Caro carburanti, dallo stile di guida alle app per i prezzi più bassi: ecco 6 consigli ‘salva-pieno’

(Adnkronos) – La guerra tra Iran e Usa si infiamma di nuovo, lo stretto di Hormuz bloccato e i prezzi di benzina e diesel tornano a salire. Con un nuovo intervento sulle accise, il governo taglia il prezzo del gasolio di 17 centesimi al litro fino al 6 agosto. Ma quanto e come i consumatori possono risparmiare sul pieno del carburante? Dalla scelta del distributore allo stile di guida, fino alle app per trovare i prezzi più bassi (compresa quella del ministero appena lanciata), ecco 6 consigli pratici per ridurre subito la spesa del pieno e difendersi dai rincari. 

Se è vero che ogni regione italiana e ogni singola stazione di servizio applica prezzi differenti, è anche vero che, potendo scegliere, la modalità self è sempre meno cara del servito. E questo vale tanto per la benzina quanto per il gasolio. Le differenze tra self e servito possono essere di 10-20 centesimi di euro al litro, quindi su un pieno da 50 litri il risparmio più arrivare a 10 euro a rifornimento, spiegano da Altroconsumo.  

Secondo consiglio. Il prezzo medio in autostrada è sempre superiore al prezzo medio praticato nelle stazioni cittadine o sulle grandi strade non autostradali. In ogni caso, il mercato dei carburanti è un mercato locale e quindi bisogna valutare caso per caso. Ad esempio, notoriamente le ‘pompe bianche’ sono sinonimo di convenienza; tuttavia le analisi città per città di Altroconsumo dicono che non sempre è così. Ci sono province in cui il prezzo medio per le pompe bianche è inferiore al prezzo medio generale (nel tempo abbiamo notato risparmi anche del 4%), in altre, invece, accade l’opposto. Per questo è sempre importante scegliere controllando i prezzi esposti. 

Terzo: controlla se il benzinaio applica un costo al di sopra o al di sotto del prezzo medio. Dal 1° agosto 2023 presso le pompe sulla rete ordinaria (strade urbane ed extraurbane) puoi trovare cartelli con la pubblicazione dei prezzi medi regionali. Per la rete autostradale, invece, è prevista l’esposizione del prezzo medio nazionale, calcolato, però, sui prezzi degli impianti operanti in autostrada. Si può verificare il prezzo anche utilizzando app che oltre a monitorare il prezzo medio nazionale, indicano i prezzi più economici a livello locale grazie alla collaborazione tra utenti che usano l’applicazione. 

Quarto consiglio: tenere l’auto in condizioni ottimali, facendo manutenzione. La manutenzione periodica (anche dopo il periodo di garanzia) della propria automobile, infatti, non serve solo a mantenere l’efficienza del motore, ma anche a minimizzare i consumi. In particolare se i componenti essenziali del sistema di accensione, iniezione e alimentazione non lavorano in perfetta efficienza i consumi possono aumentare anche del 10-20%. Vediamo quali elementi incidono, se trascurati, sui consumi di carburante. I filtri dell’aria devono essere cambiati o puliti periodicamente. Un intasamento del filtro può causare un incremento dei consumi di carburante fino al 10%. Sostituire l’olio periodicamente non solo è fondamentale per la vita del motore ma anche per i consumi. L’olio ha potere lubrificante e pulente, la riduzione dei consumi con una corretta manutenzione arriva anche al 3%.  

E ancora. Le gomme perdono ‘naturalmente’ pressione, attraverso piccole perdite costanti non facilmente identificabili. Tuttavia per ogni 0,2 bar di pressione persa, il consumo di carburante aumenta dell’ 1-2%. Anche la convergenza non ottimale influisce sul consumo di carburante: meglio farla controllare periodicamente. Bauli da tetto, portabici o portasci, anche vuoti, lasciati montati sul tetto creano resistenza e fanno aumentare i consumi; se li smonti quando non ti servono risparmi tra il 5 e l’8% di carburante. Evita poi di tenere carichi inutili sul veicolo, si rischia un consumo del 2% in più ad esempio per una valigia da 20 kg. 

Quinto consiglio: la velocità. Guidare spesso in autostrada, specie se al massimo della velocità consentita, porta a consumi più alti. Un buon suggerimento è quello di ridurre la velocità: indicativamente, andando in autostrada a 110 km/h anziché a 130 km/h si consuma ben il 20% in meno. Ma anche lo stile di guida in città può influire molto sui consumi: accelerazioni e frenata brusche fanno aumentare sensibilmente i consumi: meglio accelerare dolcemente, cambiando adeguatamente le marce senza salire troppo di giri e cominciare a rallentare sempre dolcemente già quando si capisce che bisognerà fermarsi, come a uno stop o un semaforo che sta diventando rosso. 

E infine l’aiuto della tecnologia. Altroconsumo ricorda che esistono app gratuite che consentono di consultare i prezzi aggiornati dei carburanti distributore per distributore su una mappa, in modo da poter scegliere il distributore migliore (per prezzo del carburante e/o per distanza) per rifornirsi. Ecco due app, fra le più popolari, che da alcune recenti prove sono risultate ben fatte e piuttosto attendibili. Fuelio, è un’app di Sygic, azienda che si occupa di software di navigazione satellitare. L’app si presenta con un layout molto pulito e di facile comprensione. L’home page mostra i distributori più economici nelle vicinanze. Tramite la mappa è inoltre possibile ricercare i distributori e, toccando le relative icone, è possibile consultarne i dettagli: i prezzi dei carburanti disponibili e la data di aggiornamento di tali prezzi nell’app. Fuelio, collegandosi all’app di navigazione che utilizzi sul tuo smartphone, fornisce anche le indicazioni Gps per raggiungere il distributore desiderato. Gli utenti stessi possono segnalare i prezzi dei distributori in modo semplice. 

Prezzi Benzina è invece un’app italiana, ed esiste anche come sito web (prezzibenzina.it). Il layout dell’app non è essenziale e semplice come quello di Fuelio, e ci sono alcuni banner pubblicitari che possono dare un po’ fastidio. Tuttavia, l’app è ricca di informazioni e molto completa, e una volta presa dimestichezza consente di individuare i distributori più economici e quelli più vicini a te, con una chiara indicazione di prezzo con colori che vanno dal verde (più economici) al rosso (più cari). La mappa è di facile consultazione, con molti dettagli quando si tocca il distributore desiderato. Gli utenti stessi possono segnalare i prezzi dei distributori in modo semplice. Registrandosi (gratuitamente) è anche possibile impostare itinerari e scoprire tutti i distributori presenti lungo di essi. 

Tra gli strumenti disponibili c’è anche Osservaprezzi Carburanti, l’app gratuita del ministero delle Imprese e del Made in Italy. Consente di trovare i distributori più vicini, confrontare i prezzi di benzina, gasolio e altri carburanti e visualizzare il prezzo medio regionale. I dati non sono inseriti dagli automobilisti, ma comunicati direttamente al ministero dai gestori degli impianti, che devono trasmetterli almeno una volta alla settimana e aggiornarli anche durante la settimana quando il prezzo cambia. L’app parla quindi di dati ‘in tempo reale’, ma non rileva automaticamente il prezzo alla pompa: eventuali ritardi o errori nella comunicazione possono produrre differenze rispetto alla cifra effettivamente esposta. Prima di fare rifornimento è dunque sempre meglio controllare il cartello dell’impianto, facendo attenzione anche alla distinzione tra servito e self-service. L’app si può scaricare per Android e per iPhone. 

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Medio Oriente al bivio: la Siria tratta la pace con Israele e punta al grande affare dei gasdotti

Una svolta clamorosa sta per cambiare il volto del Medio Oriente. Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha dichiarato che Damasco sta lavorando a un accordo di sicurezza con Israele. L’obiettivo immediato è fermare gli scontri al confine. Quello a lungo termine è evitare che una nuova guerra regionale distrugga del tutto il paese.

Per decenni la Siria è stata il fulcro dell’ostilità contro lo Stato ebraico. Oggi la dura realtà economica e sociale impone una strada diversa. Il paese è devastato da anni di conflitto interno. Senza stabilità e senza risorse esterne, la ricostruzione è un miraggio.

In un’intervista concessa ad Al Jazeera, al-Sharaa ha spiegato che il patto vedrà la partecipazione di diverse potenze internazionali. Il presidente ha precisato che l’intesa non significa rinunciare ai diritti sul Golan, territorio occupato da Israele dal 1973. L’accordo serve invece a evitare incidenti militari e ad aprire la via verso una pace più ampia.

Il nodo del Libano e la paura della guerra totale

Il futuro della Siria dipende molto da ciò che accade ai suoi confini. Al-Sharaa ha smentito con decisione le voci di un possibile intervento militare in Libano. Damasco preferisce sostenere le autorità libanesi nel riprendere il pieno controllo del territorio e del monopolio delle armi.

Il vero incubo della regione resta l’allargamento dello scontro tra Stati Uniti, Israele e Iran. Un’escalation su larga scala avrebbe conseguenze immediate e rovinose per l’intera area. Per la Siria, la stabilità del Libano è una difesa fondamentale contro la diffusione del caos.

Sanzioni, forze curde e il dramma dei dispersi

Le difficoltà per il nuovo governo siriano non sono solo diplomatiche. Sul fronte economico, al-Sharaa ha aperto un tema decisivo per i mercati. La semplice revoca delle sanzioni occidentali non basta se la Siria rimane nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Senza la cancellazione da questo elenco, le banche internazionali continueranno a bloccare i flussi di denaro.

All’interno dei confini si gioca poi la partita con le Forze Democratiche Siriane (SDF), l’alleanza a guida curda. L’accordo per l’integrazione del nord-est sta subendo ritardi, ma il governo assicura di voler procedere.

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Sul piano dei diritti umani pesa il dramma dei dispersi. Si stima che tra le 100mila e le 300mila persone siano scomparse durante gli anni di guerra. Damasco ha creato una commissione speciale che lavorerà con esperti internazionali per dare risposte alle famiglie.

L’impatto economico: la Siria come snodo per le energie del Golfo

Dietro le mosse politiche si intravede un disegno economico di grande portata. La normalizzazione dei rapporti con Israele può sbloccare la posizione geografica della Siria. Il paese si trova in una posizione chiave per il trasporto delle risorse energetiche.

Se il quadro politico si stabilizza, la Siria può diventare il punto di arrivo di gasdotti e oleodotti provenienti dall’Iraq e dall’Arabia Saudita. Queste infrastrutture porterebbero le risorse del Golfo direttamente sulle coste del Mediterraneo.

Un progetto simile richiede enormi finanziamenti. Gli investimenti potrebbero arrivare da più parti: capitali occidentali in cerca di energia sicura, imprese turche focalizzate sulla logistica e perfino interessi iraniani. La trasformazione della Siria in un hub energetico cambierebbe l’economia della regione.

Lavoro, valuta e risorse per la ricostruzione

Per i cittadini siriani la costruzione di infrastrutture di transito rappresenterebbe la fine di un incubo. Le grandi opere portano lavoro immediato, ma soprattutto garantiscono entrate costanti. I diritti di transito pagati sulle materie prime porterebbero valuta pregiata nelle casse dello Stato.

Queste risorse servirebbero a finanziare la ricostruzione delle infrastrutture di base, come la rete elettrica, le strade e gli ospedali. Inoltre, la riapertura dei canali commerciali ridurrebbe la scarsità di beni di prima necessità, frenando l’inflazione che devasta i salari.

Naturalmente i rischi rimangono altissimi. I grandi gruppi energetici non investiranno mai in un’area a rischio bellico. Per trasformare le condotte energetiche da sogno a realtà, Damasco dovrà garantire pace duratura e certezza del diritto. Un percorso difficile, ma la sola speranza per evitare il collasso.

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L’illusione di Burnham si scontra con il muro del debito: perché Londra è condannata all’austerità

Il Regno Unito si trova a un passo da una profonda paralisi finanziaria. Il nuovo Primo Ministro Andy Burnham è appena arrivato a Downing Street con grandi promesse di spesa, ma si è ritrovato subito prigioniero di un debito gigantesco. Con i tassi sui titoli di Stato schizzati sopra il 5%, l’intero bilancio pubblico rischia il collasso sotto il peso degli interessi, e anche i media britannici, come il Telegraph, se ne sono resi conto.

I primi giorni di governo sono stati una vera doccia fredda per il nuovo Premier laburista. Ogni volta che Burnham ha annunciato una misura popolare — dai trasporti locali a basso costo fino al taglio dell’IVA sulle bollette elettriche — i mercati finanziari non hanno applaudito. Al contrario, hanno risposto con una pioggia di interrogativi pesanti sulla copertura finanziaria. I tassi d’interesse sui Gilt, i titoli di stato decennali stanno correndo allegramente verso l’alto…

Il problema è che i conti pubblici britannici sono ormai sull’orlo del precipizio. Il debito nazionale sta per toccare la cifra astronomica di 3.000 miliardi di sterline, arrivando a superare il 95% del Prodotto Interno Lordo. Allo stesso tempo, il deficit annuale continua a correre alla cifra  di 115 miliardi. Il 2025 si è chiuso con un deficit al 4,3% del PIL. Per fortuna che non sono nella UE, altrimenti la solerte Commissione avrebbe iniziato la solita procedura d’infrazione.

Ciò che stritola davvero le decisioni economiche di Londra è la spesa annuale per interessi sul debito. Questa voce ha raggiunto la cifra record di 130 miliardi di sterline all’anno. Si tratta di una somma immensa, superiore a quanto lo Stato spenda per la gran parte dei servizi pubblici primari.

I rendimenti dei titoli di Stato decennali inglesi hanno superato nuovamente la soglia critica del 5%. Questa dinamica colloca il Regno Unito come maglia nera per costo del debito tra tutte le grandi economie avanzate del G7, il che è curioso: la BCE ha una politica monetaria perfino più restrittiva della Bank of England, ma i tassi d’interesse pagati dai paesi europei sono più bassi.

Ecco come si confrontano i costi di indebitamento del Regno Unito rispetto agli altri principali Paesi:

Paese Rendimento Titolo di Stato a 10 Anni
Regno Unito 5,1%
Stati Uniti 4,7%
Italia 4,0%
Francia 4,0%
Germania 3,2%

Per provare a finanziare la propria agenda di investimenti, Burnham vorrebbe sfruttare la cosiddetta “flessibilità” delle regole fiscali. Tra i corridoi del Ministero del Tesoro e della City si valutano diverse scorciatoie contabili per racimolare risorse fresche:

  • Consumare i margini di sicurezza: Utilizzare il ridotto cuscinetto finanziario rimasto nel bilancio, che tuttavia le recenti tensioni internazionali hanno già assottigliato a soli 10 miliardi di sterline.
  • Spostare gli investimenti fuori dal bilancio statale: Usare la banca di investimento pubblica e il National Wealth Fund per attrarre capitali privati senza far figurare le somme come debito diretto.
  • Allungare le tempistiche di rientro: Estendere gli orizzonti di previsione della spesa da 5 a 10 anni, promettendo un rigore futuro per spendere di più nel presente.
  • Lanciare i “War Bonds”: Emettere titoli di Stato dedicati esclusivamente al finanziamento della spesa militare, isolandoli formalmente dal resto del bilancio.

Tuttavia, queste acrobazie di ingegneria finanziaria non convincono gli investitori. Ogni sterlina aggiuntiva richiesta a prestito dal governo genera un immediato aumento dei rendimenti pretesi dai mercati, trasformando ogni nuova spesa in un boomerang economico.

Sullo sfondo emerge con chiarezza il vero problema di fondo che paralizza non solo il Regno Unito, ma l’intera impostazione economica moderna. In assenza di una seria politica monetaria al servizio del Paese, il costo elevato degli interessi finisce per condizionare e infine cancellare del tutto la politica fiscale dei governi.

Per decenni si è inseguito il dogma della totale “indipendenza” della banca centrale. Un principio che ha separato completamente la gestione della moneta dai governi eletti e dagli obiettivi concreti di piena occupazione, sviluppo e crescita industriale.

Quando una banca centrale opera in un vuoto isolato e mantiene i tassi alti per rispondere unicamente ai propri parametri interni, il risultato per lo Stato è devastante. Gli interessi sul debito schizzano verso l’alto e finiscono per divorare le entrate fiscali prodotte da cittadini e imprese.

Nessun piano politico, per quanto ambizioso o ben intenzionato, può reggere a lungo contro questo meccanismo. La spesa per interessi azzera la sovranità fiscale e trasforma i ministri dell’Economia in semplici esecutori contabili dei mercati obbligazionari.

Andy Burnham vorrebbe rilanciare la produzione nazionale, finanziare la transizione energetica e avviare un piano massiccio di edilizia popolare. Eppure, senza un raccordo concreto tra politica monetaria e bilancio statale, ogni sua promessa elettorale rimarrà pura utopia.

L’esperienza britannica dimostra che i trucchi contabili hanno terminato la loro corsa. Senza rimettere in discussione il ruolo della banca centrale e il suo distacco dalla crescita reale, anche Burnham è destinato al fallimento come chi lo ha preceduto. Prima o poi, anche la classe politica dovrà prenderne atto.

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La trappola del debito a Seul: come il crollo della leva sui chip lascia sul lastrico migliaia di famiglie

Un’ecatombe finanziaria silenziosa sta travolgendo la Corea del Sud. In pochissime settimane oltre 320 mila piccoli risparmiatori hanno visto polverizzarsi l‘intero capitale investito. Non si tratta di una semplice flessione del mercato, ma di un vero e proprio disastro sociale nato da una miscela letale: l’illusione dei guadagni facili, l’uso sconsiderato dei prestiti e gli strumenti derivati ad alto rischio.

Il Paese è finito sotto shock dopo che una tempesta perfetta ha travolto il settore dei semiconduttori, portando 1,2 milioni di cittadini – oltre il 3,5% della popolazione adulta – a ricevere le temute “richieste di margine”, il “Margin Call”, dalle banche. Per moltissime famiglie il sogno dell’indipendenza economica si è trasformato in un incubo d’indebitamento.

Che cosa è successo davvero: la corsa all’oro dei chip

Per capire la radice di questo disastro bisogna fare un passo indietro. Nei primi mesi del 2026 la Borsa di Seul ha vissuto un’euforia senza precedenti, trascinata dai colossi mondiali dei chip di memoria come Samsung ed SK Hynix.

Kospi indice

L’entusiasmo per l’intelligenza artificiale ha spinto i prezzi di queste aziende alle stelle. SK Hynix, in particolare, è diventata il motore del listino sudcoreano grazie alla sua posizione di forza nella produzione di memorie ad alta banda (HBM).

Migliaia di cittadini si sono convinti che i titoli dei chip potessero solo salire. Ma invece di comprare semplicemente le azioni in modo tradizionale, moltissimi piccoli risparmiatori hanno voluto stravincere ed hanno scommesso al di là del valore .

La trappola mortale degli ETF a leva finanziaria

Qui si è inserito il meccanismo che ha trasformato una normale correzione di mercato in un massacro finanziario: i fondi a leva (ETF a leva su singola azione).

Questi strumenti sono progettati per amplificare i movimenti di un titolo. Un ETF a leva 2x o 3x moltiplica per due o per tre il rendimento giornaliero dell’azione sottostante. Se il titolo sale del 5%, l’investitore guadagna il 10% o il 15%. Se però il titolo scende del 10%, la perdita diventa del 20% o del 30%. Perché ci si dimentica che le leve lavorano in entrambe le direzione.

A fine maggio le autorità avevano autorizzato nuovi fondi che permettevano di scommettere a leva persino su un singolo titolo. In poche settimane oltre 9,4 miliardi di dollari sono confluiti in questi strumenti. Il fondo su SK Hynix era diventato il più popolare in assoluto, garantendo guadagni del 60% in un solo mese.

L’avidità ha fatto il resto. Per spingere al massimo i profitti, tantissimi risparmiatori hanno commesso l’errore peggiore: chiedere prestiti personali e bancari per comprare questi fondi derivati.

Poi la giostra ha finio di girare e la SK Hynix è venuta giù come un sasso, come mostra il seguente grafico:

Quotazione SK hynix

La spirale del panico: anatomia di un crollo

A luglio la giostra si è fermata. Una combinazione di dubbi sulla redditività reale degli investimenti nell’intelligenza artificiale e le tensioni geopolitiche internazionali hanno spinto i grandi fondi esteri a vendere e incassare i profitti.

Quando i titoli di Samsung ed SK Hynix hanno iniziato a scendere, sui piccoli investitori si è abbattuta la scure delle vendite forzate:

Fase del crollo Dinamica di mercato Conseguenza sui risparmiatori
Prima fase: Presa di profitto I grandi fondi vendono i titoli guida. Piccoli cali azionari (-3% / -5%).
Seconda fase: Margin Call Le banche chiedono subito contanti a chi ha investito a debito. 1,2 milioni di conti vanno in sofferenza.
Terza fase: Liquidazione Chi non ha liquidità viene venduto d’ufficio al meglio. Oltre 320.000 conti totalmente azzerati.

Con il calo dei prezzi, le piattaforme di trading hanno fatto scattare in automatico le liquidazioni per rientrare dei prestiti concessi. Più i broker vendevano azioni per recuperare i soldi, più i prezzi crollavano, creando un circolo vizioso spaventoso.

Gli ETF creati su SK Hynix è arrivato a perdere il 70% in appena tre settimane, azzerando le posizioni di chiunque avesse usato denaro a prestito.

Tra l’altro le vendite forzate hanno come effetto l’ulteriore caduta nel valore dei titoli. Quello che era partito come una semplice presa di posizione da qualche grosso fondo si tramuta prima in una caduta e poi in una frana disastrosa, proprio a causa degli ETF a leva singola o multipla su singola azione.

L’intervento del governo e la stretta sui mercati

La dimensione del disastro è diventata sociale oltre che finanziaria. Con l’equivalente di un adulto su trenta finito sotto pressione finanziaria, la Commissione per i Servizi Finanziari (FSC) della Corea del Sud è dovuta intervenire con urgenza per congelare il mercato.

Il regolatore ha stabilito regole durissime per evitare che la tragedia si ripeta:

  • Stop ai nuovi fondi: Sospesa con effetto immediato la quotazione di nuovi ETP/ETF a leva su singoli titoli.
  • Margine obbligatorio triplicato: Per fare trading su questi prodotti servirà un deposito minimo in contanti di 30 milioni di won (circa 20 mila dollari), contro i 10 milioni precedenti.
  • Niente titoli a garanzia: Il margine dovrà essere coperto esclusivamente con liquidità reale. Non si potranno più usare titoli di Stato o altri asset come garanzia.
  • Limiti operativi: Ridotti i margini di scostamento dei prezzi ed elevate le quote minime negoziabili a 20 azioni per ordine.

Questo limiterà fortemente non tanto le perdite, quanto il profilo di rischio degli investitori che potranno accedere a questi strumenti incredibilmente rischiosi.

Le ricadute economiche reali: quando la finanza travolge l’economia

Il punto centrale di questa crisi è che l’azienda sottostante, SK Hynix, continua a produrre utili e a registrare fatturati record grazie alla domanda di memorie HBM. Non siamo di fronte a una crisi aziendale o industriale, ma a un collasso puramente finanziario causato dall’eccesso di debito privato. Solo che una crisi finanziaria estremamente profonda può poi avere delle ricadute reali, con la distruzione dei consumi da parte di chi si sente, o è, più povero.

Purtroppo le conseguenze sulla vita reale saranno pesantissime:

  • Migliaia di famiglie hanno perso i risparmi di una vita o il capitale destinato all’acquisto della casa.
  • La contrazione dei consumi interni in Corea del Sud sarà inevitabile nei prossimi trimestri, poiché una massa enorme di ceto medio dovrà usare ogni risorsa disponibile per ripianare i debiti residui con i creditori.

La finanza speculativa a leva si conferma ancora una volta una trappola spietata: moltiplica i guadagni quando il vento è a favore, ma distrugge il tessuto sociale non appena la marea si ritira.

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Caro carburanti, vertice Meloni-Giorgetti: ipotesi accise mobili

(Adnkronos) –
Governo al lavoro sul caro benzina. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto un confronto con il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti. Al centro del colloquio andato in scena oggi, 24 luglio, la situazione economica generale, con particolare attenzione all’andamento dei prezzi dei carburanti. Il governo sta approfondendo le possibili iniziative da adottare, anche con riferimento all’eventuale attivazione del meccanismo delle accise mobili. 

In giornata, il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha reso noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, il prezzo medio dei carburanti in modalità ‘self service’ lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,968 euro per la benzina e 2,161 euro per il gasolio. Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è arrivato di 2,059 euro al litro per la benzina e 2,228 euro per il gasolio. 

Con il Brent tornato sopra i 100 dollari per la prima volta dal 22 maggio e la quotazione del gasolio sopra i mille euro per mille litri per la prima volta dal 13 aprile, il prezzo della benzina alla pompa, ha raggiunto il livello massimo del 2026 toccato il 25 maggio scorso, apprestandosi a superare il picco da quasi tre anni, dal 6 ottobre 2023, mentre il gasolio è salito al massimo dal 12 aprile scorso. 

economia

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Hormuz bloccato e prezzi in fiamme: la Cina fa manovra a tenaglia e prosciuga il petrolio russo

Le cose si mettono male e chi può, cioè non noi, si copre le spalle come può. Le raffinerie cinesi hanno acquistato tutti i carichi di greggio che dovevano essere imbarcati nel mese di agosto dal porto di Kozmino, nell’Estremo Oriente russo, con settimane di anticipo rispetto al solito, come hanno riferito venerdì a Bloomberg alcuni trader ben informati sul mercato, mentre questa settimana i rischi per l’approvvigionamento dal Medio Oriente sono aumentati a seguito degli attacchi alle petroliere nel Mar Rosso.

La Cina ha acquistato i carichi a un ritmo sempre più sostenuto, il che ha portato il prezzo della miscela di greggio russo dell’Estremo Oriente ESPO a uno sconto di appena 1 dollaro al barile rispetto al prezzo dell’ICE Brent, in aumento rispetto allo sconto compreso tra i 3 e i 4 dollari al barile di due settimane fa, secondo quanto riferito dalle fonti commerciali di Bloomberg. Questo vuol dire che si va a caccia di tutto il petrolio disponibile, sanzionato o meno.

Due settimane fa, i rischi per l’approvvigionamento di greggio dal Medio Oriente sono nuovamente aumentati dopo che il cessate il fuoco è stato infranto dagli attacchi iraniani alle navi nello Stretto di Hormuz. Da allora gli Stati Uniti hanno colpito quotidianamente obiettivi iraniani, l’Iran ha lanciato missili contro basi militari e strutture statunitensi in tutto il Medio Oriente e gli Stati Uniti hanno ripristinato il blocco volto a fermare le esportazioni di petrolio iraniano.

Lo Stretto di Hormuz è nuovamente chiuso e il flusso costante di petroliere che era riuscito a uscire dal Golfo Persico si è bruscamente interrotto dopo appena tre settimane.

Questa settimana, i prezzi del greggio Brent hanno raggiunto nuovamente i 100 dollari al barile, per poi ritirarsi a poco al di sotto poiché lo Stretto di Hormuz rimane quasi completamente paralizzato e gli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, prendono di mira le petroliere nello Stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso.

Brent – da Tradingeconomics

Di conseguenza, gli acquirenti cinesi non stanno perdendo tempo e si stanno assicurando con largo anticipo alcune alternative alle forniture mediorientali. Di norma attendono fino alla fine del periodo di prenotazione per il carico del mese successivo del greggio russo ESPO, considerando che il viaggio da Kozmino alla costa orientale della Cina dura solo una settimana.

Ma con l’impennata dei prezzi e i crescenti timori che l’approvvigionamento dal Medio Oriente sia limitato in entrambi i principali punti di strozzatura, le raffinerie cinesi preferiscono fare scorta di greggio russo, che impiega solo una settimana per raggiungere i terminali di importazione. Noi non possiamo acquistare quel greggio a causa delle sanzioni, quindi questa via d’uscita è riservata solo alla Cina.

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Il Bund vola al 3,2%: la Germania paga il conto delle sue scelte sbagliate

Il rendimento del Bund decennale tedesco è schizzato verso il 3,2%, toccando i livelli più alti da maggio 2011. Un segnale d’allarme rosso per i mercati finanziari, che vedono riaffiorare i fantasmi di una nuova crisi nel cuore dell’Europa. La salita dei tassi fa tremare i mercati proprio mentre la Banca Centrale Europea si prepara alla sua riunione di politica monetaria. Ecco il relativo grafico da Tradingeconomics:

In molti addossano le colpe alla BCE, attesa a una seduta di attesa con tassi invariati e con lo sguardo rivolto a settembre. In realtà la BCE c’entra solo fino a un certo punto. Da qui a dopo l’estate possono cambiare moltissime cose.

La realtà è un’altra. Quello che la Germania sta pagando davvero è la profonda fragilità europea di fronte alla crisi energetica esplosa in Medio Oriente. Un’emergenza che riporta a galla tutti i limiti strutturali del continente.

L’illusione della spesa pubblica

La Germania e l’Europa si ritrovano a fare i conti con un debito infrastrutturale pesante e una spesa pubblica non chiara. Il problema non è il sostegno ai consumi in sé, ma il fatto che si sostengano consumi del tutto inutili per la crescita.

Risorse ingenti vengono destinate a settori che non generano ricchezza interna né spingono l’autonomia strategica del continente:

  • Sussidi alla transizione importata: Si finanziano acquisti massicci di pannelli solari e batterie prodotti all’estero, trasferendo risorse fuori dai confini europei.
  • Spesa militare infruttuosa: L’aumento dei budget per gli armamenti rappresenta un costo immediato senza alcun ritorno moltiplicatore sull’economia reale.
  • Mancanza di indipendenza: Si spende molto, ma si continua a ignorare la vera sovranità energetica, rimanendo in una dipendenza strategica o dal gas americano o da fonti instabili e le cui infrastrutture, comunque, dipendono da un paese terzo.

La punizione dei mercati

Queste uscite correnti si rivelano dal punto di vista economico un puro peso, un costo secco che non sostiene la produzione nazionale. L’Europa ha scelto di dipendere da forniture estere per la tecnologia verde, accumulando al contempo deficit e ritardi nelle infrastrutture di base.

I mercati finanziari non perdonano. Quando queste fragilità emergono nel bel mezzo di una scossa geopolitica o finanziaria, la punizione arriva puntuale e severa.

I rendimenti dei titoli di Stato tedeschi salgono perché gli investitori chiedono un premio di rischio più alto per finanziare un modello che non funziona più. La Germania, abituata a fare da locomotiva, scopre che la sua stiva è piena di zavorre inutili. Se non si cambia rotta sulla qualità della spesa, il conto da pagare sarà ancora più alto.

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Assegno inclusione, dal primo agosto al via domande rinnovo

(Adnkronos) – A luglio 2026 viene erogata la dodicesima e ultima mensilità ai beneficiari che, dopo aver presentato domanda di rinnovo nel luglio 2025, hanno percepito il beneficio senza interruzioni nei dodici mesi precedenti. A partire dal primo agosto 2026, gli stessi nuclei familiari potranno presentare una nuova domanda di rinnovo per continuare a beneficiare della misura. Lo dice l’Inps in una nota. 

L’istituto ricorda che i nuclei familiari con una domanda Adi “terminata” possono presentare la richiesta di rinnovo esclusivamente a partire dal mese successivo all’ultimo pagamento ricevuto, corrispondente alla fruizione della diciottesima mensilità per le domande iniziali o della dodicesima mensilità in caso di rinnovo. Le domande di rinnovo che dovessero essere presentate nell’ultimo mese di fruizione della domanda “terminata” non potranno essere elaborate con esito positivo. 

La richiesta di rinnovo può essere inoltrata sia dallo stesso richiedente della precedente domanda conclusa, sia da un altro componente maggiorenne del nucleo familiare. Le indicazioni fornite dall’Inps si inseriscono nel percorso di continuità della misura e sono finalizzate a garantire una corretta gestione delle domande e dei pagamenti, evitando ritardi o rigetti dovuti alla presentazione anticipata delle istanze. Per ulteriori informazioni e per conoscere nel dettaglio le modalità operative, è possibile consultare il messaggio Inps n. 2437 del 22 luglio 2026. 

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Prima fuga dell’AI, il supermodello ‘scappa’ su internet e si trasforma in hacker

(Adnkronos) –
L’Intelligenza Artificiale ‘scappa’ e diventa hacker. Sembra la trama di un film, ma l’allarme è reale. OpenAI, la società produttrice di ChatGpt, ha reso noto che i suoi avanzati modelli di AI sono sfuggiti al controllo durante un test di sicurezza, hackerando in autonomia una nota piattaforma per programmatori. L’azienda di San Francisco lo ha definito un “incidente cyber senza precedenti” e ha dichiarato che condurrà un’indagine congiunta con la libreria di codice online Hugging Face. 

Vengono definiti agenti gli strumenti che agiscono in modo autonomo per svolgere compiti nel mondo reale. OpenAI ha spiegato che l’incidente ha coinvolto una combinazione di modelli, tra cui il recente GPT-5.6 Sol “e un modello pre-release ancora più potente”. 

La società stava cercando di valutare le capacità di hacking dei modelli assegnando loro compiti all’interno di un ambiente di test digitale rigorosamente controllato, in cui l’accesso a internet era limitato per motivi di sicurezza. “Mentre operavano nel nostro ambiente di test isolato (sandbox), i nostri modelli hanno impiegato una quantità sostanziale di (potenza di calcolo) per trovare un modo di ottenere l’accesso libero a Internet, nel tentativo di risolvere il problema di valutazione”, ha riportato un blog post di OpenAI sull’incidente. 

Dopo essersi connessi a internet, i modelli hanno deciso di prendere di mira la piattaforma Hugging Face – un grande repository di modelli di AI, dataset e altre informazioni – per farsi aiutare nel loro obiettivo. Alla ricerca di “informazioni segrete” che potessero aiutarlo ad eludere la valutazione, il sistema di OpenAI ha “concatenato molteplici vettori di attacco, compreso l’uso di credenziali rubate”. Hussein Abbass, docente di informatica presso la UNSW Canberra, ha dichiarato all’AFP che l’incidente è stato “sorprendente sotto molti aspetti”. “Non si è limitato ad attaccare Hugging Face. Ha attaccato persino il proprio sistema interno per sfruttarne le vulnerabilità”, ha affermato Abbass. “E questo fa paura”. 

GPT-5.6 e altri modelli all’avanguardia, tra cui la serie Mythos della principale rivale di OpenAI, Anthropic, hanno destato preoccupazione per la loro capacità di violare le difese di cybersecurity. Entrambe le società statunitensi hanno dovuto sospendere temporaneamente il rilascio pubblico di queste ultime tecnologie a causa del timore di Washington che potessero contribuire a violare infrastrutture critiche. L’AI avanzata si trova “normalmente nelle mani di persone etiche e responsabili”, ha aggiunto Abbass. Ma “sarà catastrofico se dovesse finire nelle mani di qualcuno con l’intenzione di causare danni”. 

La governance del settore dell’AI è diventata una questione centrale e “serve uno sforzo corale della comunità per gestire questa situazione”, ha concluso. La scorsa settimana Hugging Face aveva segnalato l’”intrusione” informatica, senza tuttavia menzionare OpenAI. “Questa violazione è stata diversa da qualsiasi altra gestita in precedenza sotto un aspetto fondamentale: è stata guidata, dall’inizio alla fine, da un sistema autonomo di agenti di AI – e l’abbiamo rilevata e analizzata in gran parte grazie a una nostra AI”, ha dichiarato Hugging Face. Clement Delangue, CEO di Hugging Face, ha dichiarato su X che l’azienda sospettava che l’attacco informatico provenisse da un laboratorio di AI di livello mondiale, data la sofisticazione dell’agente. “Siamo fermamente convinti che non vi fosse alcuna intenzione malevola da parte loro”, ha scritto Delangue, riferendosi a OpenAI. “È davvero sconcertante che tutto questo sia accaduto in modo autonomo!” 

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Per Jensen Huang (Nvidia) le Ai cinesi vanno usate. Hugging Face l’ha fatto per difendersi da agenti OpenAi

(Adnkronos) – Un framework di agenti autonomi di intelligenza artificiale è sfuggito al controllo di OpenAI durante un test di sicurezza e ha attaccato la piattaforma Hugging Face. È stato definito un “incidente senza precedenti” dalla stessa OpenAI, ma è senza precedenti anche la visibilità che la vicenda offre ai concorrenti Ai cinesi. Per difendersi, Hugging Face ha dovuto utilizzare un modello open source cinese, perché quelli Usa non hanno risposto, nel dubbio di star aiutando un aggressore e non un difensore. Nel dibattito Usa vs Cina, gli stessi Ceo americani hanno opinioni diverse: Jensen Huang di Nvidia invita a non avere paura dei modelli Ai di Pechino. 

Questo nonostante Llm come GLM-5.2 e Kimi K3 abbiano scosso la Silicon Valley, rivaleggiando con i modelli OpenAI e Anthropic a costi inferiori e senza guardrail. Un panico simile a quando un altro player orientale DeepSeek ha presentato i suoi modelli nel gennaio 2025. 

“I modelli cinesi sono eccellenti”, ha dichiarato Huang ad Axios prima che diventasse pubblica la notizia della ‘fuga’ dell’agente di OpenAI. “E i modelli open source eccellenti dovrebbero essere utilizzati”. Un’opinione significativa, se espressa dal maggiore produttore mondiale di chip per l’AI, convinto che alle aziende Usa dovrebbe essere “assolutamente” consentito di usare modelli cinesi.  

Hugging Face lo ha fatto. La scorsa settimana aveva spiegato di aver usato il modello GLM-5.2 di Zhipu AI per l’analisi dell’attacco che stava avvenendo, una scelta che le ha inoltre consentito di mantenere i dati dell’aggressore e le eventuali credenziali all’interno dei propri sistemi. 

Questa esperienza, aveva scritto sul suo blog la startup, che al tempo non sapeva che i modelli Ai che l’avevano attaccata fossero di OpenAI, “evidenzia un gap per il quale è opportuno prepararsi”. L’attaccante “non era soggetto ad alcuna policy di utilizzo, mentre il nostro lavoro di analisi forense veniva bloccato dai guardrail dei modelli in hosting che avevamo tentato di utilizzare per primi. La lezione pratica per chi difende: bisogna disporre di un modello performante da far girare sulla propria infrastruttura, già testato e pronto all’uso prima che si verifichi un incidente, sia per evitare i blocchi dei guardrail, sia per impedire che i dati e le credenziali dell’attaccante escano dal proprio perimetro aziendale. Questa non vuole essere una critica alle misure di sicurezza adottate sui modelli in hosting, e stiamo condividendo questo feedback con i provider interessati”. 

Gli strumenti offensivi autonomi, basati sull’AI, non sono più teoria nella cybersecurity, secondo Hugging Face. “Riducono i costi per condurre campagne su vasta scala e operano a velocità di macchina. Difendere una piattaforma online oggi significa trattare l’esposizione dei dati e dei modelli come una superficie di attacco di prim’ordine, e impiegare l’AI sul fronte difensivo per tenere il passo”. Lo stesso Huang aveva suggerito, nella sua intervista, che l’approccio open rende l’AI più sicura, non il contrario, perché i ricercatori esterni possono ispezionare i modelli, esporne le vulnerabilità e costruire difese. Anthropic, secondo il Ceo di Nvidia, dovrebbe rendere disponibile a “tutti” il suo modello cyber ad accesso limitato, Claude Mythos, invece di restringerlo. 

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