Edizione, Nav 2025 a 14,1 miliardi (+7%), un terzo dei dipendenti ha meno di 30 anni, il 50% è donna. Alessandro Benetton guida la rifondazione della holding

(Adnkronos) – “Missione compiuta, ecco la nuova Edizione”. Un titolo, quello della cover story di Moneta in edicola oggi, firmata da Osvaldo De Paolini, che ben fotografa il profondo percorso di rifondazione impresso da Alessandro Benetton a Edizione, oggi tra le principali holding europee. 

Una traiettoria avviata nel 2022 – proprio con la nomina di Benetton a Presidente – all’insegna della discontinuità e dei valori dei padri fondatori, che ha visto in tre anni il Net Asset Value di Edizione crescere di 2 miliardi di euro con un ritorno annuo sull’investimento dell’8%, e che si è attestato nel 2025 a 14,1 miliardi, in crescita del 7% rispetto ai 13,2 miliardi del 2024. Nello scorso esercizio la holding ha poi registrato ricavi per 10,3 miliardi di euro (+2% su base annua), in un contesto sempre più internazionale: attraverso le sue partecipate, il Gruppo opera in oltre 100 Paesi, impiegando più di 100 mila persone, con una presenza femminile del 50% e circa il 30% di under 30. 

Una trasformazione evidente che poggia sulla visione di Alessandro Benetton, costruita in oltre trent’anni da imprenditore indipendente: un percorso che lo ha portato prima negli Stati Uniti, alla Boston University e poi ad Harvard, quindi a Londra in Goldman Sachs – primo italiano a entrare nella banca d’affari americana – e successivamente alla fondazione, nel 1992, di 21 Invest, tra i primi operatori di private equity in Europa. Un’esperienza orientata all’innovazione, alla crescita industriale e alla creazione di valore di lungo periodo che Benetton ha trasferito in Edizione, dove nel triennio 2022-2025 è cambiato l’80% del management e il 75% del perimetro di attività. 

Per Edizione la componente infrastrutturale si conferma asse portante del portafoglio della holding, con Mundys – di cui Benetton è Presidente esecutivo da marzo – principale driver industriale, forte di ricavi per 9,6 miliardi di euro e 5,9 miliardi di EBITDA, sostenuti dalla crescita organica delle attività e da una strategia di espansione internazionale che ha incluso il consolidamento e gli investimenti nelle attività aeroportuali con Aeroporti di Roma e l’Aeroporto di Nizza, e il rafforzamento di Abertis, con nuove acquisizioni e concessioni in Europa e nelle Americhe. 

Prosegue parallelamente lo sviluppo delle direttrici strategiche per il futuro, con focus su nuovi investimenti infrastrutturali e alternative private markets. In questo contesto si inserisce il lancio di 21 Next, la piattaforma di Alternative Asset Management nata dall’integrazione delle competenze e della visione strategica di Edizione, 21 Invest e Tages SGR, con l’obiettivo di sviluppare una presenza paneuropea e intercettare nuove opportunità in segmenti ad elevato potenziale. Il piano punta a superare i 10 miliardi di euro di asset under management nei prossimi anni. 

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Il Miracolo americano, la Fabbrica tedesca e l’illusione della settimana corta: cosa muove davvero il PIL?

L’economia è fatta di numeri reali, non di sogni a occhi aperti. Un recente studio, intitolato “Differing Roles of Leisure and Productivity in GDP” e basato sull’analisi dei dati dal 1970 al 2020, ha messo a nudo le dinamiche profonde che muovono il Prodotto Interno Lordo (PIL) di Stati Uniti e Germania. Per farlo, i ricercatori hanno accantonato i vecchi modelli econometrici tradizionali, spesso troppo rigidi, e hanno utilizzato il Machine Learning – nello specifico un modello ad albero decisionale chiamato Random Forest – per misurare il peso reale di due ingredienti fondamentali dello sviluppo.

Questi due fattori sono le ore lavorate, che rappresentano le scelte sociali di una nazione in merito alla fatica fisica, e la Total Factor Productivity (TFP), un indicatore cruciale che misura l’efficienza con cui capitale e lavoro vengono impiegati. In parole molto semplici, la TFP è il progresso: rappresenta l’innovazione tecnologica, l’automazione, le infrastrutture e l’intelligenza aziendale.

I risultati, che confrontano la superpotenza americana e la locomotiva tedesca, sono netti e ci impongono una riflessione molto pragmatica.

Due mondi agli antipodi

Se guardiamo oltreoceano, gli Stati Uniti sembrano aver definitivamente sganciato la creazione di ricchezza dal sudore della fronte. L’analisi della cosiddetta “Gini importance” (un indice che valuta il peso delle variabili) mostra che negli USA la dinamica del PIL dipende per uno schiacciante 95,8% dalla produttività tecnologica (TFP). Le ore lavorate contano per un quasi invisibile 4,2%. In pratica, l’economia americana cresce a dismisura grazie a immensi investimenti in automazione, ricerca e sviluppo, e a un sistema che favorisce l’adozione rapidissima delle nuove tecnologie. Lì, a produrre valore, ci pensano sempre più i software e i capitali, non gli orari prolungati in fabbrica.

In Europa, rappresentata dal modello tedesco, il quadro è radicalmente diverso e, per certi versi, sorprendentemente “antico”. Nonostante la Germania sia famosa per la sua efficienza industriale, il suo PIL è ancora fortemente ancorato al lavoro fisico: lo studio rivela che la crescita tedesca è spiegata per il 72,7% dalle ore lavorate e solo per il 27,3% dai miglioramenti di produttività. È un’economia di stampo classico, orientata alla manifattura, che nonostante l’automazione continua a dipendere disperatamente dalla manodopera qualificata.

Ecco la scomposizione del peso dei fattori sul PIL, nero su bianco:

  • Germania: 72,7% dipendente dalle ore lavorate, 27,3% dipendente dalla TFP (innovazione).
  • USA: 4,2% dipendente dalle ore lavorate, 95,8% dipendente dalla TFP (innovazione).

Innovazione e l’illusione della “Settimana Corta”

Qui arriviamo al punto dolente, quello che smonta le facili promesse della politica. Sentiamo spesso esaltare l’idea della “settimana corta” o della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario. Lo studio ci dice che tutto questo è assolutamente possibile, ma solo a precise condizioni.

Negli Stati Uniti, i dati mostrano un fenomeno affascinante: una diminuzione delle ore lavorate si accompagna spesso a un aumento del PIL. Perché? Perché il sistema ha accumulato una produttività tecnologica tale da compensare abbondantemente la minor presenza fisica dei lavoratori. La macchina, l’algoritmo o l’infrastruttura coprono e superano il turno non lavorato.

In Germania, invece, la relazione è mista e molto più insidiosa. Ridurre le ore di lavoro non è sempre compensato da un aumento di produttività. Le rigidità strutturali, le regolamentazioni e una dipendenza vitale dai settori manifatturieri fanno sì che se il lavoratore non è in catena di montaggio, la produzione semplicemente cala.

Il messaggio per l’Europa è chiaro e inequivocabile: non si può distribuire il dividendo del “tempo libero” senza aver prima costruito le fondamenta dell’efficienza e senza aprire la strada all’innovazione e alla deregolamentazione. Invocare la riduzione degli orari di lavoro senza prima investire fiumi di denaro in tecnologia, intelligenza artificiale e infrastrutture avanzate è puro suicidio economico. Significa, banalmente, rassegnarsi a produrre di meno e a impoverirsi. La vera libertà dal lavoro non si ottiene per decreto legge, ma investendo sul progresso.

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Editoria, L’Espresso e Intesa SP digitalizzano l’archivio storico del settimanale

(Adnkronos) – E’ stato avviato – e verrà completato nella primavera 2027 – il lavoro dell’Espresso e di Intesa Sanpaolo per digitalizzare e rendere accessibile a tutti l’archivio storico del settimanale. Una ‘impresa’ che metterà a disposizione di lettori e ricercatori decenni di inchieste, reportage e copertine che dal 1955 hanno raccontato, e spesso anticipato, le svolte del Paese. Si parte oggi con gli ultimi dieci anni, dal 2025 al 2016. A seguire le annate precedenti, una decade ogni 45 giorni circa, fino al completamento previsto nella primavera 2027. Accanto all’archivio debutta una sezione dedicata: “Settant’anni di Italia attraverso L’Espresso”. È uno spazio editoriale che ripercorre la storia del Paese con lo sguardo del settimanale e raccoglie oltre cento articoli prodotti dalla redazione: ciascuno nasce da una copertina storica della testata e la rilegge in chiave contemporanea. Le grandi stagioni del giornalismo de L’Espresso ci sono tutte, dai diritti civili al divorzio e all’aborto, dalle inchieste sulla criminalità organizzata alle trasformazioni economiche, fino all’innovazione tecnologica, all’arte e alla cultura italiana. 

L’archivio – che raccoglierà oltre 400 mila pagine pubblicate dal 1955 a oggi – è raggiungibile dal sito lespresso.it, nella sezione Archivio. Come sottolinea Emilio Carelli, direttore de L’Espresso “con questo progetto, reso possibile dalla collaborazione con Intesa Sanpaolo, restituiamo al Paese settant’anni di giornalismo italiano. Un patrimonio di carta che diventa memoria collettiva a disposizione di tutti: la storia d’Italia raccontata settimana dopo settimana, con le sue inchieste, i suoi protagonisti, le sue copertine. Per troppo tempo queste pagine hanno potuto parlare solo a chi raggiungeva fisicamente, da oggi rinascono a nuova vita, pronte a essere consultate da tutti”.  

Barbara Costa, Responsabile Archivio Storico Intesa Sanpaolo dichiara: “Sosteniamo con convinzione questo progetto di valorizzazione e digitalizzazione dell’archivio del settimanale L’ Espresso, un investimento strategico per la conservazione e la diffusione della memoria del Paese. Per Intesa Sanpaolo si tratta di un impegno che si colloca nel solco di una consolidata attività di valorizzazione del patrimonio documentale, in particolare quello giornalistico, riconosciuto come fonte viva della storia italiana. Un’attenzione che nasce dall’esperienza maturata sul proprio Archivio Storico e, più recentemente, sull’Archivio dell’agenzia fotogiornalistica Publifoto: oltre 20 chilometri di documenti e sette milioni di fotografie che raccontano la vita di famiglie e imprese cresciute grazie alle oltre 600 banche che costituiscono la genealogia del Gruppo. Un patrimonio che continuiamo a rendere sempre più accessibile, nella convinzione che la conoscenza del passato sia uno strumento essenziale per comprendere il presente e costruire il futuro”. 

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Venezuela, su alert terremoti alla popolazione l’Italia è ‘scoperta’ e il sistema Android non è attivo

(Adnkronos) – Negli istanti in cui due scosse violentissime hanno colpito il Venezuela mettendo in ginocchio il Paese, gli smartphone con sistema Android di molti cittadini hanno iniziato a suonare, e hanno permesso a molti di mettersi al riparo. L’alert sui terremoti di Google, attivo sui telefoni Android ma anche tramite ricerca su Internet, usa dati raccolti dai sensori dei singoli telefoni cellulari per rilevare eventi sismici e avvisare gli utenti. Non ‘prevede’ i terremoti, ma di fatto il telefono diventa un mini-sismografo utilizzato per incrociare i dati e avvertire la popolazione. Può dare diversi secondi di preavviso, ma vicino all’epicentro il margine può essere molto ridotto: un elemento importante da tenere in considerazione per stimarne l’efficacia su un territorio come quello italiano. Il sistema in ogni caso non è supportato in Italia, come confermato dalla stessa Google, raggiunta da Adnkronos.  

Accessibile dalle ‘impostazioni’ dei telefoni Android, la schermata sui terremoti è regolarmente presente anche nel nostro Paese, ma la funzionalità è disattivata. “Allerta terremoti non è disponibile: non supportata in questa regione”, si legge sulla schermata, dove si spiega che quando il sistema Google android earthquake alerts avverte un terremoto nelle vicinanze l’utente dovrebbe ricevere “un’allerta con la stima iniziale della magnitudo e della distanza dell’epicentro” dalla sua posizione. Nella stessa schermata si avverte che “le allerte terremoti non sono supportate in tutte le aree geografiche”, che “non è possibile rilevare tutti i terremoti” e che “le stime di magnitudo e intensità delle scosse potrebbero presentare errori”. Nel caso del Venezuela il sistema di Android si è rilevato vitale, ma nel mondo esistono anche sistemi di allerta ‘istituzionali’, come quelli presenti negli Stati Uniti. Sullo stesso blog di Google si legge infatti che “in California, Washington e Oregon collaboriamo con il team di ShakeAlert per distribuire gli avvisi forniti dal loro sistema”. ShakeAlert è un sistema pubblico dell’U.S. Geological Survey, e utilizza una rete di 1.675 sensori sismici per rilevare le scosse di terremoto, analizzando poi i dati per determinare la posizione e l’intensità del sisma. Il sistema invia quindi un segnale al sistema Android, che a sua volta inoltra un avviso di terremoto direttamente agli utenti, che ricevono due tipo di alert, in base alla gravità, solo per terremoti di magnitudo da 4,5 o superiore. 

“Al di fuori di questi stati americani, utilizziamo un approccio basato sul crowdsourcing per rilevare i terremoti”, spiega Google: tutti gli smartphone infatti contengono minuscoli accelerometri in grado di percepire le vibrazioni che potrebbero indicare un sisma in corso. “Se il telefono rileva un movimento riconducibile a un terremoto, invia un segnale al nostro server di rilevamento sismico, insieme a una posizione approssimativa del luogo in cui si è verificata la scossa. Il server unisce poi le informazioni provenienti da numerosi telefoni per determinare se si stia effettivamente verificando un terremoto. Questo approccio sfrutta gli oltre 2 miliardi di telefoni Android in uso in tutto il mondo come mini-sismografi per creare la più grande rete di rilevamento sismico del pianeta; i telefoni rilevano la vibrazione e la velocità della scossa, avvisando di conseguenza gli utenti Android nelle aree colpite”. Il meccanismo è recente, illustrato da Google nel luglio 2025 in uno studio firmato dall’ingegnere Marc Stogaitis con ricercatori di Berkeley e Harvard. “Non direi che siamo più scoperti del Venezuela in senso assoluto”, dice ad Adnkronos Enzo Castellaneta di Builti, startup italiana che realizza sistemi di monitoraggio strutturale e infrastrutturale per edifici, ponti, torri, impianti industriali e infrastrutture critiche. “Direi piuttosto che siamo molto forti sul monitoraggio, sulla protezione civile (rete Ran, Ingv), sulla classificazione sismica e sulla conoscenza del rischio, ma ancora deboli sulla trasformazione del dato in allerta immediata, gestione automatica delle infrastrutture e decisioni operative in tempo reale”. Inoltre “un sistema Android su accelerometri dei telefonini è molto utile come livello di allerta diffuso, soprattutto in aree densamente popolate, ma è meno adatto a sostituire reti sismiche professionali o sistemi di monitoraggio infrastrutturale”. (di Alessandro Pulcini) 

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Tech, Albanese (Telus): “Tutela dati e sviluppo calcolo quantistico nel prossimo futuro”

(Adnkronos) – Di fronte allo sviluppo tecnologico, “non sarà il singolo cittadino a dover adottare la crittografia post-quantistica” per proteggere i propri dati. “Sarà piuttosto compito della sua banca o del Servizio sanitario nazionale aggiornare le proprie infrastrutture. Tuttavia, si registreranno degli effetti indiretti che i cittadini potranno percepire, a partire da un livello di sicurezza nettamente superiore per i propri dati”. Per quanto riguarda il calcolo quantistico, “l’impatto potrebbe essere tangibile nella vita di tutti i giorni attraverso lo sviluppo di nuove medicine o l’ottimizzazione dei sistemi logistici. Il dibattito scientifico resta aperto: non esistono limitazioni teoriche insormontabili allo sviluppo dei computer quantistici, ma le difficoltà ingegneristiche sono notevoli”. Lo ha detto Ilijc Albanese, Lead Quantum Engineer di Telus, intervistato al corner di Adnkronos alla World Tech Conference 2026 a Milano. Il forum ha radunato tutti gli attori del settore per fare il punto su sfide e opportunità dello sviluppo tecnologico globale. 

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Manenti (Rigetti Computing): ‘computer quantistici con Qubit grazie alla tecnologia chiplet’

(Adnkronos) – “Costruiamo computer quantistici con Qubit super connettivi. Il nostro computer quantistico di punta ha 108 Qubit. La nostra fidelity è del 99,5% per i two Qubit-gate e questi possono essere eseguiti in 60 nanosecondi. La peculiarità sta nella tecnologia chiplet che compone i nostri computer: piccoli moduli poi assemblati insieme per dar vita ad uno strumento più grande che facilita lo schelling arrivando a diecimila Qubit”. Questo l’intervento di Riccardo Manenti, Ingegnere Capo per la tecnologia quantistica, Rigetti Computing, California, partecipando a Milano alla World Tech Conference 2026, il forum globale multi-stakeholder dedicato all’innovazione tecnologica. 

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Tech, Damour (Ihes): “Computer quantistico potrebbe rivoluzionare comprensione buchi neri”

(Adnkronos) – “Il computer quantistico potrebbe rivelarsi decisivo proprio per risolvere problemi complessi che collegano la meccanica quantistica e la gravità, aiutandoci a comprendere quali siano gli stati quantistici microscopici all’interno di un buco nero. Su questa importante questione scientifica, l’informatica quantistica potrebbe compiere enormi progressi”. È il commento di Thibault Damour, Professore di Fisica Teorica Institut des Hautes Études Scientifiques (Ihes), intervenuto alla World Tech Conference 2026 a Milano. Un Forum che ha riunito esperti e stakeholder di settore in un confronto sulle sfide e le opportunità della tecnologia di ultima generazione. 

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Energy manager, nel 2025 superate le 2.590 nomine

(Adnkronos) – Le nomine complessive di energy manager pervenute nel 2025 hanno raggiunto quota 2.594, il valore più elevato registrato negli ultimi vent’anni e in crescita dell’1% rispetto alle 2.571 del 2024. Questi i dati del nuovo Rapporto sugli Energy Manager in Italia – Nomine 2025, realizzato da Fire nell’ambito della convenzione con il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase). Le nomine effettuate dai soggetti obbligati ai sensi della Legge 10/1991 sono state 1.765, mentre quelle provenienti da organizzazioni non soggette all’obbligo hanno raggiunto 829 unità, confermando – rimarca Fire – come la gestione efficiente dell’energia sia sempre più percepita dalle imprese come uno strumento di competitività e non soltanto come un adempimento normativo. “L’energy manager è oggi una figura centrale per affrontare le sfide della transizione energetica, della competitività industriale e della riduzione dei costi energetici – si evidenzia nel rapporto – La crescita delle nomine dimostra una maggiore consapevolezza delle organizzazioni rispetto al valore della gestione professionale dell’energia”. 

Tra i soggetti obbligati, il settore con il maggior numero di nomine è il terziario (569), seguito dalle attività industriali (463) e dai trasporti (390). Particolarmente significativa la presenza di nomine volontarie nel comparto industriale, che rappresenta oltre la metà delle nomine non obbligatorie. Il settore manifatturiero continua a rappresentare uno dei principali ambiti di applicazione dell’energy management, con 441 nomine tra i soggetti obbligati e una copertura significativa dei consumi energetici nazionali. 

Tra i segnali più positivi emerge l’aumento delle organizzazioni che associano alla nomina dell’energy manager un Sistema di Gestione dell’Energia certificato ISO 50001. Nel 2025 i soggetti nominanti dotati di certificazione ISO 50001 sono saliti a 490, con una crescita del 9% rispetto all’anno precedente. In particolare, si segnala un consistente incremento rispetto all’anno precedente tra i soggetti nominanti in possesso di certificazione nel settore Terziario e nella Pa. Questa tendenza dovrà vedere una forte accelerazione nei prossimi quattro anni, in ragione dell’obbligo introdotto dalla direttiva 1791/2023 sull’efficienza energetica, che prevede la certificazione ISO 50001 per tutte le imprese sopra gli 85 TJ di consumi medi di energia nei tre anni precedenti. 

  

Prosegue anche il consolidamento della figura dell’Esperto in Gestione dell’Energia (Ege). A giugno 2026 risultano oltre 4.200 certificazioni Ege attive in Italia. Tra gli energy manager nominati come consulenti esterni, quasi due terzi (64%) possiedono la certificazione Ege, a conferma della crescente professionalizzazione del settore. Il profilo dell’energy manager si conferma inoltre altamente qualificato: l’88,5% dei nominati possiede una laurea tecnica, prevalentemente in ingegneria.  

Il rapporto evidenzia tuttavia alcune criticità strutturali. Le donne rappresentano soltanto il 12% degli energy manager nominati, una quota sostanzialmente invariata rispetto agli anni precedenti. Sul fronte anagrafico emerge inoltre un progressivo invecchiamento della professione: gli under 35 sono appena il 7% del totale, mentre le fasce comprese tra 35 e 60 anni rappresentano circa tre quarti degli energy manager attivi. Secondo Fire, “sarà quindi fondamentale favorire il ricambio generazionale e attrarre nuove competenze verso le professioni dell’energy management”.  

Permane infine una situazione critica, aevverte Fire, nella Pubblica Amministrazione. Nonostante alcuni segnali positivi, come l’elevato tasso di adesione delle Città Metropolitane (87%), il numero complessivo di nomine nel settore pubblico resta inferiore al potenziale. Solo 50 comuni capoluogo su 109 e 10 regioni su 20 hanno provveduto alla nomina dell’energy manager. Per Fire, “la diffusione di questa figura nella Pa rappresenta una delle principali opportunità per migliorare l’efficienza energetica del patrimonio pubblico e ridurre la spesa energetica degli enti”. 

“In un contesto caratterizzato da elettrificazione dei consumi, diffusione delle fonti rinnovabili, sistemi di gestione dell’energia, comunità energetiche e nuove esigenze di flessibilità, il rapporto conferma come l’energy manager sia sempre più una figura strategica per imprese ed enti pubblici. L’analisi Fire evidenzia infatti che la gestione professionale dell’energia rappresenta uno degli strumenti più efficaci per coniugare competitività, sostenibilità e sicurezza energetica”, conclude la Federazione. 

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La sanità del futuro passa da Milano, le nuove frontiere presentate da Medtronic

(Adnkronos) – L’X Value Lab di Milano è stato teatro della Medtronic Experience, una iniziativa in cui l’azienda, leader mondiale nel settore healthcare, ha presentato le ultime novità tecnologiche. Tra le espressioni più avanzate di questa evoluzione figura Stealth AXiS™, l’ultima innovazione di Medtronic, pronta ad essere introdotta nelle strutture sanitarie. Come spiegato durante la conferenza stampa, “si tratta di una nuova piattaforma chirurgica intelligente destinata a rivoluzionare le procedure chirurgiche spinali e craniche. Il nuovo sistema, infatti, integra pianificazione, navigazione, robotica e intelligenza artificiale in un unico ecosistema connesso per la chirurgia spinale e cranica, collegando i flussi di lavoro pre-operatori, intra-operatori e post-operatori. Grazie alla sua architettura, basata sull’intelligenza artificiale, supporta il chirurgo nelle fasi di pianificazione, visualizzazione e guida dell’intervento, contribuendo a rendere le procedure sempre più precise e personalizzate”. “Medtronic – informa una nota dell’azienda – sta cambiando volto: non è più un semplice produttore di dispositivi medici ma oggi si presenta al mondo come una Healthcare technology company che ai dispositivi affianca tecnologie digitali, dati, intelligenza artificiale e nuovi modelli organizzativi per contribuire alla trasformazione della sanità”.  

“L’intelligenza artificiale, la robotica, le piattaforme digitali e i dati non sono più strumenti accessori – spiega Paola Pirotta, amministratrice delegata di Medtronic Italia -, stanno diventando il nuovo linguaggio della cura. La nostra evoluzione in Healthcare technology company nasce dalla convinzione che il valore dell’innovazione non risieda nella tecnologia in sé, ma nella sua capacità di migliorare concretamente la vita delle persone e rendere i sistemi sanitari più efficaci e sostenibili”. E durante i lavori sono stati snocciolati alcuni “numeri che testimoniano come le tecnologie di Medtronic stiano guidando la rivoluzione in atto: centomila italiani” dettaglia la nota “vengono monitorati a distanza per problemi cardiaci senza mettere piede in un ospedale; un sistema di intelligenza artificiale – addestrato su 1,5 milioni di episodi clinici – riduce dell’88% i falsi allarmi e segnala le aritmie prima che diventino emergenze; un terzo occhio con intelligenza artificiale riduce del 50% il tasso di lesioni non rilevate durante le colonscopie e aumenta fino al 14,4% la capacità diagnostica per patologie oncologiche”. 

Ma Medtronic Experience “è stata anche un momento di incontro e confronto tra rappresentanti del mondo clinico e scientifico, associazioni di pazienti e professionisti della salute. Oltre a Paola Pirotta, sono intervenuti Marco De Luigi, senior director Integrated Health Solutions (Ihs) di Medtronic Italia, Alfredo Marchese, presidente Gise (Società italiana di cardiologia interventistica), Fabrizio Oliva, past president Anmco e presidente della Italian Federation of Cardiology, Giangi Milesi e Giovanna Grando, rispettivamente presidente e vicepresidente della Confederazione Parkinson Italia Ets. 

“L’obiettivo di Medtronic è quello di contribuire a una sanità più efficiente, sostenibile e accessibile – ha ricordato De Luigi -. Oggi innovare significa andare oltre il singolo dispositivo. Attraverso Ihs lavoriamo al fianco di ospedali e professionisti sanitari per sviluppare modelli organizzativi, percorsi assistenziali e soluzioni digitali capaci di generare valore lungo l’intero percorso del paziente”. Nello specifico, come evidenziato in conferenza, “nell’ultimo anno Medtronic Ihs ha affiancato strutture pubbliche e private italiane contribuendo al miglioramento delle performance di oltre 75 sale operatorie e accompagnando 29 dipartimenti ospedalieri nel percorso di certificazione Eras®, il modello internazionale che favorisce un recupero più rapido e sicuro dei pazienti chirurgici”. In questo contesto “si inserisce la nuova piattaforma digitale sviluppata da Ihs per supportare modelli di cura connessi e guidati dai dati, Get Ready®. Si tratta di una soluzione che integra monitoraggio remoto, percorsi clinici digitali, analytics e strumenti di collaborazione tra professionisti sanitari, favorendo la connessione tra ospedale, territorio e paziente. Progettata secondo standard aperti e interoperabili, consente di integrare dati, dispositivi e applicazioni in un unico ecosistema digitale, contribuendo a portare la cura oltre i confini fisici dell’ospedale” conclude la nota. 

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Leroy Merlin, per edizione 2026 di ‘Bricolage del Cuore’ 40 progetti di riqualificazione in tutta Italia

(Adnkronos) – In tutta Italia, sono migliaia le realtà del terzo settore che ogni giorno lavorano per offrire supporto e un futuro a chi si trova in difficoltà. Spazi di accoglienza, centri di aggregazione, case-famiglia: luoghi fondamentali per la coesione sociale che spesso necessitano di manutenzione e cura per rimanere sicuri, funzionali e soprattutto dignitosi per le persone che accolgono. Per rispondere a questa esigenza diffusa, Leroy Merlin ha attivato anche quest’anno ‘Bricolage del Cuore’, il suo programma di volontariato d’impresa dedicato al contrasto della povertà abitativa. L’iniziativa unisce l’azienda, i collaboratori, i clienti e le associazioni partner, mettendo a disposizione prodotti, competenze tecniche e ore di volontariato per realizzare piccoli interventi concreti di riqualificazione e sistemazione. L’edizione 2026 si è distinta per un’importante novità introdotta: per partire dall’ascolto dei territori, per la prima volta gli enti del terzo settore hanno potuto candidare direttamente i propri progetti. Una call to action nazionale che ha registrato un successo immediato, raccogliendo quasi 300 richieste in pochissimo tempo. Di queste, circa 40 progetti sono stati selezionati per un intervento immediato, attraverso il supporto di 52 negozi e oltre 500 volontari in tutta la Penisola. Un grande sforzo collettivo a sostegno, complessivamente, di oltre 1700 persone in difficoltà, a cui si aggiungono 250 animali domestici – cani e gatti – aiutati.  

Le numerose richieste rimanenti non andranno perse, ma saranno indirizzate verso altri strumenti e programmi con cui l’azienda supporta le comunità, come “La Casa Ideale” (vendita agevolata di prodotti ad associazioni del terzo settore che si occupano di accoglienza, inclusione sociale e cittadinanza attiva) e la partnership con la piattaforma Regusto (donazioni di invenduti ed eccedenze). ‘Bricolage del Cuore’ si inserisce infatti in un ecosistema di progetti più ampio, a testimonianza di un impegno strutturato e a lungo termine di Leroy Merlin per generare un impatto sociale concreto sui territori in cui opera. Gli interventi, conclusi con una maratona di eventi in tutte le città, hanno toccato diverse sfere della fragilità abitativa: dalla piccola manutenzione e decorazione alla ristrutturazione di appartamenti per l’housing sociale, dalla creazione di orti comunitari alla riqualificazione di spazi esterni per associazioni che assistono persone con disabilità, minori, donne vittime di violenza e anziani. Tra i tanti progetti realizzati, spiccano iniziative come ‘Una casa per l’autonomia’ con l’associazione Il Balzo a Milano, per favorire l’inclusione abitativa di persone migranti e rifugiate; la riqualificazione degli spazi della casa di accoglienza per donne e minori vittime di violenza, ospitata all’interno della Masseria Ferraioli di Afragola (NA); l’intervento di manutenzione e miglioramento degli spazi abitativi di Progetto Tenda s.c.s., a Torino, destinati a persone in condizione di fragilità abitativa. 

“Siamo orgogliosi di celebrare un’altra importante edizione del Bricolage del Cuore, un progetto che incarna la nostra missione più profonda, quella di garantire a chiunque il diritto a una casa ideale, generando un impatto positivo sulle comunità in cui operiamo,” ha dichiarato Barbara Casartelli, Leader Impatto Positivo di Leroy Merlin Italia. “Vedere i nostri collaboratori e le nostre collaboratrici, clienti e partner lavorare fianco a fianco con le associazioni del territorio è la dimostrazione più concreta di come, insieme, possiamo fare la nostra parte. Ogni pennellata, ogni vite stretta, ogni giardino rinnovato non è solo un intervento materiale, ma un gesto di cura che restituisce dignità, bellezza e speranza. Il Bricolage del Cuore è il passaggio dal ‘fai da te’ al ‘fai da noi’, un modello di collaborazione che continueremo a sostenere con convinzione per contrastare la povertà abitativa e promuovere l’inclusione sociale”. Dal suo lancio, nel 2014, il progetto Bricolage del Cuore ha permesso di realizzare oltre 650 interventi in tutta Italia, coinvolgendo altrettante realtà associativi per un totale di oltre 7500 volontari, a testimonianza di un impegno solido e continuativo a fianco delle comunità. 

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