Moda, Gruppo Pattern ottiene certificazione Leed Platinum con il nuovo headquarters Torino

(Adnkronos) – Il Gruppo Pattern riceve ufficialmente la prestigiosa Certificazione Leed v4 (Leadership in Energy and Environmental Design) for Building Design and Construction livello Platinum per il proprio Headquarters di Torino, inaugurato nell’ottobre 2025, raggiungendo un punteggio di 85 su 110 punti. Si tratta del massimo livello previsto dal protocollo internazionale, che attesta l’eccellenza in termini di sostenibilità ambientale, efficienza energetica e qualità degli spazi. Alla consegna della targa, avvenuta il 19 Giugno, ha partecipato il Presidente di Green Building Council Italia, Fabrizio Capaccioli, insieme ai dipendenti dell’azienda e ai consulenti che hanno contribuito alla costruzione dell’Headquarters. 

Un traguardo che “conferma il percorso intrapreso verso un modello di crescita sempre più responsabile e rappresenta per noi motivo di grande soddisfazione. Ancora di più se pensiamo che nel contesto italiano, di circa 30 edifici che hanno raggiunto il livello Leed Platinum, solo una decina ha ottenuto un punteggio uguale o superiore a quello del Gruppo Pattern – afferma Franca Di Carlo, plant manager del Gruppo Pattern -. Tra questi, i siti industriali come il nostro rappresentano una quota davvero limitata, rendendo questo traguardo ancora più significativo. L’Headquarters per noi non è solo un sito operativo, ma la nostra casa, uno spazio in cui soluzioni tecnologiche innovative e materiali sostenibili si integrano per il benessere delle persone”. 

Elevata efficienza energetica, l’uso di fonti rinnovabili, la gestione delle risorse idriche e la qualità degli ambienti interni dell’Headquarters. Sono questi i principali elementi che hanno portato il Gruppo al raggiungimento della certificazione Leed Platinum. Determinante anche il lavoro sulla Tassonomia Europea, che ha consentito di organizzare e rendere ulteriormente tracciabili i dati, in linea con i criteri della finanza sostenibile. 

“Questo traguardo testimonia non solo la solidità industriale e la capacità di visione del Gruppo, ma anche una scelta coraggiosa e controcorrente rispetto al settore. In un contesto caratterizzato da forte incertezza, noi abbiamo scelto di confermare integralmente gli investimenti pluriennali, in primis quello sull’Headquarters appunto, rafforzando l’impegno sul territorio e rinnovando la fiducia nelle prospettive di crescita di lungo periodo” aggiungono Fulvio Botto e Franco Martorella, fondatori e soci di maggioranza di Pattern, insieme a Luca Sburlati, ceo del Gruppo. L’headquarters rappresenta ovviamente un investimento importante per il Gruppo, che a maggio ha inoltre approvato alcuni dati consolidati al 31 marzo 2026, confermando nel primo trimestre 2026 il trend di miglioramento di tutti gli indicatori economici, trainato da tutti i poli industriali del Gruppo (maglieria, pelletteria e ready-to-wear), un andamento avviato dal secondo semestre 2025. 

Al 31 marzo 2026 il Gruppo Pattern ha raggiunto ricavi totali pari a quasi 28 milioni di euro in crescita del 19,3% rispetto al 31 marzo 2025. L’Ebitda al 31 marzo 2026 si attesta a oltre € 2 milioni, rispetto ad un valore quasi azzerato del primo trimestre 2025, mentre l’Ebitda Margin si attesta al 7,8%, in netto miglioramento rispetto a 0,1% al 31 marzo 2025. Nel corso del trimestre il Gruppo ha infine confermato una positiva capacità di generazione di cassa operativa, assorbita principalmente dagli investimenti effettuati. 

Alla consegna ufficiale della targa della Certificazione Leed livello Platinum hanno partecipato tutte le realtà che hanno contribuito alla realizzazione dell’headquarter e al raggiungimento della certificazione: Ing. Gianfranco Boffa di Tekinda Srl che ha coordinato alcuni dei più importanti studi di progettazione – Sma Progetti, Eq Ingegneria, Ing. Giuseppe Lonero e Get- mentre l’esecuzione è stata affidata a Secap S.p.A., storica impresa torinese. L’investimento è stato sostenuto anche grazie al finanziamento di Intesa Sanpaolo con garanzia Green emessa da Sace, confermando la solidità industriale del Gruppo e la coerenza con i criteri esg. 

economia

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Rinnovo CCNL, turni di notte e straordinari: i chiarimenti sui bonus in busta paga nel 2026

(Adnkronos) – Arrivano nuove istruzioni operative sulla tassazione di favore introdotta dalla Legge di Bilancio 2026 per le buste paga dei dipendenti. 

Come si applica la nuova flat tax del 5 per cento sui rinnovi contrattuali e quella al 15 per cento sulle maggiorazioni per lavoro notturno, festivo e a turni? 

Nella circolare pubblicata dall’Agenzia sono dettagaliati i requisiti necessari per la fruizione e i criteri di applicazione delle novità. 

Indicazioni anche per chi rientra in Italia fruendo dei regimi speciali di detassazione del reddito. 

Gli incrementi retributivi, pagati quest’anno, che derivano dai rinnovi contrattuali firmati nel triennio 2024-2026 beneficiano quindi della tassa piatta anche se relativi ad annualità precedenti. 

Questo uno dei principali chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate. In pratica il nuovo bonus sugli incrementi retributivi, che prevede un’imposta agevolata, si applica anche agli arretrati, cioè alle somme relative alle annualità precedenti. 

L’agevolazione spetta ai dipendenti privati con reddito fino a 33.000 euro lordi: per loro gli incrementi retributivi che derivano dai rinnovi contrattuali, firmati nel triennio 2024-2026 e pagati quest’anno, beneficiano di una flat tax al 5 per cento. 

Il bonus in busta paga spetta anche per le somme relative alle annualità precedenti. Sono comprese anche le somme pagate in relazione alla retribuzione dei giorni di ferie, festività soppresse e permessi, mentre restano esclusi gli importi erogati “una tantum”. 

Sempre la Legge di Bilancio 2026 ha introdotto, a beneficio dei lavoratori che hanno un reddito fino 40.000 euro, un’altra forma di tassazione agevolata: una flat tax al 15 per cento per le maggiorazioni e le indennità derivanti da lavoro notturno, festivo, nei giorni di riposo settimanale e per le indennità di turno erogate nel 2026, entro il limite annuo complessivo di 1.500 euro. 

Con la
nuova circolare
, l’Agenzia ha sciolto un dubbio frequente per quanto riguarda la maggiorazione riconosciuta in caso di lavoro domenicale e riposo settimanale fissato in un giorno diverso della settimana. 

Ebbene, dato che tutte le domeniche sono considerate festivi per legge, la maggiorazione prevista dal CCNL è sempre agevolabile. 

Il bonus è, invece, parziale per chi svolge part-time verticale, dove i giorni non lavorati nella settimana sono fisiologicamente più di uno. 

Infine, un importante chiarimento riguarda chi rientra in Italia beneficiando dei regimi speciali di detassazione del reddito. 

L’Agenzia ha precisato che gli incrementi e le maggiorazioni devono essere assoggettati alle imposte sostitutive (del 5 per cento o del 15 per cento) per l’intero ammontare, senza applicare le riduzioni percentuali dell’imponibile previste per gli impatriati. 

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Caricabatteria attaccato alla presa senza telefono, consuma? Cosa succede

(Adnkronos) – Lasciare il caricabatteria attaccato alla presa, anche senza smartphone, è un’abitudine di molti. Si pensa infatti che, non essendoci collegato nessun dispositivo, non consuma energia. Ma è davvero così? In realtà quando si stacca il dispositivo ricaricato dal cavo di alimentazione il caricabatterie continua a consumare energia elettrica, seppure in modo ridotto. Ma a quanto ammonta questo consumo? 

Un caricatore nella presa elettrica senza dispositivo collegato consuma comunque una certa quantità di elettricità. Questo succede perché gli apparecchi dispongono al loro interno di un trasformatore, un componente fondamentale per la ricarica di device elettronici come smartphone, PC, tablet, ma che consuma energia anche quando non sta ricaricando nessun dispositivo se rimane attaccato alla presa. E anche anche se il consumo giornaliero può essere irrisorio, nell’arco dell’anno o di più anni potrebbe incidere sulla spesa. 

Un caricatore tradizionale a filo posto in standby consuma mediamente circa 0,2-0,25 W,. Quindi, lasciando il caricabatterie sempre collegato durante tutto l’anno, per un totale di 8.760 ore, i consumi in termini energetici sarebbero di almeno 1.752 Wh. 

Bisogna tenere conto inoltre del numero di dispositivi elettrici ed elettronici che si ricaricano in una casa, dall’aspirapolvere a batteria al computer, dal tablet agli smartwatch, e moltiplicare i costi. 

Ma la spesa non è l’unico motivo per cui staccare il caricabatteria dalla presa una volta caricato lo smartphone. Bisogna infatti considerare anche i rischi per la sicurezza, visto che un caricabatterie sempre collegato alla presa di corrente può surriscaldarsi, causando problemi al funzionamento del dispositivo e aumentare il rischio di incidenti ed esplosioni. Specialmente se si usano dispositivi privi di controllo e di certificazione che non rispettano le normative Ue, può generare cortocircuiti e innescare incendi. 

Inoltre, visti quanti sono gli smartphoneutilizzati nel mondo così come altri device, se tutti avessero questa abitudine, si rischierebbe di consumare inutilmente una grande mole di energia. 

economia

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Rottamazione quinquies: online le comunicazioni AdER. Prima scadenza il 31 luglio 2026

(Adnkronos) – La fase operativa della rottamazione quinquies entra nel vivo. 

A partire dal 23 giugno 2026, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione (AdER) ha reso disponibile, con leggero anticipo rispetto alla scadenza prevista entro fine mese, la comunicazione delle somme dovute. 

Questo documento rappresenta il prospetto ufficiale che definisce il conto complessivo e contiene i bollettini necessari per i versamenti agevolati. 

Possono accedere a tali informazioni tutti i contribuenti che hanno presentato istanza di adesione entro il termine del 30 aprile 2026. 

La disponibilità online della documentazione permette ai contribuenti di conoscere l’ammontare esatto della definizione agevolata e di pianificare le scadenze relative alle rate concesse. 

L’intero set dei documenti relativi alla rottamazione quinquies è consultabile in modalità telematica. 

Le modalità di ricezione variano in base alla modalità con cui è stata presentata l’istanza. 

In caso di invio tramite l’area riservata del portale AdER, il documento è disponibile all’interno del proprio profilo personale sul sito dell’Agenzia. 

Per coloro che hanno inoltrato la domanda tramite l’area pubblica del sito (senza autenticazione), la comunicazione viene inviata via PEC o tramite lettera raccomandata al domicilio fiscale dichiarato nella domanda. 

Il documento fornisce un quadro chiaro dei benefici ottenuti, indicando il totale dovuto al netto di sanzioni e interessi, nonché il piano di rateazione. 

È opportuno ricordare che, sebbene in fase di domanda fosse possibile scegliere tra il pagamento in un’unica soluzione o il numero massimo di rate, spetta all’AdER definire la ripartizione finale, nel rispetto del vincolo dell’importo minimo di 100 euro per ciascuna rata. 

L’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha differenziato le comunicazioni in cinque tipologie, contraddistinte da codici specifici, che chiariscono l’esito della richiesta: 

● AT (Accoglimento totale): tutti i debiti inseriti nella domanda sono definibili. La lettera indica l’importo totale dovuto. 

● AP (Accoglimento parziale): solo una parte dei debiti è definibile. Il prospetto indica l’importo dovuto per la parte agevolabile e specifica gli importi e le motivazioni di esclusione per i debiti non rientranti nella misura. 

● AD (Accoglimento totale, importo zero): i debiti sono tutti definibili, ma non vi sono somme da versare. 

● AX (Accoglimento parziale, importo zero): parte dei debiti è definibile ma a costo zero; per la parte non definibile, sono indicate le motivazioni di esclusione e gli importi residui. 

● RI (Rigetto): nessuno dei debiti inseriti è definibile. La comunicazione riporta le motivazioni dettagliate del rigetto dell’istanza. 

Insieme alla comunicazione, il contribuente troverà i moduli di pagamento (bollettini) relativi alle prime dieci rate. 

Per quanto riguarda le quote successive, i moduli di versamento verranno messi a disposizione nell’area riservata del portale AdER. Per chi ha utilizzato l’area pubblica per la presentazione dell’istanza, i bollettini saranno inviati al domicilio indicato prima della scadenza dell’undicesima rata. 

Il primo appuntamento da annotare in calendario è fissato per il 31 luglio 2026. 

Vale la pena ricordare che la Rottamazione-quinquies perde di efficacia in caso di mancato o insufficiente versamento di due rate, anche non consecutive. 

Una regola specifica riguarda i ritardi nei pagamenti. È prevista una tolleranza di

cinque giorni
(pagamento considerato tempestivo se effettuato entro il 5 agosto 2026) esclusivamente per chi ha optato per il pagamento in un’unica soluzione e per l’ultima rata del piano di rateazione. 

Al di fuori di queste due casistiche, la regola della tolleranza non si applica ai pagamenti rateali intermedi. È quindi fondamentale prestare massima attenzione al rispetto delle scadenze per non decadere dalla definizione agevolata. 

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Le batterie al sodio cinesi sfidano Tesla: la Scienza dietro un sorpasso quasi riuscito

Ci eravamo abituati a considerare le batterie al litio come il traguardo definitivo della mobilità elettrica, con Tesla a fare da incontrastato battistrada tecnologico. Eppure, dal colosso asiatico arriva una novità che sta costringendo ingegneri e analisti a ricalibrare le proprie certezze. Uno studio condotto dai ricercatori della RWTH Aachen University, pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell Reports Physical Science, ha smontato – letteralmente e figurativamente – una cella commerciale al sodio prodotta dalla cinese Hina Battery. Il verdetto? Sorprendente.

La qualità costruttiva, l’uniformità e le prestazioni ad alta potenza di queste celle al sodio eguagliano, e in certi frangenti insidiano, le avanzatissime batterie al litio di Elon Musk. Ma come fa una tecnologia considerata fino a ieri “povera” ad avvicinarsi ai vertici del mercato? La risposta risiede in un mix di chimica innovativa e un’architettura meccanica che l’industria occidentale conosce molto bene.

La chimica: il segreto dell’ossido stratificato

Il litio ha dominato finora per un motivo fisico inoppugnabile: è leggerissimo e ha un potenziale elettrochimico eccellente, il che si traduce in un’alta densità energetica (tanta energia in poco spazio). Il sodio, posizionato subito sotto il litio nella tavola periodica, è più pesante e ha ioni di dimensioni maggiori. Questo lo rende più “pigro” e difficile da immagazzinare negli elettrodi tradizionali.

Caratteristiche della batteria al sodio Hina

Per aggirare l’ostacolo, Hina Battery ha ingegnerizzato materiali specifici.

All’anodo (il polo negativo) troviamo il carbonio duro (hard carbon). A differenza della grafite usata nelle batterie al litio, che ha una struttura cristallina troppo stretta per i grossi ioni di sodio, il carbonio duro presenta una microstruttura disordinata, ricca di micropori che accolgono agevolmente il sodio durante la ricarica, garantendo stabilità.

Ma è al catodo (il polo positivo) che si gioca la partita vera. La cella utilizza un materiale attivo a base di ossido stratificato con una formula specifica: NaCu{1/9}Ni{2/9}Fe{1/3}Mn{1/3}O2.

Invece di affidarsi a metalli rari e costosi come il cobalto, questa composizione impiega elementi comuni come ferro, manganese e, curiosamente, il rame. L’analisi spettroscopica ha rivelato che il rame svolge un ruolo cruciale, distribuendosi in domini isolati che stabilizzano la struttura durante i cicli di carica e scarica, agendo da rinforzo elettromeccanico per sopperire alla natura “ingombrante” degli ioni di sodio.

L’architettura “Tabless”: imparare dai migliori

Avere una buona chimica non basta se la struttura fisica della batteria crea colli di bottiglia. È qui che la batteria cinese sfodera il suo asso nella manica, adottando un design interno che ricalca fedelmente quello introdotto da Tesla per le sue celle cilindriche di ultima generazione: l’architettura tabless.

Nelle batterie cilindriche tradizionali, i lunghi fogli di anodo e catodo sono arrotolati su se stessi (il cosiddetto jelly roll). La corrente esce da queste spire tramite piccole linguette metalliche (i tab). Queste linguette creano resistenza elettrica e colli di bottiglia termici.

Schema batteria jelly roll

Il design tabless elimina le linguette. L’intero bordo del foglio elettrodico funge da conduttore, collegandosi direttamente all’involucro esterno. Il risultato? Una drastica riduzione della resistenza interna (misurata a meno di 3 mΩ in AC), una distribuzione della temperatura incredibilmente omogenea e la capacità di erogare altissime potenze senza surriscaldarsi. Questo accorgimento meccanico è il vero motivo per cui questa cella al sodio riesce a competere ad armi pari con le celle al litio in termini di erogazione istantanea.

Prestazioni a confronto: luci e ombre

La scienza ci consegna quindi un prodotto maturo, ma che non è esente da compromessi tecnici. Per comodità visiva, possiamo riassumerli così:

Caratteristica Batteria al Sodio (Hina) Batteria al Litio (Standard)
Densità Energetica 110 Wh/kg 150 – 250+ Wh/kg
Erogazione di Potenza Eccellente (grazie al design tabless) Eccellente
Scarica a freddo (-20°C) Molto buona (mantiene oltre l’82% dell’energia) Discreta / Buona
Ricarica a freddo (< 0°C) Scadente (forte aumento della resistenza) Limitata ma gestibile
Costo materie prime Basso (sodio, ferro, manganese) Alto (litio, nichel, cobalto)

La densità energetica rimane il tallone d’Achille. Con 110 Wh/kg, siamo lontani dai vertici del litio. Inoltre, se la batteria si comporta egregiamente quando deve cedere energia a -20°C, va letteralmente in crisi se deve essere ricaricata a temperature sotto lo zero, palesando un aumento di resistenza interna spaventoso (fino a 208 volte superiore rispetto ai 25°C). Quindi si può usare, ma NON ricaricare. 

Le ricadute economiche: il sodio come stabilizzatore

Dal punto di vista macroeconomico, l’affermazione del sodio non è solo una curiosità ingegneristica, ma uno shock positivo per le catene di approvvigionamento. Il litio è distribuito in modo disomogeneo a livello globale, soggetto a colli di bottiglia geopolitici e a un’estrema volatilità dei prezzi. Il sodio, al contrario, è tra gli elementi più abbondanti e accessibili del pianeta.

La disponibilità di una batteria al sodio tecnologicamente matura, capace di sopperire alle necessità di stoccaggio stazionario (le grandi reti elettriche) e dei veicoli commerciali a corto raggio, significa poter liberare immense quote di litio. Si attenua la pressione sulla domanda, si stabilizzano i costi di produzione dell’intero comparto e si riduce la dipendenza strategica da pochi paesi estrattori. Non sostituirà il litio nelle auto ad alte prestazioni, ma agirà da fondamentale valvola di sfogo per il mercato globale dell’energia, democratizzando i costi dell’accumulo elettrico.

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Auto, Assogasliquidi: 21 milioni di incentivi nel quinquennio 2026-30 per retrofit a gas

(Adnkronos) – “Dopo l’annuncio di gennaio in occasione del tavolo Automotive da parte del ministro Urso, è stato appena pubblicato il tanto atteso decreto sugli incentivi al retrofit a gas delle auto già circolanti, finalizzato al sostegno di un mercato che dal 2012 al 2025 è calato dell’82%”. Lo scrive in una nota Assogasliquidi, commentando la pubblicazione, sul sito del Mimit, del decreto che sblocca complessivamente 1,35 miliardi di incentivi, dal 2026 al 2030, al settore automotive. In particolare, per il retrofit a gas delle auto, il provvedimento “prevede una dotazione complessiva nel quinquennio 2026-2030 di 21 milioni di euro e riguarda la conversione di veicoli già circolanti delle classi da Euro 3 a Euro 6 anche intestati a persone giuridiche”. 

“In un anno di forti tensioni internazionali che hanno inciso e continuano ad incidere sui costi dell’energia – ricorda Matteo Cimenti presidente di Assogasliquidi-Federchimica – questo provvedimento permette di raggiungere diversi obiettivi: garantire a persone e famiglie che non possono permettersi l’acquisto di una nuova auto di continuare a muoversi e circolare in città, risparmiando sui consumi; sostenere le imprese italiane della componentistica e della distribuzione di gas per autotrazione e favorire la crescita di tutto l’indotto rappresentato dalle officine di trasformazione. Il tutto riducendo le emissioni di CO2 e di particolato di auto già circolanti, grazie all’alimentazione a gple metano”. 

“Esprimiamo il nostro ringraziamento al ministro Urso ed al governo tutto – conclude Cimenti – per l’attenzione al settore e per la concretizzazione di una misura strutturale che coniuga sostegno ai consumatori e supporto alla competitività dell’industria nazionale”. 

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Edizione, Nav 2025 a 14,1 miliardi (+7%), un terzo dei dipendenti ha meno di 30 anni, il 50% è donna. Alessandro Benetton guida la rifondazione della holding

(Adnkronos) – “Missione compiuta, ecco la nuova Edizione”. Un titolo, quello della cover story di Moneta in edicola oggi, firmata da Osvaldo De Paolini, che ben fotografa il profondo percorso di rifondazione impresso da Alessandro Benetton a Edizione, oggi tra le principali holding europee. 

Una traiettoria avviata nel 2022 – proprio con la nomina di Benetton a Presidente – all’insegna della discontinuità e dei valori dei padri fondatori, che ha visto in tre anni il Net Asset Value di Edizione crescere di 2 miliardi di euro con un ritorno annuo sull’investimento dell’8%, e che si è attestato nel 2025 a 14,1 miliardi, in crescita del 7% rispetto ai 13,2 miliardi del 2024. Nello scorso esercizio la holding ha poi registrato ricavi per 10,3 miliardi di euro (+2% su base annua), in un contesto sempre più internazionale: attraverso le sue partecipate, il Gruppo opera in oltre 100 Paesi, impiegando più di 100 mila persone, con una presenza femminile del 50% e circa il 30% di under 30. 

Una trasformazione evidente che poggia sulla visione di Alessandro Benetton, costruita in oltre trent’anni da imprenditore indipendente: un percorso che lo ha portato prima negli Stati Uniti, alla Boston University e poi ad Harvard, quindi a Londra in Goldman Sachs – primo italiano a entrare nella banca d’affari americana – e successivamente alla fondazione, nel 1992, di 21 Invest, tra i primi operatori di private equity in Europa. Un’esperienza orientata all’innovazione, alla crescita industriale e alla creazione di valore di lungo periodo che Benetton ha trasferito in Edizione, dove nel triennio 2022-2025 è cambiato l’80% del management e il 75% del perimetro di attività. 

Per Edizione la componente infrastrutturale si conferma asse portante del portafoglio della holding, con Mundys – di cui Benetton è Presidente esecutivo da marzo – principale driver industriale, forte di ricavi per 9,6 miliardi di euro e 5,9 miliardi di EBITDA, sostenuti dalla crescita organica delle attività e da una strategia di espansione internazionale che ha incluso il consolidamento e gli investimenti nelle attività aeroportuali con Aeroporti di Roma e l’Aeroporto di Nizza, e il rafforzamento di Abertis, con nuove acquisizioni e concessioni in Europa e nelle Americhe. 

Prosegue parallelamente lo sviluppo delle direttrici strategiche per il futuro, con focus su nuovi investimenti infrastrutturali e alternative private markets. In questo contesto si inserisce il lancio di 21 Next, la piattaforma di Alternative Asset Management nata dall’integrazione delle competenze e della visione strategica di Edizione, 21 Invest e Tages SGR, con l’obiettivo di sviluppare una presenza paneuropea e intercettare nuove opportunità in segmenti ad elevato potenziale. Il piano punta a superare i 10 miliardi di euro di asset under management nei prossimi anni. 

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Il Miracolo americano, la Fabbrica tedesca e l’illusione della settimana corta: cosa muove davvero il PIL?

L’economia è fatta di numeri reali, non di sogni a occhi aperti. Un recente studio, intitolato “Differing Roles of Leisure and Productivity in GDP” e basato sull’analisi dei dati dal 1970 al 2020, ha messo a nudo le dinamiche profonde che muovono il Prodotto Interno Lordo (PIL) di Stati Uniti e Germania. Per farlo, i ricercatori hanno accantonato i vecchi modelli econometrici tradizionali, spesso troppo rigidi, e hanno utilizzato il Machine Learning – nello specifico un modello ad albero decisionale chiamato Random Forest – per misurare il peso reale di due ingredienti fondamentali dello sviluppo.

Questi due fattori sono le ore lavorate, che rappresentano le scelte sociali di una nazione in merito alla fatica fisica, e la Total Factor Productivity (TFP), un indicatore cruciale che misura l’efficienza con cui capitale e lavoro vengono impiegati. In parole molto semplici, la TFP è il progresso: rappresenta l’innovazione tecnologica, l’automazione, le infrastrutture e l’intelligenza aziendale.

I risultati, che confrontano la superpotenza americana e la locomotiva tedesca, sono netti e ci impongono una riflessione molto pragmatica.

Due mondi agli antipodi

Se guardiamo oltreoceano, gli Stati Uniti sembrano aver definitivamente sganciato la creazione di ricchezza dal sudore della fronte. L’analisi della cosiddetta “Gini importance” (un indice che valuta il peso delle variabili) mostra che negli USA la dinamica del PIL dipende per uno schiacciante 95,8% dalla produttività tecnologica (TFP). Le ore lavorate contano per un quasi invisibile 4,2%. In pratica, l’economia americana cresce a dismisura grazie a immensi investimenti in automazione, ricerca e sviluppo, e a un sistema che favorisce l’adozione rapidissima delle nuove tecnologie. Lì, a produrre valore, ci pensano sempre più i software e i capitali, non gli orari prolungati in fabbrica.

In Europa, rappresentata dal modello tedesco, il quadro è radicalmente diverso e, per certi versi, sorprendentemente “antico”. Nonostante la Germania sia famosa per la sua efficienza industriale, il suo PIL è ancora fortemente ancorato al lavoro fisico: lo studio rivela che la crescita tedesca è spiegata per il 72,7% dalle ore lavorate e solo per il 27,3% dai miglioramenti di produttività. È un’economia di stampo classico, orientata alla manifattura, che nonostante l’automazione continua a dipendere disperatamente dalla manodopera qualificata.

Ecco la scomposizione del peso dei fattori sul PIL, nero su bianco:

  • Germania: 72,7% dipendente dalle ore lavorate, 27,3% dipendente dalla TFP (innovazione).
  • USA: 4,2% dipendente dalle ore lavorate, 95,8% dipendente dalla TFP (innovazione).

Innovazione e l’illusione della “Settimana Corta”

Qui arriviamo al punto dolente, quello che smonta le facili promesse della politica. Sentiamo spesso esaltare l’idea della “settimana corta” o della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario. Lo studio ci dice che tutto questo è assolutamente possibile, ma solo a precise condizioni.

Negli Stati Uniti, i dati mostrano un fenomeno affascinante: una diminuzione delle ore lavorate si accompagna spesso a un aumento del PIL. Perché? Perché il sistema ha accumulato una produttività tecnologica tale da compensare abbondantemente la minor presenza fisica dei lavoratori. La macchina, l’algoritmo o l’infrastruttura coprono e superano il turno non lavorato.

In Germania, invece, la relazione è mista e molto più insidiosa. Ridurre le ore di lavoro non è sempre compensato da un aumento di produttività. Le rigidità strutturali, le regolamentazioni e una dipendenza vitale dai settori manifatturieri fanno sì che se il lavoratore non è in catena di montaggio, la produzione semplicemente cala.

Il messaggio per l’Europa è chiaro e inequivocabile: non si può distribuire il dividendo del “tempo libero” senza aver prima costruito le fondamenta dell’efficienza e senza aprire la strada all’innovazione e alla deregolamentazione. Invocare la riduzione degli orari di lavoro senza prima investire fiumi di denaro in tecnologia, intelligenza artificiale e infrastrutture avanzate è puro suicidio economico. Significa, banalmente, rassegnarsi a produrre di meno e a impoverirsi. La vera libertà dal lavoro non si ottiene per decreto legge, ma investendo sul progresso.

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Editoria, L’Espresso e Intesa SP digitalizzano l’archivio storico del settimanale

(Adnkronos) – E’ stato avviato – e verrà completato nella primavera 2027 – il lavoro dell’Espresso e di Intesa Sanpaolo per digitalizzare e rendere accessibile a tutti l’archivio storico del settimanale. Una ‘impresa’ che metterà a disposizione di lettori e ricercatori decenni di inchieste, reportage e copertine che dal 1955 hanno raccontato, e spesso anticipato, le svolte del Paese. Si parte oggi con gli ultimi dieci anni, dal 2025 al 2016. A seguire le annate precedenti, una decade ogni 45 giorni circa, fino al completamento previsto nella primavera 2027. Accanto all’archivio debutta una sezione dedicata: “Settant’anni di Italia attraverso L’Espresso”. È uno spazio editoriale che ripercorre la storia del Paese con lo sguardo del settimanale e raccoglie oltre cento articoli prodotti dalla redazione: ciascuno nasce da una copertina storica della testata e la rilegge in chiave contemporanea. Le grandi stagioni del giornalismo de L’Espresso ci sono tutte, dai diritti civili al divorzio e all’aborto, dalle inchieste sulla criminalità organizzata alle trasformazioni economiche, fino all’innovazione tecnologica, all’arte e alla cultura italiana. 

L’archivio – che raccoglierà oltre 400 mila pagine pubblicate dal 1955 a oggi – è raggiungibile dal sito lespresso.it, nella sezione Archivio. Come sottolinea Emilio Carelli, direttore de L’Espresso “con questo progetto, reso possibile dalla collaborazione con Intesa Sanpaolo, restituiamo al Paese settant’anni di giornalismo italiano. Un patrimonio di carta che diventa memoria collettiva a disposizione di tutti: la storia d’Italia raccontata settimana dopo settimana, con le sue inchieste, i suoi protagonisti, le sue copertine. Per troppo tempo queste pagine hanno potuto parlare solo a chi raggiungeva fisicamente, da oggi rinascono a nuova vita, pronte a essere consultate da tutti”.  

Barbara Costa, Responsabile Archivio Storico Intesa Sanpaolo dichiara: “Sosteniamo con convinzione questo progetto di valorizzazione e digitalizzazione dell’archivio del settimanale L’ Espresso, un investimento strategico per la conservazione e la diffusione della memoria del Paese. Per Intesa Sanpaolo si tratta di un impegno che si colloca nel solco di una consolidata attività di valorizzazione del patrimonio documentale, in particolare quello giornalistico, riconosciuto come fonte viva della storia italiana. Un’attenzione che nasce dall’esperienza maturata sul proprio Archivio Storico e, più recentemente, sull’Archivio dell’agenzia fotogiornalistica Publifoto: oltre 20 chilometri di documenti e sette milioni di fotografie che raccontano la vita di famiglie e imprese cresciute grazie alle oltre 600 banche che costituiscono la genealogia del Gruppo. Un patrimonio che continuiamo a rendere sempre più accessibile, nella convinzione che la conoscenza del passato sia uno strumento essenziale per comprendere il presente e costruire il futuro”. 

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Venezuela, su alert terremoti alla popolazione l’Italia è ‘scoperta’ e il sistema Android non è attivo

(Adnkronos) – Negli istanti in cui due scosse violentissime hanno colpito il Venezuela mettendo in ginocchio il Paese, gli smartphone con sistema Android di molti cittadini hanno iniziato a suonare, e hanno permesso a molti di mettersi al riparo. L’alert sui terremoti di Google, attivo sui telefoni Android ma anche tramite ricerca su Internet, usa dati raccolti dai sensori dei singoli telefoni cellulari per rilevare eventi sismici e avvisare gli utenti. Non ‘prevede’ i terremoti, ma di fatto il telefono diventa un mini-sismografo utilizzato per incrociare i dati e avvertire la popolazione. Può dare diversi secondi di preavviso, ma vicino all’epicentro il margine può essere molto ridotto: un elemento importante da tenere in considerazione per stimarne l’efficacia su un territorio come quello italiano. Il sistema in ogni caso non è supportato in Italia, come confermato dalla stessa Google, raggiunta da Adnkronos.  

Accessibile dalle ‘impostazioni’ dei telefoni Android, la schermata sui terremoti è regolarmente presente anche nel nostro Paese, ma la funzionalità è disattivata. “Allerta terremoti non è disponibile: non supportata in questa regione”, si legge sulla schermata, dove si spiega che quando il sistema Google android earthquake alerts avverte un terremoto nelle vicinanze l’utente dovrebbe ricevere “un’allerta con la stima iniziale della magnitudo e della distanza dell’epicentro” dalla sua posizione. Nella stessa schermata si avverte che “le allerte terremoti non sono supportate in tutte le aree geografiche”, che “non è possibile rilevare tutti i terremoti” e che “le stime di magnitudo e intensità delle scosse potrebbero presentare errori”. Nel caso del Venezuela il sistema di Android si è rilevato vitale, ma nel mondo esistono anche sistemi di allerta ‘istituzionali’, come quelli presenti negli Stati Uniti. Sullo stesso blog di Google si legge infatti che “in California, Washington e Oregon collaboriamo con il team di ShakeAlert per distribuire gli avvisi forniti dal loro sistema”. ShakeAlert è un sistema pubblico dell’U.S. Geological Survey, e utilizza una rete di 1.675 sensori sismici per rilevare le scosse di terremoto, analizzando poi i dati per determinare la posizione e l’intensità del sisma. Il sistema invia quindi un segnale al sistema Android, che a sua volta inoltra un avviso di terremoto direttamente agli utenti, che ricevono due tipo di alert, in base alla gravità, solo per terremoti di magnitudo da 4,5 o superiore. 

“Al di fuori di questi stati americani, utilizziamo un approccio basato sul crowdsourcing per rilevare i terremoti”, spiega Google: tutti gli smartphone infatti contengono minuscoli accelerometri in grado di percepire le vibrazioni che potrebbero indicare un sisma in corso. “Se il telefono rileva un movimento riconducibile a un terremoto, invia un segnale al nostro server di rilevamento sismico, insieme a una posizione approssimativa del luogo in cui si è verificata la scossa. Il server unisce poi le informazioni provenienti da numerosi telefoni per determinare se si stia effettivamente verificando un terremoto. Questo approccio sfrutta gli oltre 2 miliardi di telefoni Android in uso in tutto il mondo come mini-sismografi per creare la più grande rete di rilevamento sismico del pianeta; i telefoni rilevano la vibrazione e la velocità della scossa, avvisando di conseguenza gli utenti Android nelle aree colpite”. Il meccanismo è recente, illustrato da Google nel luglio 2025 in uno studio firmato dall’ingegnere Marc Stogaitis con ricercatori di Berkeley e Harvard. “Non direi che siamo più scoperti del Venezuela in senso assoluto”, dice ad Adnkronos Enzo Castellaneta di Builti, startup italiana che realizza sistemi di monitoraggio strutturale e infrastrutturale per edifici, ponti, torri, impianti industriali e infrastrutture critiche. “Direi piuttosto che siamo molto forti sul monitoraggio, sulla protezione civile (rete Ran, Ingv), sulla classificazione sismica e sulla conoscenza del rischio, ma ancora deboli sulla trasformazione del dato in allerta immediata, gestione automatica delle infrastrutture e decisioni operative in tempo reale”. Inoltre “un sistema Android su accelerometri dei telefonini è molto utile come livello di allerta diffuso, soprattutto in aree densamente popolate, ma è meno adatto a sostituire reti sismiche professionali o sistemi di monitoraggio infrastrutturale”. (di Alessandro Pulcini) 

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