L’Italia punta sulla sovranità digitale e presenta la Strategia Nazionale di Cybersicurezza. Scarica il documento

“E’ nostra intenzione intensificare i progetti di sviluppo tecnologico per arrivare a disporre di un adeguato livello di autonomia strategica nel settore e quindi garantire la nostra sovranità digitale”.

Sono queste le parole del premier Mario Draghi scritte nella prefazione della nuova Strategia Nazionale di Cybersicurezza 2022-2026 (clicca qui per scaricare il pdf) predisposta dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale e presentata ieri dall’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, Franco Gabrielli e dal direttore dell’Agenzia, Roberto Baldoni.

Un documento di 32 pagine che sottolinea come la sicurezza nazionale di un Paese passa non solo su ottime difese cyber, ma anche per una sempre più necessaria sovranità tecnologica. Per questo l’Italia è pronta ad investire imponenti le risorse: l’1,2% degli investimenti nazionali lordi annui, al netto dei fondi europei e del PNRR (623 milioni di euro).

Gabrielli: “Con Strategia Nazionale di Cybersicurezza un vero cambio di passo“

E’ un “cambio di passo”, lo ha definito Gabrielli, che mira a colmare i ritardi accumulati dal Paese in questo settore e rispondere così a sfide destinate a crescere, come indicano anche i recenti attacchi che hanno colpito siti istituzionali – dal Senato alla Polizia – e che il sottosegretario ha comunque invitato a non enfatizzare:

“Non serve un atteggiamento isterico. Se ogni volta che che c’è un attacco ‘Ddos’ (Denial of service) pensiamo che il Paese è alla mercé di potenze straniere non si capisce il livello di minaccia”, ha spiegato Gabrielli in conferenza stampa. Per Gabrielli è importante che “ciascuno faccia il suo”. E la Strategia mette in chiaro le competenze di tutti i soggetti coinvolti, dai ministeri alle forze di polizia, dalla Difesa all’intelligence che, ha ricordato, “già oggi, a legislazione vigente, gode delle garanzie funzionali e può svolgere attività di contrattacco in campo cyber”.

Mentre l’Agenzia, ha puntualizzato il DG Baldoni, “deve diventare il faro a cui tutti si dovranno interconnettere, ma la gestione degli attacchi non si delega all’Agenzia. Noi forniamo le misure, le linee guida, ma poi ognuno deve adottarle al suo interno. Nella cybersicurezza non si delega”. E per troppo tempo l’impegno dei soggetti sia pubblici che privati sul piano delle difese cyber è stato basso. Ne è nato un deficit strutturale, infrastrutturale ed anche culturale che, hanno convenuto Gabrielli e Baldoni, “non possiamo più permetterci”.

Il documento prende anche in considerazione la minaccia della disinformazione on line che mira a “condizionare/influenzare processi politici, economici e sociali del Paese” e prevede “l’implementazione di un’azione di coordinamento nazionale” per prevenirla. Ricorrendo anche ad “un programma capillare di educazione digitale – da sviluppare anche online – a beneficio della collettività e diretto all’adozione di buone prassi e all’acquisizione di capacità di verificare i contenuti e le informazioni reperite online avendo contezza di quegli indicatori che consentono di identificare le cosiddette ‘fake news’”.

Basta prodotti digitali stranieri: l’Italia deve puntare alla sovranità digitale

C’è infine il capitolo dell’autonomia strategica. L’Italia consuma prodotti digitali prodotti da altri Paesi e ciò la rende vulnerabile, come avviene per l’energia. E’ stata quindi avviato un percorso – che non sarà breve – per liberarsi da dipendenze ‘pericolose’: l’esempio è quello degli antivirus russi Kaspersky, ad esempio.

“Saranno lacrime e sangue – avverte Baldoni – non si crea una fabbrica di microchip dal nulla, c’è un ecosistema intorno da costruire e noi cercheremo di investire sulle tecnologie più promettenti”. A questo scopo sarà creato un Parco nazionale della cybersicurezza e hub delocalizzati sull’intero territorio italiano. Si tratta, indica la Strategia, di un incubatore di capacità e tecnologie, al cui interno giovani talenti e startup possano entrare in contatto con le grandi aziende e con le diverse realtà nazionali che, a vario titolo, operano nel settore. In questo modo si sostiene lo sviluppo e la produzione di software e hardware nazionali da impiegare nelle reti e nei sistemi di maggiore rilevanza strategica”.

Per approfondire e scaricare i documenti ufficiali

https://www.key4biz.it/litalia-punta-sulla-sovranita-digitale-e-presenta-la-strategia-nazionale-di-cybersicurezza-scarica-il-documento/405192/




Cybersecurity: una diagnosi, anche se impietosa, è ormai necessaria

Dal momento che un giorno sì e l’altro pure il nostro Paese è bersagliato da attacchi informatici verso importanti istituzioni (e non senza conseguenze), ritengo sia indispensabile un’analisi razionale della situazione riguardante la cybersecurity per poter procedere nella giusta direzione.

Da qualche anno a questa parte non si fa altro che sottolineare come gli attacchi cyber siano in costante aumento e sia pertanto necessario contrastarli. Ovviamente, va tenuto conto di aspetti contestuali: se negli anni 2020-2021 tra i fattori di crescita degli attacchi cyber veniva additato il Covid, ora è la guerra Russia-Ucraina ad avere un ruolo rilevante, soprattutto per gli attori che stanno intervenendo sul campo.

Il punto però è che non basta analizzare solo quello che fa l’avversario, bisogna anche analizzare cosa manca o cosa non funziona nell’approccio di contrasto dell’avversario. Vale la pena ricordare che nonostante anni di roboanti articoli di giornale, convegni e report in materia di cybersecurity, non solo non abbiamo fatto grandi progressi, ma stiamo perfino peggio.

Primo passo

Qualche giorno fa ho pubblicato un post sul mio profilo Linkedin per richiamare la necessità di un atteggiamento mentale diverso per essere efficaci nella cybersecurity, vale a dire quello che in inglese definiamo come mindset. Questo il testo:

“Urge un esame di coscienza in tema di cybersecurity: come in una relazione terapeutica, per risolvere un problema bisogna prima di tutto riconoscere di averlo, ammettere che non si è grado di gestirlo e trovare la strategia giusta per affrontarlo”.

Il post era di commento ad un articolo apparso sul quotidiano Il Tempo del 5 maggio in cui si evidenziava come a distanza di circa un mese dall’attacco subito dal Ministero della Transizione Ecologica (6 aprile 2022) il problema continuasse a persistere, al punto di bloccare le attività previste dal cronoprogramma del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

A parte l’essere lieta delle molteplici condivisioni del post e dell’apprezzamento ricevuto da parte della community, ribadisco la necessità di un cambiamento di approccio nella gestione della cybersecurity.

Comprendo la difficoltà di ammettere errori e mancanze, ma se non partiamo da questo si continuerà solo a “mettere toppe” qua e là, senza riuscire a costruire una struttura solida per poter affrontare attacchi che, per un motivo o per l’altro, continueranno a crescere in termini di numero e di qualità.

Cybersecurity: recuperare il tempo perso

Si dice che manchino all’appello 100.000 esperti di cybersecurity. Una tale mancanza non solo non è una giustificazione, è ammissione di aver perso tempo prezioso, visto che il problema della cybersecurity non è una scoperta recente. Se l’Italia era stata capace di dotarsi di una strategia nazionale già nel 2013, con la “Direttiva recante indirizzi per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionale” tanto decantata sui quotidiani nazionali, non doveva anche aver contestualmente previsto e pianificato la necessità di preparare fin dal principio figure capaci di lavorare in questo campo?

Lo stesso dicasi per chi ora si sveglia dal letargo e ammette che c’è un problema di cultura della sicurezza: anche qui, fino ad oggi cosa si è fatto? Ne ho parlato in tantissimi articoli nel corso di più di 15 anni, raccogliendo il frutto di ricerche e di esperienze sul campo in un libro dedicato all’argomento pubblicato nel 2020 dalla Springer.

Come spesso sottolineo, la cultura della cybersecurity è un percorso, un processo, non riducibile ad un corso di formazione nel quale viene sciorinato ai dipendenti di un’azienda l’elenco delle cose da fare e da evitare!

La comunicazione

Una riflessione a parte merita poi il discorso comunicazione. Facile comunicare quando si sventano gli attacchi, meno quando vanno a buon fine: ma è proprio in questi casi che la comunicazione può fare la differenza. Negare, far finta di niente o sovrapporsi con ipotesi (a volte anche strampalate) su cosa sia realmente avvenuto non solo crea confusione, ma alimenta l’incertezza. Purtroppo da questo punto di vista c’è ancora molta strada da fare. Saper comunicare l’incertezza, elemento ormai fisiologico del nostro tempo, richiede abilità. Senza contare che anche minimizzare attacchi cyber dichiarandoli blandi o magari solo gesti dimostrativi, ad esempio, non è funzionale ad un’efficace gestione della cybersecurity. Considerata la portata di quello che può accadere meglio stare sempre in allerta.

Gli atteggiamenti

Di questi tempi infine, alcune qualità umane, come la modestia, potrebbero essere di aiuto. Non essendo un’esperta di guerra e di geopolitica, mi limito a riprendere un detto comune secondo cui “vincere una battaglia non significa vincere la guerra”. E quella che si sta combattendo in questo periodo storico è una guerra a tutti gli effetti, anche se con armi diverse, ma potentissime soprattutto in termini di comunicazione. Di conseguenza, meglio lavorare con un profilo basso senza troppi clamori, battaglia dopo battaglia, perché anche l’ego può indurre a commettere errori. Ricordate come agisce l’ingegneria sociale?   

Da ultimo, se si è bravi ad anticipare le minacce e far allertare la popolazione dai media, si dovrebbe anche fornire qualche dettaglio in più, magari pure consigliare le possibili misure di contrasto. Sul tema segnalo un interessante articolo di Red Hot Cyber con riferimento agli attacchi effettuati dal collettivo Killnet/Legion Russia qualche giorno fa verso l’infrastruttura IT del Senato, ben spiegato e con utili consigli pratici.

A distanza di pochi giorni gli attacchi dello stesso gruppo si ripetono verso altre importanti istituzioni dello Stato italiano ma nel frattempo cosa si è fatto?

Cominciamo a porci le domande giuste. Le più scomode sono anche quelle più necessarie.

https://www.key4biz.it/cybersecurity-una-diagnosi-anche-se-impietosa-e-ormai-necessaria/404583/




Rischio Cyber. M. Mesenzani (CyberHub): “Storytelling e psicologia sociale per puntare sui dati e sull’uomo”

Spesso, in ambito di sicurezza, si ritiene di poter sostituire l’intervento umano con l’uso di sofisticati tool di software, in altri casi si riscontrano atteggiamenti all’opposto, di netta opposizione e di esclusivo affidamento all’intervento umano. Ma la tempesta perfetta si ha quando le due cose si uniscono a metà strada; quando i tool di software possono ad esempio essere usati per individuare dei punti deboli dell’intervento umano. Applicare tale soluzione in ambito di sicurezza cyber può rappresentare una marcia in più, proprio perché il settore può far ricorso agli strumenti tecnologicamente più sofisticati, aggredendo il punto di debolezza, l’anello debole della catena: quello del comportamento umano. E questa soluzione la si può applicare in ambito di analisi e valutazione dei dati, di profilazione, di valutazione dei comportamenti, di processi atti a migliorare i percorsi decisionali, usando metodologie prese a prestito dalla psicologia sociale. Per far ciò occorrono competenze e metodiche multidisciplinari, flessibili e innovative. Oggi la soluzione c’è. Ne abbiamo parlato con Maurizio Mesenzani, amministratore di BSD, la società che offre questi servizi.

Key4biz. Nonostante l’attenzione data dai media e le evoluzioni tecnologiche, i rischi cyber e le violazioni continuano ad aumentare. Perché secondo voi?

Maurizio Mesenzani. A parte gli interventi sulle infrastrutture e sulla strumentazione, secondo noi occorre intervenire di più sui comportamenti delle persone, sulla loro consapevolezza e sulla loro percezione dei rischi cyber. Non dimentichiamoci che ora lavoriamo molto di più in smart working. Per la cybersecurity questa condizione di lavoro da remoto aumenta i rischi e cambia completamente lo scenario, perché diventa più difficile intervenire sui device, controllare le reti e i singoli punti di accesso…

Key4biz. Cosa vuol dire, che non sono sufficienti risposte uniche per tutti e occorre personalizzare le circostanze?

Maurizio Mesenzani. Le persone hanno un diverso livello di stress e di attenzione, possono commettere errori di diversa natura e non hanno sempre a disposizione quelle forme di “peripheral learning” che compensano alcune carenze organizzative e che sono tipici del contesto di lavoro in ufficio in presenza (es. chiedo al collega esperto, chiedo al collega “IT”).

Key4biz. E allora cosa fare, occorre più formazione? 

Maurizio Mesenzani. Questo è certamente vero, ma non si tratta soltanto di fare “aule” di formazione o di renderle obbligatorie, si tratta semmai di coinvolgere le persone e incidere sui loro comportamenti. Molte violazioni dipendono da errori, da leggerezze delle persone, da comportamenti inopportuni, dal fatto che non hanno letto o visto regolamenti, disposizioni, linee guida. Molte leggerezze dipendono da cose che non sono conosciute, da argomenti che non si sono studiati, ecc. Ma noi, come tutte le persone, leggiamo e guardiamo ciò che ci interessa leggere o guardare, ciò che ci serve, ciò che ci piace. E questo può non essere sufficiente…

Key4biz. Come si fa a render più consapevoli le persone sul tema della Cybersecurity?

Maurizio Mesenzani.  Sul tema dell’engagement delle persone lavoriamo da diversi anni e le assicuro che, in primo luogo, per far assumere piena consapevolezza bisogna ascoltare, capire cosa interessa davvero alle persone, capire qual è il loro sistema valoriale. E poi bisogna interagire dentro modelli partecipativi, attivi, che consentano di fare materialmente delle cose. Il tempo della comunicazione top-down è superato e questo vale per tutti i canali: per la TV, per la stampa, per i media.

Key4biz. E allora cosa fare?

Maurizio Mesenzani. Oggi le persone vogliono scegliere, parlare, interagire. In tutti i campi, nessuno escluso, non accettiamo più di essere destinatari passivi, ma vogliamo essere soggetti attivi e ciò solitamente avviene con due modalità: con lo storytelling e con la gamification. Perché? Perché fin da piccoli le fiabe e i giochi sono gli ambiti privilegiati dell’apprendimento e della trasmissione dei valori. 

Key4biz. Cosa c’entra lo storytelling con la Cybersecurity?

Maurizio Mesenzani. Mi spiego meglio. Noi abbiamo sviluppato una piattaforma di conversational storytelling, la Matters (che potete consultare sul nostro sito www.matters.srl) che permette di far interagire le persone con delle storie all’interno delle quali possono dialogare su casi reali, situazione vere e discutere sui loro comportamenti, sul perché fanno o non fanno alcune cose, sul come prendono determinate decisioni, anche giocando, con quiz, punteggi, dinamiche specifiche, concorsi. Spiegare un rischio cyber è molto più facile se si presentano casi veri, se si raccontano aneddoti, se si fanno domande, se si analizzano le risposte e se si capisce qual è la percezione del rischio di chi si ha di fronte. Tutto ciò vale per la cybersecurity, ma anche per tutti gli altri temi che richiedono “engagement morale” e che non possono essere regolati da sistemi di controllo e sanzioni. Lo vediamo in tanti campi, dalla prevenzione sanitaria, alla responsabilità sociale, alla sostenibilità, al rispetto delle regole…

Key4biz. E come si fa ad usare questo metodo come metodo universale?

Maurizio Mesenzani. Da un lato occorre “profilare” le persone in base ai loro interessi e in base alle loro propensioni, dall’altro occorre trasferire messaggi in modo preciso e capace di generare un engagement. La nostra piattaforma Matters permette di trasferire contenuti multimediali, foto, link, paper, all’interno di storie nelle quali l’utente non subisce un corso frontale, ma dialoga all’interno della web app come se stesse chattando via Whatsapp o Telegram. E questo permette alle aziende di trasferire i messaggi chiave e di capire i vissuti e le opinioni/sensazioni della loro popolazione, identificando quindi le aree o i processi nei quali si evidenziano i maggiori rischi cyber.

https://www.key4biz.it/rischio-cyber-m-mesenzani-cyberhub-storytelling-e-psicologia-sociale-per-puntare-sui-dati-e-sulluomo/403794/




Cloud nazionale, l’ACN pubblica la metodologia per la classificazione dei dati (video)

È stata pubblicata la metodologia di classificazione di dati e servizi cloud per rafforzare la sicurezza dei dati e dei servizi della Pubblica Amministrazione.

La classificazione dei dati è una delle tre direttrici della Strategia Cloud Italia, annunciata dal ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao lo scorso 7 settembre, insieme alla qualificazione dei servizi cloud e al Polo Strategico Nazionale, per guida gli enti nelle scelte da compiere rispetto alle diverse soluzioni di migrazione al cloud.

Le linee guida, dettate dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale e dal Dipartimento per la trasformazione digitale, consentono per la prima volta di determinare il livello di criticità dei dati e dei servizi pubblici scegliendo tra strategico, critico e ordinario, in relazione ai possibili impatti sul benessere del Paese derivanti da una loro eventuale compromissione.

Ecco i 3 livelli di classificazione:

  • strategico: servizi la cui compromissione può avere un impatto sulla sicurezza nazionale;
  • critico: servizi la cui compromissione può determinare un pregiudizio al mantenimento di funzioni rilevanti per la società, la salute, la sicurezza e il benessere economico e sociale del Paese;
  • ordinario: servizi la cui compromissione non provochi un pregiudizio per il benessere economico e sociale del Paese.

La classificazione di dati e servizi entro il 18 luglio 2022

A partire dal 19 aprile, tutte le amministrazioni dovranno completare il percorso di classificazione di dati e servizi, seguendo le indicazioni definite dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e utilizzando la piattaforma PA digitale 2026. La classificazione, inoltre, è propedeutica alla partecipazione agli avvisi pubblici dedicati al cloud per beneficiare delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

È possibile completare la classificazione entro il 18 luglio 2022, spiega in una nota l’ACN. I risultati verranno utilizzati, nell’ambito del processo di migrazione al cloud della PA, come base decisionale per l’identificazione delle opportune tipologie di soluzioni cloud di destinazione per ogni servizio. Ai livelli di criticità, infatti, sono associate diverse misure di sicurezza, qualità e affidabilità che i servizi e le infrastrutture cloud dovranno implementare per poterli erogare.

Cloud per la Pa: come procedere con la classificazione

La classificazione di dati e servizi consiste nella compilazione di un questionario strutturato in più sezioni. Il questionario consente di svolgere un esercizio semplificato di valutazione del contesto di erogazione e dei possibili impatti derivanti da una possibile compromissione in termini di disponibilità, confidenzialità e integrità dei dati e dei servizi gestiti. La valutazione di ciascuna delle sezioni concorre alla definizione del livello finale per un dato servizio nelle tre classi strategico, critico e ordinario, secondo un algoritmo di calcolo predefinito.

Dove è possibile fare la classificazione

La classificazione è disponibile dal 19 aprile all’interno della piattaforma PA digitale 2026 ed è propedeutica al processo di migrazione al cloud delineato dal Regolamento per il Cloud della PA dell’Agenzia per l’Italia Digitale.

Accedendo con l’identità digitale (SPID o Carta di Identità Elettronica), gli enti possono compilare il percorso individuato dall’Agenzia in accordo con il Dipartimento per la trasformazione digitale. Una volta ultimata verrà valutata la conformità della classificazione dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale.

https://www.key4biz.it/cloud-nazionale-lacn-pubblica-la-metodologia-per-la-classificazione-dei-dati/400780/




Paolo Dal Cin nominato responsabile mondiale di Accenture Security. “La cybersecurity è un’opportunità per le imprese”

Paolo Dal Cin è il nuovo responsabile di Accenture Security a livello mondiale. Il manager entrerà in carica il 1° maggio 2022 , ha dichiarato la multinazionale in una nota, e farà parte anche del Global Management Committee di Accenture.

“La resilienza informatica è una priorità degli amministratori delegati, e noi stiamo aiutando le organizzazioni ad affrontare questo difficile contesto con competenze settoriali specialistiche e talenti difficili da trovare”, ha dichiarato Julie Sweet, presidente e chief executive officer di Accenture. “Paolo ha una profonda comprensione di ciò che serve alle organizzazioni per difendersi in maniera più efficace dalle minacce informatiche e continuerà a far leva sulla nostra leadership nei servizi di cybersecurity, aggiungendo ancora più valore ai clienti in un panorama economico complesso come quello attuale”.

“Paolo è un eccezionale e stimato leader della cybersecurity, ha aiutato alcune delle più grandi organizzazioni del mondo a creare un ambiente sicuro e affidabile per partner e clienti”, ha dichiarato Paul Daugherty, group chief executive – Technology e chief technology officer di Accenture. “Possiede una forte leadership, un’esperienza globale nel settore e ha dimostrato ripetutamente di saper dare alla crescita del business quell’impeto che consentirà alle nostre competenze nel settore della Security di compiere un ulteriore salto di qualità”. 

Paolo Dal Cin: il profilo

Dal Cin è entrato in Accenture nel 2003 e più recentemente ha guidato il business della Security in Europa. In precedenza, ha costruito e guidato la unit di cybersecurity di Accenture in Italia, Europa Centrale, Grecia, America Latina e Medio Oriente.

Ha più di 20 anni di esperienza di collaborazione con clienti in settori quali quelli delle telecomunicazioni, dei media, dei servizi finanziari, dei servizi pubblici e del settore pubblico. È specializzato in strategia di cybersecurity, resilienza aziendale, difesa informatica, protezione del cloud, risposta agli incidenti e servizi di sicurezza gestiti.

Si è laureato in Informatica all’Università di Udine, successivamente ha ricoperto ruoli di professore a contratto e assistente presso diverse Università italiane quali Udine, Milano e l’Università di Modena e Reggio Emilia.

Ha conseguito il Master in Information Security all’ateneo di Milano ed è ISO270001 Lead Auditor. È inoltre autore di numerose pubblicazioni sul tema della cybersecurity.

Rivedi la nostra videointervista a Paolo Dal Cin: “La cybersecurity non un costo, ma opportunità di business per aziende”

“La cybersecurity è troppo spesso vista come un problema di tecnologia e non una priorità per le imprese. Sono entusiasta di guidare un gruppo di professionisti di talento, impegnati a reimpostare il discorso con i vertici aziendali per aiutare a costruire un business più cyber-resiliente, che incorpora la sicurezza in tutta l’organizzazione”, ha detto Paolo Dal Cin. “Con le nostre impareggiabili capacità end-to-end, servizi specializzati e conoscenza del settore, lavoriamo come un’unica squadra che coniuga la tecnologia e il talento per aiutare le organizzazioni a definire e a mettere in atto una migliore strategia di cybersecurity per oggi e domani”.

Dal Cin è stato più volte intervistato da Key4biz (clicca qui per tutte le interviste), ecco quella più recente:

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Accenture Security: fatturato da 6 miliardi di dollari

Con un fatturato stimato di 6 miliardi di dollari per il 2022, Accenture Security consente alle aziende di tutto il mondo di difendersi da minacce sofisticate con servizi che includono strategia di sicurezza, difesa informatica, identità digitale, sicurezza delle applicazioni, protezione del cloud, sicurezza tecnologica operativa e sicurezza gestita. 

Dal 2015, Accenture Security ha portato a termine 16 acquisizioni. Dopo l’acquisizione del gennaio 2020 del business Cyber Security Services di Symantec, Accenture è diventata uno dei principali fornitori globali di servizi di sicurezza gestiti. Accenture ha ulteriormente rafforzato le sue capacità di difesa informatica e MSS attraverso le acquisizioni di Real Protect, Sentor,Linkbynet, e Openminded nel 2021.

https://www.key4biz.it/paolo-dal-cin-nominato-responsabile-mondiale-di-accenture-security-la-cybersecurity-e-unopportunita-per-le-imprese/400569/




How to Prioritize Online Security While Working From Home

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Everyone seems to be concerned about cybersecurity these days. Recent polling data from The Pearson Institute and The Associated Press-NORC Center for Public Affairs Research shows that around 90% of people are concerned about protecting themselves online. Yet many people don’t know about all the sneaky ways that cyber criminals can gather information. This leaves them wide open for attack.

Employees who work remotely in particular seem to be lacking in cybersecurity awareness. Why? They feel comfortable and safe in their personal environments. Usually, they password-protect devices like smartphones, tablets and laptops. They don’t tend to worry about all the other avenues cyber thieves can use to steal everything from IDs to bank account numbers. Consequently, they open the door to a cybersecurity nightmare.

Wondering how you can make your castle more secure? Consider the following ways to protect yourself, and your company, while working from home.

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1. Update and secure your entertainment devices

Do you enjoy smarter digital entertainment? Research from Plume, a SaaS experience platform for Communications Service Providers, shows that the highest increase in home cyber threats doesn’t come from where you might assume. It comes from advanced entertainment devices like streaming devices and smart TVs. In fact, cyber threats increased 433% between late 2019 and early 2021.

In other words, while you’re gaming with the family or binge-watching your favorite shows, a cyberattacker could be hard at work. To keep yourself out of that unwanted position, install updates immediately, upgrade your devices to later-generation models, and invest in a smart network security system.

2. Keep private information separate from company information

Three-quarters of executive leaders told ’s researchers in 2021 they wanted employees back in the office at least a few days a week. However, they were generally fine with them working elsewhere the rest of the time. While this opens many opportunities for professionals whose jobs can be done practically anywhere, it also presents opportunities for risk in workers’ homes.

Consider this scenario: You’re working on your personal computer at home. You log into your company’s network. At this point, you may have exposed everything on your computer — such as prior year’s tax documents and healthcare statements — to a that starts at your company’s location. Instead of putting yourself in this kind of situation, talk to your employer about ways to shelter your private information. One answer could be to ask to work from a laptop purchased and owned by the company so that you don’t have to use your own device.

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3. Install home security systems with caution

You feel great because you finally purchased a home security system to monitor access points. Have you just given criminals one more way to find out information about you and your family? Perhaps. If you had your security system installed and handled by a third party, your device may be susceptible to hacking. Certainly, some hackers may be more voyeuristic and just watch your family come and go. To them, that’s entertainment. It’s also creepy and disturbing.

Avoid this issue by working with reputable technicians who’ve been sent by your home security provider. Or, if you buy a home security system and put it in yourself, stay current with all device updates. The video will then be encrypted properly and less open to hacking. Next, report any inkling of problems immediately to the appropriate customer support team. They should be able to help you maintain tighter control.

4. Monitor and secure your kids’ devices

The U.S. Census Bureau’s Household Pulse Survey showed more than nine out of 10 kids underwent cyberschooling during the pandemic. Though that number has gone down as children have returned to physical classrooms, some institutions still offer remote lessons. Every time your child logs into any kind of online learning platform, your home becomes a bigger target.

You can’t depend upon schools to have the tightest cybersecurity measures. Many are still figuring out how to keep information out of the hands of cyberattackers. Children and teens also don’t always make the best decisions when it comes to sharing sensitive data. They may unintentionally give out passwords or reveal family information online. You need to stay on your toes and monitor your child’s remote schooling habits from an online standpoint.

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Our world continues to move closer and closer to a true “metaverse” as people become more interconnected through digital means every day. Nevertheless, you aren’t obligated to give everyone on the planet full access to your home and private data. This year, make stronger home cybersecurity one of your family’s collective resolutions.

https://www.entrepreneur.com/article/420969




Ransomware, la richiesta dei riscatti è aumentata del 144% nel 2021. Scarica il report

Il cybercrime dilaga. Nel 2021, i pagamenti estorti alle aziende tramite attacchi ransomware hanno raggiunto nuovi record, con i criminali informatici che si sono rivolti sempre più spesso ai siti del Dark Web minacciando di di rilasciare dati sensibili, facendo così pressione sulle vittime.

La richiesta media di riscatto nei casi analizzati dagli incident responder nell’ultimo report di Palo Alto è aumentata del 144% nel 2021, raggiungendo quota 2,2 milioni di dollari, mentre il pagamento medio è salito del 78%, a 541.010 dollari. I settori più colpiti sono stati i servizi professionali e legali, costruzioni, commercio all’ingrosso e retail, sanitario e manifatturiero.

Ransomware: tra i gruppi criminali più pericolosi spiccano Conti e Revil

Tra i gruppi criminali autori degli attacchi ransomware spicca il gruppo Conti, responsabile della maggior parte dell’attività (15,1%), che rappresenta oltre 1 caso su 5 tra quelli analizzati dall’azienda nel 2021. REvil, noto anche come Sodinokibi, si è posizionato al secondo posto, con il 7,1%, seguito da Hello Kitty (4,8%), Phobos (4,8%) e SunCrypt (4,8%). Conti ha anche pubblicato i nomi di 511 organizzazioni sul suo sito Dark Web, confermandosi il più “attivo” tra tutti i gruppi individuati.

Il report descrive come l’ecosistema delle estorsioni informatiche sia cresciuto anche numericamente nel 2021, con l’emergere di 35 nuove gang ransomware, e illustra come le imprese criminali abbiano investito gli elevati profitti nella creazione di strumenti più semplici da utilizzare, che sfruttano sempre più spesso vulnerabilità zero-day.

Parallelamente, nel 2021 è aumentato anche dell’85% il numero di vittime i cui dati sono stati pubblicati su siti di leak, raggiungendo quota 2.566 organizzazioni. Di queste, il 60% appartiene al continente americano, 31% all’area EMEA e 9% a quella Asia-Pacifico.

https://www.key4biz.it/ransomware-la-richiesta-dei-riscatti-e-aumentata-del-144-nel-2021-scarica-il-report/397995/




Che cos’è l’Incident Response (IR) e l’Incident Response Plan (IRP)

Che cos’è Incident Response (IR) secondo il Framework NIST

Il compito dell’Incident Response Framework è quello di fornire uno strumento efficace al management (incident response teams (CSIRTs), system and network administrators, chief information security officers (CISOs), chief information officers (CIOs), security staff etc..) alla gestione e mitigazione dell’incidente di sicurezza informatico, capace di garantire la continuità operativa e che sia mezzo di difesa oltre che strumento utile alle fasi investigative.

Le linee guida per avere una capability di IR vengono dettagliate dal National Institute of Standards and Technology (NIST) attraverso l’Incident Response Framework.

Il NIST è un’agenzia governativa americana che definisce degli standard tecnologici, considerata oggi il più grande fornitore internazionale di materiali utili a prevenire e scongiurare attacchi terroristici, criminali, nonché accessi non autorizzati ai sistemi informatici.

Cos’è l’Incident Response Plan (IRP)?

L’Incident Response Plan è un processo strutturato e ripetibile utile alle organizzazioni a prevedere, prioritizzare e rispondere in maniera tempestiva ed efficace agli incidenti di cybersecurity grazie alla predisposizione di standard, policy, procedure e team adeguati.

L’Incident Response è la capacità operativa dell’Incident Management di minimizzare l’impatto delle violazioni e ripristinare nel più breve tempo possibile le regolari operazioni.

L’IRP prevede diverse fasi che permettono di prevenire o ridurre i danni causati da un incidente di sicurezza informatica grazie ad una anticipata e programmata verifica della capacità dell’organizzazione a rispondere a problemi di sicurezza stabilendo la messa in atto di tool e know-how necessari a prevenire la violazione.

Si tratta quindi di una attività preventiva che si basa sulla valutazione del rischio per rilevare e minimizzare gli incidenti di sicurezza grazie alla mitigazione dei punti deboli del Information Technology (IT) divenuta ormai sempre più soggetta a cyber attacchi che frequentemente compromettono dati personali e business.

Per fare ciò bisogna identificare ed analizzare costantemente le cyber minacce e poiché esse si evolvono e si trasformano costantemente, condividere le informazioni tra le diverse organizzazioni è il modo più efficace e rapido per farlo.

Al fine di garantire un efficace modello di interazione e cooperazione tra tutti gli attori coinvolti nel processo di gestione dell’incidente, è auspicabile che all’interno dell’organizzazione sia identificato un responsabile della Sicurezza Informatica, che possa sovraintendere i processi di gestione della sicurezza costituendo così il punto di contatto con il Computer Emergency Response Team (CERT) a cui sono affidate funzioni di responsabilità del monitoraggio degli incidenti a livello nazionale.

Tre modelli di Incident Response Team offerti dal NIST:

  1. Central Incident Response Team: un singolo team gestisce tutti gli incidenti. Modello applicabile alle piccole imprese con poca, o nessuna infrastruttura e risorsa IT.
  2. Distributed Incident Response Teams: molteplici team gestiscono gli incidenti, ognuno responsabile per gli incidenti di uno specifico segmento fisico o logico. Modello efficace per le grandi organizzazioni e per quelle che gestiscono risorse dislocate sul territorio. Tali teams dovrebbero comunque far parte di un’unica entità coordinata in modo che il processo di risposta agli incidenti sia coeso e le informazioni siano condivise all’interno dell’organizzazione.
  3. Coordinating Team: un team di risposta agli incidenti che fornisce consulenza alle altre squadre senza avere autorità su di loro, ad esempio una squadra del dipartimento può assistere quelle delle singole agenzie. Modello pensato come un Computer Security Incident Response Team (CSIRT) o per CSIRTs.

A loro volta i membri che compongono il team, in riferimento all’azienda che usufruisce del servizio, possono essere lavoratori impiegati della ditta, oppure il servizio di IR può essere gestito in parte dal team interno all’organizzazione mentre il restante risultare a carico di una azienda esterna. Esiste poi un terzo modo che prevede la gestione del processo esclusivamente a carico di un’azienda esterna.

Fasi dell’Incident Response

1. Preparation (Preparazione):

E’ un processo che coinvolge persone, sistemi, network e applicazioni.

Devono essere individuati e catalogati tutti gli asset sensibili così come le varie possibili minacce, va predisposta quindi una strategia dove si definiscono le priorità sulla base dell’impatto che gli eventi potrebbero avere sull’organizzazione. Affinché non si verifichi e per ridurre gli eventuali danni, va messa in sicurezza tutta l’infrastruttura IT, realizzando Risk Assessment periodici, policy adeguate, patching continuo, messa in sicurezza del network, vanno quindi applicati tutti gli standard in materia.

Bisogna inoltre rendere disponibili e facilmente utilizzabili tutte le risorse utili alla gestione della crisi: software di crittografia e analisi, così come hardware utili alla mitigazione dell’incidente e al ripristino, documentazione facilmente consultabile degli incidenti, piano di comunicazione tra attori interni ed esterni, accesso facile ad un elenco dei contatti utili, software forense, storage sicuri.

2. Detection & Analysis (Rilevamento e Analisi):

Utili ad effettuare il rilevamento di un incidente sono i precursori, segnali che un incidente potrebbe verificarsi in futuro e gli indicatori, segnali che un incidente potrebbe essersi verificato o potrebbe essere in atto.

I precursori possono essere utilizzati per evitare che si verifichino incidenti, ma è molto raro che questi si verifichino, nella maggior parte dei casi si vedono prima gli indicatori. Questi producono solitamente migliaia di alerts al giorno e molti di questi possono essere dei falsi positivi, è per questo fondamentale realizzare una corretta analisi utile a determinare il verificarsi di un incidente.

Poiché le informazioni possono essere ambigue, incomplete o contraddittorie i tempi di analisi possono essere lunghi ed è necessario avvalersi di una squadra di esperti che si occupi delle SOP (Standard Operating Procedure), così come di strumenti tecnici quali sistemi IDS/IPS, sniffer di pacchetti, analizzatori di log, software di verifica dell’hash crittografico, software di automazione della sicurezza (es. SIEM).

La fase di Rilevamento e Analisi si struttura in:

  • osservare i segnali di un incidente, chiamati precursori e indicatori;
  • analizzare i segnali;
  • documentare l’incidente;
  • prioritizzare gli incidenti;
  • notificare l’incidente.
3. Containment, Eradication & Recovery (Contenimento, Sradicamento e Ripristino):
  • Contenimento: rientrato in questa fase tutte quelle azioni atte ad impedire che l’incidente o l’evento si diffonda all’interno del sistema e del network. Lo scopo principale di questa fase è limitare e prevenire ulteriori danni. Esempi di alcuni passaggi utili sono: isolare il segmento di rete compromesso o le workstation infette, backup del sistema, acquisizione di un’immagine forense, rimuovere gli account e/o le backdoor utilizzati dagli hacker, installare patch di sicurezza, e svolgere tutte quella attività necessarie a limitare l’ulteriore escalation dell’incidente.
  • Sradicamento: le azioni intraprese per l’eliminazione completa della minaccia dalla rete o dal sistema. Vanno inoltre mitigate tutte le vulnerabilità che hanno consentito o potrebbero consentire una nuova intrusione da parte dell’attaccante.
    Le tecniche di eradicazione potrebbero avere un forte impatto sul business perciò qualsiasi decisione dovrà essere intrapresa dopo una attenta e dettagliata analisi.
    E’ utile in questa fase l’utilizzo delle immagini disco originali per il ripristino del sistema, l’installazione di patch, la scansione dei sistemi e/o dei file interessati con un software anti-malware, la disconnessione per isolare i sistemi compromessi da quelli che non sono stati compromessi evitando così che il resto della rete venga compromessa.
  • Ripristino: le azioni necessarie a ripristinare la rete o il sistema, portandolo così alla sua normalità. Questo può avvenire solamente se i sistemi sono stati patchati e testati, quindi solo a seguito della verifica che il sistema possa essere ripristinato in sicurezza utilizzando un backup, va inoltre stabilito per quanto tempo questo dovrà essere monitorato affinché si ottenga una convalida del fatto che il piano di ripresa è stato eseguito con successo e che non esistono segni di violazione nell’ambiente.
4. Post-Incident Activity (Attività post incidente):

La fase dell’attività post incidente, spesso indicata come post mortem è utile al miglioramento della postura dell’organizzazione in ambito sicurezza. Le lezioni apprese durante tutte le fasi precedenti vengono applicate per migliorare la preparazione alla gestione di incidenti futuri, grazie all’identificazione degli errori tecnici, procedurali, manuali, difetti di processo, problemi di comunicazione e/o qualsiasi vettore di attacco precedentemente sconosciuto. E’ importante a questo scopo creare un documento degli eventi che hanno causato l’incidente che includa prove, attori coinvolti, step di risposta e altri elementi chiave.

Alcune tipologie di incidenti di sicurezza e vettori di attacco

  • Supporti esterni o rimovibili: cyber attacco eseguito attraverso supporti rimovibili (es. memory card, CD) o unità periferica;
  • Attacco di forza bruta: cyber attacchi utilizzati per compromettere, degradare o distruggere sistemi, reti o servizi (es. attacco DDoS (Distributed Denial of Service)
  • Web: cyber attacco eseguito da un sito web o da un’applicazione web-based.
  • E-mail: cyber attacco eseguito tramite un messaggio e-mail o un allegato. Il destinatario è invitato dall’hacker a cliccare su un collegamento che reindirizza alla pagina Web infetta o ad aprire un allegato infetto.
  • Uso improprio della tecnologia: qualsiasi incidente risultante dalla violazione delle policy dell’organizzazione da parte dell’utente;
  • Perdita o furto di apparecchiature: perdita o il furto di un dispositivo informatico o di un supporto utilizzato o fornito dall’organizzazione, ad es. un laptop o uno smartphone.
  • Uso improprio: quando l’incidente si verifica a seguito della violazione delle policy, ad esempio quando l’utente installa un software che porta alla perdita di dati sensibili.
  • Falsificazione dell’identità o delle informazioni: cyber attacco in cui un avversario assume con successo l’identità di una delle parti legittime in un sistema o in un protocollo di comunicazione, ad esempio, spoofing e man in the middle.
  • Drive-by download: cyber attacco che avviene all’insaputa dell’utente che attiva il download di un malware aprendo un sito web.
  • Malvertising: pubblicità online dannose che possono causare infezioni malware oppure tracciare l’attività degli utenti.
  • Hovering of Mouse: il malware può infettare il dispositivo quando la vittima passa semplicemente il mouse su un collegamento dannoso.
  • Scareware: attacco malware che afferma di aver rilevato un virus o un altro problema su un dispositivo e indirizza l’utente a scaricare o acquistare software dannoso per risolvere il problema.
  • Altro: qualsiasi attacco che non rientra in nessuna delle altre categorie sopra descritte

Articolo a cura della Redazione

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Caso Kaspersky, istruttoria del Garante Privacy: “Il Cremlino accede ai dati dei clienti italiani?”

Kaspersky è accerchiata, anche in Italia. Con la guerra Russia-Ucraina è scoppiato il caso dell’antivirus russo installato nei PC di oltre 2.200 soggetti pubblici italiani. Secondo l’Agenzia per la cybersicurezza Nazionale (ACN) e diverse agenzie europee omologhe c’è il rischio sul possibile utilizzo del software e dei servizi digitali di Kaspersky per attacchi cibernetici contro utenti italiani e contro le infrastrutture critiche del nostro Paese.

Kaspersky è un vaso comunicante con il Cremlino?

Palazzo Chigi è tra i 2.297 acquirenti pubblici italiani del software sviluppato dalla società, con headquarter a Mosca e server in Svizzera, fondata e guidata dal russo Evgenij Kasperskij. Conta circa 400 milioni di utenti nel mondo tra cui 240mila aziende

Kasperskij è un ex allievo dell’Accademia del servizio segreto sovietico ed ha studiato in un istituto di crittografia sponsorizzato dal KGB e poi ha lavorato per l’intelligence militare russa.

Il profilo del ceo e la nazionalità dell’azienda ora, con il conflitto scatenato da Putin nei confronti dell’Ucraina, hanno fatto esplodere anche il “caso Kaspersky”, perché la società più volte è stata indiziata di avere legami con il governo russo.

Istruttoria del Garante Privacy: “Il Cremlino accede ai dati dei clienti italiani?”

Oggi, il Garante per la protezione dei dati personali ha aperto un’istruttoria per “valutare i potenziali rischi relativi al trattamento dei dati personali dei clienti italiani effettuato dalla società russa che fornisce il software antivirus Kaspersky”.

Nel dettaglio, il Garante ha chiesto a Kaspersky Lab di:

  • fornire il numero e la tipologia di clienti italiani, nonché informazioni dettagliate sul trattamento dei dati personali effettuato nell’ambito dei diversi prodotti o servizi di sicurezza, inclusi quelli di telemetria o diagnostici. 
  • La società dovrà inoltre chiarire se, nel corso del trattamento, i dati siano trasferiti al di fuori dell’Unione europea (ad esempio nella Federazione Russa) o comunque resi accessibili a Paesi terzi.
  • Kaspersky Lab dovrà infine indicare il numero di richieste di acquisizione o di comunicazione di dati personali, riferiti a interessati italiani, rivolte alla società da parte di autorità governative di Paesi terzi, a partire dal 1° gennaio 2021, distinguendole per Paese e indicando per quante di esse Kaspersky Lab abbia fornito un riscontro positivo.

Attesa la norma ‘stop Kaspersky’: prevede fondi alle Pa per acquistare nuovo software

In attesa delle risposte della società e della chiusura dell’indagine del Garante Privacy, si attende la ‘leggina’ del Governo per “consentire che non solo l’antivirus Kaspersky, ma anche altre piattaforme informatiche vengano poste fuori dall’ambito dell’attività delle pubbliche amministrazioni”, ha annunciato nell’Aula del Senato Franco Gabrielli, sottosegretario con delega alla cybersecurity e capo politico dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale.

Nel dettaglio, la norma ‘stop Kaspersky’ del Governo stanzierà fondi alle Pa per acquistare uno nuovo software.

Qual è il rischio per la sicurezza nazionale italiana?

Ogni giorno il software di Kaspersky analizza tutti i file, tutti, dei computer degli oltre 2mila soggetti pubblici italiani e scarica gli aggiornamenti dai suoi server. Il rischio per la sicurezza nazionale italiana? 

Questo rischio è stato evidenziato al Governo 4 deputati con questa interrogazione parlamentare.

C’è un “possibile rischio per la cybersicurezza dei nostri sistemi, in quanto se l’Fsb o i militari russi volessero sottrarre dati o perpetrare azioni distruttive di sabotaggio informatico a danno degli enti pubblici e priva i rientranti nel ‘perimetro cibernetico’, laddove avessero il potere di coercizione legale o istituzionale nei confronti di Kaspersky Lab, potrebbero veicolare, inserendolo negli aggiornamenti, il potenziale codice con finalità malevole”, è scritto nell’interrogazione a cui dovrà rispondere la presidenza del Consiglio dei ministri.

Il primo firmatario dell’interrogazione è il deputato Paolo Romano, secondo il quale: “L’Agenzia di sicurezza russa potrebbe veicolare tramite Kaspersky, se questa fosse disponibile, un malware o un codice ad hoc per fare azioni di spionaggio o sabotaggio sui nostri sistemi”. 

https://www.key4biz.it/caso-kaspersky-istruttoria-del-garante-privacy-il-cremlino-accede-ai-dati-dei-clienti-italiani/396524/