FiberCop porta la fibra ottica ultraveloce a Mentana

(Adnkronos) – Il Comune di Mentana ha avviato con FiberCop la campagna ‘Fatti della stessa fibra’ per portare la fibra ottica di ultima generazione Ftth nelle abitazioni dei cittadini e nelle imprese locali, connettendo l’intera comunità a una rete di telecomunicazioni veloce, affidabile e sostenibile.  

L’iniziativa, interamente finanziata da FiberCop, gestore dell’infrastruttura digitale più capillare ed estesa del Paese e a disposizione di tutti gli operatori telefonici, ha preso il via con la firma del protocollo d’intesa. “L’avvio di questo progetto rappresenta un ulteriore passo nella costruzione di una Mentana moderna, sempre più connessa, innovativa e capace di offrire servizi all’altezza delle esigenze di cittadini e imprese -dichiara il sindaco di Mentana, Marco Benedetti-. Investire nelle infrastrutture digitali significa investire nel futuro della nostra comunità e creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile e competitivo del territorio”. 

“Con la fibra ultraveloce -sottolinea il vice sindaco e assessore ai lavori pubblici, Federico Attanasio- la comunità di Mentana potrà contare su nuove opportunità per rendere più semplici, efficienti e accessibili i servizi digitali di tutti i giorni. FiberCop sta lavorando in collaborazione con l’Amministrazione comunale, prestando particolare attenzione alla gestione dei cantieri e alla qualità dei ripristini. Un impegno che guarda a un risultato preciso: mettere a disposizione del territorio una rete moderna, aperta agli operatori e capace di accompagnare cittadini, imprese e servizi pubblici verso nuove opportunità di crescita e innovazione”. 

Grazie alla fibra ottica di FiberCop, il territorio di Mentana avrà una rete ultraveloce che consentirà di accelerare i processi di digitalizzazione di cittadini, imprese e pubblica amministrazione, favorendo la fruizione di servizi innovativi, quali lo streaming in 4K/8K, lo smart working, la gestione smart delle abitazioni attraverso dispositivi per la domotica, la telemedicina e i servizi digitali come, ad esempio, la gestione del traffico, dell’illuminazione pubblica e il monitoraggio ambientale. Inoltre, la fibra ottica contribuirà ad aiutare l’ambiente grazie alla riduzione delle emissioni di Co2. La predisposizione alla connessione in fibra ottica sarà effettuata senza costi per i cittadini e per le imprese: un tecnico di FiberCop, previo appuntamento, installerà la borchia ottica all’interno dell’unità immobiliare. Predisposta la connessione, l’utente potrà rivolgersi al proprio operatore telefonico per richiedere l’attivazione del servizio internet ultraveloce e iniziare a usufruire delle prestazioni della nuova rete.  

È possibile aderire alla campagna ‘Fatti della stessa fibra’ attraverso la pagina dedicata fattidellastessafibra.fibercop.com, dove cittadini e imprese possono verificare la copertura della rete, accedere alle informazioni di dettaglio e richiedere la predisposizione alla fibra ottica. Inoltre, FiberCop sarà presente sul territorio con attività informative dedicate alla cittadinanza, per accompagnare cittadini e imprese nel percorso di adesione. I lavori, già avviati, proseguiranno coinvolgendo progressivamente le vie del centro del Comune, fino a coprire entro la fine del 2026 l’intero territorio municipale.  

Con l’iniziativa ‘Fatti della stessa fibra’, FiberCop conferma il proprio impegno nell’accelerare la trasformazione digitale del Paese e dei suoi territori. Un nuovo approccio che pone i cittadini e le imprese al centro del percorso di digitalizzazione delle comunità, semplificando l’esperienza di attivazione del servizio Ftth e promuovendo un utilizzo più consapevole delle opportunità della connettività. 

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Vinitaly and the city Sibari, il 17 luglio l’incontro Ismea ‘Il mondo del vino tra cambiamenti e opportunità’

(Adnkronos) – Sarà l’incontro Ismea “Il mondo del vino tra cambiamenti e opportunità”, in programma venerdì 17 luglio alle ore 21.30 nell’area Masaf, il momeneto centrale della partecipazione dell’Istituto a Vinitaly and the City Sibari, la manifestazione in programma dal 17 al 19 luglio nella cornice del Parco Archeologico di Sibari: tre giorni di degustazioni, talk, masterclass e appuntamenti culturali dedicati al racconto del vino italiano, con un focus specifico sui vini calabresi e sul contributo che la regione offre al patrimonio enologico nazionale. L’appuntamento del 17 luglio, promosso da Ismea presso l’area del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, sarà dedicato ai dati, ai trend di mercato e alle prospettive del comparto vitivinicolo, con gli interventi del direttore generale Sergio Marchi e della responsabile dell’Ufficio Indicazioni Geografiche Tiziana Sarnari. 

Sotto la lente di Ismea, oltre ai principali indicatori economici del comparto, anche l’evoluzione dei modelli di consumo – tra mixology, vini low alcohol e boom del turismo esperienziale – che sta spingendo le cantine a ripensare strategie produttive e commerciali. Saranno inoltre analizzate le opportunità offerte dall’apertura di nuovi mercati internazionali, dall’area Mercosur all’Australia, dal Messico all’India, che rappresentano un bacino potenziale di circa 1,8 miliardi di consumatori. In questo scenario nazionale, il focus territoriale sarà rivolto alla Calabria e ai suoi vini, testimonianza di una storia antica e di un percorso contemporaneo di qualità, riconoscibilità e valorizzazione delle produzioni a Indicazione Geografica. 

L’iniziativa si inserisce nel quadro degli indirizzi del Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e del Governo Meloni a sostegno della valorizzazione, della promozione e della tutela del Made in Italy agroalimentare, rafforzando il racconto della qualità, dell’identità e della competitività delle produzioni vitivinicole italiane. Per tutta la durata della manifestazione, Ismea sarà presente nell’area istituzionale del Masaf, all’interno dello spazio dedicato agli Enti vigilati, con uno stand che accoglierà operatori del settore, imprese e visitatori, per fornire assistenza e informazioni sugli strumenti dell’Istituto a supporto del comparto vitivinicolo nazionale. Lo spazio Ismea ospiterà inoltre un’area interattiva, concepita come edugame istituzionale sul vino, in cui il pubblico potrà mettere alla prova la propria conoscenza sui vini a Indicazione Geografica. Le attività di divulgazione saranno finalizzate a raccontare, con linguaggio accessibile e rigore istituzionale, il valore delle produzioni vitivinicole italiane e, in particolare, la ricchezza del patrimonio enologico calabrese. 

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Casa vicino Harrods? ‘No thanks’. Crisi immobili lusso Londra

(Adnkronos) – Mansion di pregio, tre piani, nei pressi di Harrods? No, grazie. Il mercato delle case di lusso dell’esclusivo quartiere londinese di Knightsbridge va in bianco. Colpa del fisco, del cambiamento dei gusti e/o dell’impegnativa manutenzione, le prestigiose townhouse georgiane di Montpelier Square o non si vendono o si svendono.  

Secondo quanto riporta il Financial Times, di 47 proprietà presenti dell’esclusiva piazza a cinque minuti da Harrods da una parte, e da Hyde Park dall’altra, 7 sono sul mercato da oltre 15 mesi, con un caso rimasto invenduto per più di due anni.
L’unico stabile recentemente venduto ha avuto un ribasso del prezzo del 30% rispetto a 10 anni fa al netto dell’inflazione, se consideriamo l’indice sui prezzi invece il valore si è più che dimezzato. Ma le difficoltà di Montpelier Square, si osserva su Ft, sono proiezione della flessione che ha colpito il mercato immobiliare di lusso a Londra, fino a dieci anni fa tra i più ambiti al mondo per gli acquirenti stranieri. “Quando abbiamo aperto nel 2014, Knightsbridge era al vertice del mercato: la destinazione numero uno nel cuore del lusso londinese, dove si registravano i prezzi più alti per piede quadrato”, racconta a Ft Nicolas Pejacsevich, co-fondatore dell’agenzia di real estate Nicolas Van Patrick. Ovviamente viaggiamo sempre su listini a 9 zeri, ma il crollo è evidente: lo scorso gennaio una residenza di Kinightsbridge è stata venduta a circa 10 milioni di sterline, appena sotto a 1.932 sterline per piede quadrato, mentre nel 2014, secondo gli addetti ai lavori, la stessa casa avrebbe raggiunto una quotazione vicina a 3.000 sterline per piede quadrato.  

Dall’alta tassazione all’incertezza politica ed economica, sul mercato del lusso londinese pesano tutta una serie di fattori, che stanno tenendo alla larga gli investitori stranieri. Da segnalare il rialzo dell’imposta di registro sugli immobili di pregio; la Brexit e la fine del regime ‘non-dom’, una sorta di fiscalità di vantaggio per gli acquirenti stranieri; il cambiamento dei gusti e delle abitudini delle nuove generazioni di ultra-rich che cercano case più moderne, smart, pied-à-terre da sfruttare all’occorrenza e non risidenze stabili. Modelli ben lontani dalle aristocratiche case georgiane di fine 700, che peraltro oggi necessitano di importanti ristrutturazioni. (di Luana Cimino) 

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Nasce Pics, il polo italiano per Cyber e Space Economy

(Adnkronos) – Nasce Pics, il Polo Italiano per il Cyber e la Space Economy. L’iniziativa, presentata oggi in Senato e promossa dalla Fondazione Aises Ets– Spes Academy “Carlo Azeglio Ciampi”, si inquadra nell’ambito dell’accordo quadro con il Consiglio Nazionale delle Ricerche per rafforzare la collaborazione tra istituzioni, industria, università e centri di ricerca nei settori della cybersicurezza, della Space Economy e delle tecnologie emergenti. L’obiettivo, viene spiegato, è quello “di promuovere alta formazione, ricerca applicata, innovazione e trasferimento tecnologico, favorendo l’integrazione tra il dominio cyber e quello spaziale, oggi sempre più strategici per la sicurezza nazionale, la competitività industriale e l’autonomia tecnologica europea”. Nel corso della conferenza è stato inoltre sottoscritto un protocollo di collaborazione tra la Fondazione Aises Ets e Trends Research & Advisory, finalizzato allo sviluppo di programmi comuni di ricerca, formazione e cooperazione internazionale. 

“Il Pics nasce con l’ambizione di costruire un ecosistema nazionale capace di mettere in rete istituzioni, imprese, università e centri di ricerca. Oggi la competitività di una nazione si misura sulla capacità di presidiare i domini strategici del cyber e dello spazio, investendo nelle competenze, nell’innovazione e nella formazione delle future classi dirigenti”, ha detto infatti Valerio De Luca, presidente della Fondazione Aises Ets e presidente del Polo. Il direttore Luigi Martino, inoltre, ha evidenziato come “l’Italia possiede competenze scientifiche, industriali e tecnologiche di assoluto rilievo. La sfida è metterle in connessione con i grandi network internazionali della ricerca e dell’innovazione. Il PiCS nasce per essere una piattaforma aperta di collaborazione, capace di favorire il dialogo tra istituzioni, università, imprese e partner esteri nei domini strategici del cyber e dello spazio”. 

“Il Polo rappresenta un nuovo punto di riferimento nazionale per favorire il dialogo tra istituzioni, industria e mondo accademico in due settori destinati a incidere in misura crescente sulla sovranità tecnologica e sull’autonomia strategica dell’Italia e dell’Europa”, ha aggiunto, Marco Lisi, membro del cda dell’Agenzia Spaziale Italiana e Inviato Speciale per lo Spazio del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; mentre Lamberto Maria Moruzzi, ministro plenipotenziario, vdg della Dge e direttore centrale per la diplomazia scientifica, spaziale e sportiva del ministero degli Affari Esteri ha fatto presente che oggi “la sicurezza nazionale non può prescindere dalla dimensione spaziale: innovazione, sicurezza e crescita economica sono strettamente connesse. L’Italia dispone di un ecosistema spaziale di eccellenza e il ministero degli Affari Esteri considera lo spazio una leva fondamentale per rafforzare la competitività del Paese, l’internazionalizzazione delle imprese e le partnership strategiche”. 

Luciano Violante, presidente di Futuri Probabili, ha affermato dal canto suo che è “prioritaria la regolamentazione delle orbite che rischiano il sovraffollamento con danni rilevanti sotto molteplici profili. Il centro di ricerca Futuri Probabili sta redigendo un rapporto sul tema che verrà presentato entro l’anno. Anche in questa prospettiva, il Polo Italiano per il Cyber e la Space Economy rappresenta un’iniziativa di indubbio valore strategico per il futuro del Paese”. Secondo Lorenzo Benigni, senior vice president governmental & institutional relations di Elt Group, lo spazio “è oggi un dominio strategico da cui dipendono sicurezza, competitività e continuità dei servizi essenziali. Proteggerlo significa garantire la resilienza di un ecosistema sempre più interconnesso, congestionato e conteso. In questo scenario, lo spettro elettromagnetico è l’infrastruttura invisibile che consente ai satelliti di comunicare, trasmettere dati e supportare le operazioni. Presidiarlo è quindi una condizione indispensabile per proteggere gli asset spaziali, assicurare continuità operativa e difendere la superiorità informativa. In questa dimensione ELT porta una competenza industriale consolidata, maturata in oltre settant’anni di esperienza nel dominio elettromagnetico”. 

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Terremoto Volkswagen: spariranno la metà dei modelli e il 75% delle versioni. In marcia verso la chiusura?

Il colosso dell’auto europea è in grave affanno. Volkswagen ha annunciato un piano di tagli spietato che cambierà per sempre il volto dell’azienda. Entro il 2030, la metà dei modelli attuali sparirà definitivamente dai listini. La produzione globale subirà un drastico taglio, scendendo a nove milioni di veicoli all’anno.

È un ridimensionamento brutale. Dietro le parole misurate del management si nasconde un dramma sociale e industriale senza precedenti per la Germania e per l’intera Europa.

Il consiglio di amministrazione parla ufficialmente di un “piano per il futuro”, ma, a questo punto, meglio non utilizzare un orizzonte troppo lungo. Sono state presentate dodici iniziative per rendere il gruppo più solido ed efficiente, ma la realtà che emerge dai numeri è ben diversa. La semplificazione dell’offerta eliminerà fino al 75% degli optional oggi disponibili. Un taglio netto alla complessità, che si traduce in un taglio alle linee produttive.

Il comunicato ufficiale tace sui licenziamenti e sulle chiusure. Un silenzio che fa molto rumore negli ambienti industriali.Sappiamo bene, infatti, che a fine giugno i vertici avevano già paventato un vero e proprio terremoto occupazionale. Si parlava esplicitamente di 100.000 esuberi a livello globale. Un cataclisma sociale che nessuno osa confermare

Oltre al danno occupazionale diretto, c’è il dramma delle chiusure fisiche. Quattro storici stabilimenti tedeschi sono sulla graticola: Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm.

La chiusura di queste fabbriche non colpisce solo i dipendenti di Volkswagen. L’intero indotto rischia un rapido collasso. Fornitori, aziende di logistica, servizi locali: intere comunità dipendono economicamente da quegli impianti. La deindustrializzazione della Germania accelera, con ricadute pesanti su tutta la catena del valore europea.

Prima della crisi globale, VW aveva una capacità produttiva di circa dodici milioni di veicoli. Due milioni di capacità sono già stati dismessi nel recente passato. Ora si punta a scendere a nove milioni, con ulteriori sforbiciate previste anche in Cina e nel resto d’Europa. E l’Italia? L’impatto economico non si fermerà ai confini tedeschi. Molti fornitori di componentistica del Nord Italia lavorano a stretto contatto con il gruppo di Wolfsburg.

Il consiglio di fabbrica non ci sta. La tensione a Wolfsburg è alle stelle e il clima è di totale rottura. I rappresentanti dei lavoratori hanno lanciato un ultimatum chiaro. L’amministratore delegato Oliver Blume è stato convocato d’urgenza.

Entro venerdì dovrà spiegare nel dettaglio questi piani di ristrutturazione ai dipendenti. I sindacati hanno già dichiarato che non accetteranno passivamente lo smantellamento del gruppo.

La ristrutturazione in sintesi:

  • Taglio modelli: -50% dell’offerta entro il 2030.
  • Semplificazione: -75% degli optional disponibili.
  • Capacità produttiva: Discesa a 9 milioni di auto annue (da 12 milioni).
  • Impatto occupazionale: Fino a 100.000 posti di lavoro a rischio.
  • Stabilimenti a rischio: Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm.

Il problema è che non sembra ci siano grosse alternative a questa scelta. A giugno si era parlato perfino di dubbi nella continuità aziendale del gruppo automobilistico che, in parole povere, significa che la società rischiava di non avere un domani. Un taglio dei modelli e dei programmi così radicale farà calare i costi, ma anche  significherà uscire da diversi segmenti di mercato. Una strategia che spesso significa una lenta marcia verso la decadenza e la chiusura.

La crisi di Volkswagen è lo specchio di un’Europa che arranca e di politiche dell’auto completamente sbagliate. La società ha investito all’estero, in Cina e negli USA e si è buttata sull’elettrico, dove è stata surclassata dalle case cinesi e, negli USA, dalla concorrenza delle auto a combustione interna. Risorse sprecate che ora mancano e la UE, con le proprie normative costose e strettissime, non incentiva sicuramente a cambiare auto.

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Blue economy, il mare vale 225 miliardi (Italia terza in Europa). Urso: “Italia torna centrale nel Mediterraneo”

La blue economy si conferma uno dei principali motori della crescita italiana. Nel 2024 il complesso delle attività riconducibili all’economia del mare ha generato circa 79 miliardi di euro di valore aggiunto diretto, che salgono a quasi 225 miliardi considerando gli effetti di attivazione sull’intera economia nazionale.

È quanto è emerso ieri dal XIV Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare dell’Osservatorio nazionale OsserMare, realizzato da Centro Studi Tagliacarne-Unioncamere, Informare, Camera di commercio Frosinone Latina e Blue Forum Italia Network.

Occupazione blu in crescita

Secondo il rapporto nel 2024 gli addetti del comparto sono cresciuti del 4,2%, quasi tre volte il ritmo registrato dall’economia italiana nel suo complesso. Di conseguenza, è aumentato anche il peso dell’occupazione blu sul totale nazionale, che passa dal 4,2% del 2023 al 4,3%.

Il dato ha confermato la capacità del sistema mare di generare lavoro in filiere diverse: portualità, logistica, cantieristica, trasporto marittimo, turismo costiero, pesca, servizi, nautica e attività collegate.

Italia terza in Europa

Il Paese, ha spiegato il rapporto, è terzo in Europa per valore aggiunto e occupazione dell’economia del mare, secondo nella cantieristica navale e terzo nel turismo costiero e nel trasporto marittimo.

È un risultato che rafforza l’immagine di un’Italia tornata centrale nel Mediterraneo e sempre più rilevante nelle strategie economiche, industriali e logistiche dell’Europa. Il mare non è più soltanto una risorsa geografica o turistica, ma un’infrastruttura economica nazionale.

Il peso del Mezzogiorno

Il Mezzogiorno rappresenta l’area in cui l’economia del mare ha l’incidenza più forte. La posizione geografica, la portualità, il turismo costiero e la centralità mediterranea rendono il Sud uno degli snodi principali della blue economy italiana.

Il dato conferma il potenziale del mare come leva di sviluppo territoriale. Non solo per le regioni costiere tradizionalmente più forti, ma anche per l’intero sistema produttivo collegato a trasporti, logistica, industria, energia e servizi.

Le regioni e le province più blu

A livello regionale, la Liguria è prima per incidenza del valore aggiunto della blue economy sul totale dell’economia territoriale, con il 14,4%. Seguono Sardegna con il 7,5%, Friuli-Venezia Giulia con il 7,3%, Campania con il 7,1%, Sicilia con il 7% e Lazio con il 6,8%.

Tra le province, il primato va a Trieste, dove l’economia del mare pesa il 21,4% sul valore aggiunto territoriale. Seguono Livorno con il 19,4%, La Spezia con il 17,1%, Genova con il 16,2%, Rimini con il 12,7% e Venezia con il 12,3%.

Urso: “Italia torna centrale nel Mediterraneo”

“Il mediterraneo è una frontiera, oltre a essere luogo di incontro storico tra civiltà, paesi ed economie, che dobbiamo presidiare. Il paradigna di questa epoca è il conflitto, commerciale e armato, che circonda la nostra Europa, non solo sul fronte continentale ma anche meridionale e del Medioriente. Per questo è importate sviluppare un’economia del mare che punti a ridurre la dipendenza dall’estero e renderci più autonomi anche per quanto riguarda le materie prime critiche e l’energia, che passano spesso attraverso linee di navigazione minacciate”, ha spiegato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, in un punto stampa a margine della presentazione.

Il nodo delle competenze

Resta aperto il tema del capitale umano. Anche la blue economy risente del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, cioè della difficoltà delle imprese a trovare profili con competenze adeguate.

Il rapporto ha segnalato però una maggiore resilienza del sistema mare rispetto al resto dell’economia. Il 65,9% delle imprese blu ha dichiarato difficoltà nel reperire figure professionali adeguate, contro il 68,4% rilevato per il totale dell’economia.

Il problema resta comunque rilevante. La crescita del settore richiede competenze tecniche, digitali, logistiche, ambientali e industriali sempre più specializzate. Dalla cantieristica alla gestione portuale, dalla transizione energetica alla cybersecurity delle infrastrutture marittime, il fabbisogno professionale è destinato ad aumentare.

Un settore strategico per l’Italia

Il XIV Rapporto sull’Economia del Mare conferma quindi il ruolo strutturale della blue economy nello sviluppo nazionale. Il sistema mare genera valore, occupazione, export, infrastrutture e filiere produttive, contribuendo alla competitività del Paese.

Il dato dei 225 miliardi non misura solo il peso economico del mare. Indica una direzione: per l’Italia, la blue economy non è un settore laterale, ma una delle piattaforme principali su cui costruire crescita, occupazione e competitività nei prossimi anni.

Ed è proprio di questo che ne parleremo alla terza edizione di S&UW, Space & Underwater Conference, in programma il prossimo 2 dicembre 2026 all’Auditorium Luigi Broglio dell’Agenzia Spaziale Italiana. Per maggiori informazioni clicca qui.

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Petrolio uguale per tutti, tasse no: come il diesel a due velocità sta spaccando l’economia globale

La media mondiale del gasolio viaggia a 1,28 euro al litro, ma questa cifra è un’illusione. Dietro il dato statistico si nasconde un divario drammatico che penalizza l’Europa e l’Italia. Il costo del diesel non è solo un problema per chi fa il pieno. È il vero motore dell’inflazione interna: muove i camion, i trattori e le navi. Quando il carburante sale, i costi di trasporto colpiscono immediatamente ogni singolo bene, a partire da quelli alimentari freschi fino ai prodotti industriali. Un salasso che svuota le tasche dei consumatori e distrugge la competitività delle imprese.

Il mercato globale offre il petrolio greggio allo stesso prezzo a tutti, ma sono le scelte fiscali dei singoli Stati a fare la differenza tra la sopravvivenza economica e il declino. I paesi produttori e quelli a bassa tassazione mantengono i prezzi artificialmente vicini allo zero per sussidiare la produzione. Al contrario, l’Europa usa il carburante come un bancomat di Stato, applicando una pressione fiscale insostenibile.

Grazie al sito GlobalPetrolPrice Ecco la fotografia dei prezzi al litro (espressi in euro) al 6 luglio 2026, che mette a confronto la situazione dei colossi mondiali, delle economie emergenti e dei casi limite.

Paese Prezzo (Euro al litro) Impatto Economico Pratico
Venezuela 0,004 € Prezzo simbolico, totale sussidio statale che azzera i costi logistici domestici.

Uno dei maggiori problemi del paese.

Iran 0,005 € Mercato ultra-sussidiato, isolato dalle dinamiche dei mercati occidentali.

Causa di un vivo contrabbando.

Libia 0,021 € Risorse interne abbondanti e tassazione azzerata sul consumo locale.
Algeria 0,204 € Quarto paese più economico al mondo, forte controllo statale sui prezzi.
Giappone 0,859 € Politica di stabilità fiscale per non affossare i consumi interni della popolazione.
Cina 0,880 € Prezzo calmierato dallo Stato per sostenere la gigantesca macchina dell’export.
India 0,903 € Sussidi mirati per contenere il costo del cibo e dei trasporti per le masse.
Russia 0,925 € Ampia produzione interna usata come barriera contro l’inflazione russa. Ora il sistema di raffinerie è però in crisi
Stati Uniti 1,210 € La grande eccezione occidentale: tasse basse per non frenare i consumi e i trasporti.
Brasile 1,125 € Logistica interna quasi tutta su gomma, sensibilissima a ogni minima variazione.
Polonia 1,397 € Hub logistico dell’Est, stringe i denti per rimanere competitiva rispetto a Berlino.
Sudafrica 1,440 € Prezzo pesante che zavorra una struttura economica già in forte difficoltà.
Spagna 1,518 € Tra i grandi europei è la meno cara, ma la pressione si fa sentire sulla filiera.
Francia 1,814 € Tassazione verde e accise pesanti che gravano come un macigno sulle aziende.
Germania 1,867 € Crisi industriale aggravata dal costo dell’energia e dei trasporti interni.
Italia 1,892 € Record di accise. La logistica scarica l’aggravio direttamente sui banchi dei mercati.
Singapore 2,385 € Costo altissimo, ma compensato da un’economia fortemente finanziaria e non stradale.
Malawi 3,181 € Isolamento geografico e valuta debole creano un vero dramma di approvvigionamento.
Hong Kong 3,768 € Il diesel più caro al mondo: spazio ridotto e tasse altissime come disincentivo.

Gli Stati Uniti rappresentano la vera anomalia tra i paesi avanzati. Pur essendo un’economia ricca, Washington applica tasse molto basse sul carburante. Questo permette alle merci americane di viaggiare a costi ridotti rispetto a quelle europee, regalando alle loro aziende un enorme vantaggio competitivo strutturale.

In Italia e nel resto d’Europa, la scelta politica è opposta e punitiva. Il gasolio viene spremuto fiscalmente. Il risultato è un’inflazione da costi che colpisce i redditi medio-bassi: ogni aumento del diesel si traduce in un aumento automatico del pane, della verdura e dei beni industriali. Non è una transizione ecologica, è una tassa sul movimento delle merci.

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Gioco legale, l’urgenza del riordino. “Senza nuove regole crescono incertezza, sommerso e rischi per l’erario”

(Adnkronos) – Sommario: Il mercato italiano del gioco pubblico resta uno dei principali in Europa, con 21,6 miliardi nel 2025 e 11,5 miliardi di entrate erariali. Ma il settore fisico vive da anni in un regime di proroghe, norme locali frammentate e concessioni scadute o rinviate. Dopo il riordino dell’online, il nodo è ora la rete retail: senza una disciplina organica il rischio è indebolire il presidio legale, favorire l’offerta illegale e compromettere investimenti, occupazione e gettito. 

Il riordino del gioco pubblico non è più soltanto una questione tecnica, né un dossier settoriale confinato al rapporto tra Stato, concessionari e rete distributiva. È diventato uno snodo di politica industriale, fiscale e di legalità. Il mercato italiano del gioco legale è cresciuto negli anni fino a diventare uno dei principali in Europa, un comparto capace di generare entrate stabili per lo Stato e, al tempo stesso, di svolgere una funzione di presidio rispetto all’offerta illegale. Ma proprio questa funzione rischia di indebolirsi se il processo di riordino del settore fisico dovesse subire un nuovo rinvio. 

I numeri spiegano la dimensione del tema. Nel 2025 il Ggr, cioè la spesa effettiva dei giocatori al netto delle vincite restituite, ha raggiunto i 21,6 miliardi di euro. È questo l’indicatore più corretto per misurare il mercato, perché consente di distinguere la raccolta complessiva dalle somme effettivamente trattenute dal sistema e poi ripartite tra prelievo fiscale e filiera. Nello stesso anno il settore ha generato 11,5 miliardi di entrate erariali, pari all’1,8% del totale delle entrate tributarie dello Stato. Una voce non marginale, dunque, ma un flusso stabile di risorse pubbliche negli anni.  

Il mercato, però, è cambiato più rapidamente delle regole. L’online continua a crescere: nel 2025 il Ggr del canale digitale è aumentato dell’11% rispetto all’anno precedente, mentre il retail è rimasto sostanzialmente stabile, con una lieve flessione del 2%. Il dato conferma che il settore non è in contrazione, ma in trasformazione: cambia il peso dei canali, cambia la domanda, cambia la tecnologia, cambiano le modalità con cui i consumatori entrano in contatto con l’offerta. 

Il problema è che questa evoluzione convive con un quadro normativo che, soprattutto per la rete fisica, resta ancorato a un impianto nato in un’altra fase storica. Dopo una prima centralizzazione delle regole e della gestione delle concessioni, negli ultimi dieci anni il settore ha visto crescere una stratificazione di norme regionali e regolamenti comunali. Interventi spesso motivati da esigenze di salute pubblica, ma adottati in modo disomogeneo sul territorio, soprattutto su distanze dai luoghi sensibili e limiti orari. Il risultato è una mappa normativa frammentata, nella quale la disciplina nazionale è stata progressivamente integrata, superata o resa più complessa da regole locali diverse tra loro.  

Questa frammentazione non produce soltanto incertezza per gli operatori. Ha effetti diretti sulla possibilità stessa di programmare la rete e indire nuove gare. Senza una cornice nazionale chiara, diventa difficile stabilire dove e come possa operare la rete legale del gioco pubblico.  

Da qui nasce il ricorso ormai strutturale alle proroghe. In assenza di un riordino organico, il legislatore è stato costretto per anni a tenere in vita il sistema attraverso rinvii successivi. Scommesse e bingo sono in proroga da oltre dieci anni, mentre la concessione degli apparecchi è scaduta nel 2022. La Legge di Bilancio 2023 ha allineato il regime delle proroghe per le principali tipologie di gioco retail fino al 31 dicembre 2024; la Legge di Bilancio 2025 le ha poi estese fino al 31 dicembre 2026. È una soluzione che ha consentito la continuità del servizio pubblico, ma che non può diventare un assetto permanente.  

Il contrasto con quanto avvenuto per il gioco a distanza è evidente. Il Governo, nell’ambito della delega al Mef, ha già approvato il decreto legislativo n. 41 del 25 marzo 2024, che ha riordinato la disciplina dei giochi pubblici online. Nel 2025 si è svolta la gara per le nuove concessioni a distanza, con 52 operatori aderenti e un versamento di 7 milioni di euro per concessione. Le nuove concessioni online sono operative dal 13 maggio 2026. Il settore digitale, dunque, è entrato in una fase regolatoria nuova. La rete fisica, invece, resta in attesa. 

È proprio questa asimmetria a rendere urgente il riordino secondo Agic. Il gioco fisico continua a rappresentare la parte principale del mercato: nel 2025 vale circa 16 miliardi di Ggr, contro 5,6 miliardi dell’online. Non è un residuo del passato, ma un pezzo ancora centrale del sistema. La rete retail comprende scommesse, apparecchi da intrattenimento, Awp (amusement with prizes) e Vlt (videolottery), bingo, punti vendita e operatori distribuiti sul territorio. Secondo Agic, l’associazione che riunisce Brightstar Lottery, Eurobet, Lottomatica, Flutter Southern Europe & Africa e, come socio aggregato, bet365, il comparto rappresenta circa 7.000 occupati diretti e una rete complessiva di circa 70.000 punti vendita, oltre ad altre migliaia di impiegati nell’indotto. 

Rinviare ancora significherebbe lasciare questa infrastruttura in una condizione di precarietà regolatoria. Una precarietà che si scarica sulle imprese, sulla rete, sugli investimenti e sulla capacità dello Stato di governare il mercato. Le aziende del comparto sono ormai multinazionali quotate, che non vivono solo la concorrenza nel settore, ma anche la concorrenza dei singoli paesi in cui ciascuna azienda è operativa. In poche parole: se l’Italia va avanti senza nuove concessioni ma con proroghe di sei mesi o un anno, e dunque è impossibile programmare investimenti a medio e lungo termine, le aziende al loro interno preferiranno puntare su altri paesi con maggiore certezza regolatoria. 

Uno dei nodi principali è il cosiddetto “distanziometro”. Introdotto in modo diverso dalle Regioni, è nato con l’obiettivo di proteggere i soggetti più vulnerabili e ridurre il rischio di gioco problematico. Eppure l’applicazione differenziata delle distanze non ha prodotto effetti positivi nella lotta al gioco patologico, mentre ha contribuito alla chiusura di punti vendita e allo spostamento dell’offerta legale dai centri abitati verso le periferie. Questo spostamento può avere conseguenze sulla sicurezza pubblica, sui livelli occupazionali e sul gettito, oltre a rendere meno visibile e meno controllabile la rete autorizzata.  

Il punto è delicato: una regolazione efficace non coincide necessariamente con una regolazione più restrittiva. Se le regole rendono il mercato legale meno accessibile, meno competitivo o meno capace di intercettare la domanda, una quota di consumatori può spostarsi verso l’offerta illegale. Ed è qui che il ritardo del riordino diventa un rischio pubblico. Il mercato illegale non paga imposte, non rispetta obblighi di identificazione, non applica strumenti di prevenzione, non tutela i minori, non monitora comportamenti compulsivi e può offrire payout più elevati proprio perché non sostiene i costi fiscali e di compliance del mercato regolato. 

Una ricerca della società Mdf Partners definisce la competitività del mercato regolato come la prima difesa contro il gioco illegale. Il cosiddetto “black hole” del gioco illegale, secondo una stima Federconsumatori richiamata nello studio, vale circa 4 miliardi di euro. L’offerta illegale può contare su prodotti più ampi, quote più aggressive, payout più elevati, sistemi di pagamento flessibili, incluse le criptovalute, una percezione di maggiore discrezione e canali di marketing che si muovono spesso su social network e siti di streaming, difficili da aggredire per gli operatori legali anche a causa delle restrizioni pubblicitarie.  

Il paradosso è evidente: più il mercato regolato viene irrigidito o lasciato nell’incertezza, più il mercato illegale può apparire competitivo agli occhi di alcuni giocatori.  

A livello europeo, la qualità della regolazione è uno degli elementi che incidono sulla capacità di canalizzazione, cioè sulla quota di spesa intercettata dall’offerta legale. Lo studio Mdf Partners mostra che dove la regolazione riesce a bilanciare completezza dell’offerta, fiscalità, regole pubblicitarie e misure di gioco responsabile, tende a crescere la quota di mercato che resta nel circuito legale. 

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Un’alleanza tra la logistica e il mondo agricolo, Giansanti (Confagricoltura): “intesa per rafforzare posizioni sui mercati internazionali”

(Adnkronos) – Siglata un’intesa tra Alis e Confagricoltura perché “senza sistema di distribuzione delle produzioni non si va da nessuna parte”, ha spiegato il presidente dell’associazione agricola. Il protocollo, firmato nel corso di “L’impatto degli scenari geopolitici sulla logistica e sulle filiere industriali”, l’appuntamento ospitato nella masseria Li Reni a Manduria, in provincia di Taranto e organizzato da Alis, l’Associazione logistica dell’intermodalità sostenibile, ha durata triennale e lavora per politiche utili ai due settori. 

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Rapporto blue economy, valore aggiunto di 79 mld in Italia nel 2024, attiva su intera economia 225 mld

(Adnkronos) – Il complesso delle attività riconducibili alla blue economy nel 2024 porta a un valore aggiunto diretto pari a circa 79 miliardi di euro, che salgono a quasi 225 miliardi considerando gli effetti di attivazione sull’intera economia, il settore rappresenta l’11,4% del valore aggiunto complessivamente prodotto in Italia, migliorando ulteriormente il risultato già conseguito nel 2023. È quanto emerge dal rapporto dell’osservatorio nazionale sull’economia del mare OsserMare, centro studi Tagliacarne – Unioncamere, Informare, Camera di commercio Frosinone Latina e Blue Forum Italia network. 

Accanto alla dimensione economica, emerge quella sociale, rappresentata dall’occupazione. “In una fase caratterizzata da una crescita diffusa del numero degli occupati nel Paese”, l’economia del mare nel 2024 “mostra una dinamica ancora più intensa: gli addetti aumentano del 4,2%, un valore quasi triplo rispetto alla crescita registrata complessivamente nell’economia italiana. Di conseguenza, cresce anche il peso dell’occupazione blu sul totale degli occupati, passando dal 4,2% del 2023 all’attuale 4,3%”. 

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