Spyware, in Israele task force sul caso Pegasus. Stefano Mele: ‘Problema non sono le aziende’
Il governo di Israele ha creato una task force per gestire la crisi innescata dal caso Pegasus, lo spyware creato da un’azienda privata israeliana – la NSO – e venduto anche a regimi che l’hanno usato per operazioni illegali.
Secondo quanto riporta il Guardian, una squadra che comprende rappresentanti del ministero della Difesa, del ministero della Giustizia, del ministero degli Esteri, dell’intelligence militare e del Mossad, l’agenzia di intelligence nazionale, è pronta a condurre un’indagine sulla necessità di “cambiamenti politici” per quanto riguarda le esportazioni informatiche sensibili.
Vendita Spyware Pegasus: le aziende sono autorizzate dai governi
La creazione della task force arriva in un momento in cui, la pressione diplomatica su Israele, aumenta di giorno in giorno. Le preoccupazioni hanno tutti un’unico comune denominatore. Pare che il governo abbia consentito licenze di esportazione per lo spyware a Paesi autoritari e repressivi.
La NSO ha venduto Pegasus ad altre nazioni grazie ad una licenza gestita dal governo israeliano, che può autorizzare oppure bloccare il contratto considerata la pericolosità del software. In questi anni Pegasus era diventato “il giocattolo che tutti volevano” – definizione di un esperto anonimo sentito dal Financial Times – e quindi era nata una “diplomazia Pegasus” che ruotava attorno alla concessione dello spyware. E questa diplomazia precedeva di molto le relazioni diplomatiche ufficiali.
Resta inoltre da chiarire se le agenzie di intelligence israeliane siano state in grado di accedere alle informazioni raccolte dai clienti della NSO, cosa che sia Israele che la società di sorveglianza negano fermamente.
Il ministro della Difesa, Benny Gantz, ha ammesso che Israele stava “studiando” le rivelazioni del progetto Pegasus su NSO appena emerse. “Approviamo l’esportazione di prodotti informatici solo ai governi e solo per uso legale”, ha affermato in un discorso a una conferenza informatica all’Università di Tel Aviv. “I Paesi che acquistano questi software devono soddisfare i termini di utilizzo”.
I timori dei funzionari sembrano anche essere incentrati su come le rivelazioni del progetto Pegasus influenzeranno altre società israeliane e il futuro dell’industria informatica israeliana, considerata una delle migliori a livello mondiale…
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Cloud, per il 67% degli esperti cyber l’errata configurazione è la vera minaccia di sicurezza. Il report
Non sono gli hacker ad essere in cima alla lista delle minacce alla sicurezza del cloud, ma l’errata configurazione.
Lo rivela il recente studio “Cloud Security Report 2021″ di Fortinet e CybersecurityInsiders, evidenziando come i professionisti della cybersecurity stanno affrontando le minacce alla sicurezza nel cloud.
Le due aziende hanno intervistato i professionisti della cybersecurity di tutto il mondo, provenienti da svariati settori, per tracciare gli ultimi trend e insight in materia di cloud security. Il cloud è infatti ormai una componente fondamentale del panorama digitale per la maggior parte delle aziende, e spesso un fattore chiave per il successo futuro. Allineare la strategia di sicurezza e la strategia aziendale è la chiave per garantire che questo futuro sia sempre affidabile.
Tra gli highlights, il report indica che il 33% delle aziende esegue più della metà dei propri workload nel cloud e la maggior parte di esse (71%) persegue una strategia ibrida o multi-cloud. L’errata configurazione della sicurezza del cloud rimane il più grande rischio secondo il 67% dei professionisti della cybersecurity ed un 78% degli intervistati troverebbe molto utile o in ogni caso estremamente utile avere un’unica piattaforma di sicurezza in-the-cloud in grado di offrire un’unica dashboard.
Cloud security: l’errata configurazione il vero rischio per la sicurezza
La complessità della gestione degli ambienti multi-cloud, spiega lo studio, si aggiunge chiaramente a quello che è già un compito impegnativo. L’errata configurazione della sicurezza del cloud rimane il più grande rischio secondo il 67% dei professionisti della cybersecurity…
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Pegasus. Edoardo Limone: “Uno spyware per la sorveglianza continua e l’esfiltrazione di dati”
Periodicamente si torna a parlare di spionaggio politico e industriale, anzi, di cyberspionaggio, visto che ormai gran parte delle informazioni più sensibili sono custodite e purtroppo mal protette nei nostri dispositivi personali. In questi giorni si fa un gran parlare a ragione del grande attacco informatico portato a politici, giornalisti, professionisti e attivisti per i dritti umani in più Paesi nel mondo, attraverso lo spyware “Pegasus”, realizzato qualche anno fa in Israele, dalla software company NSO. Originariamente pensato, sviluppato e venduto a Forze dell’Ordine e agenzie di intelligence per combattere il terrorismo internazionale, oggi questo malware molto sofisticato e soprattutto estremamente efficace è finito molto spesso al centro di diverse accuse proprio per un utilizzo “improprio” rispetto agli obiettivi ufficiali. Abbiamo chiesto ad Edoardo Limone, Specialista ICT e Cyber Security Expert, di spiegarci nel dettaglio in cosa consiste questa nuova arma in mano ai cyber criminali e perchè è così temuta, in che modo opera, come prende possesso del nostro dispositivo elettronico, principalmente smartphone, e in che modo è possibile tutelare la nostra privacy e la nostra sicurezza.
Cybersecurity Italia. Ci può spiegare che cos’è uno spyware e come funziona “Pegasus”?
Edoardo Limone. Pegasus è uno spyware, ossia un software appositamente concepito per infiltrarsi all’interno di un dispositivo (uno smartphone ad esempio) e catturarne i dati all’insaputa del proprietario. L’attività di sorveglianza compiuta da questo genere di software è particolarmente insidiosa considerando che tra i dati esportati rientrano non solo la copia dei messaggi, i file multimediali del proprietario del dispositivo ma anche, in taluni casi, la registrazione delle telefonate. Lo spyware, per agire, prende il controllo delle principali periferiche del dispositivo (fotocamera, microfoni) ma anche della logica applicativa garantendosi accesso ai file e permettendo all’attaccante di inviare comandi da remoto.
Nello specifico il Pegasus è uno spyware sviluppato da un’azienda israeliana: la NSO Group ed è in grado di attaccare ed infettare sia dispositivi basati su sistema operativo Google Android che Apple iOS (nelle versioni 14.6 o superiori). Il fatto che l’azienda sviluppatrice sia di nazionalità israeliana apre molte preoccupazioni sul tema della sicurezza informatica, essendo Israele particolarmente attiva sul fronte della guerra cibernetica. L’azienda, chiaramente, sta rispondendo alle accuse e ai sospetti spiegando che lo spyware non ha alcun tipo di finalità offensiva ma la storia è complessa e non depone a favore della NSO Group.
Cybersecurity Italia. Quali Paesi sono rimasti maggiormente coinvolti dall’attacco?
Edoardo Limone. La scoperta di Pegasus, infatti, è nota dal 2016 ma la notizia recente è che lo spyware sarebbe stato usato in una massiccia e silente operazione di spionaggio ai danni di giornalisti, attivisti per i diritti umani e politici. Il virus nel corso degli anni è ciclicamente tornato alla ribalta: nel 2018 Omar Abdulaziz, dissidente saudita, ha accusato la NSO di aver usato il Pegasus per spiare alcuni soggetti tra cui lui e Jamal Khashoggi, il giornalista del Washington Post ucciso e smembrato ad Istanbul il 2 ottobre dello stesso anno. Nel 2019 fu proprio Facebook ad avviare un’azione legale contro la NSO sostenendo che il Pegasus fosse stato usato per intercettare le comunicazioni su dispositivi sui quali era installato Whatsapp …
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Spyware e intercettazioni: il precedente italiano con Exodus
In questi giorni si fa un gran parlare del grande attacco informatico portato a politici, giornalisti, professionisti e attivisti per i dritti umani in più Paesi nel mondo, attraverso lo spyware “Pegasus”, realizzato dalla società NSO.
Lo spyware, un software di livello militare, nato per per consentire ai governi di penetrare le reti di terroristi e criminali, sarebbe stato usato dall’Arabia Saudita per spiare i cellulari di alcune persone vicine a Jamal Kashoggi, giornalista ucciso nel consolato saudita a Istanbul nel 2018.
Lo scandalo è emerso grazie a un’indagine condotta per mesi dall’organizzazione giornalistica no profit francese Forbidden Stories in collaborazione con Amnesty International. Alle ricerche hanno partecipato 16 media di vari Paesi, tra cui i quotidiani “The Washington Post”, “Sueddeutsche Zeitung”, “Le Monde” e “The Guardian”.
Spyware Pegasus: anche il presidente Macron coinvolto
Come riferito ieri da “Le Monde” anche un telefono cellulare del presidente francese, Emmanuel Macron, è stato spiato dal Marocco attraverso il software Pegasus.
Secondo le informazioni raccolte, nel marzo del 2019 un agenzia dell’intelligence marocchina ha utilizzato Pegasus per spiare uno dei numeri telefonici del capo dello Stato francese. Nel mirino di Rabat anche i telefoni dell’ex premier, Edouard Philippe, e di 14 altri ministri. L’Eliseo ha commentato al quotidiano “Le Monde” l’informazione, affermando che se dovesse essere confermata sarebbe molto “grave”. Nei giorni scorsi la Procura di Parigi ha aperto un’inchiesta dopo le denunce presentate da Edwy Plenel, direttore di Mediapart, e da Lenaig Bredoux, giornalista della stessa testata.
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Spyware, Snowden: “L’industria va fermata. Diffondono virus, non vaccini”
Per Edward Snowden, l’informatico statunitense che ha rivelato al mondo lo scandalo dei programmi di sorveglianza di massa della NSA, “questa fuga di notizie sarà la storia dell’anno”. Ma a cosa si riferisce? Procediamo con ordine.
Decine di politici, attivisti e giornalisti in tutto il mondo sono stati spiati grazie ad un spyware installato nei loro cellulari. Si chiama Pegasus e lo ha sviluppato un’azienda israeliana, la NSO, che poi l’ha venduto a numerosi paesi, tra cui vari regimi autoritari. Tra gli acquirenti figura anche l’Ungheria di Viktor Orban.
La NSO Group è l’organizzazione di hacker su commissione più famigerata al mondo, e Pegasus è lo spyware di punta del gruppo. Il software di livello militare, nato per per consentire ai governi di penetrare le reti di terroristi e criminali, è un malware che infetta gli iPhone e gli smartphone Android per consentire a chi lo opera di accedere ai dispositivi ed estrarre messaggi, foto, email e anche per attivare segretamente il microfono e la telecamera del dispositivo. NSO Group nega che i dati siano trapelati dai suoi server e definisce il rapporto di Forbidden Stories “pieno di ipotesi errate e teorie non confermate”.
Snowden: “Presto gli obiettivi non saranno più 50mila ma 50 milioni”
Intervistato dal Guardian, una delle testate che ha realizzato lo scoop su Pegasus, il cyber attivista tuona contro la l’assenza di regolamentazione dell’intero settore. “Se non si fa nulla per fermare la vendita di questi software, gli obiettivi non saranno più 50mila ma 50 milioni. E questo avverrà molto rapidamente”, spiega al quotidiano inglese…
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Cyberwar, gli Stati Uniti e i suoi alleati fanno fronte comune contro la Cina
Una nuova alleanza composta da Stati membri della NATO, Unione Europea, Regno Unito, Giappone e i paesi dell’ex Anzus Pact, Australia e Nuova Zelanda, fa fronte comune contro gli attacchi informatici sponsorizzati dalla Cina.
In una conferenza stampa tenutasi domenica 18 luglio, un alto funzionario della Casa Bianca ha preannunciato la dichiarazione congiunta degli Stati Uniti e dei suoi alleati contro la Repubblica popolare cinese per attività informatiche dannose e comportamenti irresponsabili. In particolare, la dichiarazione indica la Cina come una minaccia per l’economia e la sicurezza nazionale degli alleati.
Si tratta dunque di una dichiarazione di portata storica perché, per la prima volta, come sottolineato dal funzionario statunitense, la NATO condanna le attività cibernetiche della Repubblica popolare cinese. La guerra tecnologica e informatica riflette dunque la lotta di potere globale tra democrazie e stati autocratici. In questo contesto, la nuova alleanza per la sicurezza informatica potrebbe diventare un modello per affrontare le future minacce transnazionali.
Attacco a Microsoft Exchange Server: gli Usa accusano la Cina
La dichiarazione si concentra, in particolare, sull’attacco compiuto a danno dei server di posta elettronica di Microsoft Exchange all’inizio di quest’anno.
L’attacco è stato effettuato da hacker appartenenti a una rete di spionaggio soprannominata Hafnium alle dipendenze del ministero della Sicurezza di Stato cinese per svolgere attività criminali, come l’estorsione cibernetica, il crypto-jacking e il furto a vittime in tutto il mondo per guadagni economici. “In alcuni casi, siamo a conoscenza di rapporti che gli operatori cibernetici affiliati al governo della Repubblica Popolare Cinese hanno condotto operazioni di ransomware contro aziende private, che hanno incluso richieste di riscatto di milioni di dollari”, ha affermato il funzionario.
Inoltre, l’FBI, la National Security Agency e la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency hanno rilasciato un report che elenca 50 tattiche, tecniche e procedure impiegate dagli hacker sponsorizzati dallo stato cinese.
Nessuna sanzione
La formazione della coalizione anti cinese è l’ultima iniziativa dell’amministrazione Biden contro Pechino. Tuttavia, anche se “gli Stati Uniti e i loro alleati e partner non escludono ulteriori azioni…
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Cybercrime, ‘La soluzione contro gli attacchi ransomware? Sanzionare chi paga il riscatto’
Il crimine informatico continua a a far parlare di sé. Dopo l’ultimo eclatante colpo del ransomware REvilalla Kaseya il gruppo di criminal hacker ha alzato un polverone attirando l’attenzione di molti governi e rispettivi apparati di sicurezza. Da martedì la banda di REvil sembra scomparsa: siti web, infrastrutture e computer riconducibili a questi cybercriminali sono offline. I motivi sono ignoti ma le ipotesi sono sostanzialmente tre. Abbiamo fatto una chiaccherata con Annita Sciacovelli, prof.ssa di Diritto dell’Unione europea dell’Università degli studi di Bari ‘Aldo Moro’ & cybersecurity specialist, per capire lo stato dell’arte del crimine informatico.
Prof.ssa Annita Sciacovelli
Cybersecurity Italia. Prof.ssa Sciacovelli, REvil, il gruppo di hacker russi più grande e pericoloso al mondo è sparito dal web. Nessuno, al momento, conosce la genesi del black-out. Secondo lei cosa è successo? A chi dobbiamo attribuire la scomparsa del gruppo ransomware più ricco e famoso al mondo. Biden o Putin?
Annita Sciacovelli. Effettivamente, non è chiaro il motivo della scomparsa dal dark web di tutte le pagine e del portale di REvil. Escluderei un intervento di law enforcement delle autorità russe, che altrimenti sarebbe stato ampiamente pubblicizzato. Possiamo formulare qualche ipotesi, come la scelta della cyber gang di assumere un profilo basso o di apparire successivamente con un altro brand. Raramente, le cyber gang spariscono. Peraltro, all’indomani del duro colpo inferto allaColonial Pipeline, anche il gruppo DarkSide si è dileguato. Un’altra ipotesi può riguardare una cyber retaliation del Governo americano, minacciata la settimana scorsa durante il confronto tra Putin e Biden che sembra essersi materializzata nel recentissimo attacco cyber al ministero della difesa russo. Infine, non possiamo escludere che Putin abbia chiesto a REvil di uscire di scena temporaneamente, il che giustificherebbe la matrice russa dell’attacco.
Cybersecurity Italia. Dopo i gravi attacchi informatici alle infrastrutture critiche, uno su tutti l’attacco al Colonial Pipeline, qual è l’approccio migliore per affrontare la minaccia ransomware?
Annita Sciacovelli. L’approccio migliore si basa sul motto che la cybersecurity è troppo importante per considerarla appannaggio esclusivo degli …’addetti a lavori’! Bisogna sollecitare il mondo politico e l’opinione pubblica sulle gravi conseguenze derivanti dagli attacchi informatici che, se condotti su ampia scala, sono una minaccia alla pubblica sicurezza dello Stato, pericolosa anche per il comparto economico e sanitario (v. Estonia 2007, Ucraina 2017 e Georgia 2019).
Basti pensare che il ransomware di cui è stato vittima il Sistema sanitario irlandese il mese scorso, che ha messo fuori uso i sistemi informatici di molti ospedali, ha avuto (e avrà) gravi conseguenze anche in termine di vite umane. Si stima che ci vorranno mesi prima che venga ripristinato il suo normale funzionamento, con un costo presunto che si aggira intorno ai 100 milioni di euro. Conviene imparare da questi episodi per investire in prevenzione cyber in ambito pubblico e privato. Sul punto, può essere utile ricordare che la Cyber Agency israeliana ha pubblicato una guida in cui, tra l’altro, consiglia la creazione di un team di gestione delle crisi, al quale spetta il compito organizzare regolarmente esercitazioni per affrontare attacchi cyber.
‘La soluzione contro gli attacchi ransomware? Sanzionare chi paga il riscatto’
In realtà, dovremmo valutare l’ipotesi di sanzionare chi paga il riscatto: mi sembra una delle poche soluzioni per spezzare il circolo vizioso di un reato che favorisce lo sviluppo delle cyber gang, come di recente paventato dal Governo francese. Ricordiamo che per ogni singolo colpo a infrastrutture critiche il riscatto può ammontare anche a una decina di milioni di dollari. In proposito, non trascurerei il fatto che il pagamento del riscatto, da parte di enti pubblici o privati, può essere una condotta capace di integrare una serie di reati tra cui la creazione di una provvista di pagamento che potrebbe configurare il reato di false comunicazioni sociali, ovvero il reato di finanziamento della criminalità organizzata, oltre che la violazione di principi e valori dichiarati nel Codice etico e in materia di responsabilità sociale d’impresa.
Cybersecurity Italia. Dal suo punto di vista, quale approccio consiglia per combattere il crimine informatico?
Annita Sciacovelli.In termini più generali, dalla mia attività di ricerca sulla cybersecurity emerge un duplice schema di risposta al crimine informatico, basato su un approccio che prevede, in primo luogo, l’impegno del legislatore statale a redigere un testo unico di cyber diritto. E’ noto che il nostro ordinamento reca già una serie di disposizioni repressive in materia, si pensi proprio al contrasto al ransomware, sebbene per altri illeciti non è così perché ad essi sono inapplicabili le tradizionali categorie penali.
In secondo luogo, a livello internazionale è necessaria l’elaborazione di una disciplina sulla attribution che sia ritagliata a seconda delle diverse tipologie di reati e attacchi cyber in cui possono essere coinvolti, a vario titolo e modo, attori non statali e Stati. Infatti, il problema della repressione degli illeciti informatici non riguarda la loro criminalizzazione, sancita dalla Convenzione di Budapest sulla criminalità informatica del 2001 e firmata dall’Italia, bensì l’assenza di un protocollo internazionale sulla digital forensic e sulla cooperazione internazionale nell’attività investigativa digitali, atteso che si tratta di illeciti transnazionali.
In questo solco, si inserisce il Joint Statement firmato tra i 27 Paesi dell’UE e il Segretario americano della Homeland Security, Alejandro Mayorkas, a Lisbona il 22 giugno scorso, che prevede l’adozione di una strategia di contrasto al malware; la cooperazione anche in materia di disclosure e l’impegno degli Stati di attivarsi per arrestare, perseguire o estradare i presunti criminali che compiono reati informatici sul loro territorio, nel rispetto del principio di due diligence...
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Ransomware REvil, il gruppo criminal hacker più pericoloso al mondo è scomparso dal web
REvil, il gruppo di hacker russi più grande e pericoloso al mondo è sparito dal web. Nessuno, al momento, conosce la genesi del black-out.
Secondo quanto riporta il New York Times, il primo a dare la notizia, il merito della scomparsa del gruppo di cybercriminali è da attribuire a Joe Biden e Vladimir Putin.
Il presidente degli Stati Uniti, lo scorso 9 luglio, aveva dichiarato di aver parlato al telefono con il presidente russo proprio per sollevare la questione relativa agli attacchi informatici che nei mesi scorsi sono sembrati provenire dalla Russia, e che già erano stati oggetti di discussione durante l’incontro a Ginevra dello scorso 16 giugno tra USA e Russia.
Scomparsa REvil: merito di chi? Le 3 teorie
Il NYT elenca tre teorie principali sul motivo per cui REvil è improvvisamente scomparso. La prima è che Biden abbia ordinato al Cyber Command degli Stati Uniti, in collaborazione con le forze dell’ordine nazionali, incluso l’FBI, di chiudere i siti del gruppo.
La seconda teoria è che Putin abbia ordinato la rimozione dei siti del gruppo. Se così fosse, sarebbe un gesto per dare ascolto all’avvertimento di Biden avvenuto durante l’incontro dei due leader di Ginevra.
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LinkedIn, ancora una volta offerti nei dark forum i dati di 600 milioni di utenti
Non è la prima volta che accade, anzi, da aprile a oggi, è il terzo caso di vendita di dati nei dark forum di internet appartenenti a utenti iscritti a LinkedIn. Dati rubati, ovviamente, relativi alle identità, alle informazioni anagrafiche, alle email, al proprio lavoro, a documenti, altri account di varia natura, sia finanziari, sia di altri social media.
Nel complesso, secondo il nuovo allarme lanciato da CyberNews, sono stati offerti in vendita record di dati appartenenti a 600 milioni di utenti del popolare social network professionale.
Si viola la nostra privacy, certamente, ma si commettono anche reati “in nostro nome”, attraverso tecniche di credential stuffing, cioè il tentativo continuo e massiccio di sfruttare ad esempio le nostre password o i nostri dati per accedere a siti di servizio, principalmente quelli bancari e finanziari, per estorcere e sottrarre denaro.
Nel suo rapporto sullo stato di sicurezza per il 2021, l’azienda Auth0 ha scoperto che il credential stuffing rappresenta il 16,5% dei tentativi di traffico di accesso sulla sua piattaforma, con picchi del 40% a marzo e aprile.
Il fatto che non si faccia mai troppa attenzione al tipo di password che scegliamo e alle credenziali che dovrebbero proteggere la sicurezza dei sistemi in uso, sia personali, sia aziendali, rende sempre più facile il lavoro dei cyber criminali.
Un’altra tecnica per sottrarre dati sensibili al malcapitato è il web scraping, cioè l’estrazione di informazioni da un sito o una piattaforma grazie all’impiego di tecnologie software sempre più sofisticate.
Ad esempio, i criminali possono realizzare un finto sito del tutto simile a quello della nostra banca o dello stesso LinkedIn, dove poi noi volontariamente andremo ad inserire le nostre credenziali di ingresso (magari seguendo un link apposito), che poi saranno rubate e riutilizzare per commettere frodi e reati di varia natura.
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Attacchi informatici alla sanità, in Italia l’11% sono ransomware
Continua l’annus horribils della sanità. Non solo per la pandemia, ma anche il crimine informatico ha messo a dura prova l’intero settore. Per quanto riguarda il nostro Paese, il 24% delle strutture ha dichiarato di aver subìto attacchi informatici, dei quali l’11% è costituito da ransomware e il 33% da accessi abusivi ai dati.
È quanto emerge dal whitepaper “Capire il rischio cyber- Il nuovo orizzonte in sanità”, realizzato da Sham, società del Gruppo Relyens, in collaborazione con il Dipartimento di Management dell’Università di Torino. Il report – basato su 68 professionisti di strutture distribuite in 14 regioni italiane – analizza la preparazione e la consapevolezza della sanità italiana per far fronte alla minaccia cyber e ciò che emerge é che la minaccia hacker non è sottostimata.
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Sanità, cybersecurity e ransomware
Per lo studio il 59% delle strutture percepisce il tema cyber risk in sanità come una priorità che impatta su prestazioni erogate e modelli organizzativi interni. Un ulteriore 31% ha valutato il tema come parzialmente prioritario. Ciononostante sono ancora poco frequenti le misure adottate dalle strutture per prevenire e gestire il rischio cyber: mappature, analisi dei rischi e test di vulnerabilità figurano solo in un terzo del totale.
I professionisti intervistati sono Risk Manager, Responsabili Qualità, Data Protection Officer (DPO), Responsabili della sicurezza informatica (CISO) e dell’Ingegneria Clinica, nonché Referenti della Direzione Sanitaria e Generale. Il 70% delle strutture è appartenente alla sanità pubblica, il 30% al comparto privato, con dimensioni che variano da meno di 250 posti letto a più di 750, rappresentando in maniera omogenea la composizione del sistema sanitario nazionale…
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