Crittografia post-quantistica, un mercato mondiale stimato in 13 miliardi di dollari entro il 2035

Il boom della crittografia post-quantistica atteso tra il 2026 e il 2035

La crittografia post-quantistica esce dalla nicchia degli addetti ai lavori e si prepara a diventare uno dei pilastri della sicurezza digitale globale. A dirlo è una nuova ricerca di Juniper Research, che fotografa un mercato in rapidissima espansione: da 1,2 miliardi di dollari nel 2026 a 13,3 miliardi di dollari nel 2035 (+1000%), con un tasso di crescita annuo composto (CAGR) del 30%. Numeri che raccontano una trasformazione strutturale in corso, spinta dall’avanzata del quantum computing e dalla crescente consapevolezza dei suoi impatti sulla cybersicurezza.

Che cos’è la crittografia post-quantistica

La crittografia post-quantistica (Post-Quantum Cryptography, PQC) comprende un insieme di algoritmi progettati per resistere agli attacchi dei computer quantistici, capaci – almeno in prospettiva – di compromettere gli attuali sistemi di cifratura a chiave pubblica. Il riferimento è al cosiddetto “Q-Day”, il momento in cui la potenza dei computer quantistici renderà vulnerabili le tecniche crittografiche oggi alla base di comunicazioni, transazioni finanziarie, identità digitali e infrastrutture critiche.

Anche se il Q-Day non ha ancora una data certa, governi e grandi organizzazioni lo considerano ormai un rischio concreto, tanto da avviare con largo anticipo la transizione verso soluzioni “quantum-safe”.

Le forze che trainano il mercato

Secondo il Report di Juniper Research, che offre una visione di lungo periodo basata su oltre 54.000 datapoint di 61 Paesi, la crescita del mercato della crittografia post-quantistica è alimentata da due fattori principali.

Il primo è la rapida evoluzione di standard e regolamenti, pensati proprio per preparare sistemi e infrastrutture all’era post-quantistica. In questo contesto, un ruolo centrale è svolto dagli algoritmi standardizzati dal NIST (National Institute of Standards and Technology), che in molti Paesi sono già diventati l’opzione di riferimento per la sicurezza “quantum-resistant”.

Il secondo driver è rappresentato dai continui investimenti in ricerca e sviluppo, che stanno accelerando la maturità degli algoritmi attraverso test rigorosi e applicazioni in scenari reali. Questo processo sta riducendo le incertezze tecnologiche e rendendo la PQC sempre più pronta per un’adozione su larga scala.

Il pericolo della “scarsa” consapevolezza

Nonostante le prospettive di mercato, Juniper Research segnala come la scarsa consapevolezza resti uno dei principali ostacoli. Molte aziende tendono ancora a sottovalutare il rischio di attacchi abilitati dal quantum computing. Come sottolinea Louis Atkin, Research Analyst di Juniper Research, è fondamentale rendere il tema più comprensibile e accessibile, così da favorire il coinvolgimento del management e sbloccare gli investimenti necessari.

Collaborazione e interoperabilità per un’adozione rapida ed efficace della crittografia post-quantistica

Guardando al futuro, la ricerca evidenzia che la collaborazione globale tra organizzazioni e Paesi sarà cruciale per un’adozione efficace della crittografia post-quantistica. La crittografia, infatti, è per sua natura un dominio che richiede interoperabilità: sistemi, reti e infrastrutture devono funzionare senza frizioni anche oltre i confini nazionali.

Il fatto che molti Stati abbiano già accettato gli algoritmi del NIST come standard de facto – anche in contesti dove la comprensione del panorama quantistico è ancora limitata – è visto come un segnale positivo. La sfida, nei prossimi anni, sarà garantire che la transizione verso soluzioni quantum-safe avvenga in modo coordinato tra settori diversi, dalla finanza alle telecomunicazioni, fino alla pubblica amministrazione.

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Finanza, Il G7 Cyber Expert Group traccia la rotta verso la crittografia post-quantistica. Il documento

G7 Cyber, la roadmap per la transizione del settore finanziario verso la crittografia post-quantistica

Il G7 Cyber Expert Group (CEG) ha pubblicato una nuova roadmap per supportare la transizione ordinata e coordinata del settore finanziario verso la crittografia post-quantistica, un passaggio considerato ormai inevitabile per garantire la sicurezza di dati e transazioni nell’era dei computer quantistici.

Il documento appena diffuso nasce dalla consapevolezza che l’attuale infrastruttura crittografica su cui si fonda il sistema finanziario globale, basata in larga parte sulla crittografia a chiave pubblica, potrebbe diventare vulnerabile con l’avvento di computer quantistici sufficientemente avanzati.
Una prospettiva che non riguarda un futuro remoto, ma che impone scelte strategiche già oggi.

Il documento “Advancing a Coordinated Roadmap for the Transition to Post-Quantum Cryptography in the Financial Sector.

L’iniziativa trae origine dalle priorità della Presidenza italiana del G7 nel 2024 e si fonda sugli esiti di un workshop del G7 su quantum computing e stabilità finanziaria, ospitato dalla Banca d’Italia nel settembre 2024. Il workshop ha costituito un momento chiave per sviluppare una comprensione comune delle opportunità e dei rischi associati alle tecnologie quantistiche e porre le basi per l’elaborazione di azioni concrete e coordinate nell’ambito dei lavori del G7 CEG.

Perché il quantum computing è un rischio (oltre che un’opportunità)

I computer quantistici promettono capacità di calcolo radicalmente superiori a quelle dei sistemi tradizionali, con potenziali benefici anche per il settore finanziario: dall’ottimizzazione dei portafogli alla gestione del rischio.
Eppure, la stessa potenza di calcolo potrebbe essere utilizzata per rompere gli algoritmi crittografici più diffusi, come quelli basati su RSA ed elliptic curve, che oggi proteggono i più conosciuti sistemi di pagamenti, comunicazioni e identità digitali.

Lo scenario più critico è noto come “harvest now, decrypt later”: intercettare oggi dati cifrati per decifrarli domani, quando la tecnologia quantistica lo renderà possibile. Per il mondo finanziario, questo significa mettere a rischio informazioni sensibili anche a lungo termine.

Che cos’è la crittografia post-quantistica

La crittografia post-quantistica comprende algoritmi progettati per resistere sia agli attacchi dei computer classici sia a quelli quantistici. Non si tratta di crittografia “quantistica” in senso stretto, ma di soluzioni matematiche che possono essere implementate sugli attuali sistemi IT e che non risultano vulnerabili agli algoritmi quantistici noti, come quello di Shor.

Il passaggio alla crittografia post-quantistica, però, non è un semplice aggiornamento software, perchè implica una revisione profonda di sistemi, protocolli, infrastrutture, dipendenze da fornitori terzi e modelli di governance. Proprio per questo il G7 parla di transizione e non di sostituzione immediata.

La roadmap del G7 per una transizione da completare (possibilmente) entro il 20235

La roadmap elaborata dal G7 CEG non introduce nuovi obblighi regolatori, ma fornisce un quadro di riferimento condiviso per autorità, istituzioni finanziarie e fornitori tecnologici.

Sviluppata da una task force dedicata costituita dalla Presidenza canadese del G7 nel 2025 e composta da esperti delle autorità e dell’industria, la roadmap delinea un approccio strutturato alla migrazione dei sistemi crittografici e individua le principali fasi della transizione e le attività necessarie a garantire continuità operativa, interoperabilità e resilienza complessiva del sistema finanziario.

L’obiettivo è favorire un approccio armonizzato tra Paesi e operatori, lasciando comunque flessibilità per adattare i piani alle specificità di ciascuna organizzazione.

Il documento individua sei fasi principali della transizione:

  1. consapevolezza e preparazione,
  2. mappatura e inventario degli asset crittografici,
  3. valutazione del rischio e pianificazione,
  4. esecuzione della migrazione,
  5. test delle soluzioni adottate,
  6. validazione continua e monitoraggio.

Un principio chiave è l’approccio risk-based, tramite cui i sistemi più critici dovranno essere migrati prima, mentre quelli a minore impatto potranno seguire tempistiche più estese. In questo contesto, il G7 indica il 2035 come orizzonte temporale di riferimento per completare la transizione complessiva, con una priorità ai sistemi critici già all’inizio del prossimo decennio

Chi è il G7 Cyber Expert Group (CEG) e perché la roadmap è importante

Il G7 Cyber Expert Group è un gruppo di lavoro permanente fondato nel 2015 che riunisce rappresentanti delle autorità finanziarie e delle banche centrali dei Paesi G7, oltre all’Unione europea. Il CEG ha il compito di coordinare le politiche di cybersecurity, favorire la cooperazione internazionale e rafforzare la resilienza del sistema finanziario globale.

Presieduto congiuntamente dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e dalla Bank of England, il gruppo svolge anche un ruolo centrale nella condivisione delle informazioni e nella gestione degli incidenti cyber, diventando un punto di riferimento su temi emergenti come il rischio quantistico.

La roadmap del G7 rende chiaro un messaggio: la transizione verso la crittografia post-quantistica è una sfida tecnologica, ma soprattutto strategica e organizzativa. Non riguarda solo la sicurezza informatica, ma la fiducia nel sistema finanziario digitale nel suo complesso.

Per banche, assicurazioni, fintech e fornitori di servizi critici, iniziare ora a pianificare questa evoluzione significa proteggere il valore dei dati nel lungo periodo, evitare migrazioni affrettate in futuro e accompagnare in modo sicuro la prossima fase della trasformazione digitale.
In un mondo sempre più interconnesso e a rischio cyber attacchi di varia natura, la resilienza crittografica diventa così uno dei pilastri della stabilità economica globale.

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Belgio, per il responsabile della Cybersecurity “L’Europa ha perso Internet perché dipende dagli Usa”

La superiorità degli Usa in materia di infrastrutture digitali è chiara, ma per l’Europa può diventare un rischio. Lo ha detto in una intervista al Financial Times il direttore del Cybersecurity Center del Belgio (CCB) Miguel De Bruycker, secondo cui al momento è “impossibile” conservare in modo completo i dati in Europa perché le imprese americane dominano il settore. “Abbiamo perso tutto il cloud. Per essere onesti, abbiamo perso tutto Internet”.  “Se vuoi le tue informazioni conservate al 100% nella Ue, puoi soltanto sognartelo. E’ un obiettivo irrealistico”, ha aggiunto.

Dal Belgio il monito di De Bruycker riecheggia il nostro allarme sull’Indipendenza Digitale

Un reality check quello di De Bruycker che riecheggia quanto già emerso dalla nostra conferenza di maggio scorso sull’”Indipendenza digitale”, organizzata da Key4biz e Red-Open, che ha messo in evidenza il pesante gap tecnologico dell’Europa nei confronti delle tecnologie made in Usa.    

Cloud e AI cruciali per la cybersecurity

Il responsabile della cybersecurity belga aggiunge che la sicurezza informatica europea dipende principalmente dalla cooperazione di aziende americane. Una dipendenza che ha aumentato il ritardo degli europei nello sviluppo di nuove tecnologie, come il cloud computing e l’intelligenza artificiale, cruciali per la sicurezza informatica. L’Europa deve quindi sviluppare le proprie capacità, ma teme che la recente legislazione europea possa ostacolare queste iniziative. Miguel De Bruycker invita quindi i governi europei a sostenere le iniziative private in questi settori.

Allarme dal Belgio: “Non pensiamo agli hyperscaler Usa, ma a noi stessi”

“Invece di concentrarci su come fermare gli hyperscaler statunitensi, forse dovremmo dedicare le nostre energie a costruire qualcosa per noi stessi“, sostiene il belga.

Gli hacker russi ci sguazzano

Il Belgio, sede delle istituzioni dell’Unione Europea, è stato vittima di una guerra ibrida orchestrata dalla Russia per destabilizzare i paesi della regione. Raid con droni, attacchi informatici o sabotaggi sono alcuni degli episodi che diversi paesi europei hanno dovuto affrontare dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel 2022. Nel caso di Bruxelles, la città ha subito cinque ondate di attacchi informatici durati diversi giorni, in cui dispositivi volti a sabotare infrastrutture critiche sono riusciti a saturare i siti web di aziende e agenzie governative, disattivandoli temporaneamente.

Cyberattacchi russi per screditare le istituzioni europee. Belgio e Bruxelles nel mirino

Per De Bruycker, è evidente che anche gli attacchi informatici di origine russa mirano a interrompere i portali web delle istituzioni europee per screditarle.

Secondo De Bruycker, gli attacchi hanno in genere preso di mira fino a 20 organizzazioni diverse al giorno e, sebbene non sia chiaro se gli eventi fossero direttamente collegati al Cremlino, si sono generalmente verificati in risposta a dichiarazioni anti-russe di politici europei. Per il presidente del CCB, gli attacchi non sono particolarmente dannosi e sottolinea che il loro obiettivo principale è quello di interrompere e interrompere il funzionamento dei siti web senza la necessità di estrarre informazioni.

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Spotify svaligiata, rubati 256 milioni di brani e 86 milioni di file audio

Saccheggiata Spotify, disponibile per tutti online un volume di dati enorme paria 300 terabyte

Un attacco senza precedenti colpisce Spotify, la principale piattaforma di streaming musicale al mondo. Un gruppo di hacker (o di criminali, a seconda dei punti di vista) ha dichiarato di aver effettuato il backup dell’intero catalogo musicale del servizio, pubblicando online metadati relativi a 256 milioni di brani e 86 milioni di file audio, per un volume complessivo di dati stimato in poco meno di 300 terabyte.

La notizia è stata resa pubblica da Anna’s Archive, un motore di ricerca open source noto per indicizzare le cosiddette “shadow libraries”, finora focalizzate soprattutto su libri e testi accademici.
Secondo il gruppo non si tratta di attacco o saccheggio, ma di “liberazione” di file.

In un post sul proprio blog, il progetto afferma che la raccolta rappresenterebbe il primo archivio di conservazione musicale completamente aperto al mondo”, facilmente replicabile da chiunque disponga di competenze tecniche e sufficiente spazio di archiviazione.

Qui vale la pena spiegare subito che non è solo un problema di capacità tecniche e di archiviazione, ma di violazione del diritto d’autore. In linea di massima, lo scraping di dati, noto anche come web scraping, è una tecnica usata spesso per estrarre informazioni automatizzate da siti web utilizzando script, o software specializzati. Non è un’attività intrinsecamente illecita, ma può diventare tale, se viola normative come il GDPR, termini di servizio dei siti o diritti d’autore.

Cosa è stato sottratto

Secondo quanto riportato dalla piattaforma open source – che di solito non si occupa di questo tipo di file (generalmente libri, documenti e articoli, file di testo quindi), ma l’occasione “fa l’uomo ladro” come si dice – i dati pubblicati comprendono:

  • metadati di 256 milioni di tracce musicali
  • 86 milioni di file audio
  • contenuti caricati sulla piattaforma tra il 2007 e il 2025
  • materiale che rappresenterebbe circa il 99,6% degli ascolti complessivi su Spotify

Il gruppo che ha messo in atto il colpo sostiene che l’archivio consenta, almeno teoricamente, di ricostruire una copia funzionale dell’intero catalogo Spotify, pur riconoscendo che qualunque tentativo di utilizzo pubblico sarebbe immediatamente bloccato da azioni legali da parte delle major discografiche e degli altri titolari dei diritti.

Spotify fa partire un’indagine, sembrano salvi i dati personali degli utenti

Spotify ha confermato ufficialmente l’accaduto. In una dichiarazione a Euronews Next, un portavoce della società ha ammesso che la libreria della piattaforma è stata oggetto di “scraping non autorizzato da parte di terzi.

Secondo Spotify, gli attaccanti avrebbero utilizzato tattiche illecite per aggirare i sistemi di DRM (Digital Rights Management)”, sfruttato account fraudolenti, successivamente identificati e disabilitati, forzato l’accesso senza autorizzazione a parte dei file audio e ai metadati del catalogo.

La società ha precisato che non vi è alcuna indicazione di compromissione di dati personali non pubblici degli utenti. L’unica informazione legata agli utenti coinvolta nell’incidente riguarderebbe playlist pubbliche create dagli stessi utenti.

Spotify non ha però specificato la quantità esatta di dati sottratti, limitandosi a confermare l’accesso non autorizzato.

Una violazione massiva del diritto d’autore, dati buoni per addestrare gratuitamente modelli di AI

Dal punto di vista del diritto d’autore, l’incidente rappresenta un evento di portata eccezionale. Anche se i file non fossero immediatamente utilizzabili a fini commerciali, la disponibilità su reti peer-to-peer di un archivio di tali dimensioni costituisce una violazione massiva dei diritti di riproduzione, distribuzione e comunicazione al pubblico.

Il rischio più rilevante riguarda l’uso dei dati per l’addestramento di modelli di intelligenza artificiale.

Yoav Zimmerman, CEO di Third Chair, società specializzata nel monitoraggio degli usi non autorizzati di proprietà intellettuale, ha commentato l’acccaduto: “È appena diventato drammaticamente più facile per le aziende di AI addestrare modelli sulla musica moderna su larga scala. L’unica cosa che può fermare tutto ciò è la legge sul copyright e la deterrenza dell’enforcement”.

In altri termini, la sottrazione di quasi 300 terabyte di contenuti musicali abbassa drasticamente la barriera tecnologica per l’uso illecito della musica protetta, spostando il conflitto interamente sul piano legale.

Spotify rafforza la sicurezza, ma il danno è fatto

Spotify ha ribadito il proprio impegno nella tutela degli artisti e dei detentori dei diritti: “Fin dal primo giorno ci siamo schierati al fianco della comunità artistica contro la pirateria“.

La società ha dichiarato di stare rafforzando le misure di sicurezza, di collaborare con i partner dell’industria musicale e di monitorare attivamente comportamenti sospetti per prevenire nuovi attacchi.

L’episodio segna un punto di svolta per l’intero settore dello streaming. Se da un lato conferma la centralità di Spotify come archivio di fatto della musica contemporanea, dall’altro mette in luce la vulnerabilità strutturale delle piattaforme digitali di fronte a operazioni di scraping su larga scala.

In gioco non c’è solo la sicurezza tecnologica, ma l’equilibrio economico e giuridico dell’intera filiera musicale globale.

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Intelligenza Artificiale Spiegabile (XAI): quando la trasparenza diventa requisito di sicurezza informatica

L’Intelligenza Artificiale Spiegabile (XAI) rappresenta oggi una necessità strategica per la cybersecurity. La crescente adozione di sistemi AI in ambiti critici sta spostando il dibattito dalla pura efficienza prestazionale alla necessità di comprendere come e perché un algoritmo arrivi a una determinata decisione. Nel contesto della sicurezza informatica, questa evoluzione non rappresenta un vezzo accademico ma una necessità operativa e, sempre più spesso, un obbligo normativo.

Quando un sistema di rilevamento delle intrusioni basato su machine learning identifica un’anomalia classificandola come minaccia critica, gli analisti SOC non possono accontentarsi di un responso binario. Devono comprendere quali caratteristiche del traffico di rete hanno innescato l’allerta, quali pattern sono stati riconosciuti, quale livello di confidenza caratterizza quella specifica inferenza. Questa esigenza diventa ancora più stringente quando l’output dell’algoritmo guida decisioni che possono bloccare interi segmenti di rete, isolare sistemi produttivi o innescare procedure di incident response che coinvolgono risorse umane ed economiche significative.

Intelligenza Artificiale Spiegabile (XAI): colmare il divario tra complessità algoritmica e comprensibilità umana

L’Explainable AI nasce per colmare il divario tra la complessità crescente dei modelli di apprendimento automatico e la necessità umana – e spesso legale – di comprenderne il funzionamento. Non si tratta semplicemente di “aprire la scatola nera”, metafora ormai abusata ma ancora efficace: l’obiettivo è costruire sistemi che siano intrinsecamente interpretabili o dotarli di meccanismi che permettano di ricostruire a posteriori il ragionamento algoritmico.

Come evidenziato nell’articolo “Nuovi modelli di IA: Explainable AI e Hybrid AI“, l’opacità dell’AI rappresenta un ostacolo fondamentale: “In ambito scientifico, l’opacità dell’AI si riferisce all’incapacità di comprendere il processo decisionale interno di un sistema di intelligenza artificiale, specialmente quelli basati su algoritmi complessi come il deep learning.”

Nel panorama della digital forensics, questa capacità assume contorni ancora più definiti. Un’evidenza digitale prodotta da un sistema AI può essere contestata in sede giudiziaria se non è possibile dimostrare la tracciabilità del processo decisionale. Il perito deve poter spiegare non solo cosa ha rilevato l’algoritmo, ma attraverso quale logica inferenziale è giunto a quella conclusione. La catena di custodia dell’evidenza digitale si estende così al modello stesso e ai suoi parametri, richiedendo nuove competenze e protocolli di documentazione.

Il quadro normativo europeo: AI Act e NIS2

AI Act e requisiti di trasparenza

Dal punto di vista normativo, il GDPR aveva già introdotto il concetto di diritto alla spiegazione nelle decisioni automatizzate che producono effetti giuridici o incidono significativamente sull’interessato (articolo 22, artt. 13, 14, 15 e considerando 71). L’AI Act europeo (Regolamento UE 2024/1689), entrato in vigore il 1° agosto 2024 e pienamente applicabile dal 2 agosto 2026, rafforza ulteriormente questi requisiti classificando i sistemi AI in base al rischio e imponendo obblighi di trasparenza crescenti.

Per i sistemi ad alto rischio utilizzati in ambito di sicurezza delle infrastrutture critiche, identificazione biometrica o gestione di dati sensibili, la spiegabilità non è più opzionale: è un requisito di conformità. L’articolo 19 dell’AI Act (Automatically Generated Logs) impone agli operatori di sistemi ad alto rischio di mantenere log automatici che registrino le operazioni del sistema durante il suo ciclo di vita, permettendo la tracciabilità delle decisioni prese dal sistema AI, includendo input, output e timestamp.

Direttiva NIS2 e gestione del rischio cyber

La Direttiva NIS2, recepita in Italia con il Decreto Legislativo 138/2024 (entrato in vigore il 16 ottobre 2024), introduce un ulteriore livello di complessità. Gli enti essenziali e importanti sono chiamati a implementare misure tecniche e organizzative adeguate per gestire i rischi legati alla sicurezza di reti e sistemi informativi. Quando queste misure incorporano componenti di AI – dalla detection automatizzata delle minacce alla gestione dinamica degli accessi – la capacità di spiegare il comportamento di questi sistemi diventa parte integrante della dimostrazione di conformità verso le autorità competenti, in Italia rappresentate dall’ACN.

Per i security operation center che integrano strumenti AI, questo significa ripensare l’intera architettura di logging e audit trail, garantendo che ogni decisione automatizzata – dal blocco di un IP alla quarantena di un file sospetto – sia documentata in modo da permettere una ricostruzione ex-post del ragionamento algoritmico.

Framework tecnici e standard emergenti per l’XAI

NIST AI Risk Management Framework

Sul piano operativo, l’industria sta convergendo verso framework standardizzati per l’implementazione dell’XAI. Il NIST AI Risk Management Framework, pubblicato il 26 gennaio 2023, dedica ampio spazio alla trasparenza e alla spiegabilità come elementi fondamentali della gestione del rischio AI. Il framework propone un approccio strutturato che include la documentazione del sistema, la validazione delle performance, il monitoraggio continuo e la gestione degli incidenti legati all’AI.

ISO/IEC 42001: standard per l’AI Management System

A livello europeo, lo standard ISO/IEC 42001 sui sistemi di gestione dell’intelligenza artificiale, pubblicato nel dicembre 2023, fornisce requisiti e linee guida per stabilire, implementare, mantenere e migliorare continuamente un AI Management System. Questo standard, che sarà probabilmente referenziato nei processi di certificazione previsti dall’AI Act, include requisiti specifici sulla tracciabilità e la spiegabilità dei sistemi AI, particolarmente per applicazioni in contesti critici.

MITRE ATT&CK e ATLAS

Nel contesto della cybersecurity, il framework MITRE ATT&CK ha iniziato a integrare considerazioni sui sistemi di AI utilizzati sia dagli attaccanti sia dai difensori. La matrice ATLAS (Adversarial Threat Landscape for Artificial-Intelligence Systems) documenta tattiche e tecniche specifiche per compromettere sistemi di machine learning, includendo attacchi che sfruttano proprio la mancanza di trasparenza per iniettare bias, avvelenare i dataset di training o eludere i meccanismi di detection.

Come spiegato nell’articolo “Il problema del BIAS nei dataset e della XAI“, “Una delle contromisure ed anche un sistema per capire meglio l’output di un algoritmo di IA è quello della XAI (eXplainable Artificial Intelligence), ossia l’intelligenza artificiale spiegabile. Gli algoritmi sono sostanzialmente delle black box, delle scatole nere nelle quali entrano i dati di input, che vengono elaborati per generare degli output, il motivo per cui sia stata generata una risposta rispetto ad un’altra non è facilmente comprensibile.”

La supply chain dell’AI e il rischio di opacità stratificata

Una dimensione spesso trascurata riguarda la supply chain dell’intelligenza artificiale. Molte organizzazioni non sviluppano internamente i propri modelli di AI ma utilizzano API di terze parti, modelli pre-addestrati o soluzioni commerciali proprietarie. Questa dipendenza introduce quello che potremmo definire un “rischio di opacità stratificata“: anche quando il fornitore offre interfacce di spiegabilità, queste possono operare a un livello di astrazione tale da mascherare problematiche più profonde nel modello sottostante.

Il caso dei modelli foundation illustra perfettamente questo dilemma. Quando un’organizzazione utilizza un LLM commerciale per automatizzare l’analisi di log di sicurezza o la correlazione di threat intelligence, si affida a un sistema la cui architettura interna, i dati di training e i processi di fine-tuning sono spesso protetti da segreto industriale. Come possono i CISO garantire che questi sistemi non abbiano appreso bias dai dati di training? Come verificare che non siano suscettibili a prompt injection o data poisoning?

La risposta richiede un approccio contrattuale e tecnico integrato. I contratti di procurement devono includere clausole specifiche sui livelli di trasparenza garantiti, sulle modalità di audit algoritmico, sulla possibilità di testare il modello con dataset controllati. Sul piano tecnico, emergono metodologie di testing adversarial che permettono di sondare i confini comportamentali del modello, identificando potenziali vulnerabilità senza necessariamente accedere ai suoi parametri interni.

XAI e threat intelligence: il caso del ransomware-as-a-service

L’applicazione dell’XAI nella threat intelligence merita un approfondimento specifico. Consideriamo il fenomeno del ransomware-as-a-service, dove gruppi criminali operano con modelli di business strutturati e tattiche in continua evoluzione. I sistemi di AI vengono utilizzati per correlare indicatori di compromissione attraverso fonti eterogenee – dark web, telemetria di rete, rapporti di incident response – identificando pattern emergenti e prevedendo possibili vettori di attacco.

Un sistema XAI efficace in questo contesto non si limita a segnalare che un particolare hash di file è associato a una campagna ransomware. Dovrebbe spiegare perché quella associazione è significativa: quali caratteristiche comportamentali del malware sono state osservate, quale similarità strutturale esiste con campioni noti, quale correlazione temporale emerge con attività di reconnaissance su altri target. Questa ricchezza informativa trasforma il sistema AI da strumento di allerta a moltiplicatore di intelligence, permettendo agli analisti di comprendere non solo la minaccia immediata ma il contesto strategico in cui si inserisce.

Alcuni fornitori di security intelligence stanno sviluppando dashboard di “explainability” che visualizzano graficamente il processo decisionale dell’AI. Grafici di feature importance mostrano quali attributi del malware hanno pesato maggiormente nella classificazione. Mappe di attivazione delle reti neurali evidenziano quali porzioni di codice hanno attirato l’attenzione del modello. Linee temporali correlano l’evento specifico con pattern storici osservati. Questi strumenti trasformano il responso algoritmico in un’esperienza investigativa, dove la macchina non sostituisce l’analista ma ne amplifica le capacità cognitive.

Come descritto nell’articolo “AI offensiva e difensiva: strategie di cybersecurity nel 2025“, “L’AI spiegabile (XAI) offre una soluzione promettente fornendo interpretabilità e trasparenza, permettendo ai professionisti della sicurezza di comprendere meglio, fidarsi e ottimizzare i modelli IDS.”

Il paradosso della spiegabilità nell’era del quantum computing

Un tema emergente, ancora poco esplorato ma destinato ad acquisire rilevanza, riguarda l’intersezione tra XAI e quantum computing. Man mano che algoritmi quantistici vengono integrati in sistemi di AI – sia per accelerare il training di modelli complessi sia per sviluppare nuove architetture di quantum machine learning – la sfida della spiegabilità assume dimensioni ulteriori.

I computer quantistici operano secondo principi che sfuggono all’intuizione classica: sovrapposizione, entanglement, interferenza. Quando questi fenomeni vengono sfruttati per costruire modelli di machine learning, il concetto stesso di “spiegazione” diventa problematico. Come si può spiegare una decisione che emerge da uno stato quantistico collassato al momento della misurazione? Come documentare un processo inferenziale che sfrutta parallelismo quantistico attraverso spazi di Hilbert ad alta dimensionalità?

Paradossalmente, proprio mentre la comunità della cybersecurity si prepara alla transizione post-quantum per proteggere le comunicazioni dalla crittoanalisi quantistica, potremmo trovarci ad affrontare sistemi di AI quantistica intrinsecamente meno spiegabili dei loro predecessori classici. Questa prospettiva rende ancora più urgente lo sviluppo di framework concettuali e metodologie di XAI che possano adattarsi a paradigmi computazionali radicalmente diversi.

Certificazione e attestazione della spiegabilità

L’AI Act introduce il concetto di “organismi notificati” che avranno il compito di valutare la conformità dei sistemi AI ad alto rischio prima della loro immissione sul mercato. Questo meccanismo, simile a quanto già avviene per dispositivi medici o macchinari industriali, solleva la questione di come certificare la spiegabilità di un sistema AI.

A differenza di requisiti funzionali tradizionali, verificabili attraverso test deterministici, la spiegabilità ha una componente soggettiva: una spiegazione può essere tecnicamente accurata ma incomprensibile per l’utente finale, o viceversa intuitiva ma scientificamente imprecisa. Gli organismi di certificazione dovranno sviluppare metodologie di valutazione che bilancino accuratezza tecnica e comprensibilità contestuale, tenendo conto del profilo degli stakeholder che utilizzeranno le spiegazioni.

Alcune proposte in discussione prevedono l’adozione di “benchmark di spiegabilità” standardizzati, dove il sistema AI viene testato su scenari di riferimento e le sue spiegazioni valutate secondo metriche oggettive: completezza, consistenza, contrastività (capacità di spiegare perché è stata presa una decisione invece di un’altra), continuità (stabilità delle spiegazioni rispetto a variazioni minime dell’input). Tuttavia, il dibattito rimane aperto su quali di queste proprietà dovrebbero essere prescrittive e quali semplicemente raccomandate.

Sovranità digitale e modelli europei di XAI

La dimensione geopolitica dell’AI non può essere ignorata quando si discute di spiegabilità. L’Europa, attraverso l’AI Act e iniziative come il progetto Gaia-X, sta tentando di costruire un ecosistema AI basato su valori di trasparenza, accountability e rispetto dei diritti fondamentali che si differenzia dall’approccio più liberista degli Stati Uniti e da quello più dirigista della Cina.

In questo contesto, l’XAI diventa elemento di differenziazione competitiva. Modelli europei che incorporano trasparenza by-design potrebbero trovare mercato presso organizzazioni e governi che privilegiano compliance normativa e riduzione del rischio reputazionale rispetto alla pura performance predittiva. Iniziative come i progetti Horizon Europe dedicati all’AI trustworthy stanno finanziando ricerca su architetture di XAI specificatamente progettate per soddisfare i requisiti normativi europei.

Per le organizzazioni italiane, questa dinamica crea opportunità ma anche responsabilità. Investire in competenze e soluzioni XAI europee significa contribuire alla costruzione di quella sovranità tecnologica che l’ACN ha identificato come priorità strategica. Significa anche prepararsi a un mercato dove la certificazione di conformità ai requisiti di spiegabilità potrebbe diventare prerequisito per accedere a gare pubbliche o mercati regolamentati.

Verso un’etica operativa dell’AI in sicurezza

Oltre gli aspetti normativi e tecnici, l’XAI solleva questioni etiche che i professionisti della sicurezza non possono eludere. L’utilizzo di AI per decisioni che impattano la privacy, la libertà di movimento in ambienti fisici protetti, l’accesso a risorse critiche richiede non solo conformità legale ma anche legittimazione etica.

Un sistema di videosorveglianza intelligente che utilizza analisi comportamentale per identificare minacce potenziali opera in una zona grigia dove efficienza securitaria e diritti individuali si confrontano. La capacità di spiegare perché un comportamento è stato classificato come anomalo – e quindi potenzialmente minaccioso – non risolve il dilemma etico ma lo rende almeno trasparente, permettendo un dibattito informato e meccanismi di contestazione da parte degli individui interessati.

Alcune organizzazioni stanno adottando “AI ethics boards” interni che valutano l’introduzione di nuovi sistemi AI non solo sotto il profilo della compliance ma anche della sostenibilità etica. In questi comitati, la presenza di esperti di sicurezza è fondamentale per bilanciare l’imperativo della protezione con il rispetto dei diritti, utilizzando l’XAI come strumento di mediazione: sistemi più trasparenti sono anche sistemi più facilmente sottoponibili a scrutinio etico.

Implicazioni pratiche per CISO e team di sicurezza

Per tradurre questi principi in azioni concrete, i responsabili della sicurezza devono integrare l’XAI nei processi decisionali quotidiani. Questo significa innanzitutto sviluppare o acquisire competenze ibride: data scientist che comprendano le minacce cyber, security analyst che sappiano interrogare modelli di machine learning, legal counsel che possano interpretare i requisiti di spiegabilità nel contesto specifico dell’organizzazione.

Sul piano procedurale, è opportuno istituire protocolli di “AI incident response” che definiscano come gestire situazioni in cui un sistema AI produce decisioni errate o inspiegabili. Chi ha l’autorità di disabilitare un sistema automatizzato in caso di comportamento anomalo? Come si documenta un falso positivo prodotto da AI per evitare recidive? Quali meccanismi di escalation si attivano quando le spiegazioni fornite dal sistema risultano insufficienti o contraddittorie?

La formazione continua diventa imperativa. I team SOC devono familiarizzare con i concetti fondamentali di machine learning – non per diventare data scientist, ma per sviluppare quella literacy che permette di distinguere una correlazione spuria da un pattern significativo, di riconoscere quando un modello sta operando fuori dal suo dominio di competenza, di valutare criticamente le confidence score associate alle predizioni.

Scenari futuri e direzioni di ricerca nell’XAI

Guardando avanti, alcune direzioni di sviluppo appaiono particolarmente promettenti. La ricerca su modelli “intrinsecamente interpretabili” – architetture di neural network progettate per essere trasparenti per costruzione anziché richiedere tecniche post-hoc di spiegazione – potrebbe ridurre il trade-off tra performance e spiegabilità. Approcci come le Neural Additive Models o le Concept Bottleneck Networks mostrano che è possibile costruire sistemi potenti mantenendo un livello di interpretabilità umana.

L’integrazione tra XAI e sistemi di knowledge graph rappresenta un’altra frontiera interessante. Mappando le decisioni algoritmiche su grafi di conoscenza esplicita – ontologie di minacce, tassonomie di vulnerabilità, modelli di comportamento normale – si può costruire un ponte tra il ragionamento sub-simbolico delle reti neurali e la logica esplicita comprensibile agli umani.

Infine, l’utilizzo dell’AI per spiegare l’AI – modelli linguistici che traducono output tecnici in linguaggio naturale, sistemi che generano contro-fattuali per illustrare decisioni (“il sistema ha bloccato questa transazione perché, se il parametro X fosse stato diverso, sarebbe stato classificato come legittimo”) – apre possibilità di rendere la spiegabilità accessibile anche a stakeholder non tecnici.

Conclusione: trasparenza come investimento strategico

In definitiva, l’Intelligenza Artificiale Spiegabile non configura una singola tecnologia ma un paradigma progettuale che deve permeare l’intero ciclo di vita dei sistemi AI utilizzati in contesti di sicurezza. Dalla raccolta e selezione dei dati di training, alla scelta dell’architettura del modello, fino al deployment e al monitoraggio continuo, ogni fase deve incorporare considerazioni di interpretabilità.

Per i CISO e i responsabili della sicurezza, questo significa adottare framework di governance che includano requisiti espliciti di spiegabilità nei processi di procurement e sviluppo di soluzioni AI, prevedere meccanismi di audit algoritmico periodico e investire nella formazione dei team affinché sviluppino quella literacy necessaria per interrogare criticamente gli output dei sistemi intelligenti.

La posta in gioco supera la mera conformità normativa: riguarda la costruzione di una fiducia giustificata nei sistemi automatizzati che sempre più frequentemente prendono decisioni che impattano la sicurezza delle organizzazioni e, in ultima analisi, la protezione dei dati personali e dei diritti fondamentali degli individui. Un sistema opaco può funzionare perfettamente fino al momento in cui fallisce, e senza spiegabilità quel fallimento rimane inspiegabile, irreplicabile, e quindi impossibile da prevenire in futuro.

La trasparenza algoritmica diventa così non un vincolo allo sviluppo tecnologico, ma una condizione abilitante per un’innovazione sostenibile e responsabile. Nel contesto italiano ed europeo, dove la cybersecurity si intreccia sempre più strettamente con considerazioni normative, etiche e geopolitiche, l’investimento in XAI rappresenta non un costo ma un vantaggio competitivo: la capacità di dimostrare non solo che i propri sistemi funzionano, ma anche di spiegare come e perché lo fanno.

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Sicurezza fisica, cyber e operativa: perché il futuro della protezione aziendale passa dall’integrazione

L’intervento “La Security Convergence per le Enterprise” di Marco Bavazzano, Amministratore Delegato di Axitea, tenutosi durante il 23° Forum ICT Security

Le piccole e medie imprese rappresentano l’ossatura del sistema produttivo italiano, eppure restano spesso ai margini del dibattito sulla sicurezza integrata. È partito da questa constatazione l’intervento di Marco Bavazzano, Amministratore Delegato di Axitea, al 23° Forum ICT Security tenutosi a Roma il 20 novembre 2025: un’analisi lucida e pragmatica su come la convergenza tra sicurezza fisica, digitale e operativa possa trasformare la protezione aziendale da centro di costo a vantaggio competitivo.

Un tema “sexy” di cui nessuno parla

«Chi di voi sa cos’è la Security Convergence?» ha esordito l’AD Bavazzano, rivolgendosi alla platea. La risposta, quasi unanimemente silente, ha confermato un paradosso: si tratta di un argomento strategico, eppure largamente ignorato dall’agenda dei media e dei grandi vendor. Il motivo? Secondo l’esperto, implementare un modello di sicurezza convergente risulta estremamente complesso, soprattutto per le realtà più strutturate.

«Non c’è il vendor che faccia il prodotto per la Security Convergence, non c’è una grande corporate che proponga un’implementazione integrale e strategica della sicurezza che copra sia il mondo fisico che quello cyber» ha spiegato lo speaker, evidenziando come le barriere all’ingresso nel settore della sicurezza fisica – certificazioni ministeriali, infrastrutture operative dedicate – rendano di fatto impossibile per molti operatori del mondo cyber sviluppare un’offerta realmente integrata.

Le PMI come anello strategico delle filiere produttive

Prima di addentrarsi nei tecnicismi, l’intervento ha posto l’accento su un dato spesso sottovalutato: il ruolo critico delle piccole e medie imprese all’interno delle grandi catene del valore. Il relatore ha portato l’esempio concreto di un cliente del Trevigiano, fornitore esclusivo di un grande gruppo navale italiano impegnato nella costruzione di navi da crociera di lusso.

«Quando questo grande gruppo navale indice una gara, molto spesso il nostro cliente è il solo a partecipare, perché nessun altro è in grado di realizzare quel prodotto nei tempi richiesti» ha raccontato l’AD di Axitea. «Questo è un vincolo strategico: se il nostro cliente dovesse subire un attacco informatico, con un impatto sulle propria continuità operativa, ne risentirebbe la resilienza dell’intera organizzazione e dell’intera catena di fornitura, compresa, in questo esempio, l’azienda navale». Un esempio che illumina quanto la sicurezza della supply chain non sia più un optional, ma una necessità sistemica.

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“Cos’è la Security Convergence” – Schema dei tre pilastri: Physical Security, Cybersecurity, Sensing & Operations

I tre pilastri della convergenza

Ma cosa si intende concretamente per Security Convergence? Lo speaker ha delineato un modello basato su tre componenti integrate. La prima è la sicurezza fisica tradizionale: controlli di accesso, videosorveglianza, videoronde, monitoraggio allarmi. La seconda è la cybersecurity, con i suoi pilastri ormai consolidati: Identity e Zero Trust, soluzioni EDR/XDR, segmentazione IT/OT, Security Operations Center. La terza componente, forse la più innovativa, è ciò che l’esperto ha definito Sensing & Operations: il mondo della telemetria di fabbrica, dei dati relativi ai sistemi primari e secondari di produzione, del monitoraggio energetico e del condition monitoring.

«Tutto ciò che riguarda il consumo di energia, i cicli macchina, i parametri di qualità – ha specificato Marco Bavazzano – rappresenta un terzo livello che, integrato ai precedenti, consente di creare un approccio alla Security Convergence mirato ad assicurare la resilienza complessiva dell’azienda».

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“Vantaggi della convergenza” – I benefici dell’integrazione tra eventi fisici, digitali e di processo

Il caso dei polimeri: quando la correlazione salva la produzione

Per rendere tangibili i benefici di questo approccio, lo speaker ha illustrato un caso studio particolarmente eloquente: un cliente che produce polimeri per l’industria calzaturiera, materiali utilizzati per incollare la tomaia alle suole o per realizzare le strutture interne delle sneaker più innovative.

Il processo produttivo si svolge a ciclo continuo e richiede la creazione del vuoto all’interno di grandi betoniere industriali. La reazione chimica si innesca solo in condizioni di vuoto ottimali e dura circa dodici ore. Il problema? L’azienda scopre se il prodotto è di qualità adeguata solo al termine di questo lungo ciclo. Se qualcosa ha compromesso le condizioni di vuoto – magari un attacco informatico al PLC che controlla il processo – dodici ore di produzione vengono irrimediabilmente perse.

«La correlazione di eventi sui tre livelli – sicurezza fisica, cyber e sensing operations – consente di rilevare situazioni di questo tipo in modo molto tempestivo» ha spiegato il relatore, «permettendo di interrompere il processo prima che sia troppo tardi».

Efficienza e resilienza: due facce della stessa medaglia

L’intervento ha poi richiamato una ricerca accademica citata in un precedente panel del Forum, secondo cui «lavorare sull’efficienza aumenta la resilienza». Un principio che trova piena applicazione nel modello proposto: l’integrazione delle informazioni provenienti dal mondo sensing & operations permette non solo di prevenire incidenti, ma anche di ottimizzare i cicli produttivi.

«Oggi si comprano macchine per cui si prevede un determinato numero di cicli per la realizzazione di un prodotto – ha osservato l’AD di Axitea. Ma nel momento in cui si osservano le effettive fasi produttive, si scopre che i dati dichiarati erano stati rilevati in condizioni ambientali diverse da quelle del tuo contesto operativo. I valori reali possono essere molto diversi, con un impatto significativo sulla produzione e sulla capacità effettive di rispettare tempi e costi».

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“Supply chain: nuovo fronte della cybersecurity” – Dati sul 45% delle aziende colpite e soluzioni

L’intelligenza artificiale come consulente esperto

Un passaggio significativo dell’intervento è stato dedicato al ruolo dell’intelligenza artificiale nella gestione della sicurezza integrata. Lo speaker ha preso le distanze dalla retorica imperante: «Oggi sembra che se in una soluzione non sono stati integrati algoritmi di intelligenza artificiale e machine learning, questa sia automaticamente primitiva e senza valore. Io vorrei invece dare enfasi all’impiego dell’intelligenza artificiale integrata in soluzioni già esistenti: è qui che stiamo vedendo il cambio di paradigma più importante».

Axitea ha sviluppato una piattaforma di co-pilot specificamente addestrata per la Security Convergence. «Noi l’abbiamo addestrato per essere l’esperto della Security Convergence – ha raccontato il relatore – poi quando lo portiamo a casa di un cliente, diventa l’esperto dei processi di quel cliente. Acquisisce i suoi dati, si addestra su quelli e diventa il loro esperto personalizzato».

Il risultato? La capacità di fornire risposte che traducono il linguaggio tecnico della sicurezza in termini di business: analisi sintetiche, raccomandazioni prioritizzate, indicazioni concrete sui passi da compiere. «Quando facevo il CISO vent’anni fa – ha ammesso lo speaker – avevo difficoltà a tradurre completamente il linguaggio di sicurezza in linguaggio di business. Oggi questi strumenti consentono di farlo in maniera molto semplice».

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“Come implementare la convergenza” – Roadmap in quattro fasi: Assessment, Roadmap, Partner e SOC, Compliance come leva

Il percorso verso l’implementazione

L’intervento si è concluso delineando una roadmap pragmatica per le aziende che intendano avviarsi verso la Security Convergence. Il percorso parte da un assessment dei rischi e dei processi, prosegue con la definizione di una roadmap di implementazione e approda alla scelta di partner capaci di gestire in modo integrato tutti gli aspetti della sicurezza.

«Il SOC non è fatto di tecnologie, è fatto di processi e competenze» ha ribadito il relatore, richiamando un intervento precedente. «Ma in questo caso i Security Operations Center devono essere in grado di correlare eventi provenienti da tutti e tre i domini: sicurezza fisica, sicurezza logica, sensing & operations. È in questo che si realizza la vera convergenza».

Un messaggio finale rivolto soprattutto alle imprese che costituiscono il tessuto produttivo italiano: la convergenza della sicurezza non è un lusso per grandi corporate, ma una necessità strategica per garantire resilienza e competitività. I percorsi esistono, le aziende che li hanno già implementati ne hanno toccato con mano i risultati. La sfida, ora, è renderli accessibili a tutto il sistema economico nazionale.

Guarda il video completo dell’intervento:

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Profilo Autore

Marco Bavazzano, è Amministratore Delegato di Axitea. Dal settembre 2014 ha avviato un percorso di rinnovamento dell’azienda posizionando Axitea nel mercato italiano come il Global Security Provider in grado di assicurare la protezione fisica e cyber delle PMI e delle grandi aziende.
Past President di Asis International Italy e opinion leader nel campo della cybersicurezza, è da più di 20 anni nei settori ICT e sicurezza delle informazioni.
È stato inoltre Vice President di Intellium LTD e Director Security Strategist EMEA in Symantec.
Vanta un’esperienza decennale in Telecom Italia, come Chief Information Security Office e Director Global IT.

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L’AI Factory italiana per l’autonomia digitale europea: la strategia di ACN presentata al Forum ICT Security 2025

Durante la 23a edizione del Forum ICT Security, tenutosi a Roma il 19 e 20 novembre 2025, Luca Nicoletti, direttore del servizio programmi industriali, tecnologici e di ricerca dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), ha presentato un intervento di grande rilevanza strategica dal titolo “The Italian AI Factory for the European Digital Autonomy: securing AI development and deployment”.

Al centro della presentazione: IT4LIA, l’infrastruttura che rappresenta il cuore della strategia italiana per conquistare autonomia tecnologica nel campo dell’intelligenza artificiale e della cybersicurezza, in un contesto geopolitico sempre più complesso e imprevedibile.

La strategia nazionale: un percorso già tracciato

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AI technologies: the strategic priorities

Luca Nicoletti ha aperto il proprio intervento ripercorrendo brevemente il cammino strategico intrapreso dall’Italia negli ultimi anni. Una strada segnata da tappe fondamentali:

  • Giugno 2021: promulgazione della Legge 82/2021 che istituisce ACN e definisce le prime linee guida sulla cybersicurezza nazionale
  • Maggio 2022: pubblicazione della Strategia 2022-2026 e del Piano di Implementazione, documenti che traducono in azioni concrete la visione strategica
  • Marzo 2023: definizione dell’Agenda Strategica del Centro Europeo di Competenza in Cybersicurezza
  • Giugno 2023: pubblicazione dell’Agenda Ricerca e Innovazione di ACN
  • Luglio 2024: approvazione dell’AI Act europeo (Regolamento UE 1689/2024)
  • Settembre 2025: trasposizione italiana con la Legge n. 132/2025, che designa ACN come autorità di vigilanza del mercato

Con l’AI Act, l’Agenzia ha assunto responsabilità ancora maggiori, moltiplicando i propri compiti «in uno scenario che è assolutamente critico per lo sviluppo della nostra economia», come ha sottolineato il direttore.

Il nuovo ruolo di ACN nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale

Con l’entrata in vigore della normativa europea e italiana sull’intelligenza artificiale, ACN ha assunto un ruolo centrale e multifunzionale:

  • Autorità di vigilanza del mercato: responsabile della sorveglianza sui prodotti AI, delle azioni correttive e dei poteri investigativi e sanzionatori
  • Punto di contatto unico con le istituzioni dell’Unione Europea
  • Rappresentante italiano nell’AI Board europeo, l’organismo composto da rappresentanti di tutti gli Stati membri
  • Autorità di certificazione per i sistemi di intelligenza artificiale
  • Promotore dello sviluppo tecnologico: sviluppo, trasferimento e miglioramento delle tecnologie AI in ambito cybersicurezza

L’Italia, come precisato nell’intervento, promuove un approccio centrato sull’essere umano (human-centered approach) all’intelligenza artificiale, con particolare enfasi sulla valorizzazione dei benefici e sulla gestione attenta dei rischi, salvaguardando i diritti fondamentali.

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AI ACT and ACN role

AGID (Agenzia per l’Italia Digitale), invece, è stata designata come autorità di notifica, insieme ad altre entità che compongono l’ecosistema nazionale dell’innovazione digitale.

IT4LIA: il cuore pulsante dell’autonomia digitale italiana

Il fulcro dell’intervento si è concentrato sull’AI Factory italiana, denominata IT4LIA, un’infrastruttura strategica in fase di sviluppo a Bologna che rappresenta uno dei pilastri della strategia nazionale per l’indipendenza tecnologica.

«Riteniamo in ACN che il tema dell’intelligenza artificiale sia assolutamente centrale. Già oggi, ancora di più lo sarà nei prossimi anni», ha dichiarato Nicoletti, evidenziando come l’AI stia rapidamente diventando un autentico game changer – un elemento di svolta radicale – per l’economia, i servizi pubblici, lo sviluppo di prodotti competitivi sul mercato e, più in generale, per la qualità della vita del sistema Paese.

L’esperto ha tenuto a precisare che il discorso non è «beceramente economico»: si tratta piuttosto di una questione che riguarda la qualità della vita complessiva e la resilienza del sistema Paese in un contesto geopolitico sempre più complesso e imprevedibile.

L’importanza strategica dell’autonomia infrastrutturale

«Abbiamo assolutamente bisogno di sviluppare maggiormente le nostre infrastrutture perché non possiamo dipendere, soprattutto in un contesto geopolitico che sta cambiando con una velocità impressionante, da infrastrutture proprietarie di infrastrutture che siano collocate all’interno dell’Unione europea», ha affermato con forza il relatore.

Il punto è cruciale: oggi le tecnologie e le infrastrutture digitali sono sviluppate ed erogate principalmente da grandi multinazionali americane. Questa dipendenza rappresenta un rischio strategico inaccettabile, soprattutto considerando i rapidi e imprevedibili stravolgimenti dello scenario geopolitico globale a cui assistiamo quotidianamente.

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IT4LIA: focus on key priorities

Le quattro priorità verticali di IT4LIA

L’AI Factory italiana si concentra su quattro settori strategici fondamentali per l’economia e la sicurezza nazionale:

  1. Cybersecurity
    Lo sviluppo di soluzioni avanzate per rilevare e mitigare minacce digitali rappresenta naturalmente la priorità principale, considerando il ruolo di ACN come principale finanziatore dell’iniziativa. L’obiettivo è creare sistemi di intelligenza artificiale specificamente progettati per la sicurezza informatica, capaci di identificare pattern anomali, prevenire attacchi e rispondere rapidamente alle minacce emergenti.
  2. Agritech e Agrifood
    Il settore agroalimentare italiano è un’eccellenza riconosciuta a livello mondiale. L’applicazione dell’AI può supportare lo sviluppo di un’agricoltura più sostenibile e efficiente, ottimizzare le produzioni agroalimentari e garantire tracciabilità e qualità. «Potete immaginare facilmente quante applicazioni si possono fare delle tecnologie di intelligenza artificiale al campo dell’agrifood», ha commentato il direttore.
  3. Earth
    L’analisi di dati ambientali e la modellazione predittiva sono essenziali per affrontare le sfide climatiche. «È immediatamente immaginabile da un lato sicuramente sistemi di previsione della situazione meteorologica, ma anche relativa all’inquinamento, relativo al tema del riscaldamento globale e così via», ha spiegato Nicoletti, evidenziando le molteplici applicazioni possibili in questo ambito.
  4. Manufacturing
    L’Italia è un Paese la cui economia è fondata prevalentemente sulla manifattura. «Fondamentale, se vogliamo di nuovo competere sul mercato globale, poter ricorrere alle tecnologie più importanti» per ottimizzare i processi industriali, ridurre gli sprechi, migliorare la qualità produttiva e aumentare la competitività internazionale.

Una strategia integrata: i quattro pilastri dell’innovazione

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National cybersecurity strategy towards European Digital Autonomy

La strategia di ACN, già incorporata nella legge istitutiva del 2021 e formalizzata nel documento pubblicato nel 2022, si articola su quattro pilastri fondamentali strettamente interconnessi tra loro, che coprono l’intero ciclo dell’innovazione: dalla ricerca di base fino alla messa a terra di infrastrutture nazionali operative.

1. Ricerca e innovazione: la base della piramide

«La ricerca è fondamentale per creare nuove opportunità, per creare nuova tecnologia», ha affermato il relatore. ACN sta attualmente finanziando circa 60 borse di dottorato, con l’obiettivo di arrivare a circa 90 borse attive a regime. La maggior parte di queste borse è dedicata a temi legati all’intelligenza artificiale.

Nei prossimi mesi e semestri verranno lanciate anche iniziative verticali sui gruppi di ricerca, specificatamente orientate verso il trasferimento tecnologico. Un punto importante sottolineato dall’esperto: «La nostra ricerca deve essere ricerca volta verso il trasferimento tecnologico». Pur riconoscendo l’importanza della ricerca di base, ACN concentra i propri finanziamenti su progetti che abbiano una chiara prospettiva di applicazione pratica e di sviluppo industriale.

2. Iniziative per le startup: colmare il divario critico

«Il link in questo momento è il punto più debole del nostro ecosistema italiano», ha dichiarato con franchezza il direttore, riferendosi al collegamento tra ricerca e impresa. «Il gap che c’è tra chi fa ricerca e chi fa impresa tutt’oggi è troppo ampio».

Questo divario ha cause molteplici e complesse:

  • Difficoltà di accesso al mercato per le giovani imprese innovative
  • Difficoltà di accesso al venture capital, che in Italia e in Europa non è ancora sufficientemente maturo
  • Carenza di competenze specifiche nel capitale di rischio tecnologico

Come ha spiegato Nicoletti, «il venture capital in questo ambito deve avere due caratteristiche fondamentali: la competenza e la velocità nel rispondere agli stimoli che vengono appunto dai nostri gruppi di ricerca, e non sempre questo purtroppo è completamente presente».

Per questo motivo, ACN sta sostenendo una serie di iniziative dedicate specificamente alle startup, fornendo non solo supporto finanziario ma anche servizi di accompagnamento e mentoring per facilitare il percorso verso il mercato.

3. Networking: costruire ponti tra innovazione e sistema produttivo

«Una volta che abbiamo queste startup bisogna metterle in grado di poter lavorare con i grandi gruppi, con le grandi pubbliche amministrazioni», ha sottolineato l’esperto. Questo è un altro tema sul quale, onestamente, «dobbiamo lavorare parecchio ancora in Italia».

Lo sviluppo di un efficace sistema di networking è fondamentale per creare un ecosistema maturo e funzionale. Questo tema viene sviluppato anche a livello europeo attraverso il National Coordination Centre (NCC), che rappresenta la componente italiana del Centro Europeo di Competenza in Cybersicurezza.

Il NCC facilita la collaborazione tra ricerca, industria e pubblica amministrazione, promuove eventi di matchmaking tra domanda e offerta di innovazione, e lavora all’analisi continua dell’ecosistema per identificare opportunità e criticità.

4. Infrastrutture nazionali: il tassello strategico finale

«Ultimo ma non ultimo», come ha precisato il relatore, si arriva al tema delle infrastrutture nazionali, elemento su cui si è concentrata la parte finale e più sostanziale dell’intervento.

Oltre all’AI Factory IT4LIA, ACN sta sviluppando un intero ecosistema di infrastrutture strategiche:

  • ENSOC (National Cyber Hub): iniziativa che rientra nell’ambito del Cyber Solidarity Act europeo, rappresenta un centro di concentrazione di tutte le informazioni di natura cyber raccolte nell’ecosistema nazionale. «Non necessariamente incidenti, noi vogliamo collezionare proprio eventi che poi in qualche modo, dopo una opportuna elaborazione, possano rivelare comportamenti o fenomeni in qualche maniera effettivamente malevoli», ha precisato.
  • Sandbox regolatorie: «Un altro strumento fondamentale per le nostre imprese, per comprendere come muoversi all’interno di uno scenario complesso, molto complesso, come è quello dell’AI», soggetto a numerose regolamentazioni sovrapposte: AI Act, Cyber Resilience Act, direttiva NIS2, direttiva CER, regolamento DORA in ambito finanziario. «C’è una enorme sovrapposizione di norme che non sempre è immediato comprendere e collocare correttamente».
  • Megaride: infrastruttura di high performance computing per la cybersicurezza nazionale, già installata a Napoli.
  • AI Gigafactory: il passo successivo, di scala ancora maggiore rispetto all’AI Factory, di cui si è accennato ma che non è stato oggetto di approfondimento specifico.
  • Cable Labs: ulteriore strumento per il monitoraggio delle infrastrutture critiche, non soltanto di comunicazione ma anche di approvvigionamento e distribuzione energetica.

Il mercato europeo della cybersicurezza: numeri e opportunità

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The European cybersecurity market context

«Questa è l’unica slide di numeri che vi faccio vedere», ha premesso il relatore prima di illustrare alcuni dati particolarmente significativi relativi al 2024 (in attesa di quelli del 2025, previsti in crescita di circa il 10%).

Un mercato da quasi 200 miliardi di euro

Il mercato globale della cybersicurezza vale circa 200 miliardi di dollari, di cui circa la metà (91 miliardi) sviluppati in Europa, seguita dagli Stati Uniti (184 miliardi) e dal resto del mondo (48 miliardi).

«Siamo una grande economia, siamo probabilmente uno dei posti principali, insieme agli Stati Uniti, dove fare impresa e dove sviluppare tecnologia», ha affermato con orgoglio Nicoletti, ribadendo un concetto fondamentale: «Questo discorso non deve essere visto in maniera sterile. Il tema – purtroppo o per fortuna viviamo in un’economia di mercato – della capacità, della possibilità di mettere a terra e di sviluppare economia è fondamentale per il nostro continente e per lo stile di vita che abbiamo noi in Europa».

L’Italia: terza potenza europea

L’Italia si posiziona come terzo Paese nell’Unione Europea per quota di mercato della cybersicurezza, preceduta solo da Germania e Francia. Un risultato significativo che testimonia la solidità dell’ecosistema italiano in questo settore strategico.

Una crescita superiore a USA e Israele

Il mercato europeo sta crescendo a un ritmo del 8,9% annuo (periodo 2022-2024), superando la crescita di Israele (6,4%) e allineandosi agli Stati Uniti (8,8%). Un segnale che l’Europa sta recuperando terreno e che gli investimenti in questo settore stanno dando frutti concreti.

Le acquisizioni: un ecosistema che si rafforza

Un dato particolarmente interessante emerso dall’analisi riguarda le acquisizioni di aziende europee di cybersicurezza. Nel 2024, 134 aziende europee del settore sono state acquisite da altre aziende o fondi di private equity, con un incremento del 13% rispetto al 2023.

Il dato più rilevante è che oltre due terzi delle acquisizioni (72%) sono state condotte da investitori europei, mentre solo il 25% da investitori statunitensi e il restante 4% dal resto del mondo. Questo rappresenta un segnale molto positivo: indica che l’ecosistema continentale si sta consolidando e rafforzando internamente, riducendo la dipendenza da capitali esterni.

Una doppia vittoria strategica

«La cyber security, lo sviluppo di questo tipo di tecnologia è una doppia vittoria», ha spiegato efficacemente il relatore. «Nel momento in cui riusciamo veramente a mettere a terra queste cose che stiamo provando a fare, da un lato ci garantiremo un ecosistema più sicuro, quindi più attrattivo per le persone che possono venire a lavorare in Europa. Dall’altra parte abbiamo la possibilità di creare economia, di creare posti di lavoro, di creare ricchezza e in definitiva di stare meglio complessivamente a livello europeo».

Un approccio integrato ai servizi dell’AI Factory

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IT4LIA: an Integrated Services Approach to AI

IT4LIA non è semplicemente un’infrastruttura di calcolo: è una piattaforma integrata di servizi che copre l’intera filiera dell’intelligenza artificiale, dalla gestione dei dati fino alla formazione delle competenze.

I quattro cluster di servizi

1. Servizi relativi ai dati (Data-related services)

Comprendono accesso, trasferimento, gestione e generazione di dati. «Come si accede, come si trasferisce, come si gestisce, come si prepara un dataset ben fatto per applicazione di intelligenza artificiale», ha elencato il direttore. La qualità e la corretta preparazione dei dati sono infatti fondamentali per ottenere risultati affidabili dai sistemi di AI.

2. Servizi orizzontali (Horizontal services)

Coprono tutti gli aspetti trasversali dello sviluppo AI: setup iniziale, sviluppo vero e proprio, verifica del trust (affidabilità) dei sistemi, testing, integrazione in rete. «Come si fa il setup, come si sviluppa, come si fa a verificare il trust in questi sistemi, come si fa a testarli, come si fa a metterli in una rete e così via», ha sintetizzato.

3. Servizi verticali (Vertical services)

Servizi specializzati nei quattro ambiti prioritari: agrifood, cybersicurezza, earth e manufacturing. Ogni settore richiede competenze specifiche e soluzioni dedicate che tengano conto delle peculiarità del dominio applicativo.

4. AI Skill

«Anzi dal mio punto di vista è quello più importante», ha sottolineato con particolare enfasi il relatore, introducendo il tema cruciale delle competenze.

La carenza di competenze: l’emergenza silenziosa

Il tema delle competenze (skill) è stato identificato come prioritario e urgente. «Soffriamo una carenza di skill gigantesca in tutti i campi tecnologici», ha dichiarato senza mezzi termini lo speaker.

Il sistema universitario: eccellenza ma inerzia strutturale

«Purtroppo il sistema universitario ha una certa inerzia, non si può pensare che dall’oggi al domani triplichiamo il numero di laureati STEM che siamo in grado di produrre», ha spiegato realisticamente Nicoletti, che però ha tenuto a precisare: «Dobbiamo essere fieri del nostro sistema universitario, perché tutt’ora, con tutte le difficoltà nel quale si dibatte, produce laureati di ottima qualità».

La fuga dei cervelli: un’emorragia continua

Il problema è che questi laureati di ottima qualità «molto spesso ci vengono rapiti all’estero». La cosiddetta “fuga dei cervelli” (brain drain) rappresenta una perdita secca per il Paese, che investe nella formazione ma poi vede i propri talenti migliori attratti da opportunità all’estero, principalmente negli Stati Uniti e in altri Paesi europei più competitivi.

L’AI Factory come palestra per i talenti

«Uno degli scopi di queste grandi infrastrutture è proprio di mettere a disposizione delle palestre sulle quali i nostri talenti si possano esercitare, le nostre startup possano lavorare», ha spiegato il direttore. Questo diventa un elemento fondamentale, una condizione chiaramente necessaria, non sufficiente, ma necessaria per trattenere questi talenti nel nostro Paese.

L’idea è creare un ambiente stimolante, dotato di tecnologie all’avanguardia, dove giovani ricercatori, data scientist e sviluppatori possano lavorare su progetti sfidanti e di frontiera senza dover necessariamente emigrare all’estero.

IT4LIA offrirà quindi servizi di training, capacity building, up-skilling e re-skilling, creando percorsi formativi continui che permettano ai professionisti di rimanere aggiornati in un settore che evolve con rapidità esponenziale.

EUSAiR: le sandbox regolatorie per accelerare l’innovazione

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THE EUSAiR Project

Un’iniziativa particolarmente innovativa menzionata nell’intervento è il progetto EUSAiR (EU Regulatory Sandboxes for AI), dedicato allo sviluppo di sandbox regolatorie per l’intelligenza artificiale.

Cosa sono le sandbox regolatorie

Le AI Regulatory Sandboxes (AIRS) sono ambienti controllati dove le imprese, in particolare PMI e startup, possono sviluppare e testare sistemi di intelligenza artificiale innovativi prima dell’ingresso sul mercato, verificando la conformità con l’AI Act e le altre normative europee e nazionali.

Come previsto dall’articolo 57 dell’AI Act e dall’articolo 20, comma 1, lettera c della Legge italiana 132/2025, ogni Stato membro dell’UE deve istituire almeno una sandbox per:

  • Supportare l’innovazione e lo sviluppo responsabile dell’AI
  • Garantire la conformità legale e la gestione dei rischi
  • Fornire chiarezza normativa e facilitare l’apprendimento regolatorio
  • Migliorare la cooperazione tra autorità e stakeholder
  • Facilitare l’accesso al mercato, in particolare per PMI e startup

Un progetto multidisciplinare coordinato da giuristi

«È interessante notare che è un progetto, una volta tanto, pur essendo in ambito AI, pur essendo in ambito quindi molto tecnologico, coordinato dal dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Bologna», ha evidenziato con soddisfazione il relatore.

«Quindi è interessante che c’è il professore di giurisprudenza che coordina questo tipo di progetto. Questo anche per far capire quanto poi l’ambito sia sempre di più diventando multidisciplinare e aperto a diversi tipi di competenze che sono necessarie».

Un segnale importante: l’intelligenza artificiale non è solo una questione tecnica, ma richiede l’integrazione di competenze giuridiche, etiche, economiche e sociali per uno sviluppo veramente responsabile e sostenibile.

La sinergia tra IT4LIA e EUSAiR

La Commissione europea sta utilizzando il progetto EUSAiR come riferimento per definire le regole di costruzione delle sandbox regolatorie in tutta Europa. Questo rappresenta un riconoscimento importante per l’Italia e per l’approccio metodologico adottato.

La collaborazione tra IT4LIA e EUSAiR crea un percorso bidirezionale virtuoso:

  • Le imprese possono accedere ai servizi AI Trust di IT4LIA per ricevere orientamento regolatorio prima di sviluppare modelli o sistemi AI, e poi testarli nelle sandbox
  • Oppure possono accedere prima alle sandbox per ricevere consulenza sulla conformità normativa, e poi sviluppare concretamente i sistemi AI nell’infrastruttura della Factory

«IT4LIA può preparare i fornitori di AI per una sperimentazione regolatoria nelle sandbox. EUSAiR beneficerà dell’insieme di servizi AI Trust erogati dalla Factory. Le sinergie aiuteranno a costruire un ecosistema AI coerente che supporta la sperimentazione, la conformità e un accesso più rapido al mercato», si legge nelle slide presentate.

L’obiettivo finale è ridurre i costi di conformità per le imprese e migliorare il time-to-market, fattori cruciali soprattutto per le piccole e medie imprese e le startup che non dispongono di risorse legali interne paragonabili a quelle delle grandi multinazionali.

L’adozione sicura dell’AI: un approccio a 360 gradi

ai factory
Safe Adoption of AI: An Integrated Services Approach

Un’intera sezione delle slide è dedicata all’adozione sicura dell’intelligenza artificiale, un tema centrale per ACN in quanto autorità di vigilanza.

Servizi orizzontali e AI Trust

L’implementazione di servizi volti a garantire che i sistemi AI siano affidabili, etici, trasparenti e conformi alle normative applicabili include:

  • Analisi delle implicazioni di cybersicurezza (es. NIS2 e CRA – Cyber Resilience Act)
  • AI e protezione dei dati (es. GDPR e Codice Privacy italiano)
  • Legal Triage: una guida alla conformità regolatoria AI (es. AI Act, Legge n. 132/2025, Strategia Nazionale AI)

Servizi verticali per la cybersicurezza

Nel settore della cybersicurezza, IT4LIA svilupperà:

  • Identificazione e selezione di dataset AI-ready nei domini verticali (agrifood, osservazione della Terra, cybersicurezza, manifatturiero)
  • Preparazione e standardizzazione dei dati per i modelli AI in questi settori verticali
  • Selezione e caratterizzazione di modelli AI specifici per dominio
  • Sviluppo di modelli AI per supportare applicazioni di cybersicurezza data-driven, che serviranno come fondamento per soluzioni specializzate all’interno della Factory

L’approccio multidisciplinare di EUSAiR

Le sandbox regolatorie adottano un approccio multidisciplinare che integra:

  • Aspetti regolatori e di policy
  • Accesso a infrastrutture di supercalcolo
  • Casi d’uso del tessuto produttivo europeo

Questo permette di testare in condizioni realistiche la conformità dei sistemi AI, identificando eventuali criticità prima del lancio sul mercato e riducendo significativamente i rischi legali ed economici per le imprese.

Il contesto europeo: 16 AI Factory per l’autonomia continentale

Quello che sta accadendo in Italia non è un caso isolato, ma si inserisce in una strategia europea coordinata e ambiziosa. Come ha rivelato il relatore, «oltre alla AI Factory italiana ne sono state finanziate altre 15 in Europa».

L’anno prossimo, ha proseguito, «saranno finanziate probabilmente quattro o cinque Gigafactory che saranno addirittura di ordine di grandezza ancora più grande». Un ecosistema continentale di infrastrutture AI che mira a ridurre progressivamente la dipendenza dalle piattaforme americane e cinesi.

«L’obiettivo è creare tecnologia, ma anche semplicemente avere a disposizione l’infrastruttura è già un fattore di autonomia», ha spiegato lucidamente Nicoletti. «Perché anche se utilizzassimo software non necessariamente prodotti in Italia o in Europa, però almeno lo faremo girare su infrastrutture nostre».

Un punto fondamentale: l’autonomia strategica non significa necessariamente autarchia tecnologica totale. Anche solo disporre delle infrastrutture fisiche su suolo europeo, pur utilizzando eventualmente software sviluppati altrove, rappresenta già un livello base ma essenziale di autonomia, che protegge dalla volatilità geopolitica e dalle pressioni politiche esterne.

Quantum computing: l’urgenza di una preparazione immediata

Nel corso dell’intervento, il relatore ha anche affrontato il tema del quantum computing, già ampiamente discusso durante la giornata del Forum. Diversamente da chi mantiene un approccio più cauto sulle tempistiche, Nicoletti si è dichiarato decisamente meno ottimista riguardo all’arrivo di computer quantistici capaci di compromettere gli algoritmi di crittografia classici attualmente in uso.

«Secondo me siamo veramente a pochi anni da quando succederà e non siamo per niente preparati», ha affermato con una nota di preoccupazione che ha sottolineato l’urgenza della situazione. Il rischio è concreto: quando i computer quantistici raggiungeranno la potenza necessaria per violare gli standard crittografici attuali, l’intero ecosistema digitale potrebbe trovarsi vulnerabile.

Proprio per questa ragione, ACN ha recentemente inaugurato un servizio specifico dedicato alla crittografia, che nei prossimi mesi inizierà operativamente a seguire questa componente cruciale della strategia di sicurezza nazionale. Un passo necessario per non farsi trovare impreparati di fronte a una rivoluzione tecnologica ormai alle porte.

Non ripetere con il quantum gli errori commessi con l’AI

Nella parte conclusiva del suo intervento, il direttore è tornato con ancora maggiore enfasi sul tema del quantum computing, legandolo strettamente alla lezione appresa con l’intelligenza artificiale.

«L’altra rivoluzione che sta arrivando è quella del quantum. L’auspicio che noi stiamo facendo è di non farci trovare anche in quel caso impreparati, come abbiamo fatto con l’intelligenza artificiale, trovandoci poi costretti a rincorrere», ha dichiarato con tono preoccupato ma determinato.

L’Italia ha le competenze necessarie

Sul quantum computing, l’Italia non parte da zero. «Ci sono una serie di iniziative che sta mettendo in campo sia la Commissione» europea, ha ricordato Nicoletti. «Pochi mesi fa è stata anche rilasciata la Strategia Quantum Nazionale».

E soprattutto: «Anche in quel caso dobbiamo puntare a produrre tecnologia. In Europa abbiamo tutte le competenze, in Italia in particolare le abbiamo assolutamente le competenze sul quantum».

Ammettere i ritardi senza perdere la speranza

Il relatore non ha nascosto le responsabilità: «È vero, è verissimo quello che diceva il professore nell’intervento precedente, che siamo rimasti fermi troppo a lungo».

Ma ha voluto chiudere con una nota di ottimismo costruttivo: «Però di nuovo, anche in questo caso vorrei essere ottimista e dire che ci sono tutti i presupposti per riuscire. E ci sono anche dei privati che stanno facendo investimenti importanti, vediamo un pochettino dove arriveremo».

Il nuovo servizio ACN sulla crittografia

«Noi come ACN – e qua mi fermo perché ho finito il tempo – abbiamo anche da pochissimo inaugurato proprio un servizio specifico che è dedicato alla crittografia e che nei prossimi mesi comincerà a lavorare e seguire anche questa parte della strategia che necessariamente va seguita per ottenere questa autonomia della quale abbiamo assolutamente bisogno», ha concluso il direttore, collegando idealmente il tema del quantum a quello della crittografia post-quantistica, un ambito di ricerca cruciale per preparare le difese dell’ecosistema digitale all’era dei computer quantistici.

Conclusioni: un ottimismo consapevole per il futuro digitale italiano ed europeo

L’intervento di Luca Nicoletti si è concluso con un messaggio di ottimismo consapevole e ragionato, lontano tanto dall’euforia acritica quanto dal pessimismo paralizzante.

«Abbiamo di fronte delle sfide gigantesche», ha riconosciuto apertamente. Due rivoluzioni tecnologiche in particolare: una già in corso (l’intelligenza artificiale), l’altra imminente (il quantum computing).

L’Europa si è svegliata, anche se in ritardo

Sull’intelligenza artificiale, ha ammesso con franchezza: «Chiaramente siamo molto indietro». L’Europa «si sta muovendo, si sta muovendo in ritardo, si sta muovendo a volte in maniera un po’ disordinata».

Tuttavia, ha voluto sottolineare un aspetto positivo: «Io ho sempre un animo molto ottimista e dico anche che comunque in qualche maniera ci siamo, tra virgolette, svegliati. Queste spinte esogene che ci vengono sia dagli Stati Uniti che dalla Cina hanno messo in moto comunque una reazione lato europeo».

Le infrastrutture come fondamento dell’autonomia

«La possibilità di disporre però di grandi infrastrutture in Europa è fondamentale», ha ribadito con forza. Anche nell’ipotesi – non auspicabile ma realistica – di continuare a utilizzare software non europei, «almeno lo faremo girare su infrastrutture nostre».

Un livello minimo ma essenziale di sovranità digitale, che protegge da interruzioni improvvise del servizio dovute a decisioni politiche esterne, garantisce il rispetto delle normative europee sulla privacy e sui dati, e crea le basi per uno sviluppo autonomo futuro.

Un impegno concreto verso l’autonomia strategica

L’AI Factory IT4LIA, insieme alle altre 15 factory europee e alle future Gigafactory, rappresenta quindi non solo un’infrastruttura tecnologica, ma un tassello fondamentale di una strategia complessiva che punta a:

  • Ridurre la dipendenza tecnologica da attori extra-europei
  • Sviluppare competenze locali attraverso formazione continua e trattenimento dei talenti
  • Creare opportunità economiche per startup e PMI innovative
  • Garantire sicurezza e autonomia digitale in un contesto geopolitico sempre più imprevedibile
  • Proteggere i diritti fondamentali dei cittadini europei attraverso un’AI etica e trasparente

Il percorso è lungo e complesso, le sfide sono effettivamente «gigantesche», come ha ammesso il relatore. Ma la direzione è tracciata, le risorse (anche se non sufficienti) cominciano ad essere allocate, e soprattutto – forse per la prima volta – c’è una consapevolezza diffusa della natura strategica e urgente di queste scelte.

Come ha efficacemente sintetizzato Nicoletti chiudendo il suo intervento: l’obiettivo è garantire «questa autonomia della quale abbiamo assolutamente bisogno» per preservare non solo la competitività economica, ma lo stesso modello di società aperta e democratica che caratterizza l’Europa.

Guarda il video completo dell’intervento:

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Profilo Autore

Luca Nicoletti è nato a Roma nel 1970, si è laureato in Fisica presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” nel 1996 con il punteggio di 110/110. Dopo aver svolto il servizio Militare come Ufficiale di Marina, dal 1997 lavora in ambito informatico, interessandosi fin dall’inizio di sistemi distribuiti e tecnologie Web.

I suoi campi di interesse principali sono le Architetture Orientate ai Servizi, virtualizzazione di sistemi e applicazioni, Cloud Computing, sistemi di Identity & Access management, temi sui quali ha prodotto articoli ed è stato chiamato a svolgere seminari.

Tra il 1998 e il 2000 si è occupato di sistemi di Controllo di Gestione per importanti aziende Italiane di Telecomunicazioni ed Energetica. Tra il 2000 ed il 2013 lavora in Consip, prima nell’area “Architetture Tecnologiche” quindi nell’area “System Solution”. Nel 2013 si trasferisce in Sogei S.p.A. nell’area “Architetture e Servizi Tecnologici” e dal 2018 fino a tutto il 2019 è stato responsabile del gruppo di Demand Management Tecnologico.

Prima In Consip, poi in Sogei, ha inoltre partecipato a numerosi progetti europei nell’ambito del settimo programma quadro (FP7) e del programma Horizon 2020. Dal 2015 al 2018, in rappresentanza del MEF, è stato il Technical Leader del progetto H2020 “Sunfish” e dal 2018 del progetto H2020 “Poseidon”.

Dal 2019 al 2021 ha lavorato in Presidenza del Consiglio dei Ministri, ricoprendo incarichi di responsabile dei servizi IT Dipartimentali e coordinando numerosi gruppi di lavoro, tra i quali quello per la scrittura dei DPCM attuativi del Perimetro di Sicurezza Cibernetica, quello che ha elaborato la componente 5 della Missione 1 del PNRR relativa alla Cybersecurity, quello che ha elaborato la Strategia Cloud Italia e quello relativo alla Strategia Nazionale di Cybersicurezza. Ha partecipato inoltre al gruppo di lavoro che ha elaborato il DL 82/2021 tramite il quale è stata creata l’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza.

Nel corso degli anni ha sviluppato approfondita conoscenze del codice degli appalti pubblici e procedure di gara, nonché nell’esecuzione di contratti complessi.

Attualmente è responsabile del Servizio Programmi Industriali, Tecnologici e di ricerca presso l’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza dove si occupa dell’attuazione della componente Cybersecurity del PNRR e dello sviluppo di nuove capacità industriali e tecnologiche nel settore della sicurezza cibernetica. Con provvedimento a firma del Presidente del Consiglio del 28 febbraio 2022, è stato nominato membro italiano del board del Centro Europeo di Competenza in Cybersecurity (ECCC) di cui al regolamento (UE) 2021/887 del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 maggio 2021.

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Resilienza IT/OT per la NIS2: dall’esperienza nel settore militare alla protezione delle infrastrutture critiche civili dalla vita reale alla cyber resilience

L’intervento “Autonomia operativa in ambienti critici: Resilienza IT/OT per la NIS2” di Nicola Mugnato, CTO e Co-Founder di Gyala, al 23° Forum ICT Security ha illustrato come le lezioni apprese dalla difesa militare possano trasformare l’approccio alla cybersecurity delle infrastrutture critiche.

La Direttiva NIS2 rappresenta oggi una sfida impellente per le aziende italiane. Ma quali sono le implicazioni operative concrete per chi gestisce infrastrutture critiche, specialmente quando la complessità dei sistemi OT si aggiunge a quella tradizionale dell’IT? Nicola Mugnato, CTO e Co-Founder di Gyala, ha affrontato questa questione durante il 23° Forum ICT Security tenutosi a Roma, offrendo un punto di vista originale che nasce dall’esperienza maturata nel contesto della difesa militare.

L’evoluzione dalla NIS1 alla NIS2: uniformare la resilienza europea

L’intervento ha preso le mosse dall’analisi degli obiettivi che hanno portato l’Europa a modificare la precedente direttiva. Come ha spiegato il relatore, la NIS1 era stata concepita per garantire una capacità abbastanza uniforme di resilienza a livello europeo e favorire lo scambio di informazioni sulle minacce tra le diverse nazioni. Tuttavia, ogni Stato membro l’aveva interpretata in modo leggermente diverso, sia nella definizione delle organizzazioni dei servizi essenziali, sia soprattutto nell’imposizione di requisiti di cybersecurity che variavano significativamente da paese a paese.

Questa disomogeneità nell’implementazione ha spinto il legislatore europeo a intervenire con la NIS2, che introduce categorie molto precise di servizi critici ed estremamente critici, e soprattutto definisce obblighi puntuali per le singole nazioni. Un elemento centrale della nuova direttiva, come sottolineato durante la presentazione, è l’approccio multirischio: non si tratta più di valutare soltanto l’aspetto strettamente cyber, ma anche quello operativo che le infrastrutture devono garantire.

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“Direttiva NIS2: Obiettivi, Obblighi, A chi è rivolta”

Il Decreto Legislativo 138 del settembre 2024 ha recepito la direttiva in Italia, suddividendo i soggetti interessati in quattro allegati: i primi due definiscono i settori ad alta criticità (energia, trasporti, banche, sanità, acqua potabile) e i settori critici (servizi postali, gestione rifiuti, produzione alimentare). Gli altri due allegati riguardano la pubblica amministrazione, con le amministrazioni centrali e regionali considerate essenziali, mentre comuni sotto i 100.000 abitanti e altri enti rientrano tra i soggetti importanti.

Due scenari a confronto: la PA centrale e la centrale elettrica

Per illustrare concretamente gli impatti della direttiva, Mugnato ha proposto un’analisi comparativa tra due tipologie di infrastrutture: una pubblica amministrazione centrale – usando come esempio un ente che gestisce dati contributivi e pensionistici – e un impianto di produzione di energia elettrica.

Nel primo caso, l’infrastruttura risulta relativamente centralizzata: un headquarter con data center centrali, eventualmente filiali periferiche, e sistemi IT che devono principalmente gestire dati; considerando anche Le terze parti che supportano l’esercizio di questi servizi e che sono tipicamente collegate alle infrastrutture centralizzate.

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Infrastruttura IT Company – Pubblica Amministrazione Centrale

La situazione si complica notevolmente quando si passa a considerare un’azienda che produce energia elettrica. Qui, oltre alla componente IT per la gestione amministrativa, la fatturazione e i rapporti con i clienti, esistono numerose infrastrutture OT indipendenti distribuite sul territorio che devono garantire la produzione effettiva. All’interno di ciascun impianto, la parte operativa deve gestire una serie di sottosistemi quasi indipendenti: dalla produzione del vapore o dei gas che alimentano le turbine, alla gestione della turbina stessa, fino al controllo dell’alta tensione.

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Infrastruttura OT Company – Centrale Elettrica

Un aspetto cruciale evidenziato durante l’intervento riguarda le terze parti. Nel mondo IT, è leggermente più semplice imporre requisiti alla propria supply chain, se sono piccole aziende. Mentre in caso di multinazionali e particolarmente nel mondo OT, invece, ci si confronta con aziende che gestiscono centinaia di impianti nel mondo e impongono le proprie policy e procedure di accesso. Come ha osservato il relatore: “Andare a dire al fornitore ‘tu per entrare nel nostro impianto usi il mio firewall con la mia autenticazione’ è impossibile”. C’è da dire che queste grandi aziende applicano normalmente policy di sicurezza efficaci e paradossalmente, il rischio maggiore spesso proviene dalle terze parti IT più piccole e meno strutturate.

La governance distribuita: il ruolo del capo impianto

La determinazione del Direttore Generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale del 14 aprile 2025 ha fornito le disposizioni di dettaglio per l’implementazione della NIS2, selezionando i requisiti del framework di cybersecurity nazionale applicabili come requisiti minimi.

Nel contesto IT, l’applicazione risulta lineare: il CISO è il punto di contatto con l’ACN, responsabile della definizione delle politiche interne e, in caso di incidente, della gestione e comunicazione verso l’Autorità.

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Governance IT

Ma quando ci si sposta nel mondo OT di una centrale elettrica, i ruoli si sdoppiano.

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Governance OT

Come ha efficacemente spiegato Mugnato, il capo impianto diventa “il comandante della nave”: è lui che decide cosa si fa, come si interviene, quali sono le azioni di ripristino sugli incidenti cyber o non cyber.

L’ownership della gestione operativa resta in capo a questa figura, mentre il CISO mantiene il coordinamento generale e le comunicazioni verso le autorità. Le politiche di sicurezza devono quindi considerare sia i rischi IT che quelli OT, e la formazione deve raggiungere entrambi gli ambiti.

Questa dicotomia si riflette anche nella fase di risposta agli incidenti. Nel mondo IT esistono metodologie consolidate per backup, disaster recovery e business continuity. Nel mondo OT la situazione è più complessa: l’infrastruttura gode di una certa indipendenza operativa ma dipende fortemente dalle terze parti specializzate per la manutenzione e la gestione dei problemi. I piani di ripristino sono molto più articolati e la loro esecuzione resta in capo ai singoli capi impianto, non al governo centralizzato.

Dal contesto militare alle infrastrutture critiche civili

L’intervento ha poi illustrato come questi problemi si amplifichino ulteriormente nel contesto militare, dove le infrastrutture IT/OT sono impegnate in operazioni e non possono sempre essere connesse a Security Operation Center o CSIRT remoti. Gli operatori in campo non hanno esperienza cyber, sono esperti della missione che devono compiere e la tecnologia a supporto deve essere resiliente. Il governo dell’infrastruttura è interamente in capo al comandante della postazione.

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Origine militare di Agger

È proprio da questo scenario militare che è nato nel 2016 Agger, la soluzione di cybersecurity sviluppata da Gyala nel contesto del Piano Nazionale di Ricerca Militare inizialmente con Marina Militare ed Esercito.
Oggi la soluzione protegge anche il mercato civile ed è estesa a centrali elettriche, acquedotti, strutture sanitarie e altre tipologie di infrastrutture critiche. L’idea fondante è dotare le infrastrutture di capacità di autodifesa che non solo siano in grado di identificare e bloccare potenziali incidenti, ma che possano ripristinare autonomamente i servizi IT/OT, garantendo al comandante della nave – o al capo impianto nel caso del contesto civile – che l’infrastruttura compia esattamente le operazioni richieste e senza mettere a repentaglio la safety locale.

Un sistema di resilienza automatizzata

Il sistema, interamente sviluppato in Italia, si articola in diversi moduli complementari. Gli agent installati sui computer analizzano i processi in esecuzione e possono bloccarli o ripristinarli secondo regole di detection e di reaction personalizzabili. Le sonde di rete rilevano anomalie di comunicazione, mentre interrogazioni dirette verificano lo stato degli apparati OT su cui non è possibile installare software. Un sistema di coordinamento centrale con regole totalmente personalizzabili garantisce non solo la capacità di identificare anomalie rispetto al comportamento normale, ma soprattutto di reagire in maniera opportuna.

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Moduli del sistema Agger

Come ha sottolineato il relatore, Gyala è l’unico vendor di cybersecurity ad aver portato l’automazione personalizzabile dei processi di detection e reaction anche all’interno dei singoli agent. Questo approccio risponde a una necessità concreta: trasferire logiche operative all’interno di ogni singola macchina.

Nel contesto aziendale IT, gli agent coprono tutti i computer con sistemi operativi Windows e Linux – inclusi sistemi legacy come XP, ancora diffusi nel mondo dell’automazione industriale – mentre le sonde analizzano il traffico di rete. Nel mondo OT, ogni impianto mantiene una propria autonomia con visione e gestione locale della console per la gestione degli incidenti, mentre i dati vengono comunque remotizzati verso i SOC/CSIRT dove il CISO mantiene una visione d’insieme a livello aziendale.

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NIS 2 Compliance

Una risposta nata sul campo

La conclusione dell’intervento ha evidenziato come un prodotto nato per rispondere alle esigenze di resilienza dei sistemi militari si sia rivelato capace di soddisfare tutti i requisiti che oggi la NIS2 e l’ACN richiedono alle infrastrutture critiche italiane. Non si tratta di una coincidenza: le sfide della cybersecurity operativa in contesti disconnessi, con operatori non specializzati e necessità di continuità assoluta, anticipano e amplificano quelle che oggi le aziende civili si trovano ad affrontare nell’implementazione della nuova direttiva europea.

L’approccio proposto suggerisce che la vera resilienza non può dipendere esclusivamente da un SOC remoto o da interventi centralizzati, ma deve essere incorporata nell’infrastruttura stessa, con capacità di autodifesa, auto-rilevamento e auto-ripristino che possano operare anche in condizioni di isolamento o quando il personale presente non dispone di competenze cyber specialistiche.

Guarda il video completo dell’intervento:

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Profilo Autore

Nel 2000, Nicola Mugnato ha fondato una società con l’obiettivo di supportare tecnicamente le attività operative delle forze dell’ordine nazionali e internazionali, sviluppando sonde per l’intercettazione di comunicazioni internet e software Trojan.

Dopo aver ceduto l’azienda al Gruppo Finmeccanica nel 2007, diventa Head of Finmeccanica Group Cybers Security, con la responsabilità di definire ed implementare l’intero sistema di sicurezza informatica per tutte le aziende Finmeccanica worldwide.

Nel 2015 ha fondato Gyala, una società di sicurezza informatica che sviluppa soluzioni avanzate di sicurezza informatica per il mercato civile e militare.

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Supply chain resilienti e sostenibili: il ruolo strategico dell’economia circolare

Uno studio empirico sulle imprese italiane rivela come le pratiche circolari possano rafforzare la capacità di risposta alle disruption

Le catene di approvvigionamento globali si trovano oggi ad affrontare sfide senza precedenti. La crescente complessità delle filiere produttive, unita a un contesto geopolitico ed economico sempre più instabile, ha reso le imprese particolarmente vulnerabili a eventi dirompenti capaci di compromettere l’intera continuità operativa. A questa realtà si aggiunge una pressione crescente verso modelli di produzione e consumo più sostenibili, che impongono alle aziende di ripensare radicalmente le proprie strategie.

Di questi temi ha parlato Roberta Pellegrino, docente di Risk management e Controllo di gestione al Politecnico di Bari, nel corso del suo intervento al 23° Forum ICT Security, intitolato “La resilienza delle catene di approvvigionamento e il ruolo dell’economia circolare nella gestione delle supply chain disruptions“. L’esperta ha presentato i risultati di due indagini empiriche condotte su imprese italiane tra il 2021 e il 2023, offrendo una prospettiva inedita sul rapporto tra sostenibilità e capacità di recupero delle filiere produttive.

Le supply chain moderne sono divenute strutture sempre più globali e complesse, esposte a tipologie di rischio eterogenee i cui impatti si propagano sia a monte (upstream) sia a valle (downstream) della catena del valore. La natura di questi impatti varia significativamente in funzione del settore industriale, della configurazione del network, delle tecnologie impiegate e della tipologia di prodotto.

“La risposta a questo tipo di eventi richiede oggi più che mai non soltanto la capacità di ridurre gli effetti delle disruption e incrementare la resilienza, ma di farlo in maniera sostenibile, nel rispetto delle componenti ambientali e sociali”

Proprio da questa esigenza nasce l’interesse della ricercatrice verso il paradigma dell’economia circolare come possibile driver di resilienza. La letteratura scientifica, pur avendo ampiamente studiato il tema della supply chain resilience, ha dedicato finora scarsa attenzione all’intersezione tra resilienza e sostenibilità, lasciando aperta una domanda cruciale: possono le pratiche di economia circolare rappresentare una risposta efficace alle crisi che colpiscono le filiere produttive?

La prima ricerca, condotta tra il 2021 e il 2022, ha analizzato come le imprese italiane abbiano risposto alla disruption pandemica, una delle più severe mai affrontate dal sistema economico globale. L’obiettivo era comprendere quali capability – ovvero capacità strategiche – le aziende abbiano effettivamente messo in campo per fronteggiare gli impatti e raggiungere la resilienza, e quale ruolo abbiano giocato le tecnologie digitali in questo processo.

Il gruppo di ricerca ha sviluppato un framework concettuale che mette in relazione gli impatti delle disruption con la resilienza della supply chain, mediata da quattro capability fondamentali: flessibilità, agilità, reattività ed efficienza. A queste si aggiunge il ruolo delle risorse tecnologiche digitali, ipotizzate come fattore sia diretto sia indiretto di resilienza.

Una metodologia rigorosa

L’indagine si è basata su un questionario strutturato, somministrato a un campione di 1.250 piccole e medie imprese italiane. Le 164 risposte valide raccolte – pari a un tasso di risposta del 13%, statisticamente significativo – hanno coperto settori diversi, prevalentemente manifatturieri, e aziende di differenti dimensioni. I dati sono stati analizzati mediante tecniche di statistica descrittiva e modelli di equazioni strutturali (PLS-SEM).

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Structural Model Results

Gli impatti percepiti e le strategie di risposta

I risultati hanno evidenziato che gli impatti più severi percepiti dalle imprese sono stati: l’aumento dei prezzi delle materie prime, i ritardi nelle consegne, le variazioni imprevedibili della domanda e, sul fronte finanziario, l’incremento dei costi operativi e la contrazione dei margini di profitto. Di fronte a queste sfide, le aziende hanno adottato un portafoglio diversificato di strategie, combinando approcci di flessibilità nella gestione dei fornitori, agilità operativa, reattività e controllo dei costi.

Tuttavia, l’analisi statistica ha rivelato risultati in parte sorprendenti. Non tutte le capability impiegate si sono dimostrate ugualmente efficaci nel favorire la resilienza. Nel campione analizzato, sono state le strategie di efficienza – quelle più orientate al contenimento dei costi nel breve periodo – a mostrare un impatto positivo significativo sulla capacità di recupero delle imprese.

“Agilità e reattività sono state ampiamente utilizzate dalle imprese, ma non vengono percepite come strategie in grado di accrescerne la resilienza. Probabilmente, di fronte a una disruption così rapida, le aziende hanno privilegiato azioni di breve termine piuttosto che avere il tempo di percepire il mercato e reagire di conseguenza”

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Risultati in sintesi

Il ruolo delle tecnologie digitali: un effetto indiretto

Un altro risultato degno di nota riguarda il ruolo della digitalizzazione. Contrariamente a quanto si potrebbe ipotizzare, le risorse tecnologiche non mostrano un impatto diretto sulla resilienza delle imprese. Le aziende non percepiscono le tecnologie digitali come capaci, da sole, di accrescere la capacità di risposta alle crisi.

L’effetto delle tecnologie diventa invece significativo quando è mediato dagli investimenti in altre capability. In altre parole, la digitalizzazione funziona come fattore abilitante: potenzia l’efficacia delle strategie aziendali, ma non le sostituisce. Questo suggerisce che gli investimenti tecnologici, per essere realmente efficaci in termini di resilienza, devono essere accompagnati da un parallelo sviluppo delle capacità organizzative e strategiche.

La seconda ricerca, condotta tra settembre e dicembre 2023, ha spostato il focus sull’economia circolare, indagando se l’adozione di pratiche sostenibili – come riciclo, recupero, riutilizzo e ri-manifattura – possa effettivamente contribuire alla resilienza delle imprese e al miglioramento delle loro performance.

Il modello concettuale sviluppato dal team di ricerca ipotizza che l’economia circolare possa avere un impatto positivo su tre dimensioni delle performance aziendali – di business, ambientali e finanziarie – oltre che sulla resilienza della supply chain. In questo quadro, il rischio di approvvigionamento (supply risk) agisce come moderatore: quanto maggiore e l’esposizione ai rischi di fornitura, tanto più forte dovrebbe essere l’effetto positivo delle pratiche circolari sulla resilienza.

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Background della ricerca e ipotesi (modello CE)

I risultati: conferme e sorprese

Il questionario è stato somministrato a circa 1.000 imprese italiane impegnate in pratiche di economia circolare, raccogliendo 125 risposte valide (tasso di risposta del 12%). I risultati confermano alcune ipotesi e ne smentiscono altre, offrendo un quadro articolato e ricco di implicazioni per il management.

In primo luogo, le imprese intervistate percepiscono un impatto positivo degli investimenti in economia circolare sulla resilienza. Questo effetto risulta tanto più marcato quanto maggiore è l’esposizione dell’azienda ai rischi di approvvigionamento: in contesti caratterizzati da elevata vulnerabilità delle forniture, le pratiche circolari si rivelano particolarmente efficaci nel rafforzare la capacità di risposta alle crisi.

Sul fronte delle performance, l’economia circolare mostra un effetto diretto significativo solo sulle performance di business – misurate attraverso indicatori come crescita delle vendite, reputazione aziendale e soddisfazione del cliente. Non emerge invece un effetto diretto sulle performance finanziarie, probabilmente perché l’economia circolare richiede investimenti iniziali che ne attenuano l’impatto economico immediato. Tuttavia, la resilienza agisce come meccanismo di mediazione: le imprese che investono in pratiche circolari e contemporaneamente sviluppano capacità di resilienza riescono a tradurre questi investimenti in vantaggi finanziari.

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Risultati in sintesi (economia circolare)

L’assenza di effetto sulle performance ambientali: l’effetto rebound

Un risultato apparentemente controintuitivo riguarda l’assenza di una relazione significativa tra economia circolare e performance ambientali. Ci si aspetterebbe che le pratiche circolari, per loro natura orientate alla sostenibilità, producano benefici ambientali diretti. I dati raccolti non confermano questa aspettativa.

La spiegazione proposta dalla ricercatrice chiama in causa il cosiddetto effetto rebound: quando le imprese investono in pratiche di economia circolare a “basso R” – ovvero quelle che non comportano una completa sostituzione della materia prima vergine – si possono generare dinamiche controproducenti. L’incremento delle vendite e dei consumi associato ai prodotti “circolari” può compensare o addirittura annullare i benefici ambientali attesi, un fenomeno già documentato nella letteratura scientifica.

“Le pratiche di economia circolare, soprattutto quelle a basso R, potrebbero generare un effetto rebound che si manifesta nell’aumento delle vendite e dei consumi, con conseguenze potenzialmente negative sulle performance ambientali”

I risultati delle due indagini offrono indicazioni concrete per il management delle imprese. In primo luogo, confermano che la resilienza non si costruisce con un’unica strategia, ma richiede un approccio integrato che combini diverse capability. In secondo luogo, evidenziano come l’economia circolare possa rappresentare una leva strategica non solo per la sostenibilità, ma anche per la competitività e la capacità di fronteggiare le crisi.

Il team di ricerca sta attualmente conducendo uno studio longitudinale per verificare se, a distanza di alcuni anni, la percezione delle imprese sia mutata. L’economia circolare è un investimento di medio-lungo periodo, e le sue ricadute potrebbero manifestarsi in modo diverso nel tempo. La relatrice ha invitato i partecipanti al Forum a contribuire alla ricerca, condividendo il questionario con i supply chain manager delle proprie organizzazioni.

Come ha sottolineato in chiusura del suo intervento: “Si tratta di un’indagine che merita ulteriore approfondimento. I modelli statistici ci permettono di capire quali relazioni esistono tra i diversi fenomeni, ma il perché e il come di certe dinamiche può essere compreso solo attraverso casi studio e analisi qualitative più puntuali”.

Guarda il video completo dell’intervento:

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References

Gaudenzi, B., Pellegrino, R., & Confente, I. (2023). Achieving supply chain resilience in an era of disruptions: a configuration approach of capacities and strategies. Supply Chain Management: An International Journal, 28(7), 97-111.

Pellegrino, R., & Gaudenzi, B. (2025). Supply chain resilience as a viable way to cope with disruptions: an empirical analysis of Italian firms. Review of Managerial Science, 1-31.

Pellegrino, R., Gaudenzi, B., Fraccascia, L., Genovese, A., & Basile, L. J. (2025). Can the adoption of circular economy practices foster supply chain resilience and performance improvements?. Business Strategy and the Environment.

Profilo Autore

Roberta Pellegrino è Professore Associato di Ingegneria Economico-Gestionale presso il Politecnico di Bari (Italia), dove insegna Risk Management e Controllo di Gestione. E’ coordinatore Erasmus per Ingegneria Gestionale. I suoi principali interessi di ricerca riguardano la gestione del rischio nelle supply chain, il partenariato pubblico-privato / Project Financing, e la teoria delle opzioni reali. È autrice o coautrice di numerose pubblicazioni su riviste e libri internazionali e nazionali, e di diversi articoli presentati a convegni internazionali.

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Network Detection and Response: la visione di Corelight per proteggere le reti moderne

La piattaforma Open NDR al centro della sicurezza informatica secondo Jean-Pierre Carlin di Corelight

Nel contesto del 23° Forum ICT Security, Jean-Pierre Carlin, Regional Sales Manager Southern Europe di Corelight, ha presentato una panoramica approfondita sul ruolo strategico del Network Detection and Response (NDR) nella sicurezza informatica contemporanea. L’intervento, dal titolo “Dati più intelligenti, rilevamenti più accurati, risposte più rapide: proteggere le reti moderne con Corelight Open NDR”, ha evidenziato come questa tecnologia rappresenti oggi un elemento imprescindibile per i Security Operations Center che si trovano ad affrontare minacce sempre più sofisticate.

“What is NDR?”

Cos’è l’NDR e perché è fondamentale

“NDR significa Network Detection and Response ed è una tecnologia che scansiona l’intera rete per individuare ogni tipo di evidenza”, ha spiegato il relatore nell’apertura del suo intervento. La soluzione analizza i dati per presentare agli analisti tutto ciò che riguarda violazioni, attacchi o comportamenti anomali all’interno del sistema IT, inviando tutte le informazioni al SIEM per essere elaborate automaticamente, eventualmente attraverso un SOAR.

L’esperto ha chiarito un punto fondamentale: “L’NDR non può essere autonomo di per sé, ma fa parte di una sicurezza globale, quella che chiamiamo triad”. Questa triade comprende l’EDR (Endpoint Detection and Response), che protegge server e endpoint, il SIEM che raccoglie log e dati per individuare correlazioni e attacchi, e appunto l’NDR che monitora il traffico di rete.

“Why NDR? – Integrated SOC Triad”

Il limite della sicurezza perimetrale

Carlin ha posto l’accento su una criticità spesso sottovalutata: “Se avete un EDR che protegge tutto il perimetro, potreste pensare di essere al sicuro perché il perimetro è protetto. Ma, come si può leggere sui giornali, quasi ogni settimana una importante azienda subisce una violazione. Anche se avete la sicurezza sul perimetro, gli hacker possono sempre entrare nel vostro sistema informativo”.

Ed è qui che entra in gioco l’NDR: “L’NDR è l’unico modo per scoprire cosa sta accadendo all’interno del vostro IT. Perché tutto ciò che gli hacker faranno passerà attraverso la rete in un modo o nell’altro. E l’NDR rileverà tutti questi movimenti nel vostro sistema IT”, ha sottolineato lo speaker.

Corelight: 15 anni di esperienza nella sicurezza di rete

Corelight è un’azienda americana specializzata in NDR, presente sul mercato da 15 anni con una gamma completa di capacità di rilevamento basate su firme, analisi comportamentale e molteplici tecnologie integrate. “In un unico appliance, che può essere virtuale o fisico, integriamo IDS, PCAP, NSM, YARA Host e tutti questi layer saranno in grado di rilevare specifici tipi di attacchi”, ha illustrato Carlin.

“Corelight is an Enterprise Class NDR”

Il DNA open source: Zeek

Un elemento distintivo di Corelight risiede nelle sue origini. L’azienda è stata fondata dalle stesse persone che, 25-30 anni fa, hanno creato Zeek (originariamente chiamato Bro), una tecnologia che trasforma qualsiasi flusso di rete in log. “Forse non conoscete Zeek perché il nome non è del tutto noto, ma probabilmente la maggior parte degli analisti usa Zeek anche quando non sanno che è Zeek”, ha rivelato il relatore.

Zeek è diventato uno standard de facto nel settore: “È open source e aziende come Microsoft, CrowdStrike e Splunk utilizzano Zeek. Abbiamo un linguaggio comune, una grammatica comune, che ci permette di comunicare tra noi e di interpretare e correlare tutti questi eventi”, ha spiegato l’esperto. Negli Stati Uniti, Zeek è ampiamente adottato dalle amministrazioni pubbliche e dal Dipartimento della Difesa, mentre Corelight protegge numerose istituzioni finanziarie e infrastrutture critiche nei settori dell’energia e dei trasporti.

Partnership strategiche per l’integrazione

Il modello di business di Corelight si basa su partnership strategiche particolarmente forti. “Abbiamo relazioni molto strette con aziende come CrowdStrike. CrowdStrike è un investitore di Corelight e parla il nostro stesso linguaggio, integrando anch’essa Zeek”, ha evidenziato Carlin.

Lo stesso vale per Cisco, Splunk e Mandiant. Un aspetto particolarmente interessante riguarda l’integrazione operativa: “CrowdStrike o Splunk possono acquisire i nostri dati e potete evitare di utilizzare la nostra interfaccia per gestire la soluzione – potete gestire Corelight direttamente da CrowdStrike o da Splunk. Questo vi evita di avere un ulteriore pannello di controllo per monitorare cosa sta accadendo nella rete”.

“Corelight Open NDR – SaaS Platform”

L’architettura della piattaforma

La piattaforma Corelight raccoglie dati da qualsiasi tipo di rete – fisica, cloud o OT – attraverso diversi sensori che normalizzano i dati in formato Zeek e altri standard, generando alert, log, file e packet capture. Questi dati possono essere inviati sia a un SIEM (come Splunk, Microsoft, Elastic o CrowdStrike) sia alla piattaforma proprietaria di Corelight.

“La nostra piattaforma esegue il triage degli alert, utilizza l’intelligenza artificiale per interpretarli e trasforma un alert espresso in termini tecnici in inglese, francese, italiano o qualsiasi altra lingua utilizziate, per renderlo facilmente comprensibile a tutti”, ha spiegato il relatore. Questa elaborazione assistita dall’AI fornisce una visione d’insieme degli alert e delle tendenze in corso.

I motori di rilevamento multipli

La piattaforma integra motori multipli per rilevamento, analisi dei file, NSM (Network Security Monitoring) e packet capture. Per quanto riguarda il rilevamento, Corelight analizza tutte le corrispondenze tra MITRE ATT&CK e i protocolli tecnici utilizzati dagli hacker, operando sia su base signature che comportamentale.

“Possiamo rilevare un cambiamento di comportamento sulla rete. Effettuiamo anche correlazioni con la threat intelligence, e tutta questa parte è integrata nel prodotto stesso”, ha dichiarato Carlin. Quando ci sono file nella rete, questi vengono analizzati con le regole YARA per individuare minacce attraverso queste tecniche.

Per l’analisi di rete, Corelight utilizza Zeek e dispone di un set completo di log standard utilizzati dal SIEM e correlati con l’EDR. “Possiamo anche ottenere informazioni dal traffico cifrato e dalle VPN. Naturalmente, non decifriamo il traffico, ma solo l’header ci fornisce molte informazioni che ci permettono di capire cosa sta succedendo ed eventualmente allertare quando c’è un attacco specifico”, ha precisato lo speaker.

Smart PCAP: l’ottimizzazione intelligente

Una funzionalità particolarmente innovativa è lo “Smart PCAP”, una cattura pacchetti intelligente. “Non inviamo ogni packet capture, che sarebbe piuttosto pesante per il SIEM e costerebbe molto denaro se inviassimo tutti i dati al SIEM”, ha spiegato Carlin. “Lo chiamiamo Smart PCAP perché inviamo solo la parte interessante di queste informazioni. E se l’informazione è ridondante, non inviamo gli stessi dati più e più volte – diciamo semplicemente che ci sono state X occorrenze dello stesso packet capture”.

“Multi-layered detection strategy”

Un approccio multilivello al rilevamento

Il relatore ha illustrato come ogni attacco abbia la propria tecnica o modo di procedere, e ogni approccio può essere rilevato con una tecnica diversa: comportamentale, signature-based, machine learning, rilevamento delle anomalie e altro ancora. “Invece di avere strumenti diversi per rilevare i diversi tipi di attacchi, tutto è integrato nei vostri sensori e nella vostra soluzione. Qualunque sia l’attacco, lo rileveremo perché abbiamo i diversi motori in grado di individuare questi diversi attacchi”, ha affermato con sicurezza.

Ma c’è di più: Corelight rileva anche la progressione di un attacco. “Rileveremo come l’attacco si sta muovendo e forniremo all’analista tutti i pattern dell’attacco stesso e il modo in cui sta evolvendo. E naturalmente forniremo informazioni su come fermare quell’attacco e quali sono i diversi modi per bloccarlo”, ha aggiunto Carlin.

“SOC Challenge – Pain points across the kill chain”

I problemi che Corelight risolve

L’intervento ha quindi affrontato le problematiche concrete che affliggono i Security Operations Center moderni:

1. Visibilità incompleta

“La maggior parte delle volte, quando avete un sistema informativo, sapete cosa sta succedendo sui bordi del vostro sistema, ma avete un punto cieco quando si tratta dell’interno”, ha osservato il relatore. La soluzione Corelight aiuta ad avere visibilità su ciò che accade all’interno della rete, compresi i movimenti laterali e gli spostamenti Est-Ovest.

2. Consolidamento degli strumenti

“Con una sola soluzione non avete bisogno di avere strumenti diversi per rilevare questo tipo di attacco e quell’altro tipo di attacco. Tutto è nella stessa soluzione, che rileverà qualsiasi tipo di attacco che possa essere individuato all’interno della rete”, ha sottolineato l’esperto.

3. Ottimizzazione dei costi

L’ottimizzazione dei log forniti al SIEM riduce i costi di utilizzo del SIEM stesso. “Dato che tutti i nostri strumenti sono integrati e inviano lo stesso tipo di alert, avremo un rilevamento coerente e alert consistenti in tutto il vostro sistema di sicurezza”, ha evidenziato Carlin.

4. Integrazione nativa

“Il fatto che possiamo dialogare molto strettamente con un SIEM come Splunk o con un EDR come Microsoft o CrowdStrike crea un sistema di allerta globale e coerente”, ha concluso il relatore.

“How can Corelight help you?”

Visibilità cloud e architetture ibride

Un aspetto particolarmente rilevante nell’era della trasformazione digitale riguarda la sicurezza cloud. “Quando ci si sposta da una rete on-site a una rete cloud o ibrida, si hanno altri punti ciechi relativi a cosa sta succedendo nel cloud e se è possibile ottenere informazioni dal cloud”, ha osservato Carlin. Corelight dispone di sensori che funzionano anche nel cloud, permettendo di estendere la copertura dell’intero sistema informativo.

Conclusioni

L’intervento di Jean-Pierre Carlin ha delineato un quadro chiaro del valore strategico dell’NDR nel panorama della cybersecurity moderna. In un contesto in cui le minacce evolvono costantemente e gli attacchi diventano sempre più sofisticati, avere una visibilità completa del traffico di rete – sia on-premise che in cloud – rappresenta non più un’opzione ma una necessità.

Corelight si posiziona come una soluzione enterprise-class che, grazie alle sue radici open source con Zeek, all’integrazione nativa con i principali player del settore e alle capacità di rilevamento multilivello assistite dall’intelligenza artificiale, offre ai team di sicurezza gli strumenti per identificare, comprendere e rispondere rapidamente alle minacce informatiche.

Come ha concluso il relatore invitando i partecipanti al Forum ICT Security a visitare lo stand per demo tecniche e discussioni approfondite, la vera forza di Corelight risiede nella combinazione di dati di altissima qualità, architettura flessibile e workflow intelligenti che accelerano il rilevamento delle minacce e la risposta agli incidenti.

Profilo Autore

Jean-Pierre Carlin ha oltre 25 anni di esperienza nel settore della sicurezza IT. Nel corso della sua carriera, Jean-Pierre ha avuto l’opportunità di lanciare e sviluppare commercialmente diverse filiali start-up nell’Europa meridionale. Prima di entrare a far parte di Corelight, Jean-Pierre ha avviato le attività di Swimlane, Recorded Future, Venafi, LogRhythm, A10 Networks, Proofpoint, Aventail/SonicWall, Netscreen e Netscout. Jean-Pierre si è laureato presso l’E.S.I.E.E. di Parigi come ingegnere di rete e telecomunicazioni.

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