa, avviata nel 2020 grazie ai finanziamenti erogati dall’HaDEA, la European Health and Digital Executive Agency della Commissione europea, nell’ambito del Programma Connecting Europe Facility 2014-2020.

Con il progetto sono state, inoltre, gettate le basi per il primo Centro ISAC in Italia nel settore dell’aviazione civile, attraverso il quale sarà possibile raccogliere e condividere informazioni real-time personalizzate rispetto ai bisogni degli utenti, incrementare la visibilità sui rischi informatici e aumentare la conoscenza e la consapevolezza del panorama delle minacce emergenti e future.

Sarà così facilitato il processo di arricchimento delle informazioni condivise nella Community e saranno migliorate le capacità di prevenzione, identificazione e mitigazione degli attacchi informatici.

In apertura dell’incontro, rivolto agli operatori del comparto, sono intervenuti Valentina Menin, Direttore Generale di Assaeroporti, e Costantino Fiorillo, Direttore Generale per gli aeroporti, il trasporto aereo e i servizi satellitari del MIMS, designato quale Autorità NIS nel settore dei trasporti.

Sebastiano Veccia, Direttore Safety e Security di ENAC ha dato avvio ai lavori del tavolo tecnico. Nel corso della sessione, che ha visto, tra gli altri, la partecipazione di Francesco Di Maio, Responsabile della Security del Gruppo ENAV, sono stati illustrati gli obiettivi, le diverse fasi di sviluppo e i risultati del progetto ITAIR ISAC, che rappresenta una prima importante tappa per rafforzare la cyber resilienza nel settore dell’aviazione civile.

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Guida per difendersi dal phishing

Fra le minacce informatiche più conosciute e diffuse rientra senza dubbio il cosiddetto “phishing”, ossia l’invio di e-mail di massa progettate per raccogliere credenziali da un ampio gruppo di persone. La logica di base è che se un criminale riesce a raggiungere un numero sufficiente di persone con una campagna di phishing, statisticamente qualcuno “abboccherà all’amo”. Un tranello insomma collaudato, contro il quale Cisco ha formulato una vera e propria GUIDA articolata in 5 consigli per prevenire e contrastare questo fenomeno.

Prima di vederla, cerchiamo di comprendere come funziona nel dettaglio il phishing moderno. I passaggi fondamentali sono:

  1. Tutto inizia con una e-mail o un’altra comunicazione fraudolenta (ad esempio un SMS) nella quale il mittente sembra essere affidabile, inviata allo scopo di attirare una vittima
  2. Se l’inganno riesce, la vittima viene persuasa a fornire informazioni riservate, spesso su un sito web truffa.
  3. Qualche volta, nel computer del malcapitato viene anche scaricato un malware.

Quali sono i pericoli degli attacchi di phishing?

A volte ai criminali informatici è sufficiente ottenere informazioni sulla carta di credito o su altri dati personali della vittima a scopo di lucro. Altre volte, le e-mail di phishing vengono inviate per rubare le credenziali di accesso dei dipendenti o altre informazioni utili a sferrare un attacco più sofisticato contro un’azienda specifica. Attacchi informatici come il ransomware o minacce avanzate persistenti (APT) spesso iniziano proprio con il phishing.

Come sensibilizzare gli utenti nei confronti degli attacchi di phishing?

Un modo per proteggere la propria organizzazione dal phishing è una adeguata formazione specifica che coinvolga tutti i dipendenti, compresi i dirigenti di alto livello che spesso sono essi stessi un obiettivo. È importante insegnare loro come riconoscere una e-mail di phishing e cosa fare quando ne ricevono una; altrettanto fondamentali sono gli esercizi di simulazione per valutare come i dipendenti reagiscono a un attacco di phishing nelle sue diverse fasi.

I vari tipi di phishing

Spear phishing

Lo spear phishing prende di mira singoli individui e non un gruppo di persone. I criminali informatici spesso cercano le loro vittime sui social media o su altri siti, in questo modo è più semplice personalizzare le comunicazioni affinché sembrino autentiche. Lo spear phishing è spesso il primo passo per superare le difese di un’azienda e realizzare un attacco mirato.

Whaling

Parliamo di whaling quando gli attaccanti prendono di mira un “pesce grosso”, ad esempio un CEO. Spesso questi criminali trascorrono molto tempo a profilare il bersaglio, per trovare il momento e i mezzi opportuni con cui sottrarre le credenziali di accesso. Il whaling è un attacco particolarmente critico, poiché i dirigenti di alto livello hanno accesso a numerose informazioni aziendali.

Pharming

Analogamente al phishing, il pharming dirotta gli utenti verso un sito web fraudolento che sembra perfettamente in regola. Tuttavia, in questo caso, le vittime non devono nemmeno fare clic su un link malevolo per accedere al sito fasullo. Gli attaccanti possono infettare il computer dell’utente o il server DNS del sito e reindirizzare l’utente a una pagina web fittizia anche se è stato digitato l’URL corretto.

Deceptive phishing

Il deceptive phishing, letteralmente phishing ingannevole, è il tipo di phishing più comune. In questo caso, un attaccante tenta di ottenere dalle vittime informazioni riservate da utilizzare per rubare denaro o lanciare altri attacchi. Una e-mail falsa proveniente da una banca che chiede di fare clic su un link e verificare i dettagli del proprio conto corrente è un esempio molto comune di deceptive phishing.

La GUIDA CISCO contro il PHISHING

1. Implementare un solido processo di autenticazione

L’autenticazione a più fattori (MFA) riduce significativamente il rischio di accesso non autorizzato ai dati, ma non tutti i metodi di autenticazione sono uguali. L’utilizzo di chiavi di sicurezza WebAuthn o FIDO2 offre il massimo livello di garanzia per un accesso sicuro. Inoltre, un ulteriore livello di sicurezza potrebbe essere la richiesta di inserire un codice univoco dal dispositivo di accesso nell’app Duo Mobile.

2. Ridurre la dipendenza dalle password con il Single Sign-On (SSO)

Il Single sign-on consente al contempo l’accesso continuo a più applicazioni con un solo set di credenziali. Con un minor numero di credenziali da ricordare, gli utenti sono meno propensi a riutilizzare o creare password deboli che possano essere facilmente prese di mira dai criminali informatici.

3. Creare e mantenere aggiornato un inventario dettagliato dei dispositivi

È difficile impedire l’accesso da dispositivi di cui non si è a conoscenza. La visibilità di tutti i dispositivi che accedono alle varie risorse è il primo passo per garantire che ogni tentativo di accesso sia legittimo.

4. Applicare i criteri di accesso adattivi

È cruciale garantire che gli utenti giusti, con i dispositivi giusti, accedano alle applicazioni giuste. Perciò si rende necessaria la creazione di policy di sicurezza granulari attraverso cui è possibile applicare un modello di accesso a privilegi minimi e consentire che gli utenti e i loro dispositivi soddisfino standard rigorosi prima di poter accedere alle risorse critiche.

5. Monitoraggio continuo di attività di accesso insolite

L’utilizzo dell’analisi comportamentale può rivelarsi fondamentale nel monitorare i modelli di accesso unici degli utenti. Questa pratica aiuta a individuare le attività sospette e a bloccare le violazioni prima ancora che si verifichino.

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74% say connected cars and EV chargers need cybersecurity ratings

74% say connected cars and EV chargers need cybersecurity ratings
Aurich Lawson | Getty Images

Almost 3 in 4 people think that connected cars and electric vehicle chargers should be rated for their ability to resist cybersecurity threats. That’s the finding from a survey conducted last week by Blackberry to see whether people consider Internet-connected devices (also known as the Internet of Things) to be secure from hacking threats.

The survey was commissioned in response to a new White House initiative announced on Wednesday. The Biden administration plans to launch a labeling program for IoT devices in 2023, similar to the EnergyStar ratings that tell consumers how much electricity a TV or appliance will use.

The White House wants the National Institute of Standards and Technology and the Federal Trade Commission to come up with a basic set of security standards so that Americans can tell at a glance whether that new speaker or washing machine is in danger of joining a botnet or getting hit with ransomware.

Perhaps alarmingly for Ars readers, only 54 percent of the 1,008 people surveyed said they are concerned about Internet-connected devices in their homes being hacked. And just 32 percent said they own IoT devices that they do not let access the Internet due to security concerns. But 82 percent agreed that a cybersecurity rating like EnergyStar would make them feel more informed about connected devices.

Blackberry also asked, “Do you think a cybersecurity/’star rating’ system should be extended to connected cars and electric vehicle charging stations?” Overwhelmingly, respondents did, with 74 percent agreeing with that statement.

There’s no indication yet that the White House, NIST, or the FTC plan to include connected cars or EV chargers in the new labeling scheme, but there’s probably a better chance of that happening than every connected car being fitted with a physical kill switch to disconnect it.

https://arstechnica.com/?p=1891490




Ransomcloud: un nuovo vettore di minaccia in crescita

Era solo questione di tempo prima che i gruppi di ransomware venissero attratti dai preziosi dati aziendali nel cloud. Con nuove tattiche malware stanno sfruttando vulnerabilità specifiche del cloud come Log4J per infettare e rubare i dati aziendali nel cloud, un trend definito ransomcloud. Le aziende devono rafforzare la resilienza informatica dei propri ambienti multicloud, migliorare la capacità di identificare i segnali di attacco e, se necessario, essere in grado di ripristinare i dati rapidamente.

Gli esseri umani hanno un bisogno profondo di dare un nome alle cose. La nascita del termine “ransomcloud” per descrivere un nuovo fenomeno malware è un riflesso diretto di quanto questo nuovo tipo di minaccia informatica si sia evoluto nel tempo. Nel cloud ci sono più dati che mai e non è una sorpresa che gruppi di criminali informatici siano intenzionati a mettere le mani su queste informazioni.

Molte organizzazioni utilizzano oggi il cloud per archiviare dati chiave, sensibili e fondamentali per il business. Società di analisi come IDC ipotizzano che entro il 2025 saranno memorizzati zettabyte di dati. Secondo IDC, le aziende che hanno abbracciato la trasformazione digitale utilizzano i dati per sviluppare soluzioni nuove e innovative per l’impresa del futuro e il maggiore utilizzo delle tecnologie cloud ha contribuito a una crescita più rapida dei dati. Questa crescita nell’uso del cloud va di pari passo con l’aumento degli ambienti multicloud. Il rapporto 2022 State of the Cloud di Flextra ha rilevato che l’89% delle organizzazioni ha una strategia multicloud.

Non è difficile capire perché le soluzioni multicloud destino l’interesse delle imprese. La possibilità di combinare servizi di cloud pubblico, cloud privato e on-premises consente alle organizzazioni di personalizzare i servizi e di metterli a punto per ottenere la soluzione migliore per le loro esigenze. Con un maggior numero di opzioni tra cui scegliere, le organizzazioni possono assicurarsi di ottenere il miglior rapporto qualità-prezzo e possono adottare nuovi servizi non appena questi si rendono disponibili. Il multicloud viene utilizzato anche come strategia per evitare di vincolarsi a un solo vendor e per tutelarsi da interruzioni o tempi di inattività che potrebbero riguardare un cloud provider, consentendo all’organizzazione di continuare a lavorare.

Sono tutti vantaggi significativi, ma l’uso di una strategia multicloud non è esente da sfide e una di queste è garantire la sicurezza dei dati su diverse piattaforme. Lo studio globale Thales sulla sicurezza del cloud condotto nel 2021 ha rilevato che l’83% delle organizzazioni cripta meno della metà dei propri dati sensibili in ambienti multicloud.

Il ransomware si evolve verso il ransomcloud

Non sorprende che i criminali informatici vedano in un tale volume di dati non protetti un ricco bottino. Se un tempo l’obiettivo era quello di impedire alle organizzazioni l’accesso ai propri dati (crittografati o meno) fino al pagamento di un riscatto, oggi l’attenzione è sempre più rivolta alla “esfiltrazione dei dati”, ovvero al furto dei dati di un’organizzazione.

Una volta che un attaccante entra in possesso dei dati di un’azienda, può farne ciò che vuole: rilasciarli sul dark web, a meno che non venga pagato un riscatto, è una scelta molto comune. Quando l’elenco dei clienti, dei contratti o di altri dati sensibili di un’azienda viene divulgato, ciò provoca effetti a catena: lo shock immediato è seguito da danni alla reputazione, perdita di clienti e potenziali multe per violazione della normativa in materia di protezione dei dati e di altre regole di compliance.

Quasi la metà (46%) dei partecipanti all’indagine di Thales ha dichiarato che la gestione della privacy e della protezione dei dati nel cloud è più complessa che on-premise. Non è difficile capire, quindi, che le aziende considerino la gestione e la protezione dei dati un problema ancora più grave in un ambiente multicloud.

Ridurre il raggio d’azione dei cyberattacchi

È assolutamente necessario che le organizzazioni si proteggano dagli attacchi ransomcloud, trattando il cloud come qualsiasi altro archivio di dati e mantenere un livello alto di sicurezza del backup dei dati. A tal fine, hanno bisogno di una soluzione di data management di nuova generazione, che includa il principio di sicurezza Zero-Trust al centro della propria architettura: un approccio in cui nessun individuo e nessun nodo è esente da controlli e in cui ogni tentativo di accesso ai dati viene verificato e autorizzato o non autorizzato.

Il rilevamento, abilitato dall’Intelligenza Artificiale, è un’aggiunta importante all’approccio Zero Trust. È progettato per ridurre al minimo il rischio di esfiltrazione dei dati con il rilevamento precoce degli attacchi ransomware, identificando le anomalie nei dati di backup analizzati dalla piattaforma.

E insieme al principio Zero-Trust, è fondamentale la crittografia dei dati: perché permettere agli attaccanti di eseguire le attività di esfiltrazione con facilità? Ciò significa garantire che i backup siano crittografati e che possano essere ripristinati rapidamente in caso di violazione.

Le organizzazioni potrebbero anche pensare a una moderna soluzione SaaS di data isolation e recovery, che può svolgere un ruolo fondamentale nel ridurre al minimo l’impatto del ransomcloud. Permette alle aziende di connettersi, archiviare e ripristinare i propri dati in modo semplice in una sorta di “caveau” (vault) nel cloud. Questo tipo di soluzione è progettata per rimanere sicura e fuori dalla portata degli attaccanti malintenzionati grazie a un air gap virtuale, ottenuto attraverso la separazione fisica e l’isolamento della rete e della gestione. Questi dati possono essere recuperati da una moderna soluzione di data isolation, come quella offerta da Cohesity, per tornare alla posizione originale – o in location alternative, compreso il cloud pubblico – così da consentire la continuità aziendale.

L’utilizzo di Zero-Trust, il rilevamento guidato dall’intelligenza artificiale e la data isolation – il tutto attraverso un’unica piattaforma di data management di nuova generazione – possono aiutare un’organizzazione a resistere all’ultima piaga del ransomware, il ransomcloud, senza compromettere la capacità dell’organizzazione di scegliere i servizi più adatti in un ambiente multicloud.

A cura di Manlio De Benedetto, Director System Engineering di Cohesity

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DeadBolt: la polizia tedesca recupera 150 chiavi di decrittazione


La polizia tedesca è riuscita a ottenere le chiavi di decrittazione di 150 vittime colpite dal ransomware DeadBolt. Insieme a Responders.NU, una compagnia che si occupa di risposta agli incidenti di cybersicurezza, la polizia ha recuperato le chiavi senza pagare il riscatto.

Il successo dell’operazione si deve a un metodo ideato dalla compagnia in grado di annullare la transazione di Bitcoin subito dopo aver ottenuto le chiavi, prima che il pagamento vada a buon fine.

Durante il pagamento vengono eseguite un gran numero di transazioni in Bitcoin ed è necessario un po’ di tempo perché si concludano. La compagnia, subito dopo aver ottenuto le chiavi di decrittazione, è riuscita ad annullare il trasferimento di denaro.

La polizia, sfruttando questo metodo, ha ottenuto le 150 chiavi prima che gli hacker si accorgessero di ciò che stava accadendo. Un numero basso rispetto ai 20.000 device colpiti dal Deadbolt, ma comunque soddisfacente. Per ogni dispositivo gli attaccanti avevano chiesto 0.05 Bitcoin, circa 1000 dollari.

DeadBolt Ransomware

Il ransomware colpisce i dispositivi NAS crittografando i dati contenuti in essi. In particolare, gli attaccanti dietro Deadbolt hanno preso di mira i NAS di QNAP, un produttore con sede a Taiwan. Gran parte dei clienti dell’azienda sono stati colpiti dal ransomware e non sono più riusciti ad accedere alla memoria condivisa.

DeadBolt ha iniziato a colpire i NAS di QNAP dallo scorso gennaio, sfruttando una vulnerabilità zero-day dei dispositivi. A febbraio ha cominciato ad attaccare anche i dispositivi di ASUSTOR, azienda filiale di ASUS.

In entrambi i casi la precauzione migliore è quella di scollegare i dispositivi dalla rete per evitare attacchi dall’esterno. Questa soluzione non è però sempre percorribile; si possono comunque seguire alcune buone pratiche, come cambiare le porte predefinite e, come sempre, mantenere aggiornato il firmware dei dispositivi.

Nel caso in cui uno dei NAS fosse colpito dal ransomware occorre spegnerlo e staccarlo subito dalla rete per evitare che infetti altri dispositivi.

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Aruba, piani disaster recovery solo per un’azienda italiana su quattro

Centralità del disaster recovery per le Pmi

Il 73% delle piccole e medie imprese (Pmi) italiane non è dotato di un piano di disaster recovery. Questo è un dato di partenza di massima rilevanza per comprendere quanto sia importante oggi affrontare il tema della cybersecurity a livello enterprise.

Il disaster recovery non va più affrontato come un piano B, ma come una componente basilare da considerare in fase di progettazione. Ripristinare l’accesso e la funzionalità dell’infrastruttura IT a causa di attacchi informatici, interruzioni e guasti, rappresenta per le aziende la soluzione “as a service” più importante da implementare per garantire la propria business continuity.

Secondo l’indagine condotta da BVA Doxa, commissionata dal Gruppo Aruba, poco più di un’azienda su 4 è dotata di un piano di disaster recovery, con un’incidenza leggermente più elevata riscontrata tra le medie imprese (31%). Più incoraggianti i dati legati al segmento degli esercizi pubblici, quali alberghi, ristoranti e bar: in questo settore a disporre di un piano di disaster recovery è il 49% degli intervistati.

Giuntini (Aruba): “Proteggere il sistema, andando oltre il dato”

“Backup e disaster recovery hanno due scopi profondamente diversi ma al contempo complementari. Il primo mira a salvaguardare il dato in seguito a cancellazioni, errori umani o in generale perdita dati. Il secondo protegge il sistema nel suo complesso, compreso il sito di erogazione, garantendo una ripartenza in tempi certi ed in qualunque circostanza, anche a seguito di disastri ambientali o catastrofici, andando quindi oltre il concetto di dato ed includendo invece tutto quello che gli orbita intorno”, ha commentato Lorenzo Giuntini, CTO di Aruba.

“Visti i pericoli, anche potenzialmente disastrosi, a cui si espone un’azienda priva di questi servizi – ha aggiunto Giuntini – la strategia più corretta per la sua tutela è quella di implementare entrambe le soluzioni. Per farlo non esiste un’unica via: la scelta delle soluzioni e delle modalità più adatte passa attraverso un’attenta analisi dei rischi, la classificazione dei dati e la definizione del perimetro di protezione. Solo in questo modo è possibile costruire l’infrastruttura più adeguata a garantire e ad assicurare la continuità operativa aziendale in ogni condizione”.

Quasi 7 pmi italiane su 10 non interessate ai piani per il ripristino dei dati

Stando ai risultati della ricerca, effettata in occasione European Cyber Security Month, la campagna sulla sicurezza informatica promossa in tutta Europa dall’UE per il mese di ottobre volta a promuovere tra i cittadini la consapevolezza sulle cyber minacce e soprattutto la conoscenza dei metodi per contrastarle, il 68% delle Pmi intervistate non è interessato ad introdurre piani per il ripristino dei dati neanche nel lungo periodo. Più in dettaglio, è l’80% delle piccole imprese a non pianificare l’adozione di un sistema di disaster recovery neanche nel prossimo futuro, a fronte del 53% delle medie imprese.

Eppure, come già reso noto in una recente Survey targata BVA Doxa-Aruba, 7 aziende su 100 hanno sperimentato una perdita di dati nel corso degli ultimi anni, subendo in media un downtime di quasi 2 giorni e con danni economici non quantificabili per il 43% degli intervistati.

Nella stessa indagine, Aruba e BVA Doxa avevano rilevato anche come una Pmi su 4 dichiarasse di non disporre neanche di una soluzione di backup; attestando, invece, al 57% la percentuale di aziende dotate di un backup in cloud.

https://www.key4biz.it/aruba-piani-disaster-recovery-solo-per-unazienda-italiana-su-quattro/420254/




The next Ford Mustang won’t be easy to tune; blame cybersecurity

The 2024 Ford Mustang might prove more resistant to modding than any Mustang in the past. The culprit? Modern-day cybersecurity protections.
Enlarge / The 2024 Ford Mustang might prove more resistant to modding than any Mustang in the past. The culprit? Modern-day cybersecurity protections.

People have been tinkering with and modifying vehicles since not long after the invention of the automobile. As an activity, it exploded in the wake of World War II, as surplus machinery mixed with bored young people with a bit of mechanical know-how looking for a bit of a thrill. From hot rods and desert speed racers to the import-tuning scene at the turn of the century, being able to soup up one’s ride has been a core aspect of car enthusiasm. But that may be a thing of the past, if the next Ford Mustang is any indication.

Ford debuted its 2024 Mustang in September. The seventh-generation car doesn’t deviate much from the recipe that made the people’s pony car such a big hit all these years: a two-door body that’s recognizable as a Mustang and a choice of gasoline engines up front that drive the wheels at the back. There’s no hybrid or electrified version—other than the Mustang Mach-E, of course, but that’ll just start a flame war in the comments.

But as you might expect of a car being unveiled in 2022, no previous Mustang has been quite as digital as the incoming model. Advanced driver assists abound, there’s a full digital cockpit, and among its connected features is Amazon Alexa integration.

To be able to do all that, the next Mustang will use Ford’s latest electrical architecture, called FNV (fully networked vehicle), also seen in other new Fords like the aforementioned Mustang Mach-E or the F-150 Lighting. As you might hope, this includes layered protection against cybersecurity threats, and if anomalies are detected—say, an engine with more turbo pressure or a different ECU—things are going to stop working.

In fact, the Mustang’s chief engineer, Ed Krenz, told Ford Authority that tuning the next Mustang would be “much more difficult.” The OEM says it’s open to working with tuners on third-party enhancements for both the EcoBoost and V8 engines, and I’m inclined to believe it; other Ford product lines openly embrace the aftermarket, like the Bronco and its myriad add-ons, as well as the DIY maker crowd, as the Maverick pickup truck proves. But lots of added effort usually means plenty of extra cost.

It is unfortunate that the need to protect vehicles from bad actors with an Internet connection is being met with difficulty working on or modifying them outside of an official repair network or beyond factory specifications. But it’s not the first time that has happened.

In 2020 Massachusetts voted overwhelmingly to extend an existing “right to repair” law that required OEMs to sell proprietary diagnostics and tools to third parties like independent repair shops so that the law also covered connected cars. But it was written in such a way that it requires connected cars or telematics systems to use a standardized open data platform as a way of accessing their online features, with very short notice.

That’s antithetical to the idea of cybersecurity, said a coalition of automakers, as well as the National Highway Traffic Safety Administration, and currently the result is that automakers like Subaru and Kia have simply cut off Massachusetts-registered connected cars from their platforms. Here’s hoping that in the future we can find a way for digital security to coexist with modability.

https://arstechnica.com/?p=1890108




Poste Italiane e l’educazione digitale: il webinar sulla crittografia a tutela dei nostri dati

Poste Italiane lancia il webinar dal titolo “Crittografia: applicazioni pratiche e sviluppi”, in cui verranno illustrati i diversi sistemi di crittografia utilizzati dalle piattaforme, gli strumenti che si possono adottare in prima persona e le attenzioni che occorre avere navigando e interagendo in rete.

Il webinar si inserisce in un contesto sociale sempre più connesso in cui è fondamentale garantire confidenzialità e integrità delle informazioni sensibili, sia personali sia in ambito lavorativo.

Ospite della sessione sarà Nicola Sotira, responsabile in Poste Italiane del CERT-Computer Emergency Response Team, che si occupa della tutela dei dati aziendali attraverso azioni di prevenzione, analisi e protezione dalle minacce informatiche. Ottobre è anche il CyberSecMonth, il mese europeo dedicato alla Cybersecurity, alle attività di sensibilizzazione e difesa contro i rischi della rete.

E’ possibile iscriversi al webinar gratuito dalla sezione web di Educazione Digitale: https://www.posteitaliane.it/it/educazione-digitale.html.

Anche questo webinar colloca l’Azienda come guida per i cittadini nello sviluppo di conoscenze e sempre maggiori competenze tra tecnologia e innovazione.

Le attività possono essere seguite su LinkedIn, Facebook e Twitter attraverso l’hashtag #educazionedigitale, nella sezione web di Educazione Digitale e nella sezione storie di Instagram.

https://www.key4biz.it/poste-italiane-e-leducazione-digitale-il-webinar-sulla-crittografia-a-tutela-dei-nostri-dati/419827/