Petrolio, l’OPEC frena la produzione più del previsto: cosa significa per i prezzi e perché tutti ora guardano a Israele e Iran

I cinque paesi OPEC che hanno aderito ai tagli volontari nell’ambito dell’accordo OPEC+ – Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Algeria – avrebbero dovuto incrementare la loro produzione combinata di 310.000 bpd a maggio, come parte di un graduale allentamento dei tagli. Tuttavia, il rapporto OPEC evidenzia che l’aumento effettivo è stato molto inferiore a questa cifra.

  • Arabia Saudita, leader dell’OPEC e maggiore produttore, ha aumentato la produzione di 177.000 bpd, raggiungendo 9,183 milioni di bpd, un valore vicino all’obiettivo di 9,2 milioni di bpd stabilito per maggio.
  • Iraq, invece, ha ridotto la produzione di 50.000 bpd, scendendo a 3,93 milioni di bpd, rispetto a un target di 4,049 milioni di bpd. Questo taglio riflette gli sforzi di Baghdad per compensare la sovrapproduzione passata, un problema che accomuna l’Iraq ad altri membri come Kazakistan e Russia (quest’ultima non appartenente all’OPEC ma parte dell’OPEC+).

Pozzi petroliferi negli Emirati

Produzione OPEC+ totale e il caso Kazakistan

La produzione complessiva dell’OPEC+ a maggio 2025 ha raggiunto una media di 41,23 milioni di bpd, con un incremento di 180.000 bpd rispetto ad aprile. Gli otto produttori coinvolti nei tagli hanno aumentato la produzione di 154.000 bpd, ben al di sotto dell’obiettivo di 411.000 bpd, a causa delle compensazioni per la sovrapproduzione precedente.

Tra i membri più “ribelli”, il Kazakistan si distingue: a maggio ha prodotto 1,803 milioni di bpd, solo 21.000 bpd in meno rispetto ad aprile, ma ben 300.000 bpd sopra la sua quota di 1,486 milioni di bpd. Questo scostamento evidenzia la difficoltà di alcuni paesi di rispettare gli impegni presi nell’accordo OPEC+.

Obiettivi estivi e compensazioni

Uno degli obiettivi principali dell’aumento delle quote OPEC+ per l’estate 2025 è “fornire ai paesi partecipanti l’opportunità di accelerare le compensazioni” per la sovrapproduzione passata, come sottolineato più volte dall’OPEC. L’organizzazione ha pianificato tre incrementi consecutivi di 411.000 bpd nei prossimi mesi, ma il ritmo più lento del previsto a maggio potrebbe attenuare i timori di un eccesso di offerta sul mercato.

Mercato petrolifero e tensioni geopolitiche

Nonostante l’aumento della produzione sia stato inferiore alle attese, il mercato petrolifero sembra ora concentrarsi quasi esclusivamente sui rischi di interruzioni dell’offerta in Medio Oriente, a causa dell’escalation del conflitto tra Israele e Iran. Queste tensioni geopolitiche potrebbero avere un impatto significativo sui prezzi del greggio, rendendo il monitoraggio della produzione OPEC+ ancora più cruciale.

Prospettive per l’economia globale

L’andamento della produzione OPEC+ e le dinamiche geopolitiche continueranno a influenzare i mercati energetici nei prossimi mesi. L’attuale conflitto fra Iran e Israele influenzerà la capacità di Teheran di far fronte alle proprie quote produttive, ad esempio, anche senza attacchi diretti alle strutture produttive iraniane. Del resto un allargamento del conflitto, magari anche a strutture produttive petrolifero di altri paesi, potrebbe far calare l’output anche di altri paesi del cartello petrolifero. 

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Guerra Iran-Israele: Dominanza o Azzardo? Cosa Accadrà Dopo i Missili

Una notte di fuoco ha squarciato i cieli del Medio Oriente. Tra le tre e le sei ondate di missili e droni, secondo le prime frammentarie notizie, sono state lanciate dal territorio iraniano verso Israele, in una rappresaglia senza precedenti che segna un punto di non ritorno nel conflitto ombra tra le due potenze.

La risposta di Gerusalemme non si è fatta attendere: raid aerei mirati hanno colpito installazioni strategiche in Iran, dimostrando una capacità di penetrazione. La guerra aperta, a lungo temuta, è ora una realtà tangibile. Ma cosa succederà adesso? Per capirlo, è necessario analizzare il concetto chiave che governa questa crisi: la “Escalation Dominance”, ovvero la capacità di una delle due parti di alzare il livello dello scontro a un punto che l’avversario non può sostenere o contrattaccare efficacemente. E in questo momento, tutti gli indicatori puntano verso Israele.

La Supremazia Militare e di Intelligence di Israele

Israele ha raggiunto una posizione di dominio nell’escalation attraverso anni di preparazione meticolosa, sia sul piano militare che diplomatico. I ripetuti attacchi condotti in territorio iraniano negli ultimi anni – assassinii mirati di scienziati nucleari e ufficiali, sabotaggi e bombardamenti – non erano solo colpi tattici, ma mosse strategiche per dimostrare una profonda penetrazione dei servizi di intelligence israeliani nell’apparato statale e militare di Teheran. Questa capacità ha permesso non solo di identificare con precisione gli obiettivi, ma anche di generare un clima di paranoia ai vertici del regime iraniano.  Ci sono notizie, e perfino immagini eccezionalmente diffuse da Israele, di gruppi legati al Mossad che hanno operato in territorio iraniano, identificando o colpendo obiettivi.

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Sul fronte militare, l’Iran si è dimostrato incapace di difendere il proprio spazio aereo. Le sue difese aeree, antiquate e inefficaci, sono state ulteriormente degradate dai raid israeliani del 2024, che hanno scientificamente “ripulito” i corridoi per operazioni future. Quella che stiamo vedendo potrebbe essere una classica strategia del “double tap”: un primo colpo per indebolire le difese e preparare il terreno, seguito da un secondo, più devastante, per capitalizzare la vulnerabilità creata.

Israele ha inoltre “de-rischiato” l’operazione sul piano diplomatico, assicurandosi il sostegno quasi incondizionato degli Stati Uniti e un appoggio significativo, seppur con qualche distinguo, dei principali governi europei, impegnatisi a difendere lo Stato ebraico da eventuali rappresaglie.

I Limiti di Israele e la Debolezza dell’Iran

Tuttavia, questa dominanza ha dei limiti precisi. Israele è un paese piccolo, con un’economia forte, ma non abbastanza grande da sostenere una guerra ad alta intensità per un periodo prolungato. Una campagna militare che si estenda oltre i dieci-quindici giorni metterebbe a durissima prova le sue risorse, la sua economia e la sua coesione sociale. Questo è il tallone d’Achille su cui l’Iran potrebbe teoricamente fare leva.

Ma le opzioni di Teheran sono drammaticamente limitate. I droni lanciati dall’Iran sono troppo lenti e percorrono distanze troppo lunghe per rappresentare una minaccia seria. I missili balistici, sebbene più veloci, sono notoriamente imprecisi e con un carico esplosivo troppo ridotto per infliggere danni strategici. L’Asse della Resistenza, la rete di alleati regionali faticosamente coltivata (Hezbollah in Libano, il regime di Assad in Siria, Hamas a Gaza), è stato in gran parte neutralizzato o è in una posizione troppo precaria per aprire nuovi fronti per conto di Teheran. Hebollah ha ufficialmente scelto di tirarsi fuori dal conflitto.

La debolezza iraniana è stata progressivamente smascherata. La mancata risposta efficace all’assassinio del generale Qasem Soleimani nel 2020 da parte degli USA ha rivelato l’incapacità o la riluttanza di Teheran a rischiare un’escalation. Da allora, l’Iran ha assistito quasi impotente alla neutralizzazione dei suoi proxy, trasformandosi, nonostante la retorica aggressiva, in quella che molti analisti definiscono una “tigre di carta”. La leadership iraniana, estremamente avversa al rischio e focalizzata sulla sopravvivenza del regime, è caduta nella trappola del “use it or lose it”: la sua cautela e la sua riluttanza a rischiare il conflitto hanno portato a una perdita costante di alleati, alla distruzione delle capacità difensive e a un restringimento delle opzioni politiche.

Lo Stretto di Hormuz: L’Ultima Carta è un Bluff?

Da tempo, l’arma finale brandita da Teheran è la minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia da cui transita una fetta cruciale del petrolio mondiale. Un blocco, anche temporaneo, farebbe schizzare i prezzi del greggio alle stelle, innescando una crisi economica globale. Ricordiamo che in quel braccio di mare transita dal 20% al 30% del petrolio mondiale.

I stretti strategici fra Mediterraneo e Medio Oriente , fra cui Hormuz

Tuttavia, anche questa minaccia appare oggi meno credibile. Data la “escalation dominance” dimostrata da Israele e USA, un tentativo di chiusura dello Stretto provocherebbe una risposta immediata. Gli Stati Uniti e i loro alleati organizzerebbero quasi certamente un sistema di convogli navali armati per scortare le petroliere. A quel punto, un attacco iraniano a un convoglio significherebbe una guerra diretta con gli Stati Uniti, lo scenario che la leadership di Teheran ha dimostrato di voler evitare a ogni costo. Senza contare che qusto inimicherebbe definitivamente paesic come il Kuwait e l’Iraq, che dipendono pesantemente dal transito nello Stretto,

La diplomazia si muove per disinnescare questa potenziale bomba. Gli avvertimenti preventivi al traffico marittimo e il parziale distanziamento degli USA dall’operazione israeliana creano una “finzione diplomatica” utile: offrono all’Iran uno spazio per una rappresaglia diretta contro Israele, evitando al contempo attacchi al traffico marittimo che trascinerebbero nel conflitto le potenze occidentali e locali. Le condanne dell’attacco israeliano da parte dell’Arabia Saudita vanno nella stessa direzione, un tentativo di isolare le proprie installazioni e le proprie esportazioni da eventuali ritorsioni.

In conclusione, ci troviamo di fronte a un equilibrio instabile. Israele detiene una chiara supremazia tattica e strategica nel breve termine, ma è vincolato dalla sua sostenibilità economica a lungo termine. L’Iran, messo all’angolo e con opzioni limitate, potrebbe essere tentato da una mossa disperata e ad alto rischio come il blocco di Hormuz, ma solo se i suoi leader dovessero percepire una minaccia esistenziale alla sopravvivenza stessa del regime. La dominanza israeliana è reale, ma cammina sul filo del rasoioe non può durare, senza un impegno diretto occidentale. Un errore di calcolo, un’eccessiva audacia da parte di Gerusalemme o un atto di disperazione da parte di Teheran potrebbero far precipitare l’intera regione nel caos.


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USA-Cina: accordo su terre rare e studenti, stop alle tensioni

L’11 giugno 2025, il presidente Donald Trump ha annunciato un accordo preliminare tra Stati Uniti e Cina, definito un “done deal” “affare concluso”, che promette di allentare le tensioni commerciali tra le due superpotenze. L’intesa, siglata a Londra dopo due giorni di negoziati, riguarda l’export di terre rare e magneti dalla Cina e l’accesso degli studenti cinesi alle università americane. In un contesto globale segnato da accuse reciproche di violazioni degli accordi di Ginevra, questo passo potrebbe rappresentare un punto di svolta per stabilizzare i rapporti economici. Ma quali sono i dettagli dell’accordo, e come si confronta con iniziative simili a livello globale?

Un Accordo per Superare la Guerra Commerciale

Secondo quanto dichiarato da Trump su Truth Social, l’accordo, soggetto all’approvazione finale sua e del presidente Xi Jinping, prevede che la Cina fornisca “magneti completi e tutte le terre rare necessarie” agli Stati Uniti. In cambio, gli USA garantiranno quanto concordato, incluso l’accesso degli studenti cinesi alle università americane, un punto che Trump ha definito “sempre positivo”.

Inoltre, gli Stati Uniti applicheranno tariffe del 55% sulle importazioni cinesi, mentre la Cina imporrà dazi del 10% sui prodotti americani, un compromesso rispetto alle tariffe più alte precedentemente in vigore.

Le trattative di Londra, guidate dal vicepremier cinese He Lifeng e dai rappresentanti americani Howard Lutnick, Scott Bessent e Jamieson Greer, hanno prodotto un “quadro” per l’accordo, che sarà sottoposto ai leader per la revisione finale. L’obiettivo è rilanciare l’intesa di Ginevra, siglata il mese scorso, che prevedeva una tregua di 90 giorni nella guerra commerciale. In quell’occasione, le tariffe USA sui beni cinesi erano state ridotte dal 145% al 30%, mentre quelle cinesi sugli importi USA erano scese dal 125% al 10%. Secondo gli analisti, l’attuale tasso effettivo delle tariffe USA si aggira intorno al 50%, un aumento rispetto al 20% pre-Trump.

Il portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha confermato che l’amministrazione Trump sta rispettando gli impegni di Ginevra, aggiungendo che la Cina ha accettato di aprire i suoi mercati agli USA “indipendentemente da questo accordo”. Tuttavia, i dettagli su altre concessioni americane, oltre ai visti per studenti, rimangono vaghi. Su Yue, economista della Economist Intelligence Unit, ha suggerito che la Cina potrebbe aver ottenuto vantaggi significativi, nonostante Trump presenti l’accordo come una vittoria americana. “La Cina non avrebbe accettato senza concessioni rilevanti”, ha dichiarato Su, ipotizzando che l’ambiguità di Trump possa servire a rassicurare l’elettorato interno.

Il Contesto: Terre Rare e Tensioni Geopolitiche

Le terre rare, essenziali per tecnologie come batterie, magneti per turbine eoliche e armamenti, sono un settore dominato dalla Cina, che controlla circa l’80% della fornitura globale. Le recenti restrizioni cinesi all’export, attraverso licenze più rigide, hanno scosso i mercati globali, spingendo gli USA a cercare un accordo per garantire l’accesso a questi materiali critici. D’altro canto, le restrizioni americane sui semiconduttori e le politiche più severe sui visti per studenti cinesi, specialmente quelli legati al Partito Comunista Cinese o attivi in settori strategici, avevano alimentato le tensioni.

L’accordo arriva dopo un colloquio telefonico tra Xi e Trump, che ha ristabilito un tono più costruttivo. La Cina, attraverso l’agenzia Xinhua, ha descritto i colloqui di Londra come “candidi e approfonditi”, con progressi nel risolvere le divergenze economiche. He Lifeng ha sottolineato che la Cina “non vuole una guerra commerciale, ma non la teme”, ribadendo la necessità di un dialogo paritario e di una cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti.


Implicazioni per l’Italia e l’Europa

Per l’Italia e l’Europa, l’accordo USA-Cina potrebbe stabilizzare le catene di approvvigionamento di terre rare, cruciali per l’industria tecnologica e la transizione energetica. La dipendenza dalla Cina per questi materiali rimane una vulnerabilità strategica. L’Europa sta cercando alternative, come il riciclo delle terre rare e lo sviluppo di miniere in Scandinavia e Australia, ma queste soluzioni richiederanno anni. Nel frattempo, l’accordo potrebbe ridurre la volatilità dei prezzi, a beneficio delle imprese europee.

Nella situazione attuale la prosecuzione delle forniture è anche la maggiore garanzia per la continuazione delle forniture cinesi: un blocco serio delle terre rare avrebbe accelerato la ricerca di fonti di rifornimento alternative, interrompendo più rapidamente il monopolio cinese.


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Economia Cinese: deflazione e rallentamento delle esportazioni segnalano problemi strutturali

L’economia cinese mostra segnali di affanno, con dati recenti che evidenziano una combinazione preoccupante di deflazione persistente e un rallentamento delle esportazioni.

Secondo le ultime rilevazioni, l’indice dei prezzi al consumo (CPI) cinese è sceso dello 0,1% su base annua a maggio 2025, segnando il quarto mese consecutivo di deflazione. Questo risultato, in linea con i due mesi precedenti e leggermente migliore delle attese (-0,2%), riflette una domanda interna debole, rischi commerciali con gli Stati Uniti e crescenti incertezze occupazionali.

Parallelamente, le esportazioni, pur crescendo del 4,8% a 316,1 miliardi di dollari a maggio, hanno registrato il ritmo più lento degli ultimi tre mesi, mancando le previsioni di un +5,0% e rallentando rispetto all’8,1% di aprile. Questi dati, combinati, dipingono un quadro di un’economia alle prese con un surplus produttivo che fatica a trovare sbocchi, sia interni che esterni.

Deflazione: un segnale di stagnazione interna

La deflazione dei prezzi al consumo, che si protrae ormai da mesi, è un indicatore critico della fragilità del mercato interno cinese. I prezzi non alimentari sono rimasti invariati per il secondo mese consecutivo, con incrementi minimi in settori come abitazioni (+0,1%), abbigliamento (+1,5%), sanità (+0,3%) ed educazione (+0,9%) neutralizzati da un calo marcato nei trasporti (-4,3%).

Sul versante alimentare, i prezzi sono scesi dello 0,4%, un peggioramento rispetto al -0,2% di aprile, segnando il quarto mese di ribassi.

L’inflazione core, che esclude le componenti volatili di cibo ed energia, è salita dello 0,6%, il livello più alto da gennaio, ma resta un dato modesto che non compensa la tendenza deflazionistica generale.

Ecco il relativo grafico:

Su base mensile, il CPI è sceso dello 0,2%, invertendo il timido +0,1% di aprile e registrando la terza contrazione del 2025. Questa dinamica evidenzia un’economia in cui la domanda interna non riesce a sostenere nemmeno un minimo livello di inflazione, un segnale di stagnazione che preoccupa gli analisti.

Esportazioni in frenata: l’impatto dei dazi e delle tensioni globali

Sul fronte commerciale, le esportazioni cinesi, pur in crescita, mostrano segnali di rallentamento.

L’aumento del 4,8% a maggio è il più contenuto degli ultimi tre mesi, con un crollo del 34,5% delle spedizioni verso gli Stati Uniti, il peggiore in oltre cinque anni, dovuto ai dazi dell’era Trump e alle incertezze nelle trattative commerciali con Washington.

Sebbene le esportazioni verso Giappone (+6,2%), Taiwan (+7,5%), Australia (+12,6%), UE (+12,0%) e paesi ASEAN (+14,8%) siano cresciute, il calo verso la Corea del Sud (-1,2%) e la dipendenza dai mercati alternativi non compensano pienamente il colpo subito sul mercato statunitense.

Unico dato positivo è l’export di terre rare, salito del 23% su base mensile, raggiungendo il picco dell’ultimo anno. Tuttavia, il surplus produttivo cinese fatica a trovare sbocchi, con la domanda globale sotto pressione e le tensioni geopolitiche che limitano l’accesso ai mercati chiave. Ecco il relativo grafico:


Prospettive incerte e negoziati cruciali

I dati dei primi cinque mesi del 2025 mostrano un aumento delle esportazioni del 6,1% rispetto al 2024, per un totale di 1,48 trilioni di dollari, ma il rallentamento di maggio suggerisce che la crescita non è sostenibile senza un rilancio della domanda interna o una distensione commerciale.

I negoziati tra Stati Uniti e Cina, previsti a Londra, potrebbero offrire un barlume di speranza, specialmente per quanto riguarda il dominio cinese sulle terre rare. Tuttavia, senza interventi significativi per stimolare il consumo interno e mitigare le tensioni esterne, l’economia cinese rischia di rimanere intrappolata in una spirale di deflazione e crescita debole.


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Renault valuta la produzione di droni in Ucraina: una svolta strategica dalle auto alle armi

Secondo quanto riportato da Franceinfo domenica 8 giugno, la casa automobilistica francese Renault potrebbe produrre droni in Ucraina. Un passaggio strategico, nel momento in cui il mercato delle auto è in crisi.

Il gruppo, che impiega 120.000 persone in tutto il mondo, sta attualmente valutando la possibilità di collaborare con una PMI francese specializzata nel settore della difesa. Le linee di produzione sarebbero quindi installate a poche decine o addirittura a poche centinaia di chilometri dal fronte.

Tuttavia, pur confermando di essere stata contattata dalle autorità francesi, l’azienda precisa in un comunicato che “non è stata presa alcuna decisione in questa fase”. Quindi è possibile che si tratti solo di una soluzione allo studio, e, comunque, le informazioni sarebbero mantenute ovviamente riservate, anche per non far esplodere la fabbrica prima della sua apertura.

Drone quadricottero ucraino

Una partnership strategica

Questo progetto segna una svolta strategica, a più di tre anni dall’inizio della guerra in Ucraina e in un momento in cui l’Europa si sta riarmando e sta aumentando gli investimenti nella sua industria della difesa.

“Si tratta di una partnership assolutamente inedita: un grande gruppo automobilistico francese si unirà a una PMI del settore della difesa per installare capacità produttive in Ucraina, al fine di fabbricare droni”, ha annunciato il ministro della Difesa, Sébastien Lecornu, su LCI venerdì 6 giugno, parlando di una collaborazione “vantaggiosa per entrambe le parti” per la Francia e l’Ucraina.

Il ministro ha precisato che non sarà necessaria alcuna manodopera francese sul posto. «Gli ucraini sono più bravi di noi a progettare droni e, soprattutto, a sviluppare la dottrina che li accompagna», ha sottolineato.

L’esercito ucraino prevede di utilizzare oltre quattro milioni di droni nel 2025. Questi velivoli, sofisticati e incredibilmente efficaci, saranno in gran parte fabbricati direttamente sul suolo ucraino. Una parte di questa produzione potrebbe anche andare a beneficio dell’esercito francese, che sta cercando di colmare il proprio ritardo in questo settore.

L’apport di renault sarà di nowledge industriale e di capitali, e potrà essere utile anche in patria.


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Apocalisse Quantistica: l’allarme degli esperti che minaccia conti in banca e Bitcoin, ma la soluzione esiste già.

Keith Martin, professore presso l’Information Security Group, Royal Holloway University of London, lancia un allarme per mettere in guardia dai pericoli enormi, e non considerati, legati al repido sviluppo dei computer quantistici.

Recenti notizie hanno riportato che i computer quantistici potrebbero decifrare i codici crittografici con una facilità 20 volte superiore rispetto alle stime precedenti, minacciando la sicurezza di wifi, transazioni bancarie e criptovalute come il Bitcoin. Ma è davvero imminente un’apocalisse crittografica?

Secondo un recente studio, la decifrazione dell’algoritmo RSA – uno dei pilastri della crittografia moderna, utilizzato in innumerevoli applicazioni – potrebbe richiedere “solo” un computer quantistico con 1 milione di qubit, rispetto ai 20 milioni stimati in precedenza. Questo progresso teorico alimenta il dibattito: i computer quantistici rappresentano una minaccia reale per la nostra sicurezza digitale?

I limiti attuali dei computer quantistici

Oggi i computer quantistici esistono, ma le loro capacità sono estremamente limitate. Non esiste un unico modello di computer quantistico: diversi approcci sono in fase di sviluppo, ma tutti affrontano enormi ostacoli tecnologici. I computer quantistici più avanzati dispongono di poco più di 1.000 qubit, ancora molto instabili e soggetti a errori. Nonostante ingenti investimenti, non è chiaro quando – o se – saranno in grado di decifrare i codici crittografici su larga scala.

L’impatto sulla crittografia

Non tutta la crittografia è ugualmente vulnerabile. La crittografia simmetrica, che protegge la maggior parte dei nostri dati (come quelli trasmessi su reti sicure), può essere facilmente rinforzata contro i computer quantistici. Più a rischio è la crittografia a chiave pubblica, utilizzata per connessioni sicure online (ad esempio per lo shopping online o la messaggistica) e basata su algoritmi come RSA o Diffie-Hellman a curva ellittica. Anche le firme digitali, come quelle usate nelle transazioni Bitcoin, potrebbero essere compromesse.

Tuttavia, gli attacchi teorici che potrebbero sfruttare i computer quantistici per rompere questi sistemi sono ancora ipotetici e richiederebbero macchine molto più potenti di quelle attuali. Inoltre, non è chiaro quando tali macchine saranno disponibili: le stime variano da 10-20 anni a un futuro indefinito, con alcuni esperti che dubitano addirittura della loro realizzabilità.

Un approccio prudente

Dal punto di vista della sicurezza, è saggio adottare una mentalità orientata al “peggio scenario possibile”. Anche se un computer quantistico cryptographically relevant (capace di decifrare codici) fosse disponibile tra 20 anni, alcuni dati protetti oggi potrebbero dover rimanere sicuri per decenni. Inoltre, aggiornare i sistemi crittografici, specialmente in reti complesse come quelle finanziarie, richiede tempo. Per questo, agire ora è essenziale, per evitare danni in futuro.

Le soluzioni già allo studio

Fortunatamente, il lavoro per contrastare questa minaccia è già iniziato. Nel 2016, il National Institute for Standards and Technology (NIST) degli Stati Uniti ha lanciato una competizione internazionale per sviluppare nuovi strumenti crittografici post-quantistici, ritenuti resistenti ai computer quantistici.

Nel 2024, il NIST ha pubblicato i primi standard, che includono meccanismi di scambio di chiavi e firme digitali post-quantistici. Per prepararsi, i sistemi digitali dovranno sostituire la crittografia a chiave pubblica con questi nuovi standard e assicurarsi che le chiavi simmetriche siano sufficientemente lunghe. Molti sistemi attuali sono già compatibili con chiavi più robuste.

Quindi non c’è motivo di allarmarsi. Il National Cyber Security Centre (NCSC) del Regno Unito ha suggerito una tabella di marcia per le organizzazioni, soprattutto quelle che gestiscono infrastrutture critiche. Entro il 2028, si dovrebbe completare un inventario crittografico e definire un piano di migrazione post-quantistica, con l’aggiornamento dei sistemi da completare entro il 2035. Questo arco temporale decennale indica che gli esperti non prevedono un’apocalisse crittografica imminente.

Per il pubblico, l’adeguamento sarà graduale. Browser web, wifi, smartphone e app di messaggistica verranno aggiornati nel tempo con misure di sicurezza post-quantistiche, tramite aggiornamenti software o sostituzione dei dispositivi. È importante, come sempre, installare gli aggiornamenti di sicurezza, e questo sarà un processo lungo, ma relativamente semplice, se programmato con adeguto anticipo.

Quindi calma di fronte ai titoli sensazionalistici: il computer quantistico in grado di violare i codici più diffusi è ancora di là da venire, ma prima o poi arriverà, e , a quel punto, sarà meglio essere pronti.


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Lagarde lascia la BCE per il WEF? Inflazione KO, ma la sua guida “Politica” (e le Gaffe) pesano. L’Eurozona spera in un “Tecnico”.

Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea (BCE), si trova a un bivio. Mentre si prepara a presentare le ultime decisioni di politica monetaria giovedì, il suo futuro è sotto i riflettori.

Con l’inflazione nell’Eurozona scesa a 1,9% a maggio, sotto l’obiettivo del 2% per la prima volta in otto mesi, Lagarde può vantare di aver quasi domato la bestia inflazionistica, anche se la crescita nella UE latita.

Nonostante questo mezzo successo,  il suo ruolo è messo in discussione: il World Economic Forum (WEF) la corteggia per succedere a Klaus Schwab, nonostante il suo mandato a Francoforte scada tra due anni e mezzo.

Lagarde, avvocato di formazione senza esperienza bancaria diretta, è stata una figura più politica che tecnica alla guida della BCE. Nominata nel 2019 dopo aver lasciato anticipatamente la direzione del Fondo Monetario Internazionale, il suo approccio si è spesso concentrato su questioni di comunicazione e strategia politica, piuttosto che su una gestione tecnica della politica monetaria, e ha compiuto il suo buon numero di gaffe. Questo ha sollevato critiche: la sua mancanza di background bancario ha talvolta pesato sulla percezione della sua leadership, soprattutto in un contesto economico complesso.

Secondo il Financial Times, il WEF vede in Lagarde la candidata ideale per succedere a Schwab, che ha lasciato la presidenza ad aprile dopo accuse di irregolarità finanziarie, da lui negate. Fonti riportano che Lagarde avrebbe discusso la possibilità di accorciare il suo mandato BCE, anche se la Banca ha ribadito il suo impegno a completare il termine. La presidente non ha smentito categoricamente le voci, alimentando speculazioni su un possibile addio anticipato.

Questo momento sembra propizio per un’eventuale uscita. Con l’inflazione sotto controllo e una revisione strategica della BCE in arrivo, Lagarde potrebbe lasciare il terreno pronto per il suo successore. Inoltre, la relativa stabilità politica nell’Eurozona – nonostante il recente collasso della coalizione olandese – offre un contesto favorevole per una transizione. Tuttavia, il 2027, ultimo anno del suo mandato, potrebbe essere più turbolento, con le elezioni presidenziali in Francia che potrebbero vedere l’ascesa del Rassemblement National.

La storia di Lagarde mostra una certa propensione a cambiare rotta, molto opportunistica: nel 2019 lasciò il FMI per la BCE, pur avendo negato interesse per il ruolo in un’intervista del 2018. Ora, il suo legame con il WEF – è membro del consiglio dal 2019 – la rende una candidata naturale per la successione a Schwab. Ma perché abbandonare uno dei ruoli più influenti nella finanza globale? La BCE richiede una guida stabile in un mondo scosso da incertezze, come le politiche protezionistiche di Donald Trump. Ci vuole un vero tecnico, non un politico, e quindi la Lagarde rischia di non essere più di moda. 

Joe Nellis, economista e professore a Cranfield University, ha lodato Lagarde per aver gettato le basi per la crescita economica e aver “messo a tacere” l’inflazione, almeno per ora. Tuttavia, la sua gestione è stata più politica che tecnica, con un’enfasi sulla comunicazione e sull’influenza globale piuttosto che su una profonda expertise monetaria. Questo la distingue da predecessori come Mario Draghi, il cui background tecnico era indiscusso e metteva a tacere anche gli oppositori più duri. 

Le domande sul suo futuro non sono nuove. Come accadde a Draghi, quando si speculò su un suo possibile ruolo come presidente italiano, Lagarde dovrà affrontare quesiti sulla sua permanenza. Anche se giovedì tenterà di spegnere le voci, le speculazioni persisteranno finché il WEF non nominerà un nuovo presidente. Intanto, l’Eurozona guarda con attenzione: magari il prossimo presidente tornerà a occuparsi di crescita e inflazione, e meno di questioni climatiche che, francamente, non competono alle 


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Russia: entra in servizio il Knyaz Pozharsky, nuovo super-sottomarino nucleare per l’Artico. La risposta di Mosca alla pressione NATO?

Nonostante l’attacco ucraino ai bombardieri nucleari russi, la capacità di dissuasione strategica di Mosca resta una forza devastante, in grado di annientare il mondo più volte. La Russia rafforza il suo arsenale con il Knyaz Pozharsky, sottomarino nucleare lanciamissili balistici della classe Borei-A, che entrerà in servizio nella Flotta del Nord a giugno 2025. Questo passo consolida la strategia di Mosca per dominare l’Artico, in un contesto di competizione geopolitica, rivalità per le risorse e crescente presenza NATO.
Varato il 3 febbraio 2024 presso il cantiere Sevmash, unico impianto russo per sottomarini nucleari, il Knyaz Pozharsky è il quinto della variante avanzata Borei-A. Progettato per sostituire i vecchi Delta e Typhoon, è dotato di tecnologie stealth, propulsione a getto d’acqua e fino a 16 missili balistici RSM-56 Bulava, ciascuno con 4-6 testate nucleari, garantendo una potente capacità di ritorsione. Alimentato da un reattore VM-5 da 190 megawatt, ad acqua pressurizzata, disloca 24.000 tonnellate in immersione, superando in dimensioni la classe Ohio statunitense, che dislocano solo 17.000 tonnellate. 

RSM-56

Vladimir Putin ha definito la Flotta del Nord la più potente della Russia, con 31 sottomarini che rappresentano il 40% della forza sottomarina nazionale.

Il Knyaz Pozharsky estenderà la portata strategica nell’Artico e nell’Atlantico settentrionale, in linea con la Dottrina Marittima 2022, che punta su difesa, estrazione di risorse, sviluppo della Rotta del Mare del Nord e competizione globale. Lo scioglimento dei ghiacci artici apre nuove rotte marittime e giacimenti energetici, trasformando la regione in un terreno militarizzato.

Mosca ha investito 8,4 trilioni di rubli (circa 100 miliardi di dollari) per l’espansione navale fino al 2035, con le classi Borei-A e Yasen-M al centro del programma. Negli ultimi cinque anni, 49 navi, tra cui quattro Borei-A e quattro Yasen-M, sono state commissionate. Il Perm, ultimo Yasen-M varato a marzo 2025, sarà equipaggiato con missili ipersonici Zircon e destinato alla Flotta del Pacifico entro il 2026. La competizione artica si intensifica con la Cina, che si autodefinisce “stato vicino all’Artico” e avanza iniziative economiche e scientifiche, suscitando preoccupazioni occidentali.

Knyaz Pozharsky nelle prove in mare

Nonostante l’attacco ucraino, la triade nucleare russa – missili balistici, bombardieri e sottomarini come il Knyaz Pozharsky – garantisce una potenza distruttiva senza pari. Un solo Borei-A può trasportare fino a 96 testate nucleari, ciascuna con una forza devastante. La Flotta del Nord assicura a Mosca una risposta schiacciante a qualsiasi minaccia, mantenendo l’equilibrio strategico globale.

La Russia esplora anche soluzioni innovative, come sottomarini nucleari per trasportare gas naturale liquefatto (GNL) nell’Artico, sostenuti da Gazprom e NOVATEK per eludere le sanzioni occidentali. Tuttavia, esperti come Aleksandr Nikitin dubitano della fattibilità del progetto.

La strategia navale al 2050, guidata dal nuovo Collegio Marittimo di Nikolai Patrushev, punta sull’Artico come fulcro delle operazioni, con il Knyaz Pozharsky simbolo della supremazia russa.

Mentre Stati Uniti, Canada, Norvegia e Danimarca intensificano esercitazioni NATO e investimenti in rompighiaccio, la Russia accelera la modernizzazione navale. L’Artico, con le sue risorse e rotte strategiche, si trasforma in un teatro di confronto globale. Il Knyaz Pozharsky rafforza la deterrenza nucleare di Mosca, segnalando che, nonostante le tensioni, la Russia rimane una potenza in grado di plasmare gli equilibri del XXI secolo.


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Manifattura USA in contrazione, PMI sotto il 50: terzo mese negativo, pesa l’incertezza dei dazi

Gli indici previsionali USA non segnano ancora bel tempo. Il PMI manifatturiero ISM negli Stati Uniti è sceso a 48,5 nel maggio 2025 da 48,7 in aprile, al di sotto delle aspettative di mercato pari a 49,5.

Il dato ha segnato il terzo mese consecutivo di contrazione nel settore manifatturiero e il calo più marcato dal novembre 2024, evidenziando la crescente incertezza economica e le pressioni sostenute sui costi, in parte determinate dalle politiche commerciali instabili dell’amministrazione Trump.

La produzione, i nuovi ordini, l’occupazione e gli ordini arretrati sono tutti diminuiti, ma a un ritmo più lento, mentre le nuove vendite all’esportazione hanno registrato un calo più marcato, evidente segno dell’effetto dei dazi reciproci.

Nel frattempo, l’indice delle scorte è sceso in territorio negativo dopo la precedente espansione dovuta agli acquisti anticipati in vista dell’introduzione dei dazi, anche questo un elemento prevedibile.

L’indice delle consegne dei fornitori ha segnalato ritardi continui, riflettendo le persistenti strozzature nella catena logistica, e anche questo sicuramente non ha aiutato allo sviluppo dell’ottimismo economico. . Sebbene la crescita dei prezzi determinata dai dazi abbia registrato un leggero rallentamento, è rimasta complessivamente elevata.

Ecco come si presenta quindi l’indice ISM negli USA:

Come sottolinea lo stesso ISM i prezzi, il cui aumento era atteso in aprile maggio, sono comunque aumentati, e chi ha anticipato ordini e acquisti a marzo-aprile per evitare i dazi, ormai ha esaurito gli acquisti. Alla fine questo rallentamento nell’indice dell’attività economica era atteso.

Ora starà a Trump renderlo solo un qualcosa di episodico e non veder seriamente colpita l’economia reale, anche se sono ormai diversi mesi di contrazione consecutiva.


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Sull’orlo del baratro”: 4.000 famiglie senza futuro. Colpa di un accordo che il Regno Unito non doveva firmare

Ben 4.000 posti di lavoro sono a rischio dopo che il proprietario del più grande impianto di bioetanolo della Gran Bretagna ha avvertito che potrebbe chiudere entro pochi giorni, pare anche a causa tariffaria tra Regno Unito e Stati Uniti.

ABF, proprietaria dell’impianto Vivergo Fuels nello Yorkshire, ha scritto agli agricoltori avvertendoli che intende sospendere gli acquisti di grano utilizzato nel processo di produzione, a meno che il governo non intervenga con urgenza.

L’impianto è in grado di produrre fino a 420 milioni di litri di bioetanolo da oltre 1 milione di tonnellate di grano da foraggio proveniente da migliaia di aziende agricole situate principalmente nello Yorkshire e nel Lincolnshire. L’impianto impiega oltre 160 lavoratori qualificati e la sua catena di approvvigionamento sostiene circa 4.000 posti di lavoro.

ABF ha affermato che il futuro dello stabilimento potrebbe diventare insostenibile a seguito dell’accordo commerciale tra Regno Unito e Stati Uniti che ha eliminato una tariffa del 19% sulle importazioni di etanolo, consentendo all’etanolo statunitense fortemente sovvenzionato di vendere a prezzi inferiori a quelli dei produttori britannici.

I dirigenti dei due maggiori impianti di bioetanolo del Regno Unito hanno scritto al Primo Ministro il 9 maggio, prima di incontrare il Segretario al Commercio e all’Industria Jonathan Reynolds il 14 maggio, il quale ha affermato che avrebbe agito “in pochi giorni, non in settimane”, ma le aziende sostengono che da allora non ci siano state “prove di urgenza” da parte del governo.

Ben Hackett, amministratore delegato di Vivergo Fuels, ha dichiarato: “Non è una posizione in cui avremmo mai voluto trovarci.

Biocarburante : Vivergo fuel

Abbiamo chiesto al governo di aumentare la domanda interna di bioetanolo attraverso una semplice modifica della normativa e di fornirci il sostegno a breve termine e a prezzi accessibili di cui abbiamo bisogno fino a quando tale domanda non si concretizzerà. Finora non è stato fatto nulla.

L’abolizione dei dazi sull’etanolo statunitense, insieme agli ostacoli normativi esistenti, ci ha impedito di competere in condizioni di parità. Di conseguenza, dovremo ridurre gli acquisti di grano per rispettare solo i nostri attuali impegni contrattuali… il tempo sta rapidamente scadendo”.

“Vantaggio di costo imbattibile”

Il mese scorso, l’amministratore delegato di ABF George Weston ha dichiarato a City AM che l’impianto è stato ostacolato dalla decisione del governo di conteggiare due volte i certificati di carburante rinnovabile per i produttori esteri, il che “conferisce loro un vantaggio di costo imbattibile”.

“Non crediamo che il governo fosse obbligato a farlo, ha scelto di farlo e con la sua azione ha messo questa azienda in una posizione impossibile“, ha affermato.

“Stiamo davvero facendo tutto il possibile per salvare lo stabilimento, non vogliamo metterlo in disuso o chiuderlo, ma potremmo essere costretti a farlo”.

I problemi dello stabilimento dello Yorkshire, insieme al calo generale dei prezzi dello zucchero, hanno contribuito a far registrare alla divisione zucchero di ABF una perdita di 122 milioni di sterline nei sei mesi fino a marzo, in calo rispetto all’utile di 121 milioni di sterline dell’anno precedente.

Un portavoce del governo ha dichiarato: “Abbiamo firmato un accordo con gli Stati Uniti nell’interesse nazionale per garantire migliaia di posti di lavoro in settori chiave.

“Stiamo ora lavorando a stretto contatto con l’industria per comprendere l’impatto dell’accordo commerciale tra Regno Unito e Stati Uniti sulle due aziende produttrici di bioetanolo del Regno Unito e siamo aperti a discutere le possibili opzioni di sostegno.

“Il ministro per gli Affari economici ha incontrato i rappresentanti del settore del bioetanolo e alti funzionari continuano a valutare le opzioni disponibili per sostenere le aziende colpite”. Intanto però senza un pronto intervento l’impianto chiuderà perché non competitivo con quelli negli USA.


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