UE e la sua “sostenibilità” stanno spingendo Exxon alla fuga dall’Europa? I danni economici sarebbero fortissimi

ExxonMobil sarà costretta a chiudere la propria attività in Europa se l’Unione Europea non alleggerirà in modo sostanziale le proprie normative sulla sostenibilità che impongono sanzioni alle aziende in caso di non conformità, ha dichiarato lunedì l’amministratore delegato Darren Woods a Reuters.

L’anno scorso, l’UE ha formalmente adottato la direttiva sulla due diligence in materia di sostenibilità delle imprese (CSDDD). Queste nuove norme a livello europeo introducono obblighi per le grandi aziende in merito agli impatti negativi delle loro attività sui diritti umani e sulla protezione dell’ambiente. La direttiva UE fa parte degli sforzi del blocco per allineare le aziende con cui commercia all’obiettivo di raggiungere lo zero netto entro il 2050.

La nuova normativa prevede inoltre che le aziende che risultano non conformi in materia di sostenibilità aziendale, compreso l’impatto ambientale, possano essere multate con il 5% del loro fatturato globale annuo.

ExxonMobil e altre società, tra cui QatarEnergy, l’azienda statale del secondo esportatore mondiale di GNL dopo gli Stati Uniti, si sono opposte alla direttiva UE e hanno criticato aspramente le nuove norme.

“Se non possiamo essere un’azienda di successo in Europa e, cosa ancora più importante, se iniziano a cercare di applicare la loro legislazione dannosa in tutto il mondo dove operiamo, diventa impossibile rimanere lì”, ha dichiarato Woods di Exxon in un’intervista a Reuters a margine della conferenza sull’energia ADIPEC ad Abu Dhabi.

Sotto la forte pressione delle aziende di tutto il mondo, il mese scorso il Parlamento europeo ha accettato di rivedere il regolamento.

Exxon, il Qatar e gli Stati Uniti vogliono cambiamenti profondi o il ritiro della politica.

Queste norme e la “crociata” dell’UE verso lo zero netto sono una minaccia per l’accordo commerciale tra Stati Uniti e UE, ha dichiarato a settembre il segretario all’Energia degli Stati Uniti Chris Wright al Financial Times. Attualmente la Von der Leyen le avrebbe sospese per gli USA.

Woods di Exxon ha affermato in una recente intervista a Bloomberg che la direttiva dell’UE è “la peggiore normativa che abbia mai visto da quando ricopro questa carica”. Francamente è difficile dargli torto, ma questo ha sfornato un Parlamento e una Commissione dominati dai socialisti.

Secondo il dirigente, gli sforzi dell’UE per rispondere alle pressioni delle lobby non stanno producendo risultati concreti.

“Semmai, sta confondendo le idee e, a mio avviso, aumentando ancora di più l’esposizione, perché ha ampliato il margine di interpretazione”, ha dichiarato oggi Woods a Reuters.

Ricordiamo che Exxonmobile ha già cancellato un investimento di 100 milioni nel settore del riciclo della plastica, proprio per le normative europee confuse e contradditorie.

Distributore della ExxonDistributore della Exxon

Distributore della Exxon

Domande e risposte

  • Cos’è esattamente la direttiva CSDDD che spaventa Exxon? È la “Direttiva sulla due diligence in materia di sostenibilità delle imprese”. In sintesi, obbliga le grandi aziende che operano in UE a monitorare e prevenire attivamente gli impatti negativi su ambiente e diritti umani lungo tutta la loro catena di fornitura globale. La vera minaccia, però, è la sanzione: la direttiva prevede multe fino al 5% del fatturato globale (non solo europeo) per chi non si adegua, un importo spropositato che le aziende vedono come un rischio ingestibile e un’ingerenza extraterritoriale.
  • Perché anche gli Stati Uniti sono contrari a questa norma europea? Gli Stati Uniti vedono la CSDDD non solo come un problema per le loro multinazionali (come Exxon), ma come una minaccia geopolitica ed economica. Il Segretario all’Energia USA l’ha definita una “crociata” che rischia di danneggiare l’accordo commerciale transatlantico. Applicando norme europee a catene di valore globali, l’UE sta di fatto cercando di imporre i propri standard al resto del mondo. Washington teme che questa mossa danneggi la competitività delle sue imprese e crei attriti commerciali non necessari tra alleati.
  • Le modifiche proposte dall’UE stanno risolvendo il problema? No, secondo il CEO di Exxon, Darren Woods, le stanno peggiorando. Nonostante le proteste abbiano spinto il Parlamento UE a rivedere il testo, Woods sostiene che i tentativi di mediazione stiano solo “confondendo le idee”. Invece di chiarire gli obblighi, le modifiche avrebbero “ampliato il margine di interpretazione”. Per un’azienda, l’incertezza normativa è spesso peggio di una regola severa ma chiara, perché aumenta l’esposizione a rischi legali e rende impossibile pianificare gli investimenti.
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ExxonMobile: il petrolio della Guyana e del Permiano spinge gli utili in alto

Exxon Mobil (ha superato le aspettative di Wall Street per il terzo trimestre, registrando un utile rettificato di 8,1 miliardi di dollari, pari a 1,88 dollari per azione, in aumento rispetto ai 7,1 miliardi di dollari del secondo trimestre, grazie alla produzione record della Guyana e del Bacino Permiano. Secondo i dati LSEG, gli analisti avevano previsto un utile di 1,82 dollari per azione.

La forza operativa del trimestre è stata raggiunta nonostante il calo dei prezzi del greggio, con una media di 68,17 dollari al barile di Brent, in calo del 13% su base annua. La produzione di petrolio e gas è salita a 4,8 milioni di boe/giorno dai 4,6 milioni del secondo trimestre, con una produzione record in entrambe le regioni chiave che ha contribuito a compensare la debolezza dei prezzi. Il flusso di cassa libero, tuttavia, è sceso a 6,3 miliardi di dollari dagli 11,3 miliardi di un anno fa, poiché Exxon ha speso di più per l’acquisizione di terreni nel Permiano.

Exxon-Mobile utili per azione da Tradingeconomics

Exxon ha aumentato il dividendo trimestrale del 4% a 1,03 dollari per azione e ha confermato che è sulla buona strada per completare 20 miliardi di dollari di riacquisti di azioni quest’anno, dopo aver restituito 9,3 miliardi di dollari agli azionisti nell’ultimo trimestre. La società ha registrato 510 milioni di dollari di costi di ristrutturazione, ma ha affermato che la spesa in conto capitale per l’intero anno sarà leggermente inferiore alla previsione di 27-29 miliardi di dollari.

Gli utili a monte hanno raggiunto i 5,7 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 5,4 miliardi del secondo trimestre. La raffinazione ha contribuito con 1,8 miliardi di dollari. Il CEO Darren Woods ha dichiarato agli investitori che la società continua a concentrarsi sugli investimenti a lungo termine nonostante la debolezza del mercato a breve termine. “Il settore deve aumentare la produzione solo per mantenere la posizione”, ha affermato, sottolineando l’intenzione di Exxon di continuare ad espandere la capacità produttiva in previsione di una domanda futura più forte.

Woods ha anche rivelato che Exxon sta “procedendo” alla revoca della forza maggiore sul suo progetto Rovuma LNG da 30 miliardi di dollari in Mozambico, grazie al miglioramento delle condizioni di sicurezza. La mossa segue la decisione di TotalEnergies di riavviare il suo progetto vicino, aprendo potenzialmente la strada al Mozambico per diventare uno dei primi 10 produttori mondiali di gas entro il 2040.

I risultati del terzo trimestre evidenziano un’azienda in equilibrio tra espansione e disciplina: finanziando la crescita in Guyana, nel Permiano e nel GNL, mantenendo al contempo il capitale limitato e gli azionisti pagati. Dopo un anno di prezzi volatili, il messaggio di Exxon è chiaro: il lungo termine è ancora importante.

Distributore della ExxonDistributore della Exxon

Distributore della Exxon

Domande e risposte

Come ha fatto Exxon ad aumentare gli utili se il prezzo del petrolio è sceso?

Il calo del prezzo del greggio (-13% annuo) è stato più che compensato da un significativo aumento dei volumi di produzione. Exxon ha raggiunto livelli record di estrazione nelle sue aree chiave, la Guyana e il Bacino Permiano, portando la produzione totale a 4,8 milioni di barili equivalenti al giorno. In breve: ha venduto molto più petrolio e gas, anche se a un prezzo unitario inferiore rispetto all’anno precedente, riuscendo così a battere le aspettative degli analisti.

Perché il flusso di cassa libero è diminuito se gli utili sono aumentati?

L’utile è una misura contabile, mentre il flusso di cassa (cash flow) misura il denaro contante reale. Sebbene gli utili siano saliti, il flusso di cassa libero è crollato da 11,3 a 6,3 miliardi di dollari. Exxon ha spiegato che ciò è dovuto principalmente a maggiori spese per investimenti (“capital expenditure”), in particolare per l’acquisizione strategica di nuovi terreni nel Bacino Permiano. L’azienda sta quindi reinvestendo più denaro per la crescita futura.

Qual è la strategia a lungo termine di Exxon, oltre a Guyana e Permiano?

Oltre a massimizzare la produzione nelle aree già avviate, il CEO Darren Woods punta forte sul Gas Naturale Liquefatto (GNL). L’azienda sta infatti procedendo per rimuovere la “forza maggiore” sul gigantesco progetto Rovuma LNG da 30 miliardi di dollari in Mozambico, grazie al miglioramento delle condizioni di sicurezza. Questa mossa, simile a quella di TotalEnergies, punta a trasformare il Mozambico in uno dei primi 10 produttori mondiali di gas entro il 2040.

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Campari: holding nel mirino, maxi-sequestro da 1,3 miliardi per la “Exit Tax”

Un fulmine a ciel sereno scuote il mondo della finanza italiana. La Procura di Monza ha ordinato un imponente sequestro di azioni per un valore di circa 1,3 miliardi di euro (1,5 miliardi di dollari) dalla holding che controlla il noto produttore di bevande Davide Campari-Milano NV. La notizia è stata riportata da Bloomberg.

Il provvedimento, eseguito dalla Guardia di Finanza, è il risultato di un’indagine per presunta frode fiscale. Al centro del contendere c’è il presunto mancato pagamento della cosiddetta “exit tax”.

Ma facciamo un passo indietro. L’indagine non tocca direttamente Campari, il celebre marchio dell’Aperol e del Wild Turkey, che ha sede a Milano ed è quotata in Italia. Nel mirino c’è la sua controllante, Lagfin SCA, una holding con sede in Lussemburgo e controllata dalla famiglia Garavoglia, che detiene il 51% delle azioni di Campari.

La riorganizzazione fiscale

Il cuore dell’indagine riguarda una complessa operazione societaria. Secondo l’accusa, la holding lussemborghese Lagfin avrebbe omesso di pagare l’imposta dovuta (l’”exit tax”, appunto) su circa 5,3 miliardi di euro di plusvalenze.

Queste plusvalenze sarebbero state generate quando Lagfin ha assorbito una sua controllata italiana, che deteneva fisicamente il pacchetto di controllo di Campari. Secondo i magistrati, questa riorganizzazione avrebbe di fatto spostato la gestione e la base imponibile del gruppo all’estero, facendo scattare l’obbligo fiscale ora contestato.

L’operazione, in sintesi, può essere così schematizzata:

  • Soggetto indagato: Lagfin SCA (holding lussemburghese).
  • Contestazione: Presunto mancato pagamento “exit tax”.
  • Origine: Fusione con una controllata italiana che deteneva le azioni Campari.
  • Plusvalenza contestata: ~5,3 miliardi di euro.
  • Valore sequestro: ~1,3 miliardi di euro (pari all’imposta presunta).

Questo caso si inserisce in uno sforzo più ampio, sia italiano che europeo, volto a intensificare i controlli sulle grandi aziende che utilizzano riorganizzazioni e fusioni transfrontaliere, spesso verso giurisdizioni fiscalmente più “amichevoli”, pur mantenendo operazioni sostanziali nel paese d’origine. Ormai è noto che Lussemburgo e Paesi Bassi, con una legislazione fiscale favorevole per le grandi holding, sono al centro di queste grandi operazioni di elusione fiscale.

La Procura di Monza ha precisato che il sequestro ha lo scopo di mettere in sicurezza il valore del presunto credito fiscale mentre l’indagine prosegue. Come da prassi, l’ufficio ha sottolineato che tutti i soggetti coinvolti sono da considerarsi innocenti fino a una sentenza definitiva. Un portavoce di Campari, nel frattempo, ha preferito non commentare la vicenda.

Domande e risposte

  • La Campari è indagata o rischia qualcosa? No. Il testo dell’indagine è chiaro: Campari stessa non è sotto indagine. L’inchiesta riguarda Lagfin SCA, la holding lussemburghese controllata dalla famiglia Garavoglia, che detiene la maggioranza (51%) di Campari. L’impatto sul produttore di Aperol è indiretto e riguarda la sua struttura proprietaria, non la sua gestione operativa o finanziaria.
  • Cosa si intende esattamente per “Exit Tax”? La “exit tax” (tassa sull’uscita) è un’imposta applicata sulle plusvalenze latenti (cioè guadagni non ancora realizzati) nel momento in cui un’azienda o un contribuente trasferisce la propria residenza fiscale o i propri beni all’estero. In questo caso, l’accusa sostiene che lo spostamento della “base imponibile” e della gestione dall’Italia al Lussemburgo, tramite la fusione, abbia generato plusvalenze per 5,3 miliardi che avrebbero dovuto essere tassate in Italia.
  • Cosa succede ora dopo il sequestro? Il sequestro di 1,3 miliardi di euro è una misura cautelare, serve a “congelare” un valore pari all’imposta che la Procura ritiene evasa. L’indagine ora proseguirà. La holding Lagfin avrà modo di difendersi e presentare le proprie ragioni. Come sottolineato dalla stessa Procura, tutti i soggetti coinvolti sono presunti innocenti fino a una sentenza definitiva, e la strada processuale è ancora lunga.
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MXeni: i materiali 2D che promettono di rivoluzionare energia e chimica sostenibile

La ricerca di tecnologie più pulite e sostenibili passa, quasi inevitabilmente, per la scienza dei materiali. Ultimamente, i riflettori sono puntati sugli MXeni, una classe emergente di composti bidimensionali (2D) che potrebbero trasformare i sistemi energetici rinnovabili e, non da ultimo, la produzione di composti chimici essenziali.

Tra questi spicca l’ammoniaca, ingrediente chiave per i fertilizzanti agricoli. Gli MXeni, infatti, possono agire da catalizzatori, convertendo elementi presenti nell’aria (come l’azoto) in ammoniaca, attraverso processi che promettono maggiore efficienza energetica e sostenibilità.

Il grande vantaggio di questi materiali? La loro straordinaria adattabilità. La composizione chimica degli MXeni può essere finemente regolata, quasi “sintonizzata” su misura, permettendo agli scienziati di controllarne con precisione le proprietà strutturali e funzionali per diverse applicazioni.  Sul Journal of Chemical Society è stato pubblicato un interessante articolo scientifico che illustra questri straordinari prodotti bidimensionali.

Una nuova comprensione della catalisi

La ricerca, pubblicata sull’prestigioso Journal of the American Chemical Society, è stata condotta da un team di professori di ingegneria chimica, tra cui i dottori Abdoulaye Djire e Perla Balbuena, insieme al candidato PhD Ray Yoo.

Il team di Djire sta, di fatto, mettendo in discussione una convinzione radicata nella scienza dei materiali: l’idea che le prestazioni di un materiale basato su un metallo di transizione dipendano esclusivamente dal metallo specifico utilizzato. I ricercatori, invece, puntano a dimostrare quanto siano cruciali i diversi fattori strutturali.

“Miriamo ad espandere la nostra comprensione di come i materiali funzionino da catalizzatori in condizioni elettrocatalitiche”, ha affermato Djire. L’obiettivo è identificare i componenti chiave per produrre sostanze chimiche e carburanti da risorse abbondanti e comuni.

Struttura dei MXeni

Il ruolo chiave dell’azoto

La struttura degli MXeni gioca un ruolo fondamentale. I ricercatori hanno scoperto che modificando la reattività dell’azoto reticolare (semplicemente, sostituendo un atomo di carbonio con uno di azoto nella struttura) si possono alterare le proprietà vibrazionali del materiale. Queste proprietà descrivono come le molecole si muovono e vibrano in base all’energia che possiedono.

Secondo Yoo, questa capacità di “messa a punto” rende gli MXeni candidati ideali per sostituire gli attuali materiali elettrocatalizzatori, spesso costosi e meno efficienti.

L’analisi: la spettroscopia Raman

Per investigare queste proprietà, il team ha utilizzato la spettroscopia Raman, una tecnica di analisi chimica non distruttiva che fornisce informazioni dettagliate sulla struttura chimica, quasi come un’impronta digitale molecolare.

Il lavoro è stato affiancato da analisi computazionali (eseguite da Hao-En Lai del gruppo della Dr.ssa Balbuena) per valutare come i solventi rilevanti per l’energia (come l’acqua) interagiscono con la superficie degli MXeni.

Spettrografia Raman

La scoperta più interessante è emersa proprio osservando il comportamento dei materiali in diversi solventi:

  • MXeni di Nitruro (con Azoto): Quando immersi in solventi polari (come l’acqua o l’acetone), il loro segnale Raman, ovvero la loro “firma vibrazionale”, viene quasi completamente attenuato, quasi svanisce.
  • MXeni di Carburo (con Carbonio): Al contrario, i loro “cugini” a base di carbonio (come il Ti3C2Tx) mantengono intatta la loro firma Raman negli stessi solventi.
  • La prova: Introducendo azoto nella struttura dei carburi (creando materiali ibridi o “drogati”), anche questi iniziano a mostrare lo stesso comportamento dei nitruri: il segnale svanisce.

Questo dimostra che è proprio l’azoto nella struttura (l’azoto reticolare) ad essere reattivo: interagisce con i solventi polari, modificando l’intero comportamento vibrazionale del materiale.

Un nuovo meccanismo per produrre ammoniaca

Questa reattività dell’azoto reticolare non è un difetto, ma si è rivelata la chiave per un’applicazione pratica: la sintesi di ammoniaca.

Il team ha dimostrato che la produzione di ammoniaca può avvenire sfruttando proprio l’azoto interno al materiale, attraverso un meccanismo chiamato Mars-van Krevelen:

  1. Inizialmente, l’azoto del reticolo MXene viene protonato (combinato con l’idrogeno) e rilasciato sotto forma di ammoniaca.
  2. Questo processo lascia una “vacanza” (un buco) nella struttura del materiale.
  3. L’azoto proveniente dall’atmosfera (N2) va quindi a riempire questa vacanza.
  4. Il ciclo ricomincia.

Questo approccio è fondamentale perché aggira l’ostacolo principale della sintesi di ammoniaca: la difficoltà nel rompere il legame estremamente forte e stabile delle molecole di azoto (N2) presenti nell’aria. Utilizzando l’azoto del materiale come intermediario, il processo diventa potenzialmente molto più efficiente.

“L’obiettivo finale,” conclude Djire, “è ottenere una comprensione a livello atomico del ruolo svolto dagli atomi che costituiscono la struttura di un materiale”. Una conoscenza che apre la strada alla progettazione di catalizzatori di nuova generazione, più efficienti e sostenibili.

Quindi questi prodotti magici riescono a produrre ammoniaca in modo estremamente effciente. Non è impossibile che in futuro vengano sintetizzati Mxeni in grado di fungere da catalizzatori per altri prodotti chimici.

Domande e risposte

Cosa sono esattamente gli MXenes?

Gli MXenes (pronunciati “max-enes”) sono una famiglia di materiali bidimensionali, sottilissimi (a livello atomico), scoperti relativamente di recente. Sono composti da carburi, nitruri o carbonitruri di metalli di transizione (come il titanio). La loro struttura 2D, simile a un foglio di grafene ma con composizione diversa, conferisce loro proprietà uniche, come alta conduttività elettrica e un’ampia area superficiale. Come evidenziato nello studio, la loro caratteristica più promettente è la “sintonizzabilità”: la loro composizione chimica può essere modificata per adattarli a scopi specifici, specialmente come catalizzatori.

Perché la produzione di ammoniaca è così importante?

L’ammoniaca (NH3) è una delle sostanze chimiche più prodotte al mondo. È l’ingrediente fondamentale per la stragrande maggioranza dei fertilizzanti azotati, che sono vitali per la sicurezza alimentare globale e per sostenere l’agricoltura moderna. Tuttavia, il processo attuale per produrla (il processo Haber-Bosch) è estremamente energivoro: consuma circa l’1-2% dell’energia mondiale ed è responsabile di una quota significativa delle emissioni globali di CO2. Trovare un modo più pulito ed efficiente, come quello promesso dagli MXenes, è una sfida cruciale per la sostenibilità.

Qual è la vera scoperta “tecnica” di questo studio?

La scoperta chiave è che l’azoto all’interno della struttura del materiale (l’azoto reticolare) è chimicamente reattivo, e non solo una componente passiva. I ricercatori lo hanno capito usando la spettroscopia Raman: hanno notato che, in solventi polari come l’acqua, il segnale vibrazionale dei nitruri MXene “svaniva”, cosa che non accadeva con i carburi MXene. Questo indica un’interazione diretta e forte tra l’azoto del materiale e il solvente. Questa reattività è stata poi sfruttata per un meccanismo di sintesi dell’ammoniaca più efficiente (Mars-van Krevelen), in cui il materiale stesso partecipa attivamente alla reazione.

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Quali sono le 10 maggiori raffinerie del mondo? E dov’è l’Europa nell’elenco?

Mentre in Europa ci si concentra (forse un po’ troppo) esclusivamente sulla transizione energetica, la mappa globale dell’industria pesante, quella che fa funzionare davvero il mondo, è in pieno subbuglio. E la notizia del giorno arriva dall’Africa, precisamente dalla Nigeria.

La Dangote Refinery, già un impianto di tutto rispetto, ha annunciato un piano di espansione a dir poco colossale. A confermarlo è stato lo stesso presidente del gruppo, Alhaji Aliko Dangote: l’impianto passerà dagli attuali 650.000 barili al giorno (bpd) a ben 1,4 milioni di barili al giorno.

I lavori di costruzione per questo raddoppio, ha assicurato Dangote, inizieranno senza ulteriori ritardi.

L’obiettivo è chiaro e dichiarato: “Al completamento, questa diventerà la più grande raffineria del mondo, superando la raffineria Jamnagar in India“. Un sorpasso che segna un cambiamento significativo negli equilibri energetici globali, spostando il baricentro della raffinazione verso l’Africa occidentale.

Le raffinerie di petrolio sono i veri templi dell’economia moderna: complessi industriali mastodontici che trasformano il greggio in tutto ciò che ci muove, dalla benzina alla plastica. Richiedono investimenti di capitale immensi e tecnologie all’avanguardia.

Ma chi sono, attualmente, i dominatori di questo mercato? Ecco la classifica dei 10 colossi mondiali che la Nigeria si prepara a scalare.

Le 10 più grandi raffinerie di petrolio al mondo (per capacità attuale)

Questa è la classifica attuale, in attesa che Dangote completi la sua scalata:

  1. Jamnagar Refinery (India)
    • Proprietario: Reliance Industries
    • Capacità: 1.240.000 bpd

      Jamnagar refinery

  2. Paraguana Refinery Complex (Venezuela)
  3. SK Energy Ulsan Complex (Corea del Sud)
    • Proprietario: SK Energy
    • SK Ulsan

      Capacità: 900.000 bpd

  4. Yeosu Refinery (Corea del Sud)
    • Proprietario: GS Caltex
    • Capacità: 840.000 bpd
  5. Ruwais Refinery (Emirati Arabi Uniti)
    • Proprietario: Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC)
    • Capacità: 827.000 bpd

      Ruwais Refinery

  6. Onsan Refinery (Corea del Sud)
    • Proprietario: S-Oil Corporation
    • Capacità: 669.000 bpd
  7. Dangote Refinery (Nigeria)
    • Proprietario: Dangote Industries
    • Capacità: 650.000 bpd (Attuale, in espansione a 1,4m bpd entro il 2028)
  8. Galveston Bay Refinery (Stati Uniti)
    • Proprietario: Marathon Petroleum Corporation
    • Galveston

      Capacità: 631.000 bpd

  9. Beaumont Refinery (Stati Uniti)
    • Proprietario: ExxonMobil
    • Capacità: ~630.000 bpd
  10. Port Arthur Refinery (Stati Uniti)
    • Proprietario: Motiva Enterprises
    • Capacità: 600.000 bpd

Notate che non c’è nessuna raffineria europea, né dell’Ovest, né dell’Est né della Russia. Un indicatore molto chiaro della decadenza industriale del Vecchio Continente.

Domande e Risposte (FAQ)

1. Perché l’espansione della raffineria Dangote è così strategica? Per la Nigeria, significa passare da importatore netto di prodotti raffinati (nonostante sia un grande produttore di greggio) a esportatore. Questo rafforza la sua bilancia commerciale e la sua sicurezza energetica. A livello globale, crea un nuovo, enorme polo di raffinazione in Africa, capace di servire sia il mercato interno africano che quello europeo e americano, alterando i flussi commerciali consolidati e sfidando i colossi asiatici e statunitensi.

2. Cosa emerge dalla classifica attuale delle raffinerie? La classifica mostra una chiara dominanza dell’Asia (India e, soprattutto, Corea del Sud) nella raffinazione ad altissima capacità. Questi paesi hanno investito massicciamente per diventare hub globali di raffinazione. Anche gli Stati Uniti mantengono una presenza forte, con impianti storici e molto grandi, principalmente concentrati sulla costa del Golfo del Messico (Texas). La presenza della venezuelana Paraguana al secondo posto è quasi “storica”, data la sua attuale capacità operativa ridotta.

3. Cosa significa “bpd” (barili al giorno) in termini pratici? “Bpd” sta per Barrels Per Day. Un barile di petrolio corrisponde a 42 galloni USA, circa 159 litri. Quando la raffineria di Dangote raggiungerà 1,4 milioni di bpd, significa che sarà in grado di processare fisicamente 1,4 milioni di barili di greggio ogni singolo giorno, trasformandoli in benzina, diesel, cherosene (carburante per aerei), GPL e altre materie prime chimiche. Si tratta di un volume di lavorazione industriale quasi inimmaginabile.

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Amazon dopo il caos AWS reagisce: piano per licenziare 600.000 lavoratori sostituiti da robot. Problemi sociali?

Tempismo a dir poco curioso in casa Amazon. Proprio all’indomani del colossale caos dei servizi AWS (Amazon Web Services), che ieri ha mandato offline mezzo Internet (da Snapchat a Fortnite, passando per servizi bancari e governativi) a causa di un problema DNS nel cruciale hub US-EAST-1, arriva la notizia bomba.

Mentre gli ingegneri faticavano a rimettere in piedi i server, varie fonti di stampa svelavano, citando documenti interni, il vero piano a lungo termine del colosso di Seattle: sostituire 600.000 posti di lavoro negli Stati Uniti con robot entro il 2033, raddoppiando nel frattempo le vendite.

Viene da chiedersi, con un pizzico di malizia: non è che si cerca di far pagare ai lavoratori, in termini di efficienza e tagli futuri, i disastri tecnici dei propri servizi cloud? Ma soprattutto, si ripropone la classica domanda economica: se i robot fanno tutto il lavoro, chi percepirà uno stipendio per comprare i beni che Amazon stessa vuole vendere in quantità doppia?

Il piano: meno 30 centesimi a pacco tagliando i lavoratori

La forza lavoro di Amazon è triplicata dal 2019, ma l’era della crescita occupazionale sfrenata sembra finita. L’obiettivo, messo nero su bianco, è sfruttare l’intelligenza artificiale e la robotica per frenare le assunzioni senza frenare i profitti.

I documenti interni filtrati, sebbene Amazon li definisca “incompleti”, parlano chiaro:

  • Obiettivo 2027: Evitare l’assunzione di 160.000 persone negli USA.
  • Risparmio Atteso: 30 centesimi di dollaro in meno sul costo di ogni singolo prodotto prelevato, imballato e consegnato.
  • Obiettivo 2033: Evitare la creazione netta di 600.000 posti di lavoro che altrimenti sarebbero necessari per raddoppiare le vendite.
  • Obiettivo Finale: Automatizzare il 75% delle operazioni nei magazzini.

Per farlo, Amazon sta accelerando la produzione di robot proprietari, iniziata con l’acquisizione di Kiva nel 2012, specializzandoli in sei compiti: movimentazione, smistamento, stoccaggio, identificazione e imballaggio. Quindi non sono Amazon eliminerà i lavoratori, ma, con la propria concorrenza, impedirà aagli altri di impiegare più lavoratori. 

Il “Lifting” dell’immagine: arrivano i “Cobot”

Il management di Amazon non è ingenuo. Sa perfettamente che una notizia del genere avrebbe conseguenze sociali e d’immagine devastanti. Per questo, è pronta una strategia di comunicazione degna di un manuale di neolingua orwelliana.

Ecco le direttive suggerite nei memo, per prendere in giro la pubblica opinione:

  • Evitare termini “spaventosi”: Basta dire “automazione” o “IA”. Meglio usare il più rassicurante “tecnologia avanzata”.
  • Il “Robot” non esiste più: La parola da usare è “cobot“, un termine coniato unendo “robot” e “coworker” (collega). Un modo gentile per dire che il tuo nuovo collega non ha bisogno di pause, non si iscrive al sindacato e, presto, prenderà il tuo posto.
  • Operazione Simpatia: Per rafforzare l’immagine di “buon cittadino d’impresa” (sic), l’azienda prevede di intensificare la partecipazione a eventi comunitari, parate locali e progetti di beneficenza come Toys for Tots (distribuzione di giocattoli ai bambini bisognosi).

Un classico tentativo di “riverniciata” sociale, che stona con la dichiarazione del CEO Andy Jassy, il quale già a giugno prevedeva un calo della forza lavoro proprio a causa dell’IA. E il mercato? Apprezza. All’indomani del disastro AWS, ma con la prospettiva di tagli ai costi del lavoro, il titolo è salito di quasi il 3%.

Titolo Amazon, da Tradingeconomics

Il Contesto: “Così fan tutti”

Amazon è solo l’apripista. Come nota il premio Nobel per l’economia 2024, Daron Acemoglu, “nessuno ha un incentivo simile ad automatizzare”. Essendo il secondo datore di lavoro USA dopo Walmart, una volta che Amazon avrà reso questa automazione profittevole, “uno dei più grandi creatori di posti di lavoro diventerà un distruttore di posti di lavoro”. E gli altri seguiranno.

Il trend è già in atto:

  • Microsoft: Ha annunciato che l’IA genererà il 35% del codice dei nuovi prodotti, risparmiando già 500 milioni di dollari nei call center. I dipendenti licenziati di Xbox hanno collegato i tagli direttamente all’IA.
  • Ford: Il CEO Jim Farley stima che l’IA “sostituirà letteralmente metà della forza lavoro impiegatizia”.
  • JP Morgan Chase: Prevede un taglio del 10% della forza lavoro operativa grazie all’IA.

Il CEO di Anthropic (rivale di OpenAI), Dario Amodei, è stato ancora più netto, prevedendo la scomparsa di metà dei lavori poco qualificati entro 1-5 anni, portando la disoccupazione USA al 10% o 20%.

Mentre Amazon prepara i “cobot” e le donazioni di giocattoli, la vera domanda resta sul tavolo: il progresso tecnologico che elimina 600.000 stipendi è davvero un progresso, o solo un efficientamento dei profitti che rischia di segare il ramo su cui l’intero sistema economico (basato sui consumi) è seduto?

Domande & Risposte

1) Amazon sta licenziando 600.000 persone? Non esattamente, la strategia è più sottile. I documenti indicano che Amazon punta a evitare di assumere 600.000 persone entro il 2033, persone che sarebbero necessarie per sostenere il previsto raddoppio delle vendite. L’effetto netto sull’occupazione totale è comunque una contrazione drastica rispetto alla crescita attesa: i robot prenderanno posti che sarebbero spettati a lavoratori umani.

2) Perché Amazon vuole usare il termine “cobot”? È una mossa di pubbliche relazioni. “Cobot” deriva da “collega-robot” (co-worker robot) e suggerisce un’idea di collaborazione e assistenza, piuttosto che di sostituzione. Evitando parole come “automazione” o “robot” e promuovendo termini più “morbidi” come “tecnologia avanzata” o “cobot”, Amazon cerca di mitigare l’impatto negativo della notizia sull’opinione pubblica e sul morale dei dipendenti.

3) Qual è il problema economico se i robot sostituiscono i lavoratori? È il classico paradosso keynesiano, a volte attribuito a Henry Ford: se automatizzi la fabbrica e smetti di pagare gli stipendi, chi avrà i soldi per comprare le auto (o i pacchi Amazon)? Se milioni di posti di lavoro vengono eliminati, il reddito disponibile crolla. Questo porta a una caduta della domanda aggregata (i consumi), che a sua volta può mandare in crisi le stesse aziende che hanno automatizzato per aumentare l’efficienza.

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Sicurezza, l’Idrogel che beffa l’IA e rende (forse) impossibile la contraffazione

In un mondo ossessionato dalla sicurezza digitale, dove la crittografia protegge i nostri dati, rimane un problema antico e tremendamente “analogico“: l’autenticazione degli oggetti fisici. Non parliamo solo di borse di lusso. Parliamo di microchip contraffatti che finiscono nei sistemi di difesa, o di impianti medici falsi che mettono a rischio vite umane. È un problema di sicurezza nazionale ed economico enorme.

Le soluzioni attuali – numeri di serie, codici a barre, persino ologrammi complessi – hanno un difetto fondamentale: se qualcuno conosce i dettagli di fabbricazione, possono essere copiati.

Ora, un team di scienziati ha sviluppato una soluzione che sembra uscita dalla fantascienza: un idrogel conduttivo la cui struttura interna agisce come un’impronta digitale molecolare unica e, a quanto pare, impossibile da clonare.

La “Magia” sta nella caos organizzato

Il segreto non è il gel in sé, ma come viene creato. Utilizzando un processo chiamato regional assembly crosslinking (RAC), i ricercatori prendono due polimeri comuni ed economici (polipirrolo PPy e polistirene solfonato PSS) e li espongono a un campo elettrico durante la formazione.

Questo campo costringe i polimeri a separarsi in micro-regioni, creando una rete 3D casuale e caotica di migliaia di “giunzioni di trasduzione ione-elettrone”. In pratica, si forma un labirinto microscopico unico per quel specifico campione di gel. La parte interessante? Nemmeno gli scienziati che lo hanno creato potrebbero produrne un altro identico.

Progetto concettuale di una primitiva crittografica fisica non clonabile basata su idrogel per l’autenticazione. Transizione dal cross-linking uniforme al cross-linking regionale (RAC) tramite ingegneria di fase per costruire un idrogel di polipirrolo (PPy) drogato con polistirene solfonato (PSS), formando giunzioni di trasduzione ione-elettrone. Questa rete topologica unica consente una trasformazione del segnale che prevede tre fasi: conversione dei dati grezzi in una curva di sfida, elaborazione tramite RAC-Gel per formare una curva di risposta non lineare e autenticazione dell’output tramite analisi di similarità. (Immagine: riprodotta con il permesso di Wiley-VCH Verlag)

Questo labirinto agisce come una Funzione Fisica Non Clonabile (PUF, Physical Unclonable Function).

Come funziona? L’impronta digitale elettrica

Il concetto è sorprendentemente elegante. Per autenticare l’oggetto, si invia un impulso elettrico (una “sfida”) attraverso il gel. L’impulso viaggia attraverso quella rete 3D unica e caotica, producendo un segnale elettrico in uscita (la “risposta”) che è unico per quel gel.

Il sistema si è dimostrato non solo unico, ma anche estremamente affidabile: ripetendo la stessa “sfida” mille volte, il gel ha prodotto una risposta quasi identica.

Ma è sulla sicurezza che i numeri diventano impressionanti. Per un sistema robusto, la crittografia richiede circa 10¹⁰ (10 miliardi) di possibili coppie sfida-risposta. Questo idrogel ne genera oltre 10¹⁹ (dieci miliardi di miliardi).Non solo:

  • È Veloce: La risposta elettrica è quasi istantanea (raggiunge il 90% del picco in 13 millisecondi).
  • È a prova di IA (per ora): I ricercatori hanno sguinzagliato sul sistema i più sofisticati algoritmi di machine learning, inclusi i Transformer (la stessa architettura dietro molte IA generative), per cercare di prevedere le risposte. Hanno fallito. La dinamica interna del gel è così non lineare e imprevedibile che le IA non sono riuscite a modellarla.

Cosa significa per l’economia e la sicurezza

Questo idrogel agisce come una vera e propria “impronta digitale” fisica per i materiali. Le implicazioni sono enormi:

  • Filiere (Supply Chain): Si potrebbero marcare i microchip per garantire che non siano cloni o scarti reimmessi sul mercato.
  • Sicurezza Sanitaria: Impianti medici, farmaci e dispositivi potrebbero avere un sigillo di autenticità molecolare.
  • Elettronica Flessibile: Potrebbe essere integrato in sensori indossabili e packaging intelligenti.

La parte migliore, in un’ottica di produzione industriale, è che la tecnologia non sembra proibitiva. I materiali (PPy e PSS) sono economici e la fabbricazione richiede un controllo della tensione e un laser, tecnologie già ampiamente disponibili.

Certo, la tecnologia è ancora in fase iniziale. Bisognerà testare la resistenza all’usura a lungo termine e in condizioni estreme. Ma l’idea di dare a ogni oggetto una firma molecolare inviolabile aggiunge uno strato di fiducia che, letteralmente, è costruito nella sua stessa struttura.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Advanced Materials.

Domande e Risposte (Q&A)

1) In cosa è diverso questo idrogel da un codice QR o un ologramma? La differenza è fondamentale. Un codice QR o un ologramma sono identificatori visivi o ottici. Sebbene complessi, possono essere scansionati, replicati e ristampati su un altro oggetto. L’idrogel è invece un identificatore fisico e dinamico. La sua unicità non risiede in un’immagine, ma nella sua caotica struttura molecolare 3D. Non puoi “copiarlo” più di quanto potresti copiare l’esatta disposizione degli atomi in un fiocco di neve. Si autentica tramite una “conversazione” elettrica (sfida-risposta), non tramite una scansione passiva.

2) Perché l’Intelligenza Artificiale non riesce a “craccarlo”? L’IA, specialmente il machine learning, eccelle nel trovare schemi (pattern) anche in sistemi molto complessi. Tuttavia, la rete di giunzioni creata nell’idrogel è caotica e non lineare. Ciò significa che una piccola variazione nell’input (la sfida elettrica) può produrre una variazione nell’output (la risposta) che non segue uno schema prevedibile. L’IA non riesce a costruire un modello matematico affidabile per “indovinare” la risposta, anche dopo aver analizzato migliaia di esempi, perché la complessità fisica del sistema supera la sua capacità di calcolo previsionale.

3) Quando vedremo questa tecnologia e quanto costerà? Siamo ancora in una fase iniziale di ricerca (laboratorio). Sebbene lo studio dimostri che il concetto è valido (proof-of-concept), sono necessari ulteriori test nel mondo reale per valutarne la durata, la stabilità in diverse temperature e l’integrazione nei processi industriali. La buona notizia è che i materiali di base (polimeri PPy e PSS e solventi) sono economici e la fabbricazione non richiede macchinari esotici. Sebbene sia presto per una data, la sua fattibilità economica sembra promettente per una produzione su larga scala.

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Mentre tutti guardano a Borsa e Oro, la vera bolla si gonfia nell’ombra: lo “Shadow Banking”

Con le borse che macinano record su record e asset come l’oro e il suo cugino digitale, il Bitcoin, che volano verso nuovi massimi, l’aria che si respira è quella della classica “esuberanza irrazionale”, per usare le parole di un vecchio marpione della finanza come Alan Greenspan. Eppure, mentre il coro mediatico celebra la festa, le prime, inquietanti crepe iniziano a vedersi sulla facciata del palazzo. Gli investitori più attenti, infatti, hanno iniziato a liquidare le azioni di colossi della gestione patrimoniale come Blackstone, KKR e Apollo, il cui valore è sceso di oltre il 10% nell’ultimo mese. Il motivo? Un timore tanto semplice quanto fondato: le loro immense riserve di “credito privato” potrebbero essere un disastro annunciato.

La scorsa settimana, persino la Financial Conduct Authority britannica ha suonato un campanello d’allarme, parlando della necessità di essere “vigili”. Il crollo del fornitore statunitense First Brands, con un buco potenziale da 50 miliardi di dollari, ha offerto un assaggio delle perdite che si nascondono nel sistema.

Cos’è questo “Credito Privato”?

Negli ultimi dieci anni, mentre le banche tradizionali venivano imbrigliate da normative sempre più stringenti dopo la crisi del 2008, le società di private equity e i grandi gestori patrimoniali si sono tuffati a capofitto in quello che viene elegantemente chiamato “credito privato“, ma che assomiglia terribilmente al vecchio e caro “shadow banking” (sistema bancario ombra).

In parole povere, questi giganti privati sono diventati banchieri d’affari. Prestano denaro direttamente alle aziende, aggirando il sistema bancario tradizionale. Un business d’oro, a quanto pare: secondo Morgan Stanley, il settore ha raggiunto la cifra monstre di 3.000 miliardi di dollari, con una crescita di 1.000 miliardi solo negli ultimi cinque anni. Con tassi d’interesse spesso superiori al 10%, più laute commissioni, i profitti sono facili quando il tuo costo del capitale è del 3% o 4%.

Il problema è che questa gallina dalle uova d’oro presenta tutte le caratteristiche di una classica bolla finanziaria pronta a scoppiare.

  • Regolamentazione quasi inesistente: Il settore è nato nel mondo del private equity, un ambiente tradizionalmente poco avvezzo ai controlli. La sua rapida espansione è dovuta proprio al fatto che non deve sottostare alle rigide regole imposte alle banche commerciali.
  • Trasparenza? Questa sconosciuta: C’è un indizio nella parola “ombra”. Abbiamo delle stime, ma nessuno sa con esattezza l’entità totale dell’esposizione e chi ha in pancia i rischi maggiori.
  • Qualità del credito discutibile: Gran parte di questi prestiti è andata a finanziare operazioni ad alto rischio: aziende di private equity già appesantite dai debiti, immobiliaristi commerciali (un settore notoriamente volatile) o startup promettenti ma ancora lontane dal generare un singolo euro di profitto.
  • Gergo che nasconde la realtà: Dietro termini affascinanti si cela una verità banale. Il sistema bancario ombra consiste nel prestare enormi somme di denaro ad aziende con bilanci fragili. A volte va bene, soprattutto con l’economia che tira. Altre volte, finisce malissimo.

Gli alti rendimenti creano quel mix di avidità e rischio, unito alla prospettiva di una crescita continua, che solitamente è la base dei grandi disastri finanziari.

Un film già visto

Ogni bolla speculativa, a ben guardare, è sempre stata alimentata da un eccesso di prestiti nascosto da qualche parte. La storia è piena di esempi, cambia solo il nome dello strumento:

I dettagli cambiano, ma la trama è sempre la stessa: gli standard si abbassano, le autorità di regolamentazione guardano altrove e, dopo una fase di guadagni facili, arriva il conto.

Non possiamo sapere con certezza se il credito privato innescherà il prossimo crollo. Giganti come Blackstone hanno stuoli di analisti brillantissimi che forse sapranno gestire il rischio. Eppure, la storia insegna che le bolle prima o poi scoppiano. E sta diventando sempre più chiaro che la prossima si sta gonfiando proprio nel sistema bancario ombra. Nessuno che conosca la lunga e costellata storia delle bolle speculative dovrebbe sorprendersi se, ancora una volta, la festa finisse con un botto, lasciando dietro di sé solo macerie.

Falling dollars with white background, moving money

Domande & Risposte per il lettore

1) In parole semplici, cos’è il “sistema bancario ombra” e perché dovrebbe preoccuparmi?

Il sistema bancario ombra è un insieme di intermediari finanziari (come fondi di private equity o gestori patrimoniali) che erogano prestiti proprio come le banche, ma senza essere soggetti alle stesse rigide regole di trasparenza e capitale. Dovrebbe preoccupare perché, operando “nell’ombra”, accumula rischi difficili da monitorare. Se questi prestiti di bassa qualità dovessero andare in sofferenza tutti insieme, potrebbero innescare una crisi finanziaria sistemica, con effetti sull’economia reale, proprio come accaduto nel 2008 con i mutui subprime.

2) Ma se è così rischioso, perché questo mercato è cresciuto così tanto?

La crescita è dovuta a due fattori principali. Da un lato, dopo il 2008, le banche tradizionali sono state costrette a ridurre l’esposizione verso i prestiti più rischiosi a causa di nuove e più severe regolamentazioni. Questo ha creato un “vuoto” di mercato. Dall’altro lato, in un’era di tassi d’interesse molto bassi, i grandi investitori erano alla disperata ricerca di rendimenti più elevati. Il credito privato offriva proprio questo: profitti alti, derivanti da prestiti più rischiosi che il sistema bancario tradizionale non poteva o non voleva più concedere.

3) Le autorità di regolamentazione non stanno facendo nulla per controllare questo fenomeno?

Le autorità sono consapevoli del rischio, come dimostrano i recenti avvertimenti. Tuttavia, intervenire è complesso. Il settore è globale, frammentato e opera al di fuori dei canali bancari tradizionali, rendendo difficile imporre regole uniformi. C’è sempre il timore che una regolamentazione troppo stretta possa “soffocare” un’importante fonte di finanziamento per le imprese. Spesso, purtroppo, le autorità agiscono in modo deciso solo dopo lo scoppio della bolla, quando i danni sono già stati fatti.

https://scenarieconomici.it/mentre-tutti-guardano-a-borsa-e-oro-la-vera-bolla-si-gonfia-nellombra-lo-shadow-banking/




Come l’Oro potrebbe permettere al Governo USA un trucco finanziario da 1000 miliardi di dollari

L’oro ha avuto una rivalutazione enorme nell’ultimo anno raggiungendo, per una serie di motivi, dal timore di svalutazione alla perdita di peso del dollaro come riserva bancaria, dei valori elevatissimi e sfiorando i 4000 dollari all’oncia:

Questo pone un problema e un’opportunità per quelle banche centrali, come quella americana, che non hanno rivalutato di recente il valore delle proprie riserve. Un esempio eclatante è il Governo deglio Stati Uniti: il valore a prezzo di mercato delle sue riserve auree ha superato i 1000 miliardi di dollari, come indicaquesto grafico da  Zerohedge:

Si tratta di oltre 90 volte il valore riportato nel bilancio del governo, pari a solo 11 miliardi, e sta riaccendendo le speculazioni sul fatto che il Segretario al Tesoro Bessent potrebbe rivalutare (mark to market) l’enorme quantità di metallo prezioso.

Perché parliamo del Governo? a differenza della maggior parte dei paesi, l’oro degli Stati Uniti è detenuto direttamente dal governo, piuttosto che dalla banca centrale.

La Fed detiene invece certificati aurei corrispondenti al valore delle riserve del Tesoro e in cambio accredita al governo dollari. Lo ha in affidamento, ma la proprietà è del Governo. L’oro permette di finanziare il Treasury General Account (TGA) il conto di finanziamento del Tesoro presso la Banca Centrale. 

Ciò significa,  che un aggiornamento del valore delle riserve in linea con i prezzi odierni libererebbe circa 990 miliardi di dollari nelle casse del Tesoro, riducendo drasticamente la necessità di emettere così tanti titoli del Tesoro quest’anno.

Sebbene il segretario al Tesoro Bessent abbia inizialmente respinto il suggerimento, un trilione di dollari qui e un trilione di dollari là si sommano e non sarebbe affatto senza precedenti. Come riporta Bloomberg, Germania, Italia e Sudafrica hanno tutti deciso di rivalutare le loro riserve negli ultimi decenni, come discusso in una nota di agosto di un economista della Federal Reserve.

Riserve auree delle varie banche centrali.

La rivalutazione dell’oro statunitense avrebbe implicazioni sia per il bilancio del Tesoro che per quello della Fed.

  • Tesoro degli Stati Uniti: le attività aumenterebbero del valore della rivalutazione dell’oro e le passività aumenterebbero dell’ammontare dei certificati aurei emessi alla Fed.
  • Federal Reserve: le attività aumenterebbero del valore dei certificati aurei e le passività aumenterebbero dell’accredito di contante nel saldo di cassa del Tesoro. Ed ecco il punto cruciale: l’impatto sul bilancio della Fed sarebbe simile al QE, anche se non sarebbero necessari acquisti sul mercato aperto e la crescita delle passività della Fed sarebbe inizialmente nel TGA.

In altre parole, la soluzione migliore: un’operazione simile al QE, che vedrebbe la Fed convogliare silenziosamente quasi 700 miliardi di dollari in contanti al Tesoro… ma senza fare nulla!

In definitiva, una rivalutazione dell’oro aumenterebbe le dimensioni dei bilanci sia del Tesoro che della Fed e consentirebbe di utilizzare il TGA per le priorità del Tesoro (ad esempio, SWF, pagamento del debito, finanziamento del deficit, ecc.). Nel frattempo, la Fed e il Tesoro tirerebbero fuori dal nulla circa 990 miliardi di dollari da spendere per qualsiasi cosa, tutto perché il Tesoro concorda che il valore equo dell’oro è… il valore equo dell’oro.

Inutile dire che una rivalutazione dell’oro sarebbe vista dal mercato come non ortodossa, se non del tutto inaspettata. L’oro statunitense non è stato rivalutato da decenni, probabilmente per proteggersi da

  •  la volatilità dei bilanci del Tesoro e della Fed
  •  le preoccupazioni sull’indipendenza dell’autorità fiscale e monetaria.

Secondo nientemeno che Mark Cabana, ex membro dello staff della Fed di New York e uno dei più influenti esperti della Fed, una rivalutazione dell’oro potrebbe causare il rimborso del TGA in modi che alimenterebbero l’attività macroeconomica, l’inflazione del rischio e aggiungerebbero liquidità in eccesso al sistema bancario (un TGA più elevato finirebbe per aumentare le riserve della Fed o i saldi ON RRP). In sostanza, la rivalutazione dell’oro faciliterebbe sia la politica fiscale che quella monetaria (a parità di tutte le altre condizioni).

La rivalutazione dell’oro è possibile (e certamente probabile dopo i precedenti commenti di Bessent), ma solleva questioni legali, “potrebbe non essere ben accolta dal mercato poiché equivarrebbe a un allentamento delle politiche fiscali e monetarie + erosione dell’indipendenza fiscale/monetaria” (sì, QE con qualsiasi altro nome…). E, non senza ironia, la rivalutazione dell’oro farà anche salire alle stelle il prezzo dell’oro (per non parlare del bitcoin e di qualsiasi altra cosa che potrebbe essere successivamente rimonetizzata). Questo perché comunque verrebbe letta come l’emissioni di nuova moneta e quindi vista in senso inflazionistico.

Pertanto, BofA continua a ritenere improbabile la monetizzazione degli asset statunitensi fino a quando Bessent non fornirà dettagli più credibili su come intende “monetizzare il lato delle attività del bilancio degli Stati Uniti”. Tuttavia, avendo compreso che Trump agisce molto rapidamente e distrugge tutto ciò che incontra sul suo cammino, siamo convinti che le probabilità di una rivalutazione dell’oro siano in aumento e che questo sia uno dei motivi principali per cui l’oro viene scambiato a poco meno di 4000 dollari…

https://scenarieconomici.it/come-loro-potrebbe-permettere-al-governo-usa-un-trucco-finanziario-da-1000-miliardi-di-dollari/




La Tempesta perfetta sul Gas: un diluvio di GNL sta per travolgere i mercati (e i prezzi)

Ultimamente Wall Street ha avvertito che i mercati petroliferi potrebbero presto trovarsi ad affrontare un surplus, esercitando ulteriore pressione sui prezzi del petrolio già depressi.

Per la precisione, Goldman Sachs ha previsto che i mercati petroliferi potrebbero registrare un eccesso di offerta pari a 1,9 milioni di barili al giorno nel 2026, a causa della riduzione dei tagli alla produzione da parte dell’OPEC+ e dell’aumento della produzione nelle Americhe. Wall Street prevede ora che i prezzi del petrolio scenderanno a 50 dollari al barile il prossimo anno, aggravando ulteriormente il calo di 15 dollari al barile registrato nell’anno in corso.

E ora gli esperti dicono agli ottimisti del settore energetico di aspettarsi ulteriori difficoltà, con i mercati del GNL destinati a un eccesso di offerta nei prossimi anni. Patrick Pouyanné, CEO di TotalEnergies, ha messo in guardia da un imminente eccesso di offerta di GNL negli Stati Uniti, poco dopo che la NextDecade Corp., con sede in Texas, ha annunciato di aver preso una decisione definitiva di investimento (FID) positiva sulla linea 4 del suo impianto di liquefazione di GNL di Rio Grande, con una capacità totale prevista di 48 milioni di tonnellate all’anno (mpta).

Pouyanné sostiene che gli Stati Uniti stiano costruendo troppi impianti di GNL, il che potrebbe innescare un eccesso di offerta di lunga durata se i progetti entrassero in funzione come previsto. La preoccupazione di Pouyanné potrebbe essere fondata. Il treno 4 di Rio Grande ha una capacità di produzione di GNL di circa 6 mpta (Million Tonnes Per Annum, milioni di tonnellate annue), portando la capacità totale dell’impianto in costruzione a 24 mpta. Nel frattempo, NextDecade ha rivelato che il treno 5 sta per ottenere una decisione finale di investimento positiva, mentre i treni 6-8 sono attualmente in fase di sviluppo e di autorizzazione. I costi del progetto per il treno 4 dovrebbero ammontare a circa 6,7 miliardi di dollari, finanziati per il 40% con capitale proprio e per il 60% con debito. TotalEnergies detiene una partecipazione del 10% in Rio Grande LNG.

Rio Grande LNG

È interessante notare che le azioni di NextDecade hanno subito un crollo del 18,6% dopo la diffusione della notizia. Ciò può essere in gran parte attribuito alla prevista diluizione delle azioni associata allo sviluppo di Rio Grande LNG, nonché al forte aumento del debito. Evidentemente gli analisti non ritengono che l’investimento sarà profittevole in caso di riduzione del prezzo.  Attualmente, NextDecade ha una capitalizzazione di mercato di 2,1 miliardi di dollari e un debito a lungo termine di 2,5 miliardi di dollari.

Gli azionisti di NextDecade potrebbero anche condividere i timori di Pouyanné riguardo all’eccesso di offerta: in precedenza, abbiamo riportato che Venture Global ha avviato la produzione di GNL nel suo impianto di Plaquemines LNG nel dicembre 2024. La produzione è iniziata solo 30 mesi dopo la decisione finale di investimento (FID), rendendo l’impianto con una capacità nominale di 20 mtpa uno dei due progetti greenfield più veloci a raggiungere la prima produzione. Una volta a regime, Plaquemines sarà uno dei più grandi impianti di GNL al mondo, con 36 treni di liquefazione elettrici da 0,626 milioni di tonnellate all’anno (mtpa), configurati in diciotto blocchi.

L’impianto Plaquemines in costruzione

Raggiungere la prima produzione di GNL a Plaquemines a questo ritmo consentirà agli Stati Uniti di rimanere il primo esportatore mondiale di GNL. Tra gli impianti attuali e quelli in programma, Venture Global è pronta a investire 50 miliardi di dollari in progetti energetici con sede negli Stati Uniti che creeranno posti di lavoro, sosterranno le economie locali, rafforzeranno la bilancia commerciale e libereranno la fornitura di GNL statunitense tanto necessaria ai nostri alleati”, ha commentato Mike Sabel, CEO e co-fondatore di Venture Global. Venture Global ha completato la sua offerta pubblica iniziale (IPO) il 24 gennaio 2025, raccogliendo 1,75 miliardi di dollari con la vendita di 70 milioni di azioni al prezzo di 25 dollari ciascuna, che hanno valutato la società circa 60,5 miliardi di dollari al momento della quotazione. Tuttavia, le azioni hanno subito un calo di quasi il 50% dall’IPO.

A gennaio, Cheniere Energy) ha iniziato a produrre GNL dalla prima linea del suo progetto di liquefazione Corpus Christi Stage 3. Il progetto consiste in sette treni di medie dimensioni, che dovrebbero produrre oltre 10 milioni di tonnellate all’anno (mtpa) di GNL.

Detto questo, l’Europa difficilmente si lamenterà del diluvio di GNL americano.

Negli ultimi due anni, l’Europa ha vissuto estati stressanti, cercando affannosamente di riempire i depositi di gas esauriti prima della stagione invernale. L’Europa ha ridotto in modo significativo le importazioni di gas russo tramite gasdotto, passando da oltre il 40% nel 2021 a circa l’11% nel 2024. Ciò ha costretto il continente a costruire nuove catene di approvvigionamento del gas, con la Norvegia e gli Stati Uniti che hanno sostituito il gas russo. Tuttavia, gli esperti prevedono che le difficoltà dell’Europa in materia di gas siano probabilmente finite grazie al boom in corso del GNL. Le prospettive a lungo termine per il gas naturale in Europa sono positive, con la capacità globale di GNL destinata ad aumentare a 649 miliardi di metri cubi nel 2026 dai 550 miliardi di metri cubi dello scorso anno, prima di raggiungere gli 890 miliardi di metri cubi nel 2030. La crescita è trainata principalmente dagli Stati Uniti, con le esportazioni di gas in aumento del 22% su base annua nei primi sette mesi del 2025, raggiungendo gli 83 miliardi di metri cubi.

Il problema è che questi impianti non sono i soli in completamento nel mondo. Questi qui elencati sono solo i primi cinque impianti attualmente in costruzione nel mondo:

come LNG Canada sono esclusi poiché operativi dal giugno 2025.

Posizione

Nome Impianto

Paese

Capacità (MTPA)

Operatore Principale

Anno Avvio Previsto

1

North Field East

Qatar

32.0

QatarEnergy

2026

2

North Field South

Qatar

16.0

QatarEnergy

2028

3

Ruwais LNG

Emirati Arabi Uniti

9.6

ADNOC

2028

4

Nigeria LNG Train 7

Nigeria

8.0

Nigeria LNG Ltd.

2027

5

Cedar LNG

Canada

3.3

Pembina Pipeline / Haisla

2028

L’offerta globale di GNL dovrebbe eguagliare la domanda nell’anno in corso, prima che i mercati passino a un surplus di 50 miliardi di metri cubi nel 2026 e fino a 200 miliardi di metri cubi nel 2030. Il rischio, o l’opportunità,. è quella di un crollo dei prezzi del gas naturale liquefatto che si presenta come la fonte energetica del futuro prossimo.

Plaquemines quando sarà finito

Domande e Risposte

1) Qual è il fulcro della notizia e perché è rilevante ora?

Il fulcro della notizia è l’imminente e massiccio eccesso di offerta globale di Gas Naturale Liquefatto (GNL), previsto a partire dal 2026. La rilevanza attuale deriva dal fatto che, dopo due anni di crisi energetica e prezzi record scatenati dal conflitto in Ucraina, lo scenario si sta completamente ribaltando. Le decisioni di investimento prese durante la crisi per aumentare la produzione, soprattutto negli USA e in Qatar, stanno ora portando i loro frutti, creando una potenziale “inondazione” di gas che eserciterà una forte pressione al ribasso sui prezzi a livello mondiale.

2) Qual è l’importanza strategica di questo cambiamento per l’Europa?

Per l’Europa, questo cambiamento ha un’importanza strategica fondamentale. Significa il passaggio da una condizione di vulnerabilità e dipendenza, principalmente dal gas russo via gasdotto, a una di sicurezza e potere contrattuale. Con un’abbondanza di GNL disponibile sul mercato globale, l’Europa non dovrà più competere ferocemente per le forniture. Questo si traduce in bollette più basse per cittadini e imprese, un’inflazione più controllata e un vantaggio competitivo per la sua industria manifatturiera, che è stata gravemente danneggiata dagli alti costi energetici degli ultimi anni.

3) Quali sono le possibili ricadute negative di questo surplus di GNL?

Le principali ricadute negative colpiranno i produttori di GNL stessi. Le aziende che hanno contratto ingenti debiti per finanziare nuovi impianti, scommettendo su prezzi persistentemente alti, potrebbero trovarsi in difficoltà finanziarie a causa del crollo dei ricavi. Inoltre, un prezzo del gas estremamente basso potrebbe rallentare la transizione verso le energie rinnovabili, rendendo il gas naturale un’alternativa economicamente più attraente nel breve-medio termine. Infine, per i paesi la cui economia dipende fortemente dalle esportazioni di idrocarburi, un crollo prolungato dei prezzi potrebbe causare serie difficoltà di bilancio.

https://scenarieconomici.it/la-tempesta-perfetta-sul-gas-un-diluvio-di-gnl-sta-per-travolgere-i-mercati-e-i-prezzi/